Amka: dal seme alla sovranità alimentare in Guatemala

Contribuire al raggiungimento della sicurezza alimentare e della sostenibilità sociale, economica ed ambientale del Petén, una delle regioni più povere del Guatemala. Questo l’obiettivo del progetto di Amka Onlus. Tra le azioni in programma vi è la piantumazione di 15.000 alberi da frutto che permettono in tempi brevi di godere di un’alimentazione più variata e sana.

Roni-con-la-stampa

Roni, il referente di Amka in Guatemala, con il logo di Creciendo Unidos

Creciendo Unidos è il progetto di Amka per garantire, attraverso la permacultura, la sicurezza alimentare, e la sostenibilità sociale, economica e ambientale del Petén, Guatemala. Ma al momento di partire, il finanziatore principale non ha potuto confermare l’immediato contributo economico alle attività, costringendo la Onlus a iniziare un crowdfunding. Ora la meta è di nuovo vicina, ma c’è bisogno di un altro piccolo sforzo.

CHI È AMKA

L’Associazione Amka nasce nel 2001 grazie all’iniziativa di un gruppo di italiani – tra i quali l’attuale Presidente Fabrizio Frinolli Puzzilli – rimasti colpiti dalle condizioni di vita di alcuni loro amici congolesi. In pochi anni l’ONG, con le sue attuali 30 persone sul campo e gli 11.500 beneficiari, è diventata un punto di riferimento nella cooperazione internazionale in Congo. Il metodo scelto da Amka (che in Swahili vuol dire “alzati” o “svegliati”) è quello di operare in maniera integrata sulle leve principali che possono determinare lo sviluppo armonico di una comunità, in particolare sull’istruzione, la salute e le attività produttive. I progetti sono legati tra loro in modo trasversale e le popolazioni locali non sono semplici beneficiarie, ma soggetti attivi che esprimono necessità ed elaborano, da protagoniste, le strategie per farvi fronte. Aspetto costitutivo di tale approccio è l’empowerment (in italiano “rendere capaci di”), che consiste nello stimolare e sostenere le capacità delle persone attraverso l’apprendimento, l’organizzazione e l’azione.

IL FRONTE GUATEMALA

Il successo ottenuto in Africa ha spinto nel 2009 Amka ad aprire un nuovo fronte d’intervento in America Centrale. La regione prescelta è stata il Petén, in Guatemala. Situato nel nord del Paese, il Petén – culla della cultura Maya – è la regione più grande e naturalisticamente più bella e ricca di biodiversità della Guatemala, ma anche la più povera, la più diseguale, con una forte presenza indigena e una situazione socio-economica che risente fortemente degli effetti della sanguinosa guerra civile fra la dittatura militare (e successivamente il governo filo-USA) da un lato, e la resistenza indios dall’altro. Una guerra che per 36 anni – fino agli accordi di pace del 1996 – ha sconvolto il piccolo stato centramericano causando il genocidio portato alla ribalta dall’attivista indigena per i diritti umani Rigoberta Menchú, premio Nobel per la Pace nel 1992. Nel Petén, l’83% dei bambini presenta forme di malnutrizione cronica, le famiglie vivono in condizioni di indigenza e senza elettricità, le disuguaglianze di classe e di genere sono molto diffuse, al punto che il numero di episodi di violenza sulle donne è il più alto del Paese.Valerio-e-i-campesinos

Valerio di Amka insieme ad alcuni campesinos del Petén

CRECIENDO UNIDOS

L’impegno di Amka in Guatemala in questi 9 anni di attività si è concretizzato in quattro filoni di intervento che hanno prodotto benefici effetti sull’alfabetizzazione, sulla sanità di base, sulla malnutrizione, sui rifornimenti di acqua potabili e sulle attività produttive. I quattro filoni sono l’educazione, l’empowerment delle donne, il turismo sostenibile e l’alimentazione. A quest’ultimo filone di intervento appartiene Creciendo Unidos – Dal seme alla sovranità alimentare, progetto che coinvolge 5 comunità indigene della regione del Petén: Nuevo Horizonte (dove verrà localizzata la sede operativa del progetto), Pato, Barrio, Juleque y Zapote. Sono comunità di ex-guerriglieri e indigeni Quechì, che vivono secondo i principi della condivisione e della solidarietà economica. Queste comunità oggi lottano ancora per diritti imprescindibili come quello alla terra, al cibo, all’educazione e alla salute. Il progetto prevede per il 2018 le seguenti 4 fasi di intervento: 1) Semina di 15.000 alberi da frutto, cosa che permetterà in breve di favorire un’alimentazione più sana e variegata. 2) Organizzazione di attività di formazione su tecniche di coltivazione sostenibili, in primo luogo la permacultura, per rafforzare le capacità locali. 3) Realizzazione di un vivaio agroforestale che assicuri autonomia alle comunità sul lungo periodo. 4) Acquisto di 3 ettari di terreni agricoli per aiutare i campesinos a combattere il sistema del latifondo, che li rende schiavi e li obbliga a sottostare alle logiche tipiche dell’agricoltura industriale: calo del reddito, impoverimento dei terreni, inquinamento delle falde acquifere e distruzione della biodiversità.

