Acanta, quando la finanza è vicina alle persone

Acanta è la Mag della Sardegna. Fondata nel 2012, è stata rilanciata lo scorso anno ed è in fase di grande sviluppo e crescita. Tramite la Mutua Auto gestione e con principi di vera cooperazione, si pone l’obiettivo di raccogliere capitale sociale tra i soci con la finalità di finanziare dei microcrediti che vadano aiutare i soci stessi nella creazione di imprese di piccole o medie dimensioni. Imprese che devono essere etiche e sostenibili, valutate sulle idee d’impresa e non solo sulle garanzie.

Acanta in sardo vuol dire “vicino”: un nome che rivela l’essenza della storia che vi andiamo a raccontare. Acanta è la Mag della Sardegna, nata nel 2012 dallo stimolo di dieci persone e che oggi conta un centinaio di soci e cinquanta imprese aderenti alla sua Rete per l’Economia circolare. Ma facciamo un passo indietro perché sicuramente vi starete chiedendo: ma che cos’è una Mag?

Chi ha buona memoria, si ricorderà che ve ne avevamo già parlato agli albori del nostro progetto: Mag sta per Mutua Auto Gestione e si tratta di una società cooperativa che, raccogliendo il capitale tra i soci a livello territoriale, si pone l’obiettivo di finanziare dei microcrediti che vadano ad aiutare i soci stessi nella creazione di piccole o medie imprese. Una Mag è differente da una semplice banca per una serie di ragioni oltre al finanziamento interno ai soli soci in base al capitale raccolto. Un altro aspetto importante riguarda il criterio con la quale i progetti sono finanziati: viene naturalmente valutata la sostenibilità economica e finanziaria dell’idea di impresa che vuole accedere ad un credito, ma i progetti che vengono finanziati devono essere etici e sostenibili, rispettando il valore della persona, l’ambiente e il territorio. Inoltre il concetto di “bancabilità” è relativo: un soggetto sprovvisto di garanzie economiche adeguate, nel caso detenesse un’idea valutata come sostenibile sia economicamente che eticamente, ha la possibilità di avere accesso al credito necessario per avviare parte della sua impresa ad un basso tasso di interesse e con tempi di rientro che possono anche essere prolungati fino a sette anni.22687983_1858873944333135_256759556965425197_n

Acanta: la Mag sarda e il suo funzionamento

Fabrizio Palazzari è il direttore di Acanta, la Mag della Sardegna. Dopo dodici anni in giro per il mondo per varie e gratificanti esperienze professionali, ha deciso di tornare nella sua (amatissima) terra e di dedicarsi part-time al progetto di rilancio di Acanta, che nell’ultimo anno si è notevolmente accelerato: “La missione di Acanta in Sardegna è quella di dare un contributo forte ad un autentico sviluppo dal basso dell’economia dell’isola che sia etico e sostenibile” ci racconta Fabrizio “e in questi primi mesi operativi abbiamo già portato i soci a cento e abbiamo già cinquanta imprese aderenti alla Rete per l’Economia Circolare, una rete di scambio mutualistico dove l’impresa riconosce un prezzo agevolato ai soci Acanta, il che permette di avvicinare per la prima volta alla finanza mutualistica soggetti che solitamente non la conoscono. Per diventare socio di Acanta è sufficiente sottoscrivere una quota di capitale sociale: la quota minima è di cento euro. A fronte di questo riconoscimento, una persona può fare domanda di adesione e diventare socio della cooperativa. Dopo essere diventati soci, si può decidere di voler accedere a tutti i servizi che la MAG offre: servizi di formazione, informazione, spin-off e appunto di rete di economia circolare”. Infatti una delle particolarità di Acanta come Mag è proprio la sua forte vocazione alla formazione: non avendo ancora i requisiti di legge per diventare un operatore di finanza mutualistica e solidale (la legge prevede un capitale minimo di duecentocinquantamila euro per essere riconosciuti tali, ed è obiettivo di Acanta raggiungerlo entro il 2019, ndr), Acanta cerca in questa fase di start-up di formare, fornendo servizi di informazione e formazione per innalzare le loro competenze manageriali e imprenditoriali dei soci. Per far questo, i soci aderenti devono solamente sottoscrivere una carta, la Acanta card, al costo di cinquanta euro l’anno. C’è inoltre un altro aspetto centrale in Acanta: grazie ad alcuni accordi raggiunti con alcuni istituti bancari sardi, “portiamo il nostro socio a trasformare la sua idea in un modello di business, poi lo aiutiamo a redigere un business plan sostenibile, lo accompagniamo dalla banca e lo mettiamo in condizione di far valutare la sua istruttoria positivamente. Noi lo sosteniamo dunque fino alla fine, standogli vicino.” La partecipazione dei soci al programma dei servizi è molto importante per Acanta: “Per noi è importante perché la card è la fonte più importante di ricavi e con essa copriamo i nostri costi operativi gestionali, che permettono di aiutare i soci nell’accesso al microcredito con due eventi mensili dedicati alla formazione”.23559852_1869110363309493_3273636212444449815_n

Il principio della Mutua Autogestione e la democrazia d’impresa

Abbiamo affrontato finora l’aspetto della Mutua Autogestione riguardante il credito: se una Mag raggiunge una cifra di capitale sociale minima, dopo le valutazioni economiche e sociali eroga dei finanziamenti ai soci richiedenti: in caso contrario, decide come fa Acanta di aiutare i propri soci nella formazione manageriale e imprenditoriali al fine di renderli idonei al microcredito bancario classico. C’è però un altro principio di Mutua Autogestione che riguarda la valutazione dei progetti prima accennata: “i soci che noi formiamo diventato poi anche i valutatori sociali e ambientali dei progetti presi in esame: l’autogestione non è limitata dunque auspicabilmente alla sola raccolta del capitale, ma anche alla valutazione dei progetti stessi che viene effettuata dagli stessi soci”. Acanta inoltre è una cooperativa che si basa, come da caratteristica delle Mag, sul principio della democrazia d’impresa: vale infatti nell’Assemblea dei Soci il principio del voto capitario, nel quale un socio è titolare di un singolo voto indipendentemente dal capitale versato. Uno vale uno, per dirla in breve. Un altro aspetto fondamentale in Acanta è il ruolo dell’assemblea soci, che decide l’indirizzo strategico e le priorità della cooperativa. In Acanta è stato deciso e valutato come prioritario il recupero del rapporto tra città e campagna in Sardegna, oltre alla valorizzazione dei mestieri tradizionali con l’aggiunta di innovazioni di processo e prodotto (così come competenze di management e marketing), rispettando l’essenza dell’artigianato locale.26907838_1895803797306816_3592927644246287107_n

I prossimi obiettivi di Acanta

“Per quanto riguarda gli obiettivi futuri, stiamo cercando di innovare il modello mentre lo stiamo realizzando; stiamo attivando dei processi di cambiamento dove noi stessi diventiamo i fruitori di questi feedback. L’obiettivo più importante è raggiungere entro ottobre 2019 il capitale sociale di duecentocinquanta mila euro che ci occorrerà per essere riconosciuti come operatori di finanza mutualistica e solidale. Inoltre vorremmo ampliare la base sociale ad almeno cinquecento soci e contestualmente ampliare la rete di scambio mutualistico tra imprese e gli stessi soci”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/io-faccio-cosi-196-acanta-finanza-vicina-persone/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

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Liberex: l’economia funziona anche senza denaro

Nato nel 2014 sul modello di Sardex, Liberex, il circuito di credito commerciale dell’Emilia Romagna, vuole facilitare le relazioni tra soggetti economici operanti sul territorio e fornire loro strumenti di pagamento e di credito paralleli e complementari al denaro. Un nuovo modo di ripensare l’economia locale, interconnessa e collaborativa. Un’economia solida, resiliente e capace di superare le crisi non è frutto solo di un sistema efficiente, ma anche – forse soprattutto – di una cultura innovativa e lungimirante. Per avere successo bisogna essere capaci di uscire dagli schemi e cambiare paradigma. Per esempio, immaginando un modello economico che funzioni anche senza denaro. Come il circuito Liberex.

Siamo con Paolo Piras, sardo di origine e bolognese di adozione, responsabile operativo di Liberex, il circuito di credito commerciale dell’Emilia-Romagna, nato nel 2014 come replica di Sardex, il primo circuito nato in Sardegna nel 2010. «Lo scopo dei circuiti di credito commerciale – spiega Paolo – è quello di fare in modo che tutte le PMI locali, gli artigiani, i liberi professionisti riescano a mettere a reddito quello che definiamo “potenziale inespresso delle imprese”».

Da un lato si crea una rete di imprese locali che condividono valori e obiettivi, dall’altro lato si fa in modo che esse riescano a finanziarsi reciprocamente a tasso zero. Come avviene questo? «Attraverso l’utilizzo di una piattaforma digitale che permette a tutti i partecipanti al circuito di scambiarsi dei servizi e utilizzare come metodo di pagamento non l’euro ma un’unità di conto interna al circuito che nel nostro caso definiamo Liberex».21314414_1032407693561171_4786932866602455479_n

PAPÀ SARDEX

Il progetto di Sardex nasce nel 2010 dall’idea di cinque ragazzi che tornati dagli studi universitari si sono trovati nel periodo in cui stava esplodendo la crisi economica la necessità da un lato di trovarsi un lavoro e dall’altro di provare a dare una risposta a quello che la crisi del credito stava generando nella loro terra. Quello che mancava era la liquidità, il mezzo di pagamento che consentiva gli scambi fra gli operatori economici.

