Beeopak, la pellicola naturale che si prende cura del cibo e dell’ambiente

Clarien e Monica, all’interno del loro laboratorio nel cuore di Torino, hanno ideato Beeopak, una pellicola riutilizzabile e biodegradabile per avvolgere e conservare gli alimenti nel totale rispetto dell’ambiente. Una soluzione 100% naturale per sostituire gli imballaggi in plastica che quotidianamente utilizziamo nelle nostre cucine e promuovendo gli ingredienti biologici del territorio piemontese. Vi ricordate la vecchia carta cerata, proprio quella con cui le nostre nonne avviluppavano il formaggio prima che la plastica invadesse le nostre tavole? È un ricordo conservato nella memoria di molti di noi, di quell’attenzione e di quella cura per il cibo che ora è nostro compito far sopravvivere.

STOP USA E GETTA! IL FUTURO E’ ADESSO!

E se plastica e stagnola usa e getta immancabilmente occupano un posto fisso nel nostro cassetto o sul ripiano della nostra cucina, esistono delle soluzioni con le quali possiamo far rivivere quelle antiche abitudini messe in pratica proprio dalle nostre nonne. Proprio come Beeopak, la soluzione nuova ed ecosostenibile ideata a Torino come sostituto alla pellicola di plastica. Beeopak deriva dall’unione dei termini “bee” (ape) e “pack” (impacchettare, avvolgere) ed è il risultato di una lunga amicizia nata dall’incontro tra due sognatrici: Monica Fissore e Clarien van de Coevering. Si tratta di una pellicola alimentare riutilizzabile e biologica per conservare gli alimenti e portare colore e bellezza in tavola e in cucina, riducendo il quantitativo di rifiuti.

“Questo progetto – mi racconta Monica – nasce da un’idea condivisa in un pomeriggio dell’estate del 2018, durante una passeggiata nel noccioleto dell’Azienda Agricola di Clarien. Confrontandoci sull’argomento ci siamo rese conto che l’idea di una pellicola alimentare riutilizzabile era già presente in diversi Paesi del mondo ma non in Italia. Così abbiamo pensato di crearla noi e da quel momento, all’interno dell’azienda, abbiamo dato vita a quello che sarebbe diventato il nostro primo laboratorio e iniziato a sperimentare”. 

Beeepak nasce con una sola condizione: quella di essere realizzata in modo artigianale con ingredienti 100% naturali. Per questo sono stati scelti cotone biologico impregnato in cera d’api, resina di pino e olio di nocciole, ovvero alimenti autoctoni piemontesi totalmente a chilometro zero. Si tratta di cera biologica e quando possibile biodinamica, che viene fornita a Monica e Clarien direttamente dai produttori locali. “Abbiamo iniziato a conoscere delle realtà piccole sul territorio del torinese, dell’astigiano e del cuneese e abbiamo quindi provveduto a mapparle, per costruire delle relazioni che vedessero protagonisti proprio i produttori del luogo, che sono per noi i veri custodi della terra, della natura e dell’ecosistema”, mi spiegano.

Piccole realtà, che testimoniano la volontà di favorire più produttori che, proprio come Clarien e Monica, stanno crescendo sul territorio e cercano di proporre un’agricoltura sana e naturale che valorizzi le tipicità locali. “Nel complesso abbiamo riscontrato molta curiosità e interesse da parte dei produttori agricoli, proprio perché il nostro è un prodotto nuovo ed insolito che anch’essi hanno voluto testare e scoprire”. 

Beeopak ha delle proprietà antibatteriche che permettono di conservare il cibo fresco e più a lungo. La cera è infatti ricca per natura di propoli e altre sostanze con cui la plastica non potrà mai competere. “È traspirante e modellabile – mi spiega Clarien – perfetta per avvolgere cibi perché, scaldandola con le mani, si adatta alla forma dell’alimento. Inoltre, contiene resina di pino al suo interno, che conferisce una perfetta capacità aderente, ottimale per conservare gli alimenti”, aggiunge Monica. Insomma, un prodotto versatile che funziona proprio come una seconda pelle: “Ha mille utilizzi, c’è chi lo usa come se fosse un piano di lavoro per far lievitare la pasta del pane, chi ci avvolge la saponetta da portare in viaggio al posto della custodia di plastica, chi incarta il panino da mangiare a scuola o a lavoro, chi conserva formaggi, frutta e verdura facilmente deperibili”, mi raccontano.

“Beeopak è per noi un’alternativa alla pellicola, ma non solo”. Come mi spiega Clarien, è un modo diverso per prendersi cura del cibo. “Nel momento in cui una persona compra un alimento, lo avvolge, lo conserva, lo presenta in tavola, ne gode e se ne nutre, dando così valore ai doni che la natura ci offre”.  

L’idea di una pellicola naturale riutilizzabile vuole ricordarci l’importanza di introdurre alternative sostenibili nella nostra quotidianità, a cominciare da subito. Beeopak rappresenta una delle sempre più numerose ed innovative soluzioni contro lo spreco e la cultura dell’usa e getta, che trova la sua soluzione ideale in una dimensione locale proprio perché capace di valorizzare i prodotti caratteristici di un territorio.

“Da quando abbiamo avviato il progetto nel 2018, l’attività è cresciuta molto. Abbiamo sempre più richieste da piccoli negozi locali che prediligono il biologico e la spesa sfusa senza imballi oppure gruppi di acquisto collettivi o i privati, nonché realtà che stanno intraprendendo percorsi virtuosi. Ci accorgiamo che le persone sono curiose, vogliono cambiare e sono pronte a cambiare, cercando delle alternative più sostenibili”, mi raccontano.

Oltre ad una finalità ambientale, tramite Beeopak, Monica e Clarien stanno promuovendo intorno al progetto una dimensione sociale legata allo sviluppo di comunità. “Abbiamo avviato un rapporto di collaborazione con un’agenzia formativa sul territorio attivando degli stage nel nostro laboratorio per lavoratori svantaggiati, con l’idea che alcuni di questi stage si trasformino poi in tirocini e rapporti di lavoro. Stiamo inoltre sviluppando una dimensione educativa e pedagogica attraverso collaborazioni con musei, bioparchi e realtà attive nell’ambito dell’educazione, accompagnando i bambini, i ragazzi e i futuri cittadini del nostro domani verso la scoperta di soluzioni che, proprio come Beeopak, possono aiutarci a vivere in maniera più consapevole”. 

Intervista: Lorena di Maria e Paolo Cignini

Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/beeopak-pellicola-naturale-cura-cibo-ambiente-io-faccio-cosi-256/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Annunci

Con “biciXtutti” nuovi incentivi per favorire la mobilità sostenibile nei Comuni della provincia di Torino

I Comuni della Zona Ovest di Torino, nell’ambito del progetto “ViVO”, lanciano il bando biciXtutti, che assegna incentivi economici per l’acquisto di biciclette e rivolto a residenti, imprese, organizzazioni non profit e condòmini. Un programma sperimentale di mobilità sostenibile finalizzato alla riduzione dell’inquinamento e alla disincentivazione dell’utilizzo dell’automobile negli spostamenti casa-scuola e casa-lavoro. Quanto tempo passiamo al volante? Muoversi tutte le mattine per andare a lavoro imbottigliati nel traffico, le ricerche disperate di un parcheggio e persino l’abitudine all’utilizzo dell’auto anche negli spostamenti più brevi. Per non parlare dei costi economici e del “costo” che ricade sulla nostra salute, sul nostro umore e, non per ultimo, sulla nostra pazienza!  Ma se esistesse la possibilità di spostarci in altro modo, perché non approfittarne?