“Il nostro obiettivo è quello di contribuire al raggiungimento della sicurezza alimentare e della sostenibilità sociale, economica ed ambientale”, ci spiega Giorgia Della Valle, attivista romana di Amka che da settembre 2017 ha partecipato alla fase preparatoria del progetto e che ora dichiara: “Ho deciso di metterci la faccia, perché in primis ci ho messo il cuore”.i-fundraiser-volontari-e-lo-Studio-Controluz

Lo staff di Creciendo Unidos (Giorgia è la prima da sinistra)

L’EVENTO INATTESO E IL CUORE DEI VOLONTARI

E già, perché meno di due mesi fa, proprio quando era tutto pronto per la piantumazione di 15mila alberi da frutto nelle campagne del Petén, il principale finanziatore non ha potuto confermare il supporto economico al progetto. “Dopo tutto quel lavoro, lo sconforto è stato enorme”, continua Giorgia. “Non dimenticherò mai la determinazione di Valerio Frattura, il capo progetto, quando ha detto ‘Noi abbiamo dato la nostra parola in Guatemala e faremo tutto il necessario per mantenerla’. E così è stato. Giorgia e altri volontari hanno infatti deciso di rimboccarsi le maniche, metterci la faccia e far nascere una rete di solidarietà per evitare l’abbandono del progetto da parte di Amka. Una rete nata immediatamente e che dopo 40 giorni ha già dato diversi frutti: tre volontari della Onlus hanno realizzato un video promozionale; una talentuosa illustratrice, Susanna Doccioli, ha regalato il logo del progetto; lo staff di Amka si è attivato per ricercare finanziamenti sulla piattaforma di crowdfunding Gofundme. Infine, la stessa Giorgia, insieme al capoprogetto Valerio e agli altri volontari Simone, Sara e Federica, ha aperto una raccolta fondi personale su Facebook che in poche settimane ha già raggiunto i due terzi della cifra-obiettivo.

Il video promozionale dei volontari Amka

“Un altro piccolo sforzo e ce l’abbiamo fatta”, dichiara Giorgia. “Ora non resta che sperare che le persone non siano vinte dall’indifferenza”. E proprio per aiutare lei e gli altri cooperanti di Amka ad allargare il più possibile questa rete, Italia che cambia ha deciso di fare la sua parte, sostenendo il progetto attraverso i propri canali e invitando i suoi lettori ad attivarsi con una donazione anche minima. Perché, per dirla con la citazione di Eduardo Galeano scritta su una parete di una casa di Nuevo Horizonte, “molta gente piccola, facendo cose piccole, in piccoli luoghi, può cambiare il mondo”.frase-Galeano-a-Nuevo-Horizonte

La citazione di Galeano a Nuevo Horizonte

Per donare a Creciendo Unidos attraverso il crowdfunding clicca qui.
Per contribuire alla raccolta fondi di Giorgia Della Valle clicca qui.
Per collaborare ai progetti Amka Onlus clicca qui.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/amka-seme-sovranita-alimentare-guatemala/

Annunci

“Il suolo diventi un bene comune”

In occasione della Giornata mondiale del Suolo, le associazioni riunite nel coordinamento #Salvailsuolo chiedono all’Europa il pieno riconoscimento di questa preziosa risorsa come bene comune da proteggere in quanto garantisce la sicurezza alimentare, la conservazione della biodiversità e la regolazione dei cambiamenti climatici. Immaginate una nazione di medie dimensioni, come l’Ungheria, il Portogallo o la Repubblica Ceca. Ora immaginate l’intera area di quella nazione ricoperta da cemento e asfalto: è grossomodo la superficie di suoli agricoli che negli ultimi 50 anni è stata “consumata” da insediamenti e infrastrutture nei 28 paesi dell’Unione Europea. Il suolo continua ad essere consumato a una velocità allarmante, nonostante la crisi che affligge il settore delle costruzioni in molti Paesi. Ogni anno, 1000 km2 di aree coltivate vengono cancellate da nuovi edifici. Allo stesso tempo, il mercato europeo delle materie prime alimentari è sempre più dipendente dalle importazioni da paesi terzi, dove l’agricoltura intensiva spinge milioni di piccoli agricoltori ad abbandonare i loro campi e a migrare verso le aree suburbane. Si tratta di una contraddizione evidente per un’Unione Europea che è nata con l’obiettivo di assicurare con la propria agricoltura la sicurezza alimentare per tutti i cittadini e, ora, sta cercando di gestire flussi rilevanti di migranti provenienti dall’Africa subsahariana, dove molti campi sono coltivati per le imprese europee.handful-of-soil

Il consumo di suolo è solo la punta di un iceberg, il suolo in Europa deve affrontare molte minacce e danni: oltre 250.000 siti sono pesantemente contaminati, quasi la metà dei terreni agricoli sono minacciati dalla riduzione della sostanza organica e gli equilibri ecologici dei sistemi naturali vengono compromessi, decine di milioni di ettari soffrono gli effetti dell’erosione e del dissesto idrogeologico, e la desertificazione avanza in molti paesi del Mediterraneo, rendendo le coltivazioni sempre più sensibili alla siccità e ai cambiamenti climatici.

