Stop usa e getta, il futuro è adesso!

Zero Waste Italia, Movimento per la Decrescita Felice e Italia Che Cambia lanciano la campagna permanente #stopusaegetta. L’invito a partecipare è esteso ad associazioni, imprese, istituzioni e singoli cittadini. Il futuro è adesso!

Che bello non avere il pensiero di dover mettere piatti, posate e bicchieri in lavastoviglie a fine pasto o addirittura doverli lavare a mano! Che comodità andare al supermercato e trovare la frutta già tagliata, riposta in comode confezioni. E sicuramente è più semplice bere l’acqua in bottiglia, che è più pratica di quella del rubinetto. Ma ti sei mai chiesto dove finiscono bicchieri, posate, piattini, contenitori, confezioni, bottigliette e gli altri numerosissimi oggetti che nella tua vita usi una sola volta e poi butti via? Sai qual è la loro destinazione finale? Sei tu! Già, proprio tu!

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Ogni settimana nel tuo stomaco finiscono 5 grammi di plastica. Nei tuoi escrementi si trovano pezzi di plastica, fino a 20 frammenti per ogni 10 grammi di feci. Ogni settimana, insieme all’acqua che bevi, ingerisci 1769 particelle di plastica.  

E non è tutto! La plastica e altri materiali monouso stanno distruggendo il Pianeta. Ogni anno finiscono negli oceani 8 milioni di tonnellate di plastica.

La direttiva europea 904 prevede il bando della plastica monouso a partire dal 2021. È troppo tardi: dobbiamo agire oggi! Non aspettare che l’industria si adegui e ti proponga soluzioni “sostenibili”. Probabilmente non lo farà mai. L’unico in grado di cambiare veramente le cose sei tu! È ora di dire BASTA alla cultura dell’usa e getta! Le risorse del pianeta che ci ospita sono finite, non possiamo continuare a sfruttarle pretendendo che non finiscano mai.  

Il Movimento per la Decrescita Felice, Zero Waste e Italia Che Cambia lanciano la campagna permanente #stopusaegetta, per bandire una volta per tutte – e non solo per una settimana! – tutte le confezioni e i dispositivi monouso.

Proporremo approfondimenti per mettere in guardia il grande pubblico sui danni che l’usa-e-getta sta provocando all’ecosistema e indicheremo le alternative virtuose che ciascuno può adottare nella vita di tutti i giorni.  

Anche tu puoi fare la tua parte seguendo i nostri suggerimenti e aiutandoci a far circolare questo messaggio. 

Non aspettare il 2021, il futuro è adesso!

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/stop-usa-e-getta-il-futuro-e-adesso/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’Italia del plastic-free è pronta al recepimento della Direttiva? – Parte 2

Nella prima parte di questo articolo abbiamo spiegato cosa prevede la nuova direttiva europea sulle plastiche monouso (cosiddetta SUP, Single Use Plastics), quali sono gli oggetti e gli imballaggi che vengono messi al bando e il fatto che il divieto sia esteso anche alle plastiche biodegradabili e compostabili. In questa seconda parte vogliamo quindi spingerci oltre e analizzare come l’Italia si stia preparando al recepimento della direttiva, se le iniziative “plastic- free” sono coerenti con le indicazioni contenute nella direttiva e quali sono le reazioni dei comparti industriali interessati dal divieto che riguarda le stoviglie monouso in materie plastiche. 

Leggi anche “Cosa prevede veramente la direttiva Ue sulle plastiche monouso – Parte 1“ 

Nonostante la direttiva SUP sia stata accolta con entusiasmo nel nostro paese, c’è più di un legittimo sospetto che non ne siano state pienamente comprese le misure e il potenziale che essa racchiude per un superamento del consumo monouso e per una transizione verso modelli di economia circolare. La cosa non è di per sé eccezionale, e neanche sorprendente, poiché per “decifrare” o commentare le direttive europee, è richiesta una certa conoscenza tecnica dell’argomento e una familiarità con il linguaggio giuridico-amministrativo.

Qualche dubbio in tal senso nasce dall’analisi dei provvedimenti contenuti nelle numerose iniziative Plastic Free da parte di Atenei, Regioni, Comuni, Associazioni di categoria e altri soggetti che si susseguono negli ultimi mesi. Quasi ogni giorno vengono rese note nuove iniziative che, ricordiamo, si ispirano alla “Plastic Free Challenge” l’iniziativa collegata alla campagna #Iosonoambiente di cui si è fatto promotore il Ministro Costa. Tra le misure oggetto della maggior parte delle ordinanze Plastic Free, che interessano oltre 100 comuni, c’è un comune denominatore che consiste nel divieto di utilizzo e distribuzione di stoviglie, bicchieri e posate in plastica. A seconda dei casi questo provvedimento può arrivare anche al divieto di vendita di questi manufatti da parte di negozi e supermercati e interessare anche tutto il territorio comunale, oppure solo determinate aree cittadine o determinati uffici pubblici, servizi gestiti dal comune come le mense scolastiche o eventi e manifestazioni. Entrando nel merito dei prodotti interessati dalle ordinanze si può inoltre rilevare che una parte di esse vietano l’utilizzo o la vendita di prodotti che rientrano tra i 10 che la direttiva bandisce (ad esempio cannucce o mescolatori per bevande), e altre si spingono oltre includendo invece prodotti come bottiglie, bicchieri, bicchierini da caffè con palette e altri contenitori monouso che non sono invece soggetti a restrizioni d’uso.   In quasi tutti questi casi l’amministrazione comunale dichiara, impropriamente di “anticipare la Direttiva SUP” che dovrà essere recepita negli ordinamenti normativi dei paesi membri entro la metà del 2021. Questa affermazione si ritrova praticamente in tutte le comunicazioni inviate ai media dai soggetti prima citati, e non risparmia neanche le regioni, dalle quali sarebbe legittimo aspettarsi una maggiore precisione quando si entra nel merito di provvedimenti legislativi. Come si può leggere in un articolo di e-gazette.it sulle iniziative Plastic Free Andrea Netti, esperto di diritto amministrativo afferma “Il 47% dei provvedimenti analizzati include erroneamente i bicchieri tra i prodotti monouso in plastica da abolire e ancora il 52% vuole abolire anche le bottiglie d’acqua quando la Direttiva UE richiede invece nuovi requisiti di fabbricazione”.

Un rischio insito in queste ordinanze “fai da te” , sicuramente motivate da nobili intenti, è quello di esporre  le amministrazioni a ricorsi al TAR da parte dei soggetti economici colpiti dai vari divieti, e di alimentare, allo stesso tempo, la confusione dei cittadini e degli operatori commerciali con provvedimenti che cambiano a seconda dei confini comunali.

Resta in qualche modo sorprendente il fatto che, ad oggi, non ci sia stato alcun intervento istituzionale (o di qualche altro ente autorevole) che abbia “contestato” questa interpretazione, o almeno espresso qualche dubbio sul fatto che le iniziative Plastic Free non siano sempre sono coerenti con le indicazioni della direttiva SUP. Probabilmente sono i recentissimi accadimenti,  che vedremo più avanti, a offrire una chiave di lettura che chiarisce questa situazione.

Biodegradabile e compostabile: la confusione regna 

Con l’avvento delle bioplastiche, termini prima raramente utilizzati nel quotidiano come biodegradabile, compostabile e ultimamente anche biobased, sono diventati sempre più ricorrenti nel linguaggio comune. Facendo una ricognizione sui social è facile rilevare che anche chi fa uso di questi aggettivi ha una conoscenza approssimativa del loro significato, non conosce la differenza tra compostabile e biodegradabile, e tende a ritenere che un bene marchiato compostabile possa biodegradarsi in natura.

Allo stesso tempo, da quando la plastica è nell’occhio del ciclone, questi aggettivi hanno assunto in modo automatico una valenza positiva, e a prescindere dal prodotto al quale vengono attribuiti. Non per nulla il marketing aziendale si sta adeguando a questo nuovo sentire  nella scelta dei materiali per vecchi e nuovi prodotti/imballaggi, in modo da sfruttare il potenziale vantaggio competitivo. L’impressione è che si voglia “cogliere l’attimo” senza una valutazione del ciclo di vita delle nuove proposte rispetto alle precedenti che vanno a rimpiazzare, e soprattutto senza voler entrare nel merito di quali siano le conseguenze del loro fine vita sui sistemi esistenti di avvio a riciclo dei vari flussi di rifiuti. Il fatto che le ordinanze balneari Plastic Free proibiscano stoviglie, posate o bicchieri in plastica  ma ammettano le versioni biodegradabili e compostabili si presta a rafforzare questa interpretazione errata piuttosto che confutarla. Neanche i testi delle ordinanze e i relativi comunicati aiutano a fare chiarezza, poiché gli aggettivi biodegradabile e compostabile [1] vengono usati alternativamente, come se fossero sinonimi. Raramente la comunicazione verso i cittadini si avvale di spiegazioni a chiarire che la biodegradazione avviene solamente all’interno di impianti di compostaggio industriale e dalla citazione della norma di riferimento EN 13432 che definisce le condizioni e i termini in cui avviene la compostabilità.

