Petizione ‘per il valore del lavoro e del Mercato del Libero Scambio di Torino’

On line il testo dell’appello lanciato da Fondazione di Comunità Porta Palazzo, Fuori di Palazzo, Comitato Oltredora, Cohousing Numero Zero, Circolo Decrescita Felice

Oggi, in Piemonte c’è una legge di cui dovremmo essere fieri, per la quale è legale che delle persone si guadagnino da vivere, per sé e per le proprie famiglie, con un lavoro.

Un lavoro dignitoso, che evita di far entrare le persone che lo fanno nei circuiti dell’assistenza sociale.

Un lavoro che consente a quelli che comprano di poter disporre di beni di uso comune, carrozzine, vestiti, scarpe, piatti, letti, tavoli, bicchieri, giocattoli e molto altro, a prezzi compatibili con i soldi nelle loro tasche.

Un lavoro con un profondo valore ecologico ed etico, contro lo spreco e il consumismo fine a se stesso, che recupera oggetti destinati alle discariche, e dona loro una seconda, terza vita.

Un lavoro con regole, che consente ai raccoglitori/espositori di pagare al Comune l’utilizzo del suolo pubblico, il servizio di pulizia e l’organizzazione del mercato.

Domani, in Piemonte, un assessore regionale vorrebbe che, con un semplice tratto di penna, questo lavoro diventasse illegale, motivando la sua richiesta con supposti problemi di sicurezza e di degrado per i residenti.

A noi non sembra un problema di sicurezza un luogo allegro e vivace di incontro come lo è questo mercato. Piuttosto lo è uno scenario di sempre maggiore incertezza economica.

Non crediamo sia fonte di degrado un luogo in cui si incontrano persone diverse, italiani e non, poveri e non. Invece lo è una politica che non dà dignità al riuso, non dà valore a integrazione e incontro e non affronta le crescenti diseguaglianze. Chi ha visto e vissuto il mercato svolgersi sa che non ci sono problemi di sicurezza e di degrado. Non c’erano quando era il cuore del Balon, lo è tanto meno oggi, purtroppo relegato in periferia e lontano dai residenti.

È chiaro che non esiste alcun valido motivo per la proposta dell’assessore.

Nel video dell’intervista ad un giornale locale, alla domande del giornalista su possibili problemi di ordine pubblico in seguito alla chiusura l’assessore risponde che questo è compito delle forze dell’ordine e a quella sul mancato guadagno degli espositori, che il sostegno al reddito non è compito della regione. Vorrebbe che altri si occupassero dei problemi che lui intende creare.Qualcuno sostiene sia il bisogno di visibilità in vista della campagna elettorale per l’elezione del prossimo sindaco, qualcuno la semplice stupidità e pochezza.

Comunque sia, inconsistente o strumentale, questa proposta deve essere fermamente respinta. 

La città che vogliamo, è una città che non nasconde e ghettizza la povertà e i più deboli, ma che anzi offre loro spazi e strumenti di emancipazione. Anche per questo molti di noi si sono opposti allo spostamento del Libero Scambio da Porta Palazzo. Rivolgiamo quindi un appello a tutte le realtà responsabili, cittadini, associazioni, forze politiche perché ognuno per la sua parte, sul piano sociale, politico e amministrativo si opponga a questa decisione sbagliata replica watches, ingiusta e dannosa per tutti.

Il testo dell’appello su Change.org:

https://www.change.org/p/presidente-regione-piemonte-per-il-valore-del-lavoro-e-del-mercato-del-libe…

fonte: ecodallecitta.it

Mal’Aria edizione speciale: le città peggiori sono Torino, Roma, Palermo, Milano e Como

Nuovi dati raccolti da Legambiente nel report Mal’aria edizione speciale, in cui l’associazione stila una “pagella” sulla qualità dell’aria di 97 città italiane sulla base degli ultimi 5 anni – dal 2014 al 2018. Giorgio Zampetti: “Serve una politica diversa che non pensi solo ai blocchi del traffico e sporadiche misure”

Che aria si respira nelle città italiane e che rischi ci sono per la salute? Di certo non tira una buona aria e con l’autunno alle porte, unito alla difficile ripartenza dopo il lockdown in tempo di Covid, il problema dell’inquinamento atmosferico e dell’allarme smog rimangono un tema centrale da affrontare. A dimostrarlo sono i nuovi dati raccolti da Legambiente nel report Mal’aria edizione speciale nel quale l’associazione ambientalista ha stilato una “pagella” sulla qualità dell’aria di 97 città italiane sulla base degli ultimi 5 anni – dal 2014 al 2018 – confrontando le concentrazioni medie annue delle polveri sottili (Pm10, Pm2,5) e del biossido di azoto (NO2) con i rispettivi limiti medi annui suggeriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): 20µg/mc per il Pm10; 10 µg/mc per il Pm2,5; 40 µg/mc per il NO2. Limiti quelli della OMS che hanno come target esclusivamente la salute delle persone e che sono di gran lunga più stringenti rispetto a quelli della legislazione europea (limite medio annuo 50 µg/mc per il Pm10, 25 µg/mc per il Pm2,5 e 40 µg/mc per il NO2) e il quadro che emerge dal confronto realizzato da Legambiente è preoccupante: solo il 15% delle città analizzate ha la sufficienza contro l’85% sotto la sufficienza. Delle 97 città di cui si hanno dati su tutto il quinquennio analizzato (2014 – 2018) solo l’15% (ossia 15) raggiungono un voto superiore alla sufficienza: Sassari (voto 9), Macerata (8), Enna, Campobasso, Catanzaro, Grosseto, Nuoro, Verbania e Viterbo (7), L’Aquila, Aosta, Belluno, Bolzano, Gorizia e Trapani (6). Sassari prima della classe con voto 9 in quanto dal 2014 al 2018 ha sempre rispettato i limiti previsti dall’OMS per le polveri sottili (Pm10 e Pm2,5) e per il biossido di azoto (NO2) ad eccezione degli ultimi 2 anni in cui solo per il Pm10 il valore medio annuo è stato di poco superiore al limite OMS; analoghe considerazioni con Macerata (voto 8), in quanto pur avendo sempre rispettato nei 5 anni i limiti, per il Pm2,5 non ci sono dati a supporto per gli anni 2014, 2015 e 2016 che quindi la penalizzano. Le altre città sopra la sufficienza, pur avendo spesso rispettato i limiti suggeriti dall’OMS mancano di alcuni dati in alcuni anni, a dimostrazione che per tutelare la salute dei cittadini bisognerebbe comunque garantire il monitoraggio ufficiale in tutte le città di tutti quegli inquinanti previsti dalla normativa e potenzialmente dannosi per la salute.