“L’Europa ha il dovere di preservare la sua più importante risorsa naturale: il suolo” Questo è l’appello dei promotori della ICE – Iniziativa dei Cittadini Europei’People4soil’, promossa in Italia dal Coordinamento #salvailsuolo (ACLI, Coldiretti, FAI, INU, Legambiente, Lipu, Slow Food e WWF) a cui aderiscono 90 organizzazioni nazionali. La ICE è una petizione ufficiale alla Commissione europea, a cui si chiede di istituire e di sviluppare un quadro giuridico vincolante, fissando principi e regole da rispettare da parte di ciascuno Stato membro. Ad oggi, non vi è alcun riconoscimento legale per i servizi ecologici, sociali ed economici che i suoli sono in grado di fornire ai cittadini europei, né obiettivi vincolanti, ad esempio atti a conseguire la bonifica di terreni contaminati, o la salvaguardia dei serbatoi di carbonio, o la prevenzione del consumo di suolo. Questa situazione è esattamente quello che il coordinamento #Salvailsuolo vuole cambiare. Le prime 25.000 firme sono state già raccolte in Italia sul sito ufficiale della petizione. Tutti i cittadini e le cittadine europee adulte possono firmare, basta una carta d’identità. I promotori sottolineano che “Abbiamo due obiettivi molto impegnativi da raggiungere: raccogliere un milione di firme entro settembre 2017, e ottenere il pieno riconoscimento del suolo come bene comune da proteggere, per il benessere dei cittadini europei”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/12/suolo-diventi-bene-comune/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Per preservare la sovranità alimentare bisogna preservare il clima

Si chiuderà il 18 marzo in Giappone la terza conferenza mondiale sulla riduzione dei disastri climatici, oggi più che mai all’ordine del giorno. A lanciare un appello all’azione è José Graziano Da Silva, direttore generale della FAO, organizzazione anche molto criticata ma che, evidentemente, non può più ignorare la realtà: per preservare la sovranità alimentare occorre preservare il clima.cambiamenti_climatici_

Si chiudono mercoledì 18 marzo i lavori della terza conferenza mondiale sulla riduzione del rischio dei disastri climatici. E a parlarne è José Graziano Da Silva, direttore generale della FAO.

«Carne artificiale, itticolture in spazi chiusi, fattorie verticali, droni per l’irrigazione: una volta si pensava che tutto questo fosse solo fantasia, oggi è la realtà. La produzione alimentare sta diventando hi-tech, almeno in alcune aree del pianeta» dice Da Silva riferendosi all’Occidente. «Mentre la gran parte delle fattorie nel resto del mondo deve fronteggiare un clima sempre più compromesso».

«In occasione della seconda conferenza internazionale sulla nutrizione tenutasi a Roma lo scorso novembre, Papa Francesco ha affermato: Dio perdona sempre, l’uomo a volte, la Terra mai. Madre Natura risulta sempre più compromessa e quando si assiste a siccità, tsunami e atri disastri del genere, le conseguenze per la sicurezza alimentare dei popoli sono profonde».

«Nel mondo ci sono 2,5 miliardi di attività a conduzione familiare che dipendono dall’agricoltura e questo settore copre il 30% del Prodotto interno lordo in paesi il Burkina Faso, il Burundi, la Repubblica Centro-africana, il Chad, l’Etiopia, il Kenya, il Mali, il Niger e il Mozambico. A mettere a rischio l’agricoltura sono anche le guerre e le crisi economiche, ma le perdite dovute a disastri naturali sono triplicate nell’ultimo decennio, arrivando al 22% almeno dell’intera produzione tra il 2003 e il 2013. E a essere particolarmente a rischio sono i piccoli contadini, i pescatori e le comunità che dipendono dalle foreste, cioè quelle stesse persone il cui 75% rappresenta la popolazione più affamata e povera del mondo».

«È la stessa agricoltura a offrire la soluzione, ma bisogna cambiare il modo di utilizzare i terreni, individuare un approccio più sostenibile alla produzione alimentare, proteggere l’ambiente e favorire la resilienza delle comunità». Vedremo se i paesi seduti al tavolo della conferenza mondiale sapranno ascoltare e decideranno di agire in qualche modo. «Dobbiamo ridurre i fattori di rischio per i piccoli contadini, i pastori e chi vive delle foreste – dice Da Silva – e questo è possibile concentrandoci e investendo su modelli più sostenibili di produzione alimentare e su pratiche agricole che proteggano le risorse naturali».

Bene: anche la FAO è arrivata a questa conclusione!

Fonte: ilcambiamento.it

Sicurezza alimentare a rischio a causa dei cambiamenti climatici

Numerosi report sottolineano i condizionamenti del clima sulla sicurezza alimentare delle popolazioni dei Paesi poveri e in via di sviluppo.

cambiamenti climatici mettono a rischio la sicurezza alimentare. Se ne parla in questi giorni al Salon de l’agricolture di Parigi, dove scienziati e studiosi cercano di delineare soluzioni che permettano ai sistemi agricoli di adattarsi ai cambiamenti climatici. Il tema della sicurezza alimentare è stato trascurato dai precedenti negoziati sul clima, ma non sarà alla Conferenza mondiale sul clima che si terrà a Parigi nel prossimo dicembre. Se l’obiettivo prioritario resta il contenimento del riscaldamento globale entro i 2° C, i climatologi e gli scienziati sul fronte del contenimento dei cambiamenti climatici riconoscono la necessità di assicurare la resilienza alle popolazioni maggiormente vulnerabili e la sicurezza alimentare e la sussistenza ai Paesi in via di sviluppo. Secondo la Fao, la produzione alimentare dovrà aumentare del 70% nei prossimi trent’anni affinché possano essere nutriti i 9 miliardi di abitanti che il pianeta conterà nel 2050, a fronte degli attuali 7 miliardi. Attualmente circa 805 milioni di persone soffrono la fame e, secondo il Programma Onu per lo sviluppo, da qui al 2080 altri 600 milioni di persone soffriranno la fame, soprattutto a causa dell’effetto dei cambiamenti climatici. Il riscaldamento globale aumenta il margine d’incertezza sulla produzione agricola: in alcune aree del mondo come l’Africa subsahariana e il Sud-Est asiatico l’agricoltura rappresenta l’80% della sussistenza della popolazione. Ciò significa che eventi climatici avversi rischiano di mettere in pericolo la sussistenza per ampie fasce della popolazione. Nel rapporto dell’IPCC pubblicato a novembre si legge che senza un reale sforzo di adattamento da parte dell’agricoltura alle nuovi condizioni climatiche, la produzione delle tre grandi colture globali (grano, riso e mais) potrebbe diminuire del 2% nel prossimo decennio. L’abbassamento della produzione, già presente nelle zone temperate, ha ripercussioni fortemente negative sulla produzione nei Paesi tropicali: gli eventi meteo estremi più frequenti e più estremi hanno come immediata conseguenza il rialzo o, comunque, una maggiore volatilità dei prezzi alimentari. Secondo l’Ong Oxfam il prezzo medio delle derrate base potrebbe più che raddoppiare nei prossimi vent’anni in rapporto ai prezzi osservati nel 2010.Fracking In California Under Spotlight As Some Local Municipalities Issue Bans

Fonte: Le Monde

© Foto Getty Images

USA: giardini di comunita’ a Columbia, resilienza e buon vicinato

I community gardens salvaguardano il territorio e il paesaggio, sono una garanzia per la sicurezza alimentare e rafforzano i rapporti sociali

La citta’ universitaria di Columbia, Missouri e’, pur con la triste eccezione del suo ecomostro) molto green: ci sono ovunque parchi e giardini ed una fascia verde intorno alla citta’. Gli scoiattoli sono di casa su tutti gli alberi, anche in centro e non e’ difficile scorgere oche selvatiche e rapaci in volo. Uno degli aspetti piu’ interessanti e’ dato pero’ dai community gardens, orti-giardini di comunita’ dove i cittadini possono coltivare verdure e legumi. Il giardino di Benton Stephens (vedi foto dell’autore) e’ ad esempio attivo dal 2006 per iniziativa di un gruppo di residenti. Il suo scopo non e’ solo la produzione di ortaggi, ma anche il rafforzamento di legami sociali: come affermano gli organizzatori,

la terra ora funge da rifugio, un luogo dove la comunita’ si puo’ incontrare. Lavorando fianco a fianco e condividendo i raccolti, speriamo di imparare meglio come dare sostentamento a noi stessi e alla nostra comunita’.

A Columbia sono attivi oltre 30 community gardens, parte della Community Garden Coalition, di cui 9 gestiti fa gruppi di vicinato, 9 da scuole elementari e 7 da chiese o organizzazioni religiose. Il fertilizzante e’ compost fornito dalla raccolta differenziata. La riappropriazione dell’uso della terra urbana come fonte di cibo e delle tecniche di coltivazione e’ estremamente importante, perche’ permette di migliorare la resilienza alle situazioni di crisi,  la sicurezza alimentare e proteggere il paesaggio e il territorio dalla realizzazione di altri ecomostri.