«Sardex nasce per questo», spiega Paolo. «Permettere a chi opera nel territorio di scambiarsi beni e servizi senza utilizzare la moneta a corso legale, ma utilizzando un’altra unità di conto che viene riconosciuta e accettata da tutti i partecipanti al circuito». Dal 2010 al 214 Sardex cresce e si diffonde in Sardegna fino a coinvolgere più di 4000 imprese. Una volta validato il modello, decide di esportalo. Nascono così una serie di repliche territoriali a dimensione regionale, fra cui il Liberex. Nel 2014 Sardex decide di esportare il proprio modello fuori dall’isola e comincia a replicarlo in altre regioni. Comincia così a svilupparsi la rete dei circuiti di credito commerciale che attualmente ne conta 12 e coinvolge più di 9000 imprese, che hanno già transato più di 250 milioni di crediti, cioè sono riuscite movimentare più di 250 milioni di euro che senza l’utilizzo di questo strumento non si sarebbe riusciti a movimentare.13769612_784749744993635_4388507689756534371_n

Paolo Piras, responsabile operativo di Liberex

IN SVIZZERA ESISTE DA 80 ANNI!

Nel mondo esistono centinaia di esperienze simili a quella di Liberex, fondamentali per garantire un po’ di resilienza e resistenza al sistema economico. «Molti pensano che un circuito come il nostro sia un modello alternativo che deve abbattere il sistema, ma in realtà è complementare e sostiene il sistema nei momenti di crisi».

Proprio come successe in Svizzera nel 1934, quando un gruppo di imprenditori creò il VIR per fronteggiare un periodo di difficoltà. Come spiega Paolo, «questa realtà è attiva ancora oggi e con i numeri che fa l’economia svizzera continua a coinvolgere più di 50.000 imprese che, attraverso il VIR, transano qualcosa come lo 0,5% del PIL svizzero. Questo dimostra che, a prescindere dalla stagione economica o dalla crisi del credito, uno strumento come questo è utile e può essere utilizzato sempre e comunque perché fa bene all’impresa e fa bene all’economia».

CHI SONO GLI UTENTI?

«La composizione degli iscritti è molto varia», spiega Paolo. «I settori merceologici coinvolti sono decine, si va dal piccolo artigiano al libero professionista che si occupa di servizi per aziende, dal ristoratore all’azienda che produce film estensibili in plastica, dallo scatolificio all’albergo. Un’ampia gamma di servizi che garantiscono da un lato la possibilità di vendere e incontrare nuovi fornitori e nuovi clienti, dall’altro la spendibilità nel circuito degli iscritti. Per noi infatti è fondamentale che tutti possano utilizzare i loro crediti e far girare l’economia».

I feedback sono molto positivi. Ci vuole un po’ di gradualità all’inizio, bisogna prendere confidenza e fare un piccolo salto culturale. Però una volta presa confidenza e conosciuti gli altri iscritti, magari dopo aver partecipato a un meeting, si incominciano a sviluppare le attività, si comincia a transare e a lavorare bene insieme. Ci sono diversi casi di sinergie nate all’interno di Liberex. «Una che cito spesso è quella di due imprese e una libera professionista che si occupa di bandi europei, una tipografia e un’agenzia di comunicazione tecnica. Si sono conosciuti in Libere, hanno creato una loro piccola rete, hanno partecipato insieme a un bando per una appalto europeo e lo hanno vinto. Questo è uno dei tanti casi positivi che incontriamo ogni giorno».21314840_1033635723438368_2481771804166397113_n

UN PO’ DI NUMERI

A livello nazionale, la rete dei circuiti di credito commerciale conta 12 reti regionali e coinvolge più di 9000 imprese, che hanno già transato più di 250 milioni di crediti. Questo vuol dire che sono riuscite movimentare più di 250 milioni di euro che senza l’utilizzo di uno strumento come Liberex – o Sardex o Piemex o altri – non si sarebbe riusciti a movimentare.

Liberex oggi coinvolge più di 300 imprese in tutta la regione. Il grosso si trova nelle province di Bologna, Modena, Ferrara e Forlì-Cesena. «In questo momento prossimità – racconta Paolo – gli iscritti hanno già transato più di 3,5 milioni di crediti, equivalenti a più di 3,5 milioni di euro movimentati sul territorio, e questa cifra sta crescendo in maniera esponenziale. Infatti, 1,5 milioni sono stati generati solo nel 2017 e nel solo mese di ottobre il transato ha superato i 200.000 crediti».

COLLABORARE PER FAR CRESCERE IL CIRCUITO

Da inizio anno è attiva una partnership con Banca Etica. «Sulla scia di un accordo quadro nazionale, anche qui in Emilia-Romagna stiamo sviluppando sinergie e collaborazioni e – al di là di una condivisione valoriale e di un approccio diverso che hanno i correntisti di Banca Etica e gli iscritti al circuito Liberex – ci rendiamo conto di come l’utilizzo concreto dello strumento cominci a entrare nella quotidianità di chi ha una determinata visione dell’economia».

Un’altra collaborazione siglata da poco è quella con Confcooperative Emilia Romagna: «Abbiamo stretto una convenzione nel mese di novembre», ricorda Paolo. Nella terra della cooperazione è molto importante poter dialogare con questo comparto: «Per noi è di stimolo ma soprattutto è interessante come vede come un settore storico come questo possa accogliere al suo interno uno strumento innovativo, anche dirompente, ma che comunque ha una base comune in termini valoriali». Vedere come lo strumento Liberex verrà utilizzata all’interno del sistema di Confcooperative sarà senza dubbio molto interessante. La terza linea di collaborazione è quella che fa seguito a una manifestazione d’interesse promossa da Ervet, ente della regione Emilia-Romagna, che vuole sperimentare come lo strumento di una moneta complementare possa essere un acceleratore per favorire politiche di green economy da parte delle PMI locali. «Dopo che abbiamo risposto a questa chiamata stiamo sviluppando insieme a loro una sperimentazione che andrà a coinvolgere due aree principali del territorio, il comune di Valsamoggia e il comune di Forlì. Qui cercheremo di coinvolgere il maggior numero di imprese all’interno del circuito, ma anche di promuovere un diverso approccio culturale all’utilizzo di questo strumento, cercando di favorire la diffusione di buone pratiche e gli investimenti nella green economy utilizzando Liberex e il suo circuito come acceleratore».

 

Intervista: Francesco Bevilacqua
Riprese: Cristiano Bottone
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/12/io-faccio-cosi-193-liberex-economia-funziona-anche-senza-denaro/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Perché i sistemi complessi sono più affascinanti delle teorie del complotto

I sistemi complessi evolutivi, come gli ecosistemi naturali o il sistema socio-economico, sono capaci di sviluppare caratteristiche talmente elaborate e perfette negli incastri da sembrare quasi magiche, al punto che risulta molto più facile e lineare pensare che qualcuno le abbia decise dall’alto. Nascono così le teorie del complotto, risposte lineari a problemi complessi che non servono a costruire soluzioni.

Il Leucochloridium Paradoxum è un parassita con un comportamento piuttosto bizzarro. Per completare il suo ciclo vitale deve nascere all’interno del corpo di una chiocciola terrestre e poi svilupparsi e raggiungere la fase adulta nell’intestino di un uccello. Come riesce in questa ardua impresa? Il parassita ha adottato una strategia complessa: le sue uova vengono ingerite dalla chiocciola assieme all’erba e si schiudono al suo interno, dopodiché i nuovi nati si insinuano nelle antenne della malcapitata e iniziano a gonfiarle, colorarle e pulsare facendo sì che queste assomiglino a dei vermi sgargianti. Gli uccelli vengono attirati dai finti vermi e finiscono per mangiarsi la chiocciola con al suo interno i parassiti. Ed ecco che, nell’intestino degli uccelli, questi ultimi si stabiliscono in maniera permanente attaccandosi alle cavità per trarne nutrimento. Le uova dei parassiti vengono poi espulse dall’uccello attraverso le feci e finiscono sull’erba in attesa di essere mangiate da una chiocciola. E il ciclo ricomincia.5483634283_089df79768_b

Ora mettiamoci nei panni delle chiocciole: ci risulterebbe facile dedurne che qualcuno stia tramando alle nostre spalle. Di certo non penseremmo che l’artefice è quel vermiciattolo incapace di intendere e di volere che ci entra in corpo: più probabile, seguendo la logica del cui prodest, che siano stati gli uccelli ad aver introdotto questo parassita per rendere più facile cacciarci. Oppure qualcuno che sta ancora sopra gli uccelli che per oscure ragioni vuole farci soffrire ed estinguere tutte. Di sicuro non penseremmo che sia stato l’ecosistema stesso, attraverso un meccanismo evolutivo, a costruire questo (per noi) diabolico intrigo.

I sistemi complessi evolutivi sono capaci di sviluppare caratteristiche talmente elaborate e perfette negli incastri da sembrare quasi magiche, al punto che risulta molto più facile e lineare pensare che qualcuno (un Dio?) le abbia decise dall’alto. Come scrive Donella Meadows in “Thinking in systems”, uno dei più importanti libri divulgativi sul pensiero sistemico, “La caratteristica più meravigliosa di alcuni sistemi complessi è la loro capacità di imparare, diversificare, rendersi complessi ed evolvere. È la capacità di un singolo ovulo fertilizzato di generare, da solo, l’incredibile complessità di una rana adulta, o una gallina, o una persona. È la capacità della natura di avere creato milioni di fantastiche specie diversificate a partire da una pozzanghera di sostanze chimiche organiche”. Pensiamo alle api che impollinano i fiori, ai ragni che tessono le tele per intrappolare gli insetti, ai banchi di pesci e ai loro movimenti. Tutti esempi in cui i singoli elementi sono inconsapevoli della propria funzione e agiscono in maniera istintiva, ma complessivamente contribuiscono alla resilienza e all’evoluzione del sistema e ne determinano il (dis)equilibrio dinamico.20090722214841_spider-web-dew