La maggior parte delle città – l’85% del totale – sono sotto la sufficienza e scontano il mancato rispetto negli anni soprattutto del limite suggerito per il Pm2,5 e in molti casi anche per il Pm10. Fanalini di coda le città di Torino, Roma, Palermo, Milano e Como (voto 0) perché nei cinque anni considerati non hanno mai rispettato nemmeno per uno solo dei parametri il limite di tutela della salute previsto dall’OMS. Dati che Legambiente lancia oggi alla vigilia del 1 ottobre, data in cui prenderanno il via le misure e le limitazioni antismog previste dall’«Accordo di bacino padano» in diversi territori del Paese per cercare di ridurre l’inquinamento atmosferico, una piaga dei nostri tempi al pari della pandemia e che ogni anno, solo per l’Italia, causa 60mila morti premature e ingenti costi sanitari. Il Paese detiene insieme alla Germania il triste primato a livello europeo. Per questo con Mal’aria edizione speciale Legambiente chiede anche al Governo e alle Regioni più coraggio e impegno sul fronte delle politiche e delle misure da mettere in campo per avere dei risultati di medio e lungo periodo. Un coraggio che per Legambiente è mancato alle quattro regioni dell’area padana (Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto) che, ad esempio, hanno preferito rimandare all’anno nuovo il blocco alla circolazione dei mezzi più vecchi e inquinanti Euro4 che sarebbe dovuto scattare questo 1 ottobre nelle città sopra i 30 mila abitanti. Una mancanza di coraggio basata sulla scusa della sicurezza degli spostamenti con i mezzi privati e non pubblici in tempi di Covid, o sulla base della compensazione delle emissioni inquinanti grazie alla strutturazione dello smart working per i dipendenti pubblici.

“Per tutelare la salute delle persone – dichiara Giorgio Zampetti, Direttore Generale di Legambiente – bisogna avere coraggio e coerenza definendo le priorità da affrontare e finanziare. Le città sono al centro di questa sfida, servono interventi infrastrutturali da mettere in campo per aumentare la qualità della vita di milioni di pendolari e migliorare la qualità dell’aria, puntando sempre di più su una mobilità sostenibile e dando un’alternativa al trasporto privato. Inoltre serve una politica diversa che non pensi solo ai blocchi del traffico e alle deboli e sporadiche misure anti-smog che sono solo interventi palliativi. Il governo italiano, grazie al Recovery Fund, ha un’occasione irripetibile per modernizzare davvero il Paese, scegliendo la strada della lotta alla crisi climatica e della riconversione ecologica dell’economia italiana. Non perda questa importante occasione e riparta dalle città incentivando l’utilizzo dei mezzi pubblici, potenziando la rete dello sharing mobility e raddoppiando le piste ciclopedonali. Siamo convinti, infatti, che la mobilità elettrica, condivisa, ciclopedonale e multimodale sia l’unica vera e concreta possibilità per tornare a muoverci più liberi e sicuri dopo la crisi Covid-19, senza trascurare il rilancio economico del Paese”.

“L’inquinamento atmosferico nelle città – aggiunge Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente –  è un fenomeno complesso poiché dipende da diversi fattori: dalle concentrazioni degli inquinanti analizzati alle condizioni meteo climatiche, passando per le caratteristiche urbane, industriali e agricole che caratterizzano ogni singola città e il suo hinterland. Nonostante le procedure di infrazione a carico del nostro Paese, nonostante gli accordi che negli anni sono stati stipulati tra le Regioni e il Ministero dell’Ambiente per ridurre l’inquinamento atmosferico a cominciare dall’area padana, nonostante le risorse destinate in passato e che arriveranno nei prossimi mesi/anni con il Recovery fund, in Italia manca ancora la convinzione di trasformare concretamente il problema in una opportunità. Opportunità che prevede inevitabilmente dei sacrifici e dei cambi di abitudini da parte dei cittadini, ma che potrebbero restituire città più vivibili, efficienti, salutari e a misura di uomo”.

Focus Mal’aria: Tornando ai dati del report Mal’aria edizione straordinariai giudizi che ne seguono per le 97 città analizzate sono il frutto quindi del “rispetto” o “mancato rispetto” del limite previsto per ciascun parametro (inteso come concentrazione media annuale) rispetto a quanto suggerito dall’OMS per ogni anno analizzato. Tra gli altri dati che emergono: per le polveri sottili la stragrande maggioranza delle città abbia difficoltà a rispettare i valori limite per la salute: infatti per il Pm10 mediamente solo il 20% delle 97 città analizzate nei cinque anni ha avuto una concentrazione media annua inferiore a quanto suggerito dall’OMSpercentuale che scende drasticamente al 6% per il Pm2,5 ovvero le frazioni ancora più fini e maggiormente pericolose per la facilità con le quali possono essere inalate dagli apparati respiratori delle persone. Più elevata la percentuale delle città (86%) che è riuscita a rispettare il limite previsto dall’OMS[1] per il biossido di azoto (NO2). Il non rispetto dei limiti normativi imposti comporta l’apertura da parte dell’Unione europea di procedure di infrazione a carico degli Stati membri con delle conseguenze economiche per gli stessi.

Focus auto: Nel report Legambiente, inoltre, dedica un focus sulle auto come fonte principale di inquinamento in città e ricorda che le emissioni fuorilegge delle auto diesel continuano a causare un aumento della mortalità, come è emerso anche da un recente studio condotto da un consorzio italiano che comprende consulenti (Arianet, modellistica), medici ed epidemiologi (ISDE Italia, Medici per l’Ambiente) e Legambiente, nonché la piattaforma MobileReporter. Lo studio in questione stima per la prima volta in assoluto la quota di inquinamento a Milano imputabile alle emissioni delle auto dieselche superano, nell’uso reale, i limiti fissati nelle prove di laboratorio alla commercializzazione.  Se tutti i veicoli diesel a Milano emettessero non più di quanto previsto dalle norme nell’uso reale, l’inquinamento da NO2 (media annuale) rientrerebbe nei limiti di qualità dell’aria europei (già nel 2018). Invece il mancato rispetto ha portato alla stima di 568 decessi in più per la sola città di Milano, a causa dell’esposizione “fuorilegge” agli NO2 per un solo anno. Quindi per Legambiente si dovrebbero bloccare tutti i veicoli diesel troppo inquinanti, persino gli euro6C venduti sino ad agosto 2019. Lo studio si inquadra nella più ampia iniziativa transfrontaliera sull’inquinamento del traffico urbano Clean Air For Health (https://cleanair4health.eu/), progetto lanciato dall’Associazione europea sulla salute pubblica (EPHA) che coinvolge healthcare partner in diversi Stati Membri.

