Smarketing, la comunicazione a servizio dell’economia responsabile

Invertire la funzione del comunicatore, facilitare l’incontro tra produttori e consumatori, disertare il marketing “classico” per aiutare un’idea diversa di economia basata su minori consumi e maggiore qualità e fruibilità dell’oggetto. Questo (e altro) è Smarketing, una rete di professionisti della comunicazione che aiuta i propri clienti a comunicare in modo diretto, trasparente e autonomo. Per poi farlo da soli in futuro. Una rete di professionisti della comunicazione che lavora solo con realtà economiche rispettose dell’uomo e dell’ambiente. Che si pone l’obiettivo di aiutare queste “piccole realtà che hanno grandi cose da dire” a trovare il modo di raccontarsi, per farsi comprendere e per diventare poi autonome nella propria comunicazione. Questo è l’obiettivo primario di Smarketing, una rete di professionisti nata nel 2010 allo scopo di facilitare la comunicazioni di enti, aziende o persone che perseguono valori ambientali, etici, sociali, culturali e conviviali e per aiutare queste realtà a raggiungere una sostenibilità economica; in questo senso, la comunicazione gioca un ruolo che spesso viene sottovalutato ma che è importante.

“Nella pratica Smarketing incontra i clienti, che in genere sono associazioni, oppure artigiani, installatori del fotovoltaico, contadini biologici, comunque in genere piccole realtà che lavorano in un’ottica non speculativa nei confronti dell’essere umano e dell’ambiente” ci racconta Chiara Birattari, grafica, attivista creativa e co-fondatrice di Smarketing “Noi lavoriamo solamente con questa tipologia di clienti. Li incontriamo una prima volta e cerchiamo di capire di che cosa hanno bisogno, di capire in che cosa esattamente possiamo essergli utili. E abbiamo una parte di lavoro che è formativo, sempre in collaborazione con i clienti cerchiamo di far emergere la loro identità. C’è una parte del nostro lavoro che è in comune con chi fa marketing vero e proprio: suggeriamo ai nostri clienti loghi, nomi delle realtà, sito web. Ma il processo è radicalmente diverso: partiamo subito lavorando insieme con i clienti attraverso dei laboratori, una volta create le basi passiamo alla seconda fase dove cerchiamo di creare dei modelli cartacei che i nostri clienti possano utilizzare in autonomia. Cerchiamo di formarli affinché possano essere autonomi nella comunicazione in futuro, abbattendo il costo dell’intermediazione pubblicitaria a loro carico, che spesso per queste piccole realtà rappresenta un costo insostenibile nel tempo, nonostante questa attività sia fondamentale”.

Perché Smarketing?

La parte fondamentale per capire l’esperienza di Smarketing e il suo valore è concentrarci su uno dei problemi più rilevanti che riguarda gli attori della cosiddetta “economia alternativa”: “Nel nostro lavoro incontriamo un sacco di gente che fa cose bellissime, che ha un sacco di cose da dire, che realizza cose importanti e quando si tratta di raccontarle hanno già troppe cose da fare” ci racconta Marco Geronimi Stoll, che si presenta come “pubblicitario disertore” e che è anche lui co-fondatore di Smarketing.

“Incontriamo gente che realizza delle cose stupende ma poi il sito spesso è una tristezza, il cartaceo è confusionario. Purtroppo bisogna tenere a mente che se tu fai un volantino sciatto, sei tu che sei sciatto; se un sito è disordinato, sei tu che sei inaffidabile. È uno dei principi della comunicazione, chi ci lavora lo sa. Il successo e il sostentamento economico di un contadino biologico, piuttosto che di un installatore di pannelli solari, piuttosto che di un artigiano del riciclo è un successo della società intera perché l’Italia andrà meglio o peggio se questa gente ce la fa o no.IMG_20170311_124947

L’anello della comunicazione è un anello debolissimo di queste realtà virtuose, se tu comunichi male il tuo vicino di casa continuerà ad andare al supermarket a comprare le mele chimiche. Il nostro lavoro mira a risolvere la situazione, anche perché queste realtà non hanno bisogni di fare pubblicità, ma semplicemente di comunicare, avendo degli argomenti bellissimi da diffondere. Al contrario della pubblicità tradizionale, che deve lavorare per convincerti che qualcosa sia utile quando in realtà non lo è.

Perché trasmettere l’autonomia nella comunicazione?

Oltre a Marco e Chiara, nel nostro incontro parliamo anche con Guido Bertola, che in Smarketing si occupa di comunicazione visiva e che è co-fondatore della realtà: “Di fatto noi siamo dei facilitatori, il nostro obiettivo è fornire strumenti e formare le piccole realtà nostre clienti allo scopo di realizzare da sole la loro comunicazione, in quanto proprio le piccole dimensioni delle realtà impediscono a queste di potersi mantenere un professionista che si occupi costantemente della comunicazione. Abbiamo lavorato con tantissime realtà, considerando anche delle semplici conferenze che abbiamo realizzato superiamo le centinaia di collaborazioni. Un rapporto di continuo lavoro con queste non è invece di gran numero, perché come dicevo è lo scopo del nostro lavoro: rendere il più possibile autonome le persone con cui lavoriamo nell’ambito della comunicazione. Dunque su questo possiamo ritenerci pienamente soddisfatti, perché ora camminano da sole. Non funziona con tutti ma siamo soddisfatti in proporzione”.24029_399735870863_396623_n

“Smarketing è un processo di liberazione del comunicatore” aggiunge Marco geronimi Stoll “ed è un modo di comunicare che è il contrario del marketing. Il marketing vuole persuaderti a consumare qualcosa, lo smarketing facilita la comunicazione tra chi produce qualcosa e chi lo acquista in maniera di abbattere l’intermediazione. La pubblicità fa parte dell’intermediazione e noi vogliamo ridurla al minimo. E questo fa parte di un’idea dell’economia in cui si consuma di meno, si spreca di meno e si amano più le cose per il loro valore reale: per il piacere che ci danno, per il senso che hanno, per come ci migliorano la vita, che è una cosa radicalmente opposta e alternativa al consumismo.”

La logica sottrattiva, ovvero: come lavora Smarketing

Uno dei problemi delle realtà dell’economia alternativa è che, spesso, più che semplificare i processi di comunicazione si tende a complicarli. “È un retaggio del marketing classico, quello che deve cercare di convincere più che di spiegare” ci spiega Guido Bertola, “tipicamente il nostro approccio è quasi più sottrattivo dal punto di vista grafico. Spesso e volentieri molte realtà puntano all’orpello quando invece noi vogliamo arrivare alla sintesi. Tutti i nostri clienti hanno cose bellissime da raccontare e a volte nella comunicazione si perdono in dettagli che non esaltano la loro identità, l’aspetto principale spesso su cui investire. Per decine di anni queste realtà sono state abituate a un tipo di comunicazione visiva che punta solo ai fronzoli e non all’essenza, il nostro primo approccio è riportare le realtà verso una comunicazione che rispetta al meglio il loro modo di lavorare.

“Lo stesso discorso vale per la scrittura, aspetto della quale si occupa più specificatamente Marco Geronimi Stoll (che su questo argomento ci ha scritto un libro che consigliamo a tutti): “Purtroppo queste realtà, che non possono permettersi un writer come una grande azienda per gestire la comunicazione, scrivono molte pagine e faticano a isolare i singoli argomenti. Uno dei lavori che facciamo spesso insieme a queste realtà è imparare a scrivere insieme, disimparando ciò che si è appreso a scuola. Scriviamo poco, semplice, chiaro, con poche parole, frasi semplici, che anche un’analfabeta funzionale riesca a comprendere. Ciò non è facile come atteggiamento mentale, non tanto come capacità di scrittura. Tutto questo fa si che la pagina che esce sul social, sul volantino, su facebook o sito è una pagina che chi la vede ha voglia di leggerla. Questo è il passaggio importante: se non ispiri voglia di leggere puoi scrivere cose molto interessanti, ma non avranno nessun vero impatto sociale”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/io-faccio-cosi-164-smarketing-comunicazione-servizio-economia-responsabile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Il Parlamento Ue approva il CETA: a rischio salute, ambiente e democrazia

Un grave rischio per la democrazia, l’ambiente e la salute dei cittadini a tutto vantaggio degli interessi delle multinazionali. È altamente preoccupante lo scenario che si prospetta in seguito al via libera al CETA, trattato economico e commerciale di libero scambio fra Unione europea e Canada appena approvato dal Parlamento Ue. Con 408 voti a favore e 254 contrari, il Parlamento Europeo ha deciso di ratificare il CETA, trattato economico e commerciale di libero scambio fra Unione europea e Canada. Il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) dovrà essere ora ratificato dal parlamento di ciascuno stato membro, ma nelle sue parti fondamentali entrerà in vigore già da aprile. Secondo i favorevoli, l’approvazione del CETA rappresenta una risposta a Donald Trump, che ha espresso la volontà di congelare il TTIP, accordo fra Ue e Usa per abbattere i dazi doganali e uniformare i regolamenti dei due continenti con lo scopo di creare la più ampia area di libero scambio mai esistita. Il TTIP, che il nuovo presidente americano vuole congelare, ed il CETA, che ha appena avuto il via libera, sono due di una serie di trattati internazionali fortemente contestati poiché minano molte delle norme che tutelano i cittadini su alcune tematiche di fondamentale importanza, in primis nel settore agroalimentare.ceta-belgium

La protesta a Strasburgo

Molte le voci di protesta che si sono levate contro l’approvazione del trattato tra Ue e Canada, prime fra tutte quelle di movimenti, cittadini, sindacati e agricoltori che hanno esposto a Stasburgo frutta locale nelle cassette e striscioni all’ingresso del Parlamento per denunciare i rischi che questo accordo comporta per le produzioni locali europee.

“Un grande regalo alle grandi lobby industriali che nell’alimentare puntano all’omologazione e al livellamento verso il basso della qualità”. È quanto afferma il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel commentare l’impatto dell’approvazione da parte dell’Europarlamento del Ceta. “Nei trattati – sottolinea Moncalvo – va riservata all’agroalimentare una specificità che tuteli la distintività della produzione e possa garantire la tutela della salute, la protezione dell’ambiente e della libertà di scelta dei consumatori”.

