CiòCheVale: l’associazione che riscopre la forza del proprio territorio

Sostenibilità, etica e solidarietà sono i principi cardine alla base della visione di Ciò che Vale, associazione di promozione sociale che, sui territori della collina torinese, sta scommettendo da anni sulla valorizzazione dei luoghi e delle piccole comunità che li abitano, attraverso la riscoperta delle tradizioni e dei saperi locali e la creazione di forme di aggregazione sociale basata su buone pratiche e stili di vita sostenibili.

Casa. La casa è quel luogo familiare, dove ritorniamo al termine della nostra lunga giornata. Casa è dove sono le nostre radici, i luoghi dove siamo cresciuti, dove viviamo, oppure dove abitano i ricordi felici. Il territorio è casa, la casa di tutta la comunità che lo abita e che da esso trae la sua forza. L’Associazione CiòCheVale nasce quattro anni fa dall’idea di Alberto Guggino, incoraggiata dalla voglia di cambiamento e dall’amore per la propria “casa”, cioè il territorio e le persone che lo abitano. Insieme a Pietro Liotta cresce, anno dopo anno, con forza e tenacia per dare vita e spazio alle voci, ai pensieri, ai sogni di chi in questo territorio vive tutti i giorni. Alberto e Pietro non sono soltanto i protagonisti della bella storia che vi stiamo per raccontare. Rappresentano la forza di un territorio che ogni giorno viene riscoperto, il coraggio di chi non vuole aspettare per dare vita al cambiamento, il motore di una rivoluzione che sta trasformando i luoghi e le consapevolezze collettive.

Parlare con Alberto e Pietro è ogni volta di grande ispirazione. Sarà la loro energia, l’entusiasmo contagioso che li contraddistingue e che li ha portati, sui comuni della collina torinese, a dare vita ad un progetto virtuoso per la riscoperta dei luoghi e delle comunità. Sono proprio i comuni della collina torinese gli scenari di una trasformazione avviata da tempo ed il cui tema chiave è la valorizzazione: “Valorizzazione del patrimonio non solo artistico, architettonico e ambientale, che ovviamente sono una parte saliente, ma soprattutto delle tradizioni e dei saperi locali” mi racconta Pietro. Tutti i progetti portati avanti dall’associazione si basano sulla riscoperta del territorio attraverso stili di vita sostenibili quali l’autoproduzione alimentare, la permacultura, la riscoperta dei grani antichi e la valorizzazione della filiera del pane. Una promozione che parla di riscoperta dei luoghi ma soprattutto delle loro tipicità: “in campo agricolo sono presenti attività e coltivazioni che necessitano di essere valorizzate, se no il rischio è che si perdano. Oppure ci sono forme di artigianato locale che andrebbero sviluppate, supportate ed aiutate”.

Alla loro visione si aggiunge la sensibilizzazione a modelli abitativi alternativi come la casa passiva, ovvero un’abitazione autosufficiente a livello energetico o la promozione dell’ecoturismo, come ne è esempio l’albergo diffuso, attraverso il quale dare vita ad una modalità di accoglienza familiare che offre la possibilità di affittare la propria stanza o casa a persone che non hanno la forza o la capacità di inserirsi nei circuiti turistici.

Pistaaa – La Blue Way Piemontese” è uno dei progetti attualmente in atto che intende realizzare tutto ciò, attraverso la realizzazione di un percorso ciclabile che collegherà 21 paesi della collina torinese per un totale di 90 Km utilizzando sentieri e strade bianche, congiungendo tratti di pista ciclabile già esistenti e creando nuovi collegamenti. Si tratta di un progetto che guarda in grande e capace di generare effetti positivi sugli stili di vita e sull’imprenditoria locale. “La pista ciclabile è un obiettivo ma anche lo strumento attraverso il quale cerchiamo di ampliare il concetto di valorizzazione: promuovere le tradizioni, lo sviluppo dell’enogastronomia locale, la diffusione dei sistemi di agricoltura tradizionale, dei saperi degli artigiani del luogo attraverso un turismo lento e di prossimità che permetta di godere appieno delle bellezze che il territorio sa offrire”.

Ma come dare vita ad una vera valorizzazione? Come mi racconta Pietro, è fondamentale fare rete. “Interconnettere e mettere in comunicazione le piccole attività economiche dislocate sul territorio, ma non solo. Creare rete anche tra le varie associazioni ed enti locali in modo che siano capaci di parlare una lingua comune e soprattutto creare sinergie forti tra i comuni. Singolarmente i comuni sono in grado di portare avanti i loro progetti ma lavorare insieme facilita il percorso e dà maggiore forza e peso all’identità del territorio stesso”.

Nei comuni della collina torinese tutto ciò sta diventando realtà. Attraverso i progetti portati avanti da “CiòCheVale” sta avvenendo una crescente e graduale trasformazione collettiva. Adesso, dopo anni di attività sul territorio, l’associazione ha inaugurato la sua nuova sede. Nel comune di Chieri, in via Marconi, vuole rappresentare un punto di riferimento per la comunità, un luogo aperto a tutti in cui creare inclusione sociale e che sarà il trampolino di lancio dei tanti progetti futuri. Già a partire da ora le attività avviate sono numerose: presso la nuova sede ha trovato spazio la recente iniziativa dell”Accademia del Dialogo, che vuole essere uno spazio nascente di confronto, scambio e conoscenze, ovvero un ciclo di incontri che, stimolati ogni volta da un relatore diverso, sono capaci di creare momenti di riflessione e proposte per nuovi progetti collettivi, dando vita ad un vero e proprio laboratorio di pensiero. Si tratta, nello specifico, di uno spazio che mira alla valorizzazione dei saperi messi a disposizione delle comunità locali: “Per ogni area abbiamo previsto 6-7 incontri da realizzare tra il 2019/2020 con un programma intenso.  Gli incontri verteranno su quattro aree: “Andiamo incontro al futuro” come riporta una citazione di Don Luigi Ciotti ed in cui si rifletterà sul tema del cambiamento; “Regola d’arte” in cui daremo spazio al tema dell’arte a partire dalla partecipazione sociale; “Abitare sostenibile” in cui ci confronteremo su forme abitative che si basano sul rispetto dell’ambiente e della sostenibilità quali costruzioni in paglia ed in legno, bioarchitettura o sull’utilizzo della canapa ed infine “Ripartiamo dal cibo” con incontri e riflessioni incentrate sul nostro benessere connesso alla salute del pianeta.

Nella sede dell’associazione Alberto e Pietro hanno in programma di dare vita ad uno spazio anche per i più giovani: “il nostro obiettivo, attraverso lo Spazio Giovani, è coinvolgere i giovani permettendo loro di condividere le proprie competenze e mettere a disposizione i propri talenti” sostiene Pietro. “Credo che oggi dare spazio ai giovani e alle loro iniziative sia fondamentale. La loro forza è potente, talmente potente e fresca che noi adulti non possiamo non darle spazio. Io e Alberto crediamo fortemente nei giovani perchè danno energia, entusiasmo, ci aiutano a crescere”.