Proposte: Per aggredire davvero l’inquinamento atmosferico e affrontare in maniera concreta il tema della sfida climatica, servono misure preventive, efficaci, strutturate e durature. Tutto quello che non sta avvenendo in Italia. Per questo Legambiente torna a ribadire l’urgenza di puntare su una mobilità urbana sempre più condivisa e sostenibile, di potenziare lo sharing mobility e raddoppiare i chilometri delle piste ciclabili, un intervento, quest’ultimo, già previsto nei PUMS, i Piani urbani per la mobilità sostenibile, che i Comuni devono mettere in campo al più presto. Legambiente ricorda che la Legge di Bilancio 2019, che ha visto stanziare i primi bonus destinati ai veicoli elettrici (auto e moto), ha permesso di sperimentare la micromobilità elettrica, mentre con la Legge di Bilancio 2020 è stato possibile equiparare i monopattini con la ciclabilità urbana a cui si è aggiunto il bonus mobilità senz’auto. Tutte misure convergenti e allineate che sono proseguite, anche in tempo emergenziale attraverso i “decreti Covid-19”, con la definizione di nuovi percorsi ciclabili urbani, la precedenza per le bici e le cosiddette “stazioni avanzate”.

Fonte: Legambiente

Abito: scambiare gli indumenti per ricreare vestiti e comunità

A Torino è attivo il progetto “Abito” che, come suggerisce il nome, nasce per “abitare” un vestito ma anche la città: attraverso lo scambio e la trasformazione di vestiti di seconda mano, si occupa di contrastare la povertà e favorire l’integrazione di persone bisognose che, in cambio, mettono a disposizione tempo e competenze a favore della comunità. Più di 1 tonnellata di vestiti raccolti al mese e circa 700 persone sostenute all’anno: sono questi i dati dello storico servizio di distribuzione di abiti donati dai cittadini a Torino, che, dopo più di trent’anni, si è arricchito per trasformarsi in un progetto di inclusione sociale, dove il sostegno materiale è anche relazionale. “Abito” è sì un progetto di scambio di vestiti e attività ma soprattutto è un progetto di inclusione per contrastare la povertà e favorire l’integrazione. È pensato per coinvolge volontari ma anche sostenitori e beneficiari ed enti del territorio per creare una relazione circolare dove ognuno contribuisce con le proprie risorse.

Protagonista di questo progetto è l’associazione San Vincenzo de Paoli, in collaborazione con la Squadra Giovani della Croce Verde di Torino e cofinanziato dall’Unione europea – Fondo Sociale Europeo, nell’ambito del Programma Operativo Città Metropolitane 2014-2020. Il funzionamento è semplice: i cittadini donano i propri vestiti non più utilizzati al progetto Abito, che vengono ridistribuiti a coloro che ne hanno bisogno e che, in cambio dell’aiuto offerto, si metteranno al servizio della comunità, utilizzando parte del loro tempo e delle loro competenze. «Tutto ha inizio dalla donazione di vestiti di seconda mano e in buono stato da parte dei cittadini. Abito raccoglie i capi, li seleziona e li espone nella Social Factory, un vero showroom dove i beneficiari possono sceglierli, provarli e prenderli gratuitamente grazie a un’apposita tessera a punti».

Per ridurre gli sprechi, una parte dei vestiti viene successivamente rigenerata all’interno della sua sartoria popolare. «I capi di abbigliamento scartati, perché danneggiati o non ridistribuiti, vengono riparati o utilizzati come materia prima dalla sartoria realizzata ad hoc negli spazi di Abito» per dar vita a nuove creazioni di moda etica sostenibile. La sartoria popolare è infatti un laboratorio di promozione del saper fare sartoriale che include nuove formazioni professionali. Infine, il progetto prevede lo svolgimento di open days ed eventi di raccolta fondi per sensibilizzare sul tema della moda etica. Attraverso questi momenti i partecipanti possono scegliere tra i vestiti selezionati e contribuire i questo modo a dare sostenibilità economica al progetto. Attraverso un sistema che mira alla sostenibilità sociale, ambientale ed economica, il progetto nasce per stimolare nuove dinamiche partecipative, aiutare le persone bisognose che stanno vivendo situazioni di difficoltà e dar loro maggior dignità. Creando “welfare di comunità”, ogni cittadino contribuisce con le proprie risorse al benessere proprio e delle persone che lo circondano, il tutto superando le dinamiche assistenzialiste e riattivando nuove reti relazionali.

«Gli eventi di raccolta fondi contribuiscono all’autosufficienza del progetto e sensibilizzano i cittadini verso i valori del riuso, dell’upcycling e dell’impegno sociale». E proprio in questo modo, attraverso Abito, si riducono fortemente gli sprechi: attraverso il riuso, la rigenerazione e lo scambio dei capi di abbigliamento usati e di seconda mano, per creare una filiera totalmente a km0.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/09/abito-scambiare-indumenti-ricreare-vestiti-comunita/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

A Torino una vecchia fabbrica si trasforma in orto urbano per le api

Nel quartiere di Mirafiori sud, a Torino, sorge un vecchio edificio industriale, da molti anni dismesso. Dal suo recupero sta nascendo il progetto Orto Wow, non un semplice orto urbano, bensì un’oasi naturale dove si coltivano piante mellifere capaci di attirare le api, che qui potranno contribuire a creare biodiversità in città e stimolare l’apicoltura urbana, coinvolgendo i residenti nella cura di questo splendido angolo di natura. Nel bel mezzo del quartiere di Mirafiori sud, circondata da palazzi ed edifici industriali sorgerà una nuova casa che, a differenza di quelle del circondario, avrà delle ospiti d’eccezione: le api. Ci troviamo in via Onorato Vigliani e proprio qua si trova un vecchio complesso abbandonato, precedentemente adibito alla meccanizzazione agricola e ora in fase di riconversione, che ci dimostra come anche le zone più industriali possono diventare un luogo dove la natura riconquista i suoi spazi. Tutto questo grazie al contributo di Elena Carmagnani ed Emanuela Saporito, fondatrici di Orti Alti, associazione che, come vi abbiamo raccontato in un precedente articolo, stanno diffondendo a Torino la cultura del verde, attraverso la realizzazione di orti urbani sui tetti di edifici e palazzi.

Qui sta nascendo Orto Wow, con uno speciale giardino in cassoni per piante impollinatrici, un tetto verde coltivato a prato naturale e un grande apiario, per diffondere l’apicoltura nelle nostre città. Il pezzo forte del progetto è il “pollinator garden”, un giardino formato da 16 cassoni in legno disposti a creare percorsi e zone di sosta. Come ci spiegano Elena ed Emanuela, «In questi cassoni è in corso la semina e la piantumazione di piante mellifere, ovvero piante che, insieme al tetto verde, costituiranno il “pascolo” delle api e di altri insetti impollinatori».