Ora prendiamo questi esempi legati agli ecosistemi naturali e trasliamoli ad un altro sistema complesso, il sistema socio-economico in cui viviamo (e facciamo finta per un attimo che sistema naturale e sistema socio-economico siano due cose separate, giusto per non complicare ulteriormente il discorso). Viviamo in un sistema dal funzionamento per molti aspetti diabolico. Pensiamoci: l’industria alimentare produce cibo poco sano e ricco di additivi che ci rende obesi, ci crea dipendenza, ci fa ammalare. La nostra malattia fa arricchire le case farmaceutiche che hanno tutto l’interesse a non incentivare uno stile di vita sano e generare una popolazione che vive a lungo ma è sempre più malata. Le multinazionali che producono beni di consumo hanno tutto l’interesse acché compriamo sempre più oggetti inutili per sopperire alla nostra sete di relazioni. Ed ecco che intervengono i media ed il modello culturale a convincerci che solo diventando ricchi e potendo comprare qualsiasi cosa potremo essere felici e che solo competendo con gli altri saremo ricchi. Così facendo diventiamo individualisti, roviniamo le nostre relazioni e di conseguenza abbiamo ancora più bisogno di comprare. E più compriamo più facciamo circolare denaro, emesso a debito dalle banche che generano ricchezza dal nulla e si arricchiscono alle nostre spalle. Potrei continuare a lungo.earth-hands

Tutto è perfettamente coerente, troppo perché sia casuale: qualcuno deve averlo deciso a tavolino! Dunque ci chiediamo “chi ci guadagna da tutto ciò?” e scopriamo che in questo stesso sistema ricchezza e potere sono concentrati nelle mani di pochissime persone proprietarie di banche, gruppi finanziari, multinazionali. Secondo l’ultimo rapporto Oxfam del gennaio 2017 gli 8 uomini più ricchi del Pianeta possiedono quanto la metà più povera della popolazione mondiale (426 miliardi di dollari). E la forbice continua ad aprirsi a ritmo crescente. Dunque ci viene naturale pensare che sia proprio questa élite mondiale a determinare il funzionamento del sistema. Ed è qui l’inganno della nostra mente. La nostra disabitudine (determinata da fattori sia culturali che evolutivi) a interagire coi sistemi complessi e a comprenderne il funzionamento ci porta a ricorrere a soluzioni più lineari e a riconoscere quelle che sono semplici caratteristiche emergenti del sistema come regole decise da qualcuno. Aggiungiamoci un mix di elementi quali a) la nostra abitudine culturale a cercare sempre il colpevole e individuare il cattivo di turno, b) la tendenza dei social e dei motori di ricerca a circondarci di opinioni simili alle nostre, rafforzandole, c) alcune trappole e bias cognitivi tipici del funzionamento della nostra mente che ci fanno selezionare gli elementi che rafforzano le nostre convinzioni (bias di conferma), ci convincono di essere degli esperti in materie di cui sappiamo ben poco (effetto Dunning-Kruger) e ci inducono nessi logici fallaci (ad es. Bias del Post hoc ergo propter hoc), e il gioco è fatto. Nascono così le cosiddette “teorie del complotto” che partono spesso da dati piuttosto oggettivi, da falle del sistema (mancanza di chiarezza o volontà di occultare delle prove), per giungere a conclusioni del tutto strampalate e inverosimili. Prendiamone una delle più conosciute, quella sulle scie chimiche. Lì si prendono alcuni elementi oggettivi del sistema come l’aumento delle scie di condensa degli aerei nel cielo (dovuta al boom del traffico aereo negli ultimi anni), gli esperimenti di geoingegneria in corso (sicuramente preoccupanti, ma per altri motivi) e la presenza di elementi tossici nel cibo che mangiamo (determinati dal tipo di produzione industriale, dall’uso di diserbanti e pesticidi e dall’inquinamento dei terreni e delle falde acquifere) e li si collegano in maniera decisamente creativa per sostenere che esiste una macchinazione per avvelenare la popolazione mondiale irrorando il cielo con sostanze tossiche. E lo stesso accade con tante altre teorie, laddove la magia dei sistemi complessi viene scambiata per regole decise a tavolino e imposte dall’alto da qualcuno talmente potente da governare il funzionamento del tutto.contrailstudy

Ciò non vuol dire che non esistano poteri forti, lobby, o attori in posizioni dominanti che possono intervenire su leve potentissime come le “regole” o gli “obiettivi” del sistema. Significa semplicemente che essi non determinano il sistema ma sono elementi come tutti gli altri, sebbene in posizioni privilegiate, e nel fare di tutto per aumentare il proprio potere si comportano in maniera del tutto coerente con la loro posizione, funzione e prospettiva. Niente lascia presupporre che se noi ci trovassimo in quel ruolo all’interno di questo sistema faremmo qualcosa di differente. Peraltro il fatto stesso che le teorie del complotto siano così diffuse e la loro densità non sortisca alcun effetto di cambiamento sul sistema fa capire come esse siano perfettamente integrate al sistema stesso. O persino funzionali, in un’ottica di resilienza del sistema, tant’è quest’ultimo (sempre attraverso meccanismi di resilienza, senza che nessuno lo “decida”) sembra convogliare su queste teorie sterili buona parte del proprio dissenso interno. Se ci abituiamo alle dietrologie finiamo per mettere tutto in discussione e restiamo paralizzati nell’incapacità di agire, convinti che qualsiasi nostra azione possa venire controllata e diretta dall’alto. A riprova di ciò vi è il fatto che altri concetti ben più difficili da integrare per il sistema sono stati di contro emarginati e dimenticati: tutti conosciamo la teoria delle scie chimiche ma chi conosce oggi il Paradosso di Jevons, l’energia grigia, l’Eroei?

Tuttavia neppure le teorie del complotto vanno demonizzate e emarginate: in primo luogo perché le persone che le portano avanti lo fanno (quasi sempre) in assoluta buona fede e vivono con estremo tormento la propria condizione; in secondo luogo sarebbe questo il miglior modo per farle proliferare. Peraltro, come dicevamo, esse nascono spesso da intuizioni corrette e problematiche oggettive. Sono reazioni a versioni ufficiali spesso poco credibili, a dati non attendibili, a rigidità e dogmatismi, ad avvenimenti spaventosi ed allarmanti, all’incapacità del sistema di integrare diversità di opinioni, d’intenti, di visione. Nascono da un sottobosco fatto di insoddisfazione, frustrazione, sfiducia. Insomma, esse non nascono per caso ma sono una risposta immaginaria a problematiche reali. Per l’esattezza la risposta a minor consumo energetico per il sistema, perché non implica nessun tipo di cambiamento. È possibile trasformarle in qualcosa di costruttivo? Si può incanalare la loro energia latente verso atteggiamenti di reale cambiamento? Difficile da dirsi. Sicuramente un atteggiamento non giudicante e l’utilizzo di una comunicazione empatica può aiutare ad abbattere i muri e i pregiudizi reciproci. E aprire interessanti canali di comunicazione. L’assurdo funzionamento di questo mondo, con tutte le sue contraddizioni, può spaventarci e farci ricorrere a spiegazioni più facili da accettare. Ma se riusciamo ad abbracciare la complessità senza paura scopriremo che essa è molto più affascinante, magica e sorprendente di qualsiasi teoria del complotto. Parola di chi per anni è stato un convinto seguace di molte di queste teorie. Non ci credete? Leggete qua.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/sistemi-complessi-teorie-del-complotto/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Smarketing, la comunicazione a servizio dell’economia responsabile

Invertire la funzione del comunicatore, facilitare l’incontro tra produttori e consumatori, disertare il marketing “classico” per aiutare un’idea diversa di economia basata su minori consumi e maggiore qualità e fruibilità dell’oggetto. Questo (e altro) è Smarketing, una rete di professionisti della comunicazione che aiuta i propri clienti a comunicare in modo diretto, trasparente e autonomo. Per poi farlo da soli in futuro. Una rete di professionisti della comunicazione che lavora solo con realtà economiche rispettose dell’uomo e dell’ambiente. Che si pone l’obiettivo di aiutare queste “piccole realtà che hanno grandi cose da dire” a trovare il modo di raccontarsi, per farsi comprendere e per diventare poi autonome nella propria comunicazione. Questo è l’obiettivo primario di Smarketing, una rete di professionisti nata nel 2010 allo scopo di facilitare la comunicazioni di enti, aziende o persone che perseguono valori ambientali, etici, sociali, culturali e conviviali e per aiutare queste realtà a raggiungere una sostenibilità economica; in questo senso, la comunicazione gioca un ruolo che spesso viene sottovalutato ma che è importante.

“Nella pratica Smarketing incontra i clienti, che in genere sono associazioni, oppure artigiani, installatori del fotovoltaico, contadini biologici, comunque in genere piccole realtà che lavorano in un’ottica non speculativa nei confronti dell’essere umano e dell’ambiente” ci racconta Chiara Birattari, grafica, attivista creativa e co-fondatrice di Smarketing “Noi lavoriamo solamente con questa tipologia di clienti. Li incontriamo una prima volta e cerchiamo di capire di che cosa hanno bisogno, di capire in che cosa esattamente possiamo essergli utili. E abbiamo una parte di lavoro che è formativo, sempre in collaborazione con i clienti cerchiamo di far emergere la loro identità. C’è una parte del nostro lavoro che è in comune con chi fa marketing vero e proprio: suggeriamo ai nostri clienti loghi, nomi delle realtà, sito web. Ma il processo è radicalmente diverso: partiamo subito lavorando insieme con i clienti attraverso dei laboratori, una volta create le basi passiamo alla seconda fase dove cerchiamo di creare dei modelli cartacei che i nostri clienti possano utilizzare in autonomia. Cerchiamo di formarli affinché possano essere autonomi nella comunicazione in futuro, abbattendo il costo dell’intermediazione pubblicitaria a loro carico, che spesso per queste piccole realtà rappresenta un costo insostenibile nel tempo, nonostante questa attività sia fondamentale”.

Perché Smarketing?

La parte fondamentale per capire l’esperienza di Smarketing e il suo valore è concentrarci su uno dei problemi più rilevanti che riguarda gli attori della cosiddetta “economia alternativa”: “Nel nostro lavoro incontriamo un sacco di gente che fa cose bellissime, che ha un sacco di cose da dire, che realizza cose importanti e quando si tratta di raccontarle hanno già troppe cose da fare” ci racconta Marco Geronimi Stoll, che si presenta come “pubblicitario disertore” e che è anche lui co-fondatore di Smarketing.