Ora ciò è finalmente possibile! I comuni della Zona Ovest di Torino si stanno infatti impegnando a promuovere politiche ambientali in tema di mobilità sostenibile su tutto il territorio, prevedendo l’assegnazione di contributi economici sull’acquisto di biciclette e altri mezzi leggeri a emissioni zero ad uso urbano, che disincentivino l’utilizzo dell’automobile.

Si tratta dell’azione “biciXtutti” che fa parte del “Progetto “Vi.VO” promosso dal Comune di Collegno, quale ente capofila, ed esteso a tutti i comuni della Zona Ovest di Torino quali Alpignano, Buttigliera Alta, Collegno, Druento, Pianezza, Grugliasco, Rivoli, Rosta, San Gillio, Venaria Reale e Villarbasse.

E’ un programma sperimentale di azioni fortemente integrate – sia di sostegno della domanda che di miglioramento dell’offerta di servizi di mobilità – finalizzate alla promozione di politiche ambientali e alla riduzione non solo dell’inquinamento atmosferico ma anche utilizzo massivo dell’automobile ad uso individuale. Insomma, un programma che favorisce nuove pratiche ed abitudini collettive improntate ad una maggior sostenibilità.

Su quali mezzi sono applicati gli incentivi?

I mezzi disponibili su cui ottenere un incentivo sono le biciclette a pedalata assistita (nello specifico velocipedi dotati di un motore ausiliario elettrico avente potenza nominale di 0,25 kW), biciclette tradizionali da città, biciclette pieghevoli, minibici, gravel bike e mountain, cargo bike attrezzate per la consegna ed il trasporto di merci o persone, tricicli, handbike e tandem. Come si legge dal bando, “gli obiettivi del progetto sono promuovere la mobilità alternativa per tutte le categorie di utenti, incentivare l’utilizzo di mezzi di mobilità sostenibile all’interno del territorio comunale e creare una relazione positiva con i cittadini sui temi della mobilità sostenibile”.

Chi sono i destinatari?

Trattandosi di un progetto che intende ridurre gli spostamenti in auto e promuovere la mobilità sostenibile nei tracciati casa-scuola e casa-lavoro, coloro che possono accedere al servizio sono in primis i residenti dei Comuni inclusi nel Patto Ovest di Torino, con un contributo esteso anche ai minori residenti che abbiano compiuto i 6 anni di età. Ad ogni richiedente potrà essere concesso un solo contributo di acquisto, ad eccezione del caso in cui si acquisti per uno o più figli minorenni.  Altri destinatari sono organizzazioni senza scopo di lucro e persone fisiche o giuridiche titolari di partita iva attiva con sede operativa negli stessi Comuni.

La somma disponibile per l’attuazione dell’iniziativa, per l’anno 2019, è di 45.000,00 euro ed è finanziata con fondi del Ministero dell’Ambiente. L’entità dell’agevolazione è fissata al 50% della spesa effettivamente sostenuta in base alla tipologia di veicolo. Ai fini dell’erogazione del contributo il beneficiario si impegna a far monitorare per 2 mesi i propri spostamenti dal gruppo di lavoro del progetto e dall’Agenzia della Mobilità Piemontese per mezzo di un’applicazione sul proprio smart-phone o navigatore gps e detenere il mezzo acquistato per un periodo di almeno due anni a partire dalla data di liquidazione del contributo.

Per accedere ad ulteriori informazioni è possibile consultare il sito del “Patto Zona Ovest Torino”.

Foto copertina
Didascalia: Biciclette da città
Autore: Unsplash
Licenza: CCO Creative Commons

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/con-bicixtutti-nuovi-incentivi-favorire-mobilita-sostenibile-comuni-provincia-torino/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni+

“Too Good To Go”, l’app che combatte lo spreco alimentare

“Troppo buono per essere buttato” è il cibo invenduto di ristoranti, bar, panifici, hotel, supermercati e altre attività di ristorazione che, con la nuova iniziativa “Too Good To Go”, giunta a Milano e ora anche a Torino, verrà messo in vendita a prezzi ribassati tramite l’utilizzo di una applicazione, coinvolgendo sempre più persone alla lotta contro gli sprechi alimentari.

Vetrine piene di prelibatezze, abbondanza di alimenti di ogni forma e colore tra i banchi del supermercato, specialità dei ristoranti che aspettano solo di essere gustate. Tanto, troppo cibo appetitoso e pronto per essere consumato che ha un solo problema: è rimasto invenduto e andrà incontro ad un unico, triste destino… finire nell’umido. Negli ultimi anni, anche a fronte di una maggior sensibilità ad una filosofia anti-spreco, le soluzioni per salvaguardare il cibo sono aumentate in modo significativo, attraverso pratiche virtuose che coinvolgono sempre più soggetti.
A Torino è recentemente arrivata Too Good To Go, l’iniziativa che consente alle attività di ristorazione di recuperare il cibo fresco invenduto, permettendo allo stesso tempo ai consumatori, tramite l’utilizzo di un’applicazione, di ordinare il proprio pasto a prezzi ribassati. Quali sono i reali costi dello spreco del cibo? Iniziamo dal fatto che, a scala globale, ogni anno circa un terzo degli alimenti viene sprecato. Per quanto riguarda il caso italiano, come riportato sul sito di Too Good To Go, ogni anno più di 10 milioni di tonnellate di alimenti viene gettato via: “Sono 20 tonnellate per minuto, 317 kg ogni secondo… che corrisponde allo stesso peso di 190 Titanic! Non è assurdo? Questo spreco aumenta ogni giorno e in termini di spesa corrisponde a €17 miliardi l’anno. Sono circa €700 l’anno spesi da ogni famiglia per acquistare del cibo che infine finisce nella spazzatura”.

Too Good To Go rappresenta, in questi termini, un movimento anti-spreco che, nato in Danimarca, è giunto fino in Italia e parte dall’affermazione di Chad Frischmann, esperto del cambiamento climatico, il quale sostiene che ridurre gli sprechi alimentari sia una delle azioni più importanti che possiamo fare per contrastare il riscaldamento globale.
In Italia la missione del progetto si basa quindi sulla volontà di creare la più ampia rete anti-spreco che faciliti un trasformazione collettiva a partire dal cibo, per generare un cambiamento positivo nella società.

“Il cibo viene continuamente sprecato durante l’intero processo che lo porta dalle fattorie alle nostre tavole. Non sono solo gli alimenti in sé che vanno sprecati, lo sono anche tutte le risorse necessarie per produrli, dall’acqua, alla terra, al lavoro delle persone. Se sprecato, il cibo ha un effetto dannoso sull’ambiente in quanto è responsabile dell’8% delle emissioni globali di gas serra” si legge sul sito.

Ma come funziona Too Good To Go?