Come raccontano tutti i progetti descritti, CiòCheVale rappresenta un esempio virtuoso, un modello di vita e di legame con il proprio territorio che ci dimostra che insieme tutto è possibile. Rappresenta un simbolo di speranza per il futuro, capace di generare l’attivazione delle comunità e nuove reti sul territorio legate da un denominatore comune: il senso di identità. Pietro mi spiega cosa significa per lui l’orgoglio di comunità, che si rispecchia nei vari progetti portati avanti: “per me il senso di comunità è dare la possibilità a delle persone che hanno dei talenti e delle potenzialità di essere conosciuti e di condividerle con altri, mettendo al servizio degli altri le proprie capacità e creando reti di scambio e conoscenze”.

Foto copertina
Didascalia: Valorizzazione territoriale
Autore: Ciò che Vale
Licenza: Pagina fb Ciò che Vale

Fonte: piemonte.checambia.org

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Banca Etica elegge la sua prima presidente donna

Con la nomina di Anna Fasano, Banca Etica festeggia la sua prima presidente donna eletta dai soci e le socie che hanno salutato con un lungo applauso il presidente uscente Ugo Biggeri che ha guidato l’istituto di credito negli ultimi 9 anni, traghettandolo nel passaggio da start-up a realtà consolidata e riconosciuta del panorama della finanza etica in Europa e nel mondo. I soci e le socie di Banca Etica riuniti qualche giorno fa in assemblea hanno rinnovato il Consiglio di Amministrazione, approvato il bilancio e deliberato un aumento del sovrapprezzo delle azioni.

“Banca Etica ha appena festeggiato i suoi primi 20 anni: è una vera soddisfazione aver chiuso anche lo scorso anno un bilancio in utile e che – nonostante le difficili condizioni di mercato – evidenzia il grande impegno per aumentare costantemente il credito alle persone, alle imprese e alle organizzazioni attive nell’economia civile, solidale e sostenibile in Italia e in Spagna. Significativo il voto dei nostri soci che in una mozione hanno chiesto alla banca di continuare l’impegno al fianco delle organizzazioni che si occupano di salvataggio, tutela dei diritti e integrazione sociale e lavorativa dei migranti”, ha detto il presidente uscente Ugo Biggeri. Quello che si è chiuso nel 2018 è stato un bilancio che ha registrato un utile di 3.287.703 euro. Nel dettaglio gli altri numeri parlano di impieghi lordi che hanno toccato quota 931 milioni di euro (+10,7% sul 2017); la raccolta diretta ammonta a 1.549 milioni (+12,9% rispetto al 2017); la raccolta indiretta è a quota 670 milioni (+5,2% sul 2017). Sono in n calo i crediti deteriorati (NPL), passando dal 7% al 6% del totale impieghi, e in calo anche le sofferenze nette, che scendono allo 0,81%. La patrimonializzazione, infine, è solida con il Cet 1 al 12,24% (dal 12,15%). I soci e le socie di Banca Etica erano chiamati a votare per il rinnovo delle cariche sociali. Il nuovo Consiglio d’amministrazione, eletto con un sistema che prevede la possibilità di scegliere tra due liste e un nominativo da un elenco di candidati indipendenti, è così composto: Anna Fasano (presidente), Andrea Baranes, Andrea Di Stefano, Marina Galati, Raffaele Izzo, Adriana Lamberto Floristan, Giacinto Palladino, Pedro Sasia, Aldo Soldi, Marco Carlizzi, Elisa Bacciotti, Arola Farré Torras, Lino Sbraccia.

Il nuovo Consiglio d’Amministrazione di Banca Etica

Con la nomina di Anna Fasano, Banca Etica festeggia la sua prima presidente donna. Anna Fasano ha 44 anni ed è friulana: componente del CdA di Banca Etica dal 2010; dal 2016 ricopre il ruolo di Vicepresidente. Laureata in Economia Bancaria appassionata di Finanza Etica, economia sociale e organizzazioni del Terzo Settore è attualmente impegnata in diverse operazioni di housing sociale. L’assemblea ha salutato con un lungo e commosso applauso il presidente uscente Ugo Biggeri che ha guidato Banca Etica negli ultimi 9 anni, traghettandola nel passaggio da start-up a realtà consolidata e riconosciuta del panorama della finanza etica in Europa e nel mondo. In questi nove anni – mentre il Paese fronteggiava la recessione e il credit crunch e le altre banche si concentravano su riduzione dei costi e gestione dei crediti deteriorati  – i prestiti erogati da Banca Etica sono cresciuti con incrementi annui a due cifre, complessivamente del 112%, ed i collaboratori sono aumentati del +72%. Un exploit di cui anche le istituzioni si sono accorte approvando – nel 2016 – la prima legge che riconosce la specificità della finanza etica in Italia (purtroppo ancora inattuata). Nei mesi scorsi il CdA di Banca Etica ha deliberato di adottare una metodologia di valutazione del valore delle azioni basata sul Free Cash Flow to Equity Model (FCFE), riconsiderato con stima dell’Excess Capital, in base alla quale effettuare una periodica valutazione del valore delle azioni della Banca, in corrispondenza delle scadenze del ciclo di pianificazione industriale. Tenendo conto di quanto risultato dalla “prima adozione” di tale metodologia e delle ulteriori considerazioni prudenziali in ordine alla stabilità del valore delle azioni della Banca nel medio termine, alla continuità con le scelte operate in precedenza e alla sostenibilità degli impatti patrimoniali, il Consiglio di Amministrazione ha proposto all’Assemblea dei Soci – che ha approvato – di incrementare il sovrapprezzo di Euro 1,50 per azione (+2,6% rispetto al precedente prezzo unitario complessivo per azione) e, quindi, di fissarlo complessivamente in Euro 6,50 per ogni azione emessa (+12,3% l’incremento del valore di sovrapprezzo rispetto al valore nominale dell’azione) e di stabilire, inoltre, che la Banca riacquisti le azioni proprie al prezzo corrispondente al valore nominale maggiorato del sovrapprezzo così come determinato dall’Assemblea dei Soci. All’assemblea hanno partecipato e votato in totale circa 5.300 soci; sono state circa 1.770 le persone che hanno scelto di partecipare online.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/banca-etica-elegge-prima-presidente-donna/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’abbondanza miracolosa che cambierà il mondo

I media mainstream continuano a dispensare informazioni superficiali, inutili e funzionali al sistema; intanto c’è chi si dà da fare per realizzare rivoluzioni pacifiche, partendo dal quotidiano e riuscendo a fare grandi cose!

Mentre i grandi (per dimensioni e soldi, ma piccoli di contenuti) media continuano, nella maggior parte dei casi, a bombardarci di notizie superficiali, inutili, stupide che servono solo a fare da cornice alla pubblicità che li mantiene in vita, ci sono costanti conferme di quello che noi, come associazione Paea e giornale Il Cambiamento, proponiamo da sempre. Nella realtà, persone motivate che non credono ai media dispensatori di pubblicità, che non credono alla scienza e tecnologia al servizio del profitto, invece di lamentarsi, si rimboccano le mani e trovano strade diverse da quelle segnate e insegnate da un sistema totalmente allo sfascio. 