“Incontriamo gente che realizza delle cose stupende ma poi il sito spesso è una tristezza, il cartaceo è confusionario. Purtroppo bisogna tenere a mente che se tu fai un volantino sciatto, sei tu che sei sciatto; se un sito è disordinato, sei tu che sei inaffidabile. È uno dei principi della comunicazione, chi ci lavora lo sa. Il successo e il sostentamento economico di un contadino biologico, piuttosto che di un installatore di pannelli solari, piuttosto che di un artigiano del riciclo è un successo della società intera perché l’Italia andrà meglio o peggio se questa gente ce la fa o no.IMG_20170311_124947

L’anello della comunicazione è un anello debolissimo di queste realtà virtuose, se tu comunichi male il tuo vicino di casa continuerà ad andare al supermarket a comprare le mele chimiche. Il nostro lavoro mira a risolvere la situazione, anche perché queste realtà non hanno bisogni di fare pubblicità, ma semplicemente di comunicare, avendo degli argomenti bellissimi da diffondere. Al contrario della pubblicità tradizionale, che deve lavorare per convincerti che qualcosa sia utile quando in realtà non lo è.

Perché trasmettere l’autonomia nella comunicazione?

Oltre a Marco e Chiara, nel nostro incontro parliamo anche con Guido Bertola, che in Smarketing si occupa di comunicazione visiva e che è co-fondatore della realtà: “Di fatto noi siamo dei facilitatori, il nostro obiettivo è fornire strumenti e formare le piccole realtà nostre clienti allo scopo di realizzare da sole la loro comunicazione, in quanto proprio le piccole dimensioni delle realtà impediscono a queste di potersi mantenere un professionista che si occupi costantemente della comunicazione. Abbiamo lavorato con tantissime realtà, considerando anche delle semplici conferenze che abbiamo realizzato superiamo le centinaia di collaborazioni. Un rapporto di continuo lavoro con queste non è invece di gran numero, perché come dicevo è lo scopo del nostro lavoro: rendere il più possibile autonome le persone con cui lavoriamo nell’ambito della comunicazione. Dunque su questo possiamo ritenerci pienamente soddisfatti, perché ora camminano da sole. Non funziona con tutti ma siamo soddisfatti in proporzione”.24029_399735870863_396623_n

“Smarketing è un processo di liberazione del comunicatore” aggiunge Marco geronimi Stoll “ed è un modo di comunicare che è il contrario del marketing. Il marketing vuole persuaderti a consumare qualcosa, lo smarketing facilita la comunicazione tra chi produce qualcosa e chi lo acquista in maniera di abbattere l’intermediazione. La pubblicità fa parte dell’intermediazione e noi vogliamo ridurla al minimo. E questo fa parte di un’idea dell’economia in cui si consuma di meno, si spreca di meno e si amano più le cose per il loro valore reale: per il piacere che ci danno, per il senso che hanno, per come ci migliorano la vita, che è una cosa radicalmente opposta e alternativa al consumismo.”

La logica sottrattiva, ovvero: come lavora Smarketing

Uno dei problemi delle realtà dell’economia alternativa è che, spesso, più che semplificare i processi di comunicazione si tende a complicarli. “È un retaggio del marketing classico, quello che deve cercare di convincere più che di spiegare” ci spiega Guido Bertola, “tipicamente il nostro approccio è quasi più sottrattivo dal punto di vista grafico. Spesso e volentieri molte realtà puntano all’orpello quando invece noi vogliamo arrivare alla sintesi. Tutti i nostri clienti hanno cose bellissime da raccontare e a volte nella comunicazione si perdono in dettagli che non esaltano la loro identità, l’aspetto principale spesso su cui investire. Per decine di anni queste realtà sono state abituate a un tipo di comunicazione visiva che punta solo ai fronzoli e non all’essenza, il nostro primo approccio è riportare le realtà verso una comunicazione che rispetta al meglio il loro modo di lavorare.

“Lo stesso discorso vale per la scrittura, aspetto della quale si occupa più specificatamente Marco Geronimi Stoll (che su questo argomento ci ha scritto un libro che consigliamo a tutti): “Purtroppo queste realtà, che non possono permettersi un writer come una grande azienda per gestire la comunicazione, scrivono molte pagine e faticano a isolare i singoli argomenti. Uno dei lavori che facciamo spesso insieme a queste realtà è imparare a scrivere insieme, disimparando ciò che si è appreso a scuola. Scriviamo poco, semplice, chiaro, con poche parole, frasi semplici, che anche un’analfabeta funzionale riesca a comprendere. Ciò non è facile come atteggiamento mentale, non tanto come capacità di scrittura. Tutto questo fa si che la pagina che esce sul social, sul volantino, su facebook o sito è una pagina che chi la vede ha voglia di leggerla. Questo è il passaggio importante: se non ispiri voglia di leggere puoi scrivere cose molto interessanti, ma non avranno nessun vero impatto sociale”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/io-faccio-cosi-164-smarketing-comunicazione-servizio-economia-responsabile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Il Parlamento Ue approva il CETA: a rischio salute, ambiente e democrazia

Un grave rischio per la democrazia, l’ambiente e la salute dei cittadini a tutto vantaggio degli interessi delle multinazionali. È altamente preoccupante lo scenario che si prospetta in seguito al via libera al CETA, trattato economico e commerciale di libero scambio fra Unione europea e Canada appena approvato dal Parlamento Ue. Con 408 voti a favore e 254 contrari, il Parlamento Europeo ha deciso di ratificare il CETA, trattato economico e commerciale di libero scambio fra Unione europea e Canada. Il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) dovrà essere ora ratificato dal parlamento di ciascuno stato membro, ma nelle sue parti fondamentali entrerà in vigore già da aprile. Secondo i favorevoli, l’approvazione del CETA rappresenta una risposta a Donald Trump, che ha espresso la volontà di congelare il TTIP, accordo fra Ue e Usa per abbattere i dazi doganali e uniformare i regolamenti dei due continenti con lo scopo di creare la più ampia area di libero scambio mai esistita. Il TTIP, che il nuovo presidente americano vuole congelare, ed il CETA, che ha appena avuto il via libera, sono due di una serie di trattati internazionali fortemente contestati poiché minano molte delle norme che tutelano i cittadini su alcune tematiche di fondamentale importanza, in primis nel settore agroalimentare.ceta-belgium

La protesta a Strasburgo

Molte le voci di protesta che si sono levate contro l’approvazione del trattato tra Ue e Canada, prime fra tutte quelle di movimenti, cittadini, sindacati e agricoltori che hanno esposto a Stasburgo frutta locale nelle cassette e striscioni all’ingresso del Parlamento per denunciare i rischi che questo accordo comporta per le produzioni locali europee.

“Un grande regalo alle grandi lobby industriali che nell’alimentare puntano all’omologazione e al livellamento verso il basso della qualità”. È quanto afferma il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel commentare l’impatto dell’approvazione da parte dell’Europarlamento del Ceta. “Nei trattati – sottolinea Moncalvo – va riservata all’agroalimentare una specificità che tuteli la distintività della produzione e possa garantire la tutela della salute, la protezione dell’ambiente e della libertà di scelta dei consumatori”.

“Questo accordo commerciale rischia di minare la democrazia e lo stato di diritto in Europa, a vantaggio di una manciata di multinazionali”, dichiara Federica Ferrario di Greenpeace Italia.
“L’obiettivo principale del CETA – continua Greenpeace – non è solo l’eliminazione delle barriere tariffarie, ma soprattutto la rimozione di ogni ostacolo al commercio e agli investimenti dovuto a norme differenti vigenti in Canada e in Europa. Questa operazione rischia di trasformarsi in un attacco diretto verso gli standard di protezione per persone, diritti e ambiente”.image

Secondo uno studio indipendente al quale fa riferimento Greenpeace, inoltre, l’entrata in vigore del CETA causerebbe la perdita di circa 200 mila posti di lavoro nell’Unione europea e, secondo quanto stimato dalla stessa Commissione europea, con l’adozione di questo trattato, nel lungo periodo in Europa si registrerebbe una irrisoria crescita economica.

“Oggi è stata scritta una pagina oscura per la democrazia in Europa, ma non tutto è compromesso – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – La battaglia della società civile si sposta adesso a livello nazionale. Monitoreremo gli impatti dell’accordo, dimostrando che avevamo ragione a criticarne l’impianto, e spingeremo il Parlamento italiano a bloccare questo trattato dannoso per i nostri cittadini e lavoratori”.

Con l’applicazione provvisoria del CETA, sottolineano i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia, cadranno tariffe e quote su una vasta linea di beni e servizi commerciati tra i due blocchi, con prospettive negative per le piccole e medie imprese, i diritti del lavoro, la sicurezza alimentare, l’ambiente e i servizi pubblici.