Accedere al servizio è facile: le attività di ristorazione iscritte all’applicazione metteranno in vendita le cosiddette “Magic Box”, ovvero delle “confezioni magiche” al cui interno si possono trovare prodotti freschi a prezzi ribassati, tra i 2 e i 6 euro. I consumatori, geolocalizzandosi ed individuando i locali inclusi nella rete, potranno quindi ordinare e acquistare online il prodotto, ritirandolo nel negozio interessato. Il cibo proviene ad esempio da bar che hanno cucinato troppi prodotti freschi che non possono essere conservati, oppure da ristoranti che non hanno venduto tutti i piatti che hanno preparato. La particolarità dell’iniziativa è che il consumatore scoprirà il cibo che ha acquistato soltanto nel momento in cui ritirerà la Magic Box. Attraverso il progetto si vogliono incoraggiare i clienti a portare da casa i propri contenitori, col fine di limitare l’uso di imballaggi ed inoltre ogni Magic Box acquistata permetterà di evitare l’emissione di 2 kg di Co2.

Il progetto “Too Good to Go” rappresenta una soluzione “win-win-win” che si basa sulla strategia del “vincere assieme” ed in cui tutti gli attori coinvolti traggono benefici cooperando per un medesimo scopo. Combattere lo spreco rappresenta in questi termini un vantaggio per tutti: per le attività di ristorazione, che in questo modo potranno ridurre le eccedenze alimentari ed espanderanno la propria clientela; per i consumatori, che potranno avere a disposizione pasti freschi e a costi ribassati; per il pianeta, attraverso piccoli cambiamenti nelle nostre azioni quotidiane che possono realmente fare la differenza.

Foto copertina
Didascalia: Lotta allo spreco alimentare
Autore: Too Good To Go
Licenza: Sito Ufficiale Too Good To Go

Fonte: http://piemonte.checambia.org/

Torino, la città del cinema che parla di ambiente

Gaetano Capizzi, fondatore e presidente di CinemAmbiente, ripercorre la storia del festival nato a Torino oltre vent’anni fa, riflettendo sulla crescita della coscienza ambientale ed il suo influsso sulle produzioni cinematografiche.

Dai fratelli Lumière ad oggi l’ambiente ha sempre fatto parte del cinema assumendo una rilevanza e connotati diversi in accordo con la coscienza ambientale che si è andata via via sviluppando nell’opinione pubblica. La questione ambientale, oggi, non è rappresentata soltanto nei documentari ambientalisti ma è presente anche nel cinema mainstream, in linea con quella sorta di “egemonia culturale” dell’ambiente che oggi domina l’arte e l’immaginario. E questo non può che essere positivo.  Il cinema ambientalista, in particolare, ha adottato negli anni vari linguaggi e oggi mostra come suo fine evidente un forte richiamo all’azione di tutti, andando così oltre la denuncia e l’allarmismo. Di cinema e ambiente, della crescita della coscienza ambientale e del suo influsso sulle produzioni cinematografiche ha parlato il fondatore e direttore di CinemAmbiente Gaetano Capizzi, intervenuto ad un seminario su “Ambiente, cultura e spettacolo” organizzato dalla Federazione Italiana Media Ambientali (FIMA) presso l’auditorium del ministero dell’Ambiente di Roma.

Capizzi ha ripercorso la storia del festival cinematografico CinemAmbiente nato alla fine degli anni ’90 a Torino e giunto oggi alla sua 22esima edizione, che si terrà dal 31 maggio al 5 giugno nel capoluogo piemontese. Di anno in anno crescono le proposte ed il pubblico, che diviene sempre più giovane e variegato.

“Il festival CinemAmbiente è nato in un periodo di riflessione e sperimentazione sulla comunicazione, l’informazione e l’educazione ambientale. L’intento era quello di trovare la chiave per comunicare al grande pubblico in modo corretto i temi ambientali, che sono scientifici e complessi. Torino per un fortunato connubio era la città del cinema e la città dove le associazioni ambientaliste erano ben radicate: dall’unione tra persone che come me si occupavano di cinema ed attivisti ambientali è nato CinemAmbiente”.

La prima edizione ha avuto luogo nel 1998 ma il processo che ha portato alla nascita del festival era stato avviato due anni prima. “Nel 1996, decennale di Chernobyl, tutto il mondo cercava di ricordare quel momento con tante iniziative. Torino quell’anno ha presentato una rassegna cinematografica dedicata al disastro nucleare. Abbiamo scoperto infatti l’esistenza di vari filmati e siamo riusciti a trovare e presentare delle immagini impressionanti dei momenti dell’esplosione.  Era anche un periodo in cui era stata tolta la segregazione sugli esperimenti nucleari americani. Con la rassegna, dunque, abbiamo avviato una riflessione sul nucleare ed il risultato è stato un evento che ha riscosso molto successo di pubblico e critica. Abbiamo quindi pensato di estendere il racconto ad altre tematiche connesse all’ambiente e da lì è iniziata la nostra avventura”, ricorda Capizzi.

“Ci siamo trovati nel momento giusto: era il momento in cui esplodevano i problemi e iniziava a svilupparsi una certa consapevolezza. Negli ultimi 20 anni la crisi ambientale è divenuta evidente e ha iniziato ad influenzare anche l’arte. Oggi, ad esempio, ci sono scrittori che scrivono solo di tematiche ambientali e a Torino c’è un corso universitario di ecocritica, che consiste nella rilettura della letteratura dal punto di vista dell’ambiente. È un filone che attira molti studiosi e io spero che questa linea interpretativa venga estesa anche al cinema, perché anche i film possono essere riletti dal punto di vista della visione della natura”.

Il fondatore di CinemAmbiente fa notare che la natura ha sempre fatto parte del cinema, sin dai suoi albori. “Una delle prime immagini cinematografiche dei fratelli Lumière ritrae l’esplosione di un pozzo di petrolio. Poi ci sono stati grandi documentaristi come Robert Flaherty, pioniere e maestro del documentario, o l’italiano Vittorio De Seta che nella sua produzione riflette il cambiamento della Sicilia degli anni ’60. Il grande documentarismo, insomma, ha sempre guardato alla natura. Se prima però questa era lo scenario in cui si svolgevano fatti e drammi umani, ad un certo punto è divenuta protagonista. Poi, ancora, c’è stato un secondo momento coinciso con gli ultimi 20 anni in cui non si è più rappresentata la natura nella sua bellezza ma si è cominciato a puntare l’attenzione sui disastri ambientali”.

Gaetano Capizzi ricorda quindi che i primi documentari di questo genere erano realizzati e prodotti prevalentemente dalle associazioni ambientaliste e in particolare da Greenpeace che ha sempre focalizzato le proprie attività sulla comunicazione delle sue azioni a forte impatto simbolico o dimostrativo. In seguito le cose sono cambiate con l’avvio del filone del cinema ambientalista militante con alle spalle importanti firme e grandi case di produzione. “Si arriva così ad ‘Una scomoda verità’ di Al Gore, che a livello mediatico è stato una bomba, ha fatto scoprire i cambiamenti climatici al grande pubblico ed è uno dei documentari che ha incassato di più nell’intera storia del cinema. Un altro grandissimo successo è stato ‘The Cove‘, film sulla mattanza dei delfini che ha vinto l’Oscar”.

In Italia CinemAmbiente è divenuto il principale catalizzatore di questo genere che oggi più che mai è vivo e ha una produzione enorme. “L’anno scorso abbiamo ricevuto 3200 proposte di film per il nostro concorso”, dice Capizzi. “Più generale – continua – è evidente che l’ambiente in questi anni abbia sviluppato una sorta di egemonia culturale nell’immagine e nell’immaginario, e ciò a mio avviso è positivo. Si pensi alla pubblicità (non si può più vendere niente che non sia ‘green’, o perlomeno che sia spacciato come tale.) o allo star system che si è schierato dalla parte dell’ambiente (Leonardo DiCaprio, Madonna e tanti altri).