Charles e Perrine Hervé-Gruyer erano rispettivamente un marinaio e una avvocata internazionale e ad un certo punto della loro esistenza decidono di comprare un piccolo appezzamento di terra in Normandia in cui iniziano a coltivare fondando la Fattoria del Bec Hellouin. La loro esperienza pregressa con l’agricoltura era zero e all’inizio del loro percorso si imbattono nella Permacultura e da lì in poi iniziano a sperimentare varie metodologie e sistemi di coltivazione biologica. Lo fanno così bene, con così tanta cura e attenzione che iniziano ad interessarsi a loro sia esperti del settore, che accademici ed università.

Con grande lavoro, sforzi e sacrifici e non senza problemi, mettono a punto un sistema di coltivazione così efficiente che riescono a dimostrare nella pratica come senza trattori quindi senza meccanizzazione dell’agricoltura e senza ausilio della chimica, si possono avere rese maggiori rispetto alla agricoltura tradizionale. Uno dei segreti è quello di pensare in micro appezzamenti, unendo le pratiche della Permacultura con la Food Forest ovvero un sistema di coltivazione che rispecchia l’organizzazione boschiva. Il loro esperimento ha grande successo e iniziano a postulare una possibile pianificazione del sostentamento alimentare dell’intera Francia con queste metodologie.  Anche il loro lavoro dimostra che non bisogna credere ai voli pindarici e deliri fantascientifici di chi dice che le macchine ci sostituiranno tutti; infatti accadrà esattamente il contrario, per ovvi motivi legati a costi energetici, complessità tecnologica e scarsità di risorse per costruire macchine sofisticatissime.

Ma leggiamo alcune delle loro parole illuminanti tratte dal libro Abbondanza miracolosa, iniziando dal potenziale dei micro appezzamenti coltivati.

«Il censimento mondiale dell’agricoltura realizzato dalla FAO e altri lavori condotti  dalle Istituzioni internazionali mettono in evidenza il fatto che le piccole fattorie sono più produttive rispetto a quelle grandi. Le fattorie comprese tra 0,5 e 6 ettari sono in media 4 volte più produttive rispetto alle fattorie che hanno più di 15 ettari, e in alcuni casi anche 12 volte più produttive. Negli Stati Uniti nel 2002, le fattorie che avevano meno di 1 ettaro generavano redditi da 10 a 50 volte maggiori per unità di superficie rispetto alle fattorie americane più grandi. Se una superficie coltivata di 1000 metri quadrati, come al Bec Hellouin, permette di produrre tutto l’anno l’equivalente di 60 o 80 cassette di frutta e ortaggi alla settimana, allora anche il più piccolo giardino, la più piccola corte può diventare una possibile azienda agricola. Un prato di 200 metri quadrati con una terra buona e un agricoltore competente può produrre una dozzina di cassette a settimana e un balcone di 10 metri quadrati può produrre quasi una cassetta a settimana».

Sulla rinascita dell’agricoltura e dell’artigianato scrivono:

«La rinascita di una agricoltura manuale si accompagnerà ad una rinascita dell’artigianato. I decenni a venire vedranno la progressiva diminuzione delle grandi aziende agricole e degli impianti industriali, forse anche alla loro scomparsa, cosa che porterà alla soppressione di un gran numero di posti di lavoro. Ma la simultanea diffusione delle micro fattorie e dei laboratori artigiani dovrebbe permettere di assorbire la manodopera vacante. La decrescita energetica farà scomparire del tutto alcuni impieghi (tutti quelli connessi a professioni che richiedono enormi quantità di energia); ma ne creerà molti altri, perché proprio il ricorso alle energie fossili e la diffusione dei motori meccanici ed elettrici hanno reso meno necessarie le braccia dell’uomo».

Poi c’è la nuova economia:

«Una nuova economia basata sulla madre terra costituirebbe invece una base solida per la nostra civiltà. Il giovanissimo movimento Slow Money, lo afferma con forza: ”Crediamo nel suolo!” è il suo motto. Il bisogno primario di un essere vivente è quello di nutrirsi e gli essere umani non sfuggono a questa regola. Le ricchezze finanziarie che provengono dalle borse non sono commestibili: ricollocare l’agricoltura come fondamento di una economia reale, solida e ben radicata sarà la nostra ancora di salvezza nella tempesta che verrà».

I due autori parlano anche di come soddisfare i bisogni alimentari:

«Tre o quattro milioni di micro fattorie dovrebbero essere in grado di soddisfare la totalità dei bisogni alimentari di una popolazione di 70 milioni di persone (escludendo i prodotti esotici).

Nell’elaborazione degli scenari futuri bisogna tenere conto di un dato: il fatto che un numero sempre maggiore di individui produrrà da sé tutto o parte del proprio cibo.

Ben presto risulterà più gratificante ed entusiasmante gestire in maniera creativa una fattoria, allearsi con le forze della natura e vivere liberi all’interno di un territorio coltivato amorosamente, piuttosto che rinchiudersi in casa, nei mezzi pubblici affollati, negli uffici climatizzati. Abbiamo la sensazione che questo mutamento sia già in corso. Esso subirà una accelerazione quando la diminuzione delle energie fossili farà aumentare il prezzo delle derrate alimentari. Quando il cibo diventerà più prezioso e quando usciremo dal dominio della plastica, il sapere dei contadini e degli artigiani sarà considerato con molto più rispetto».

Sradicare la disoccupazione:

«Con la creazione di 3 o 4 milioni di impieghi agricoli, ai quali vanno aggiunti gli impieghi indiretti e vari impieghi artigianali, l’affermazione della micro agricoltura potrebbe contribuire a sradicare la disoccupazione. La diffusione delle micro fattorie  offrirebbe ciascuna una alimentazione biologica di qualità. Questo mutamento sociale permetterebbe di chiudere il famoso “buco della Sanità”, perché una alimentazione, sana e locale per tutti, migliorerebbe il livello di salute dei nostri concittadini. Senza parlare dei benefici di una attività all’aria aperta per tutti coloro che decideranno di tornare alla terra!».

I benefici di un ritorno alla dimensione locale:

«Il ritorno ad una dimensione più locale, che auspichiamo, si accompagnerà, quando si sarà realizzato, a un ritorno dei servizi pubblici: trasporti comuni, servizi postali, sanità, cultura… Gli operatori di questi settori accresceranno a loro volta il dinamismo dei piccoli centri urbani. L’aumento della popolazione nelle cittadine e nei piccoli paesi porterà all’aumento della clientela di contadini e artigiani. Poiché un numero maggiore di beni e servizi diverrà disponibile a livello locale e dal momento che sarà sempre più facile trovare lavoro direttamente sul posto, la circolazione di beni e persone si ridurrà considerevolmente. Questo mutamento permetterà di diminuire le notevoli emissioni di anidride carbonica legate al trasporto delle persone, che rappresenta il 19% del nostro impatto ambientale e che continua ad essere una delle fonti di emissioni più difficili da ridurre».