“La campagna italiana chiede che dopo la giornata di oggi, il Parlamento italiano smetta di tenere il commercio internazionale fuori dai propri radar e metta all’ordine del giorno il dossier CETA, aprendo una consultazione con la società civile per venire a conoscenza dei gravi rischi che corrono l’economia del Paese, l’occupazione e la stessa architettura democratica”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/02/parlamento-ue-approva-ceta-rischio-salute-ambiente-democrazia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

SS. Trinità, in zona Sarpi a Milano la Parrocchia a Impatto Zero

 

“Quartieri Ricicloni” a Milano. In via Giusti 25 una parrocchia ad alta sostenibilità ambientale dove Don Mario ha voluto pannelli solari, pompa di calore, luci a led e cemento catalitico. E che raccoglieva 2 tonn l’anno di lattine

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I giornali ne hanno parlato già 5 anni fa, quando don Mario Longo convinse i suoi parrocchiani a fare uno sforzo particolare per dotare la parrocchia SS. Trinità di pannelli solari sul tetto della chiesa e del sagrato (vedi foto di Google Map dall’alto). Dal mese di giugno 2011, infatti, ci sono 360 pannelli fotovoltaici che producono circa 85.000 Kilowattore in un anno, più o meno l’equivalente del consumo di energia elettrica dell’intera parrocchia. “Un investimento – si disse allora – non dettato solamente da motivazioni economiche, ma soprattutto e quasi esclusivamente dall’impegno nel rispetto dell’ambiente e del Creato e nell’intento di dare un segno concreto a tutta la comunità”.
“Siamo molto contenti”, racconta oggi don Mario, “del resto l’ha detto anche il Papa che l’attenzione all’ambiente è l’ottava opera di misericordia della nostra epoca”. La cura della casa comune: il nostro pianeta Terra che grida e che ha bisogno di un radicale cambiamento di rotta, prima che sia troppo tardi.
I pannelli solari non sono l’unica scelta sostenibile riguardo l’ambiente fatta dalla parrocchia SS. Trinità di via Giusti 25. Don Mario ha voluto anche pavimentare l’oratorio con il cemento catalitico, quel materiale all’avanguardia che permette l’abbattimento degli inquinanti dell’aria.

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Poi sono venute le luci a led: “Le abbiamo messe in tutta la Parrocchia, è stato un bell’investimento all’inizio, ma poi abbiamo dimezzato i costi dei consumi e probabilmente ne beneficerà di più il Parroco che arriverà dopo di me. Ma va bene lo stesso …..”.

Anche l’impianto a pompa di calore è una conquista ambientale voluta da Don Mario in Parrocchia: tutti i locali comuni sono stati collegati e che ora si sta ultimando con gli spazi-abitazione. Le pompe di calore, in grado di trasferire l’energia presente in natura all’interno degli ambienti, scaldandoli quando è freddo e raffrescandoli quando è caldo, permettono di limitare fortemente le emissioni di CO2 e coprono mediamente il 75% del fabbisogno energetico.
“Riguardo i rifiuti e la raccolta differenziata c’è poco da dire”, aggiunge Don Mario, “facciamo bene quello che ci chiedono di fare il Comune e l’Amsa”. Anche se fino a qualche tempo fa si faceva la raccolta differenziata autonoma delle lattine di alluminio, che poi si vendevano ad un rottamaio fuori città. “Siamo arrivati a raccogliere 2 tonnellate di lattine l’anno, ma poi i passaggi burocratici per continuare a darle ad un riciclatore autonomo sono diventati eccessivi, ora non lo facciamo più”. Ma in Oratorio si raccolgono ancora i tappi delle bottiglie per un’organizzazione umanitaria.
E’ il contrasto alle emissioni di CO2 è il vero pallino di don Mario. “In ogni angolo dell’oratorio in cui si poteva abbiamo messo spazi verdi e piantato alberi, anche da frutto. Verde che contribuisce a catturare la CO2”.

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Fonte: http://www.ecodallecitta.it/notizie/386520

Una nuova economia? Il segreto è nelle donne

Un’economia del Dono che sia un’economia di pace e abbondanza per tutti, in contrasto con un’economia dello scambio che fa del saccheggio la base per un’economia per pochi. Il femminile e il materno come pilastro di una nuova società, che sfugga al patriarcalismo dominante. Dialogo con Genevieve Vaughan, alla ricerca di un nuovo modo di vedere e interpretare l’economia.

Per cambiare la società, dobbiamo pensare in modo diverso. Quando si tratta di ripensare il nostro sistema economico, come stiamo vedendo in questi anni, tutto diventa più difficile, confuso, disordinato: da molto tempo, nel Mondo, i segnali di un profondo malcontento rispetto al funzionamento dei nostri schemi economici attuali si sta manifestando in molteplici modi, che spesso purtroppo sfociano nella rabbia, nella rassegnazione, nell’insofferenza fine a se stessa. E se, per cambiare la società, dovessimo riscoprirne i valori delle origini? Se nella cure della madre verso il proprio bimbo si annidi un modo diverso di vedere l’economia? Questo e altro sono le radici dell’Economia del Dono, che nella differenza tra scambio (patriarcale) e dono (matriarcale) pone la base della sua radicale critica nei confronti dell’economia di mercato.

Base fondante della tesi dell’Economia del Dono è che l’economia capitalista, per come la conosciamo oggi, basa la sua stessa logica sullo scambio, dove un bene è dato per ricevere il suo quantitativo equivalente, un bisogno è soddisfatto affinché soddisfi il proprio bisogno. Lo scambio di mercato non è naturale, non è reale e nemmeno necessario, ma semplicemente alimenta il nostro Ego, crea posizioni innaturali di conflitto che alimentano l’isolamento, la competizione, la guerra e il dominio. Questa logica patriarcale, basata sulla socializzazione maschile, va in conflitto con quella femminile, matriarcale, viaggia su un binario opposto rispetto alla madre che nutre. È per questo che l’economia del dono vuole portare al centro dello scambio economico il valore d’uso degli oggetti e delle azioni: “sono delle azioni che noi mettiamo già in pratica, solo che non ce ne rendiamo conto minimamente, rimangono inconsce” ci spiega Genevieve Vaughan, ricercatrice e femminista statunitense stabilitasi da anni a Roma e teorica dell’economia del dono. “Penso che al di sotto dell’economia di mercato e del capitalismo esista un altro tipo di economia, un’economia materna in cui tutti noi nasciamo ma che viene sfruttata dal mercato; tutti i doni a nostra disposizione, compresi quelli fornitici dalla Madre Terra, vengono risucchiati dal mercato e messi a disposizione di pochi. È una logica predatoria e patriarcale, tipica della nostra economia che ci sta portando alla catastrofe”.freswota-another-perfect-day-11

Il senso dell’Economia del Dono

Già con la creazione del denaro, si è andato configurando un modello di economia basato sul patriarcato. Il modello di scambio che ne è nato ha negato quello del dono già in vita presso alcune società precapitalistiche, come ad esempio quelle native americane: l’unico spazio che il mercato non ha risucchiato è stato quello della pratica materna, nel dono che una mamma da consapevolmente al proprio bambino, che nasce dipendente dalle cure materne e che le riceve senza che la madre pretenda nulla in cambio. Questo è l’esempio base per provare a capire dove si annidino le basi culturali dell’Economia del Dono: “Le logiche dello scambio e del donare costituiscono due paradigmi o visioni del mondo che competono e si complementano: la pratica materna e tutti i tipi di lavoro donati gratuitamente sono resi difficili o addirittura sacrificati dalla scarsità che è necessaria al funzionamento del mercato.” scrive Genevieve Vaughan nei suoi 36 passi verso l’economia del dono “ La scarsità viene creata artificialmente dall’appropriazione dei doni di molti da parte di pochi, dei doni dei paesi poveri a quelli ricchi, dei doni della natura, del passato e del futuro ai pochi per il loro profitto nel presente. I valori materni sono visti come non realistici e svalutati dai misogini. Essi sono visti come cause della sofferenza, mentre denunciare le sofferenze e la mancata soddisfazione delle necessità da parte delle donne è vista come vittimismo. Al contrario, sono la scarsità necessaria (funzionale) al mercato e la svalutazione del paradigma del dono che causano la sofferenza delle donne (e dei bambini e degli uomini).”  Il dare per ricevere (compreso il baratto) diventa così una logica altra rispetto al donare per soddisfare un bisogno: per cambiare il paradigma, diventa importante da adulti creare un’economia del dono unilaterale allargata e generalizzarla a tutti. Una sfida enorme, ma che noi inconsciamente pratichiamo già.popolo-degli-elfi

Alcuni esempi di Economia del dono, il dono del cambiamento sociale

“Prendiamo l’esempio delle persone che si uniscono e danno vita ad un ecovillaggio. Lo fanno spesso con poca disponibilità economica, senza baratto, senza scambio. Così come molti altri progetti legati al cambiamento sociale nascono con questa logica” ci spiega la Vaughan “spesso non ce ne rendiamo conto ma stiamo mettendo in pratica l’economia del dono, le creazioni di queste persone sono dei doni che vengono dati alla società, migliorano la vita di alcuni di noi, di coloro che vi si approcceranno, senza pretendere nulla in cambio!”.

Altro esempio tipico alla base del rapporto predatorio dello scambio sul dono, e che ci aiuta a capire meglio il senso profondo del dono stesso, è il plusvalore: questo rappresenterebbe un dono che potrebbe andare verso la società, ma il profitto (che fa parte della logica dello scambio) lo ha soppiantato e inglobato. È la logica dello scambio che sovrasta e ingloba un possibile dono per la società, un rapporto unilaterale che inevitabilmente risucchia e distrugge, senza seminare. Una “guerra” generalizzata contro la pratica del dono, ma che è inconscia e per questo non riusciamo più a riconoscerla. Nella stessa logica rientra, come ulteriore esempio, il lavoro casalingo: se fosse calcolato in termini monetari, darebbe un valore aggiunto enorme al Pil delle varie nazioni. È un esempio di economia del dono che viene già messo in pratica come strada di economia alternativa: non vale affatto come esempio assoluto valido per tutte e tutti (non dobbiamo fare solo le casalinghe per praticare l’economia del dono) ma ci aiuta a vedere la ricchezza nascosta insita del dono. “Recenti sviluppi, come ad esempio il brevettare forme di vita e geni, mostrano come il capitalismo patriarcale assuma il controllo e trasformi i doni in prodotti. Le forze della globalizzazione sfruttano sempre più doni a livello internazionale, dal Sud al Nord.”

È il dono della natura, che contiene un’enormità di doni che vengono sottratti ai molti per rimanere nella disponibilità di pochi. L’alternativa è proprio saper vedere l’economia del dono per quella che è: materna, femminile e naturale. “Il mercato galleggia su un’infinità di doni, lo stesso profitto è una parte di dono che il mercato si prende” conclude Genevieve Vaughan “credo da americana trapiantata in Italia che l’Italia su queste tematiche sia molto all’avanguardia e pronta. C’è una coscienza legata alla condivisione e indirizzata al dono molto forte qua. Non la vedete, così come sembra invisibile l’Economia del Dono.”