“Questo accordo commerciale rischia di minare la democrazia e lo stato di diritto in Europa, a vantaggio di una manciata di multinazionali”, dichiara Federica Ferrario di Greenpeace Italia.
“L’obiettivo principale del CETA – continua Greenpeace – non è solo l’eliminazione delle barriere tariffarie, ma soprattutto la rimozione di ogni ostacolo al commercio e agli investimenti dovuto a norme differenti vigenti in Canada e in Europa. Questa operazione rischia di trasformarsi in un attacco diretto verso gli standard di protezione per persone, diritti e ambiente”.image

Secondo uno studio indipendente al quale fa riferimento Greenpeace, inoltre, l’entrata in vigore del CETA causerebbe la perdita di circa 200 mila posti di lavoro nell’Unione europea e, secondo quanto stimato dalla stessa Commissione europea, con l’adozione di questo trattato, nel lungo periodo in Europa si registrerebbe una irrisoria crescita economica.

“Oggi è stata scritta una pagina oscura per la democrazia in Europa, ma non tutto è compromesso – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – La battaglia della società civile si sposta adesso a livello nazionale. Monitoreremo gli impatti dell’accordo, dimostrando che avevamo ragione a criticarne l’impianto, e spingeremo il Parlamento italiano a bloccare questo trattato dannoso per i nostri cittadini e lavoratori”.

Con l’applicazione provvisoria del CETA, sottolineano i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia, cadranno tariffe e quote su una vasta linea di beni e servizi commerciati tra i due blocchi, con prospettive negative per le piccole e medie imprese, i diritti del lavoro, la sicurezza alimentare, l’ambiente e i servizi pubblici.

“La campagna italiana chiede che dopo la giornata di oggi, il Parlamento italiano smetta di tenere il commercio internazionale fuori dai propri radar e metta all’ordine del giorno il dossier CETA, aprendo una consultazione con la società civile per venire a conoscenza dei gravi rischi che corrono l’economia del Paese, l’occupazione e la stessa architettura democratica”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/02/parlamento-ue-approva-ceta-rischio-salute-ambiente-democrazia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

SS. Trinità, in zona Sarpi a Milano la Parrocchia a Impatto Zero

 

“Quartieri Ricicloni” a Milano. In via Giusti 25 una parrocchia ad alta sostenibilità ambientale dove Don Mario ha voluto pannelli solari, pompa di calore, luci a led e cemento catalitico. E che raccoglieva 2 tonn l’anno di lattine

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I giornali ne hanno parlato già 5 anni fa, quando don Mario Longo convinse i suoi parrocchiani a fare uno sforzo particolare per dotare la parrocchia SS. Trinità di pannelli solari sul tetto della chiesa e del sagrato (vedi foto di Google Map dall’alto). Dal mese di giugno 2011, infatti, ci sono 360 pannelli fotovoltaici che producono circa 85.000 Kilowattore in un anno, più o meno l’equivalente del consumo di energia elettrica dell’intera parrocchia. “Un investimento – si disse allora – non dettato solamente da motivazioni economiche, ma soprattutto e quasi esclusivamente dall’impegno nel rispetto dell’ambiente e del Creato e nell’intento di dare un segno concreto a tutta la comunità”.
“Siamo molto contenti”, racconta oggi don Mario, “del resto l’ha detto anche il Papa che l’attenzione all’ambiente è l’ottava opera di misericordia della nostra epoca”. La cura della casa comune: il nostro pianeta Terra che grida e che ha bisogno di un radicale cambiamento di rotta, prima che sia troppo tardi.
I pannelli solari non sono l’unica scelta sostenibile riguardo l’ambiente fatta dalla parrocchia SS. Trinità di via Giusti 25. Don Mario ha voluto anche pavimentare l’oratorio con il cemento catalitico, quel materiale all’avanguardia che permette l’abbattimento degli inquinanti dell’aria.

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Poi sono venute le luci a led: “Le abbiamo messe in tutta la Parrocchia, è stato un bell’investimento all’inizio, ma poi abbiamo dimezzato i costi dei consumi e probabilmente ne beneficerà di più il Parroco che arriverà dopo di me. Ma va bene lo stesso …..”.

Anche l’impianto a pompa di calore è una conquista ambientale voluta da Don Mario in Parrocchia: tutti i locali comuni sono stati collegati e che ora si sta ultimando con gli spazi-abitazione. Le pompe di calore, in grado di trasferire l’energia presente in natura all’interno degli ambienti, scaldandoli quando è freddo e raffrescandoli quando è caldo, permettono di limitare fortemente le emissioni di CO2 e coprono mediamente il 75% del fabbisogno energetico.
“Riguardo i rifiuti e la raccolta differenziata c’è poco da dire”, aggiunge Don Mario, “facciamo bene quello che ci chiedono di fare il Comune e l’Amsa”. Anche se fino a qualche tempo fa si faceva la raccolta differenziata autonoma delle lattine di alluminio, che poi si vendevano ad un rottamaio fuori città. “Siamo arrivati a raccogliere 2 tonnellate di lattine l’anno, ma poi i passaggi burocratici per continuare a darle ad un riciclatore autonomo sono diventati eccessivi, ora non lo facciamo più”. Ma in Oratorio si raccolgono ancora i tappi delle bottiglie per un’organizzazione umanitaria.
E’ il contrasto alle emissioni di CO2 è il vero pallino di don Mario. “In ogni angolo dell’oratorio in cui si poteva abbiamo messo spazi verdi e piantato alberi, anche da frutto. Verde che contribuisce a catturare la CO2”.

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Fonte: http://www.ecodallecitta.it/notizie/386520

Una nuova economia? Il segreto è nelle donne

Un’economia del Dono che sia un’economia di pace e abbondanza per tutti, in contrasto con un’economia dello scambio che fa del saccheggio la base per un’economia per pochi. Il femminile e il materno come pilastro di una nuova società, che sfugga al patriarcalismo dominante. Dialogo con Genevieve Vaughan, alla ricerca di un nuovo modo di vedere e interpretare l’economia.

Per cambiare la società, dobbiamo pensare in modo diverso. Quando si tratta di ripensare il nostro sistema economico, come stiamo vedendo in questi anni, tutto diventa più difficile, confuso, disordinato: da molto tempo, nel Mondo, i segnali di un profondo malcontento rispetto al funzionamento dei nostri schemi economici attuali si sta manifestando in molteplici modi, che spesso purtroppo sfociano nella rabbia, nella rassegnazione, nell’insofferenza fine a se stessa. E se, per cambiare la società, dovessimo riscoprirne i valori delle origini? Se nella cure della madre verso il proprio bimbo si annidi un modo diverso di vedere l’economia? Questo e altro sono le radici dell’Economia del Dono, che nella differenza tra scambio (patriarcale) e dono (matriarcale) pone la base della sua radicale critica nei confronti dell’economia di mercato.

Base fondante della tesi dell’Economia del Dono è che l’economia capitalista, per come la conosciamo oggi, basa la sua stessa logica sullo scambio, dove un bene è dato per ricevere il suo quantitativo equivalente, un bisogno è soddisfatto affinché soddisfi il proprio bisogno. Lo scambio di mercato non è naturale, non è reale e nemmeno necessario, ma semplicemente alimenta il nostro Ego, crea posizioni innaturali di conflitto che alimentano l’isolamento, la competizione, la guerra e il dominio. Questa logica patriarcale, basata sulla socializzazione maschile, va in conflitto con quella femminile, matriarcale, viaggia su un binario opposto rispetto alla madre che nutre. È per questo che l’economia del dono vuole portare al centro dello scambio economico il valore d’uso degli oggetti e delle azioni: “sono delle azioni che noi mettiamo già in pratica, solo che non ce ne rendiamo conto minimamente, rimangono inconsce” ci spiega Genevieve Vaughan, ricercatrice e femminista statunitense stabilitasi da anni a Roma e teorica dell’economia del dono. “Penso che al di sotto dell’economia di mercato e del capitalismo esista un altro tipo di economia, un’economia materna in cui tutti noi nasciamo ma che viene sfruttata dal mercato; tutti i doni a nostra disposizione, compresi quelli fornitici dalla Madre Terra, vengono risucchiati dal mercato e messi a disposizione di pochi. È una logica predatoria e patriarcale, tipica della nostra economia che ci sta portando alla catastrofe”.freswota-another-perfect-day-11

Il senso dell’Economia del Dono

Già con la creazione del denaro, si è andato configurando un modello di economia basato sul patriarcato. Il modello di scambio che ne è nato ha negato quello del dono già in vita presso alcune società precapitalistiche, come ad esempio quelle native americane: l’unico spazio che il mercato non ha risucchiato è stato quello della pratica materna, nel dono che una mamma da consapevolmente al proprio bambino, che nasce dipendente dalle cure materne e che le riceve senza che la madre pretenda nulla in cambio. Questo è l’esempio base per provare a capire dove si annidino le basi culturali dell’Economia del Dono: “Le logiche dello scambio e del donare costituiscono due paradigmi o visioni del mondo che competono e si complementano: la pratica materna e tutti i tipi di lavoro donati gratuitamente sono resi difficili o addirittura sacrificati dalla scarsità che è necessaria al funzionamento del mercato.” scrive Genevieve Vaughan nei suoi 36 passi verso l’economia del dono “ La scarsità viene creata artificialmente dall’appropriazione dei doni di molti da parte di pochi, dei doni dei paesi poveri a quelli ricchi, dei doni della natura, del passato e del futuro ai pochi per il loro profitto nel presente. I valori materni sono visti come non realistici e svalutati dai misogini. Essi sono visti come cause della sofferenza, mentre denunciare le sofferenze e la mancata soddisfazione delle necessità da parte delle donne è vista come vittimismo. Al contrario, sono la scarsità necessaria (funzionale) al mercato e la svalutazione del paradigma del dono che causano la sofferenza delle donne (e dei bambini e degli uomini).”  Il dare per ricevere (compreso il baratto) diventa così una logica altra rispetto al donare per soddisfare un bisogno: per cambiare il paradigma, diventa importante da adulti creare un’economia del dono unilaterale allargata e generalizzarla a tutti. Una sfida enorme, ma che noi inconsciamente pratichiamo già.popolo-degli-elfi

Alcuni esempi di Economia del dono, il dono del cambiamento sociale

“Prendiamo l’esempio delle persone che si uniscono e danno vita ad un ecovillaggio. Lo fanno spesso con poca disponibilità economica, senza baratto, senza scambio. Così come molti altri progetti legati al cambiamento sociale nascono con questa logica” ci spiega la Vaughan “spesso non ce ne rendiamo conto ma stiamo mettendo in pratica l’economia del dono, le creazioni di queste persone sono dei doni che vengono dati alla società, migliorano la vita di alcuni di noi, di coloro che vi si approcceranno, senza pretendere nulla in cambio!”.