Prendere in mano il proprio destino:

«In futuro ogni comunità locale prenderà in mano il suo destino. Il principio della solidarietà, che consiste nel conferire il massimo potere decisionale al più basso livello di organizzazione possibile, sprigionerà una immensa energia creativa. Ciascun popolo sarà dunque in grado di affrancarsi dai canoni obbligatori della modernità, dagli stereotipi del benessere e degli stimoli consumistici che essa porta con sé, per essere finalmente artefice del proprio destino. Ma tutti i popoli avranno sviluppato, lo speriamo vivamente, valori comuni, primo fra tutti l’imperante bisogno di proteggere tutte le forme di vita con le quali condividiamo questo pianeta e senza le quali non potremmo vivere. Il mondo post-petrolio sarà allo stesso tempo più radicato nella dimensione locale e più aperto verso una dimensione universale».

C’è poco da aggiungere a tanta lungimiranza, intelligenza e concretezza.

Fonte: ilcambiamento.it

Bilanci di giustizia: “Le famiglie sostenibili sono più felici”

Ridurre i consumi aumenta il benessere. È quanto dimostra Bilanci di giustizia, una rete che raccoglie centinaia di famiglie italiane che hanno modificato il proprio stile di vita rendendolo più etico e sostenibile. L’obiettivo è quello di cambiare l’economia mondiale partendo proprio dai consumi familiari. L’ingiustizia, a livello globale, è un tema quanto mai attuale. Un tema sul quale una rete di famiglie in Italia, ha iniziato ad interrogarsi oltre vent’anni fa, cercando di comprendere come realizzare un cambiamento personale e politico.  

“Quando l’economia uccide bisogna cambiare”. Partendo da questa considerazione nel 1994 nasce Bilanci di Giustizia, coinvolgendo ai suoi esordi qualche centinaio di famiglie, per poi arrivare alla fine degli anni ’90 a interessare oltre mille famiglie. Famiglie in rete che hanno iniziato a prendere consapevolezza dei propri consumi con l’obiettivo di orientarli a dei criteri di giustizia, intesa nei suoi molteplici aspetti, dalla sostenibilità ambientale, considerando come il consumo di risorse implichi anche che queste non siano più a disposizione di noi tutti e del pianeta, al rispetto dei diritti dei lavoratori e alle questioni sociali e relazionali.

La riflessione centrale – che si è arricchita negli anni attraverso incontri, esperienze, strumenti, davvero difficili da poter raccontare con esaustività – è su come i propri stili di consumo e di vita potessero essere utili al cambiamento. Per toccare tutte le modalità attraverso le quali si può cambiare il proprio stile di vita, si sono creati momenti di approfondimento su temi come il consumo energetico e dell’acqua, sui prodotti alimentari e tessili. Il primo strumento di cui Bilanci di Giustizia si è dotato è quello individuale del bilancio mensile che ogni famiglia compila con lo scopo di controllare e modificare la capacità di cambiamento della propria famiglia. Accanto a questo, strumenti collettivi, come l’incontro con le altre famiglie del gruppo locale e, una volta all’anno, l’incontro di riflessione collettiva su un tema emerso nel processo di ricerca di tutti gli aderenti. Un momento anche di ricarica per le famiglie che poi continuano a progettare il cambiamento personale e sociale all’interno dei loro nuclei e nei gruppi locali. I tanti dati raccolti in questi anni hanno permesso di dare una risposta positiva all’intuizione di queste famiglie: spostare i consumi, modificare il bilancio familiare, e quindi il sistema economico, orientandolo verso criteri di giustizia, non solo non riduce la qualità della vita, ma aumenta il benessere delle famiglie. Le famiglie bilanciste sono più felici della media. Un dato importante anche sul piano politico, che dimostra che un altro modello è possibile.

Dalla ricerca è emerso un altro importante dato: se da una parte c’è stato negli ultimi anni un calo di partecipazione ed adesso le famiglie coinvolte in Bilanci di Giustizia sono meno numerose, molti dei bilancisti della prima ora sono stati promotori del cambiamento intorno a loro. Hanno creato gruppi di acquisto solidale, reti di economia solidale e promosso azioni politiche nei propri territori di appartenenza. L’esperienza bilancista è diventata molla per fare altro, c’è stata un’evoluzione e contaminazione al di là di essa. Quella di Bilanci di Giustizia è una storia di persone che hanno deciso di prendersi la responsabilità della propria vita e di fare scelte consapevoli, persone che si mettono in gioco continuamente, come abbiamo avuto modo di vedere all’ultimo incontro annuale a Stresa, al quale ha partecipato anche Italia che Cambia.

Un incontro aperto a tutti e a tutte, non solo a chi è già un bilancista, in cui quest’anno i partecipanti si sono confrontati per quattro giorni intorno al tema “come sarebbe il mondo senza denaro?”, riflettendo e ragionando sulle criticità del sistema economico attuale dal punto di vista monetario e interrogandosi sul rapporto che abbiamo con il denaro. Un processo di apprendimento collettivo attraverso il metodo della comunità di ricerca, in cui la conoscenza non è “già data” ma viene ricercata insieme. Dove la conclusione non è mai statica e dove l’importante è di nuovo il processo e la relazione. 

Intervista e immagini video: Daniela Bartolini

Montaggio: Paolo Cignini

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2019/02/bilanci-di-giustizia-famiglie-sostenibili-sono-piu-felici-io-faccio-cosi-238/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Mercato Circolare, l’app dell’economia che gira bene

Promuovere l’economia circolare partendo da un utilizzo mirato delle tecnologie digitali. Nasce con questo obiettivo l’app Mercato Circolare, che permette di trovare prodotti, servizi ed eventi presenti sul territorio riducendo i rifiuti. Per sapere cos’è e come funziona abbiamo intervistato Nadia Lambiase, ideatrice del progetto.

Puoi presentarti?

“Mi chiamo Nadia Lambiase, ho 36 anni e sono laureata in Cooperazione, Sviluppo e Mercato Transnazionali. Dopo dieci anni in Banca Etica, in cui mi sono occupata di progetti di microcredito, microrisparmio, innovazione, pianificazione strategica e controllo di gestione, sono oggi dottoranda in Innovation for the Circular Economy all’Università degli Studi di Torino. Sono ideatrice, fondatrice e presidente di Mercato Circolare srl società benefit, come pure dell’Associazione Pop Economix“.

Che cos’è Mercato Circolare?

“Mercato Circolare è una applicazione gratuita che rivela agli utenti chi, in Italia e anche fuori, sta facendo economia circolare. Ed è anche una start-up innovativa a vocazione sociale, nonché benefit company, fondata a giugno del 2018 con la missione di far emergere e far crescere l’attenzione e l’interesse del pubblico per l’economia circolare e le sue imprese, a partire da un uso mirato delle tecnologie digitali. In Italia, va sottolineato, esistono ormai centinaia di imprese che producono e/o vendono beni e/o servizi seguendo i principi dell’economia circolare. E tanti italiani si dicono interessati a prodotti che riducono sensibilmente l’impatto sull’ambiente. Ma non sempre imprese e potenziali clienti si incontrano. Per questo stiamo provando a costruire ponti tra cittadini e imprese che hanno fatto questa scelta coraggiosa e intelligente”.

Com’è nata l’idea?