Orto-di-comunita

Fonte: ecoblog.it

Sicurezza alimentare, sequestrati 312 ettolitri di vini senza tracciabilità

Il sequestro è avvenuto a Montepulciano, a opera del locale Comando Stazione, dopo un controllo stradale effettuato nel periodo della vendemmia

Un maxi-sequestro di 312 ettolitri di vino di varia tipologia, ma appartenente alla denominazione Nobile di Montepulciano di origine controllata e garantita (DOCG), con indicazione geografica tipica IGT Toscano e Cortona DOC, è stato effettuato dal locale Comando Stazione presso un’azienda vitivinicola di Montepulciano. Il sequestro si è reso necessario a causa dell’assoluta mancanza di tracciabilità documentale dei vini detenuti e pronti alla vendita nello stabilimento enologico. Ai titolari dell’impresa sono state comminate sanzioni amministrative poiché è emerso che l’azienda aveva trasferito grandi quantitativi di vini provenienti da vigneti iscritti a diverse denominazioni protette, senza che venisse emesso alcun documento ufficiale di accompagnamento o che venissero riportate le dovute annotazioni sui registri vitivinicoli. Il Corpo Forestale dello Stato di Montepulciano, oltre alle numerose violazioni delle norme vitivinicole (fra cui la mancata informazione sul contenuto dei vasi vinari), ha rilevato alcune irregolarità di tipo igienico-sanitario e urbanistico per le quali sono state informate le Autorità competenti. All’origine del sequestro un controllo su strada effettuato nel comune di Montepulciano dal Corpo Forestale: in quella occasione gli ispettori hanno trovato un carico di uve rosse proveniente da vigneti radicati nel territorio: i successivi controlli in cantina hanno permesso di accertare le irregolarità nella gestione dei vini detenuti. L’infrazione è stata scoperta poiché, durante le settimane della vendemmia, il Corpo forestale dello Stato ha attivato nella zona una campagna di controlli finalizzata a verificare la movimentazione su strada dei prodotti vitivinicoli.FRANCE-WINE-VINEXPO

Fonte:  Corpo Forestale

© Foto Getty Images

Ecco perché gli ogm non sfameranno il mondo

La lobby del biotech ci ha provato fin dall’inizio con i ricatti emotivi: gli ogm risolveranno il problema della fame nel mondo, ci siamo sentiti ripetere per anni. Ma è quanto di più lontano dalla realtà ci possa essere. Ecco perché, nel rapporto del Canadian Biotechnology Action Network (CBAN).ogm_pannocchia

Ecco perché gli ogm non sfameranno il mondo.

La lobby del biotech ci ha provato fin dall’inizio con i ricatti emotivi: gli ogm risolveranno il problema della fame nel mondo, ci siamo sentiti ripetere per anni. Ma è quanto di più lontano dalla realtà ci possa essere. Ecco perché.