“Tutto il mondo del cinema è investito da questa egemonia culturale ambientale. Vedo un avanzare della sensibilità, un accoglimento della causa da parte degli artisti e del cinema mainstream, non solo ambientalista. Ormai è comune trovare il tema ambientale in molti film e film d’animazione ed è proprio così che alcuni ragazzi del movimento Fridays for Future hanno iniziato ad interessarsi ai temi ambientali, come hanno dichiarato loro stessi nelle interviste. Sarebbe interessante peraltro – aggiunge Capizzi – capire come una quindicenne, Greta, sia riuscita a smuovere milioni di giovani in tutto il mondo. C’è chi dice che si tratti di una moda, ma io non credo. Penso piuttosto che le nuove generazioni temano per il loro futuro e vogliano prendere in mano la situazione”.

“Di certo – afferma Capizzi – non si può dire che il cinema non abbia dato l’allarme sui cambiamenti climatici e sui problemi ambientali. Per molto tempo il cinema ambientalista è stato definito catastrofista e per questo accusato di allontanare il pubblico da questi temi. Con la nostra esperienza di CinemAmbiente vedo che i film degli ultimi periodi sono sì di denuncia ma non allarmisti e, soprattutto, danno informazioni pratiche su come fare a risolvere il problema di cui il film parla. Spesso alla fine del film c’è un decalogo delle azioni possibili da intraprendere nel concreto. Si tratta dunque di film che cercano di far uscire lo spettatore fuori dalla sala cinematografica con la speranza di poter far qualcosa in prima persona. Noi come utenti possiamo fare tanto, non tutto, ma molto sì. E il cinema oggi punta proprio a questo”.

Foto copertina
Didascalia: Environmental Film Festival
Autore: Cinemambiente
Licenza: Sito Ufficiale Cinemambiente
Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/torino-citta-cinema-parla-ambiente/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

A Torino nasce il quartiere “Abbasso Impatto”, dove i locali della movida diventano ecosostenibili

A Torino i locali del quartiere di San Salvario diventano… ecosostenibili! Partecipando al progetto di economia collaborativa “Abbasso Impatto” l’intero quartiere ha deciso di scommettere sulla riduzione degli impatti ambientali, offrendo prodotti e servizi economicamente ed ambientalmente ecosostenibili e contribuendo a favorire l’inclusione sociale di persone in difficoltà con iniziative finanziate dal progetto. Carta ecologica, detersivi sfusi, energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili e gas naturale CO2 free. Si chiamano “locali abbasso impatto” e rappresentano una piccola rivoluzione urbana improntata alla sostenibilità e destinata a diffondersi con entusiasmo sul territorio.

Il quartiere di San Salvario a Torino diventa promotore dell’ambiente con l’iniziativa dal nome “Abbasso Impatto”, un progetto di economia collaborativa sviluppato sul modello dei Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) che offre agli esercizi di ristorazione e ospitalità prodotti e servizi ecosostenibili sia da un punto di vista ambientale che economico.
Sono locali serali, b&b, hotel e ristoranti che decidono di aderire al progetto e di scommettere sulla sostenibilità per una ricaduta positiva sul territorio.

Finanziato da AxTO – Azioni per le Periferie Torinesi, il progetto ha come obiettivo “mitigare” gli effetti della movida grazie all’adozione di prodotti e servizi poco impattanti, oltre che, ancor più importante, diffondere una nuova cultura basata sulla progressiva riduzione dei rifiuti e di una sensibilizzazione che faccia nascere nuove consapevolezze sia per i consumatori che per le stesse attività commerciali. Perché diventare un locale “abbasso impatto”? Innanzitutto per lasciare un’impronta positiva sull’ambiente, ma anche per ottenere forniture di prodotti e servizi ecosostenibili a prezzi ridotti tramite acquisti di gruppo e favorire l’inclusione sociale di persone in difficoltà con iniziative finanziate dal progetto. Tramite l’Agenzia per lo Sviluppo di San Salvario onlus, infatti, parte del ricavato delle attività andrà a finanziare progetti sociali della Casa del Quartiere di San Salvario.

Il progetto è un’idea di Verdessenza Soc. Coop, realtà torinese che ha fatto della sostenibilità il suo credo, portando avanti da anni progetti per la riduzione dei consumi, operando nell’ambito della sostenibilità ambientale attraverso la promozione e lo sviluppo di stili di vita ecologicamente compatibili. Insomma, si tratta di un laboratorio sperimentale pensato per scambiare informazioni e sollecitare le persone a tenere conto dell’impatto ambientale e culturale delle nostre decisioni.

“Dopo aver somministrato un questionario a un campione di esercizi pubblici del quartiere per verificare le loro esigenze, abbiamo deciso di cominciare la sperimentazione proponendo tre categorie: detersivi alla spina con tensioattivi di origine vegetale, carta certificata Ecolabel europeo e FSC Recycled (dai tovagliolini agli strofinacci) ed energia elettrica da fonti rinnovabili affiancata al gas naturale CO2 free”, spiegano i responsabili del progetto.

Fornitori e prodotti sono selezionati sulla base di criteri minimi ambientali redatti attraverso parametri che garantiscono un processo produttivo più attento alla sostenibilità socio-ambientale.

“I detersivi sono di Colenghi srl, un’azienda locale che usa tensioattivi di origine vegetale e che pratica il vuoto a rendere sulle taniche, evitando la produzione di rifiuti in plastica – spiega Cosimo Biasi di Verdessenza Soc. Coop -.

L’energia arriva da Dolomiti Energia, un’azienda che produce energia elettrica 100% rinnovabile ed esclusivamente italiana in impianti idroelettrici certificati EMAS.  La carta-tessuto proviene invece dalla Cartiera Lucart, è al 100% riciclata grazie a un modello di economia circolare che recupera tutti i componenti degli imballaggi in tetrapak, da cui si ricavano le materie seconde per produrre carta tessuto e dispenser in alluminio”.

Accanto a questi, nei prossimi mesi si affiancheranno altre referenze in grado di rendere più eco i consumi dei locali del quartiere. “Una volta aderito al progetto, i gestori degli esercizi pubblici ci inviano il loro ordine e entro 5 giorni lavorativi viene fatta la consegna direttamente nel locale”.

Sono tre i “locali pilota” che per primi hanno preso parte al progetto, quali “Il Camaleonte Piola”, “Si Vu Ple” e “Tomato”, a cui ne seguiranno altri, per un quartiere fatto di sempre più esempi virtuosi.

“L’Agenzia per lo Sviluppo di San Salvario onlus, nostro partner insieme a Colenghi srl, contribuirà a diffondere il progetto. I contratti di luce e gas realizzati in convenzione con Dolomiti Energia consentiranno di sostenere borse di studio e attività nella Casa del Quartiere per i meno abbienti. In più abbiamo anche predisposto la figura dell’Ambasciatore, persona che diffonde il progetto tra i suoi locali del cuore, facendoli diventare più ‘verdi’”.