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/11/io-faccio-cosi-142-nuova-economia-segreto-donne/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

Buyme4you: vendere e comprare a chilometro zero

Dal cibo ai prodotti artigianali, fino alle prestazioni lavorative. Buyme4you è un app che permette di gestire la compravendita di oggetti fatti in casa valorizzando l’economia a chilometro zero.

Quante volte vi è capitato di voler vendere o comprare qualcosa da Internet ma i costi di spedizione superavano quelli del prodotto? Ad accorciare le distanze (azzerando le spese extra) ci ha pensato una nuova applicazione per smartphone. Si chiama Buyme4you e consente di gestire la compravendita di oggetti fatti in casa (dal cibo ai lavori artigianali) in un raggio massimo di 50 chilometri. Siete appassionati di cucina e vorreste vendere le vostre torte? O avete un orto e vi farebbe comodo cedere il raccolto in sovrabbondanza? L’applicazione è geolocalizzata e intercetta la domanda e l’offerta più vicina a te per dare la possibilità di scambiare direttamente la merce, senza pacchetti né spedizioni. Grazie alla vicinanza, non si scambiano solamente oggetti, ma anche animali e piccole prestazioni lavorative (baby sitter, pulizie o giardinaggio).handmade-column-feature-1

Buyme4you si adatta a target molto diversi, dal privato cittadino fino alle piccole aziende agricole, agrituristiche e artigianali o alle microimprese domestiche. Questa app facilita infatti anche l’avvio di business casalinghi come ad esempio il sempre più diffuso “home restaurant” – il ristorante in casa – consentendo la vendita dei posti a tavola per pranzi, cene, grigliate o feste. L’app è completamente gratuita e scaricabile da playstore (ma è disponibile anche per i dispositivi apple), non ci sono spese di registrazione né tasse per l’inserimento del proprio annuncio. L’applicazione guadagna il 10% più IVA (per emettere una regolare fatturazione) solo quando il prodotto viene venduto e pagato. L’acquirente paga via PayPal e il 90% della cifra concordata viene accreditato direttamente al venditore mentre il restante viene girato all’applicazione automaticamente. Buyme4you è un’invenzione che valorizza l’economia a chilometro zero ma che in poco tempo ha già avuto riconoscimenti a livello internazionale e a novembre volerà a Lisbona per il Web Summit 2016.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/08/buyme4you-vendere-comprare-chilometro-zero/

In Islanda la rivoluzione è tornata!

Migliaia di persone in piazza nella più grande manifestazione della storia dell’isola, il premier “rottamatore” Sigmundur Gunnlaugsson costretto a dimettersi travolto dallo scandalo dei Panama Papers, già ribattezzata “la più grande fuga di notizie di sempre”. La rivoluzione è tornata! Cosa sta succedendo ora in ‎Islanda?

Oltre diecimila persone che manifestano in piazza, quasi 30mila che firmano una petizione online. È una mobilitazione popolare impressionante, la più grande della storia d’Islanda. Persino maggiore delle rivolte del 2008-2009, quando a cadere fu il governo di Geir Haarde, colpevole della crisi; oggi si dimette il premier Sigmundur Gunnlaugsson, coinvolto in un intreccio di società offshore e conflitti d’interessi fatto emergere dai Panama Papers. Se ne va senza lasciare dichiarazioni, lasciando ad un suo ministro il compito di annunciare la decisione. Esce dal palazzi di governo con la testa china e lo sguardo spento; a fianco a lui una folla diecimila persone rumoreggia per la fine di un’era mai veramente iniziata: quella del “rottamatore” d’Islanda, il premier salito al potere promettendo una netta rottura col passato, che si è presto dimostrato parte integrante del sistema finanziario speculativo che quel passato l’ha costruito.

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Cosa è accaduto?

Sigmundur Gunnlaugsson, premier islandese di centro-destra, è stato il primo leader mondiale a cadere sotto i colpi dei Panama papers, i quasi 12 milioni di documenti segreti trapelati dal Mossak Fonseca, studio legale panamense specializzato nella creazione di società offshore in paradisi fiscali. Fra gli oltre 12mila clienti dello studio (con quasi 150mila aziende create) spiccano i nomi di molti politici, capi di stato e banche di tutto il mondo. La stampa internazionale l’ha già ribattezzata “la più grande fuga di notizie di sempre”. Ed effettivamente lo è, almeno per la mole di dati. Dai documenti risulta chiaramente il premier islandese utilizzava una società offshore mai dichiarata pubblicamente, la Wintris Inc. fondata nel 2007 insieme alla moglie per nascondere le proprie ricchezze milionarie, e che si trovava in posizione di conflitto d’interessi negli scandali bancari del 2008. La società di Gunnlaugsson aveva infatti contratto un grosso credito (4,2 milioni di dollari) nei confronti delle tre principali banche islandesi che con l’arrivo della kreppa, la crisi, e la successiva nazionalizzazione delle banche il credito era rimasto insoluto. Dai documenti emerge che il premier aveva venduto la sua metà di società alla moglie per 1 dollaro l’ultimo giorno del 2009, appena un giorno prima che entrasse in vigore la nuova legge sul conflitto d’interesse. Dal 2013 come primo ministro aveva poi lavorato agli accordi legati al debito delle banche, trovandosi a legiferare su un debito che lo riguardava in prima persona. Non è ancora chiaro se il premier abbia tratto vantaggio o meno dalla sua posizione. L’11 marzo, quando sono iniziati a trapelare i primi rumors sulle sue aziende, Gunnlaugsson è stato intervistato dalla stampa svedese. Alla domanda esplicita del giornalista che gli chiede se avesse mai posseduto una società off shore, Gunnlaugsson risponde: “io di persona? No. Beh, alcune società islandesi con cui ho lavorato avevano legami con società off shore […] ma ho sempre dichiarato al fisco gli asset miei e della mia famiglia. E quindi non c’è mai stato nessun asset nascosto, in nessun luogo […]. Posso confermare di non aver mai nascosto nessun asset”. Quando il giornalista insiste, il premier si alza e se ne va. Dopo che le voci erano diventate prove evidenti, Gunnlaugsson, in un’intervista televisiva diffusa lunedì, aveva comunque affermato che non intendeva dimettersi. Ma la pressione mediatica e una massiccia mobilitazione di persone (10.000 in piazza e 28.000 che hanno firmato la petizione online chiedendo le dimissioni) hanno avuto infine la meglio.

La misera fine del “rottamatore” d’Islanda

La parte più tristemente ironica dell’intera vicenda è che Gunnlaugsson era salito al potere grazie ad una campagna elettorale incentrata sulla rottura col passato. Era il “nuovo che avanza”, il leader giovane che non aveva niente a che fare con gli scandali che in passato avevano coinvolto la classe dirigente islandese. Quando nel 2008 le banche erano fallite infatti, un’enorme sollevazione popolare aveva portato alla caduta del governo e aveva fatto emergere le collusioni fra finanza speculativa e classe politica corrotta. Il sogno del turbocapitalismo islandese, che aveva in pochi anni trasformato il Paese in un centro finanziario internazionale, stravolto l’economia dell’isola e la vita dei suoi abitanti, era crollato fragorosamente nel giro di pochi giorni. Il brusco risveglio aveva portato con sé un attivazione della popolazione senza precedenti, che scossasi dal torpore non si era accontentata della caduta del governo, ma aveva continuato ad attivarsi ottenendo nel giro di pochi mesi risultati incredibili come il rifiuto di socializzare il debito enorme delle banche e la riscrittura di una costituzione partecipata. Sfruttando la voglia di rinnovamento che attraversava l’isola Gunnlaugsson si era proposto nelle vesti dell’innovatore ed il suo partito – il Partito Progressista, lo stesso che pochi anni prima sotto la guida di David Oddson aveva condotto il Paese sull’orlo del fallimento – aveva vinto le elezioni del maggio 2013 , caratterizzate dall’astensione e la frammentazione dei voti (in pratica una sconfitta della politica tradizionale). Da premier Gunnlaugsson aveva più volte criticato gli speculatori finanziari che si sono arricchiti con la crisi in Islanda. E va ammesso che, forse sulla spinta di una popolazione decisamente ostile all’economia finanziarizzata, il suo governo aveva approvato provvedimenti importanti, come il taglio sugli interessi dei fondi speculativi  o una iniziativa parlamentare per togliere alle banche private la capacità di creare denaro dal nulla. Ma che il governo di Gunnlaugsson non rispecchiasse le reali esigenze di cambiamento degli islandesi in molti lo sapevano già. Pochi giorni dopo l’elezione Birgitta Jonsdottir, attivista islandese e attuale leader del Partito Pirata che è primo nei sondaggi elettorali, mi scrisse un’e-mail in cui mi diceva: “Sfortunatamente i nostri compagni islandesi non hanno capito che quella finestra di cambiamento successiva ad una crisi è sempre molto breve. Non siamo riusciti a spingerci dentro tutti i cambiamenti necessari sufficientemente in fretta, ma penso che il nuovo governo sia talmente terribile che ci saranno agitazioni sociali il prossimo anno e vedremo se riusciremo a costruire sulla consapevolezza appresa durante la scorsa crisi”.
Di anni ne sono passati tre, ma adesso il tempo sembra maturo perché si apra una nuova “finestra di cambiamento”.

Il ritorno delle rivolte in Islanda!

10mila persone, in un’isola che ne conta appena 300mila, sono tante. Eppure questo è il numero di manifestanti che a partire dal pomeriggio del 4 aprile si è raccolto davanti all’Althingi, il parlamento islandese.

E 28mila persone, il 10 per cento dell’intera popolazione, ha firmato una petizione chiedendo le dimissioni del premier. Inoltre già prima dello scandalo i sondaggi davano al 70 percento l’insoddisfazione verso la coalizione di governo.