“L’idea di creare una app nasce nella primavera 2017, contemporaneamente alla messa in scena dello spettacolo Blue Revolution. L’economia ai tempi dell’usa e getta, seconda produzione dell’Associazione Pop Economix che si occupa di aiutare le persone a conoscere l’economia per essere cittadini più consapevoli.  Blue Revolution unisce tre storie – la storia dell’economia dell’usa e getta, il dramma dell’inquinamento da plastica dei mari e la vicenda del giovane imprenditore Tom Szaky, per proporre una nuova visione del rapporto tra produzione, consumo e ambiente: un’alleanza basata sull’economia circolare, quella che trasforma i rifiuti in ricchezza, e l’economia civile, teorizzata da Antonio Genovesi (1763) qualche anno prima del celebre “La Ricchezza delle Nazioni” di Adam Smith. Per Genovesi, in fatti, il fine ultimo dell’economia non è la ricchezza ma la felicità pubblica. Il lavoro di costruzione drammaturgica ha fatto scoprire tante realtà virtuose di economia circolare in Italia, ma poiché, ai fini dello spettacolo, si è scelto di raccontare una storia straniera è nata l’idea di creare un sistema semplice per renderle accessibili a tutti le storie di imprese raccolte, attraverso una app.  Dalla app si è passati a scegliere di dare vita a una azienda a nostra volta, i cui soci fondatori, oltre a me, sono Riccardo Gagliarducci, Paolo Piacenza, Carlotta Cicconetti e la stessa Associazione Pop Economix”.

Che cosa intendete per “imprese circolari” e perché è importante promuoverne la diffusione?
“L’economia circolare rappresenta la risposta strutturale più avanzata e completa al nodo della sostenibilità dello sviluppo economico, in ragione dei quattro principi su cui si fonda. Questi sono anche i criteri alla luce di quali selezioniamo imprese e prodotti da far conoscere attraverso la app. E’ più facile parlarne se facciamo qualche esempio.

Il primo principio postula la necessità di generare valore dallo scarto, come ben rappresenta l’operato di Edizero, nata in Sardegna, che recupera le eccedenze della lana, delle sottoproduzioni di vinacce, di latte, di miele, di formaggi, di potature, per ottenere prodotti isolanti, pitture e intonaci ecologici. O come ha scelto di fare l’azienda Quagga, che produce giacche e maglie a partire da plastica riciclata. Il secondo principio postula la transizione verso l’utilizzo di materiale biodegradabile e l’utilizzo di energie da fonti rinnovabili, come evidenzia il processo produttivo della società agricola Le Erbe di Brillor, di Alice Superiore (Torino), che realizza agridetergenti per bucato e piatti a partire da piante che coltiva e trasforma presso la propria cascina.  Il terzo principio postula la necessità di estendere la vita dei prodotti attraverso il mercato dell’usato, attraverso la riparazione, la vendita di prodotti sfusi, e la rigenerazione. Qui basta è pensare agli artigiani che fanno ancora riparazioni, ai negozi leggeri, a chi costruisce per la durata (lo smartphone Fairphone, ad esempio) o ha introdotto processi di rigenerazione degli elettrodomestici come il progetto Ri-Generation, di Torino, ideato da Astelav. Infine il quarto principio invita a concentrarsi sul valore d’uso piuttosto che su quello di proprietà, come per esempio incentiva a fare la App Paladin con cui è possibile mettere in condivisione le cose che abbiamo ma usiamo raramente, come, ad esempio, il proprio trapano o le ciaspole per andare sulla neve”.

Avete creato un’app. Di cosa si tratta e come funziona?

“La app Mercato Circolare, disponibile in versione beta per Android e Apple, dà accesso a una mappa qualificata e georeferenziata del mondo dell’economia circolare in Italia e non solo: ad oggi censisce più di 400 realtà ed è pensata sia per cittadini, proponendo prodotti e imprese che si rivolgono al consumatore finale, sia per le aziende, proponendo prodotti e imprese che si rivolgono ad altre imprese. Importante anche, la sezione “Partecipa in Prima Persona“, dove si possono trovare non solo eventi sul tema dell’economia circolare ma anche associazioni e organizzazioni eco-sostenibili, come ciclofficine, ferramenta di quartiere e orti urbani. Una mappa, quella di Mercato Circolare, che si arricchisce grazie a un lavoro di scouting quotidiano e grazie al crowdsourcing degli stessi utenti che suggeriscono prodotti, imprese, iniziative in linea con i criteri dell’economia circolare”.

Che attività portate avanti e quali eventi organizzate? Solo a Torino o anche in altre città?

“Oltre alla app, Mercato Circolare conduce attività di formazione e consulenza su tutta Italia. Infatti, cura la realizzazione di eventi formativi, divulgativi e culturali, come la circuizione dello spettacolo teatrale “Blue Revolution. L’economia ai tempi dell’usa e getta” e workshop modulabili. Attiva inoltre percorsi di consulenza e occasioni di networking tra imprese, istituzioni, enti di ricerca, come per esempio il percorso di consulenza che sta portando avanti con il comune di Genola, nel cuneese, per coinvolgere e sensibilizzare la cittadinanza sui temi della raccolta differenziata e dell’economia circolare, includendo alcune imprese circolari del territorio”.

Il progetto Mercato Circolare è nato da poco. Com’è andata questa fase iniziale e quali i prossimi obiettivi?

“Siamo ancora in fase di avvio ma abbiamo già ottenuto un riconoscimento importante: siamo stati selezionati tra le prime 10 start up più innovative dal Circular Economy Network. Uno dei prossimi progetti di Mercato Circolare è quelli di attivare percorsi di uso del gioco – digitale o meno – come modalità di apprendimento su temi specifici come l’energia, il cibo e il fashion, per fare un giro virtuale tra imprese, prodotti, eventi ed esperienze circolari”.

Foto copertina
Didascalia: App Mercato Circolare
Autore: Mercato Circolare

Fonte: piemonte.checambia.org

Comunità energetiche, avanti tutta. Al via il progetto nel Pinerolese

Dopo l’approvazione della norma regionale che regola le comunità energetiche di condivisione e scambio dienergia prodotta da fonti alternative, al via il primo progetto nel Pinerolese.Verso le Oil Free Zones in Piemonte.

Scambio, unione e condivisione. È qui che spesso risiede la forza dei nuovi progetti e dei processi trasformativi dal basso che mirano ad una maggiore sostenibilità ambientale, economica e sociale. E proprio questi elementi possono guidare quella transizione energetica sempre più urgente. In questa direzione va la legge sulle comunità energetiche di cui, per prima in Italia, si è dotata la RegionePiemonte e alla quale ha fatto seguito il progetto pilota di rilancio sostenibile del territorio del Pinerolese che, presentato qualche settimana fa a Torino, prevede lo scambio dell’energia autoprodotta. La nuova norma regionale permette infatti a comunità di persone, enti e imprese di scambiare tra loro l’energia prodotta da fonti alternative. L’idea alla base è quella della cooperativa di produzione e consumo di energia per ottenere elettricità e calore da fonti rinnovabili disponibili localmente e forme di efficentamento e riduzione dei consumi.  Quella approvata a luglio in Piemonte è la prima norma che definisce nel dettaglio le modalità di implementazione dello scambio di energia autoprodotta da fonti rinnovabili in un contesto di comunità locale. Sebbene manchino ancora alcune definizioni attuative, il Pinerolese si sta intanto muovendo per porne le basi attraverso il Consorzio CPE nell’ambito del progetto di rilancio del territorio voluto da Acea Centro Sviluppo Innovazione. L’obiettivo è far sì che lo scambio di energia autoprodotta da fonti rinnovabili da Aziende, Comuni aderenti al CPEe da privati cittadini possa contribuire a rilanciare economicamente e in modo sostenibile il territorio.