Le piante mellifere coltivate, definite in collaborazione con il dipartimento di agronomia dell’Università di Torino, prevedono la semina di molteplici varietà di piante molto apprezzate dalle api come salvia, calendula, tarassaco, borraggine, papavero, senape selvatica, giglio, fiordaliso e iperico, oltre che il trapianto di timo, erba cipollina e menta. «Al suo interno si sperimenta l’utilizzo del “new soil”, un nuovo suolo rigenerato e creato per inserire terreno fertile nei parchi urbani che sono nati dall’abbandono di aree industriali, spesso di scarsa qualità e inadatto a qualsiasi uso».

 La realizzazione di Orto Wow rientra nell’ambito di ProGiReg, un progetto europeo finalizzato a sperimentare soluzioni “nature based” per la rigenerazione urbana e sociale delle città. Questi primi interventi infatti vanno nella direzione di avviare la riqualificazione di un complesso abbandonato che può essere rigenerato a partire da una sua nuova vocazione green. L’apiario è poi parte integrante del progetto e sarà curato dall’associazione Parco del Nobile che da molti anni si occupa di apicoltura urbana.L’integrazione dell’allevamento di api per la produzione di miele urbano con la realizzazione di orti e giardini melliferi è fortemente perseguita da OrtiAlti in molte sue realizzazioni. Come ci viene spiegato da Elena ed Emanuela, «Le piante mellifere si combinano perfettamente con le piante orticole e nel caso dell’Orto Wow l’inserimento delle attività di apicoltura rientra anche in un programma di Science Education che riguarda tutto il progetto. Inoltre, la presenza del mercato dei produttori di Coldiretti che qui si svolge, può essere messa in relazione con la produzione del miele WOW per innescare micro-economie di quartiere».

La fabbrica dismessa diventerà in questo modo un vero e proprio corridoio ecologico per favorire nuove connessioni e contribuire a riequilibrare gli ecosistemi naturali. Come ci viene spiegato, «Un corridoio ecologico è un’area verde studiata per preservare specie di animali e di piante, permettendo il passaggio graduale di animali e semi da un habitat all’altro. La possibilità di realizzare queste infrastrutture verdi all’interno delle città è fondamentale poiché permette di ripristinare la biodiversità biologica, cioè la variabilità di tutti gli organismi viventi e degli ecosistemi di cui fanno parte».

E saranno proprio gli abitanti del quartiere a prendersi cura e a mantenere il pollinator garden, occupandosi dei cassoni e dell’area dedicata all’orto, utilizzando lo spazio verde per lo svolgimento di attività ludiche. Il tutto grazie alla Fondazione Mirafiori che a pochi passi gestisce la Casa nel Parco, casa del quartiere di Mirafiori sud.

«Purtroppo la situazione Covid ha impedito di partire con il calendario di attività programmate da questo giugno e le iniziative sono state rinviate alla prossima primavera. Intanto però è iniziato un lavoro per la proposta di un patto di collaborazione per la cura dell’area che mette insieme la Fondazione Mirafiori, l’associazione Parco del nobile (che si occupa delle api), Coldiretti e un gruppo informale di cittadini appassionati di api e biodiversità che si chiama Comunità degli Impollinatori Metropolitani».

 L’obiettivo è di arrivare nei prossimi mesi alla firma di un patto con la Città per la gestione del giardino in cassoni, avendo a disposizione anche dei locali dell’edificio dove svolgere attività formative intorno ai temi della biodiversità e dell’apicoltura urbana.

Fonte: italiachecambia.org

Innesto, l’orto urbano che riqualifica la periferia educando al verde

Innesto è un progetto di orti urbani a Torino che, in questi anni, sta coinvolgendo la cittadinanza per riscoprire insieme la vera “arte del coltivare”. Qui si recupera il legame con la terra, si educa al verde, si trascorre il tempo insieme, valorizzando un’area periferica della città grazie al potere della collettività. Riqualificare aree cittadine, sottraendole alla speculazione edilizia, al degrado e all’inquinamento, realizzando orti urbani è già di per sé una risposta concreta a favore della collettività. A Torino c’è un’associazione che fa questo e molto di più:  educa al verde, recuperando il legame con la terra e con i cicli della natura.

Come? «Quando all’inizio del 2015, ci siamo ritrovati a immaginare Innesto, – racconta Sara Ceraolo, co-fondatrice e segretario dell’associazione – abbiamo semplicemente pensato a che genere di opportunità di contatto con il verde avremmo voluto nella nostra città e, non trovandone di rispondenti ai nostri bisogni, abbiamo deciso di crearla da zero». L’individuazione dei bisogni è l’azione preliminare per eccellenza, necessaria per la realizzazione di qualsiasi progetto. La chiave per il successo.  

La dimensione più innovativa di Innesto è proprio quella di non rientrare in una definizione canonica di “associazione di orticoltura”.  Oltre alla sperimentazione nel campo della produzione orto-floro-vivaistica, Innesto si dedica allo sviluppo di progetti a sfondo sociale, finalizzati alla sensibilizzazione della collettività. «Dietro alla possibilità di coltivare un metro cubo di terra in mezzo alla città, – prosegue Sara – si apre automaticamente una dimensione di cittadinanza attiva». Ecco perché tutti i progetti di Innesto includono momenti di aggregazione, come workshop, gruppi di lettura nell’orto, aperitivi e merende.  

«Il nostro tentativo – continua – è volto alla creazione di micro-comunità virtuose, ma si tratta di un processo lungo, che va continuamente alimentato».  Le iniziative, sempre gratuite e aperte a tutti, creano occasioni di incontro tra gli ortolani che coltivano i cassoni negli spazi gestiti dall’associazione, i cittadini col pollice verde ma anche semplici curiosi.

Ortoterapia? In un certo senso sì, perché il verde risponde a un bisogno, che non è solo legato al contatto con la realtà naturale, ma rivela una profonda connessione con il desiderio di appartenenza a un gruppo, che si riconosce nella condivisione di conoscenze che rischiano di andare perdute. Innesto fa parte di OrMe, rete degli orti metropolitani di Torino. Durante il lockdown, i decreti in vigore hanno impedito a tutti il raggiungimento dell’orto. Innesto però, insieme agli altri enti della rete, ha discusso con la Città di Torino e con tutti gli attori istituzionali per portare l’attenzione del governo nazionale e locale sul tema dell’orticoltura urbana. Durante quest’emergenza sanitaria, presto trasformatasi in emergenza sociale, la povertà alimentare, si è presto manifestata e per alcuni l’orto sta rappresentando una chance in più di contribuire a portare sulla propria tavola prodotti freschi e a costi molto ridotti. I mesi di marzo e aprile, tra l’altro, sono fondamentali per la semina e l’impostazione dell’orto. Dopo diversi tentativi e richieste, la Città di Torino il 20 aprile ha sbloccato gli accessi agli orti di proprietà (o in locazione) e il 10 maggio a quelli associativi (come Innesto), così gli ortolani hanno sono riusciti ad accedere nuovamente ai propri orti. L’organizzazione in rete con le altre realtà di orticoltura urbana ha dimostrato una fondamentale risorsa e punto di forza per l’interlocuzione con le autorità.