 E ora anche Supermercati Plastic free

 Purtroppo  non sono solamente le amministrazioni locali a “creare confusione” sul tema perché anche la Grande Distribuzione Organizzata tramite un comunicato di Federdistribuzione, ha annunciato qualche giorno fa la partenza della “lotta alla plastica monouso” della GDO che prevede che, entro il termine massimo del 30 giugno 2020, tutte le stoviglie in plastica monouso escano definitivamente dagli scaffali delle insegne associate.  Curioso che sia proprio la GDO  a voler ingaggiare “una guerra santa” contro la plastica quando sono state proprio le politiche commerciali delle insegne ad aumentarne l’utilizzo. Ad esempio aumentando progressivamente la quota di offerta di prodotti freschi pronti al consumo, di tutti i tipi, con un conseguente aumento nell’utilizzo di packaging e di banchi refrigerati che non è proprio la migliore ricetta per ridurre le emissioni climalteranti. La competitività e il fatturato di un punto vendita della distribuzione organizzata si gioca soprattutto sui prodotti freschi. Rispetto al peso del packaging abbiamo avuto l’informazione che nel nord e centro Italia solamente  il 30% circa degli acquisti tra prodotti di gastronomia, inclusi formaggi e salumi viene acquistato al banco e il restante 70% viene acquistato confezionato dai banchi frigo. Questo risultato viene ribaltato solamente nel sud dell’Italia.

Il manifesto della campagna di Unicoop Tirreno

 Tornando ai fatti recenti, la prima a passare ai fatti è stata Unicoop Tirreno che dal primo giugno scorso non ha più questi manufatti in vendita, con l’effetto che anche Conad Tirreno ha annunciato di voler seguire l’esempio. Unicoop Tirreno è stata anche la prima a fare riferimento alla direttiva nel suo comunicato stampa  “Lo stop al monouso inquinante batte sul tempo tutti e anticipa in concreto la direzione di marcia indicata dall’Europa che, lo scorso marzo, ha approvato una direttiva con cui, dal 2021, mette al bando sul territorio europeo alcuni oggetti di plastica monouso, che costituiscono il 70% di tutti i rifiuti marini.”

Ci sono altri passaggi nella comunicazione ambientale adottata dall’insegna, a partire dal suo claim “L’Ambiente non è usa e getta”, che suscitano qualche perplessità. Come l’affermazione che si possano ridurre i rifiuti usa e getta passando a stoviglie in bioplastica. Di fatto la decisione, presa per poter “ garantire un servizio”, non diminuirà questa tipologia di rifiuto, anche qualora la destinazione fosse l’impianto di compostaggio. A meno che un possibile prezzo più alto di questi manufatti, abbinato a una “corretta” interpretazione dello slogan dell’iniziativa, possano avere l’effetto di scoraggiare gli acquisti.  Tornando invece all’annuncio di Federdistribuzione, l’associazione non esclude che alcune insegne affiliate possano anticipare questa tempistica e nel comunicato stampa ribadisce che  “Nei punti vendita della Distribuzione Moderna Organizzata acquistano 60 milioni di persone ogni settimana, che si aspettano da noi comportamenti etici (…). Siamo consapevoli di questa responsabilità e vogliamo essere attori di cambiamento, coerenti con i nuovi valori, anticipando le leggi e stimolando i consumatori verso atteggiamenti e azioni sostenibili e favorevoli alla tutela dell’ambiente”.Un percorso graduale ma determinato, coerente con lo sviluppo dei nuovi materiali secondo le indicazioni della Direttiva Europea e con i tempi necessari per la riconversione del comparto industriale.”

Il giorno seguente alla presentazione del quinto Rapporto annuale di Assobioplastiche il direttore dell’area legale di Federdistribuzione Marco Pagani ha spiegato che la decisione di anticipare l’entrata in vigore del provvedimento “è stata presa per fornire un sufficiente lasso di tempo alle aziende della grande distribuzione e ai loro fornitori per adeguarsi alle nuove norme in modo graduale, evitando il caos seguito all’introduzione degli shopper compostabili. Mentre la decisione di mantenere a scaffale le stoviglie ‘bio’ anche dopo il 2021 dipenderà da come la direttiva SUP sarà recepita nel nostro paese”.

Il ragionamento fatto da Federdistribuzione per arrivare a questa linea d’azione, così come viene illustrata, non ci appare tuttavia così lineare, a meno che l’associazione consideri molto probabile un recepimento della direttiva che non vieti anche le versioni compostabili.

Guerre commerciali  

In occasione del convegno prima citato Assobioplastiche ha reso noto che si sta muovendo presso il Ministero dell’Ambiente e le commissioni parlamentari per far esentare le bioplastiche compostabili dai divieti imposti dalla direttiva sugli articoli monouso. Secondo il Presidente dell’associazione Marco Versari vi sarebbero una serie di elementi  presenti nel pacchetto sull’economia circolare e nella strategia europea sulla plastica e all’interno dell’art. 3 della direttiva  che aprirebbero la strada ad un possibile recepimento italiano della direttiva che escluda le bioplastiche dal suo campo di applicazione. Non si è fatta attendere la reazione di Federazione Gomma Plastica FGP a difesa di un settore che conta 25 aziende, 3mila dipendenti e 1 miliardo di fatturato, che in una nota inviata ai media,  si è dichiarata sconcertata dal “repentino cambio di rotta di Assobioplastiche“ che  “preannuncia forse un recepimento “truffaldino” dei contenuti della Direttiva, che il Gruppo Promo e Unionplast contestano nella sua interezza”.

La nota firmata da Angelo Bonsignori Direttore di FGP dichiara inoltre che “Questa notizia si aggiunge alla sorprendente decisione di Federdistribuzione di anticipare i termini della “SUP” al 30 giugno 2019. Con questi atteggiamenti, questi comportamenti e queste inutili e dannosissime fughe in avanti stiamo aprendo le porte dell’Unione Europea a massicce importazioni di materiali di origine asiatica di dubbia composizione, di dubbia igienicità e di incertissima sostenibilità ambientale!”.

Che dire se non che siamo di fronte a due competitor che hanno l’interesse a mantenere o a conquistare il mercato dei prodotti monouso, supportati da studi e analisi che sono legittimamente “di parte”. Ci auguriamo che la politica faccia il suo dovere e vada oltre al mero ruolo di arbitro tra i diversi interessi economici. Se vogliamo avere una minima chance di poter mitigare il riscaldamento climatico servono urgentemente politiche ambiziose di decarbonizzazione dell’economia che inducano allo stesso tempo drastici cambiamenti negli attuali stili di vita e di consumo “spreconi”  che hanno una diretta influenza sul consumo di risorse e la conseguente perdita del capitale naturale.

Effetti collaterali sulle politiche di riduzione da parte dei comuni 

Da un’analisi dei provvedimenti contenuti nelle ordinanze Plastic Free emerge che è ormai passato il messaggio sul fatto che le misure adottate siano in linea con la direttiva Sup. Chi si sia fatto carico, volontariamente o meno, di inviare questo messaggio è ormai di secondaria importanza. In riferimento alle potenziali politiche di riduzione dei rifiuti da parte dei comuni l’avere chiaro che gli articoli monouso più frequentemente utilizzati nel settore alberghiero e della ristorazione (cosiddetto Ho.re.ca) non potranno essere sostituiti con altri tipi di monouso, potrebbe avere un effetto propulsivo, rendendole più ambiziose. Poter giocare la carta della direttiva all’interno di azioni verso le attività commerciali che fanno un massiccio utilizzo di articoli monouso, potrebbe essere per le amministrazioni la mossa vincente per spingerle ad adottare alternative riutilizzabili e/o sistemi di riutilizzo. Mentre le stoviglie e i sistemi usa e getta sono appetibili per la comodità di non dover lavare e gestire i manufatti (che per l’industria significa risparmi economici importanti sulle ore del personale), i sistemi di riutilizzo lo sono molto meno perché richiedono cambiamenti e investimenti iniziali per cambiare l’operatività dei servizi e renderli invitanti per gli utenti. Venire a conoscenza che il nostro paese sta lavorando per mantenere nel mercato questi manufatti monouso, senza che siano comunicate allo stesso tempo misure per scoraggiarne l’uso a favore di sistemi riutilizzabili, non avrà l’effetto di stimolare un cambio di paradigma verso modelli di riuso. È difficile mantenere l’ottimismo se guardiamo a cosa è successo quando è stato introdotto lo scorso anno il divieto di commercializzazione per i sacchetti ultraleggeri in plastica, a favore delle alternative in bioplastica. L’ultimo atto è stata la circolare da parte del ministero della Salute, che, sollecitato dal ministero all’Ambiente ad esprimersi sulla possibilità di mettere a disposizione sacchetti riutilizzabili nel comparto ortofrutta da parte della GDO, ha di fatto bocciato la proposta per ragioni di ordine sanitario. Mentre in quel caso solamente la catena NaturaSì ha introdotto ugualmente tali sacchetti, Federdistribuzione e le sue associate non hanno ritenuto di fare prevalere il ruolo di “attori del cambiamento” che  “stimolano i consumatori verso atteggiamenti e azioni sostenibili e favorevoli alla tutela dell’ambiente” menzionato nel  loro comunicato del 30 maggio. Il nuovo rapporto Preventing plastic waste in Europe a cura  dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) ha preso in esame le politiche di prevenzione dei rifiuti plastici in  27 diversi paesi UE e concluso che la performance è altamente insufficiente. Solo 9 paesi si sono dotati di un programma con obiettivi stringenti di prevenzione per i rifiuti di plastica, e sono risultati  pochissimi anche i casi di iniziative adottate in cui è stata fatta una misurazione e una valutazione adeguata dei progressi ottenuti. Questa situazione che fotografa lo stato dell’arte delle politiche di prevenzione dei rifiuti dimostra quanto sia invece necessario un approccio fatto di azioni ex ante, prima che che la produzione dei rifiuti avvenga.