Altro esempio tipico alla base del rapporto predatorio dello scambio sul dono, e che ci aiuta a capire meglio il senso profondo del dono stesso, è il plusvalore: questo rappresenterebbe un dono che potrebbe andare verso la società, ma il profitto (che fa parte della logica dello scambio) lo ha soppiantato e inglobato. È la logica dello scambio che sovrasta e ingloba un possibile dono per la società, un rapporto unilaterale che inevitabilmente risucchia e distrugge, senza seminare. Una “guerra” generalizzata contro la pratica del dono, ma che è inconscia e per questo non riusciamo più a riconoscerla. Nella stessa logica rientra, come ulteriore esempio, il lavoro casalingo: se fosse calcolato in termini monetari, darebbe un valore aggiunto enorme al Pil delle varie nazioni. È un esempio di economia del dono che viene già messo in pratica come strada di economia alternativa: non vale affatto come esempio assoluto valido per tutte e tutti (non dobbiamo fare solo le casalinghe per praticare l’economia del dono) ma ci aiuta a vedere la ricchezza nascosta insita del dono. “Recenti sviluppi, come ad esempio il brevettare forme di vita e geni, mostrano come il capitalismo patriarcale assuma il controllo e trasformi i doni in prodotti. Le forze della globalizzazione sfruttano sempre più doni a livello internazionale, dal Sud al Nord.”

È il dono della natura, che contiene un’enormità di doni che vengono sottratti ai molti per rimanere nella disponibilità di pochi. L’alternativa è proprio saper vedere l’economia del dono per quella che è: materna, femminile e naturale. “Il mercato galleggia su un’infinità di doni, lo stesso profitto è una parte di dono che il mercato si prende” conclude Genevieve Vaughan “credo da americana trapiantata in Italia che l’Italia su queste tematiche sia molto all’avanguardia e pronta. C’è una coscienza legata alla condivisione e indirizzata al dono molto forte qua. Non la vedete, così come sembra invisibile l’Economia del Dono.”

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/11/io-faccio-cosi-142-nuova-economia-segreto-donne/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

Buyme4you: vendere e comprare a chilometro zero

Dal cibo ai prodotti artigianali, fino alle prestazioni lavorative. Buyme4you è un app che permette di gestire la compravendita di oggetti fatti in casa valorizzando l’economia a chilometro zero.

Quante volte vi è capitato di voler vendere o comprare qualcosa da Internet ma i costi di spedizione superavano quelli del prodotto? Ad accorciare le distanze (azzerando le spese extra) ci ha pensato una nuova applicazione per smartphone. Si chiama Buyme4you e consente di gestire la compravendita di oggetti fatti in casa (dal cibo ai lavori artigianali) in un raggio massimo di 50 chilometri. Siete appassionati di cucina e vorreste vendere le vostre torte? O avete un orto e vi farebbe comodo cedere il raccolto in sovrabbondanza? L’applicazione è geolocalizzata e intercetta la domanda e l’offerta più vicina a te per dare la possibilità di scambiare direttamente la merce, senza pacchetti né spedizioni. Grazie alla vicinanza, non si scambiano solamente oggetti, ma anche animali e piccole prestazioni lavorative (baby sitter, pulizie o giardinaggio).handmade-column-feature-1

Buyme4you si adatta a target molto diversi, dal privato cittadino fino alle piccole aziende agricole, agrituristiche e artigianali o alle microimprese domestiche. Questa app facilita infatti anche l’avvio di business casalinghi come ad esempio il sempre più diffuso “home restaurant” – il ristorante in casa – consentendo la vendita dei posti a tavola per pranzi, cene, grigliate o feste. L’app è completamente gratuita e scaricabile da playstore (ma è disponibile anche per i dispositivi apple), non ci sono spese di registrazione né tasse per l’inserimento del proprio annuncio. L’applicazione guadagna il 10% più IVA (per emettere una regolare fatturazione) solo quando il prodotto viene venduto e pagato. L’acquirente paga via PayPal e il 90% della cifra concordata viene accreditato direttamente al venditore mentre il restante viene girato all’applicazione automaticamente. Buyme4you è un’invenzione che valorizza l’economia a chilometro zero ma che in poco tempo ha già avuto riconoscimenti a livello internazionale e a novembre volerà a Lisbona per il Web Summit 2016.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/08/buyme4you-vendere-comprare-chilometro-zero/

In Islanda la rivoluzione è tornata!

Migliaia di persone in piazza nella più grande manifestazione della storia dell’isola, il premier “rottamatore” Sigmundur Gunnlaugsson costretto a dimettersi travolto dallo scandalo dei Panama Papers, già ribattezzata “la più grande fuga di notizie di sempre”. La rivoluzione è tornata! Cosa sta succedendo ora in ‎Islanda?

Oltre diecimila persone che manifestano in piazza, quasi 30mila che firmano una petizione online. È una mobilitazione popolare impressionante, la più grande della storia d’Islanda. Persino maggiore delle rivolte del 2008-2009, quando a cadere fu il governo di Geir Haarde, colpevole della crisi; oggi si dimette il premier Sigmundur Gunnlaugsson, coinvolto in un intreccio di società offshore e conflitti d’interessi fatto emergere dai Panama Papers. Se ne va senza lasciare dichiarazioni, lasciando ad un suo ministro il compito di annunciare la decisione. Esce dal palazzi di governo con la testa china e lo sguardo spento; a fianco a lui una folla diecimila persone rumoreggia per la fine di un’era mai veramente iniziata: quella del “rottamatore” d’Islanda, il premier salito al potere promettendo una netta rottura col passato, che si è presto dimostrato parte integrante del sistema finanziario speculativo che quel passato l’ha costruito.

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Cosa è accaduto?

Sigmundur Gunnlaugsson, premier islandese di centro-destra, è stato il primo leader mondiale a cadere sotto i colpi dei Panama papers, i quasi 12 milioni di documenti segreti trapelati dal Mossak Fonseca, studio legale panamense specializzato nella creazione di società offshore in paradisi fiscali. Fra gli oltre 12mila clienti dello studio (con quasi 150mila aziende create) spiccano i nomi di molti politici, capi di stato e banche di tutto il mondo. La stampa internazionale l’ha già ribattezzata “la più grande fuga di notizie di sempre”. Ed effettivamente lo è, almeno per la mole di dati. Dai documenti risulta chiaramente il premier islandese utilizzava una società offshore mai dichiarata pubblicamente, la Wintris Inc. fondata nel 2007 insieme alla moglie per nascondere le proprie ricchezze milionarie, e che si trovava in posizione di conflitto d’interessi negli scandali bancari del 2008. La società di Gunnlaugsson aveva infatti contratto un grosso credito (4,2 milioni di dollari) nei confronti delle tre principali banche islandesi che con l’arrivo della kreppa, la crisi, e la successiva nazionalizzazione delle banche il credito era rimasto insoluto. Dai documenti emerge che il premier aveva venduto la sua metà di società alla moglie per 1 dollaro l’ultimo giorno del 2009, appena un giorno prima che entrasse in vigore la nuova legge sul conflitto d’interesse. Dal 2013 come primo ministro aveva poi lavorato agli accordi legati al debito delle banche, trovandosi a legiferare su un debito che lo riguardava in prima persona. Non è ancora chiaro se il premier abbia tratto vantaggio o meno dalla sua posizione. L’11 marzo, quando sono iniziati a trapelare i primi rumors sulle sue aziende, Gunnlaugsson è stato intervistato dalla stampa svedese. Alla domanda esplicita del giornalista che gli chiede se avesse mai posseduto una società off shore, Gunnlaugsson risponde: “io di persona? No. Beh, alcune società islandesi con cui ho lavorato avevano legami con società off shore […] ma ho sempre dichiarato al fisco gli asset miei e della mia famiglia. E quindi non c’è mai stato nessun asset nascosto, in nessun luogo […]. Posso confermare di non aver mai nascosto nessun asset”. Quando il giornalista insiste, il premier si alza e se ne va. Dopo che le voci erano diventate prove evidenti, Gunnlaugsson, in un’intervista televisiva diffusa lunedì, aveva comunque affermato che non intendeva dimettersi. Ma la pressione mediatica e una massiccia mobilitazione di persone (10.000 in piazza e 28.000 che hanno firmato la petizione online chiedendo le dimissioni) hanno avuto infine la meglio.