Inoltre, da ottobre 2019, gli ortolani del gruppo degli “Orti al Centro” hanno raccolto il testimone da Innesto e hanno iniziato ad autogestire il proprio spazio, rimanendo un gruppo informale con due referenti che oggi si interfacciano con il direttore del Parco Commerciale, che continua a coprire le spese del gruppo di ortolani poiché crede molto nel progetto. Si può creare “un Innesto” in altre città? «Il nostro progetto principale, Orti Dora in Poi, è strettamente legato al contesto di Parco Dora, il territorio nel quale si sviluppa». Con una lettura sensibile, può certamente essere replicato in altri contesti, analizzanndo i caratteri specifici del luogo scelto.

Allora, diamoci da fare! 

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/05/innesto-orto-urbano-riqualifica-periferia-educando-verde/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Borgopo’: “Così ho fatto rinascere la libreria che amavo da bambina”

Una giovane di Torino ha deciso di cambiare vita e lavoro per rilevare la libreria che nella sua infanzia amava e che, a distanza di anni, non sopportava di veder chiusa. Oggi la storica Borgopo’ ha riaperto i battenti e la sua proprietaria si impegna per farla tornare ad essere un punto di riferimento sociale e culturale per tutto il quartiere. Borgopo’ è una libreria di Torino recentemente riaperta da Alberta Vovk, che ha dato vita ad un luogo “magico” e accogliente dove incontrarsi per leggere o acquistare o un buon libro. È proprio Alberta a ripercorrere con noi la rinascita di questo storico spazio: una storia a lieto fine che sa di favola sin dall’inizio.

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La Libreria Borgopo’ (Foto di Giorgio Guarneri)

Raccontaci la storia della Libreria Borgopo’ e di come questa si è incrociata con la tua
La libreria nasce nel 1992 dalla passione per i libri di due brillanti signore torinesi. La libreria è sempre stata un punto di riferimento per il Borgo Po, amata e frequentata da diversi scrittori torinesi, ad esempio Nico Orengo, Carlo Fruttero e molti altri. Da bambina quando andavo a salutare i nonni che abitavano poco distante loro mi accompagnavano a comprare un libro (ricordo molto bene la collana Piccoli Brividi). In seguito la libreria è stata affidata ad una brillante ragazza che l’ha gestita fino a quando non è diventata mamma e ha dovuto chiuderla. “Da Grande” mi sono trasferita a vivere nel borgo e vederla chiusa ha smosso qualcosa dentro di me. Io sono ingegnere gestionale, ho lavorato per diverse multinazionali, mi sono occupata di programmazione e controllo della produzione, sono stata buyer, ho lavorato per anni in consulenza occupandomi di progetti prima in ambito della logistica poi in ambito finance sia in Italia che in Europa.

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Alberta Vovk nella Libreria Borgopo’

Ad un certo punto è capitata l’occasione di rilevare i muri della Libreria Borgopo’ e nonostante mi piacesse il mio lavoro è stato più forte il desiderio di un cambiamento a livello imprenditoriale. Forse dipende un po’ dal mio DNA; sia i miei bisnonni che i nonni erano artigiani qui nel Borgo. Provenendo da un altro ambiente mi sono resa conta che era necessario “imparare il mestiere” e per questa ragione mi sono rivolta ai Librai della Luxemburg (storica libreria del centro di Torino) che mi hanno aiutato ad avviare la Libreria e mi seguono per garantire la più alta qualità nelle scelte editoriali e da loro ho effettuato un training intensivo di 3 mesi.

Quali attività si svolgono presso la libreria?

Nella libreria si svolgono presentazioni, incontri con l’autore, corsi e workshop sia per bambini che per adulti ed anche mostre di giovani artisti. L’idea è di creare un salottino di cultura di cui parlare di tutto dalla Narrativa ai Tarocchi (tema a cui sono molto legata, ed ho frequentato un corso di Arcani Maggiori presso l’accademia dei Tarocchi. Si tratta di un approccio di crescita personale, evolutivo e non di cartomanzia).

La libreria è specializzata in qualche genere in particolare?

Nella libreria si possono trovare libri per ragazzi (da età prescolare ai giovani adulti), narrativa, saggistica, design, arte, giardinaggio, cucina ed un piccolo settore di qualità dedicato alla spiritualità. Inoltre si possono trovare alcuni libri per il supporto all’apprendimento.

Cosa puoi dirci di questo quartiere e che ruolo svolge la sua libreria al suo interno?

Borgo Po è un quartiere speciale, diverso da tutti gli altri. Si tratta di una zona magica anche da un punto di vista spirituale. La mia famiglia è cresciuta qua. È stato molto importante l’affetto del Borgo nella riapertura della libreria. Vorrei cercare di riportarla ad essere il punto di riferimento del quartiere. Un salottino culturale in cui parlare di tutti gli argomenti.

Collabori con altre realtà o associazioni del quartiere?

Stiamo iniziando alcune collaborazioni, è importantissimo curare i rapporti con i propri vicini di casa sia che si tratti di associazioni, di piccoli editori o altre realtà.

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Nella tua libreria c’è una stanza con le stelle sulle pareti e un’altra con gli alberi…

La libreria è composta da diverse stanze. All’ingresso c’è un bosco dipinto sulla parete eseguito da due giovani artisti e accanto una sala per bambini e ragazzi con un aereo sul soffitto. C’è poi una sala dedicata ai grandi illustrati, separata dalle altre stanze con una porta di vetro. Una sala centrale contiene i tavoli di novità e long seller sia di saggistica che di narrativa e poi scaffali di spiritualità, biografie, viaggi ed una parte dedicata a Torino. In una zona dedicata si trova la sala delle stelle o sala dei Tarocchi, che ho fortemente voluto. Lo spazio della libreria è veramente magico, mi ha aiutato e mi continua ad aiutare in questo l’Architetto Marco Gennaro che con la sua sensibilità e creatività ha reso lo spazio unico.