Come intervenire concretamente ? 

A nostro parere è necessario sia cambiare la comunicazione che è stata fatta ad oggi verso il pubblico, che aprire urgentemente un confronto con tutti gli stakeholder per sviluppare un piano condiviso di azioni di prevenzione dei rifiuti da usa e getta che sia ispirato alla gerarchia europea di gestione dei rifiuti [2]. Questo prima ancora di andare a pensare come sostituire al meglio i materiali con cui realizzare prodotti monouso.  Un esempio su tutti ci fa capire quanto sia importante cambiare la comunicazione: da quando sono stati introdotti i sacchetti biodegradabili/compostabili è successo che articoli o servizi che trattano di inquinamento da plastica dei mari, o delle conseguenze sulla fauna marina, finiscano per fare un accenno alla legge che ha vietato i sacchetti in plastica come un esempio di best practice europea.

Ugualmente, in qualsiasi iniziativa in cui si sono sostituiti i manufatti in plastica con opzioni compostabili è stato fatto riferimento alla problematica della plastica in mare. Questa “presunta” relazione tra l’utilizzo di manufatti compostabile e salvaguardia dei mari rafforzata da immagini e video è inoltre il “piatto forte” di quasi tutte le iniziative Plastic Free. Viceversa nelle occasioni in cui sono state riportate notizie di avvenute sostituzioni di manufatti monouso con versioni riutilizzabili (purtroppo rarissime) questa associazione non si è mai esplicitata. Fatta eccezione, per fare un esempio concreto, dei casi in cui si è annunciato la sostituzione di cassette in polistirolo per il pesce con alternative riutilizzabili  (da parte di Unicoop Tirreno e di Eataly per un progetto pilota) in cui esisteva un chiaro rapporto di causa effetto. Per affrontare l’attuale confusione ed evitare interpretazioni “sbagliate” sarebbe invece necessario, a nostro avviso,evitare accostamenti tra temi come la salvaguardia di mari e dei fiumi dalla minaccia della plastica e l’utilizzo di materiali compostabili.

Gli impatti delle bioplastiche sui sistemi di raccolta e l’impiantistica nazionale  

Per quanto riguarda il fine vita dei manufatti  compostabili è evidente che si sta delineando un potenziale problema che verrà causato da un loro aumento incontrollato nella raccolta dell’umido, a seguito dei provvedimenti Plastic Free e dalla decisione degli associati a Federdistribuzione. Questo avverrà prima ancora di un eventuale possibile recepimento dell’Italia a favore delle bioplastiche. Gli impianti di compostaggio industriale sono infatti in grado di smaltire correttamente le plastiche compostabili solo se non superano una certa percentuale del totale del materiale organico.

E non ci riferiamo solamente a stoviglie e bicchieri, ma anche a varie tipologie di imballaggi compostabili che l’industria del largo consumo, in fuga dalla plastica, ha adottato, o è in procinto di adottare. Al momento, le opzioni di imballaggio che sono già presenti sul mercato si sono orientate sul PLA  (acido polilattico) come monomateriale o in abbinamento alla carta nel caso di imballaggi multistrato. Si tratta di involucri per surgelati e altri prodotti, vaschette e bottiglie per l’acqua minerale. Da una ricognizione effettuata in altri paesi risulta che ad oggi il PlA non venga riciclato e neanche compostato trattandosi di un materiale difficile da gestire e valorizzare a fine vita. I motivi sono diversi e non si riducono solamente al fatto che non ci siano quantità sufficienti per rendere economicamente sostenibile una loro gestione post consumo come flusso separato. Senza parlare del problema che il PLA e altre bioplastiche vengono facilmente confuse con la plastica fossile e quando conferiti con la plastica ne contaminano il riciclo. Evenienza che si verifica nel caso della biobottiglia della nota marca di acqua minerale che invita i suoi clienti a conferirle nell’umido. Questa difficoltà di individuazione del materiale che per molte persone avviene  “ad occhio” non si risolverà facilmente con una corretta etichettatura.

Servirebbe pertanto a nostro avviso l’affidamento urgente a un ente terzo di uno studio che valuti lo stato dell’arte e l’impatto sul breve e sul lungo termine che si determinerà in seguito ad un massiccio aumento di questi materiali sulla tecnologia degli impianti a digestione aerobica e anaerobica presenti in Italia. Impatto che sarebbe da verificare sia a livello ambientale che economico e tenendo anche conto dell’inevitabile aumento di conferimenti impropri dovuti al fattore umano e dei conseguenti effetti sulla qualità del compost. La dichiarazione del presidente del Consorzio Italiano Compostatori (CIC) Flavio Bizzoni nel corso della tavola rotonda del convegno di Assobioplastiche, che ha sottolineato come la presenza nel compost di plastiche non biodegradabili incida per il 15% sui costi di recupero della frazione organica dei rifiuti, farebbe supporre che qualche studio o analisi in tal senso sia già stata fatta, nel qual caso sarebbe interessante poterla visionare.   

Per chi abbia voglia di approfondire, segnaliamo come approfondimento la guida rilasciata da Zero Waste Europe,  per un corretto recepimento della Direttiva (di cui si consiglia la lettura) scaricabile qui. 

NOTE: 

[1] Un materiale biodegradabile deve, per definirsi tale secondo la normativa europea, degradarsi per almeno il 90% entro 6 mesi, mentre uno compostabile deve ottenere lo stesso risultato entro 3 mesi. Il materiale compostabile può essere conferito nel compost, mentre quello biodegradabile no. In nessun caso, se di origine artificiale come nel caso delle plastiche, possono essere dispersi in natura.  

[2] La gerarchia di gestione dei rifiuti è inclusa nel Pacchetto europeo sull’economia circolare e prevede, nell’ordine: 1. riduzione/prevenzione della produzione di rifiuti; 2. Riuso; 3. Riciclo; 4. Recupero di altro tipo (energia); 4. smaltimento. Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/06/italia-plastic-free/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Beeopak, la pellicola naturale che si prende cura del cibo e dell’ambiente

Clarien e Monica, all’interno del loro laboratorio nel cuore di Torino, hanno ideato Beeopak, una pellicola riutilizzabile e biodegradabile per avvolgere e conservare gli alimenti nel totale rispetto dell’ambiente. Una soluzione 100% naturale per sostituire gli imballaggi in plastica che quotidianamente utilizziamo nelle nostre cucine e promuovendo gli ingredienti biologici del territorio piemontese. Vi ricordate la vecchia carta cerata, proprio quella con cui le nostre nonne avviluppavano il formaggio prima che la plastica invadesse le nostre tavole? È un ricordo conservato nella memoria di molti di noi, di quell’attenzione e di quella cura per il cibo che ora è nostro compito far sopravvivere.

STOP USA E GETTA! IL FUTURO E’ ADESSO!

E se plastica e stagnola usa e getta immancabilmente occupano un posto fisso nel nostro cassetto o sul ripiano della nostra cucina, esistono delle soluzioni con le quali possiamo far rivivere quelle antiche abitudini messe in pratica proprio dalle nostre nonne. Proprio come Beeopak, la soluzione nuova ed ecosostenibile ideata a Torino come sostituto alla pellicola di plastica. Beeopak deriva dall’unione dei termini “bee” (ape) e “pack” (impacchettare, avvolgere) ed è il risultato di una lunga amicizia nata dall’incontro tra due sognatrici: Monica Fissore e Clarien van de Coevering. Si tratta di una pellicola alimentare riutilizzabile e biologica per conservare gli alimenti e portare colore e bellezza in tavola e in cucina, riducendo il quantitativo di rifiuti.

“Questo progetto – mi racconta Monica – nasce da un’idea condivisa in un pomeriggio dell’estate del 2018, durante una passeggiata nel noccioleto dell’Azienda Agricola di Clarien. Confrontandoci sull’argomento ci siamo rese conto che l’idea di una pellicola alimentare riutilizzabile era già presente in diversi Paesi del mondo ma non in Italia. Così abbiamo pensato di crearla noi e da quel momento, all’interno dell’azienda, abbiamo dato vita a quello che sarebbe diventato il nostro primo laboratorio e iniziato a sperimentare”. 