Non è una novità che gli islandesi siano reattivi agli stimoli sociali. Anzi si può dire che gli isolani negli ultimi anni hanno dimostrato una maturità e un’apertura mentale invidiabili: un esempio su tutti l’iniziativa che alla fine di agosto 2015 ha coinvolto dodicimila islandesi nell’offrire accoglienza nelle proprie case ai rifugiati siriani. Un segno piuttosto lampante che l’attivazione sociale iniziata con le rivolte del 2008 è sedimentata in una nuova mentalità, lontana anni luce dall’individualismo e lo spirito di competizione ostentati durante gli anni della crescita sfrenata.

Cosa accadrà adesso?

Nelle ore confuse che seguono alle dimissioni del premier, le redini “ad interim” del Paese sono passate a Sigurður Ingi Jóhannsson. Ma c’è già chi si augura un nuovo governo. Ad esempio Birgitta Jonsdottir che ha affermato al Telegraph: “Le persone in Islanda sono sconvolte, sono arrabbiate e vogliono le dimissioni del governo”.
“Come nazione abbiamo bisogno di rafforzare le fondamenta su cui poggia la nostra società” continua Birgitta. “La buona notizia è che l’Islanda ha già pronta una nuova costituzione che è stato sottoposta a referendum nazionale nel 2012 e in seguito ignorata dal parlamento, invece di essere ratificata. Questa nuova costituzione ci aiuterà a rafforzarci attraverso una riforma democratica tanto necessaria che gli islandesi hanno chiesto e voluto sviluppare a seguito della crisi economica nel 2008, e che avrebbe evitato situazioni come quella attuale”. Secondo i sondaggi precedenti allo scandalo il Partito Pirata Islandese guidato da Birgitta Jonsdottir è il primo partito con circa il 40% delle preferenze. Le sue quotazioni adesso più che mai sono in forte crescita. Se si andasse al voto, le probabilità di vedere un governo che sia diretta emanazione dello spirito delle rivolte contro il governo e le banche del 2009 sarebbero molto alte. Risuonano le parole dello storico Islandese Arni Daniel, che incontrai a Reykjavik nel 2012: “I cambiamenti epocali hanno bisogno di tempo. Con le nostre proteste abbiamo introdotto una rottura forte nel sistema, che ha dato inizio ad un nuovo ciclo. Il sistema attualmente al potere ha ricucito questa rottura a livello istituzionale, riportando la situazione ad un punto vicino al precedente, ma non può fermare il processo cui abbiamo dato inizio”.

 

Tratto da Islanda chiama Italia

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/04/islanda-rivoluzione-e-tornata/

 

Artigianato e antichi mestieri per una nuova economia

Si è tenuta il 3 aprile scorso a Roma la manifestazione “Dire, Fare… Artigianale – Antichi mestieri per una nuova economia”, organizzata al termine del Laboratorio territoriale di Nuova Economia del III Municipio, un lavoro durato oltre un anno a cui hanno partecipato associazioni, istituzioni e artigiani. L’obiettivo? Restituire valore all’artigianato e agli artigiani, minacciati dalle regole del mercato globale e dalla logica del profitto ad ogni costo.1

L’artigianato in mostra a piazza Sempione (Roma)

Capita di arrivare a Piazza Sempione a Roma in una domenica di fine marzo con la primavera appena sbocciata e trovarla animata di una vita inconsueta. Gruppetti di persone sono radunate attorno ad alcuni stand montati in legno. Sotto al loggiato altre persone stanno sedute ad ascoltare un’animata conferenza. Sui muri sono appese foto di artigiani al lavoro, correlate da frasi. Si parla di artigianato e produzione agroalimentare perché proprio qui, in Piazza Sempione, domenica 3 aprile si tiene la restituzione di un lavoro durato oltre un anno chiamato Laboratorio di Nuova Economia, a cui hanno partecipato associazioni, istituzioni, artigiani. È possibile restituire all’artigianato e agli artigiani la dignità che meritano, in una società basata sulla produzione industriale di massa? È possibile ricostruire una filiera agroalimentare locale in un mercato del cibo globale in cui, per qualche strano inganno della globalizzazione, è più “conveniente” importare arance dal Marocco o ciliegie dall’Argentina che consumare quelle prodotte accanto a casa nostra?

Noi lo abbiamo chiesto a Soana Tortora, co-fondatrice di Solidarius Italia  e membro del comitato etico di Banca Etica (due realtà che hanno avuto un ruolo centrale nel Laboratorio di Nuova Economia).

L’incontro di domenica a Piazza Sempione nasce come restituzione di un lavoro durato un anno, di ricerca e mappatura dei mestieri artigianali nel III Municipio. Come è nata questa iniziativa?

È da un anno e mezzo che il Laboratorio di Nuova Economia è stato avviato nel Municipio III a Roma, come “traduzione” territoriale del Laboratorio Nazionale di Nuova Economia che nel 2012, a Terra Futura era nato su iniziativa di Banca Etica. Fin dall’inizio Solidarius Italia ha partecipato attivamente al tavolo nazionale ed è stato naturale che, quando si è deciso di avviare alcuni Laboratori Territoriali, si sia fatta promotrice di questo, a Roma. C’è una precisa data di nascita: il 9 settembre 2014 quando, proprio nella stessa sede del Municipio, si è tenuto un incontro cui ha partecipato Euclides André Mance, l’antropologo e filosofo brasiliano co-fondatore delle reti di economia solidale nel suo paese e coordinatore della Rete Internazionale Solidarius. Da quella iniziativa è scaturito un “gruppo di regia”, costituito da rappresentanti locali di altri organismi che avevano partecipato al Laboratorio Nazionale e realtà locali, cooperative sociali territoriali, imprese sociali e imprenditori profit, artigiani, docenti, ricercatori, studenti e singoli cittadini. Fin dall’inizio rappresentanti della Giunta hanno assicurato il collegamento costante con il Municipio.

Come vi siete approcciati alle realtà presenti sul territorio del III Municipio?

Analizzando la realtà locale e, assieme, le presenze, le competenze e le disponibilità di chi partecipava al “gruppo di regia” sono andati emergendo due filoni di intervento che hanno dato vita a due gruppi di lavoro con l’obiettivo di:
1) Contribuire a ri-costruire la filiera agro-alimentare a partire dai produttori presenti nel Parco della Marcigliana, sostenendo una distribuzione a Km0 in collegamento con i Gruppi di Acquisto solidali del Municipio, con negozi di prodotti biologici, fino ai mercati rionali, con mense locali e servizi di ristorazione che potranno sorgere per iniziativa di cooperative sociali;

2) Contribuire a sostenere le attività dei molti artigiani che sono in difficoltà per le troppe spese o perché non riescono ad individuare soggetti cui lasciare il “testimone” della propria attività ed esperienza. Abbiamo subito pensato ad iniziative di formazione e di coworking. Ma anche alla possibilità di ampliare la quantità di beni da recuperare e/o da riciclare togliendoli dal circuito dei “rifiuti solidi urbani”. Proprio attraverso la formazione e il coworking, infatti, questi stessi beni potrebbero essere reimmessi nel circolo virtuoso del riuso, della rivendita a basso prezzo, della trasformazione di design. Artigiani presenti nel gruppo si sono riconosciuti subito in questo progetto. Abbiamo allora cominciato a guardarci intorno per individuare uno spazio comune multifunzionale nel quale raccogliere oggetti da recuperare prima che divengano rifiuto (quelli che l’Azienda Municipale chiama “gli ingombranti”), installare laboratori di recupero e, insieme di formazione pratica ma anche teorica e lanciare una prima esperienza di commercializzazione che garantisse la sostenibilità dell’intero progetto.artigianato

Un’idea ambiziosa che, da subito, si è scontrata con la difficoltà di reperire a basso costo o in concessione gratuita – date le finalità sociali che ci proponevamo – un locale che potesse rispondere agli obiettivi che ci eravamo fissati. D’altra parte, era necessario allargare il numero degli artigiani per verificare più a fondo la fattibilità del progetto assicurando non solo la loro partecipazione attiva ma anche quella di realtà territoriali che potessero suscitare la domanda di formazione e lavoro (giovani in uscita da percorsi formativi generici, giovani provenienti da case famiglia presenti nel territorio municipale, cooperative nascenti di giovani rom già coinvolti in attività di recupero…). Da qui è nata l’ipotesi di ricerca-intervento di cui questa parte di rilevazione è solo il primo passo. Solidarius Italia aveva già elaborato ed utilizzato in altre occasioni un proprio strumento che abbiamo chiamato “La trama e l’ordito”. Non un questionario ma una traccia per instaurare un dialogo, una rapporto di fiducia che partisse dalla narrazione delle storie personali e “aziendali” di ciascuno per ripercorrere obiettivi originari e futuri, relazioni di filiera e di rete create con altri soggetti, programmi e …sogni: un primo tentativo nella direzione di ricostruire un tessuto relazionale spesso sfilacciato e strappato.  Banca Etica aveva messo a disposizione dei Laboratori Territoriali un contributo piccolo ma sufficiente a far partire la ricerca “ingaggiando” un gruppo di giovani ricercatori qualificati che, proprio con il coordinamento di Solidarius Italia, hanno iniziato dall’autunno scorso, la ricerca a partire da una mappatura “fredda” di un quartiere che ci era stato indicato dal Municipio come un luogo storico di presenza degli artigiani della zona.  Un faticoso lavoro “porta a porta”, diffidenze, rifiuti (“ma chi siete?…non ho tempo… non serve a niente…”) ma anche aperture e speranza di futuro, anche pensando che, nel frattempo, la Regione Lazio aveva approvato, all’inizio del 2015, un Testo Unico sull’artigianato che parla proprio di loro, riconoscendo la loro figura di Mastri Artigiani e la loro bottega come possibile luogo di formazione per giovani che volessero prendere il testimone di un’attività altrimenti destinata a morire… Ma poi parla di artigianato creativo, di artigianato nei settori del recupero e del riuso e anche di artigianato digitale. Da subito abbiamo detto che avremmo restituito loro, ma anche ai cittadini, alle istituzioni e a chi volesse ascoltare i risultati della rilevazione per decidere come proseguire. Da qui l’evento di domenica scorsa, 3 aprile.