Foto copertina
Didascalia: Vita nel quartiere
Autore: Casa del Quartiere San Salvario
Licenza: Pagina fb Casa del Quartiere San Salvario

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/torino-nasce-quartiere-abbasso-impatto-dove-locali-movida-diventano-ecosostenibili/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

«Pedalare non è reato»: migliaia di ciclisti oggi nelle piazze

«Pedalare non è reato» è il titolo simbolico dato dal gruppo Bike Pride Torino all’iniziativa che si tiene oggi e che coinvolge, oltre al capoluogo piemontese, altre sei grandi città italiane. L’evento in risposta alle cariche della polizia nei giorni scorsi durante la critical mass.

All’evento è stato dato il titolo simbolico di “Pedalare non è reato” ed è stato promosso dal gruppo Bike Pride Torino dopo l’intervento della polizia in occasione della critical mass della scorsa settimana. Un appuntamento, che come sottolineano gli organizzatori, si è allargato ad altre città. Si stimano migliaia di ciclisti che scenderanno in a Torino e in altre sei città italiane (Roma, Napoli, Milano, Bologna, Genova Firenze) alle ore 19.

«Il presidio simbolico non è una pedalata non è una manifestazione di Bike Pride – sottolineano i promotori – L’associazione ha esclusivamente svolto il ruolo di megafono per dare voce ad un sentimento e un impulso comune che si è sollevato dopo i fatti di giovedì scorso a Torino. La bicicletta è un anticorpo contro l’inquinamento, uno strumento capace di ridurre i tanti effetti negativi del sistema traffico in ambito urbano, in primis quello legato alla sicurezza. Ma pedalare è pericoloso. Chi usa la bicicletta, anche solo per spostarsi di pochi metri, va sostenuto con tutte le forze, non certo criminalizzato».

Il 21 marzo scorso, durante la Critical Mass a Torino, un raduno di biciclette che, sfruttando la forza del numero, invadono le strade normalmente usate dal traffico automobilistico,  la polizia aveva caricato alcuni manifestanti all’incrocio tra Corso Vittorio Emanuele e Corso Re Umberto. Di qui, ci sono state polemiche e critiche nei confronti di quanto accaduto.

«Da sempre il nostro messaggio è inclusivo e aperto. Non scendiamo in piazza contro nessuno, tanto meno contro le forze dell’ordine, ma per promuovere una cultura e una mobilità che rispetta l’ambiente, le città e cittadini» hanno aggiunto i promotori.

«Stiamo vivendo un momento molto difficile, in cui il tema della sicurezza sta prendendo il sopravvento su qualsiasi altra questione – afferma Giulietta Pagliaccio, presidente Fiab, che sarà presente al presidio di Milano – Ci preoccupa moltissimo questa gestione dell’ordine pubblico che sembra non fare distinzione tra ciò che realmente può rappresentare un pericolo e quello che è, semmai, una situazione da tenere sotto controllo».

Fonte: ilcambiamento.it

A Torino arrivano i FOOD PRIDErs, fattorini in bicicletta contro lo spreco alimentare

Con il progetto Food Pride, e grazie al contributo della Compagnia di San Paolo, nasce la rete di recupero del cibo invenduto nei negozi di prossimità trasportata con biciclette e cargo bike verso i punti di raccolta e distribuzione dislocati in Pozzo Strada, Borgo San Paolo, Porta Palazzo e Borgo Vittoria

In occasione della Giornata Nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare di martedì 5 febbraio il progetto Food Pride entra nel vivo. Con i FOOD PRIDErs nasce la rete di recupero del cibo invenduto nei negozi di prossimità trasportata con biciclette e cargo bike verso i punti di raccolta e distribuzione dislocati in Pozzo Strada, Borgo San Paolo, Porta Palazzo e Borgo Vittoria.

Ma il progetto Food Pride non è solo questo. Alla base c’è l’esperienza di recupero e ridistribuzione del cibo nei mercati di Porta Palazzo, corso Racconigi, corso Brunelleschi e Borgo Vittoria che verrà estesa anche ai mercati di via Porpora, corso Taranto, Nichelino e altri comuni della prima cintura torinese superando di fatto i confini comunali per diffondere pratiche virtuose anche all’area metropolitana. Per tutto il 2019 verranno messe in campo una serie di attività di informazione e sensibilizzazione sullo spreco alimentare e sulla corretta alimentazione. Ad essere coinvolte saranno le scuole torinesi di tutti i gradi con lezioni ad hoc sul tema dello spreco alimentare e la corretta gestione dei rifiuti. Parte del cibo invenduto verrà utilizzato nei laboratori di cucina antispreco rivolti a persone che vivono in condizione di marginalità, e per coinvolgere il resto della cittadinanza sono previsti incontri con nutrizionisti, cene sociali, eventi nelle piazze e momenti di formazione sulla Legge Gadda. Insomma un ventaglio di attività per porre le basi di una vera cultura cittadina sull’uso consapevole delle risorse e il riutilizzo delle eccedenze alimentari, perché Food PRIDE significa Partecipare Recuperare Integrare Distribuire ed Educare: buone pratiche per ridare dignità agli scarti. Grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo, enti e associazioni torinesi hanno unito le forze per dare una risposta concreta al problema dello spreco alimentare sul territorio della Città di Torino e non solo. Il progetto Food Pride nasce grazie dalla volontà di mettere a sistema le esperienze maturate dall’associazionismo torinese e per questo le associazioni EUFEMIA, ECO DALLE CITTA’, RE.TE. ONG, LEGAMBIENTE METROPOLITANO, COOPERATIVA SOCIALE AERIS, ASS. POPOLARE DANTE DI NANNI, SCS LA RONDINE, ASSOCIAZIONE MISTERIA, ASSOCIAZIONE COMMERCIANTI C.SO BRUNELLESCHI, PARROCCHIA SAN BERNARDINO, COOPERATIVA SOCIALE RAGGIO, il Comune di Torino e l’Asl Torino si sono messi in rete per proporre un’alternativa possibile.

Ogni anno nel mondo circa il 40% del cibo viene sprecato, diventando rifiuto senza nemmeno raggiungere la tavola. Lo spreco riguarda l’intera filiera della sua produzione, dal food waste delle prime fasi (semina, coltivazione) ai food losses dell’ultima fase (distribuzione, vendita e consumo) diviene, in virtù della sua ampia portata, uno dei più significativi fattori che impediscono l’accesso di tutti all’alimentazione quale diritto inalienabile. In Italia nonostante il contrasto allo spreco alimentare sia entrato da qualche anno nell’agenda politica nazionale e locale, le cose non vanno meglio. Secondo il Food Sustainability Index ogni italiano getta nella spazzatura non meno di 65kg di cibo buono all’anno. Non bisogna arrendersi, basta davvero poco per rimettere i nostri comportamenti su di un binario sostenibile. Basta un solo esempio per comprendere i risvolti positivi delle azioni di messe in campo da Food Pride: nel mercato di Porta Palazzo grazie al recupero quotidiano del cibo ancora edibile – nel solo 2018 – sono state recuperate e redistribuite quasi 60 tonnellate di prodotti ortofrutticoli che altrimenti sarebbero finite tra i rifiuti. Un solo gesto ha permesso a più di 200 persone di poter provvedere al sostentamento della propria famiglia e contemporaneamente è stato impedito l’incenerimento di 60 tonnellate di cibo i cui costi economici e ambientali sarebbero ricaduti sulla popolazione torinese. Food Pride è un progetto aperto! Tutti coloro che fossero interessati a saperne di più o che volessero aderire per diffondere le buone pratiche sul contrasto allo spreco di cibo possono contattarci all’indirizzo email paneincomune@eufemia.eu o direttamente sulla nostra pagina Facebook @Food Pride Torino.