Beeepak nasce con una sola condizione: quella di essere realizzata in modo artigianale con ingredienti 100% naturali. Per questo sono stati scelti cotone biologico impregnato in cera d’api, resina di pino e olio di nocciole, ovvero alimenti autoctoni piemontesi totalmente a chilometro zero. Si tratta di cera biologica e quando possibile biodinamica, che viene fornita a Monica e Clarien direttamente dai produttori locali. “Abbiamo iniziato a conoscere delle realtà piccole sul territorio del torinese, dell’astigiano e del cuneese e abbiamo quindi provveduto a mapparle, per costruire delle relazioni che vedessero protagonisti proprio i produttori del luogo, che sono per noi i veri custodi della terra, della natura e dell’ecosistema”, mi spiegano.

Piccole realtà, che testimoniano la volontà di favorire più produttori che, proprio come Clarien e Monica, stanno crescendo sul territorio e cercano di proporre un’agricoltura sana e naturale che valorizzi le tipicità locali. “Nel complesso abbiamo riscontrato molta curiosità e interesse da parte dei produttori agricoli, proprio perché il nostro è un prodotto nuovo ed insolito che anch’essi hanno voluto testare e scoprire”. 

Beeopak ha delle proprietà antibatteriche che permettono di conservare il cibo fresco e più a lungo. La cera è infatti ricca per natura di propoli e altre sostanze con cui la plastica non potrà mai competere. “È traspirante e modellabile – mi spiega Clarien – perfetta per avvolgere cibi perché, scaldandola con le mani, si adatta alla forma dell’alimento. Inoltre, contiene resina di pino al suo interno, che conferisce una perfetta capacità aderente, ottimale per conservare gli alimenti”, aggiunge Monica. Insomma, un prodotto versatile che funziona proprio come una seconda pelle: “Ha mille utilizzi, c’è chi lo usa come se fosse un piano di lavoro per far lievitare la pasta del pane, chi ci avvolge la saponetta da portare in viaggio al posto della custodia di plastica, chi incarta il panino da mangiare a scuola o a lavoro, chi conserva formaggi, frutta e verdura facilmente deperibili”, mi raccontano.

“Beeopak è per noi un’alternativa alla pellicola, ma non solo”. Come mi spiega Clarien, è un modo diverso per prendersi cura del cibo. “Nel momento in cui una persona compra un alimento, lo avvolge, lo conserva, lo presenta in tavola, ne gode e se ne nutre, dando così valore ai doni che la natura ci offre”.  

L’idea di una pellicola naturale riutilizzabile vuole ricordarci l’importanza di introdurre alternative sostenibili nella nostra quotidianità, a cominciare da subito. Beeopak rappresenta una delle sempre più numerose ed innovative soluzioni contro lo spreco e la cultura dell’usa e getta, che trova la sua soluzione ideale in una dimensione locale proprio perché capace di valorizzare i prodotti caratteristici di un territorio.

“Da quando abbiamo avviato il progetto nel 2018, l’attività è cresciuta molto. Abbiamo sempre più richieste da piccoli negozi locali che prediligono il biologico e la spesa sfusa senza imballi oppure gruppi di acquisto collettivi o i privati, nonché realtà che stanno intraprendendo percorsi virtuosi. Ci accorgiamo che le persone sono curiose, vogliono cambiare e sono pronte a cambiare, cercando delle alternative più sostenibili”, mi raccontano.

Oltre ad una finalità ambientale, tramite Beeopak, Monica e Clarien stanno promuovendo intorno al progetto una dimensione sociale legata allo sviluppo di comunità. “Abbiamo avviato un rapporto di collaborazione con un’agenzia formativa sul territorio attivando degli stage nel nostro laboratorio per lavoratori svantaggiati, con l’idea che alcuni di questi stage si trasformino poi in tirocini e rapporti di lavoro. Stiamo inoltre sviluppando una dimensione educativa e pedagogica attraverso collaborazioni con musei, bioparchi e realtà attive nell’ambito dell’educazione, accompagnando i bambini, i ragazzi e i futuri cittadini del nostro domani verso la scoperta di soluzioni che, proprio come Beeopak, possono aiutarci a vivere in maniera più consapevole”. 

Intervista: Lorena di Maria e Paolo Cignini

Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/beeopak-pellicola-naturale-cura-cibo-ambiente-io-faccio-cosi-256/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Plastic Radar: come segnalare da WhatsApp la plastica nelle acque

Greenpeace ha riattivato Plastic Radar, l’applicazione per segnalare la presenza di rifiuti in plastica sulle spiagge, sui fondali o che galleggiano sulla superficie del mare. Novità di questa edizione la possibilità di segnalare i rifiuti in plastica anche nei nostri fiumi e laghi. Greenpeace ha riattivato Plastic Radar il servizio per segnalare la presenza di rifiuti in plastica che inquinano spiagge, mari e fondali e che, a partire dall’edizione di quest’anno, include anche l’inquinamento da plastica nei nostri fiumi e laghi. Partecipare è semplice, basta avere un telefono cellulare su cui sia installata l’applicazione WhatsApp e, una volta ritrovato un rifiuto di plastica in mare, spiaggia, in fiumi o laghi, segnalarlo al numero di Greenpeace +39 342 3711267 tramite l’applicazione. Per effettuare una segnalazione è necessario inviare a Plastic Radar una foto in cui sia ben riconoscibile il tipo di rifiuto/oggetto e, se possibile, anche il marchio dell’azienda produttrice, insieme alle coordinate geografiche del luogo dove è stato individuato il rifiuto. La chatbot di Plastic Radar porrà successivamente delle domande per reperire le informazioni necessarie per registrare e validare la segnalazione. I dati saranno disponibili in forma aggregata – nell’arco di 24-48 ore – sul sito. Greenpeace invita tutti i partecipanti a raccogliere i rifiuti, differenziarli e depositarli negli appositi contenitori una volta effettuata la segnalazione.

“Nella nostra recente spedizione di ricerca e documentazione “MAYDAY SOS Plastica” nel Tirreno abbiamo verificato che i nostri mari e le nostre spiagge sono soffocate dalla plastica. Tra i punti più contaminati la foce del Sarno, a conferma che i fiumi sono una delle principali vie di ingresso dei rifiuti in mare. Per questo raccogliamo anche segnalazioni relative alla presenza di rifiuti in plastica lungo fiumi e laghi”, dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. “Chiediamo una mano a tutti: insieme possiamo denunciare cosa sta succedendo e accendere i riflettori su una delle emergenze ambientali più gravi dei nostri tempi”. 

Attraverso il sito Plastic Radar sarà possibile scoprire quali sono le tipologie di imballaggi più comuni che inquinano mari, spiagge, fiumi e laghi, a quali categorie merceologiche appartengono e quali sono le aziende che dipendono maggiormente dalla plastica monouso nell’offerta dei propri prodotti.  

“L’iniziativa lanciata l’anno scorso ha avuto un enorme successo con oltre 6.800 segnalazioni valide e ci ha aiutato a far luce sui rifiuti in plastica più presenti nei mari italiani. La maggior parte erano prodotti usa e getta, in primis bottiglie di plastica, e appartenenti a marchi ben noti come San Benedetto, Coca Cola e Nestlè. Le grandi aziende continuano a immettere sul mercato enormi quantitativi di plastica usa e getta non assumendosi alcuna responsabilità circa il suo corretto riciclo e recupero. Se vogliamo veramente fermare l’inquinamento da plastica nei nostri mari è necessario che le grandi aziende avviino immediatamente programmi per ridurre drasticamente il ricorso all’utilizzo di imballaggi e contenitori in plastica usa e getta” , conclude Ungherese.

 Delle quasi 6.800 segnalazioni valide ricevute nell’estate 2018, il 91 per cento ha riguardato rifiuti in plastica usa e getta, ovvero oggetti progettati per un utilizzo che va da pochi secondi ad alcuni minuti, e in gran parte rappresentati da bottiglie per l’acqua minerale e bevande (25 per cento); a seguire, nell’ordine: confezioni per alimenti (circa il 10 per cento), frammenti (6 per cento), sacchetti di plastica (4 per cento), bicchieri, flaconi di detersivi, tappi e reti (tutti al 3 per cento) e contenitori industriali, flaconi di saponi e contenitori in polistirolo (tutti al 2 per cento).  

Nei mesi scorsi Greenpeace ha lanciato una petizione, sottoscritta da più di un milione di persone in tutto il mondo, in cui si chiede ai grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Unilever, Procter & Gamble, McDonald’s e Starbucks di ridurre drasticamente l’utilizzo di contenitori e imballaggi in plastica monouso

Leggi il report “Plastic Radar 2018

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2019/07/greenpeace-rilancia-plastic-radar-per-segnalare-plastica-nostre-acque/

Plastica nello stomaco del capodoglio spiaggiato: “L’SOS disperato del mare”

Nello stomaco del capodoglio spiaggiato due giorni fa a Cefalù, in Sicilia, è stata trovata molta plastica. “Bisogna intervenire subito per salvare le meravigliose creature che lo abitano”. Lo afferma Greenpeace pronta a salpare insieme a The Blue Dream Project per monitorare lo stato di salute dei nostri mari. A pochi giorni dalla partenza di una spedizione di ricerca, monitoraggio, documentazione e sensibilizzazione sullo stato dei nostri mari, organizzata insieme a The Blue Dream Project, Greenpeace diffonde le immagini di quanto è stato ritrovato nello stomaco del capodoglio spiaggiato due giorni fa sulle coste della Sicilia.