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Quali sono stati i risultati salienti della ricerca?

Gli artigiani contattati personalmente, uno ad uno, cercati nelle loro botteghe, sono stati complessivamente circa 70. Alla fine 42 hanno accettato di raccontarsi e di mettersi in relazione con il progetto. Non sono certo “grandi” numeri, ma i risultati di questo lavoro non sono misurabili a numeri perché sono relazioni stabilite sulla fiducia, sono storie di vita raccontate, i progetti, realizzati o no, il rapporto con gli oggetti che creano o che sono affidati loro dai clienti, le generazioni che vedono passare, le relazioni con il territorio e con la comunità. Sono risultati acerbi che hanno bisogno di essere sedimentati e sviluppati in percorsi comuni e condivisi, da co-progettare e da costruire rispettando le storie e le esigenze di ciascuno. Uno di loro ci ha detto: “Questo progetto? Mi sembra ben pensato… Potrebbe essere una di quelle chiavi di svolta per cercare di uscire da questa impasse del mercato ad ogni costo, del profitto ad ogni costo, della diffidenza rispetto al vicino di casa. Insomma potrebbe essere un buon viatico, per rivedere un po’ tutto il concetto della nostra economia usa e getta perché bisognerebbe fermarsi un attimo e riconsiderare il nostro modo di vivere”. Allargare a poco a poco la coscienza di tutto ciò è uno degli obiettivi prioritari del Laboratorio e realizzarlo con soggetti che l’economia la fanno in prima persona diventa decisivo. Un altro risultato emerso dall’evento del 3 aprile è il fatto che tutti gli interlocutori intervenuti – dal Presidente del Municipio III, Paolo Marchionne alla consigliera regionale Cristiana Avenali, a Nicoletta Dentico del C.d.A. di Banca Etica – hanno riconosciuto il contenuto innovativo del progetto, il disegno a medio e lungo termine a questo sotteso. Un contenuto di innovazione sociale, in quanto progetto che nasce e procede dal basso attraverso un processo effettivo di democrazia partecipativa che coinvolge direttamente cittadini (con particolare attenzione alla fasce di maggiore fragilità), associazioni e imprese e, insieme, le istituzioni, a partire da quelle territoriali. Innovazione sociale, ancora, perché una delle attenzioni esplicite è operare a partire dalla lotta allo spreco di risorse e di oggetti potenzialmente riusabili o recuperabili, al consumismo esasperato, alla produzione di rifiuti. Ma anche, potenzialmente, innovazione tecnologica capace di connettere abilità e saperi tradizionali con modalità produttive e di organizzazione del lavoro (artigianato digitale, coworking,…), in grado di attrarre anche le generazioni più giovani.

Pensi che in questo anno siano nate delle collaborazioni fra artigiani?

Parlavo prima di “risultati acerbi”. In un anno e mezzo complessivo di vita del Laboratorio e in soli 6 mesi scarsi di lavoro di ricerca e di relazioni dirette non possiamo pensare che, dal punto di vista della nascita di nuove collaborazioni, i risultati possano essere già visibili. Due elementi, però, mi preme sottolineare: il primo riguarda le relazioni preesistenti che alcuni artigiani hanno già in essere con altri artigiani del loro stesso settore o di settori di attività integrabili o di complemento, di filiera: il dialogo instaurato, le domande che il gruppo di ricerca ha proposto loro sull’argomento è stata sicuramente un’occasione per riflettere e per guardare a queste stesse relazioni con occhiali diversi; il secondo elemento, quello forse più importante, è l’iniziativa che è partita da artigiani che, partendo da professionalità differenti e proprio in vista dell’evento del 3 aprile, hanno voluto dare corpo alla loro volontà di relazioni collaborative co-progettando e realizzando la struttura complessa e fatta di oggetti di recupero e riuso che è stata assemblata il 3 aprile e che per tutta la mattina ha fatto mostra di sé al centro di Piazza Sempione con tutto il suo significato insieme pratico, creativo e simbolico. Tutti noi sentiamo profondamente la responsabilità di accompagnare con risposte durevoli e credibili questa spinta collaborativa.h1

Quale può essere il ruolo dell’artigianato in una società che ha ormai da tempo virato verso la produzione di massa?
La produzione di massa per molti oggetti e beni di consumo è una conquista insostituibile. La produzione di massa, però, sempre meno assicura la qualità dei prodotti (spesso destinati ad obsolescenza programmata), il rispetto della qualità del lavoro e dei suoi diritti, il rispetto del clima nel posto di lavoro, il rispetto dell’ambiente all’interno del luogo di lavoro e sul territorio… Siamo bombardati dalla parola “crescita”, che fa rima con concorrenza e competitività. Queste 3C stanno condizionando la nostra vita, anche quella quotidiana delle nostre relazioni. Se si desse retta a questo teorema l’artigianato sarebbe certo destinato a scomparire.

Noi pensiamo invece – e il lavoro iniziato sembra darci ragione – che il ruolo dell’artigianato continua ad essere importante proprio perché rappresenta tutto ciò che la produzione di massa non può rappresentare. Non è un inno al “piccolo è bello” ma sicuramente il lavoro artigiano rappresenta un patrimonio sociale e culturale che, laddove resiste ed è incoraggiato, è in grado di mantenere vivo il tessuto delle nostre città. Siamo abituati sempre più a vedere divisi e distinti i tempi e le funzioni della nostra vita quotidiana: grande aree residenziali, grandi aree commerciali, grandi aree produttive e così la nostra vita rischia di identificarsi, di volta in volta in uno e uno solo di questi luoghi. La presenza dell’artigianato nei nostri quartieri, anche nel cuore delle aree metropolitane avvicina il lavoro alle nostre vite, si svolge sotto i nostri occhi e impariamo a conoscerlo e a riconoscere il suo valore, il tempo necessario a realizzare un oggetto, quello che serve, a chi serve, come si fa… E questa è cultura, esperienza e saperi che altrimenti andrebbero perduti.8ad1d17a-16f8-4212-9345-8afe756c839d

Bilancio dell’iniziativa?

Per cominciare, direi senz’altro positivo.

Cosa è riuscito bene e cosa invece ha incontrato maggiori difficoltà?

Cosa è riuscito bene… beh, mi pare di averlo già detto. Cosa ha incontrato maggiori difficoltà? È duro superare l’individualismo proprio di chi è abituato tutto il giorno a fare i conti solo con se stesso o, al massimo con una o due persone, spesso di famiglia. E i conti poi non sempre tornano, specie di questi tempi. Allora emerge la sfiducia, la voglia di mollare. Hai voglia, allora, a parlare di rete, di collaborazione, di progetti…L’altra difficoltà è creare con le istituzioni una relazione positiva ma anche concretamente propositiva capace di venire incontro realmente alle difficoltà che molti artigiani incontrano e alle proposte che avanzano…

E adesso cosa succede? Quali sono i prossimi passi?

Abbiamo già riconvocato per la prossima settimana, a caldo, il “gruppo di regia” del Laboratorio. Della serie: guai a fermarsi. Sarà quella la sede nella quale raccoglieremo le proposte emerse da tutti gli intervenuti, tenteremo di farne sintesi e rilanceremo ritornando a verificarci con chi vorrà accettare dialogo, confronto e voglia di costruire proposte per il futuro…

Cosa ci può insegnare l’esperienza del III municipio di Roma?

Insegnare? Di fronte ad alcune realtà possiamo proprio dire che siamo apprendisti e allora il mestiere migliore che possiamo fare (e proporre) è imparare ad imparare, imparare ad ascoltare. Solo in questo modo si diventa credibili. Tessere filo dopo filo una trama ed un ordito delle realtà che vogliamo conoscere per cambiare, mai da soli, mai attraverso operazioni pre-determinate, mai per premiare interessi particolari ma attingendo ad un pensiero alto che alimenti valori condivisi e ricerca di nuovi paradigmi…

Pensate di replicarla?

All’evento di domenica sono venute persone anche di altri Municipi. Solidarius Italia sta collaborando con altre realtà in altre regioni su esperienze di progettazione partecipata di nuova economia e di nuovi lavori…Poter allargare questa esperienza romana utilizzando la stessa metodologia sarebbe interessante. Il termine stesso di laboratorio indica una volontà di ricerca e di sperimentazione. Quanto più numerosi sono i ricercatori che intendono raggiungere il medesimo obiettivo tanto più alte sono le probabilità di raggiungerlo.

Esistono già esperienze simili in atto o in programma?

Francamente non lo so e mi piacerebbe saperlo. Sicuramente nell’universo delle “buone pratiche” dell’economia solidale qualcosa di simile ci sarà pure ma finora non ho trovato esperienze analoghe… Saperlo creerebbe la possibilità di confronto, eviterebbe ad ognuno di noi di lavorare da solo e darebbe la possibilità di operare con un respiro strategico più ampio.

Credo, comunque, che quest’esperienza abbia alcune peculiarità, anche rispetto ad altre. Almeno due: pur operando in un orizzonte di un’economia sostenibile e solidale ha deciso di avere come interlocutori prioritari soggetti che probabilmente non si riconoscono in partenza in questo stesso orizzonte; in secondo luogo, definirsi come laboratorio di nuova economia, invece che di economia solidale, civile, del bene comune, di comunione od altro ancora…è decisamente una novità. Noi che siamo nati, teorizziamo e pratichiamo economia solidale non ci sentiamo “diminuiti” dal partecipare alla costruzione di una economia “nuova”. Superiamo quella “vecchia”, per favore, ricercando terreni e criteri comuni di fondo! Poi, nella transizione, ciascuno potrà sperimentare il nuovo secondo la propria identità e la propria storia…

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/04/artigianato-antichi-mestieri-nuova-economia/