A Robert Fraley, vicepresidente di Monsanto, è stato consegnato nel 2013 (scatenando polemiche in tutto il mondo) il World Food Prize, un premio, dunque, per il cibo. Fraley è un uomo che dice queste cose: «Ci sono 7,2 miliardi di persone sul pianeta. Ce ne saranno 9,6 miliardi nel 2050. La richiesta di cibo raddoppierà…Solo usando il cibo geneticamente modificato e la scienza  saremo in grado di nutrire il pianeta…Tutto ciò rappresenta un’opportunità di business ed è certo importante da una punto di vita sociale»[1]. Le parole di Fraley fanno fremere di indignazione ma danno l’idea effettiva di ciò che gli ogm sono, nulla più di un’opportunità per fare affari, un modo per arricchire una manciata di individui travestiti da altruisti. [2]  «Nel breve termine può sembrare difficile pensare che io possa fare soldi con gente che i soldi non li ha. Ma nella pratica lo sviluppo dell’agricoltura a livello dei villaggi è qualcosa che può fruttare moltissimo nel tempo». E queste sono le parole di Robert Shapiro, già dirigente di Monsanto (citato nel rapporto del CBAN “Will GM Crops Feed The World”). «Con la parola sviluppo, Shapiro intende la possibilità per Monsanto di assumere il controllo delle politiche agricole e delle strategie, distruggendo i metodi, le conoscenze e le pratiche tradizionali per poterle sostituire con le politiche aziendali [3]» spiega Colin Todhunter, giornalista inglese da sempre impegnato sul fronte ambientale e dei diritti umani; ha vissuto molti anni in India scrivendo per il Deccan Herald, il New Indian Express e il Morning Star. Vogliamo un esempio delle strategie di comunicazione con cui Monsanto e le lobby del biotech tentano di ammantare le loro politiche di altruismo e buonismo, cercando di trasformare chi è critico verso gli ogm in un nemico dei poveri? Lo fornisce il senatore statunitense Charles Grassley: «E’ una vergogna che i leader sudafricani, così evidentemente ben nutriti, preferiscano vedere il loro popolo affamato piuttosto che fargli mangiare lo stesso cibo che noi consumiamo ogni giorno negli Stati Uniti». Ecco qui: i sostenitori degli ogm vogliono convincerci che abbiamo bisogno di questa tecnologia per vincere la fame e nutrire i popoli del mondo. Ci hanno detto che gli ogm sono essenziali, che vanno bene per l’ambiente e che forniranno ai contadini gli strumenti necessari per affrontare i cambiamenti climatici. Ci hanno detto che gli ogm daranno maggiori raccolti e maggiori guadagni agli agricoltori. Ebbene, il Canadian Biotechnology Action Network (CBAN) ha appena pubblicato un rapporto che smentisce, punto per punto, tutte queste affermazioni [4]. Non è certo il primo e non sarà neanche l’ultimo; è un altro tassello che si aggiunge all’enorme mole di evidenze che dimostrano come gli organismi geneticamente modificati siano la peggiore delle strade imboccate. «Innanzi tutto la fame è causata dalla povertà e dalle disuguaglianze – spiega Todhunter, commentando il rapporto – Le persone non sono affamate a causa della produzione agricola insufficiente ma perché non hanno denaro per comprare il cibo, non hanno accesso alla terra per coltivarselo, perché il territorio è stato depredato, perché il sistema di distribuzione alimentare non funziona, perché mancano l’acqua e le infrastrutture per irrigare, conservare, trasportare e finanziare gli agricoltori. Se questi problemi di fondo non saranno risolti e se la catena alimentare rimarrà inaccessibile a chi è affamato e povero, allora un aumento della produzione agricola non servirà». Noi già produciamo abbastanza cibo per nutrire l’intera popolazione mondiale ed era così anche durante il picco della crisi alimentare, nel 2008. L’attuale produzione alimentare è sufficiente per nutrire dieci miliardi di persone. Nel mondo si produce il 17% del cibo in più a persona rispetto a 30 anni fa eppure il numero degli affamati è ancora molto alto. La crisi dei prezzi alimentari del 2008 e del 2011 si è manifestata in anni di raccolti da record, dimostrando con chiarezza che tali crisi non sono il frutto della scarsità di cibo. I cereali ogm che oggi sono sul mercato non sono destinati a sfamare gli affamati. Quattro tipi di cereali ogm coprono all’incirca il 100% dei terreni destinati a questo tipo di coltivazione. E tutti e quattro sono stati sviluppati per un sistema agricolo industriale su larga scala, vengono utilizzati soprattutto per essere esportati, per produrre carburante o per confezionare cibi industriali e mangimi animali. Le coltivazioni ogm non hanno prodotto un aumento dei raccolti e tanto meno un aumento nei guadagni degli agricoltori. Le coltivazioni ogm portano ad un aumento nell’utilizzo di pesticidi e causano immensi danni all’ambiente. In India avevano promesso una diminuzione di pesticidi con il cotone Bt, ma ciò non è avvenuto. Le coltivazioni ogm sono coperte da brevetto, appartengono alle multinazionali e generano profitti per le multinazionali. I piccoli agricoltori hanno visto aumentare i loro costi perché devono sempre comprare i semi e soggiacciono ai rischi insiti nell’utilizzo degli ogm. Ne esce un messaggio chiaro: la fame, la sicurezza alimentare e il fatto di poter nutrire il pianeta sono un problema politico, sociale ed economico e come tale va affrontato[5]. La sicurezza, la democrazia e la sovranità alimentare non si ottengono rendendo i contadini dipendenti da un pugno di multinazionali il cui scopo è quello di sfruttare l’agricoltura per massimizzare i profitti. Come anche altri rapporti [6,7], quello del CBAN conclude che abbiamo bisogno di metodologie agroecologiche differenti e sostenibili, sviluppando le economie alimentari su basi locali. Anche perché sono proprio i piccoli agricoltori (che spesso servono comunità locali) ad essere più produttivi dei giganti industriali (che puntano all’export) [8].

1] http://www.globalresearch.ca/weaponization-of-the-food-system-genetically-engineered-maize-threatens-nepal-and-the-himalayan-region/30512

2] http://www.thetimes.co.uk/tto/business/industries/consumer/article4069203.ece

3] http://www.globalresearch.ca/independent-india-selling-out-to-monsanto-gmos-and-the-bigger-picture/5395187

4] http://www.cban.ca/Resources/Topics/Feeding-the-World

5] Glover, Dominic. 2010. Exploring the Resilience of Bt Cotton ‘s “Pro-Poor Success Story”. Development and Change, 41(6), pp.955-981.

6] http://unctad.org/en/PublicationsLibrary/tdr2013_en.pdf

7]http://www.unep.org/dewa/agassessment/reports/IAASTD/EN/Agriculture%20at%20a%20Crossroads_Global%20Report%20(English).pdf

8] http://www.grain.org/article/entries/4929-hungry-for-land-small-farmers-feed-the-world-with-less-than-a-quarter-of-all-farmland

9]http://www.theecologist.org/News/news_analysis/2267255/gm_crops_are_driving_genocide_and_ecocide_keep_them_out_of_the_eu.html

Fonte: ilcambiamento.it

 

Ebola, a rischio la sicurezza alimentare e l’agricoltura

Ebola mette a rischio la sicurezza alimentare. Questa la considerazione fatta da Ren Wang vice direttore generale del Dipartimento FAO per Agricoltura e Protezione dei consumatori a Napoli durante i lavori dell’XI Forum Internazionale di Giornalismo ambientale di Greenaccord. Ebola mette in pericolo la sicurezza alimentare e non è una previsione quanto una certezza. Questa le considerazione di Ren Wang vice direttore generale del Dipartimento FAO per Agricoltura e Protezione dei consumatori pronunciata all’XI Forum Internazionale dell’Informazione per la Salvaguardia della Natura, organizzato a Napoli dall’associazione di giornalismo ambientale Greenaccord Onlus in collaborazione con il Comune di Napoli che si chiude oggi nella città partenopea. La situazione nelle campagne africane è di totale abbandono e la FAO dunque chiede interventi urgenti per tutelare le aree agricole e i raccolti che serviranno a sfamare le persone che vivono nelle zone devastate dal virus.ren-wang-620x411

Ha detto Wang:

Il virus Ebola potrebbe mettere a rischio la sicurezza alimentare di tutto il mondo. Su questo ci sono pochi dubbi. La diffusione attuale di Ebola non ha precedenti da quando il virus è stato scoperto nel 1975. E i dati evidenziano che si sta diffondendo soprattutto nelle aree rurali dei Paesi africani: questo rappresenta quindi una preoccupazione per la sicurezza alimentare non solo di quel continente ma di tutto il globo. Servono quindi con estrema urgenza degli interventi sia sul fronte dell’assistenza internazionale sia per cercare di ridurre lo shock sui sistemi agricoli a partire dalle aree coinvolte.

E la sicurezza alimentare, ossia assicurare cibo a tutti gli abitanti del Pianeta, sopratutto nei casi di epidemie diventa di cruciale importanza per garantire che sia mantenuta la stabilità sociale nelle aree a rischio. Ma per arrivare alla stabilità si rende necessaria anche una più radicale trasformazione del sistema agricolo mondiale, poiché attualmente non risulta sostenibile, ossia capace di tenere conto delle risorse disponibili e di usarle senza ricorrere allo sfruttamento delle stesse. Ma come si arriva a un’agricoltura sostenibile?

Spiega Wang:

Dobbiamo aumentare la qualità delle coltivazioni perché non possiamo più aumentare le aree coltivate. E questo si può fare solo con un dialogo a livello internazionale approfondito e diffuso. Ci sono cinque linee guida indicate dalla FAO: contrastare il deterioramento delle risorse agricole e idriche mondiali, intervenire sulle pratiche agricole insostenibili, diffondere una corretta gestione dell’acqua per irrigazione, affrontare l’abuso o l’uso scorretto di sostanze fertilizzanti a partire dal fosforo, tutelare la biodiversità in agricoltura a partire dagli insetti impollinatori.

Fonte: Greenaccord
Foto | Greenaccord Press Office@facebook

1000 miglia in bici a caccia di cibo di scarto. Il secondo viaggio di Rob Greenfield

Pedalando per sette settimane da Madison a New York City, Rob Greenfiled ha rovistato in 300 cassonetti. Oltre ad aver mangiato solo cibo di scarto, insieme ad alcuni volontari reclutati durante il percorso ha recuperato e regalato più di 10.000 dollari di generi alimentari a circa 500 persone. Dopo quella del 2013 è la sua seconda esperienza380497