«Quello che è stato trovato due giorni fa sulla spiaggia di Cefalù era un giovane capodoglio di circa sette anni appena. Come si può vedere dalle immagini che diffondiamo, nel suo stomaco è stata trovata molta plastica. Le indagini sono appena iniziate e non sappiamo ancora se sia morto per questo, ma non possiamo certo far finta che non stia succedendo nulla», dichiara Giorgia Monti, responsabile campagna Mare di Greenpeace Italia.  

«Sono ben cinque i capodogli spiaggiati negli ultimi cinque mesi sulle coste italiane. Nello stomaco della femmina gravida ritrovata a marzo in Sardegna sono stati trovati addirittura 22 kg di plastica. Il mare ci sta inviando un grido di allarme, un SOS disperato. Bisogna intervenire subito per salvare le meravigliose creature che lo abitano».

Greenpeace e The Blue Dream Project monitoreranno per tre settimane i livelli di inquinamento da plastica in mare, in particolare nel Mar Tirreno Centrale. Una spedizione di ricerca che si concluderà in Toscana l’8 giugno, in occasione della Giornata mondiale degli oceani. In occasione della conferenza stampa di presentazione del tour, che si terrà martedì 21 maggio alle ore 11 presso la Sala conferenze Lega Navale di Ostia, i ricercatori del Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione dell’Università degli Studi di Padova, centro di riferimento per le autopsie sui grandi cetacei spiaggiati lungo le coste italiane, presenteranno un report preliminare sullo spiaggiamento dei cetacei in Italia, con un focus proprio sui capodogli e la plastica. 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/plastica-stomaco-capodoglio-spiaggiato-sos-disperato-mare/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Spiagge invase dai rifiuti: l’80% è plastica

Con l’approssimarsi della primavera, nelle località balneari si è in procinto di iniziare le operazioni di ripulitura delle spiagge in previsione della stagione estiva che verrà. E Legambiente denuncia una situazione insostenibile: l’80% dei rifiuti che invadono i nostri litorali è costituito da plastica.

L’indagine Beach litter 2018 di Legambiente ha monitorato 78 spiagge con 48.388 rifiuti rinvenuti in un’area complessiva di 416.850 mq (pari a circa 60 campi di calcio) e una media di 620 rifiuti ogni 100 metri di spiaggia (lineari) campionata, 6,2 per ogni metro di spiaggia.

Quello che si trova sulle spiagge italiane è soprattutto plastica (80%). L’associazione ambientalista sottolinea come oltre la metà dei rifiuti raggiungono le spiagge perché non vengono gestiti correttamente a terra. La cattiva gestione dei rifiuti a monte è, infatti, la causa principale del continuo afflusso dei rifiuti in mare. Ma non è la sola. Anche i rifiuti abbandonati direttamente sulle spiagge o quelli che provengono direttamente dagli scarichi non depurati e dalla cattiva abitudine di utilizzare i wc come una pattumiera.

Sul podio dei rifiuti più trovati lungo le spiagge ci sono i frammenti di plastica, ovvero i residui di materiali che hanno già iniziato il loro processo di disgregazione, anelli e tappi di plastica e infine i cotton fioc, che salgono quest’anno al terzo posto della top ten. Gli oggetti che si trovano praticamente in tutte le spiagge monitorate sono tappi e anelli di plastica (95% delle spiagge), bottiglie e contenitori di plastica per bevande (96% delle spiagge) e bicchieri, cannucce, posate e piatti di plastica (90% delle spiagge monitorate).

Questi oggetti usa e getta di uso diffuso rappresentano un problema comune per tutte le spiagge. Altro rifiuto molto diffuso sono i materiali da costruzione, presenti nell’85% delle spiagge monitorate. L’indagine di Legambiente è una delle più importanti azioni a livello internazionale di citizen science, ovvero il risultato di un monitoraggio eseguito direttamente dai circoli di Legambiente, da volontari e cittadini, che ogni anno setacciano le spiagge italiane contando i rifiuti presenti, secondo un protocollo scientifico comune e riconosciuto anche dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, a cui ogni anno vengono trasmessi i dati dell’indagine per completare il quadro a livello europeo. Questi dati infatti vanno a integrare quelli rilevati dalle agenzie ambientali di tutta Europa nell’ambito della Marine Strategy, la strategia marina dell’Unione Europea.

Fonte: ilcambiamento.it

La plastica minaccia la salute umana

Non sono solo gli oceani e gli animali marini a soffrire: la plastica comporta evidenti rischi per la salute umana e per questo è necessario ed urgente adottare il principio di precauzione e a iniziare ad eliminare definitivamente questo materiale, a partire dall’usa e getta. Un rapporto diffuso nelle ultime ore dal Center for International Environmental Law (CIEL) evidenzia l’urgenza di adottare il principio di precauzione per proteggere l’umanità dall’inquinamento della plastica. Valutate tutte le fasi del ciclo produttivo e di vita di questo materiale, il report infatti rileva evidenti rischi per la salute umana. 

Nel dettaglio, il rapporto del CIEL evidenzia come: 

– le materie plastiche presentano differenti rischi per la salute umana in ogni fase del loro ciclo di vita: dalle sostanze chimiche pericolose rilasciate durante l’estrazione del petrolio e la produzione delle materie prime, all’esposizione agli additivi chimici rilasciati durante l’utilizzo delle materie plastiche, per terminare con l’inquinamento dell’ambiente e del cibo che può derivare dal rilascio di plastica nell’ambiente; 

– le microplastiche, come frammenti e fibre, a causa delle loro piccole dimensioni possono entrare nel corpo umano attraverso il contatto, l’ingestione o l’inalazione, penetrare nei tessuti e nelle cellule generando impatti sull’uomo, anche a causa del rilascio di sostanze chimiche pericolose; 

– incertezze e lacune conoscitive non consentono di avere un quadro dettagliato circa gli impatti sulla salute umana e impediscono a consumatori, comunità e istituzioni di prendere decisioni consapevoli su questo materiale.

Commentando quanto emerge dal report di CIEL, Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia, dichiara: “I rischi per la salute derivanti dall’inquinamento da plastica sono stati ignorati per troppo tempo, un atteggiamento che va contro le regole basilari della prevenzione che dovrebbero guidare le scelte istituzionali e delle multinazionali e venire prima dei profitti. Imprese e istituzioni hanno scelto invece di mantenere lo status quo. Non sono solo gli oceani e gli animali marini a soffrire le conseguenze della dipendenza dalla plastica della nostra società, siamo tutti noi a subirne gli effetti. Nonostante ci sia ancora molto da chiarire su tutti i possibili impatti generati dalla plastica sulla salute umana, i rischi sono evidenti. Le conoscenze attuali impongono di applicare concretamente il principio di precauzione e iniziare a eliminare definitivamente la plastica, a partire dall’usa e getta”. 

“Il ricorso a questo materiale, oltre a devastare il Pianeta, continua a mantenerci dipendenti dai combustibili fossili, contribuendo ai cambiamenti climatici”, continua Ungherese. “Non ci sono motivi per continuare a mettere a rischio la salute umana in nome della presunta convenienza della plastica. Da mesi chiediamo alle grandi multinazionali, responsabili della commercializzazione dei più grandi volumi di plastica usa e getta, di assumersi le proprie responsabilità riducendo drasticamente la produzione di plastica monouso”, conclude.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/02/plastica-minaccia-salute-umana/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Direttiva Ue sulla plastica monouso: “Ora gli stati membri vadano oltre al plastic free” – Parte 2

La direttiva approvata dal Parlamento europeo sulla plastica monouso getta le basi per grossi cambiamenti nella progettazione, imballaggio e utilizzo dei beni di consumo, introducendo divieti su molti oggetti di plastica usa e getta e concetti come la responsabilità estesa del produttore su molti altri. Riusciranno gli stati membri a recepire correttamente la direttiva e anzi a cogliere l’occasione per andare oltre il plastic free e introdurre misure per il riuso, la riduzione a monte dei rifiuti, il superamento dell’usa e getta? Ne abbiamo parlato con Silvia Ricci, responsabile campagne dell’ACV Associazione Comuni Virtuosi. Qualche settimana fa abbiamo parlato con Silvia Ricci, responsabile campagne dell’ACV Associazione Comuni Virtuosi, dello stato dell’arte nella gestione degli imballaggi in plastica. L’abbiamo ricontattata per entrare più nel dettaglio della direttiva sulle plastiche monouso o Single Use Plastics (SUP) recentemente approvata dal Parlamento europeo. In particolare ci interessa avere un suo parere su quali sono le luci e le ombre del provvedimento europeo e su cosa si potrebbe fare da subito per preparare il terreno per il miglior recepimento possibile. Il tema degli imballaggi e dell’usa e getta in genere è infatti uno dei cavalli di battaglia dell’ACV, oltre che che oggetto di proposte a decisori politici e aziendali, a partire dal lancio della campagna Porta la Sporta che ha informato sul marine litter collegandolo agli  attuali stili di vita già dieci anni fa.

Parliamo della direttiva SUP: qual è la tua valutazione complessiva?  