Fonte: ecodallecitta.it

Cesare Grandi: Lo Chef che a Torino offre biodiversità e cultura gastronomica

La storia di un cuoco rinomato che sceglie di proteggere antichi sapori, biodiversità e salute. Promuovendo il consumo critico, avvicina i clienti e i bambini alle conoscenze antiche e alle potenzialità che la cultura gastronomica italiana non ha ancora espresso. Una storia di autonomia, sapore e creatività.

Cesare Grandi è un rinomato chef di Torino che propone una cultura gastronomica ricca di conoscenze diverse.
Cresciuto in una famiglia di medici illuminati, oncologi, immunologi esperti di fitoterapia e nutrizione, pensò di voler proseguire la sua attitudine familiare alla salute iscrivendosi alla facoltà di medicina. Scoprì soltanto in seguito di voler impiegare queste conoscenze, ricevute per “induzione” familiare, unendo la forte attenzione al tema della prevenzione delle malattie con la ricerca del gusto e dei sapori. Quindi diventa Chef e approfondisce i molteplici aspetti legati alla produzione e preparazione del cibo, insieme a quelli connessi alla cultura dei territori e all’impatto sull’ambiente. Ora Cesare è un cuoco rinomato ed il suo ristorante, La Limonaia Food as Culture, è considerato anche un punto di riferimento in cui vengono offerti cibo locale, genuino e legato ai saperi tradizionali, rielaborato con creatività e voglia di promuovere salute e ambiente.

Ho scelto di essere “piccolo“, autonomo, per poter garantire cibo artigianale distanziandomi dalla ristorazione dei grandi numeri, dei grandi spazi, dei marchi famosi e degli alimenti più industriali. Scelgo i miei fornitori, produttori, allevatori per poter differenziare l’offerta culinaria e promuovere chi protegge il territorio, chi usa metodi naturali”.

Le tradizioni culinarie delle diverse zone d’Italia, dal mare agli Appennini, dalle campagne alle Alpi, sono il nostro vero patrimonio, la nostra ricchezza e ce la riconoscono in tutto il mondo. Diffondere una cultura gastronomica varia e che racconti la biodiversità dei luoghi aiuta a creare identità e ricchezza del territorio, aiuta a custodire gli antichi saperi.”

Cesare investe molte energie nel diffondere conoscenze che integra tra quelle provenienti dai suoi studi gastronomici, dei saperi tradizionali locali e dall’imprinting familiare.  

“Il rapporto con i piccoli produttori mi spinge a far conoscere ai clienti la stagionalità dei prodotti, le scelte etiche della filiera, le storie della natura e di come anche oggi si possa scegliere la qualità alla quantità. Ad esempio, nei miei piatti, utilizzo piante e fiori spontanei potendo spiegare sia i loro effetti sull’organismo, sia l’apporto del metodo di preparazione che ho scelto: il sapore è il risultato che mi piace condividere.”

Da 4-5 anni Cesare ha attivato un progetto per i più piccoli, delle scuole elementari e medie: Assaggi.
“L’intento è accorciare la distanza dei bambini dalle materie prime che consumano. Anche se sui mass-media si parla moltissimo di cucina, le persone, e quindi anche i bambini hanno una conoscenza superficiale e spesso falsata degli alimenti ed un rapporto con l’alimentazione meno “nutriente” di quello che dovrebbe essere. Insegno il consumo critico giocando, una parte teorica e una sensoriale, attraverso fiabe ed esperienze dirette. Ad esempio in una classe c’era un bambino non vedente allora ho fatto bendare tutti i partecipanti e abbiamo lavorato sugli altri sensi, odorando, toccando e assaggiando. Mangiare è anche scoprire. Per raccogliere l’esperienza del progetto “Assaggi” è in lavorazione un libro sull’educazione alimentare nei bambini. Uno dei miei obiettivi è quello di collaborare con le mense scolastiche ma è veramente difficile, un po’ per i cavilli burocratici e un po’ perché cambiare abitudini in termini di qualità della conservazione, della gestione degli sprechi, delle trasformazione utili e pregiate delle rimanenze è faticoso. Ma la ristorazione nelle scuole potrebbe essere una vera opportunità di crescita sociale ed economica. L’Italia ha enormi potenzialità”.

Tra le altre cose Cesare produce grissini artigianali prodotti con il lievito madre della Limonaia che saranno messi in commercio con il packaging realizzato da Luciana Delle Donne di Made in Carcere.  Inoltre, in occasione dell’evento “La Joie de vivre” di Micol Ferrara, Cesare presenterà un nuovo menu dedicato alla Sicilia e annuncerà una serie di eventi che vedranno la collaborazione tra Cesare e Made in Carcere.

Lontano dalle massificazioni del gusto e dei circuiti economici della ristorazione dei grandi investimenti, Cesare unisce le sue passioni alle scelte etiche personali: attenzione, cura, pazienza e rispetto per poter vivere della propria creatività, offrendo sapori unici e cultura.

Foto copertina
Didascalia: Cesare Grandi
Autore: La Limonaia – Food as Culture
Licenza: La Limonaia – Food as Culture

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/cesare-grandi-chef-torino-offre-biodiversita-cultura-gastronomica/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Toward 2030: La street art di Torino racconta gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile

Ha recentemente preso avvio a Torino il progetto “TOward 2030”, la cui finalità è promuovere la diffusione dei Global Goals, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile definiti delle Nazioni Unite, attraverso la street art. Sono 17 gli artisti che interpreteranno i rispettivi 17 Sustainable Develpoment Goals, attraverso un’iniziativa volta a conciliare arte, sostenibilità e cambiamento.

TOward 2030. What Are You Doing?“. È una domanda, una provocazione, uno spunto di riflessione sul ruolo che noi tutti abbiamo nei confronti dell’ambiente e della salute del nostro pianeta. È un progetto che nasce a Torino e che, entro il 2019, vedrà i muri della città colorarsi di messaggi pro-positivi, di buone pratiche e spunti di riflessione: obiettivo è trasformare i luoghi di Torino in 17 opere urbane, permettendo agli street artist torinesi, italiani e internazionali di reinterpretare ognuno uno dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite in un’ottica nuova, creativa e personalizzata.

Ma cosa sono questi “Obiettivi di sviluppo sostenibile”, ormai sulla bocca di tutti?

I Global Goals sono un insieme di visioni ed al contempo veri e propri obiettivi contenuti in un grande piano d’azione che coinvolge i governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. Si tratta di importanti questioni per lo sviluppo globale tra le quali la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame e il contrasto al cambiamento climatico, che dovranno essere raggiunti da tutti gli Stati entro il 2030. Sono obiettivi che riguardano tutti i Paesi e gli individui, capaci insieme di costruire un futuro migliore ed un pianeta più sostenibile.