La misera fine del “rottamatore” d’Islanda

La parte più tristemente ironica dell’intera vicenda è che Gunnlaugsson era salito al potere grazie ad una campagna elettorale incentrata sulla rottura col passato. Era il “nuovo che avanza”, il leader giovane che non aveva niente a che fare con gli scandali che in passato avevano coinvolto la classe dirigente islandese. Quando nel 2008 le banche erano fallite infatti, un’enorme sollevazione popolare aveva portato alla caduta del governo e aveva fatto emergere le collusioni fra finanza speculativa e classe politica corrotta. Il sogno del turbocapitalismo islandese, che aveva in pochi anni trasformato il Paese in un centro finanziario internazionale, stravolto l’economia dell’isola e la vita dei suoi abitanti, era crollato fragorosamente nel giro di pochi giorni. Il brusco risveglio aveva portato con sé un attivazione della popolazione senza precedenti, che scossasi dal torpore non si era accontentata della caduta del governo, ma aveva continuato ad attivarsi ottenendo nel giro di pochi mesi risultati incredibili come il rifiuto di socializzare il debito enorme delle banche e la riscrittura di una costituzione partecipata. Sfruttando la voglia di rinnovamento che attraversava l’isola Gunnlaugsson si era proposto nelle vesti dell’innovatore ed il suo partito – il Partito Progressista, lo stesso che pochi anni prima sotto la guida di David Oddson aveva condotto il Paese sull’orlo del fallimento – aveva vinto le elezioni del maggio 2013 , caratterizzate dall’astensione e la frammentazione dei voti (in pratica una sconfitta della politica tradizionale). Da premier Gunnlaugsson aveva più volte criticato gli speculatori finanziari che si sono arricchiti con la crisi in Islanda. E va ammesso che, forse sulla spinta di una popolazione decisamente ostile all’economia finanziarizzata, il suo governo aveva approvato provvedimenti importanti, come il taglio sugli interessi dei fondi speculativi  o una iniziativa parlamentare per togliere alle banche private la capacità di creare denaro dal nulla. Ma che il governo di Gunnlaugsson non rispecchiasse le reali esigenze di cambiamento degli islandesi in molti lo sapevano già. Pochi giorni dopo l’elezione Birgitta Jonsdottir, attivista islandese e attuale leader del Partito Pirata che è primo nei sondaggi elettorali, mi scrisse un’e-mail in cui mi diceva: “Sfortunatamente i nostri compagni islandesi non hanno capito che quella finestra di cambiamento successiva ad una crisi è sempre molto breve. Non siamo riusciti a spingerci dentro tutti i cambiamenti necessari sufficientemente in fretta, ma penso che il nuovo governo sia talmente terribile che ci saranno agitazioni sociali il prossimo anno e vedremo se riusciremo a costruire sulla consapevolezza appresa durante la scorsa crisi”.
Di anni ne sono passati tre, ma adesso il tempo sembra maturo perché si apra una nuova “finestra di cambiamento”.

Il ritorno delle rivolte in Islanda!

10mila persone, in un’isola che ne conta appena 300mila, sono tante. Eppure questo è il numero di manifestanti che a partire dal pomeriggio del 4 aprile si è raccolto davanti all’Althingi, il parlamento islandese.

E 28mila persone, il 10 per cento dell’intera popolazione, ha firmato una petizione chiedendo le dimissioni del premier. Inoltre già prima dello scandalo i sondaggi davano al 70 percento l’insoddisfazione verso la coalizione di governo.

Non è una novità che gli islandesi siano reattivi agli stimoli sociali. Anzi si può dire che gli isolani negli ultimi anni hanno dimostrato una maturità e un’apertura mentale invidiabili: un esempio su tutti l’iniziativa che alla fine di agosto 2015 ha coinvolto dodicimila islandesi nell’offrire accoglienza nelle proprie case ai rifugiati siriani. Un segno piuttosto lampante che l’attivazione sociale iniziata con le rivolte del 2008 è sedimentata in una nuova mentalità, lontana anni luce dall’individualismo e lo spirito di competizione ostentati durante gli anni della crescita sfrenata.

Cosa accadrà adesso?

Nelle ore confuse che seguono alle dimissioni del premier, le redini “ad interim” del Paese sono passate a Sigurður Ingi Jóhannsson. Ma c’è già chi si augura un nuovo governo. Ad esempio Birgitta Jonsdottir che ha affermato al Telegraph: “Le persone in Islanda sono sconvolte, sono arrabbiate e vogliono le dimissioni del governo”.
“Come nazione abbiamo bisogno di rafforzare le fondamenta su cui poggia la nostra società” continua Birgitta. “La buona notizia è che l’Islanda ha già pronta una nuova costituzione che è stato sottoposta a referendum nazionale nel 2012 e in seguito ignorata dal parlamento, invece di essere ratificata. Questa nuova costituzione ci aiuterà a rafforzarci attraverso una riforma democratica tanto necessaria che gli islandesi hanno chiesto e voluto sviluppare a seguito della crisi economica nel 2008, e che avrebbe evitato situazioni come quella attuale”. Secondo i sondaggi precedenti allo scandalo il Partito Pirata Islandese guidato da Birgitta Jonsdottir è il primo partito con circa il 40% delle preferenze. Le sue quotazioni adesso più che mai sono in forte crescita. Se si andasse al voto, le probabilità di vedere un governo che sia diretta emanazione dello spirito delle rivolte contro il governo e le banche del 2009 sarebbero molto alte. Risuonano le parole dello storico Islandese Arni Daniel, che incontrai a Reykjavik nel 2012: “I cambiamenti epocali hanno bisogno di tempo. Con le nostre proteste abbiamo introdotto una rottura forte nel sistema, che ha dato inizio ad un nuovo ciclo. Il sistema attualmente al potere ha ricucito questa rottura a livello istituzionale, riportando la situazione ad un punto vicino al precedente, ma non può fermare il processo cui abbiamo dato inizio”.

 

Tratto da Islanda chiama Italia

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/04/islanda-rivoluzione-e-tornata/

 

Artigianato e antichi mestieri per una nuova economia

Si è tenuta il 3 aprile scorso a Roma la manifestazione “Dire, Fare… Artigianale – Antichi mestieri per una nuova economia”, organizzata al termine del Laboratorio territoriale di Nuova Economia del III Municipio, un lavoro durato oltre un anno a cui hanno partecipato associazioni, istituzioni e artigiani. L’obiettivo? Restituire valore all’artigianato e agli artigiani, minacciati dalle regole del mercato globale e dalla logica del profitto ad ogni costo.1

L’artigianato in mostra a piazza Sempione (Roma)

Capita di arrivare a Piazza Sempione a Roma in una domenica di fine marzo con la primavera appena sbocciata e trovarla animata di una vita inconsueta. Gruppetti di persone sono radunate attorno ad alcuni stand montati in legno. Sotto al loggiato altre persone stanno sedute ad ascoltare un’animata conferenza. Sui muri sono appese foto di artigiani al lavoro, correlate da frasi. Si parla di artigianato e produzione agroalimentare perché proprio qui, in Piazza Sempione, domenica 3 aprile si tiene la restituzione di un lavoro durato oltre un anno chiamato Laboratorio di Nuova Economia, a cui hanno partecipato associazioni, istituzioni, artigiani. È possibile restituire all’artigianato e agli artigiani la dignità che meritano, in una società basata sulla produzione industriale di massa? È possibile ricostruire una filiera agroalimentare locale in un mercato del cibo globale in cui, per qualche strano inganno della globalizzazione, è più “conveniente” importare arance dal Marocco o ciliegie dall’Argentina che consumare quelle prodotte accanto a casa nostra?

Noi lo abbiamo chiesto a Soana Tortora, co-fondatrice di Solidarius Italia  e membro del comitato etico di Banca Etica (due realtà che hanno avuto un ruolo centrale nel Laboratorio di Nuova Economia).

L’incontro di domenica a Piazza Sempione nasce come restituzione di un lavoro durato un anno, di ricerca e mappatura dei mestieri artigianali nel III Municipio. Come è nata questa iniziativa?

È da un anno e mezzo che il Laboratorio di Nuova Economia è stato avviato nel Municipio III a Roma, come “traduzione” territoriale del Laboratorio Nazionale di Nuova Economia che nel 2012, a Terra Futura era nato su iniziativa di Banca Etica. Fin dall’inizio Solidarius Italia ha partecipato attivamente al tavolo nazionale ed è stato naturale che, quando si è deciso di avviare alcuni Laboratori Territoriali, si sia fatta promotrice di questo, a Roma. C’è una precisa data di nascita: il 9 settembre 2014 quando, proprio nella stessa sede del Municipio, si è tenuto un incontro cui ha partecipato Euclides André Mance, l’antropologo e filosofo brasiliano co-fondatore delle reti di economia solidale nel suo paese e coordinatore della Rete Internazionale Solidarius. Da quella iniziativa è scaturito un “gruppo di regia”, costituito da rappresentanti locali di altri organismi che avevano partecipato al Laboratorio Nazionale e realtà locali, cooperative sociali territoriali, imprese sociali e imprenditori profit, artigiani, docenti, ricercatori, studenti e singoli cittadini. Fin dall’inizio rappresentanti della Giunta hanno assicurato il collegamento costante con il Municipio.

Come vi siete approcciati alle realtà presenti sul territorio del III Municipio?

Analizzando la realtà locale e, assieme, le presenze, le competenze e le disponibilità di chi partecipava al “gruppo di regia” sono andati emergendo due filoni di intervento che hanno dato vita a due gruppi di lavoro con l’obiettivo di:
1) Contribuire a ri-costruire la filiera agro-alimentare a partire dai produttori presenti nel Parco della Marcigliana, sostenendo una distribuzione a Km0 in collegamento con i Gruppi di Acquisto solidali del Municipio, con negozi di prodotti biologici, fino ai mercati rionali, con mense locali e servizi di ristorazione che potranno sorgere per iniziativa di cooperative sociali;

2) Contribuire a sostenere le attività dei molti artigiani che sono in difficoltà per le troppe spese o perché non riescono ad individuare soggetti cui lasciare il “testimone” della propria attività ed esperienza. Abbiamo subito pensato ad iniziative di formazione e di coworking. Ma anche alla possibilità di ampliare la quantità di beni da recuperare e/o da riciclare togliendoli dal circuito dei “rifiuti solidi urbani”. Proprio attraverso la formazione e il coworking, infatti, questi stessi beni potrebbero essere reimmessi nel circolo virtuoso del riuso, della rivendita a basso prezzo, della trasformazione di design. Artigiani presenti nel gruppo si sono riconosciuti subito in questo progetto. Abbiamo allora cominciato a guardarci intorno per individuare uno spazio comune multifunzionale nel quale raccogliere oggetti da recuperare prima che divengano rifiuto (quelli che l’Azienda Municipale chiama “gli ingombranti”), installare laboratori di recupero e, insieme di formazione pratica ma anche teorica e lanciare una prima esperienza di commercializzazione che garantisse la sostenibilità dell’intero progetto.artigianato