L’Europa con questa direttiva ha fornito una prima risposta importante che mancava per affrontare un’emergenza mondiale come l’inquinamento da plastica che, soprattutto negli ambienti marini e acquatici in genere ha assunto dimensioni allarmanti. Nonostante il fenomeno fosse già noto almeno dagli anni settanta, come ha evidenziato lo studio “Plastic Industry Awareness of the Ocean Plastics Problem” del CIEL (Center for International Environmental Law), l’atteggiamento negazionista adottato in primis dall’industria della chimica e plastica ha avuto la meglio. Pertanto, decadi dopo, il problema si è ripresentato, amplificato dal boom di produzione plastica che è passato dai dei 35 milioni di tonnellate del 1970 ai 348 milioni di tonnellate del 2017 e ci è stato “servito sul piatto” , nel senso letterale del termine.  

Tuttavia alcune misure presentate nella prima versione del testo sono state edulcorate nell’ultima stesura e cercherò di spiegare perché,  complessivamente, non le ritengo commisurate alla reale gravità del fenomeno. Non dimentichiamoci che l’impatto della plastica sull’ambiente  è destinato ad aumentare visto che anche la produzione plastica aumenta, trainata dall’aumento della popolazione mondiale e da un maggiore benessere nei paesi in via di sviluppo. Molto dipenderà pertanto dal recepimento che i paesi membri dovranno formalizzare all’interno dei propri quadri legislativi. Questa direttiva potrebbe diventare un’importante opportunità per ripensare il modello lineare che caratterizza la gestione degli imballaggi – non solo in plastica – introducendo azioni di prevenzione e riuso che sono indispensabili per alleggerire il carico che i prodotti usa e getta hanno sull’ambiente, riducendo al contempo le emissioni climalteranti che sono associate a tutti i processi produttivi, a prescindere dai materiali.   

Quali sono i punti di forza di questa direttiva ? 

Ritengo sicuramente positivo il divieto di vendita  sul mercato comunitario (ai sensi dell’articolo 5 a partire dal 2021) di quegli articoli usa e getta che sono diventati rifiuti pervasivi sia in contesti urbani che in natura rappresentando circa la metà di tutti i rifiuti marini trovati sulle spiagge europee (per numero). Si tratta di: cotton fioc, posate (coltelli, cucchiai, forchette, bacchette e agitatori), piatti, cannucce, aste per palloncini, contenitori in plastiche oxo-degradabili e in polistirene espanso (EPS) per alimenti e bevande (e relativi coperchi) sia per consumo in loco che da asporto. Inoltre l’istituzione di regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR, ai sensi dell’articolo 8) per alcuni di questi prodotti non ancora coperti da tali schemi è a mio avviso la misura determinante per favorire la prevenzione, l’eco design e la riduzione di prodotti superflui, di cui una parte può essere sostituita con opzioni riutilizzabili. Principalmente perché questi regimi prevedono che siano i produttori a sostenere i costi di raccolta e avvio a riciclo di tali prodotti a fine vita nonché delle attività di pulizia ambientale e di sensibilizzazione verso i cittadini. Parliamo di articoli come, ad esempio, involucri di snack dolci e salati, salviette umidificate, assorbenti e prodotti a base di  tabacco contenenti plastica (entro il gennaio 2023 per la maggior parte degli articoli). Inoltre ritengo importante che la presenza di materie plastiche venga notificata sull’etichetta del prodotto insieme all’informazione sugli impatti ambientali e alle opzioni appropriate di smaltimento.

Infine sono favorevole alla misura che riguarda i criteri di progettazione degli articoli SUP che, all’articolo 6, stabilisce che coperchi e contenitori debbano essere fissati al contenitore in modo da non venire dispersi nell’ambiente. Ma anche finire nello scarto degli impianti di selezione a causa delle ridotte dimensioni aggiungerei. Peccato che l’entrata in vigore sia stata posticipata dal 2021 al 2024. Va detto che i paesi che hanno in vigore il deposito su cauzione offrono già una soluzione alla dispersione dei tappi con tassi di intercettazione di bottiglie (e tappi) che possono andare oltre al 90% dell’immesso. Per quanto riguarda invece prodotti contenenti plastica come i mozziconi di sigaretta e gli attrezzi da pesca l’obbligatorietà di adesione ad un un regime di responsabilità estesa con monitoraggio e raggiungimento di obiettivi nazionali di raccolta avrebbe dovuto arrivare già molto, molto tempo fa. Ma meglio tardi che mai…. 

Quali sono invece le ombre della direttiva? Quali misure avresti voluto vedere incluse sin dalla prima stesura? 

In prima battuta non avere fissare in sede europea delle obiettivi obbligatori di riduzione per contenitori per alimenti e bevande. Avere previsto la possibilità per i paesi dell’UE di adottare restrizioni di mercato per questi manufatti, senza proporre obiettivi, rischia di non stimolare i governi centrali e locali a prendere misure legislative in merito. Ma soprattutto di non incentivare le aziende che utilizzano questi contenitori a dismetterli a favore di alternative più sostenibili già collaudate. Basta guardare impegni annunciati dalle grandi catene del fast food per diminuire l’impatto dei propri contenitori per notare che generalmente si limitano all’eliminazione delle cannucce. Oppure a sostituire la plastica con altri materiali usa e getta che, seppur riciclabili o compostabili, vengono poi gestiti con l’indifferenziato. Solamente la catena di caffetterie inglese Boston Tea Party  ha, coraggiosamente, eliminato lo scorso anno tutti i contenitori monouso e introdotto tazze da asporto riutilizzabili. Il proprietario della catena ha raccontato di essersi chiesto cosa poteva fare per non lasciare alle future generazioni un pianeta di spazzatura e di avere fatto la scelta maggiormente responsabile, nella totale consapevolezza di incorrere in un’importante riduzione del fatturato (che si è poi verificata). Abbiamo fatto un appello a Starbucks in collaborazione con Zero Waste Europe, Greenpeace e WWF Italia  prima che aprisse il primo locale a Milano, coinvolgendo anche la Giunta di Milano che ha dimostrato di apprezzare il gesto, senza che l’appello venisse colto nella sostanza.

Pertanto in assenza di provvedimenti, che per ora stanno prendendo alcune città come Berkeley, Amsterdam e Tubinga, che spiegherò a seguire, questo flusso di rifiuti, insieme ai rifiuti derivati dal commercio online, continuerà a crescere così come i costi ambientali ed economici collegati a carico delle comunità. In seconda battuta penso sia stato un errore madornale ritardare di 4 anni il raggiungimento dell’obiettivo di raccolta separata del 90% per le bottiglie di bevande (articolo 9) che, dal 2025 slitta al 2029, anche se è stato fissato un obiettivo intermedio del 77% di intercettazione entro il 2025. Una scadenza più vicina avrebbe spinto i paesi EU ad attivarsi per introdurre al più presto un sistema di deposito per tutti i contenitori di bevande,  seguendo gli esempi di successo dei 10 paesi europei dove il sistema è già rodato e nei quali nessuno vorrebbe più tornare indietro. Come ho raccontato recentemente la Lituania che ha implementato un sistema di deposito in tempi da record, ha raggiunto in meno di un anno oltre il 70% di intercettazione (obiettivo intermedio del 2025), per attestarsi al 92% in due anni, testimonia come la volontà politica possa risolvere dei problemi convertendoli in opportunità economiche. Infine considero  l’obiettivo del 25% di contenuto riciclato per le bottiglie entro il 2025, per passare al 30% al 2030, alquanto modesto, considerato che gli impegni annunciati da alcune multinazionali dell’acqua in bottiglia, ma anche di prodotti per la detergenza, sono molto più ambiziosi.  Lo scorso anno Bar le Duc (United Soft Drinks) è stata la prima marca di acqua minerale ad optare in Olanda per bottiglie realizzate con il 100% di plastica da riciclo. Evian di Danone ha annunciato  che raggiungerà lo stesso obiettivo entro il 2025 e Coca-Cola porterà al 50% la percentuale di contenuto riciclato nelle sue bottiglie al 2030.

Gli Stati membri hanno due anni per recepire la direttiva nella propria legislazione nazionale che cosa temi e ti auguri rispetto a questa fase?  