Torino diventa la prima città al mondo ambasciatrice dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, convogliandoli in opere artistiche disseminate per la città.  Il progetto, ideato dalla Città di Torino e da Lavazza, fa emergere ancora una volta la grande responsabilità della cultura, intesa come motore di rigenerazione urbana e cambiamento.
“È un’iniziativa di Street Art che parla di sostenibilità e che entro la fine del 2019 renderà la città, dal centro alla periferia, un amplificatore dei 17 Goals delle Nazioni Unite. È proprio il linguaggio universale della street art a voler scuotere e spingere all’azione, così si rivolge ai cittadini, ai passanti e ai turisti con una domanda diretta e provocatoria – What are you doing? E tu, che cosa stai facendo? – per ricordare a tutti come il 2030 sia dietro l’angolo, mentre la strada da percorrere per salvaguardare il pianeta sia ancora tutta in salita”.

L’iniziativa è pensata come un progetto replicabile che possa essere riprodotto anche in altre città, attraverso nuove ed originali forme di pura creatività. Al momento sono state realizzate le prime cinque opere a cui seguiranno le successive, che verranno realizzate entro il 2019.

Global goal 1: “No Poverty”

Sconfiggere la povertà nelle diverse forme in cui questa si presenta quali fame, guerre e condizioni sociali. Si tratta di una lettura approfondita quella dell’artista ZED1 che, in Lungo Po Antonelli, ha creato un’opera che cattura fortemente l’attenzione grazie ai numerosi dettagli che la compongono: un portafoglio ricolmo di terra come sfondo; delle zone all’ombra dove sono riposti degli oggetti che ricordano inquinamento, corruzione, mancanza di salute e di educazione; un sole in posizione centrale che simboleggia la speranza ed un futuro prospero e positivo in cui porre fine ad ogni forma di povertà.

Global goal 2: “Zero Hunger”

Ridurre ed eliminare la fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile: questi sono gli obiettivi previsti per il 2030, proprio come raccontato dall’opera del collettivo torinese Truly Urban Artists che ha realizzato in Porta Palazzo un’opera che, partendo dal termine latino “cultus”, rimanda alla stretta corrispondenza tra i concetti di coltivazione/coltura e cultura/educazione.

Global goal 4: “Education: the Perfect Circle”

È l’opera dello street artist Vesod, noto a livello internazionale, che sottolinea il diritto ad un’istruzione di qualità, rafforzata dal contesto nella quale si inserisce, ovvero il Campus Universitario Luigi Einaudi. L’opera dà forma a uno speciale ciclo vitale in cui uomo, natura e conoscenza vivono in equilibrio, crescendo insieme. “Ho voluto mettere l’accento sull’educazione alla sostenibilità – ha spiegato Vesod – e sul diritto di tutti ad un’istruzione di qualità che è la base per migliorare la vita delle persone. Nella mia opera l’uomo è albero e la biblioteca, simbolo della conoscenza, è natura. Perché uomini, natura e conoscenza possono crescere insieme in un ciclo virtuoso. D’altra parte, gli uomini hanno imparato a fare la carta dagli alberi e dalla carta i libri, strumento principe della conoscenza”.

Global goal 11: Sustainable cities and communities

Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili: queste sono le sfide delle città, immaginate come portatrici di opportunità, prosperità e crescita per tutte le persone.  L’opera, realizzata da Ufo5, nonché dall’artista Matteo Capobianco, ritrae un cervo, simbolo di fecondità e del rinnovo continuo della vita e dei ritmi di crescita, morte e rinascita. Nella parte superiore dell’opera, afferma l’artista, “una città si eleva sopra tutto, la città ideale, che non può esistere senza il suo essere sostenibile, se non in armonia con il ciclo della vita naturale“.

Global goal 14: Life Below Water

L’obiettivo è tutelare la vita sott’acqua, proprio come racconta il goal 14: “conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per garantirne lo sviluppo”.

Un’attenta gestione di questa fondamentale risorsa globale è alla base di un futuro sostenibile: gli oceani assorbono circa il 30% dell’anidride carbonica prodotta dagli umani, mitigando così l’impatto del riscaldamento sulla Terra ed inoltre la loro temperatura, la composizione chimica, le correnti influenzano i sistemi globali che rendono la Terra un luogo  ivibile per il genere umano. In Corso Regina Margherita si parla di salvaguardia degli oceani e delle risorse marine attraverso l’opera dello street artist Mr Fijodor che raffigura una balena, che l’artista ci ricorda essere il più grande mammifero marino, ma anche uno dei più vulnerabili, che rappresenta la fragilità dell’ecosistema marino e la vittima dello sfruttamento degli uomini.

Foto copertina
Didascalia: Toward 2030: Global Goal 1
Autore: Pagina fb Zed1

Fonte: http://piemonte.checambia.org

Atelier Héritage, dove i bambini progettano la città

Imparare a conoscere la città ed il territorio in cui viviamo è fondamentale e se ciò avviene attraverso l’arte e la creatività, si finisce col non poterne fare più a meno. Atelier Héritage, laboratorio permanente attivo in Barriera di Milano a Torino, è dedicato ai bambini e ai ragazzi ed è finalizzato a farli divenire protagonisti attivi dei luoghi in cui vivono.atelier-heritage-i-bambini-progettano-la-citta

Atelier Héritage è un laboratorio permanente dove la creatività è di casa ed in cui pennarelli, fogli da disegno e matite sono gli strumenti per conoscere, pensare e dare vita alla città. Protagonisti di questa realtà sono i bambini e i ragazzi delle scuole elementari e medie di età compresa tra i 6 e i 13 anni che vivono in Barriera di Milano e che hanno la possibilità non solo di scoprire la storia, le persone e le caratteristiche del quartiere che abitano ma bensì ripensarlo e trasformarlo, dando libero sfogo alla propria curiosità e creatività. Il laboratorio ha sede nello spazio multifunzionale di via Baltea 3, le cui attività proposte si trovano in forte continuità con la connotazione sociale ed aggregativa del luogo e favorisce progettualità che esaltano le diversità in tutte le loro forme: culturali, sociali e linguistiche.

Mariachiara Guerra è ideatrice e fondatrice di questo progetto e, grazie alla grande passione per il patrimonio culturale, la storia e la valorizzazione del territorio derivante dai precedenti studi nell’ambito dell’architettura e dell’insegnamento, ha dato vita ad uno spazio dedicato alla conoscenza attiva e alla fruizione consapevole del patrimonio culturale del luogo, di cui i bambini sono testimoni.  Nella seguente intervista ci racconta la sua esperienza.

Quando nasce Atelier Héritage?

“Atelier Hèritage nasce alla fine dell’anno 2013 come laboratorio che, all’interno di un contesto urbano, vuole favorire l’avvicinamento e la conoscenza attiva del patrimonio culturale e territoriale in cui i bambini si fano testimoni della storia urbana in cui crescono con le famiglie, portatrici di culture e storie. Se la fruizione dei musei è riservata a chi ha un accesso alla cultura facile, i soggetti più fragili ed in condizioni di marginalità economica, sociale o linguistica ne risentono, per cui l’idea è quella di portare il modello della didattica museale fuori dalle istituzioni e all’interno del territorio, facendolo diventare una presenza stabile in un percorso di conoscenza più strutturato e continuativo”.atelier-heritage-i-bambini-progettano-la-citta-1536567831

Perchè Barriera di Milano?