Un’idea ambiziosa che, da subito, si è scontrata con la difficoltà di reperire a basso costo o in concessione gratuita – date le finalità sociali che ci proponevamo – un locale che potesse rispondere agli obiettivi che ci eravamo fissati. D’altra parte, era necessario allargare il numero degli artigiani per verificare più a fondo la fattibilità del progetto assicurando non solo la loro partecipazione attiva ma anche quella di realtà territoriali che potessero suscitare la domanda di formazione e lavoro (giovani in uscita da percorsi formativi generici, giovani provenienti da case famiglia presenti nel territorio municipale, cooperative nascenti di giovani rom già coinvolti in attività di recupero…). Da qui è nata l’ipotesi di ricerca-intervento di cui questa parte di rilevazione è solo il primo passo. Solidarius Italia aveva già elaborato ed utilizzato in altre occasioni un proprio strumento che abbiamo chiamato “La trama e l’ordito”. Non un questionario ma una traccia per instaurare un dialogo, una rapporto di fiducia che partisse dalla narrazione delle storie personali e “aziendali” di ciascuno per ripercorrere obiettivi originari e futuri, relazioni di filiera e di rete create con altri soggetti, programmi e …sogni: un primo tentativo nella direzione di ricostruire un tessuto relazionale spesso sfilacciato e strappato.  Banca Etica aveva messo a disposizione dei Laboratori Territoriali un contributo piccolo ma sufficiente a far partire la ricerca “ingaggiando” un gruppo di giovani ricercatori qualificati che, proprio con il coordinamento di Solidarius Italia, hanno iniziato dall’autunno scorso, la ricerca a partire da una mappatura “fredda” di un quartiere che ci era stato indicato dal Municipio come un luogo storico di presenza degli artigiani della zona.  Un faticoso lavoro “porta a porta”, diffidenze, rifiuti (“ma chi siete?…non ho tempo… non serve a niente…”) ma anche aperture e speranza di futuro, anche pensando che, nel frattempo, la Regione Lazio aveva approvato, all’inizio del 2015, un Testo Unico sull’artigianato che parla proprio di loro, riconoscendo la loro figura di Mastri Artigiani e la loro bottega come possibile luogo di formazione per giovani che volessero prendere il testimone di un’attività altrimenti destinata a morire… Ma poi parla di artigianato creativo, di artigianato nei settori del recupero e del riuso e anche di artigianato digitale. Da subito abbiamo detto che avremmo restituito loro, ma anche ai cittadini, alle istituzioni e a chi volesse ascoltare i risultati della rilevazione per decidere come proseguire. Da qui l’evento di domenica scorsa, 3 aprile.

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Quali sono stati i risultati salienti della ricerca?

Gli artigiani contattati personalmente, uno ad uno, cercati nelle loro botteghe, sono stati complessivamente circa 70. Alla fine 42 hanno accettato di raccontarsi e di mettersi in relazione con il progetto. Non sono certo “grandi” numeri, ma i risultati di questo lavoro non sono misurabili a numeri perché sono relazioni stabilite sulla fiducia, sono storie di vita raccontate, i progetti, realizzati o no, il rapporto con gli oggetti che creano o che sono affidati loro dai clienti, le generazioni che vedono passare, le relazioni con il territorio e con la comunità. Sono risultati acerbi che hanno bisogno di essere sedimentati e sviluppati in percorsi comuni e condivisi, da co-progettare e da costruire rispettando le storie e le esigenze di ciascuno. Uno di loro ci ha detto: “Questo progetto? Mi sembra ben pensato… Potrebbe essere una di quelle chiavi di svolta per cercare di uscire da questa impasse del mercato ad ogni costo, del profitto ad ogni costo, della diffidenza rispetto al vicino di casa. Insomma potrebbe essere un buon viatico, per rivedere un po’ tutto il concetto della nostra economia usa e getta perché bisognerebbe fermarsi un attimo e riconsiderare il nostro modo di vivere”. Allargare a poco a poco la coscienza di tutto ciò è uno degli obiettivi prioritari del Laboratorio e realizzarlo con soggetti che l’economia la fanno in prima persona diventa decisivo. Un altro risultato emerso dall’evento del 3 aprile è il fatto che tutti gli interlocutori intervenuti – dal Presidente del Municipio III, Paolo Marchionne alla consigliera regionale Cristiana Avenali, a Nicoletta Dentico del C.d.A. di Banca Etica – hanno riconosciuto il contenuto innovativo del progetto, il disegno a medio e lungo termine a questo sotteso. Un contenuto di innovazione sociale, in quanto progetto che nasce e procede dal basso attraverso un processo effettivo di democrazia partecipativa che coinvolge direttamente cittadini (con particolare attenzione alla fasce di maggiore fragilità), associazioni e imprese e, insieme, le istituzioni, a partire da quelle territoriali. Innovazione sociale, ancora, perché una delle attenzioni esplicite è operare a partire dalla lotta allo spreco di risorse e di oggetti potenzialmente riusabili o recuperabili, al consumismo esasperato, alla produzione di rifiuti. Ma anche, potenzialmente, innovazione tecnologica capace di connettere abilità e saperi tradizionali con modalità produttive e di organizzazione del lavoro (artigianato digitale, coworking,…), in grado di attrarre anche le generazioni più giovani.

Pensi che in questo anno siano nate delle collaborazioni fra artigiani?

Parlavo prima di “risultati acerbi”. In un anno e mezzo complessivo di vita del Laboratorio e in soli 6 mesi scarsi di lavoro di ricerca e di relazioni dirette non possiamo pensare che, dal punto di vista della nascita di nuove collaborazioni, i risultati possano essere già visibili. Due elementi, però, mi preme sottolineare: il primo riguarda le relazioni preesistenti che alcuni artigiani hanno già in essere con altri artigiani del loro stesso settore o di settori di attività integrabili o di complemento, di filiera: il dialogo instaurato, le domande che il gruppo di ricerca ha proposto loro sull’argomento è stata sicuramente un’occasione per riflettere e per guardare a queste stesse relazioni con occhiali diversi; il secondo elemento, quello forse più importante, è l’iniziativa che è partita da artigiani che, partendo da professionalità differenti e proprio in vista dell’evento del 3 aprile, hanno voluto dare corpo alla loro volontà di relazioni collaborative co-progettando e realizzando la struttura complessa e fatta di oggetti di recupero e riuso che è stata assemblata il 3 aprile e che per tutta la mattina ha fatto mostra di sé al centro di Piazza Sempione con tutto il suo significato insieme pratico, creativo e simbolico. Tutti noi sentiamo profondamente la responsabilità di accompagnare con risposte durevoli e credibili questa spinta collaborativa.h1

Quale può essere il ruolo dell’artigianato in una società che ha ormai da tempo virato verso la produzione di massa?
La produzione di massa per molti oggetti e beni di consumo è una conquista insostituibile. La produzione di massa, però, sempre meno assicura la qualità dei prodotti (spesso destinati ad obsolescenza programmata), il rispetto della qualità del lavoro e dei suoi diritti, il rispetto del clima nel posto di lavoro, il rispetto dell’ambiente all’interno del luogo di lavoro e sul territorio… Siamo bombardati dalla parola “crescita”, che fa rima con concorrenza e competitività. Queste 3C stanno condizionando la nostra vita, anche quella quotidiana delle nostre relazioni. Se si desse retta a questo teorema l’artigianato sarebbe certo destinato a scomparire.

Noi pensiamo invece – e il lavoro iniziato sembra darci ragione – che il ruolo dell’artigianato continua ad essere importante proprio perché rappresenta tutto ciò che la produzione di massa non può rappresentare. Non è un inno al “piccolo è bello” ma sicuramente il lavoro artigiano rappresenta un patrimonio sociale e culturale che, laddove resiste ed è incoraggiato, è in grado di mantenere vivo il tessuto delle nostre città. Siamo abituati sempre più a vedere divisi e distinti i tempi e le funzioni della nostra vita quotidiana: grande aree residenziali, grandi aree commerciali, grandi aree produttive e così la nostra vita rischia di identificarsi, di volta in volta in uno e uno solo di questi luoghi. La presenza dell’artigianato nei nostri quartieri, anche nel cuore delle aree metropolitane avvicina il lavoro alle nostre vite, si svolge sotto i nostri occhi e impariamo a conoscerlo e a riconoscere il suo valore, il tempo necessario a realizzare un oggetto, quello che serve, a chi serve, come si fa… E questa è cultura, esperienza e saperi che altrimenti andrebbero perduti.8ad1d17a-16f8-4212-9345-8afe756c839d

Bilancio dell’iniziativa?

Per cominciare, direi senz’altro positivo.

Cosa è riuscito bene e cosa invece ha incontrato maggiori difficoltà?

Cosa è riuscito bene… beh, mi pare di averlo già detto. Cosa ha incontrato maggiori difficoltà? È duro superare l’individualismo proprio di chi è abituato tutto il giorno a fare i conti solo con se stesso o, al massimo con una o due persone, spesso di famiglia. E i conti poi non sempre tornano, specie di questi tempi. Allora emerge la sfiducia, la voglia di mollare. Hai voglia, allora, a parlare di rete, di collaborazione, di progetti…L’altra difficoltà è creare con le istituzioni una relazione positiva ma anche concretamente propositiva capace di venire incontro realmente alle difficoltà che molti artigiani incontrano e alle proposte che avanzano…

E adesso cosa succede? Quali sono i prossimi passi?

Abbiamo già riconvocato per la prossima settimana, a caldo, il “gruppo di regia” del Laboratorio. Della serie: guai a fermarsi. Sarà quella la sede nella quale raccoglieremo le proposte emerse da tutti gli intervenuti, tenteremo di farne sintesi e rilanceremo ritornando a verificarci con chi vorrà accettare dialogo, confronto e voglia di costruire proposte per il futuro…

Cosa ci può insegnare l’esperienza del III municipio di Roma?