Come ho anticipato mi auguro che i paesi membri recepiscano questa direttiva in modo ambizioso con misure che si inseriscano come tasselli in un contesto più ampio che è quello della prevenzione dei rifiuti e del consumo di risorse. Perché è qui che si gioca la vera partita,  ogni rifiuto da smaltire è una sconfitta, anche rispetto alla lotta al cambiamento climatico. A maggior ragione se teniamo presente che le previsioni della Banca Mondiale (nel rapporto What a Waste 2.0) stimano al 2050 un aumento del 70% nella produzione dei rifiuti, di cui  quelli da usa e getta ne costituiscono una parte importante. Anche le stime dell’Unep che indicano che avremo bisogno del 40% in più di risorse come energia, acqua, legno e fibre varie andrebbero tenute in mente quando si legifera. Tornando al clima lo Special report 15 (Sr15) dell’IPCC recentemente presentato alle Nazioni Unite avverte che entro i prossimi dodici anni vanno messe in campo misure che abbattano a tempo di record le emissioni di gas ad effetto serra per mantenere il riscaldamento della Terra entro i 1,5 gradi centigradi.   Assodato che per avere qualche chance di centrare questo obiettivo vanno intrapresi urgentemente drastici cambiamenti negli stili di vita, cosa c’è di più scontato che partire con una revisione dei modelli di consumo usa e getta  che, in cambio di comodità fugaci garantiscono una distruzione perenne degli habitat naturali? In linea peraltro con l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile nr.12: Consumo e Produzione Responsabili delle Nazioni Unite. I ritmi massicci di prelievo di risorse operato da oltre 7 miliardi di “cavallette” non rispettano da almeno mezzo secolo quelli che sono i tempi naturali di rigenerazione degli ecosistemi. E anche in Italia non scherziamo, visto che  l’Overshoot day, il giorno dell’anno in cui abbiamo già consumato tutto il nostro budget annuale di risorse naturali cade, secondo il Global Footprint Network, il 24 maggio, con quasi tre mesi di anticipo rispetto alla media globale ( il 1 agosto nel 2018) . Pertanto un recepimento della direttiva SUP non dovrebbe solamente seguire la Gerarchia EU di gestione dei rifiuti nell’individuazione delle azioni prioritarie da convertire in legge, ma anche  tenere conto, per ogni articolo che si voglia bandire, ridurre o sostituire, verso quali alternative si sposterà il consumo. Una volta individuate le possibili opzioni di ripiego ne andrebbero valutati gli impatti (da enti terzi) e andrebbero previste eventuali misure a supporto delle opzioni più sostenibili. Anche per evitare di lasciare questa partita in mano al mercato, che ha interessi che non coincidono sicuramente con la prevenzione del rifiuto. A meno che non si obblighi il produttore/utilizzatore a dovere recuperare a fine vita i propri prodotti assumendosene i costi totali.  Queste valutazioni , che sarebbero da fare con la collaborazione di tutti i portatori di interesse di uno specifico provvedimento, sono necessarie per identificare possibili effetti collaterali o conseguenze non volute che possono annullare i benefici ambientali previsti. La direttiva sui biocarburanti ne è l’esempio più eclatante: è stata introdotta per i presunti effetti positivi sul clima, ma ha avuto effetti disastrosi sulla biodiversità, sulla deforestazione e sul fenomeno conosciuto come cambiamento indiretto di destinazione d’uso del suolo ILUC (indirect land use change).

L’Italia come si sta muovendo? 

Venendo all’Italia non sono ancora arrivati “segnali incoraggianti” rispetto all’approccio che ho delineato. Non ho letto nelle dichiarazioni del Ministro Costa riportate dai media, alcun accenno alla prevenzione di questi rifiuti. Ad esempio per quanto riguarda le stoviglie usa e getta in plastica , anche se pochi media ne hanno fatto accenno, va detto che le misure della direttiva SUP si applicano a tutte le materie plastiche monouso elencate negli allegati, comprese le plastiche biodegradabili e compostabili. In un’intervista concessa recentemente al Corriere il Ministro Costa afferma che stiamo chiedendo una deroga in Europa per le stoviglie in bioplastica compostabile visto che l’Italia è un produttore leader a livello europeo di questo settore. Questa linea si riflette nella misura del credito d’imposta del 36% previsto nella Legge di Bilancio 2019 che viene concesso alle imprese che acquistano “prodotti realizzati con materiali provenienti dalla raccolta differenziata degli imballaggi in plastica, ovvero che acquistano imballaggi biodegradabili e compostabili secondo la normativa UNI EN 13432:2002, o derivati dalla raccolta differenziata della carta e dell’alluminio”. Questa è una misura di cui tra l’altro , non riesco a cogliere l’utilità, se non per la plastica. Ma anche in questo caso, se si vuole  creare un mercato di sbocco per le plastiche da riciclo servirebbe molto di più di quanto previsto da questa misura. Serve un quadro legislativo di promozione di  modelli di economia circolare che consideri tutti i flussi di rifiuti che potrebbero essere evitati creando occupazione verde. Ritengo di basilare importanza porre il tema delle materie prime seconde per cui va sicuramente creato un mercato, ma se non facciamo prima un ragionamento su quali sono i “prodotti indispensabili” e se ci devono essere eccezioni (e perché),  si rischia di proporre gli stessi volumi (insostenibili) di usa e getta in altri materiali, che sono solamente diversamente impattanti. Mi riferisco ovviamente anche ai prodotti a base di cellulosa. In questo ultimo anno il marketing delle aziende, approfittando del sentiment anti-plastica,  si è speso nella promozione dei propri prodotti con claim che sono al limite del greenwashing. Aggettivi come bio-based, compostabile, biodegradabile, plastic-free (che è invece necessario quando evidenzia la presenza, insospettabile, di microplastiche nei prodotti), vengono utilizzati per vendere inducendo il consumatore a pensare che basti optare per questi prodotti per fare “bene all’ambiente” quando invece, molto spesso, si tratta di alternative  che risultano “meno dannose” o “diversamente impattanti”.  

Per meglio chiarire cosa intendo mantengo l’esempio già citato delle stoviglie monouso: indifferentemente dal materiale in cui siano realizzate, che sia carta o bioplastica,  andrebbe stabilito che un loro uso debba diventare di natura “emergenziale” e cioè in quelle situazioni in cui non possono davvero essere usate alternative riutilizzabili. Questi manufatti dovrebbero essere comunque aggravati da una tassa ambientale, sull’esempio di Tubinga, il cui sindaco spiega che la tassa che verrà introdotta in città (per tutti i tipi di contenitori monouso e in qualunque materiale) è essenziale per rendere meno oneroso l’adesione a sistemi riutilizzabili. Ecco perché credo che i governi centrali in fase di recepimento della direttiva debbano guardare agli esempi di ordinanze come quelle adottate da Berkely, Amsterdam e Tubinga che offrono spunti concreti da adattare alle caratteristiche dei diversi contesti. 

In cosa consistono queste tre esperienze? 

L’ordinanza di Berkeley che è quella “più strutturata”, ha il merito di avere creato un percorso a tappe di creazione del sistema che renderà possibile e agevole, in due anni circa, avere in città cibo e bevande consumate (in loco o da asporto) prevalentemente in contenitori riutilizzabili. Parallelamente al divieto per i contenitori di plastica viene infatti permesso l’utilizzo di contenitori compostabili ma con un sovrapprezzo obbligatorio. Tutto il percorso è stato avviato dalla municipalità con il coinvolgimento attivo di tutti gli stakeholder tra i quali gli esercizi commerciali e i loro rappresentanti e le Ong. L’ordinanza di Tubinga, precedentemente accennata, ha sempre il merito di promuovere il riuso anche se con una modalità “meno laboriosa” e magari più veloce. Tassando tutti i contenitori monouso di qualsiasi materiale l’amministrazione cittadina vuole evitare che l’esternalizzazione dei costi sulle comunità e contribuenti, che favorisce economicamente gli utilizzatori di contenitori monouso, penalizzi la nascita e la diffusione di sistemi di riuso basati sul concetto del “prodotto come servizio”.

E infine l’ordinanza di Amsterdam,  che è altrettanto efficace “da subito” per uno specifico flusso di usa e getta, e pertanto “geniale”. Tutti gli organizzatori di eventi che chiedono da questo mese un permesso di occupazione di suolo pubblico alla città per eventi e manifestazioni varie, sono obbligati a servirsi solamente di bicchieri riutilizzabili. I sistemi che gestiscono contenitori riutilizzabili e funzionano con l’applicazione di una cauzione ( che garantisce la restituzione dei contenitori per la sanificazione e successivi utilizzi), sono già attivi in Olanda da oltre 10 anni fa e ci sono diverse aziende che forniscono questo servizio chiavi in mano. 

Leggi la prima parte dell’intervista

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/direttiva-ue-plastica-monouso-stati-vadano-oltre-plastic-free/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Disastrosa acqua minerale

In Italia si consumano ogni anno 12 miliardi di litri di acqua minerale in bottiglia, con una produzione enorme di rifiuti di plastica. Ma possiamo dire basta, ci sono altre soluzioni.

Possiamo fare molto per dare il nostro contributo a fermare il riscaldamento globale, senza aspettare che lo facciano coloro che sono potenti proprio perché guadagnano da tutto ciò che inquina. Per esempio, smettere di bere acqua minerale. L’acqua minerale in bottiglia costa poco ma fa grandi danni. In Italia se ne consumano 12 miliardi di litri ogni anno: abbiamo il record mondiale di questo spreco inutile e nocivo, che comporta l’utilizzo della stratosferica cifra di 7 miliardi e più di bottiglie di plastica all’anno; che significano 456.000 tonnellate di petrolio (pensateci, 456 milioni di litri di petrolio estratti, trasportati, lavorati) per produrre i 7 miliardi e rotti di bottiglie di plastica. Che vogliono dire, ogni anno, 1,2 milioni di tonnellate di CO2, un milione e duecentomila tonnellate di quell’anidride carbonica che sta soffocando il pianeta, che se ne va in atmosfera per produrre quegli inutili 7 miliardi di bottiglie di plastica. Perché vi piacciono le bollicine, magari.