Come ha spiegato Angelo Tartaglia, Senior Professor del Politecnico di Torino, “la chiave di un simile ente associativo è la possibilità di scambiare energia tra soggetti diversi, cosa che fino a qualche mese fa non era prevista dal nostro ordinamento, salvo che in un numero ben definito e limitato di casi. Oggi – ha aggiunto Tartaglia – si è aperto uno spiraglio normativo che, partendo dalle Oil Free Zones, ha portato la Regione Piemonte a varare una legge la quale consente esplicitamente la costituzione di comunità energetiche senza fini di lucro. Nel Pinerolese il Consorzio CPE e le aziende socie sono pronte a darvita ad un primo esempio di comunità energetica di scala vasta”.

 Peraltro, il Politecnico di Torino, socio del Consorzio CPE, sta anche portando avanti nel territorio piemontese un’azione di mappatura energetica del territorio per permettere alle Comunità Energetiche di organizzarsi al meglio. Verrà sfruttata in particolare l’energia fotovoltaica, già ampiamente utilizzata nella zona, e per il futuro si prevede che l’energia pulita ricavata dal sole possa soddisfare le necessità di tutta l’area. La costituzione delle comunità energetiche dovrebbe e potrebbe tradursi infatti nella creazione di cosiddette “Oil Free Zones” ovvero aree indipendenti totalmente per il loro fabbisogno energetico dalle fonti fossili. Anche di questo si parla proprio inquesti giorni a Rimini dove è in corso il Key Energy, il Salone dell’Energia edella Mobilità Sostenibile, che si tiene in contemporanea ad Ecomondo. Si è tenuta lo scorso martedì, in particolare, la conferenza di presentazione del primo impianto eolico collettivo, un progetto per l’indipendenza energeticalanciato da ènostra, fornitore cooperativo di energia elettricarinnovabile.Fonte:http://piemonte.checambia.org/articolo/comunita-energetiche-avanti-tutta-progetto-nel-pinerolese/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’economia della crescita del PIL ci fa mangiare la plastica

Dio Denaro: ormai è così, dovunque. La “religione” della crescita e del soldo pervade ogni settore, ogni ambito, ogni categoria, quasi ogni mente e cuore. Dunque, poi le decisioni si prendono solo in quella direzione. Che ci sta portando alla distruzione.9944-10736

Per sostenere le loro tesi, gli adoratori del Dio Denaro, protagonista della religione della crescita economica, citano sempre il fatto che il progresso dato dalla produzione illimitata di merci ci ha portato a una situazione migliore rispetto al passato. A sostegno delle loro tesi citano quelle che erano le epidemie, le guerre, la fame, la fatica del lavoro quando non c’è l’ausilio delle macchine.

Ma vediamo se le cose stanno veramente così.

Ogni anno solo in Europa muoiono 500 mila persone per l’inquinamento atmosferico. In India e Cina, che sono gli avamposti nella corsa alla crescita dei cosiddetti paesi emergenti, complessivamente i dati indicano che si superano i due milioni di morti. Nel mondo si calcolano 9 milioni di morti, complessivamente. I morti da incidenti stradali superano abbondantemente il milione a livello mondiale, più altri milioni di feriti anche gravi. Negli anni recenti sono centinaia di migliaia i morti a causa dei cambiamenti climatici dovuti al nostro modello di sviluppo. Poi ci sono tutti i vari tipi di cancro non derivati dall’inquinamento atmosferico ma dall’impatto pesantissimo che ha la chimica disintesi, la medicina che serve solo gli interessi delle multinazionali e il cibo spazzatura. Quando poi si parla di cibo, si arriva all’apoteosi del progresso, così avanzato che ci fa mangiare direttamente la plastica.  L’università di Edimburgo in Scozia ha recentemente scoperto che ingeriamo una quantità enorme di microplastiche ogni anno. E dopo la terrificante notizia che proseguendo così nel 2050 nei mari ci sarà più plastica che pesci, ora ce la mangiamo direttamente. Chissà poi cosa ci succederà e cosa già ci sta succedendo con l’inquinamento da elettrosmog determinato da miliardi di telefoni cellulari e dispositivi simili. Il fantastico progresso e la crescita economica non hanno di certo debellato la fame nel mondo che colpisce oltre 800 milioni di persone, il che è assai strano dato che circolano così tanti soldi e mezzi tecnologici che il problema dovrebbe essere risolto in pochi minuti. Abbiamo forse migliorato le condizioni di lavoro nei paesi occidentali dei privilegiati ma a spese dei paesi schiavi del sud del mondo e degli schiavi che lavorano per noi a casa nostra. Milioni e milioni di persone lavorano in condizioni disumane per servire il nostro insaziabile appetito per lo spreco. I morti per le guerre ci sono ancora e con armi sempre più letali e sofisticate.

Dire poi che siamo progrediti quando abbiamo inventato armi che possono distruggere l‘intera umanità più volte, fa tragicamente ridere. Trattasi di progresso omicida. Stessa cosa si può dire dei cambiamenti climatici che stanno portando all’estinzione la specie umana e che sono la diretta conseguenza del progresso e della crescita economica. Mai nella storia siamo arrivati a essere così letali per noi stessi.

Il progresso distrugge animali, piante e tutto quanto incontra sul cammino in una maniera devastante, come mai prima d’ora; e per far accettare l’amara pillola, industriali, politici e sindacalisti senza scrupoli ci dicono che si creano posti di lavoro. Quindi va bene tutto, industrie che inquinano e ammazzano a più non posso, grandi e inutilissime opere, nucleare, organismi geneticamente modificati, armi, banche, combustibili fossili, eccetera. L’importante è dare lavoro, poi se questo determina levarlo a tanti altri e condurci all’autodistruzione, chi se ne frega; il politico passa all’incasso elettorale e non solo, l’industriale e il sindacalista passano all’incasso economico. Questi esempi dimostrano che a livello globale non regge granchè dire che oggi si sta meglio di quando si stava peggio. Ma chi ha detto che si deve accettare la distruzione contemporanea  solo perché altrimenti si torna al Medioevo?

Anzi, il modo migliore per tornare al Medioevo, o periodi ancora più remoti, lo avremo sicuramente se continuiamo a perseverare nel progresso suicida. Nè Medioevo, né la follia attuale: ci sono alternative, modi di vivere, lavorare,  fare economia, cooperare fra le persone che sono ben diversi da quelli dominanti attualmente. Ogni giorno vi presentiamo alternative, soluzioni, idee che ci confermano che il mondo può veramente progredire senza tornare alla peste o alla caccia alle streghe (che tra l’altro non è mai cessata vista la condizione di sofferenza e sfruttamento attuale a livello mondiale della donna). Non si tratta certo di tornare indietro ma di andare avanti mettendo in discussione radicalmente la balla della crescita che è paragonabile a quando la Chiesa credeva che il sole ruotasse intorno alla terra.