Insegnare? Di fronte ad alcune realtà possiamo proprio dire che siamo apprendisti e allora il mestiere migliore che possiamo fare (e proporre) è imparare ad imparare, imparare ad ascoltare. Solo in questo modo si diventa credibili. Tessere filo dopo filo una trama ed un ordito delle realtà che vogliamo conoscere per cambiare, mai da soli, mai attraverso operazioni pre-determinate, mai per premiare interessi particolari ma attingendo ad un pensiero alto che alimenti valori condivisi e ricerca di nuovi paradigmi…

Pensate di replicarla?

All’evento di domenica sono venute persone anche di altri Municipi. Solidarius Italia sta collaborando con altre realtà in altre regioni su esperienze di progettazione partecipata di nuova economia e di nuovi lavori…Poter allargare questa esperienza romana utilizzando la stessa metodologia sarebbe interessante. Il termine stesso di laboratorio indica una volontà di ricerca e di sperimentazione. Quanto più numerosi sono i ricercatori che intendono raggiungere il medesimo obiettivo tanto più alte sono le probabilità di raggiungerlo.

Esistono già esperienze simili in atto o in programma?

Francamente non lo so e mi piacerebbe saperlo. Sicuramente nell’universo delle “buone pratiche” dell’economia solidale qualcosa di simile ci sarà pure ma finora non ho trovato esperienze analoghe… Saperlo creerebbe la possibilità di confronto, eviterebbe ad ognuno di noi di lavorare da solo e darebbe la possibilità di operare con un respiro strategico più ampio.

Credo, comunque, che quest’esperienza abbia alcune peculiarità, anche rispetto ad altre. Almeno due: pur operando in un orizzonte di un’economia sostenibile e solidale ha deciso di avere come interlocutori prioritari soggetti che probabilmente non si riconoscono in partenza in questo stesso orizzonte; in secondo luogo, definirsi come laboratorio di nuova economia, invece che di economia solidale, civile, del bene comune, di comunione od altro ancora…è decisamente una novità. Noi che siamo nati, teorizziamo e pratichiamo economia solidale non ci sentiamo “diminuiti” dal partecipare alla costruzione di una economia “nuova”. Superiamo quella “vecchia”, per favore, ricercando terreni e criteri comuni di fondo! Poi, nella transizione, ciascuno potrà sperimentare il nuovo secondo la propria identità e la propria storia…

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/04/artigianato-antichi-mestieri-nuova-economia/

 

Economia e Felicità: come votare con il portafoglio!

L’associazione Economia e Felicità è dedita dalla sua nascita alla promozione della cultura del consumo critico. Dopo aver informato le persone sui temi legati all’economia sociale e civile, è passata all’azione pratica con l’organizzazione di Cash Mob, Bank Mob e SlotMob. Dal consumo, al risparmio fino alla lotta all’azzardo, storia di un movimento che cerca di educare a votare con il portafoglio.

“Sora Maria entra in un supermercato prende in mano due succhi d’ananas per i nipotini. Le coltivazioni in Congo da cui provengono sono gestite da una multinazionale della frutta che si è accaparrata la terra dei coltivatori pagandola sottocosto allo stato congolese. I contadini si sono visti costretti a lavorare nelle terre una volta loro con una paga che imbarazzerebbe buona parte dei condomini del palazzo della Sora Maria. La Sora Maria non sa nulla di tutto questo e acquista il succo d’ananas”.

Così recita una parte del manifesto dell’associazione di promozione sociale Economia e Felicità, nata nel 2013 dall’iniziativa di un gruppo di amici romani. “Questa associazione è nata quasi per scherzo questa associazione, per fare degli incontri per iniziare a parlare di economia sociale e civile e per diffondere il concetto di votare con il portafoglio” ci spiega Gabriele Mandolesi, co-founder dell’associazione. “Questo tema è piaciuto talmente tanto che, quando organizzavamo questi incontri, ci siamo trovati i teatri pieni. E quindi abbiamo deciso di cominciare a fare anche delle cose pratiche”.

Economia e Felicità ha come punto fondante l’idea che noi, con i nostri consumi, giochiamo un ruolo fondamentale all’interno del mercato e dell’economia, perché ogni volta che compriamo qualcosa stiamo implicitamente legittimando ciò che c’è dietro: se è prodotto in maniera etica e sostenibile, se i lavoratori che partecipano alla filiera produttiva hanno condizioni contrattuali e lavorative rispettose… oppure tutto il contrario di ciò. Dunque il punto di partenza dell’Associazione Economia e Felicità è stata l’educazione ad un consumo critico e consapevole, per cercare da un lato di premiare le aziende più responsabili e dall’altro far assimilare il concetto che migliaia di consumatori insieme, con i loro acquisti, possono influenzare profondamente il sistema economico ed i processi produttivi per cercare di innestare un cambiamento positivo e innescare una concorrenza virtuosa tra le aziende (e non solo) etiche che rispettano certi parametri. Il voto con il portafoglio, appunto.

Il cash mob etico

Ma come si fa a votare con il portafoglio? “La prima attività di cui ci siamo occupati, insieme all’associazione Next, è stata il cash mob etico. La proposta è stata vederci tutti insieme in un supermercato, entrare e comprare i prodotti del commercio equo e solidale. L’idea era quella di cominciare ad abituarci a consumare criticamente, però non da soli – ci spiega Gabriele – sia per mostrare l’impatto di un’azione collettiva che per farlo in maniera divertente tutti insieme, per riconoscersi in una collettività che sta facendo un percorso”. Nel primo Cash mob etico realizzato a Roma nel quartiere Monteverde parteciparono centocinquanta persone, un successo sia numerico che di contenuto perché Economia e Felicità realizzò per l’occasione delle schede prodotti, allo scopo di informare i partecipanti del cash mob etico su quali erano i processi produttivi e contrattuali che l’azienda produttrice della singola merce metteva in pratica: “la maggioranza dei partecipanti aveva studiato quelle schede, anche prima di venire al cash mob, e sceglievano anche in base alla storia del prodotto. E questo è lo scopo primario della nostra realtà”.DSC4270

Il primo cash mob etico è stato realizzato a Roma nel quartiere Monteverde

 

Il Bank Mob

E’ indubbio che come e dove spendiamo i nostri soldi sia uno strumento fondamentale che noi cittadini abbiamo ancora in mano, per premiare o punire determinate condotte. Oltre alla spesa, un altro aspetto centrale della nostra esistenza è il risparmio, dove mettiamo i nostri soldi. Un argomento molto spinoso: “la finanza è ormai pervasiva, è responsabile di molti dei problemi che oggi viviamo e le persone, per quello che abbiamo potuto constatare come Economia e Felicità, sono sempre più scettiche nei confronti delle banche. Ma anche la scelta della banca alla quale affidare i nostri soldi è una scelta che facciamo come consumatori. Anzi, l’impatto di questa scelta sulle nostre vite è enorme, perché le banche usano i nostri soldi per erogare finanziamenti!”.

Molte banche usano questi soldi per finanziare attività come gli armamenti e l’azzardo, dimenticandosi dell’economia locale e reale, spesso investendo anche in operazioni speculative. Tutto ciò, nella maggior parte dei casi, con scarsa trasparenza perché non è semplice scoprire come vengono impiegati e dove vengono investiti i soldi dei correntisti.
A partire da questa riflessione e in linea con la sua filosofia di azione, Economia e felicità organizza anche il Bank Mob: seguendo lo stesso schema, l’associazione ha organizzato prima degli incontri per approfondire il tema, dal quale si è creato un gruppo di persone che insieme un giorno hanno deciso di chiudere il proprio conto, spiegando le ragioni del perché lo facevano, e andandolo ad aprire in una banca che rispetti i principi di prossimità, di supporto alle imprese e aiuto all’economia reale. “L’unica banca che abbiamo trovato e che ha queste caratteristiche in Italia è Banca Etica, perché aderisce ai principi della finanza etica: sul sito della banca possiamo trovare l’elenco di tutti i finanziamenti erogati, cosicché se non si è d’accordo su come vengono utilizzati i tuoi soldi sei libero di andartene. L’idea a lungo termine del Bank Mob è che più siamo a trasferire il nostro conto in un’altra banca più la banca che perde clienti prima o poi dovrà soddisfare le nostre richieste di consumatori responsabili”.

 

Guarda il video del Bank Mob di Banca Etica a Roma 

 

Lo Slot Mob

Non meno importante di tutte queste attività è il lavoro fatto da Economia e Felicità – insieme ad altri movimenti e associazioni – sull’azzardo. L’Italia negli ultimi anni è diventata il più grande mercato dell’azzardo in Europa e uno dei più grandi al mondo, con risvolti drammatici per l’economia e la salute di molte famiglie. “Ci hanno chiamato molte persone che stavano vivendo molto male questo problema, si sentivano impotenti rispetto al degrado generato dall’azzardo: ci hanno chiamato perché volevano fare un’azione pratica per denunciare il problema e cercare una possibile soluzione”. L’idea di Economia e Felicità è stata quindi di fare uno slot mob: “ci sono persone in Italia che hanno un bar o un’ attività e che hanno deciso di non vendere nessuna forma di azzardo. Sono tante, più di quanto immaginiamo, che in periodi di crisi economica hanno deciso di rinunciare ad un guadagno facile pur di non alimentare questo sistema. Perché non premiarli?”.4f648eb2-6413-4c18-8510-3b60395da7b3

Dopo il primo Slot Mob il successo è stato esponenziale

Il riconoscimento pubblico segue quindi lo stesso schema: un gruppo numeroso di persone si ritrovano e, tutte insieme, decidono di fare colazione o un aperitivo nel bar che ha detto no all’azzardo. Il successo è stato esponenziale: “eravamo partiti per fare tre slot mob – ci racconta Gabriele – e siamo finiti, dopo due anni, ad averne fatti centodiciotto. Siamo stati tempestati di telefonate da tutta Italia da persone che volevamo organizzare uno slot mob nelle loro rispettive città, noi abbiamo solo suggerito il format e li abbiamo aiutati nella comunicazione dell’evento, abbiamo insistito affinché ognuno si prendesse la responsabilità nella propria città e li organizzasse con la gente del luogo”.