Si continua a parlare di crisi delle librerie. Cosa ne pensi di fenomeno e come credi si potrebbe contrastare?
È sempre una brutta notizia quando un luogo di cultura chiude i battenti. La libreria indipendente si distingue dalle grandi catene e dai colossi della vendita online per il rapporto umano. Il consiglio di un libraio può essere fondamentale nella scelta di un libro, è bello ed arricchente lo scambiarsi pareri sui libri letti o semplicemente fare una chiacchierata. È anche un momento storico in cui le persone hanno più che mai bisogno di incontrarsi e di comunicare. In questo è fondamentale il lavoro che stiamo facendo per organizzare gli eventi sia per bambini che per adulti. Abbiamo già avuto per Halloween un’attrice che leggeva storie di paura per i bimbi, Babbo Natale e le Befane. Avremo un Book Club gestito da 2 giovani blogger nonché traduttori Torinesi (Radical Ging). Nella settimana della giornata della memoria avremo la testimonianza di un sopravvissuto della Resistenza. Organizzeremo corsi insieme all’accademia dei Tarocchi di Carlo Bozzelli. Parleremo in maniera seria ed approfondita di Astrologia. Abbiamo già ospitato ed ancora ospiteremo saggisti e narratori di livello. E molto altro ancora abbiamo in programma.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/borgopo-fatto-rinascere-libreria-amavo-bambina/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Le aree post industriali di Torino diventano oasi per le farfalle

Chi ha detto che la città non può essere più colorata, naturale e vivibile per persone e animali? Torino ha accettato questa scommessa con il progetto “Farfalle in ToUr”. Si tratta di un’idea collettiva che unisce Università, Asl e cooperative sociali per permettere il ritorno delle farfalle in città attraverso la riconversione di aree postindustriali in infrastrutture verdi, grazie al protagonismo di persone fragili che diventano promotrici e divulgatrici ambientali. Una città a misura di farfalle, che riportano colore dove prima c’erano soltanto cemento e fabbricati industriali. Nelle aree urbane i fiori e le piante di cui questi insetti si nutrono scarseggiano a causa dell’inquinamento e della cementificazione che soffocano le nostre città. Per ovviare a questa triste realtà nasce “Farfalle in ToUr” (Torino Urbana), un progetto scientifico finalizzato a realizzare dei corridoi biologici all’interno dei quartieri per creare piccole oasi che consentano alle farfalle di diffondersi, impollinare e ripopolare le aree verdi. In che modo? Facendo sì che la biodiversità diventi un mezzo di inclusione sociale. Saranno infatti utenti con disabilità psichica, assistiti da educatori e ricercatori dell’Università di Torino, a prendersi cura di questi spazi, permettendo il ripopolamento di lepidotteri, ovvero farfalle e api, e la riqualificazione delle aree urbane.

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Il progetto nasce nel 2014 dalla collaborazione tra diversi soggetti pronti a cooperare per il medesimo obiettivo: ASL (Centro di Salute Mentale), Dipartimento di Scienze della vita e Biologia dei sistemi dell’Università di Torino, insieme alle cooperative sociali Il Margine e la Rondine. Insomma, un’alleanza strategica per dare vita ad una rete di conoscenze nella quale ogni realtà possa mettere in campo le proprie competenze partendo dal presupposto del “fare insieme”.

Attraverso questo progetto gli utenti diventano veri e propri «“esperti cittadini” nell’allevamento dei bruchi e nell’individuazione delle piante più adatte per facilitare il passaggio delle farfalle» proprio come si legge sul sito. «E saranno sempre loro a farsi carico di divulgare il valore della biodiversità in altre realtà del territorio: scuole, case di accoglienza per nuclei fragili, strutture sanitarie, strutture di accoglienza per rifugiati, feste di quartiere».

Così come questi insetti sono soggetti ad una magica trasformazione da bruco a farfalla, il progetto è pensato per far sì che coloro che soffrono di disturbi psichici possano evolvere da una condizione di marginalità ad una situazione di protagonismo. In questo modo divengono elemento centrale di un progetto collettivo che coinvolge la comunità, si fanno promotori di un messaggio scientifico e ambientale, intraprendono di un percorso che permette loro di migliorare la propria condizione psicofisica.

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Farfalle in ToUr però non finisce qui. Dal 2018 entra a far parte di un più ampio progetto europeo dal nome “ProGIreg – Productive Green Infrastructure for Post-industrial Urban Regeneration” della Commissione Europea, che sostiene iniziative indirizzate alla rigenerazione sociale, economica ed ecologica, il cui obiettivo è la riconversione di aree postindustriali in infrastrutture verdi, attraverso sperimentazioni che prevedono nuove soluzioni innovative basate sulla natura e sul coinvolgimento di cittadini e associazioni del territorio. Tra i vari obiettivi il progetto prevede la coltivazione di piante nutrici proprie di ciascuna specie di farfalle affinchè queste possano crescere e riprodursi, l’effettuazione di un monitoraggio per confrontarne l’aumento con dati futuri, la segnalazione di nuove specie come testimoniato dalla “mappa degli avvistamenti” che rileva la presenza delle farfalle nel tessuto urbano e anche l’informazione, attraverso incontri che coinvolgano gli abitanti per confrontarsi su tematiche legate all’ambiente.

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«Le farfalle necessitano del loro nutrimento per tornare ed incontrarsi, il prendersi cura di loro è il nutrimento relazionale per uscire dalla solitudine e riscoprire il piacere di fare insieme. Realizzare delle oasi verdi nei servizi di salute mentale e non solo, con la partecipazione dei soggetti pubblici e del privato sociale, permetterà di creare nei quartieri luoghi in cui incontrarsi e tessere nuovi rapporti. Occuparsi delle farfalle significa anche prendersi cura della propria dimora, del proprio territorio e dell’ambiente».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/aree-post-industriali-torino-diventano-oasi-farfalle/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Casa Giglio: a Torino il social housing che sostiene le famiglie nella cura dei bimbi

A Torino una social housing permette di ospitare undici nuclei familiari a rischio povertà con bambini ospedalizzati per il tempo necessario alle cure, fino alle dimissioni. Da diciassette anni l’associazione Casa Giglio accoglie gratuitamente chi ne ha bisogno e crea cultura della solidarietà con creatività e umanità, per amore e amicizia.

Da diciassette anni i nove soci del progetto Casa Giglio ospitano gratuitamente famiglie a rischio povertà con bambini ricoverati nei reparti dell’Ospedale Infantile Regina Margherita. Segnalate dagli assistenti sociali e dai mediatori culturali, queste famiglie rischierebbero di non riuscire a stare vicino ai propri figli per tutto il tempo necessario delle cure.
In questi anni l’associazione ha ospitato centinaia di famiglie, supportandole ed accompagnandole fino alle dimissioni dei bimbi dall’Ospedale.

Ma ora c’è di più. Giglio Onlus è riuscita a ristrutturare e ad aprire una casa comunitaria per undici nuclei familiari: camere da letto con bagno privato e molti spazi in comune per creare un ambiente di sostegno sereno e familiare. Un social housing nel quale si condivide cucina, lavanderia, sala da pranzo e un ambiente polivalente aperto al pubblico per spettacoli ed eventi funzionali a creare momenti di allegria e a raccogliere fondi per il progetto.