Cominciamo a cambiare le cose, partendo da noi stessi: il 10 e 11 novembre partecipa al 36° corso “Cambia vita e lavoro, istruzioni per l’uso”.

QUI tutte le informazioni

Fonte: ilcambiamento.it

Concorso fotografico: inviaci i tuoi migliori scatti dedicati all’acqua

Che cosa ti viene in mente quando pensi all’acqua? Riesci a immortalarlo in una foto? L’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) ti invita a inviare i tuoi scatti più creativi a WaterPIX, un concorso fotografico dedicato all’acqua. Le migliori fotografie riceveranno un premio in denaro.image_xlarge

Image © Andrzej Bochenski, Picture2050 /EEA

L’acqua è ovunque, dalla più piccola cellula nel nostro corpo fino ai vasti oceani, e tutti, persone, animali e piante, ne siamo dipendenti. Il concorso fotografico «WaterPIX» organizzato dall’AEA mira ad attirare l’attenzione sull’acqua in quanto risorsa vitale per tutte le forme di vita sulla Terra. Puoi rappresentare l’acqua, i suoi usi e la sua importanza per la vita in molti modi diversi. Usa semplicemente la tua creatività e inviaci le tue migliori fotografie entro il 15 agosto 2018. Le tre categorie del concorso per le quali è possibile inviare le fotografie sono illustrate di seguito.

  1. L’acqua e noi

La beviamo, la usiamo per fare il bagno e per cucinare. Inondazioni o siccità possono colpire intere città. Cosa significa l’acqua per te?

  1. L’acqua e la natura

I fiumi, i laghi e i mari non solo permettono la vita sulla terraferma ma ospitano anche un vasto numero di animali e piante. Gli oceani svolgono un ruolo chiave nell’assicurare un clima stabile per il pianeta. Riesci a rappresentare i benefici visibili ed invisibili dell’acqua? L’acqua potabile è a rischio?

  1. L’acqua e l’economia

L’acqua è essenziale per la produzione di cibo, elettricità e molti beni. I fiumi e i mari costituiscono le principali rotte commerciali che collegano paesi e culture. Qual è l’importanza dell’acqua per le nostre economie? In che modo l’economia ha a sua volta un impatto sull’acqua?

I vincitori di ciascuna categoria di concorso riceveranno un premio in denaro dell’ammontare di 1 000 euro. L’AEA assegnerà anche un premio speciale per la gioventù (Youth Prize) alla miglior fotografia presentata da un giovane di età compresa tra i 18 e i 24 anni e inoltre un premio verrà conferito dal pubblico (Public Choice Award), che potrà partecipare ad una votazione online e scegliere un vincitore tra tutti i finalisti.

Il concorso è aperto a tutti i cittadini dei paesi membri dell’AEA e dei paesi cooperanti dei Balcani occidentaliit. Tutti i partecipanti devono essere maggiorenni. Maggiori informazioni sul regolamento del concorso e sulla modalità di partecipazione sono disponibili alla pagina del concorso WaterPIX .

L’AEA comunicherà i nomi dei vincitori a fine ottobre 2018.

Fonte: eea.europa.eu

Lidia di Vece: i bilanci familiari e i consulenti dell’Economia del bene Comune

Per la nostra rubrica sulla Federazione italiana dell’Economia del Bene Comune, dopo esserci immersi in alcune delle imprese che hanno stipulato il Bilancio, insieme alla vice-presidente della federazione italiana Lidia di Vece approfondiamo il tema del bilancio per le famiglie e introduciamo il ruolo del consulente per l’Economia del bene comune. Lidia di Vece, commercialista di professione e vice-presidente della Federazione italiana dell’Economia del Bene Comune, ci accompagna oggi alla scoperta di un altro tipo di bilancio e di una figura professionale molto importante per l’Economia del Bene Comune: si tratta del Bilancio per le famiglie e della figura del consulente dell’Economia del bene Comune. Il Bilancio per le famiglie fonde i concetti di etica, solidarietà, giustizia e bene comune con un forte spirito di concretezza e collaborazione. Ideati e creati in collaborazione tra la Federazione italiana dell’Economia del Bene Comune e il Tavolo Res (Rete di Economia Solidale), Banca Etica e la rete dei Bilanci di Giustizia (partner fondamentale e precursore in tema di bilanci familiari), sono uno strumento di valutazione rivolto alle comunità, alle famiglie e alla persone singole per misurare l’impatto sulla società derivante dalle scelte finanziarie ed economiche di ognuno di noi.

In linea con i Bilanci aziendali già affrontati in questo percorso, il Bilancio familiare si pone dunque come un kit composto da un manuale, dalla matrice del bene comune per le famiglie e da una scheda di valutazione: l’obiettivo è orientare le persone verso un consumo consapevole ed alla scelta di una finanza etica, guidandole nell’autovalutazione delle conseguenze delle proprie azioni, nella convinzione che il vero cambiamento sociale possa scaturire solamente dal basso e dalle scelte individuali di tutti i giorni di ognuno di noi.

“La collaborazione tra noi, la Rete di Economia Solidale, Banca Etica e la rete dei Bilanci di Giustizia ha dato vita al primo Bilancio per le Famiglie nel 2014” ci spiega Lidia di Vece “Io provengo originariamente dal mondo dell’Economia Solidale, Banca Etica ci ha aiutato nell’analizzare gli strumenti finanziari e i corretti modi di uso del denaro possibili per le famiglie mentre Bilanci di Giustizia, anche grazie al suo ruolo di ideatore della campagna ‘Sbilanciamoci’, ci ha fornito degli stimoli importantissimi in tema di spostamento e orientamento del consumo familiare. Da questa collaborazione è nata una matrice articolata in venticinque criteri, che è possibile utilizzare anche a fini personali e individuali, grazie alla quale una famiglia o un singolo può capire come orientare i propri consumi in linea con i principi di una vera economia solidale”. Qualsiasi famiglia o singolo individuo che abbiano voglia di misurare il proprio impatto in termini di consumi, nel rispetto dei principi della dignità dell’essere umano, della solidarietà, dell’ eco-sostenibilità, dell’equità sociale, della Partecipazione democratica e della trasparenza possono trovare tutte le informazioni per redigere il Bilancio a questo linkeconomia-bene-comune

La figura del consulente dell’Economia del bene Comune

Contemporaneamente alla nascita del Bilancio per le Famiglie nel 2014, Lidia di Vece ha affrontato il percorso per divenire consulente dell’Economia del Bene Comune. Il consulente è una figura importante per la stipula del bilancio per le aziende e delle famiglie: “Il consulente è colui che, dopo un’adeguata formazione, accompagna l’azienda e le famiglie nell’autovalutazione che sfocia poi nella stipula del Bilancio del bene comune. La Federazione dell’Economia del bene comune è una federazione internazionale, ci sono continue elaborazioni riguardo la matrice, gli indicatori e su quello che sarà poi il vero e proprio manuale dell’economia del bene comune. È per questo che il consulente deve sempre essere aggiornato e come obbligo deontologico abbiamo il dovere di incontrarci e confrontarci tra consulenti almeno due volte all’anno. A tal proposito, come federazione italiana stiamo valutando l’ipotesi di creare una struttura apposita per consulenti, dove elargire una formazione aggiornata e continua e poter contribuire a creare delle vere e proprie occasioni di lavoro come consulente dell’Economia del bene comune”.