I risultati di un’azione nata quasi per gioco sono stati importanti: sindaci, assessori regionali fino ad arrivare a politici di livello nazionale hanno chiesto ad Economia e Felicità e ad altri movimenti di dare una mano dal basso, allo scopo di portare avanti delle iniziative legislative per cercare di dilagare la pratica dell’azzardo. Uno degli ultimi risultati ottenuti è un divieto parziale di pubblicità: dalle 7 alle 22 sulle reti generaliste non si fa più pubblicità dell’azzardo, “noi avevamo chiesto il divieto totale, non siamo riusciti ad ottenerlo però è stato bello vedere come numerose manifestazioni locali hanno avuto un’influenza e dei risultati nazionali”.ccdcd51f-08de-4e87-8fc3-523ce6504323

“Una caratteristica dei nostri slot mob è che noi portiamo i giochi, ma quelli veri!”

In questo articolo non abbiamo mai definito l’azzardo come gioco, non per caso ma come scelta consapevole, nata da una riflessione di Gabriele Mandolesi. “Una caratteristica dei nostri slot mob è che noi portiamo i giochi, ma quelli veri! Uno dei grandi inganni dell’azzardo è che loro lo chiamano gioco, l’azzardo. Se io ti dico andiamo ad azzardare c’è un accezione negativa che fa capire la reale pericolosità dell’azione. Il gioco invece richiama a qualcosa di innocuo, positivo e leggero, caratteristiche che sono l’esatto contrario dell’azzardo. Abbiamo detto no a questa operazione di marketing, infatti noi nei nostri slot mob portiamo il biliardino, il ping pong perché il gioco è qualcosa che ti mette in relazione con le altre persone. L’azzardo, invece, ti isola”.

Per il futuro, Economia e Felicità spera di poter organizzare altri bank mob a livello nazionale e di farli diventare virali come la campagna slot mob; sull’azzardo, la speranza è quella di poter ottenere risultati ancora più forti per regolamentare il settore “e per farlo dobbiamo rafforzarci come movimento e far sentire alla politica che c’è un pezzo grosso dell’Italia che lo vuole fortemente.” Sempre, naturalmente, votando con il portafoglio.

 

Il sito dell’associazione Economia e Felicità 

 

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/03/io-faccio-cosi-112-economia-felicita-votare-con-portafoglio/

Sardex: quando una moneta virtuale muove l’economia reale

Un circuito di credito commerciale che utilizza una moneta virtuale per incentivare lo scambio di beni e servizi fra aziende, favorire il mercato locale e stimolare il consumo critico. Nato nel 2007 da un’idea di un gruppo di ragazzi sardi, Sardex ha ottenuto negli anni un incredibile successo divenendo un modello replicato in altre regioni italiane e studiato nel mondo.

Ci sono storie che ti restano particolarmente nel cuore, storie che riassumono in modo emblematico i principi e i concetti che muovono quest’Italia che Cambia, storie che sono straordinarie per i risultati ottenuti eppure incredibilmente poco note ai più, storie che dimostrano come si possano concretamente cambiare le cose partendo dal basso, da un’idea, da un pizzico di follia, storie che ogni volta che la racconti ti emozioni come la prima volta e ogni volta che chiedi aggiornamenti rimani stupito dalle ulteriori evoluzioni ottenute, storie come quella di oggi, che è talmente bella e complessa che richiederà due video anziché uno per mostrarla e raccontarla. Tutto ha inizio nel 2010, quando cinque ragazzi sardi – di Serramanna – nessuno dei quali laureato in economia, decidono di mettersi in proprio ed avviare un progetto che avrebbe ottenuto un successo clamoroso nella loro isola prima e nel resto d’Italia (e del mondo?) dopo: creare, attivare, coordinare e gestire il circuito del Sardex.  A distanza di pochi anni questo “strumento” aggrega tremila imprese sarde, dà lavoro a sessanta persone, conta quattro sedi in Sardegna (Cagliari, Sassari, Nuoro e, ovviamente, Serramanna) e “sposta” un fatturato di circa cinquanta milioni di euro equivalenti: “quest’anno chiudiamo con un volume di operazione pari a 50 milioni di euro e a dicembre dovremmo festeggiare i primi 100 milioni – ci raccontano i protagonisti di questa iniziativa nel nostro nuovo incontro avuto a fine 2015 – la crescita è esponenziale. Per dare un’idea: il primo anno abbiamo transato 350 mila crediti, ora 350 mila crediti li facciamo in un giorno. Questo fa sì che la crescita non sia mai sommatoria, ma moltiplicatoria”.

Che cos’è il Sardex?

Facciamo un passo indietro. Che cos’è questo Sardex? È un circuito, una moneta complementare, uno strumento di “baratto multilaterale”, un accesso al credito, un incentivo a vincolare la ricchezza al territorio? Forse è tutto questo e molto altro ancora. Facciamolo raccontare a Gabriele Littera, Carlo Mancosu e Roberto Spano. “Il Sardex è un circuito con diversi partecipanti. La caratteristica principale è che i trasferimenti di denaro non avvengono come bonifici contanti o altro di tradizionale, ma come unità di conto che sono il credito sardex e che sono equiparati agli euro. Un credito Sardex equivale quindi ad un euro. Il funzionamento si basa sul presupposto che la mancanza di liquidità dovuta alla crisi finanziaria e più in generale alla scarsa circolazione degli euro nasconda un potenziale inespresso della nostra economia; noi, attraverso il servizio che mettiamo a favore degli iscritti, cerchiamo di trasformare questo potenziale in valore. Tutti gli iscritti hanno un conto on line, una carta, una linea di credito senza interessi, un servizio di area broker, un servizio di comunicazione interna al circuito e un servizio di assistenza tecnica. Questo permette alle imprese di vendere in questo mercato complementare quello che il mercato euro non ha accolto nella sua totalità e acquisire un credito spendibile in questo mercato per comprare prodotti e servizi necessari alla propria attività. Ad oggi, nel circuito, si può accedere a servizi provenienti da tutta la regione. In questo modo otteniamo un sistema di imprese complementari uno all’altra.

Il meccanismo con cui cresce il circuito è un meccanismo di crescita armonica. Deve esserci un equilibrio tra l’offerta e la domanda. La tendenza deve essere quella di portare a pareggio il bilancio. Non si può far entrare chiunque in qualsiasi momento. Non possiamo far entrare mille avvocati o mille idraulici. Ci sarebbe una concorrenza eccessiva. Così il circuito cresce in base ai bisogni del circuito stesso. Non eliminiamo comunque la concorrenza”.

Come funziona?

“Immaginiamo un azienda tipo, un ristorante. I tavoli non saranno pieni ogni sera o per pranzo, ci saranno tavoli vuoti, nonostante questo il ristoratore avrà dei costi. I costi fissi ci sono comunque. I tavoli vuoti sono perdite di profitto. Immaginiamo di mettere questi tavoli vuoti a disposizione di chi fa parte del circuito Sardex. Questi clienti pagheranno in Sardex, così il ristoratore potrà abbattere i costi delle materie prime e risparmiare liquidità. Per spiegare meglio come può funzionare questo strumento immaginiamo una triangolazione: immaginiamo che un trasportatore di una azienda del circuito Sardex si fermi a mangiare dal nostro ristoratore. Il trasportatore paga con per esempio cinquanta crediti Sardex. Il ristoratore, che avrebbe avuto quei tavoli vuoti, si trova quindi una “ricchezza aggiuntiva” che però deve spendere nello stesso circuito. Andrà quindi ad acquistare con questi cinquanta crediti il vino presso il fornitore di vini che fa parte del circuito anziché da un fornitore lontano. Il produttore di vini a sua volta si ritroverà con cinquanta crediti e magari deciderà di spenderli proprio presso il trasportatore di prima. E così si chiude il ciclo. I saldi in questo modo si azzerano, la moneta scompare ma la ricchezza prodotta attraverso questi scambi è rimasta”.12072630_496010243894335_289108124236593407_n

Uno scambio bilaterale, un atto di fiducia

“Spesso il lavoro che facciamo viene associata al baratto: ma questo è uno scambio bilaterale, in cui la reciprocità è data dalla volontà di ricavare il massimo dallo scambio; avviene qui e ora. Sardex è un sistema di credito, credito deriva da credere, quindi fiducia. Sardex è un atto di fiducia del singolo verso la comunità e viceversa; un sistema di mutuo credito. Le imprese attraverso al loro capacità produttiva inespressa, vendendo beni ad altre imprese che possono acquistarle prima di aver venduto, finanziano la rete e possono essere ricompensati dagli altri partecipanti della rete. Passiamo quindi dal paradigma del “do ut des”, al paradigma del “ti do cosicché tu possa dare agli altri”, e questa è la cosa più eccezionale”.

La storia

“L’idea nasce nel 2007, quando ci siamo interessati di moneta e credito, perché la moneta è l’unica fede riconosciuta in tutto il mondo, e lo strumento di manifestazione dell’economia. Nell’economia di mercato il denaro è lo strumento attraverso cui il consumatore sovrano esprime il proprio voto. La mercatocrazia non è una democrazia, capire come vengono distribuiti i soldi è diventato quindi fondamentale. Inoltre, si stavano manifestando i primi sintomi della crisi finanziaria e sapevamo quindi che presto sarebbe arrivata una diminuzione di liquidità e una stretta creditizia. Abbiamo così iniziato a studiare i modelli usati in passato per uscire da queste situazioni e ci siamo concentrati su due strumenti in particolare, il VIR: che nasce durante la crisi del ’29 ed è ancora in piedi nel 2007 e l’international credit union che nel 1944 propone la creazione di un sistema di compensazione tra nazioni, introducendo il trattamento simmetrico di debitori e creditori: per creare equilibrio, e quindi pace, è necessario che i creditori mettano in condizione il debitore di ripagare. E questo si può ottenere solo investendo sui debitori. Inserendo un tasso negativo, chi è in credito deve pagare per avere ripagato il debito, queste due spinte divergenti (dato che normalmente chi è in credito ha un premio) diventano convergenti e portano verso lo zero che non è più fine, ma strumento. Non ci siamo limitati però a studiare i punti di forza di questi strumenti, ma anche le loro falle. Vir, ad esempio, nel 1936 fu costretta ad assoggettarsi al sistema bancario, Sardex invece è un sistema che si basa ancora sulla fiducia. Il nostro obiettivo è semplice: cercare di fare in modo che la mancanza di liquidità non fermi il mercato reale; il denaro normalmente ci permette di veicolare beni, se questo viene meno bisogna trovare un altro sistema che rimetta in moto l’economia”.