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«Diciassette anni fa, per coprire le spese delle prime famiglie, organizzammo una tournée di teatro a cui partecipammo anche noi soci. L’attività teatrale serviva, e tutt’ora serve, a far conoscere il progetto e a raccogliere donazioni. Tra di noi ci sono attori, un fonico e degli amici che di volta in volta fanno dei ruoli nelle commedie. Tutti volontari poiché ognuno di noi ha un lavoro. Nella nostra associazione non manca il divertimento, se no sarebbe impossibile affrontare le difficoltà e la fatica» ci racconta una delle socie, Pinuccia Sgambellone.

«Siamo tutti più o meno della stessa età, verso la pensione, ogni anno ci diamo ruoli diversi: un socio può fare un anno il presidente e l’anno dopo il corriere. Ci divertiamo, riceviamo molte soddisfazione e viviamo intense relazioni di amicizia».
Per sostenere il progetto l’associazione crea moltissime occasioni di incontro e divertimento oltre al teatro: mostre, aperitivi, cene, danze, cacce al tesoro ed escursioni.

Il 21 Settembre, dalle 17.00 alle 19.00, ci sarà l’opportunità di conoscere la realtà e vedere la casa durante l’evento di presentazione dei corsi che partiranno per la stagione 2019/2020. Il cartellone di eventi si chiamerà “Un anno insieme“. Verranno ospitati corsi di Playback Theatre per mamme e ragazzi, corsi di pittura per famiglie, meditazioni, yoga, esposizioni d’arte e psicomotricità.

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«Cerchiamo di proporre attività di ogni genere. Altre associazioni organizzano serate apposite per raccogliere fondi per il nostro progetto, come ne sono esempio le due associazioni di ballo Luce d’Oriente e I Tangolosi che da sempre ci supportano. Altre associazioni filantropiche come il Rotary Club e Amitie Sans Frontieres ci sostengono economicamente».
La ristrutturazione della casa di 800 metri quadrati in Via Cappel Verde è stata possibile grazie al contributo della Compagnia San Paolo e della Fondazione CRT.

Ma la struttura costa migliaia di euro al mese e sembra che non si riesca a “competere” con le grandi organizzazioni benefiche che, seppur facendo opere importanti, spendono il 70% delle donazioni in pubblicità.
«Siamo in tanti, tante associazioni di volontariato e questo è un bene ma le realtà più piccole fanno fatica ad avere offerte continuative e a far fronte agli imprevisti. Noi utilizziamo l’intero ricavato per le famiglie».

Eppure partecipare e sostenere, anche con il 5×1000, un progetto di piccole dimensioni e locale ha i suoi vantaggi. Una realtà piccola può essere più creativa, elastica, può insegnare ai più giovani il mondo del volontariato così come può fornire esperienze utili e appaganti. Si partecipa alla vita di altre persone e si creano relazioni profonde e genuine.

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Le famiglie, oltre all’ospitalità gratuita, ricevono un supporto psicologico adeguato e un’affiancamento nei percorsi di orientamento. Inoltre, il progetto prevede la partecipazione di una comunità più ampia e scambi con tutto il quartiere. Creare relazioni familiari concorre alla cura dei piccoli pazienti perché alleggerisce le tensioni a cui le famiglie vanno incontro. Ma a beneficiarne è anche il territorio circostante che avrà l’opportunità di costruire un “luogo” più a misura d’uomo e di famiglia. Infatti, il vicinato diventa sempre più interattivo e può usufruire della rete umana e dei servizi che si vengono ad intrecciare attorno a chi dona e/o riceve supporto e umanità. Man mano che si costruisce lo spazio di solidarietà, professionalità, ascolto e creatività questo espande anche i suoi confini.

Foto copertina
Didascalia: Passeggiata
Autore: Pixabay
Licenza: CCO Creative Commons

Fonte: piemonte.checambia.org

Mercalli: “Mobilitazione importante, adesso bisogna agire in prima persona”

Abbiamo intervistato il climatologo Luca Mercalli per strade di Torino durante il corteo organizzato dal movimento Fridays For Future in occasione dello sciopero globale per il clima. Mercalli sarà anche uno dei personaggi principali del docu-film che stiamo realizzando insieme a Terra Nuova e che potete sostenere aderendo alla campagna crowdfunding.

«Io credo che oggi sia importante questa mobilitazione, ma è un inizio anche per approfondire, per prendere coscienza, per assumersi delle responsabilità, per agire in prima persona». Luca Mercalli non nasconde le aspettative nei confronti delle migliaia di giovani scesi in piazza venerdì 27 settembre per lo sciopero globale per il clima.  

«Penso che siamo ancora in una fase iniziale. È molto bello che almeno nella testa di tantissimi ragazzi risuonino oggi parole come “ambiente” e “clima” che prima forse non esistevano affatto. E intanto nei confronti della politica…. questi sono numeri», prosegue rispondendo alle domande del nostro Ezio Maisto, regista di “Ragazzi irresponsabili”, il docu-film che racconterà la storia e le attività del movimento Fridays For Future in Italia.

«Il movimento – suggerisce Mercalli – deve assolutamente aderire alla costruzione di un modello alternativo, perché tale modello deve essere sviluppato, non c’è ancora. Ci sono delle timide proposte». Alcune di queste proposte derivano proprio da progetti portati avanti dai giovani attivisti italiani, che lontano dai riflettori, riposti cartelli e striscioni che hanno colorato i cortei degli ultimi mesi, lavorano quotidianamente per cambiare le cose.  

Noi di Italia Che Cambia, insieme a Terra Nuova, crediamo fortemente in questi ragazzi e chiamiamo a raccolta la società civile per sostenere questa iniziativa volta a raccontare la loro storia: singoli, famiglie, associazioni, imprese attente alla responsabilità sociale, gruppi locali di Fridays For Future Italia, chiunque abbia a cuore la (ri)costruzione di un’economia non distruttiva, i cui obiettivi non siano vincolati esclusivamente a fredde misure quantitative di presunto benessere. I ragazzi di Fridays For Future potrebbero la nostra ultima spiaggia e chi si occupa di contro-informazione – a cominciare da Italia Che Cambia e Terra Nuova – ha il preciso dovere di diffondere in tutti i modi il loro grido di allarme. 

«Il problema ecologico è estremamente complesso, non si risolve se ci si focalizza solo su un dettaglio», conclude Mercalli. «Questo potrebbe essere anche uno stimolo a fare molta più cultura a partire dalla scuola fino ai mezzi d’informazione, al fine di dare alle persone il senso di questa enorme sfida e complessità».

La nostra troupe con Luca Mercalli

La nostra troupe con Luca Mercalli

Aiutateci dunque a dare corpo ai suggerimenti del climatologo più famoso d’Italia raccontando la nascita di un movimento che sta segnando una svolta nell’ambientalismo di tutto il mondo e, nello stesso tempo, contribuendo alla sua diffusione. Potete farlo partecipando al crowdfunding per raccogliere le risorse necessarie a terminare le riprese e realizzare la post-produzione.  