Nel prossimo appuntamento della nostra rubrica sull’Economia del bene comune approfondiremo l’attività di alcuni dei consulenti e dei sostenitori della federazione italiana in alcune regioni del nostro Paese.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/lidia-di-vece-bilanci-familiari-consulenti-economia-del-bene-comune/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

«Il denaro sia al servizio della comunità, non viceversa»

Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica, non ha dubbi: «La finanza etica, cioè un modo equo di usare il denaro a beneficio della comunità, non è solo il futuro, è anche il presente. E ci attendiamo che anche la politica se ne accorga».Print

Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica, rilancia sul presente e sul futuro, a fronte di risultati notevoli e importanti, indici di una sempre più diffusa sensibilità e consapevolezza dei benefici di un uso etico del denaro.

Qual è il valore oggi della finanza etica in un contesto che “vende” ben altri valori?

La finanza – se usata bene – è uno strumento efficace per far girare l’economia. Permette a chi ha del denaro che non gli serve nell’immediato di metterlo a disposizione – tramite istituti finanziari che offrono prodotti con diversi gradi di rischio e di rendimento – di chi invece ha bisogno di finanziamenti per avviare un’attività economica o comprare una casa. L’uso distorto e opaco di strumenti finanziari sempre più complessi ha portato a una deriva negativa della finanza, e l’ha allontanata dalle esigenze vere delle persone e delle comunità. La finanza etica nasce negli anni ‘90 proprio per proporre una finanza pulita, al servizio dell’economia reale e capace di selezionare i progetti su cui investire considerando non solo i ritorni economici, ma anche e soprattutto l’impatto sociale e ambientale. La finanza etica, in poche parole, offre a risparmiatori e investitori la possibilità di gestire il proprio denaro – tanto o poco che sia – con la certezza che esso sarà utilizzato per finanziare progetti che non danneggiano l’ambiente e fanno bene alle comunità. Ad esempio: non finanziamo centrali nucleari o a carbone, ne produttori di armi, ma diamo credito ad asili nido, imprese per l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, startup innovative sul piano sociale, imprese che producono e distribuiscono energia da fonti rinnovabili o gestiscono in sicurezza il ciclo dei rifiuti. Negli ultimi 10 anni abbiamo assistito a una forte crescita dell’attenzione e dell’interesse delle persone, delle imprese e delle istituzioni per le tematiche di responsabilità sociale e ambientale: quindi non direi che vendiamo valori poco condivisi, anzi!

Il “sistema” per come lo conosciamo vi ritiene un pericolo?

Quando Banca Etica è nata, 20 anni fa, il sistema bancario tradizionale più che vederci come un pericolo, pensava che non ce l’avremo fatta. E invece  Banca Etica ha dimostrato rapidamente di essere in grado di stare in piedi sulle sue gambe. Il capitale sociale, la raccolta di risparmio, gli impieghi, i dipendenti: continuiamo a crescere anno dopo anno, anche nel pieno della crisi. E facciamo anche utili, che reinvestiamo per migliorare le nostre attività. Oggi il sistema si è appropriato dei nostri temi, e usa il nostro stesso linguaggio: anche se per ora spesso si tratta solamente di operazioni di greenwashing, ne siamo soddisfatti. L’effetto contagio era uno degli obiettivi che ci eravamo dati quando abbiamo fatto nascere Banca Etica.

I  decisori politici vi hanno sempre visto con diffidenza o sono state anche adottate misure che agevolano la scelta della finanza etica? Se sì, quali?

Negli ultimi anni abbiamo ottenuto importanti riconoscimenti legislativi. A fine 2016 il parlamento italiano è stato il primo in Europa a riconoscere e definire per legge le banche etiche (per ora in Italia siamo solo noi). A fine 2017 un’altra legge ha stabilito che gli investimenti in finanza etica vanno esclusi dalle partecipazioni che gli enti locali sono obbligati a dismettere in virtù della legge Madia. Anche in Europa, stiamo riscontrando un forte interesse da parte della Commissione UE sulle nostre attività.

Quali sono i temi e le misure più urgenti, nel vostro campo, di cui secondo voi il prossimo governo italiano dovrebbe curarsi?

Ai partiti che si candidano a Governare l’Italia per i prossimi 5 anni chiediamo impegni sul piano nazionale e internazionale per arginare la speculazione finanziaria, anche attraverso una Tobin Tax; per porre un serio argine all’emorragia di risorse per il bene comune causata dai paradisi fiscali. Sul piano operativo chiediamo che vengano approvati i decreti attuativi della legge italiana sulla finanza etica e che – a fronte di una definizione seria di quali si possono veramente definire investimenti e prodotti finanziari etici – venga previsto qualche incentivo fiscale per i risparmiatori che scelgono la finanza etica.

Avete fiducia nella politica e c’è qualcuno nel panorama politico attuale che vede positivamente il vostro lavoro?

Noi parliamo spesso di “voto con il portafoglio” per dire alle persone che possono contribuire a tracciare la direzione in cui va il mondo in cui viviamo, non solo quando vanno nelle urne, ma ogni giorno, quando scelgono cosa comprare, come consumare e come investire. Detto ciò, abbiamo fiducia nella politica, che è alla base dei sistemi democratici. Tra i politici italiani che ne sono tanti che sono soci e clienti di Banca Etica e che rappresentano per noi interlocutori importanti con le istituzioni. Appartengono a diversi schieramenti.

Gli investimenti e il risparmio “etico” crescono costantemente e molte banche tradizionali fiutando il business hanno istituito investimenti ad hoc. Come vi differenziate?

Siamo felici che le tematiche di responsabilità sociale e ambientale siano oggi al centro delle azioni di marketing di molti istituti finanziari che si sono accorti del grande interesse del pubblico. Noi siamo diversi da tutti gli altri perché siamo nati esclusivamente per fare finanza etica. Le altre banche – per ora – trattano il prodotto di investimento etico come uno dei tanti prodotti a scaffale. E’ come essere al supermercato: puoi scegliere il cioccolato equo e solidale o quello prodotto sfruttando i lavoratori. Da noi c’è solo quello equo e solidale. Inoltre la nostra analisi è molto scrupolosa e a 360°. Abbiamo notato che invece alcune banche propongono come investimento etico quello che per esempio esclude i produttori di armi, ma non le centrali nucleari.  Credo anche che ci differenziamo dagli altri per un continuo e concerto sforzo di trasparenza verso i clienti: vogliamo che siano realmente consapevoli dei costi, e dei rischi dei prodotti finanziari che sottoscrivono.

Sono ormai circa venti anni dalla nascita di Banca Etica, vi aspettavate di avere una risposta così positiva dalle persone in merito alla vostra proposta di una finanza diversa?

Sì e avevamo ragione!

Fonte: ilcambiamento.it