E per smaltirle? Quanta energia sprecata e quanta produzione di altra anidride carbonica per trasportarle di nuovo e riciclarle? E questo nel migliore dei casi.

Ma non basta: per produrre ognuna di quelle bottiglie di plastica, che conterrà acqua, è stato consumato più di mezzo litro d’acqua. L’arte dei pazzi?

Sembrerebbe proprio di sì, tenuto conto poi del fatto che l’acqua “minerale” in bottiglia (di plastica) dà molto meno garanzie di quella del rubinetto. Perché?

Perché:

1) Con l’acqua in bottiglia di plastica è sicuro che berrete anche plastica;

2) Mentre l’acqua dell’acquedotto è controllata frequentemente dalla USL, e nelle grandi città si arriva a una frequenza di controlli quotidiana, le acque “minerali” vengono controllate per legge ogni cinque anni ; e da chi? Questo lo decidono i padroni delle acque minerali;

3) Molte sostanze pericolose per la salute (l’arsenico tra queste) sono permesse nell’acqua minerale e proibite o permesse in quantità molto minori nell’acqua di acquedotto; le acque minerali fino agli anni Settanta venivano usate solo per la cura di specifiche malattie e sotto controllo medico, e la legge attuale “non si è accorta” che sono diventate un grande affare con consumi iperbolici e iperbolici guadagni dei proprietari delle concessioni sulle sorgenti. Di conseguenza la pubblicità per indurre al consumo è diventata martellante. C’è un solo vantaggio nel bere acqua cosiddetta “minerale”: che non si beve il cloro, anch’esso decisamente dannoso per la salute. Ma per ovviare a questo inconveniente c’è un rimedio facile e che non costa nulla: mettere l’acqua da bere e per cucinare in un recipiente dall’imboccatura larga e scoperta, brocca o pentola, qualche ora prima di utilizzarla, meglio ancora la sera per la mattina. Il cloro è un gas, evapora, e l’acqua torna pulita. Se poi si vuole risolvere il problema una volta per tutte, possiamo mettere un filtro purificatore al rubinetto, e pare che i migliori siano anche quelli meno costosi, i filtri a carboni attivi. Comperiamoci anche una borraccia per quando andiamo a fare una gita, un’escursione, un viaggio, e riempiamola con l’acqua del rubinetto. Ci farà risparmiare plastica, petrolio, rifiuti, anidride carbonica in atmosfera. Ci farà guadagnare futuro. 

Andre Mari, Libera Università Popolare di Ecologia Profonda Ecologia Concreta: cos’è 

Ce lo spiegano i promotori: «È un piccolo strumento in più che vogliamo dare per informare e formare coscienza critica, per cambiare consumi e stili di vita. Una goccia, forse, ma di gocce è fatta la pioggia, che può spegnere anche gli incendi. Il consumo critico è un’arma nelle mani di ognuno di noi, per invertire la rotta che ci sta portando al naufragio, per combattere l’inquinamento, lo spreco, la dissipazione di risorse e ambiente ma anche il capitalismo globale, lo strapotere dittatoriale delle multinazionali-finanziarie mondiali, vera arma di distruzione planetaria e sociale. Possiamo praticarlo e possiamo diffonderlo con iniziative di informazione, dai volantinaggi ai presidi alle conferenze o anche, più modestamente per chi non fa parte di nessuna associazione, gruppo o circolo ambientalista, con la parola e la spiegazione. Tutti abbiamo parenti, amici, vicini di casa, colleghi di lavoro con i quali possiamo scambiare due parole e con queste parole informare ed esortare. Tutti possiamo stampare qualche foglio con le informazioni che potrebbero far riflettere e far cambiare atteggiamento, e darlo alle persone che conosciamo, metterlo nelle caselle dei vicini o lasciarlo nel bar del paese. Non sarà carta sprecata. Sarà forse una di quelle gocce che spengono gli incendi».

Per contattare la libera università Andre Mari scrivere a: univ.andremari@libero.it  

Fonte: ilcambiamento.it

L’economia della crescita del PIL ci fa mangiare la plastica

Dio Denaro: ormai è così, dovunque. La “religione” della crescita e del soldo pervade ogni settore, ogni ambito, ogni categoria, quasi ogni mente e cuore. Dunque, poi le decisioni si prendono solo in quella direzione. Che ci sta portando alla distruzione.9944-10736

Per sostenere le loro tesi, gli adoratori del Dio Denaro, protagonista della religione della crescita economica, citano sempre il fatto che il progresso dato dalla produzione illimitata di merci ci ha portato a una situazione migliore rispetto al passato. A sostegno delle loro tesi citano quelle che erano le epidemie, le guerre, la fame, la fatica del lavoro quando non c’è l’ausilio delle macchine.

Ma vediamo se le cose stanno veramente così.

Ogni anno solo in Europa muoiono 500 mila persone per l’inquinamento atmosferico. In India e Cina, che sono gli avamposti nella corsa alla crescita dei cosiddetti paesi emergenti, complessivamente i dati indicano che si superano i due milioni di morti. Nel mondo si calcolano 9 milioni di morti, complessivamente. I morti da incidenti stradali superano abbondantemente il milione a livello mondiale, più altri milioni di feriti anche gravi. Negli anni recenti sono centinaia di migliaia i morti a causa dei cambiamenti climatici dovuti al nostro modello di sviluppo. Poi ci sono tutti i vari tipi di cancro non derivati dall’inquinamento atmosferico ma dall’impatto pesantissimo che ha la chimica disintesi, la medicina che serve solo gli interessi delle multinazionali e il cibo spazzatura. Quando poi si parla di cibo, si arriva all’apoteosi del progresso, così avanzato che ci fa mangiare direttamente la plastica.  L’università di Edimburgo in Scozia ha recentemente scoperto che ingeriamo una quantità enorme di microplastiche ogni anno. E dopo la terrificante notizia che proseguendo così nel 2050 nei mari ci sarà più plastica che pesci, ora ce la mangiamo direttamente. Chissà poi cosa ci succederà e cosa già ci sta succedendo con l’inquinamento da elettrosmog determinato da miliardi di telefoni cellulari e dispositivi simili. Il fantastico progresso e la crescita economica non hanno di certo debellato la fame nel mondo che colpisce oltre 800 milioni di persone, il che è assai strano dato che circolano così tanti soldi e mezzi tecnologici che il problema dovrebbe essere risolto in pochi minuti. Abbiamo forse migliorato le condizioni di lavoro nei paesi occidentali dei privilegiati ma a spese dei paesi schiavi del sud del mondo e degli schiavi che lavorano per noi a casa nostra. Milioni e milioni di persone lavorano in condizioni disumane per servire il nostro insaziabile appetito per lo spreco. I morti per le guerre ci sono ancora e con armi sempre più letali e sofisticate.

Dire poi che siamo progrediti quando abbiamo inventato armi che possono distruggere l‘intera umanità più volte, fa tragicamente ridere. Trattasi di progresso omicida. Stessa cosa si può dire dei cambiamenti climatici che stanno portando all’estinzione la specie umana e che sono la diretta conseguenza del progresso e della crescita economica. Mai nella storia siamo arrivati a essere così letali per noi stessi.

Il progresso distrugge animali, piante e tutto quanto incontra sul cammino in una maniera devastante, come mai prima d’ora; e per far accettare l’amara pillola, industriali, politici e sindacalisti senza scrupoli ci dicono che si creano posti di lavoro. Quindi va bene tutto, industrie che inquinano e ammazzano a più non posso, grandi e inutilissime opere, nucleare, organismi geneticamente modificati, armi, banche, combustibili fossili, eccetera. L’importante è dare lavoro, poi se questo determina levarlo a tanti altri e condurci all’autodistruzione, chi se ne frega; il politico passa all’incasso elettorale e non solo, l’industriale e il sindacalista passano all’incasso economico. Questi esempi dimostrano che a livello globale non regge granchè dire che oggi si sta meglio di quando si stava peggio. Ma chi ha detto che si deve accettare la distruzione contemporanea  solo perché altrimenti si torna al Medioevo?

Anzi, il modo migliore per tornare al Medioevo, o periodi ancora più remoti, lo avremo sicuramente se continuiamo a perseverare nel progresso suicida. Nè Medioevo, né la follia attuale: ci sono alternative, modi di vivere, lavorare,  fare economia, cooperare fra le persone che sono ben diversi da quelli dominanti attualmente. Ogni giorno vi presentiamo alternative, soluzioni, idee che ci confermano che il mondo può veramente progredire senza tornare alla peste o alla caccia alle streghe (che tra l’altro non è mai cessata vista la condizione di sofferenza e sfruttamento attuale a livello mondiale della donna). Non si tratta certo di tornare indietro ma di andare avanti mettendo in discussione radicalmente la balla della crescita che è paragonabile a quando la Chiesa credeva che il sole ruotasse intorno alla terra.

Cominciamo a cambiare le cose, partendo da noi stessi: il 10 e 11 novembre partecipa al 36° corso “Cambia vita e lavoro, istruzioni per l’uso”.

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Fonte: ilcambiamento.it