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Serramanna e le origini del tutto

L’iniziativa di Sadex nasce a Serramanna semplicemente perché i soci fondatori erano tutti di qui! “Eravamo tutti amici che avevano deciso di trasformare una idea in una realtà di impresa. Non c’era un legame accademico, nessuno dei soci era laureato o masterizzato in materie economiche finanziare e creditizie, ma eravamo tutti appassionati di un tema in comune. Chi grazie alla capacità di leggere più lingue, chi capacità di analisi storiche e chi per altro siamo riusciti a non essere vittime di una formazione dogmatica, e siamo riusciti a ragionare con mente libera.
Non aver studiato economia ci ha permesso di essere liberi da preconcetti: quando raccontiamo quello che facciamo a chi vive nel mondo finanziario non troviamo abbastanza flessibilità per immaginare un mercato che funziona in modo diverso da quello tradizionale, dove è tutto indiscutibile”.

Le ricadute locali e la rete che si respira

Il Sardex si può spendere solo in Sardegna,in questo modo si sviluppa il mercato locale, si stimola il consumo critico, si favoriscono le iniziative locali che valorizzano beni e territorio. “Quasi tutti i partecipanti utilizzano il circuito anche nell’ottica di unirsi ad altri. Abbiamo un territorio di piccolissime imprese familiari che se dovessero guardare al semplice aspetto economico non dovrebbero comprare neanche da se stesse. Se dovessero guardare i costi, non comprerebbero tra loro. La logica del prezzo più basso è assurda, esclude una serie di valori aggiunti dati dalla relazione. Ogni singolo iscritto viene messo nella possibilità di monitorare quanto sfrutta le risorse del proprio territorio. I crediti abbattono la barriera: comprare a cento in crediti da un fornitore sardo, piuttosto che a novanta da un esterno ma in euro pone un grossa differenza. Quando gli imprenditori si trovano nella pratica scelgono di scegliere localmente. Questo sistema permette alle imprese di avere a fianco un servizio di assistenza che li aiuta a trovare i fornitori, posizionare i beni che il mercato euro non ti ha fatto collocare ecc… ogni impresa ha i suoi margini di miglioramento. Noi ci mettiamo al servizio e lo facciamo con accorgimenti che possono sembrare secondari ma non lo sono. Abbiamo deciso di rimanere sul territorio; per iscriversi devono venire qui, passare per una dimensione fisica, dobbiamo conoscere gli iscritti.
Organizziamo meeting, incontri, aperitivi, ogni iniziativa da nord a sud, da est a ovest, perché è importante condividere questi momenti. Stiamo cercando di costruire questa relazione con gli iscritti e fra di loro. Questa è garanzia di solidità e forza. Sono strette di mano tra due persone, basate sulla fiducia. È entrato nel DNA delle imprese, è uno strumento oggi molto importante nella loro gestione”.10312372573_c4550433fe_h

L’etica
“L’etica per Sardex è la base. Al di là di un codice etico che è riassunto di cosa facciamo, una delle determinanti del nostro comportamento per chi vuole far parte di Sardex è cercare di capire se c’è sintonia sui principi di base. Sono indiscutibili, è la base per il punto successivo. Tu puoi fare la stessa domanda ad ognuno di noi in momenti diversi e avrai sempre la stessa risposta. E’ importantissimo per l’economia oggi salvare il mercato dalla finanza, per questo l’etica è fondamentale.

 

I nostri principi:

-rispetto per le persone

-rispetto per la comunità

-concentrazione sul valore e non sulla sua rappresentazione

 

Tutto si può riassumere con il concetto di reciprocità che si aggancia al concetto di empatia e capacità di mettersi nei panni degli altri. Non tutti, quindi, possono iscriversi al nostro circuito. Chi partecipa alla filiera degli armamenti, per esempio, non può partecipare al nostro circuito”.

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I prossimi passi

Il successo di questo strumento è davvero straordinario. Ora altre otto regioni italiane stanno replicando questo modello e altre tre si preparano a partire. Sono arrivate anche richieste dall’estero, dalla commissione europea, dalla Banca Centrale dell’Equador.

“Pensavo all’inizio che avremmo creato un’azienda e ci saremmo dati un lavoro, ma non pensavo ad una cosa così grossa. Vedere che università come Yale studiano il modello in maniera operativa, collaborando con noi è veramente molto soddisfacente”.

Ci sono storie che ti restano particolarmente impresse, storie che cambiano più di altre il mondo, storie che è impossibile raccontare con un solo video, ma anche con un solo articolo. Ecco perché prossimamente, vi racconteremo la seconda parte di questa storia.

Buon cambiamento.

Il sito di Sardex

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/03/io-faccio-cosi-113-sardex-moneta-virtuale-muove-economia-reale/

Giocare, scommettere, vincere. Ma si vince veramente?

Avete visto il film “La grande scommessa” di Adam McKey? La crisi economica, sembra sostanzialmente dire il film, era stata pensata, voluta e sapientemente gestita per l’enorme arricchimento di pochi a scapito di moltissimi. Una sorpresa?finanza_economia

Si inizia così nella pellicola di McKey. Un gruppo di addetti ai lavori (personaggi piuttosto eterogenei) ha una grande intuizione. Siamo ancora negli anni precedenti la grande crisi del 2008 e quindi nessuno immaginerebbe mai che cosa sta per succedere. L’intuizione consiste sostanzialmente nell’osservare con molta attenzione il mercato immobiliare che nonostante sembri solidissimo, presenta, in realtà già i semi del disastro che di lì a poco tempo esploderà. Gli effetti, come sappiamo bene, saranno devastanti su larghissima scala, causando crisi e vere e proprie tragedie in milioni di famiglie. Il mercato immobiliare, infatti, è la colonna portante dell’economia americana. Michael Burry, personaggio piuttosto particolare, eccentrico, con un profilo psicologico che senz’altro prende lo spettatore, è intelligente e visionario. Capisce che quello stesso sistema si regge sul nulla ed è invece che solidissimo e promettente, estremamente instabile. E’ il primo a capire e, da speculatore, fa una scommessa con il sistema stesso (le grandi banche) sul crollo del mercato immobiliare di lì a pochi anni intuendo che da quel disastro non previsto ci saranno da guadagnare milioni di dollari. I protagonisti, tra investitori e gestori di fondi, invece di fare in modo da mettere all’erta da un’eventualità del genere che avrebbe mandato sul lastrico la gente e che avrebbe fatto perdere casa e lavoro a milioni di persone, ne approfittano cinicamente. Alla fine l’unico minimamente e umanamente coinvolto risulta essere il personaggio interpretato da Brad Pitt al quale il regista fa dire: “Ci stiamo arricchendo alle spalle di milioni di persone che perderanno tutto”. E’ lo stesso e l’unico che lucidamente, nel film, dice con estrema chiarezza: “Fatevi un orto, sono i semi e non i soldi la vostra reale ricchezza”. Al sistema del mercato immobiliare si aggiunge quello basato sulla vendita di azioni e titoli praticamente inesistenti, presentati e venduti a ogni livello con leggerezza a dir poco fraudolenta. Non è un film alla portata di tutti. È difficile da seguire nonostante la buona volontà del regista che avrebbe potuto, con uno sforzo in più, integrare i chiarimenti disseminati qua e là nel film e presentati in modo magistrale dal punto di vista della trovata cinematografica. Ad esempio Selena Gomez nelle vesti di se stessa che spiega, al tavolo da gioco con un esempio chiarissimo, il funzionamento del sistema direttamente allo spettatore. Trovata eccellente ma incompleta come a sopravvalutare le conoscenze e la consapevolezza degli spettatori in sala. Anche di quelli che vanno regolarmente in banca ad investire i loro risparmi sicuri di averci capito qualcosa. Così durante la visione si rischia spesso di perdersi tra sigle e numeri, percentuali, tassi, numeri, dati e indici vari. Ma una cosa risulta chiara. La crisi economica, sembra sostanzialmente dire il film, era stata pensata, voluta e sapientemente gestita per l’enorme arricchimento di pochi a scapito di moltissimi. Si è trattato, in una parola, di una gigantesca truffa, una sorta di grande stangata, ai danni delle persone, complice l’avidità di ciascun essere umano ad ogni livello: dal grande banchiere privo di scrupoli al piccolo investitore dei risparmi di una vita di lavoro. Nessuno escluso. La grande scommessa è un film su un sistema capitalistico senza senso, perverso e pericoloso, ormai fuori perfino dalla nostra capacità anche solo di riuscire a capirlo. Molto ammirevole da parte degli sceneggiatori aver cercato di alleggerire il film e renderlo meno ostico con battute anche divertenti, con un’ironia sottile e che fa pensare ma purtroppo lo sforzo è insufficiente. Quello che resta davvero è una forte sensazione e una parola che risuona appena terminata la pellicola: gioco. Sembra tutto un grande gioco. Il sistema stesso è un immenso, gigantesco gioco. Dove si perde e dove si vince. Dove c’è bisogno della complicità di tutti, grandi e piccoli, consapevoli ed ignari e della nostra immensa ed insaziabile avidità di esseri umani. Un complicato e pericolosissimo gioco che si chiama finanza, le regole del quale non prevedono concetti come realtà, concretezza di ciò che davvero significa economia, benessere da condividere, felicità cui anelare, beni da mettere da parte e da usare con rispetto, responsabilità. Al contrario i concetti alla base sono il guadagno senza scrupoli, il desiderio di possedere giocattoli di lusso ed ostentarli, il potere ad ogni costo schiacciando, se necessario, vite umane e ambiente. E’ un film da vedere senz’altro, sapendo che richiede una certa predisposizione e concentrazione.

 

Fonte: ilcambiamento.it