Rob Greenfield si è rimesso a pedalare. Dopo il viaggio del 2013, l’attivista americano è montato nuovamente in sella alla sua bici di bamboo alla ricerca di cibo di scarto, percorrendo in sette settimane circa 1000 miglia nel nord ovest degli Stati Uniti – da Madison nel Wisconsin a New York – e cibandosi quasi esclusivamente di quello che ha trovato nell’immondizia. Alimenti ancora buoni e perfettamente commestibili, in grandi quantità.
“Non lo faccio solo per soddisfare le mie esigenze – racconta nel suo blog sull’Huffinghton Post – Lo sto facendo per sensibilizzare l’America e indurla a smettere di buttare via il cibo”. Le cifre spaventose dello spreco alimentare prodotto negli Stati Uniti, secondo Greenfield, da sole non bastano per avere una percezione reale della situazione. Si parla di 165 miliardi di dollari di cibo buttati ogni anno, a fronte di 50 milioni di cittadini americani che non raggiungono la soglia di sicurezza alimentare. Senza contare lo sperpero di risorse per prodotti destinati alle discariche. É per questo che Greenfield, dopo un primo viaggio nel 2013, si è rimesso a pedalare al motto di “vedere per credere”, mostrando attraverso delle curiose esposizioni pubbliche tutti gli sprechi di cibo che ha scovato in oltre 300 cassonetti. “Solitamente facevo le mie perlustrazioni di notte, per poi sistemare ciò che trovavo in un parco pubblico il giorno successivo. Molte delle persone che son riuscito a coinvolgere nelle varie tappe sono rimaste letteralmente scioccate da ciò che ho mostrato loro. Erano ancora più arrabbiate di me pensando a quanti milioni di americani hanno fame”. Tutti gli alimenti raccolti nel corso del viaggio hanno permesso a Rob e ai volontari reclutati nelle sette città visitate di regalare più di 10.000 dollari di cibo a circa 500 persone. Dall’esperienza è nato l’hashtag #DonateNotDump per documentare situazioni di grande spreco alimentare da parte di chi vende o produce cibo. “Il nostro messaggio ai negozi di alimentari è che vogliamo fermare lo spreco e incoraggiarli a donare il cibo in eccesso a organizzazioni no-profit che lo ridistribuiscano a persone bisognose”. “La scusa più comune per non donarlo è che temono ripercussioni legali – aggiunge Greenfield – ma secondo uno studio dell’Università di Arkansas negli Stati Uniti non una sola causa è stata mai fatta contro un negozio di alimentari che ha donato cibo per un programma di salvataggio”.

Ecco alcune delle foto delle esposizioni pubbliche di Rob Greenfield.ecodallecitta

ecodallecitta (1)

Fonte: ecodallecitta.it

Sicurezza alimentare, per Expo 2015 si cercano le soluzioni per nutrire il futuro

La sicurezza alimentare è ancora una promessa e dunque in occasione di Expo 2015 è stato presentato il bando per la ricerca delle migliori pratiche per lo sviluppo sostenibile. La sicurezza alimentare è ancora una promessa, viene detto all’inizio del video spot in alto. Ma che cos’è la sicurezza alimentare innanzitutto? E perché per Expo 2015 è stato aperto concorso Bando delle Best Practices: le Sfide e il Futuro della Sicurezza alimentare? Andiamo con ordine. Qualche giorno fa si è riunita a Milano e per la prima volta, al Centro Congressi della Fondazione Cariplo, la Giuria internazionale di valutazione delle Best Practices dell’Esposizione Universale. La Giuria è altamente qualificata e presieduta da S.A.S. il Principe Alberto II di Monaco. La Giuria che vede tra gli altri anche la presenza del Segretario Generale del BIE Vicente Loscertales e del Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Maurizio Martina è chiamata a selezionare le 15 migliori iniziative e soluzioni in tema di sostenibilità ambientale e alimentare tra le proposte inviate. Il bando sarà chiuso il 31 ottobre e il 31 dicembre saranno resi noti i vincitori.

 

DAN_4505-620x350

 

Veniamo alla sicurezza alimentare o food security un concetto che qui è inteso nella sua versione più ampia, ossia garantire a ogni essere umano un adeguato nutrimento fatto di cibo e acqua ma anche di condizioni igieniche tale da consentirgli una vita dignitosa. Ecco che la sicurezza alimentare rappresenta uno degli anelli fondamentali del tema di Expo 2015,Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. Perché la sicurezza alimentare è poi collegata allo sviluppo sostenibile? Qualche giorno fa è stata presentata la relazione annuale SOFI 2014 con gli ultimi e più recenti dati su quella che comunemente definiamo la fame nel mondo: nel biennio 2011-13, le persone sottoalimentate nel mondo erano 842 milioni. La tendenza sembra essere in diminuzione anche se invece olti milioni di individui combattono ancora quotidianamente diversi livelli di malnutrizione che non consentono loro di condurre una vita dignitosa.. La popolazione mondiale è destinata a crescere e entro il 2050 potrà toccare i 10 miliardi di persone: ci sarà abbastanza cibo per tutti? E a quel costo per le risorse naturali del Pianeta? Quanta acqua servirà per produrre cibo per tutti? e quanto suolo? Sono queste le domande a cui sono chiamati a rispondere i partecipanti al concorso che dovranno individuare le migliori pratiche possibili per creare un sistema virtuoso da condividere. Diversamente, se non ci prepariamo adeguatamente alla crescita della popolazione mondiale rischiamo il collasso a causa delle limitate risorse naturali disponibili. I progetti vincitori saranno poi esposti all’interno del Padiglione Zero. Dunque ecco perché sarà importante raggiungere gli obiettivi proposti nel bando, ossia progetti e iniziative scientifiche che puntino al miglioramento delle condizioni di vita della maggior parte delle persone. Obiettivi che ruotano peraltro intorno al programma Feeding Knowledge che mira a diffondere sapere e conoscenze proprio sul tema sella nutrizione.

Fonte: ecoblog.it