Non vogliamo scoprire la Greta Thunberg italiana. Vogliamo dar voce alla Greta Thunberg che vive dentro ognuno di noi! Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/10/mercalli-mobilitazione-importante-adesso-agire-in-prima-persona/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Beeopak, la pellicola naturale che si prende cura del cibo e dell’ambiente

Clarien e Monica, all’interno del loro laboratorio nel cuore di Torino, hanno ideato Beeopak, una pellicola riutilizzabile e biodegradabile per avvolgere e conservare gli alimenti nel totale rispetto dell’ambiente. Una soluzione 100% naturale per sostituire gli imballaggi in plastica che quotidianamente utilizziamo nelle nostre cucine e promuovendo gli ingredienti biologici del territorio piemontese. Vi ricordate la vecchia carta cerata, proprio quella con cui le nostre nonne avviluppavano il formaggio prima che la plastica invadesse le nostre tavole? È un ricordo conservato nella memoria di molti di noi, di quell’attenzione e di quella cura per il cibo che ora è nostro compito far sopravvivere.

STOP USA E GETTA! IL FUTURO E’ ADESSO!

E se plastica e stagnola usa e getta immancabilmente occupano un posto fisso nel nostro cassetto o sul ripiano della nostra cucina, esistono delle soluzioni con le quali possiamo far rivivere quelle antiche abitudini messe in pratica proprio dalle nostre nonne. Proprio come Beeopak, la soluzione nuova ed ecosostenibile ideata a Torino come sostituto alla pellicola di plastica. Beeopak deriva dall’unione dei termini “bee” (ape) e “pack” (impacchettare, avvolgere) ed è il risultato di una lunga amicizia nata dall’incontro tra due sognatrici: Monica Fissore e Clarien van de Coevering. Si tratta di una pellicola alimentare riutilizzabile e biologica per conservare gli alimenti e portare colore e bellezza in tavola e in cucina, riducendo il quantitativo di rifiuti.

“Questo progetto – mi racconta Monica – nasce da un’idea condivisa in un pomeriggio dell’estate del 2018, durante una passeggiata nel noccioleto dell’Azienda Agricola di Clarien. Confrontandoci sull’argomento ci siamo rese conto che l’idea di una pellicola alimentare riutilizzabile era già presente in diversi Paesi del mondo ma non in Italia. Così abbiamo pensato di crearla noi e da quel momento, all’interno dell’azienda, abbiamo dato vita a quello che sarebbe diventato il nostro primo laboratorio e iniziato a sperimentare”. 

Beeepak nasce con una sola condizione: quella di essere realizzata in modo artigianale con ingredienti 100% naturali. Per questo sono stati scelti cotone biologico impregnato in cera d’api, resina di pino e olio di nocciole, ovvero alimenti autoctoni piemontesi totalmente a chilometro zero. Si tratta di cera biologica e quando possibile biodinamica, che viene fornita a Monica e Clarien direttamente dai produttori locali. “Abbiamo iniziato a conoscere delle realtà piccole sul territorio del torinese, dell’astigiano e del cuneese e abbiamo quindi provveduto a mapparle, per costruire delle relazioni che vedessero protagonisti proprio i produttori del luogo, che sono per noi i veri custodi della terra, della natura e dell’ecosistema”, mi spiegano.

Piccole realtà, che testimoniano la volontà di favorire più produttori che, proprio come Clarien e Monica, stanno crescendo sul territorio e cercano di proporre un’agricoltura sana e naturale che valorizzi le tipicità locali. “Nel complesso abbiamo riscontrato molta curiosità e interesse da parte dei produttori agricoli, proprio perché il nostro è un prodotto nuovo ed insolito che anch’essi hanno voluto testare e scoprire”. 

Beeopak ha delle proprietà antibatteriche che permettono di conservare il cibo fresco e più a lungo. La cera è infatti ricca per natura di propoli e altre sostanze con cui la plastica non potrà mai competere. “È traspirante e modellabile – mi spiega Clarien – perfetta per avvolgere cibi perché, scaldandola con le mani, si adatta alla forma dell’alimento. Inoltre, contiene resina di pino al suo interno, che conferisce una perfetta capacità aderente, ottimale per conservare gli alimenti”, aggiunge Monica. Insomma, un prodotto versatile che funziona proprio come una seconda pelle: “Ha mille utilizzi, c’è chi lo usa come se fosse un piano di lavoro per far lievitare la pasta del pane, chi ci avvolge la saponetta da portare in viaggio al posto della custodia di plastica, chi incarta il panino da mangiare a scuola o a lavoro, chi conserva formaggi, frutta e verdura facilmente deperibili”, mi raccontano.

“Beeopak è per noi un’alternativa alla pellicola, ma non solo”. Come mi spiega Clarien, è un modo diverso per prendersi cura del cibo. “Nel momento in cui una persona compra un alimento, lo avvolge, lo conserva, lo presenta in tavola, ne gode e se ne nutre, dando così valore ai doni che la natura ci offre”.  

L’idea di una pellicola naturale riutilizzabile vuole ricordarci l’importanza di introdurre alternative sostenibili nella nostra quotidianità, a cominciare da subito. Beeopak rappresenta una delle sempre più numerose ed innovative soluzioni contro lo spreco e la cultura dell’usa e getta, che trova la sua soluzione ideale in una dimensione locale proprio perché capace di valorizzare i prodotti caratteristici di un territorio.

“Da quando abbiamo avviato il progetto nel 2018, l’attività è cresciuta molto. Abbiamo sempre più richieste da piccoli negozi locali che prediligono il biologico e la spesa sfusa senza imballi oppure gruppi di acquisto collettivi o i privati, nonché realtà che stanno intraprendendo percorsi virtuosi. Ci accorgiamo che le persone sono curiose, vogliono cambiare e sono pronte a cambiare, cercando delle alternative più sostenibili”, mi raccontano.

Oltre ad una finalità ambientale, tramite Beeopak, Monica e Clarien stanno promuovendo intorno al progetto una dimensione sociale legata allo sviluppo di comunità. “Abbiamo avviato un rapporto di collaborazione con un’agenzia formativa sul territorio attivando degli stage nel nostro laboratorio per lavoratori svantaggiati, con l’idea che alcuni di questi stage si trasformino poi in tirocini e rapporti di lavoro. Stiamo inoltre sviluppando una dimensione educativa e pedagogica attraverso collaborazioni con musei, bioparchi e realtà attive nell’ambito dell’educazione, accompagnando i bambini, i ragazzi e i futuri cittadini del nostro domani verso la scoperta di soluzioni che, proprio come Beeopak, possono aiutarci a vivere in maniera più consapevole”. 

Intervista: Lorena di Maria e Paolo Cignini

Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/beeopak-pellicola-naturale-cura-cibo-ambiente-io-faccio-cosi-256/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni