Vandana Shiva: “Fermiamo la deriva tossica del mondo”

Incarna lo spirito della guerriera, combatte contro la povertà globale e sostiene le lotte per il diritto alla salute delle persone in tutto il mondo, denunciando le multinazionali che avvelenano il cibo e rendono sterile il suolo. Ecco la nostra intervista all’attivista indiana Vandana Shiva, esperta mondiale di ecologia sociale. Incontriamo Vandana Shiva a Roma il 7 e l’8 marzo. Conoscerla di persona in questa data dedicata al femminile sembra una coincidenza interessante. Questa donna indiana, laureata in Canada in Fisica, da quasi 40 anni sta portando avanti un movimento internazionale contro la povertà globalizzata, promuovendo in tutto il mondo sistemi di ecologia sociale basati su alternative agro-ecologiche rispettose della biodiversità, della salute e della dignità dei popoli. Lo fa dirigendo diversi centri scientifici, interessandosi di bioetica, biotecnologie e ingegneria genetica e in qualità di presidente di Navdanya – il braccio operativo di Vandana in India – e di Navdanya International, la onlus che sostiene le lotte delle comunità per il diritto ad una alimentazione sana, all’autodeterminazione e alla cura del pianeta in tutto il mondo.

Alcuni stati e regioni del mondo stanno già portando avanti quest’alternativa basata sull’agricoltura biologica e sulle economie locali, capace di proteggere i territori e la biodiversità. Le comunità hanno infatti un ruolo centrale nel contrastare le lobby della chimica e dell’agro-industria, per questo è necessario che conquistino strumenti di democrazia reale. Solo sistemi agro-alimentari sani possono liberarci dalla povertà, combattere i cambiamenti climatici e promuovere la salute di tutti. L’occasione della sua presenza a Roma è quella della presentazione e partenza del “Tour di mobilitazione per un cibo e un’agricoltura senza veleni” che ha toccato varie località italiane, da Campobasso a Bassano del Grappa, Bolzano, Malles, Trento e Torino. Un viaggio e tanti eventi in occasione dei quali Vandana ha incontrato esempi concreti di buone pratiche, testimonianze di come non solo sia possibile, ma addirittura più efficiente e conveniente produrre e consumare senza ricorrere a sostanze chimiche velenose. Ma ha anche potuto constatare l’estensione e l’impatto delle monocolture intensive sulle comunità del nostro paese, incontrando i tanti cittadini che stanno facendo rete contro questa deriva tossica e contro lo sfruttamento del territorio.

Foto tratta dalla pagina Facebook di Navdanya International

Risuonano le parole che Vandana Shiva ha pronunciato al fianco di Don Ciotti nella tappa torinese: “Se siamo seri, quando diciamo di voler mettere fine alla povertà allora dobbiamo mettere fine ai sistemi che creano la povertà derubando i poveri dei loro beni comuni, dei loro stili di vita e dei loro guadagni. Prima di poter far diventare la povertà storia dobbiamo considerare correttamente la storia della povertà. Il punto non è quanto le nazioni ricche possono dare, il punto è quanto meno possono prendere”. 

In questo contesto, la Campagna internazionale di Navdanya International Per un’alimentazione e un’agricoltura libera da veleni si propone di sviluppare un movimento globale coeso per un cambiamento del paradigma produttivo. I cittadini italiani e di tutto il mondo sono pronti per una transizione basata su un modello economico che garantisca tutti un’alimentazione nutriente, sana, che non faccia esclusivamente gli interessi delle grandi multinazionali dell’agrobusiness e della grande distribuzione organizzata.

“Penso che l’Italia e l’India siano due civiltà che hanno riconosciuto che il cibo è centrale e che hanno riconosciuto che il cibo è cultura, ecologia, che il cibo è eredità e tradizione, che il cibo riguarda come gestisci la terra e il cuore di un territorio, il cibo è identità”, ci dice Vandana. “Quindi il punto di partenza, sia per l’Italia che per l’India, è molto ‘alto’, ma c’è un’aggressione globale ai sistemi alimentari e alle colture, attraverso la produzione di prodotti tossici e fraudolenti causati dall’utilizzo di pesticidi, che vede i piccoli produttori, così come le api, come nemici da sterminare. E vede inoltre le economie locali basate sulla sovranità come una minaccia. Tutto questo dovrebbe farci riflettere sul sistema alimentare globale che è stato creato, considerato che anche in Italia l’impatto economico globale è molto alto.

C’è un’economia globalizzata, distorta e disonesta, che è sotto il controllo di compagnie tossiche come Cargill, che scarica fertilizzanti tossici che distruggono la pasta italiana, oppure delle aziende che trasformano il cibo buono che cresce nei nostri campi in rifiuti tossici come la Nestlè, la Coca Cola e la Pepsi, le compagnie chimiche come Yara e le grandi multinazionali come Walmart, Amazon e Carrefour che lavorano insieme e si fanno chiamare ‘Fresh Alliance’. Loro vogliono la fine del cibo fresco. Quindi ci troviamo a fronteggiare una minaccia comune che è ormai ovunque. Ma Italia e India hanno molto da perdere perché hanno di più”. 

Vandana Shiva incarna lo spirito della guerriera, combatte contro la povertà globale, sostiene le lotte al diritto alla salute delle persone in tutto il mondo denunciando le multinazionali che avvelenano e rendono sterile il suolo. Proprio dal cibo, dal sistema agroalimentare si possono rigenerare i territori e le comunità. E nella rigenerazione del suolo, nel ritrovare la fertilità della terra, le donne possono giocare un grande ruolo: “Il primo ruolo delle donne è non mollare mai. Abbiamo un’intelligenza che solo noi conosciamo. In India è nato un grande movimento di non-cooperazione contro il sistema alimentare distruttivo, fatto dalle donne che dicono ‘noi sappiamo cos’è il buon cibo e non vi lasceremo cancellarlo e criminalizzarlo. Non permetteremo che un’economia distruttiva ci nutra con cibo spazzatura, avvelenato e tossico’.

Foto tratta dalla pagina Facebook di Navdanya International

Non solo le donne hanno una buona conoscenza del cibo, ma sanno anche che la vita è intelligente, che ogni cellula del nostro corpo è intelligente. Quando si perde l’intelligenza si perde la capacità di autoregolazione e arriva il cancro. Il cancro non è altro che una malattia derivante dal collasso del processo regolatore del nostro corpo. Stiamo uccidendo la capacità delle nostre cellule, dei nostri batteri, del nostro corpo, della terra di regolare sé stessa. Le donne hanno questa conoscenza, anche se è spesso attaccata da un sistema antiscientifico che dichiara che la natura è morta e le donne sono ignoranti, ma il sistema antiscientifico non è stato in grado di uccidere la vera conoscenza e ciò che le donne hanno appreso nel corso dei secoli e che la scienza adesso valida: che l’ecologia è la scienza della relazione e ciò che danneggia la terra danneggia il nostro corpo. Qui è dove abbiamo una connessione con la rigenerazione. La rigenerazione della salute delle donne, dei bambini, della terra è anche la liberazione delle donne, che deve andare avanti e non può essere separata dalla liberazione della terra.

La nostra intervista a Vandana Shiva presso la Casa delle Donne di Roma

Le crisi dei rifugiati, dei cambiamenti climatici, della sovranità alimentare e della salute globale dipendono dalle comunità agricole, dalle economie locali, dal sistema di produzione di cibo e dalla gestione delle sementi che ormai sono in mano a pochissimi. Infatti sono quattro gruppi industriali (Monsanto, Bayer, DuPont, Dow Chemical) che controllano il monopolio mondiale della chimica e delle sementi.  Ingegnerizzando, e quindi brevettando, semi e piante si detiene il potere sulla vita del pianeta e sulla libertà dei popoli”. 

L’esperta mondiale di ecologia sociale denuncia che queste sono battaglie di democrazia. Il principio di sussidiarietà è il diritto di poter scegliere le priorità per la tutela dei propri diritti. “Bisogna decolonizzare corpi e cervello, essere capaci di pensarsi liberi. La libertà ha a che vedere con il ristabilire le relazioni di interdipendenza tra noi, il cibo, l’agricoltura e il pianeta. Siamo cicli di una rete alimentare, si dà e si riceve. La terra va protetta, custodita e ringraziata”.

Intervista e riprese: Daniela Bartolini e Annalisa Jannone
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/04/vandana-shiva-fermiamo-deriva-tossica-mondo-meme-21/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Erica Vecchione, convinta che… non è detto che sia giusto solo perché tutti fanno così

Erica Vecchione è una di quelle solide voci “controcorrente” che ci fa riflettere. Ex casalinga, blogger, ha trovato la sua strada; e non tra i “signorsì” di un ufficio o tra i forzati del cartellino. La sua strada se l’è proprio costruita con le sue mani. E qui, su Il Cambiamento, si racconta.9825-10611

Si è fatta (e si fa) molte domande; alcune risposte le ha trovate, per altre è ancora alla ricerca. Ma di sicuro non sono risposte standardizzate e banali, come tante di quelle che siamo abituati a sentire. Erica Vecchione, ex casalinga, blogger (vitadacasalinga.com), con tre figli e un marito, ha deciso che la scrittura era la sua strada e oggi vive in Liguria. Organizza soggiorni-studio in Italia per ragazzi americani e “si è trovata”. Come? Dove? Ce lo racconta lei stessa. Partendo da un punto fondamentale e irrinunciabile: è una di quelle persone che si ostinano a voler pensare con la propria testa.iqixbu6

Erica, lei invita al boicottaggio e a smettere di comprare giornali o prodotti lesivi della dignità delle donne. Cosa intende nel concreto, quali prodotti e giornali sono lesivi della dignità delle donne?

Se dovessimo andare a fondo, nel concreto, di cosa è lesivo della dignità delle donne, in primis, non dovremmo comprare nessun capo di abbigliamento. Le pubblicità che coinvolgono le grandi firme, ma anche le catene tipo Zara, utilizzano, nella migliore delle ipotesi, immagini di donne che rappresentano un corpo inarrivabile, emaciato, un pessimo esempio per le adolescenti. Nella peggiore delle ipotesi, invece, lanciano messaggi lesivi; ad esempio, in una vecchia pubblicità di D&G era fotografata una donna a terra, bloccata da un uomo che si ergeva sopra di lei, mentre intorno ai due un gruppo di uomini in piedi osservava la scena. Se poi ci addentriamo nel mondo dell’intimo e guardiamo le pose delle modelle… Insomma, per farla breve, fashion ma anche pubblicità e televisione in generale usano tutti un ideale di donna standardizzata e sessualizzata.

Lei considera le multinazionali come “Impero del male” e critica duramente anche quelle alimentari, con tutto il seguito di prodotti confezionati. Afferma senza mezzi termini: “Abbiamo il potere di annientarli semplicemente smettendo di comprare i loro prodotti. Se non vogliamo farlo per l’ambiente, facciamolo almeno per la salute dei nostri figli”. Non le sembra una posizione utopistica e irrealizzabile considerato l’enorme potere economico, pubblicitario e persuasivo che ha l’Impero del male? Perché una posizione tanto critica? C’è chi, come ad esempio gli imprenditori e i sindacati, le contesterebbero che l’Impero del male fornisce lavoro a tante persone.

Tutti i grandi cambiamenti sociali del passato sono stati giudicati avventati o irrealizzabili da una certa intellighenzia industriale o politica, che si voleva garantire un conveniente status quo. Ogni gesto consapevole, nato da una mente critica, può essere un suggerimento a qualcun altro. Si può tendere verso un’ispirazione morale collettiva, volta al benessere della collettività. Il punto di partenza non è eliminare le multinazionali, ma forzarle a ridare dignità ai lavoratori, all’ambiente, agli animali e produrre prodotti di qualità, siano essi alimentari o capi di abbigliamento.

In un suo post intitolato “Il popolo dei lamentoni”, parla della sfortuna, di cui molti si lamentano, come una percezione soggettiva piuttosto che una fatto reale. Vuole forse dire che gli italiani si lamentano un po’ troppo. E se sì, perché accade secondo lei?

Sicuramente la percezione che, dopo un fatto spiacevole o sfortunato, tutto debba andare male è un approccio che ritrovo in molte persone. È una sorta di vittimismo nel quale crogiolarsi per ottenere l’altrui compassione o i favori delle istituzioni. In America ho visto persone indossare magliette con la scritta “cancer survivor” ad indicare che erano riuscite a debellare la malattia, o almeno a tamponare l’emergenza. C’è un senso di rivalsa che non vedo tanto negli italiani. Vero è che gli italiani hanno una creatività che consente loro di restare a galla, cosa che gli americani si sognano.

Lei è molto scettica riguardo al cosiddetto posto fisso e critica fortemente gli italiani che non fanno granché e aspettano che lavoro od opportunità cadano dal cielo. Qual è la sua esperienza lavorativa e perché ha questa opinione?

A sedici anni ho cominciato a fare lavoretti estivi. Dai diciannove in poi ho sempre lavorato cambiando spesso settore. A ventitré anni avevo un contratto a tempo indeterminato (anni dopo, l’azienda è fallita provando quanto giusta fosse la mia intuizione di andare per conto mio), ma decisi di licenziarmi e partii per Dublino. Rientrata in Italia presi la specializzazione per insegnare italiano come seconda lingua, oggi ho una piccola agenzia viaggi e faccio la guida turistica. Sarà il mio lavoro per sempre? Non credo! Ci sono persone che hanno bisogno delle certezze che un posto sicuro offre, mentre altre, come me, devono continuamente mettersi alla prova e sentire lo stimolo del cambiamento. Chi ha un’indole più propositiva e dinamica riesce, nelle situazioni di difficoltà (come la perdita del lavoro, l’ingresso in mobilità, ecc.), a reagire più prontamente di chi ha sempre creduto che i privilegi lavorativi fossero un suo diritto imprescindibile.

Lei si scaglia duramente contro chi cerca successo in televisione in programmi di livello infimo e grande audience; cita Maria De Filippi, X Factor, ecc. Scrive testualmente: “Giovani baldracche diventano milionarie, rampanti tettone scalano carriere politiche, tonti pesci trota vestono panni da consigliere regionale, paparazzi pregiudicati determinano l’audience, insomma: ciarlatani, furbetti, affabulatori, ignoranti, puttane accorrete numerosi che in Italia si premia la merda!”. Non pensa di essere accusata di snobismo o elitarismo dato che quelle trasmissioni e quei personaggi sono i preferiti dai più? In fondo, dalla De Filippi c’è andato anche Roberto Saviano, scrittore di caratura internazionale.

Saviano è andato dalla De Filippi come Roberto Saviano, non da sconosciuto; è andato con il suo percorso intellettuale e professionale e con un messaggio da diffondere. Se essere snob vuol dire sdegnare il niente televisivo dei reality e talent show, allora sì, sono snob. Ma sarebbe più giusto dire che non amo il concetto – nato e proliferato nel ventennio Berlusconiano (e che ha evidentemente attecchito in un tessuto sociale fertile) – di arrivare al successo senza studio, senza competenza e soprattutto senza un duro lavoro alle spalle. E comunque, la notorietà di questi personaggi una volta usciti dal programma, è stata duratura più o meno quanto i quindici minuti di Andy Warhol.

Non ha la televisione; perché questa scelta “estrema” ed elitaria ? I suoi figli non si sentono emarginati da compagni di scuola o amici che ce l’hanno?

Più che elitaria, la ritengo di autopreservazione mentale. Senza televisione ho più tempo per me e ho il controllo sui contenuti che i miei figli guardano. Pubblicità, notiziari e film sono spesso pieni di riferimenti inappropriati per bambini piccoli. I miei figli sanno già di essere diversi, non fosse altro perché hanno un padre straniero e vivono in un paese piccolo nel quale nessuno di noi è nato. I ragazzi giovani poi non guardano più la televisione, semmai sono i cellulari che bisognerà saper gestire. In ogni caso, guardiamo tutti i programmi che ci interessano sul computer.

Lei sembra essere una delle poche persone che danno ancora importanza alla coerenza, rinunciando magari a privilegi e visibilità. Ha rifiutato di andare in tv e ha scritto: «In un mondo dove la gente fa a pugni –usando anche qui un eufemismo – per andare in televisione, probabilmente la mia decisione è un po’ controcorrente, ma la coerenza è importante. È importante fare ciò che si dice, e non usare la parola solo per fare spettacolo. In tanti mi hanno detto “Ma vai, questo è un treno che poi non passa più” e altre frasi perentorie sul genere. I latini dicevano che l’uomo è fabbro del proprio destino; è vero che i treni passano ma non tutti i treni vanno alla tua destinazione, bisogna saper salire sopra il treno giusto e non sul primo che arriva. Perciò, grazie. Ma il treno per Roma non ferma in questa stazione».  

Sì, non mi sono mai pentita della mia scelta di non andare in televisione. La credibilità non è subalterna all’incoerenza. Io devo essere fedele ai miei principi, foss’anche per me stessa. In questo sento che non posso tradirmi. La televisione è un mezzo menzognero che ti pone in un livello privilegiato rispetto al pubblico, ma che può metterti in una posizione estremamente manipolabile. Quando mi invitarono in televisione volevano di me una certa immagine, avevano bisogno di un personaggio che fosse adattabile al taglio di quella puntata. E io non posso e non voglio ridurre il mio pensiero a una macchietta televisiva.

Attraverso la televisione avrebbe avuto più visibilità, magari arrivare ad avere lei stessa una sua trasmissione, pubblicare libri… Inoltre, molti dicono che la televisione è solo un mezzo e come tutti i mezzi può essere usato bene o male; lei lo avrebbe usato bene, per veicolare le sue importanti riflessioni e farle ascoltare a un pubblico vastissimo. Perché ha rinunciato a tutto questo?

Quello che lei afferma sarebbe comunque tutto da verificare. Per me la cosa fondamentale è raggiungere la gente attraverso le mie idee e le mie parole. Ritengo ugualmente importante il viver bene, io sono una bulimica della vita e sento di non voler sprecare energia e tempo in battaglie inutili. Per i libri da pubblicare… ci sto lavorando.

Ancora in merito alla televisione un’altra sua interessante riflessione: “Vien quasi da dire che la gente non sia più capace di stare sola coi propri pensieri ergo, vada indottrinata e intrattenuta 24 ore su 24. O forse la gente, pur lamentandosi di continuo del poco tempo a disposizione, in realtà teme di restare sola col proprio tempo, scoprendo di non sapere che farsene; magari in una casa troppo silenziosa o ritrovandosi a quattrocchi con un compagno col quale non si condivide più nulla”. La situazione è davvero così triste?

Più che triste, anche se solo pochi anni dopo rispetto a questo scritto, direi che è cambiata. Sostituirei il termine ‘televisione’ con ‘smartphones’. Sì, secondo me è davvero così desolante. Si guardi intorno: cosa fa la gente quando passeggia per strada, cena al ristorante o siede in attesa dal medico?

Secondo lei ormai tutti rincorrono l’apparire. Perché questa corsa alla visibilità a tutti i costi, al successo narcisistico effimero? È possibile invertire la rotta o per sopravvivere socialmente e lavorativamente bisogna per forza fare video o interagire sui social?

Viviamo nell’epoca dell’immagine, del codice visivo. Se un amico torna dalle vacanze non racconta cosa ha visto, ma ti mostra le foto. Se va al ristorante non ti spiega il sapore del piatto che ha assaggiato, ma ti mostra l’immagine sul telefono. Invertire la rotta, senza forzature, mi sembra impossibile ad oggi. L’unica soluzione è il pensiero critico e capire cos’è veramente che ci fa dire di essere felici.

Lei afferma che la televisione (o “il virtuale” in genere) fa dimenticare la vita vera che c’è intorno a noi e che offre spunti infinitamente più interessanti.  Parla di mancanza di comunicazione in una realtà di iperconnessi ed è molto critica sull’uso dei cellulari. Sulla tecnologia scrive: “Dicono che la tecnologia ha reso la vita più facile, ma siamo sicuri che l’iper semplificazione – del linguaggio, delle conversazioni, delle relazioni – ci abbia reso più felici? Fateci caso. La gente per strada cammina, è protesa in avanti, fissa il cellulare. Nulla li distoglie dal piccolo schermo saldo tra le mani. La vita scorre intorno ma non se ne curano. Qualcosa più importante imbriglia l’attenzione. Che cosa, non si sa. Domani non se ne ricorderanno nemmeno più». Infine in merito a Facebook lei sostiene che non si batte per creare un mondo migliore ma per creare una azienda più ricca. L’hanno mai accusata di “eresia”?

Più che eretica mi si può eventualmente tacciare di essere antiquata. Io non ho uno smartphone ma un vecchio Nokia (del quale tutti i miei clienti ridono, tra l’incredulo e lo schifato). Rispondo sempre che sono talmente indietro da essere avanti. Il mio essere vintage nasce dal fatto che a me piace ancora guardare la gente negli occhi, leggerne le emozioni e scoprirne il pensiero inespresso. Amo le persone e l’essere umano in tutte le sue sfaccettature, anche quelle più odiose, perché così tutto è infinitamente più interessante di una vita o una relazione vissuta attraverso uno schermo. Nessuno è perfetto e questo forse, sociologicamente parlando, potrebbe essere il mio limite. Me ne farò una ragione. Per quanto riguarda Facebook, direi che le ultime vicende di Cambridge Analitica e l’utilizzo dei dati personali hanno già detto tutto sulla traiettoria di Zuckerberg.

La sua posizione sui cellulari determina un isolamento da parte sua e dei suoi figli? Amici e parenti la credono pazza? C’è chi l’accusa di voler tornare al Medioevo? Cosa risponde a chi dice che attraverso i social possiamo veicolare informazioni in maniera fantastica, mobilitare milioni di persone con un click e creare socialità e legami prima impensabili? E soprattutto che avere il mondo a portata di mano con un cellulare è una delle più grandi invenzioni della storia dell’umanità?

I miei figli sono ancora piccoli, la più grande ha dieci anni e sa – perché in casa parliamo di tutto – che il cellulare le verrà comprato quando sarà ritenuta idonea e forte abbastanza da gestirne la socialità e tutti gli annessi e connessi. Mio marito, come me, ha un telefono vecchissimo sul quale tutti, amici e famigliari, non mancano di sfotterci. Ma così come avviene con lo sfottò calcistico, ci si fa una risata e si aspetta il turno di qualcun altro. In casa abbiamo due computer, siamo abbonati ad Internazionale e al Fatto Quotidiano, non credo di essere carente di informazione. Casa mia sanno tutti dove si trova e prima o poi, da vicino o da lontano, vecchi e nuovi amici finiscono per farci un salto, sia per un bicchiere di vino che per una notte arrangiata spartanamente. Preferisco condividere una chiacchierata piuttosto che una foto su Instagram o un commento di pochi caratteri su Facebook.  Anch’io ho il mondo a portata di mano, solo che lo consulto quando decido io.

Spesso i genitori temono che i propri figli si sentano diversi se si discostano dalle scelte della massa, dalle pratiche convenzionali di consumo e azione. Lei dà una risposta eccezionale a questo terrore “Quasi tutti vogliono che il proprio figlio non si senta diverso dagli altri. E se anche lo fosse? I diversi diventano poi musicisti, scrittori, artisti; il resto – quelli che aspirano ad essere uguali agli altri – finisce in ufficio”. Così lei mette in discussione l’intera impalcatura di un sistema che si basa proprio sugli uguali che fanno andare avanti la baracca. Che tipo di società verrebbe fuori se tutti volessero essere autonomi e pensanti?

Cercare l’omologazione sociale e culturale mi ricorda il folle sogno di Hitler, la creazione di una razza identica e suprematista. La differenza è ciò che nutre e stimola pone il dubbio sulle nostre certezze più incrollabili. Se fossimo tutti autonomi e pensanti saremmo una specie più evoluta di quello che siamo ora, ma i poteri occulti faranno sempre di tutto affinché questo non avvenga.

Mette in dubbio che digitalizzazione voglia dire istruzione, educazione e informazione? L’alternativa?

Non lo dico io, ma psicoterapeuti, pedagoghi, addetti ai lavori e studenti. Leggere e studiare su un tablet o su uno smartphone è macchinoso e il livello di concentrazione dura meno. Non dico di no tout court alle nuove tecnologie in classe, ma non sono neanche per la sostituzione del vecchio libro di testo e la carta in generale. Attingere da entrambe le fonti è utile anche se mi fa ridere quando sento alcuni insegnanti o genitori decantare le lodi dello smartphone in classe quando in realtà sono i ragazzi i primi a dire che alla fine lo usano per altre attività, per nulla legate allo studio. La scuola è importante, così come lo è garantire un salario adeguato e costanti corsi di aggiornamento agli insegnanti, ma lo è anche la famiglia e il contesto culturale in cui si cresce. Poi, ovviamente, il valore aggiunto di ognuno farà la differenza. La curiosità personale, la ricerca di una prospettiva più ampia, la voglia di esplorare e relativizzare, aggiungeranno a quello specifico studente un titolo in più che non si può insegnare a scuola.

Lei scrive: “Dovremmo imparare da quella natura che cerca la luce indomita e tenace; cadere e rialzarci, rialzarci e cadere, fino ad appropriarci di quel che ci spetta, trovando l’energia perduta dietro ad ansie e timori altrui”. Qual è la sua relazione con la natura e quale importanza ha nella sua vita?

Vivo in un piccolo centro in Liguria, la natura mi circonda ovunque. Gli olivi e la vigna, gli agrumi e i solchi dei campi, le civette e i gabbiani. Quando sono stanca della valle, corro giù verso il mare. La natura mi ha insegnato che quando la mente corre troppo veloce, è il momento di accucciarsi e guardarsi i piedi. Questa natura non ha scelto me, sono io che l’ho cercata, lasciando tutto alle spalle, rinunciando ancora una volta a quella bambagia in cui avrei potuto crogiolarmi.

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

 

Stop TTIP dà la sveglia ai politici: il 10 febbraio tutti a Milano

In questi anni la campagna Stop TTIP ha visto una vera e propria escalation di visibilità e non certo grazie ai media mainstream. E ha ottenuto risultati importanti, come impedire che il CETA fosse ratificato in Senato. Ora, per rafforzare l’argine contro lo strapotere delle multinazionali e l’azzeramento dei diritti, l’appuntamento è il 10 febbraio a Milano.9742-10516

Si terrà il 10 febbraio prossimo a Milano l’assemblea nazionale di tutti i comitati Stop TTIP della campagna. L’appuntamento è dale 11 alle 18 in corso Giuseppe Garibaldi (QUI tutte le informazioni) e non è stato organizzato “per caso”. A due settimane dalle elezioni politiche che stanno scaldando gli animi e preoccupando non poco certi partiti, i promotori della campagna per dire no ai trattati transnazionale che calpestano i diritti di Stati e cittadini si raccolgono insieme per programmare e progettare le prossime azioni. E per capire bene da che parte stanno i politici in corsa…

«Nel 2017 insieme abbiamo compiuto un’impresa: impedire che il CETA, il trattato economico e commerciale tra UE e Canada, fosse ratificato in Senato – spiegano dalla Campagna – Nel 2018 vogliamo spingerci ancora più in là, chiedendo fin da subito al prossimo Parlamento di schierarsi contro gli accordi tossici che minacciano la nostra agricoltura, l’ambiente, i diritti del lavoro, la privacy e i servizi pubblici. Abbiamo le forze di sollevare una nuova ondata di pressioni su tutti i candidati alle prossime elezioni del 4 marzo. Per questo, invitiamo tutti i Comitati locali e le organizzazioni che hanno sempre supportato questa campagna a partecipare all’Assemblea nazionale di Stop TTIP Italia il prossimo 10 febbraio presso il Centro di Aggregazione Multifunzionale in corso Garibaldi 27 a Milano. L’invito è a partecipare numerosi, per ritrovarci dopo questi mesi e anni di battaglie comuni e rilanciare con forza le istanze che questo movimento nato dal basso ha saputo portare in primo piano sulla scena politica nazionale».

Grande è stata la soddisfazione a dicembre 2017 quando le Camere sono state sciolte prima della ratifica del Ceta. «I trattati commerciali iniqui diventano argomento di campagna elettorale. Grazie a tutte le persone, i comitati, le associazioni, i sindacati, i partiti e le imprese che hanno lottato, resistito, cambiato una storia che volevano già scritta» hanno detto dalla Campagna Stop TTIP. Un grazie è andato anche agli oltre 100 eletti tra Camera e Senato che hanno detto “no” alla ratifica.

Per facilitare l’organizzazione da parte del comitato di Milano, chi partecipa invii una e-mail di conferma a stopttipitalia@gmail.com entro venerdì 26 gennaio.

Per saperne di più…

Che cos’è il TTIP?

Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico che ha l’intento dichiarato di modificare regolamentazioni e standard (le cosiddette “barriere non tariffarie”) e di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano.

L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?

Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.

I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica.

Infatti. Il Trattato prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri.

Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale.

Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.

Una giustizia “privatizzata”, insomma.

Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.

Per chi è allora vantaggioso il TTIP?

Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione.

È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative?
Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali.

Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale?

Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato.

Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini?

Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni.

È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”?

Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta. Perché dovremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione?

Il TTIP può produrre danni per la salute?

Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura (http://goo.gl/HlqhTc).

Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica?
Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Vaccini: le multinazionali vogliono l’effetto gregge, non l’immunità di gregge

Può essere criminalizzato chi esercita il proprio senso critico e chiede maggiori garanzie, ragionevolezza e libertà di scelta in materia di vaccinazioni? Perchè questa ondata di autoritarismo in così tanti campi della nostra vita? Intanto domenica in migliaia in piazza a Roma.9579-10341

Tutto quello che è fondamentale per la nostra sopravvivenza è in mano alle multinazionali: l’energia, l’alimentazione, la medicina, l’agricoltura, l’acqua. Questi soggetti, descritti benissimo nel famoso film The Corporation, non hanno altro obiettivo che l’aumento delle entrate, che devono ottenere a qualsiasi costo. Hanno a disposizione forze economiche e potere immenso, così grande che ci stanno portando alla catastrofe facendoci pure credere che va tutto bene e non ci dobbiamo preoccupare di nulla. Manipolano la realtà e compiacciono governi, esperti, luminari, professori,  perché trasformi in verità quella realtà manipolata. Non badano a spese perché le poste in gioco sono altissime e loro hanno risorse per comprarsi chiunque e praticamente chiunque accetta di buon grado i loro soldi senza porsi tante domande o farsi grandi scrupoli. Basti pensare ai prezzolati dalle multinazionali dell’energia per fare credere che l’effetto serra non esiste ed è un invenzione degli ambientalisti. In questa situazione di follia fatta a regola d’arte, ci sono persone che avendo intuito che le cose non stanno come ci dice il telegiornale vogliono farsi una loro opinione, vogliono vederci chiaro e non si accontentano della voce del padrone. Quindi iniziano a valutare se ad esempio sia vero che il nucleare è privo di rischi, se gli inceneritori purifichino veramente l’aria, se i pesticidi siano o meno una benedizione, se l’inquinamento sia effettivamente una questione trascurabile, se i cellulari non abbiano nessuna controindicazione, se l’effetto serra sia una bufala, se i vaccini siano innocui.  Queste persone, proprio perché hanno a cuore la loro salute e quella dei loro figli, si fanno domande, ricercano, tentano di capire se le cose stiano effettivamente come ci dice chi ha in mano l’informazione. In fondo agire in questo modo è sintomo di intelligenza e capacità di discernimento, l’esatto contrario dell’effetto gregge che le multinazionali vogliono creare attraverso la manipolazione costante dell’informazione; altro che immunità di gregge!corteocamb_18953088_1641215979245422_7730575074244262713_n

Se queste multinazionali fossero in buona fede e volessero davvero risolvere i problemi come dicono di voler fare quando immettono farmaci sul mercato, dovrebbero agire alla radice. Visto che hanno soldi, strutture e forze a non finire, perché non si adoperano in programmi reali di miglioramento delle condizioni umane ed igieniche che sappiamo perfettamente essere il motivo principale della diminuzione di malattie ed epidemie e invece si preoccupano solo di vendere medicine facendo pure credere che sono i salvatori? Perché non si preoccupano di eliminare l’inquinamento che loro stesse producono o l’effetto serra, elementi ben più pericolosi e assassini delle presunte epidemie di morbillo? Solo di inquinamento in Europa muoiono 467 mila persone di cui 66 mila in Italia;  a quando il vaccino per questa epidemica strage? Per non parlare di tutti quelli che muoiono di cancri vari per il cibo schifezza che ci viene propinato quotidianamente. A quando i vaccini per il cibo schifezza?

La risposta è semplice sul perché le multinazionali non si comportano in maniera assennata: non ci si guadagna a rendere le persone consapevoli, non ci si guadagna a salvare il pianeta, non ci si guadagna a garantire condizione igienicamente ottimali, cibo sano, vita dignitosa e riparo per tutti; e queste multinazionali potrebbero farlo in pochi minuti se volessero, date le loro infinite ricchezze monetarie.

Che la Lorenzin, Ministra della Salute italiana, emetta decreti legge degni del governo Mussolini stupisce relativamente. Ci si stupisce maggiormente delle affermazioni di una persona come Gino Strada di Emergency che dà dei cretini e degli irresponsabili totali a persone che hanno avuto il coraggio di farsi delle domande e non sono rimasti con le mani in mano ad accettare la versione del padrone. Si può essere d’accordo o meno sull’utilità delle vaccinazioni, ma di certo non si può tacciare di irresponsabilità e cretinismo chi vuole vederci chiaro. Ed è follia criminalizzare le migliaia di persone che si pongono dubbi, come le diecimila in corteo a Roma domenica 11 giugno.

Peccato che Gino Strada, in maniera assai superficiale e arrogante, non si soffermi a chiedersi come mai, dunque, lo stesso Stato risarcisca le vittime dei vaccini. Se i vaccini sono innocui e non fanno nulla ma solo del bene, come mai vengono risarcite le vittime?

Quindi, si informi sui rischi che si corrono utilizzando i vaccini; poi le persone che sono dotate di intelligenza e capacità potranno decidere il da farsi senza che questo significhi il terrore, l’olio di ricino, il rischio della patria potestà, calpestare il diritto all’istruzione, le multe con cifre pazzesche e la caccia alle streghe. Del resto in mezza Europa (15 paesi, compresa la sempre tanto decantata e civile Germania), i vaccini non sono obbligatori e non c’è alcuna epidemia; saranno tutti cretini e irresponsabili totali i genitori tedeschi e di mezza Europa che hanno la libertà di scegliere?

E’ chiaro poi che chi deve obbedire a ordini superiori, tende a descrivere chi intralcia i suoi piani come Satana assetato di sangue; eppure quel Satana assetato di sangue è assai moderato e saggio e dice cose del tutto sensate, niente affatto estreme, folli o terroristiche. Semplicemente ogni bravo medico dovrebbe comprendere di avere di fronte persone e non cretini, indicando quindi benefici e rischi. Ecco le posizioni di Dario Miedico, epidemiologo che  è stato radiato dall’Ordine dei medici di Milano, per le quali appunto ha pagato un prezzo altissimo.

“I vaccini vanno consigliati a tutti con l’indicazione però non solo dei benefici, ma anche dei rischi che risultano da una vasta letteratura scientifica. Io sono medico legale, per cui conosco bene i rischi avendo seguito molte cause di danni».  «Non è vero che sono contrario ai vaccini. Ma sono fortemente critico rispetto alla mancata informazione, soprattutto sulle possibili reazioni avverse. Ritenevo che il tempo dei processi alle streghe fosse stato in qualche modo superato».

Ecco, se si ha paura di prese di posizioni così moderate e sensate da radiare addirittura dall’Ordine dei medici chi sta facendo al meglio il suo lavoro, vuol dire che gli interessi in gioco sono enormi e la pelle su cui si gioca è quella dei bambini e degli adulti, trattati come carne da macello in nome del business sempre e comunque. I pilastri della libertà sono la conoscenza e il confronto, non il terrore e la repressione e più questi sono forti e più è evidente che c’è del marcio dietro.

Fonte: ilcambiamento.it

 

I crimini delle multinazionali e le alternative virtuose

Una recente inchiesta denuncia lo sfruttamento dei rifugiati siriani negli stabilimenti tessili turchi di grandi multinazionali. Eppure sono numerosi in Italia e nel mondo gli esempi di valorizzazione del lavoro e della dignità dei migranti che dimostrano che solidarietà e accoglienza sono obiettivi possibili da raggiungere.

Sono sfuggiti agli orrori della guerra e si sono ritrovati vittime di sfruttamento da parte di alcuni grandi marchi occidentali. È questo il destino toccato in sorte ad alcuni minori siriani che si sono rifugiati in Turchia. La denuncia viene da Panorama, una nota trasmissione d’inchiesta della BBC in Gran Bretagna, che ha condotto un’indagine approfondita su firme famose quali Mango, Zara, Asos e Mark & Spencer.nextandhm1

L’inchiesta racconta di come questi giovani siriani che vivevano in strada mendicando, venissero adescati da un intermediario e impiegati negli stabilimenti tessili turchi per creare i capi da abbigliamento da rivendere in Gran Bretagna.

I bambini, reclutati per pochi spicci, sono stati costretti a lavorare in condizioni estreme, maneggiando spesso prodotti chimici nocivi, provati da turni massacranti e ambienti insalubri. Il tutto per una paga oraria di una sterlina l’ora. I marchi coinvolti dall’inchiesta si sono affrettati a dichiararsi inconsapevoli delle vicende denunciate, promettendo controlli più severi e regolarizzazioni del settore. Ma le organizzazioni umanitarie internazionali denunciano da tempo questo tipo di sfruttamento nel mondo tessile. La manodopera a basso costo nei paesi poveri è ormai una realtà consolidata della filiera dei vestiti che arrivano nella maggior parte dei negozi in cui siamo abituati a fare shopping. E non si parla solo dei marchi cosiddetti “low cost” (come Zara, H&M o Mango) ma anche Ralph Lauren, Hugo Boss e Giorgio Armani che hanno spostato la produzione in paesi come il Bangladesh, dove il salario minimo di un operaio è il più basso al mondo dopo la Cina. A dimostrazione di come lo sfruttamento della disperazione e la violazione dei diritti umani siano ormai componenti diffuse del libero mercato.

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Ma sistemi collaudati di valorizzazione del lavoro e della dignità dei migranti piuttosto che di sfruttamento ne abbiamo visti di frequente, dimostrando che solidarietà e accoglienza sono obiettivi possibili da raggiungere. Proprio in Turchia, tappa della rotta balcanica, sono attivi i progetti di accoglienza dell’Associazione “Speranza – Hope for children” che, insieme ad altre realtà italiane e internazionali, operano per il sostegno di famiglie in cui i genitori sono rimasti invalidi a causa della guerra.  E, andando oltre l’emergenza, ci sono posti in Italia in cui la migrazione non è più percepita come un fenomeno problematico ma fa parte della vita quotidiana di tutti. Vi abbiamo già raccontato di come a Riace sia stata realizzata l’ “utopia della normalità”, facendo diventare l’accoglienza dei migranti una risorsa importante per la rinascita e lo sviluppo dell’intera comunità.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/11/crimini-multinazionali-alternative-virtuose/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Vota la peggiore multinazionale del 2015

Trivelle nell’Artico; produzione massiva di sostanze chimiche tossiche; compravendita di voti. Ogni giorno le multinazionali fanno male all’ambiente, alla salute pubblica e alla democrazia. Vota la peggiore del 2015.multinazionali_votalapeggiore

Nel 2014 aveva “vinto” la Bayer, per la produzione massiccia di pesticidi in grado di uccidere le api e per i tentativi di negare sempre ogni responsabilità. Nel 2015 la rosa dei candidati è illuminante. L’iniziativa “Vote in the corporate hall of shame” è promossa da Corporate Accountability International, l’organizzazione americana che da 35 anni porta avanti campagne di sensibilizzazione contro gli abusi delle multinazionali nel mondo. E quest’anno ha scelto, grazie anche alle segnalazioni dei cittadini e consumatori, i candidati che si contenderanno il titolo di peggiore corporation del mondo. Shell. Segnalata per le perforazioni nell’Artico e in altre zone del mondo particolarmente a rischio e sensibili e per le continue pressioni per rallentare gli sforzi diretti a contrastare i cambiamenti climatici. McDonald’s. Segnalata per le discusse politiche alimentari che danneggiano la salute pubblica, per l’utilizzo di ingredienti dall’elevato tenore di pesticidi e altre sostanze non salubri e per il trattamento che riserva ai propri dipendenti. Monsanto. Segnalata per la produzione massiva di pesticidi tossici, per le politiche di impoverimento dei piccoli agricoltori e per le cause intentate a stati, gruppi e individui che tentano di esigere o imporre una regolamentazione sugli ogm. Koch Industries. Segnalata per avere influenzato con milioni di dollari le elezioni americane allo scopo di indebolire la legislazione a tutela dell’ambiente e per la politica di negazione dei cambiamenti climatici.

Nestlè. Per avere prelavato quantità enormi di acqua in California a permessi ormai scaduti, mentre la popolazione stava soffrendo le conseguenze di una delle più grosse siccità che si ricordi.

Chevron. Segnalata per le intimidazioni e le cause intentate contro chiunque sveli gli inquinamenti prodotti nell’Amazzonia ecuadoriana e per i soldi pagati per far eleggere in enti chiave personaggi compiacenti.

Halliburton. Per le manovre messe in atto per continuare a praticare il fracking, provocando inquinamento delle falde e nuovi terremoti.

Nike. Per il sostegno e la pressione esercitata affinché passi il TTIP per poter continuare a sfruttare i lavoratori nei paesi dove ha le produzioni.

Dow Chemical. Segnalata per le pressioni enormi esercitate affinché potessero continuare a essere commercializzati prodotti chimici tossici e per la guerra mossa alle leggi che aspirano a regolamentare gli ogm.

Citigroup. Segnalata per le operazioni finanziarie eccessivamente “disinibite” e poco trasparenti.

I cittadini possono proporre altri candidati ed è bene ricordare che è importante il voto di tutti per far sentire la voce della gente e per dimostrare che le popolazioni non accettano passivamente abusi e soprusi. Dopo avere votato, potete anche agire concretamente. Potete smettere di acquistare tutti i prodotti di una multinazionale, potete informare amici e conoscenti di quanto siete venuti a sapere, potete fare la differenza. E se tutti decidiamo di agire, la differenza sarà enorme. Ricordiamocelo: i piccoli da soli sono piccoli, ma uniti insieme sono la più grande forza che possa esistere.

QUI PUOI VOTARE

Fonti utili per informarsi:

http://www.desertsun.com/story/news/2015/03/05/bottling-water-california-drought/24389417/

http://www.huffingtonpost.com/andrew-kimbrell/dow-chemical-and-monsanto_b_6041802.html

http://www.greenpeace.org/usa/global-warming/climate-deniers/koch-industries

http://www.washingtonpost.com/news/wonkblog/wp/2014/03/20/the-biggest-land-owner-in-canadas-oil-sands-isnt-exxon-mobil-or-conoco-phillips-its-the-koch-brothers/

Fonte: ilcambiamento.it

Perù: il reportage su chi si oppone alle multinazionali

Il progetto di reportage sulla lotta tra il popolo di Cajamarca, nel nord del Perù, e gli interessi economici della multinazionale Yanacocha, si è aggiudicato il finanziamento nell’ambito del bando Dev Reporter Network promosso dal Consorzio delle Ong Piemontesi. Il Cambiamento ha sostenuto gli autori, Simona Carnino e Luciano Gorriti Robles mettendosi a disposizione per la diffusione del lavoro una volta terminato.maxima_peru

Un giornalismo militante, vero, “in loco”, che racconterà “dal basso” la storia di un popolo (e di una donna) che sta lottando per i suoi diritti. A portare avanti il progetto sono Simona Carnino e Luciano Gorriti Robles; lo hanno presentato al Consorzio delle Ong Piemontesi partecipando al bando Dev Reporter Network e hanno vinto. Partiranno a luglio e Il Cambiamento si è impegnato, sostenendoli da subito, a dare ampia e adeguata diffusione al lavoro una volta che sarà terminato. Si intitolerà “Aguas de oro”.

Verranno prodotti un reportage video di 15 minuti e un reportage scritto corredato di fotografie.

La storia è quella di Máxima Acuña Chaupe e della sua resistenza nei confronti di Yanacocha, multinazionale mineraria (51% della Newmont Corporation, 44% Buenaventura-Perù, 5% International Finance Corporation-World Bank) proprietaria della più grande miniera di oro e rame del Sud America. Yanacocha vuole acquistare la terra di Maxima, strategica per il prossimo ampliamento della miniera d’oro di sua proprietà (progetto Conga). La donna si rifiuta. Nel 2011 Yanacocha ha diffuso la notizia che Maxima gli avesse già venduto la terra, accusandola di usurpazione. In seguito a un processo penale, a dicembre 2014 Maxima ha vinto la causa. Yanacocha ha rifiutato la sentenza e ha proceduto al ricorso in Cassazione. La vicenda giuridica è giunta questo punto.

QUI il resoconto di quanto accaduto

Maxima continua a vivere in condizioni di oppressione e intimidazione: sola nel suo campo, minacciata dalle forze della polizia che si sono piazzate davanti a casa sua con un avamposto permanente. «Ci focalizzeremo sul tema della violenza da parte della polizia e dello Stato, sul diritto all’acqua e a un ambiente incontaminato,  landgrabbing e autodeterminazione dei popoli – spiega Simona – Proveremo a parlare del modello di sviluppo promosso dai contadini di Cajamarca, che li accomuna ai valori espressi da altri gruppi umani coinvolti in conflitti ambientali in altre zone geografiche. Lo faremo anche insieme a Hugo Blanco, leader della riforma agraria peruviana, che ho conosciuto ultimamente e ha dimostrato interesse ad apparire nel reportage. Proveremo a parlarne anche con Yanacocha. Prima di tutto per capire qual è il mercato d’oro che stanno alimentando. Dove va quest’oro? E il rame? Cercheremo di far emergere una riflessione su quali devono essere gli obiettivi e i limiti alla base di scelte economiche. In questa fase, stiamo approfondendo il tema anche insieme agli Ingegneri Senza Frontiere del Politecnico di Torino, che stanno collaborando all’analisi degli studi ambientali e alla riflessione sugli obiettivi dello sviluppo. Chi deve essere il destinatario ultimo dell’innovazione tecnica?».

«Io e Maxima ci siamo parlate di recente. Sta bene, ma è provata dalle continue aggressioni da parte della polizia che entra nel suo campo ogni volta che lei si allontana. Il 29 aprile scorso, membri delle forze dell’ordine, approfittando della sua assenza, hanno prelevato il suo allevamento di cuy. Alcune settimane prima le sono state rubate le pecore e qualche giorno dopo i cani della polizia hanno sconfinato nella proprietà della donna, uccidendo tutti i conigli. Maxima non può più vivere di pastorizia, per cui prova a sbarcare il lunario con piccoli lavori di artigianato: cuce coperte, maglioni, ponchos. Ha deciso di rimanere a Tragadero Grande, non tanto per difendere il suo campo, ma per impedire con la sua presenza fisica, l’ampliamento della miniera. Si sveglia alle 5 del mattino, fa colazione, poi lavora un po’ a maglia. In mattinata si dirige verso una delle lagune che il progetto Conga vorrebbe distruggere e si carica di acqua che le servirà per la sua giornata. Maxima vive senza acqua corrente, luce e sistema fognario. Ogni tanto si assenta per andare al mercato di Santa Rosa a vendere i suoi prodotti di artigianato o per impegni a Cajamarca.Ma ritorna il prima possibile. Teme di ritrovarsi la casa distrutta o il campo devastato. Attualmente vive da sola in 25 ettari. Lei e, di fronte, una casupola di poliziotti piazzati in forma permanente ai limiti della sua proprietà.I figli passano a salutarla il fine settimana. La sua avvocatessa, Myrtha Vasquez, sta chiedendo garanzie per la donna e che vengano preservati i suoi diritti umani.Maxima è contenta di partecipare a questo reportage. Dovrei essere a Cajamarca a metà luglio». «Gireremo il reportage tra luglio e agosto di quest’anno – con me ci sarà Luciano Gorriti Robles. Abbiamo studiato entrambi giornalismo, io in Italia e lui in Perù. Io ho lavorato circa cinque anni per Amnesty International e scritto per un giornale locale della Valle di Susa occupandomi di tematiche ambientali. Luciano si è diplomato alla scuola di documentaristica di Barcellona. Ha lavorato per Discovery Channel, Al Jazeera e RT. Ci siamo conosciuti in Perù, dove lui è nato e io ho vissuto quando lavoravo come cooperante internazionale per una Ong italiana. Io sto scrivendo lo script e Luciano sarà incaricato delle riprese, editing e post-produzione.  Speriamo che i nostri sguardi italo-peruviani possano incrociarsi armonicamente. In Italia ci sarà anche Gabriele Lusco, un fotografo professionista e videomaker che ci appoggerà in caso di modifiche tecniche che dovessimo apportare al materiale all’ultimo minuto. Tra Perù e Italia alcuni amici ci stanno fornendo un supporto nella logistica delle riprese e per gli spostamenti». «Sono contenta di avere l’opportunità di tornare in Perù e raccogliere le storie di chi è lasciato ai margini del mondo dell’informazione tradizionale – continua ancora Simona – Allora abbiamo pensato di dar voce alla vita di MaximaAcuña Chaupe e di farla conoscere anche in Europa.Quella di Máxima è una storia originale, ma antica. Ci auguriamo che chi vedrà il reportage possa capire cosa accade al di là del mare, ma anche rendersi conto che gli abusi dei diritti di cui è vittima Maxima sono soliti accadere in ogni conflitto ambientale in Sud America, come in Europa e  magari anche a due passi da casa nostra qui in Italia. La nostra squadra è lieta di aver ricevuto il finanziamento del bando Dev Reporter Grant, perché promuove un giornalismo attento all’approfondimento, alla promozione dei diritti umani e, in un’epoca in cui la notizia vive a migliaia di chilometri da chi la dà effettivamente, pretende che i giornalisti ritornino a calpestare la terra, tocchino i protagonisti e accolgano con sincerità le storie che verranno raccontate. Mi sembra di tornare al vecchio giornalismo, quello dei grandi viaggi e dei grandi incontri. Un po’ ci mancava».

Fonte: ilcambiamento.it

Costruiamo una nuova democrazia alimentare

Oggi le politiche alimentari e agricole sono ostaggio del business internazionale, della globalizzazione, degli interessi delle multinazionali. Un problema dalla gravità ormai evidente che raggiunge il suo apice. L’antidoto? Un cambio di paradigma che parta dal basso, da chi la terra la ama e la lavora, in alleanza con chi gode dei suoi frutti. L’obiettivo? Una nuova democrazia alimentare.democrazia_alimentare

Era il 1993 quando dai contadini del Costa Rica e dello stato indiano del Karnataka nascevano le prime marce di protesta che poi hanno dato vita al movimento internazionale Via Campesina, che oggi conta 164 organizzazioni nazionali e locali e rappresenta circa 200 milioni di contadini nel mondo. Quando era ormai chiaro che sul cibo si sarebbero giocate le strategie del futuro, nasce l’idea della sovranità alimentare come solidarietà e cooperazione contro la competitività di un mercato senza scrupoli. Da allora si è iniziato a combattere contro le pressioni, contro i negoziati commerciali che spingevano i produttori a competere fra loro, che esercitavano sui contadini le pressioni e le coercizioni del mercato mondiale, contro lo strapotere delle multinazionali dell’agroalimentare. Via Campesina ha cominciato ben oltre vent’anni fa a sottolineare la necessità di una nuova sovranità alimentare dove i movimenti sociali si sostituissero ai governi come fonte di legittimazione delle scelte; dove comunità resilienti coltivassero su piccola scala quanto occorre rilocalizzando il sistema alimentare; dove l’arte dell’agricoltura soppiantasse il business dell’agricoltura. Ma gli attivisti sono stati attaccati su più fronti, accusati di voler fare gli interessi dei produttori a danno dei consumatori, ai quali invece le grandi industrie avrebbero assicurato abbondanza di prodotti a basso prezzo. Così è stato, ma mai come oggi si comprendono i limiti e le trappole di un simile approccio. Ci ammaliamo a causa di ciò che mangiamo, il cibo industriale (tanto e a basso costo) ci fa male, non è fatto per noi né per l’ambiente, i cui segnali ormai non sono più ignorabili. «Banane e soia vendute migliaia di chilometri lontano da dove sono state prodotte? Non è l’unico mercato possibile» spiega Olivier De Schutter, docente all’univesità di Louvain e membro della Commissione Onu sui diritti economici e sociali.  «I mercati e i sistemi locali e regionali sono stati strenuamente osteggiati ma oggi gli attivisti della sovranità alimentare sono in grado di evidenziare e provare i rischi cui i paesi vanno incontro quando dipendono dalle importazioni per il cibo e quindi dai prezzi imposti dal mercato globale». E oggi non sono più solo gli attivisti di Via Campesina o di altri movimenti di resistenza contadina a comprendere l’importanza di una sovranità alimentare. Essa è invocata anche dalle autorità che si occupano di politica alimentare che hanno un briciolo di lungimiranza. E il fronte impegnato in questa battaglia ha fatto un salto di qualità. «Ha gettato ponti tra i consumatori nelle città e i contadini- spiega De Schutter – Le persone da consumatori passivi si trasformano in cittadini attivi che esigono di avere il controllo su ciò che mangiano, si rafforzano i legami sociali e dunque la cooperazione. Si privilegia la resilienza al posto dell’efficienza ed è proprio la resilienza che sta alla base della nascita del movimento della Transizione nel 2006, le cosiddette Transition Towns. Le parole chiave sono resilienza, appunto, diversità e ridotta dipendenza. Si tratta di un movimento che afferma come le soluzioni siano da trovare localmente, usando risorse del posto, diversificando le risposte». In Italia, poi, da acuni anni a questa parte si assiste alla crescita di un movimento di resistenza contadina che afferma la propria identità anche all’esterno delle stesse certificazioni del biologico, perchè «i cibi genuino non hanno bisogno di timbri e burocrazia, ma di coerenza e consapevolezza» dicono le realtà che aderiscono a Genuino Clandestino. Non ultimo, la sovranità alimentare è allineata con l’agroecologia, spiega sempre De Schutter, un approccio che punta a ridurre l’uso di fonti esterne fossili, a riciclare il rifiuti e a combinare i differenti elementi della natura nel processo di produzione al fine di massimizzare le sinergie tra di essi. Ma l’agroecologia è anche più di questo: è certamente un modo nuovo di pensare al nostro rapporto con la natura e sta crescendo come movimento sociale. Secondo De Schutter, è la vera rivoluzione verde di cui abbiamo bisogno in questo secolo, ci invita ad abbracciare la complessità della natura e a considerare il contadino come uno scopritore che procede sperimentando e osservando le conseguenze delle combinazioni, individuando ciò che funziona meglio e costruendo su di esso un sapere solido che va condiviso e diffuso. Esattamente il contrario di ciò che fa l’agricoltura “moderna”, che punta a semplificare la natura e a piegarla ai propri bisogni, privatizzandola quando si può. Il legame tra sovranità alimentare, movimento della transizione ed agroecologia è dunque una diagnosi condivisa e una gestione comune dell’ecosistema in cui viviamo. Il sistema alimentare mainstrean, quello attuale e industriale, è basato sulle multinazionali, è energivoro, ci fa ammalare, è ossessionato dai prezzi, sfrutta il terreno e causa danni. E’ dunque il momento per dar corpo e voce all’alternativa che permetta alle persone di “democratizzare” e rilocalizzare la produzione del cibo, in cui si badi meno all’efficienza e più alle esigenze effettive delle persone. Ci sono forti resistenze, è indubbio. Ma si può procedere mattone dopo mattone, passo dopo passo, campo dopo campo.

Fonte: ilcambiamento.it

La Commissione Europea ritira la riforma del mercato delle sementi. Via Campesina: “Riprendiamoci la nostra sovranità alimentare”

La Commissione Europea ha annunciato la sua decisione di ritirare la riforma del mercato sementiero, da più parti invocata affinché potesse essere contenuto lo strapotere delle multinazionali e reso possibile lo scambio dei semi per affrancare i contadini dalla schiavitù delle royalties. Ora si tratta di vedere cosa accadrà. Intanto l’associazione internazionale contadina La Via Campesina lancia i suoi “5 passi” per nutrire veramente il pianeta (altro che Expo 2015!) e rivendica la sovranità alimentare dei popoli.via_campesina

La Commissione Europea ha annunciato al Parlamento europeo la sua decisione di ritirare la riforma della regolamentazione del mercato sementiero, cancellando di fatto le seppur timide aperture cui la Commissione precedente era stata costretta dalle pressioni dei movimenti per la sovranità alimentare e dai gruppi rappresentativi in agricoltura. Quelle aperture lasciavano sperare che finalmente la UE potesse prendere in considerazione norme e interventi a difesa della biodiversità e preservazione dei suoli, a difesa del diritto dei contadini allo scambio delle loro sementi, del diritto delle piccole aziende a commercializzare tutte le biodiversità disponibili senza dover essere costrette a registrarle nei cataloghi istituzionali e a difesa della possibilità di aprire quei cataloghi ai semi non “standardizzati”, sinonimo di maggiore ricchezza nutritiva dei cibi. Nulla di tutto ciò, tutto cancellato, la pressione delle lobby di interesse e delle multinazionali sementiere evidentemente è devastante. Intanto l’associazione internazionale di contadini La Via Campesina rimarca la sua critica al sistema industriale di produzione del cibo, «causa principale dei cambiamenti climatici e responsabile del 50% delle emissioni di gas serra in atmosfera». Eccoli i punti critici principali.

Deforestazione (15-18% delle emissioni). Prima che si cominci a coltivare in maniera intensiva, le ruspe e i bulldozer fanno il loro lavoro abbattendo le piante. Nel mondo, l’agricoltura industriale si sta spingendo nella savana, nelle foreste, nelle zone più vergini divorando una enorme quantità di terreno.

Agricolture e allevamento (11-15%). La maggior parte delle emissioni è conseguenza dell’uso di materie rime industriali, dai fertilizzanti chimici ai combustibili fossili per far funzionare i macchinari, oltre agli eccessi generati dagli allevamenti.

Trasporti (5-6%). L’industria alimentare è una sorta di agenzia di viaggi globale. I cereali per i mangimi animali magari vengono dall’Argentina e vanno ad alimentare i polli in Cile, che poi sono esportati in Cina per essere lavorati per poi andare negli Usa dove sono serviti da McDonald’s. La maggior arte del cibo prodotto a livello industriale percorre migliaia di chilometri prima di arrivare sulle nostre tavole. Il trasporto degli alimenti copre circa un quarto delle emissioni legate ai trasporti e il 5-6% delle emissioni globali.

Lavorazioni e packaging (8-10%). La trasformazione dei cibi in piatti pronti, alimenti confezionati, snack o bevande richiede un’enorme quantità di energia e genera gas serra.

Congelamento e vendita al dettaglio (2-4%). Dovunque arrivi il cibo industriale, là deve essere alimentata la catena del freddo e questo è responsabile del consumo del 15% di energia elettrica nel mondo. Inoltre i refrigeranti chimici sono responsabili di emissioni di gas serra.

Rifiuti (3-4%). L’industria alimentare scarta fino al 50% del cibo che produce durante tutta la catena di lavorazione e trasporto, i rifiuti vengono smaltiti in discariche o inceneritori.

La Via Campesina rivendica la sovranità alimentare dei popoli e indica 5 passi fondamentali per arrivarci. Eccoli.

  1. Prendersi cura della terra.

L’equazione cibo/clima ha radici nella terra. La diffusione delle pratiche agricole industriali nell’ultimo secolo ha portato alla distruzione del 30-75% della materia organica sul suolo arabile e del 50% della materia organica nei pascoli. Ciò è responsabile di circa il 25-40% dell’eccesso di CO2 in atmosfera. Questa CO2 potrebbe essere riportata al suolo ripristinando le pratiche dell’agricoltura su piccola scala, quella portata avanti dai contadini per generazioni. Se fossero messe in pratiche le giuste politiche e le giuste pratiche in tutto il mondo, la materia organica nei suoli potrebbe essere riportata ad un livello pre-industriale già in 50 anni.

  1. Agricoltura naturale, no alla chimica.

L’uso di sostanze chimiche nell’agricoltura industriale è aumentata in maniera esponenziale e continua ad aumentare. I suoli sono stati impoveriti e contaminati, sviluppando resistenza a pesticidi e insetticidi. Eppure ci sono contadini che mantengono le conoscenze di ciò che è giusto fare per evitare la chimica diversificando le colture, integrando coltivazioni e allevamenti animali, inserendo alberi, piante e vegetazione spontanea.

  1. Limitare il trasporto dei cibi e concentrarsi sui cibi freschi e locali.

Da una prospettiva ambientale non ha alcun senso far girare il cibo per il mondo, mentre ne ha solo ai fini del business. Non ha senso disboscare le foreste per coltivare il cibo che poi verrà congelato e venduto nei supermercati all’altro capo del mondo, alimentando un sistema altamente inquinante. Occorre dunque orientare il consumo sui mercati locali e sui cibi freschi, stando lontani dalle carni a buon mercato e dai cibi confezionati.

  1. Restituire la terra ai contadini e fermare le mega-piantagioni.

Negli ultimi 50 anni, 140 milioni di ettari sono stati utilizzati per quattro coltivazioni dominanti ed intensive: soia, olio di palma, olio di colza e zucchero di canna, con elevate emissioni di gas serra. I piccoli contadini oggi sono confinati in meno di un quarto delle terre coltivabili nel mondo eppure continuano a produrre la maggior parte del cibo (l’80% del cibo nei paesi non industrializzati). Perché l’agricoltura su piccola scala è più efficiente ed è la soluzione migliore per il pianeta.

  1. Dimenticate le false soluzioni, concentratevi su ciò che funziona

Ormai si ammette che la questione agricola è centrale per i cambiamenti climatici. Eppure non ci sono politiche che sfidino il modello dominante dell’agricoltura e della distribuzione industriali, anzi: governi e multinazionali spingono per far passare false soluzioni. Per esempio, i grandi rischi legati agli organismi geneticamente modificati, la produzione di “biocarburanti” che sta contribuendo ancor più alla deforestazione e all’impoverimento dei suoli, continuano ad essere utilizzati i combustibili fossili, si continua a devastare le foreste e a cacciare le popolazioni indigene. Tutto ciò va contro la soluzione vera che può essere solo il passaggio da un sistema industriale di produzione del cibo a un sistema nelle mani dei piccoli agricoltori.

Fonte: ilcambiamento.it

Ambiente, salute e sicurezza: con l’ISDS la sovranità degli stati nelle mani delle multinazionali

Con il TTIP arriva il braccio legale dell’ISDS ovvero l’Investor-state dispute settlement, strumento del Diritto pubblico internazionale, che potrebbe causare parecchie grane anche all’Italia. Con il TTIP, l’accordo bilaterale Transatlantic Trade and Investment Partnership tra Usa e Ue(per ora tenuto in gran segreto) viene incluso anche lo strumento del ISDS o Investor-state dispute settlement, Strumento del diritto pubblico internazionale che consente agli investitori di tutelare attraverso un apposito tribunale ad hoc, i loro interessi nei paesi ospitanti. L’ISDS nasce dapprima come utile strumento per raggiungere accordi tra Stati, ma poi viene preso come mezzo di risoluzione delle controversie tra Stato e azienda con l’inconveniente che a gestire le questioni non sono i tribunali pubblici ma tribunali terzi, creati apposta per questo obiettivo. Il che si è trasformato in un sistema per esercitare pressione diretta sulle politiche dei governi in materia di ambiente, salute e sicurezza dei cittadini.SPAIN-EU-US-TRADE-TTIP-DEMO

Insomma, è un potete strumento legale, attualmente molto squilibrato (a favore di chi investe) messo in campo molto spesso per piegare i governi verso decisioni che non intralcino gli investimenti delle aziende che portano il denaro. Il che però porta a conseguenze che minano le regole stesse della democrazia (le decisioni politiche sono imposte dalle lobby e non richieste dai cittadini). Gli accordi con clausola ISDS sono già adottati in Europa e al momento ne sono stati firmati 1400 con un meccanismo attualmente sfuggito di mano.

Uno dei tanti esempi ce lo fornisce EuNews:

Un esempio clamoroso è quello della Philip Morris, che nel 2011 fece causa allo stato australiano, “colpevole” di aver lanciato una delle più innovative politiche contro il fumo. La nuova legge obbligava i produttori di sigarette a vendere esclusivamente confezioni generiche, ossia pacchetti di sigarette standardizzati senza il loro branding: niente marchio di produzione, logo né colori, solo una piccola scritta col nome della marca in un tetro colore marroncino in fondo al pacchetto, sotto alle spaventose foto di tumori alle quali siamo ormai abituati. Philip Morris Asia intentò una causa contro lo stato dell’Australia sostenendo che i requisiti imposti alle confezioni generiche costituivano un’espropriazione dei loro diritti di proprietà intellettuale. Ma non è tutto. Dato che all’epoca non c’era nessun accordo d’investimento tra gli Stati Uniti e l’Australia, gli investitori americani acquisirono il 100% delle quote di Philip Morris Asia tramite la propria società controllata a Hong Kong, per poter sfruttare la protezione legale nell’accordo d’investimento invece già esistente tra Australia e Hong Kong. L’acquisizione fu portata a termine dieci mesi dopo l’annuncio da parte del governo australiano di introdurre le confezioni generiche di sigarette.

Jean Claude Juncker presidente della Commissione europea vorrebbe abolire l’ISDS anche se poi accetta che si discuta in Europa del TTIP. A volere l’abolizione dell’ISDS anche la Germania che lo ha inventato circa 50 anni fa in occasione di un contratto con il Pakistan. Ma dopo aver deciso per la chiusura delle centrali nucleari nel 2011 si è ritrovata con la richiesta da parte diVattenfall società elettrica svedese di una compensazione di 4,7 miliardi di euro per aver cambiato gli accordi sul nucleare. Intanto la questione la segue Frans Timmermans primo vice presidente della Commissione europea, olandese e designato proprio da Juncker per seguire la delicata questione ISDS. L’Olanda è uno dei 14 Stati membri europei ha aver espresso il proprio dissenso contro il sistema negoziale ISDS. Infine, getta acqua sul fuoco il Financial Times che ricorda come, sebbene vi possano essere molte cose da migliorare nell’ISDS, questo resta comunque uno strumento valido e che potrebbe aiutare a portare la Cina all’interno del TTIP, il che per gli Usa rappresenterebbe un vero colpo da maestro. E d’altronde come si suol dire: se non puoi vincere il tuo nemico alleati con lui.

Fonte:  EuNewsFT

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