“Il territorio scelto come riferimento è Barriera di Milano proprio perché presenta un contesto multiculturale variegato ed in cui le persone che lo abitano in molti casi non lo conoscono. Da questa situazione nasce la volontà di raccontarlo poiché anche se arriviamo da storie ed esperienze diverse, parliamo lingue diverse e proveniamo da background culturali diversi, passiamo attraverso uno spazio che è lo stesso per tutti. Per i bambini quest’operazione è più semplice rispetto agli adulti per il fatto che sono nati e scolarizzati nel nostro Paese ed hanno la capacità di esserne ambasciatori anche all’interno della famiglia”.

In cosa consistono le attività proposte?

“Ogni attività è immaginata come un percorso didattico che facilita la conoscenza del patrimonio culturale, da quella materiale che avviene tramite visite guidate, passeggiate di quartiere e percorsi urbani, a quella immateriale, attraverso progetti all’interno dell’atelier. In particolare, le due attività principali sono rappresentate dalla scuola estiva e da un laboratorio a cadenza settimanale. Nel 2014 sono stati avviati i primi laboratori pubblici nelle strade di Barriera e pian piano abbiamo dato vita ad un legame diretto con gli abitanti del territorio, cercando di capire quale fosse il modo più efficace per confrontarsi con loro. Abbiamo quindi costruito delle relazioni con diverse realtà tra le quali le scuole, che rappresentano gli interlocutori principali. Spesso le famiglie non vivono momenti di socialità oltre la scuola, per cui questa viene riconosciuta dai ragazzi come luogo quotidiano ed accogliente e gli insegnanti sono visti come figure di riferimento. Svolgere attività in collaborazione con le scuole favorisce quindi il clima di fiducia e l’apertura di un canale di comunicazione che in altri modi è difficile creare”.atelier-heritage-i-bambini-progettano-la-citta-1536567864

Come è strutturata la scuola estiva?

“La scuola estiva, avviata nel 2014 in concomitanza con il Festival dell’Architettura in Città, consiste in un programma di attività analoghe a quelle dell’estate ragazzi ed offre un supporto ai genitori, rispondendo il più possibile alle esigenze economiche delle famiglie. I bambini in questo modo hanno avuto la possibilità di scoprire il quartiere svolgendo laboratori con cui sono venuti a conoscenza della storia, dell’architettura e della sfera sociale di Barriera di Milano, scoprendo che la migrazione è in realtà un fenomeno ciclico di cui loro non sono i primi.
Col tempo le attività si sono arricchite di collaborazioni diverse che hanno dato vita ogni anno ad un nuovo tema: il tema della scuola estiva del 2015 è stato “Barriera è Casa Nostra”, durante la quale i bambini con l’aiuto dello scrittore Giuseppe Culicchia hanno scritto ed illustrato una guida turistica di Barriera, prendendo spunto dalle opere dell’autore. Nel 2016 il tema è stato “Changes”, proposto per facilitare la comprensione dei fenomeni di trasformazione di Barriera dal passato ad oggi, attraverso l’intervista ai nonni residenti che hanno raccontato ai bambini l’immigrazione nel dopoguerra. Nel 2017 il tema è stato poi “Il viaggio”, nato dall’idea di far raccontare ai genitori dei bambini il viaggio che in passato hanno intrapreso fino a Barriera. La scuola estiva del 2018 infine ha avuto come tema “Spazi liberi”, prendendo spunto dalla Biennale di Architettura di Venezia nella quale abbiamo declinato il tema dello spazio libero a partire dagli ambiti della letteratura e del teatro”.

Raccontaci dei laboratori settimanali di Atelier Héritage

“Ad ottobre 2014 abbiamo avviato il laboratorio settimanale di Atelier Héritage in via Baltea 3, nato come percorso didattico supplementare e parallelo agli apprendimenti scolastici che vuole raccontare ai partecipanti la storia e le vicende di trasformazione urbana del quartiere per mezzo di attività partecipate ed attraverso il contatto diretto con gli artisti del territorio, conducendo i ragazzi all’interno di uno spazio in cui loro vivono ma che ancora poco conoscono.
Il laboratorio, svolto il sabato mattina di ogni settimana, è strutturato per metà sotto forma di racconto e per metà come elaborazione pratica tramite la progettazione creativa degli spazi urbani. Recentemente abbiamo aperto un’altra sede nella Casa di Quartiere +SpazioQuattro di San Donato con la volontà di creare un modello che fosse asportabile da Barriera di Milano e adattabile ad un nuovo contesto cittadino”.atelier-heritage-i-bambini-progettano-la-citta-1536567884

Quali altri progetti ed attività svolgete?

Attualmente svolgiamo attività e percorsi in collaborazione con le scuole sostenuti da “Flashback”, la fiera contemporanea di arte antica e moderna che nasce con la volontà di avvicinare i bambini all’arte e alla cultura, tramite laboratori e visite didattiche a musei e gallerie; è inoltre attivo un percorso culturale di apprendimento e cittadinanza dal nome ConTEstudio, in collaborazione col Museo Ettore Fico e i Bagni Pubblici di via Agliè che ha coinvolto la scuola elementare Gabelli e Pestalozzi e la scuola media Bobbio. Il progetto ha coinvolto un totale di 150 famiglie, favorendo l’avvicinamento di queste all’istituzione museale e facilitando la messa in rete di scuola, musei ed istituzioni per sostenere le famiglie nel processo educativo dei propri figli”.

Raccontaci della tua esperienza con i bambini

“Questo lavoro rappresenta per me un arricchimento continuo, un esercizio di apertura mentale che mi permette di ottenere una visione del mondo più complessa ed infatti questo è per me un vero e proprio esercizio di educazione alla complessità, dove la bellezza di questo lavoro supera mille volte la fatica impiegata. Ogni bambino ha la sua storia, in molti casi si tratta di una storia non facile per cui la restituzione di ciò che ha appreso genera in me un ruolo di responsabilità nei confronti del mondo. Cerco di insegnare loro che se ognuno contribuisce a modo suo, ne risentiamo tutti positivamente. Ad esempio, nell’attività che abbiamo svolto con l’Istituto della Resistenza, i bambini di origini siriane hanno capito che è possibile la ricostruzione dopo la guerra, proprio come è successo in Italia. In quest’ottica ritengo che la storia rappresenti uno strumento di comprensione del contemporaneo che permette ai bambini di diventare più consapevoli. Loro hanno una ricchezza dentro che è ciò che io mi porto a casa tutti i giorni”.

Quali benefici apporta l’avvicinamento dei bambini al contesto urbano in cui vivono?
“Finalità delle attività e dei laboratori proposti è rendere i ragazzi più consapevoli delle origini, della storia e dei luoghi in cui vivono. Si tratta di un esercizio di cittadinanza che avviene già all’interno dei contesti scolastici ma che ha il grande limite di essere effettuato in uno spazio chiuso, mentre l’idea di effettuare un’attività all’interno di spazio urbano e tra le persone, dà loro la possibilità di cominciare ad intessere nuove relazioni sociali. Io sono convinta che la conoscenza e la cultura siano strumento di costruzione di cittadinanza e condivisione di positività. Ciò che mi dà molta soddisfazione infatti è che pian piano si sia creata una piccola comunità di famiglie che vengono da mondi e scuole diverse e che sono tuttora diventate parte della grande famiglia di Atelier Héritage”.

 

Foto copertina
Didascalia: Atelier Héritage
Autore: Atelier Héritage

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/atelier-heritage-i-bambini-progettano-la-citta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni