La Tabacca: due donne si autocostruiscono il futuro tra permacultura e socialità

Vi proponiamo la storia di Giorgia e Francesca, due giovani donne che hanno riabitato una vecchia casa nell’entroterra ligure, ristrutturando l’abitazione e ridando vita al terreno agricolo, passo dopo passo e seguendo i principi della permacultura. La Tabacca è oggi un progetto ambientale e sociale e la dimostrazione di come si possa passare dalla teoria alla pratica rimboccandosi le maniche e avendo chiaro l’obiettivo da raggiungere. Il giorno in cui finalmente intervisto Giorgia Bocca e Francesca Bottero (dopo anni in cui ci ripromettiamo di incontrarci) è davvero fuori dal comune. Arrivo, infatti, con il mio camper a Voltri, nei pressi di Genova, e lì incontro una troupe della Rai, “capitanata” dalla giornalista Elisabetta Mirarchi. Sono venuti ad intervistarmi sul nostro lavoro con Italia che Cambia e contestualmente a seguirmi mentre intervisto Giorgia e Francesca. Lasciamo il mio camper e la macchina della RAI in un vicino parcheggio e saliamo su una piccola auto 4X4 con la quale è venuto a prenderci un volontario che collabora a La Tabacca. La strada per raggiungere la sede del nostro incontro, infatti, è impervia e impossibile da percorrere con mezzi ordinari. In effetti ci inerpichiamo su una stradina tipicamente ligure che ci porta a passare in pochi minuti dal mare a terre interne, premontane, selvatiche. Ed eccoci giunti a casa di Giorgia e Francesca. Dopo aver gustato tutti insieme un pranzo meraviglioso e aver visitato gli orti e la casa che si sono auto-ristrutturate in molti anni e secondo i criteri della bioedilizia, intervistiamo le due ragazze.

I primi passi

Francesca e Giorgia si sono conosciute molti anni fa e hanno lavorato entrambe per l’Associazione Terra! Onlus. Qui hanno incontrarono uno psichiatra di Torino che, inaspettatamente, decise di donar loro la sua casa e il suo terreno a patto che ci realizzassero un progetto sociale. Racconta Francesca: “È stato un percorso travagliato, perché lui non era mai venuto qua, e aveva a sua volta ereditato questo luogo da alcuni zii, ma in breve tempo siamo riuscite a risolvere i problemi di successione. Il primo gennaio 2011 siamo venute qui in perlustrazione per la prima volta. Abbiamo incontrato subito gli alberi che custodiscono questo luogo, che ti accompagnano lungo il sentiero. È spuntata questa casa in mezzo alla natura spoglia, completamente rustica; una casa che aveva l’imprinting della casa contadina di un tempo; sotto c’erano stalle e mangiatoie, cucina con vecchi manufatti, un vecchio forno di mattoni e una vecchia cucina fatta con un rufo. Questo era lo scenario: una casa immersa in un bosco, con un solo pezzo di terra coltivato. Non c’era una strada di accesso e tutta la casa era da ricostruire… ma il sogno era talmente grande che ci siamo messe subito in cammino per poterlo realizzare”. 

Il primo passo fu ricostruire il tetto. Per farlo, tagliarono 12 castagni del loro bosco e con essi costruirono le travi del nuovo tetto. “L’inizio è stato abbastanza turbolento – continua Giorgia – qui non ci conoscevano, eravamo come piantine infestanti che si stavano insediando in un luogo non loro. Abbiamo cercato sin da subito di creare rapporti con le famiglie del borgo, ma all’inizio è stato un po’ difficoltoso: siamo due donne, che volevano vivere di agricoltura in un bosco e che per di più si portavano dietro tutti questi giovani vestiti colorati che sapevano di spezie e curcuma… sembravamo una banda del ’68 e questo ha creato resistenza. Ma piano piano, le persone si sono abituate a vederci, a parlare con noi, i bambini hanno iniziato a curiosare, e oggi in molti ci vogliono bene. La signora Tina, ad esempio, ci prepara le focacce”.

La progettazione in permacultura

La ristrutturazione della casa e la coltivazione della terra sono state realizzate seguendo i principi della permacultura e le logiche della bioedilizia. La progettazione è stata realizzata su tutto: l’uso e riutilizo dei materiali, la luce e il design interno, i mobili antichi, il recupero delle acque di sorgente e la successiva fitodepurazione. Prima hanno sperimentato “nel piccolo” e poi replicato “nel grande”. Per questo ci sono voluti otto anni per ristrutturare l’abitazione e avviare l’azienda agricola. Questa è composta da sette ettari di bosco. Francesca si sta occupando personalmente del miglioramento boschivo così come in passato molti dei lavori di ristrutturazione sono stati eseguiti fisicamente con l’aiuto delle due donne. Qui, infatti, mancava fino a pochi mesi fa una strada di accesso. Giorgia e Francesca, quindi, hanno trasportato con la carriola i materiali dalla strada alla casa, attraversando il bosco, giorno dopo giorno e spesso con l’aiuto di amici e volontari. Lo stesso è avvenuto con bosco e parte agricola: Francesca ha lasciato la sua attività in Terra Onlus per avviare l’azienda agricola e realizzare potature e giardini. Racconta Francesca: “Nelle zone limitrofe a casa abbiamo già avviato un piccolo frutteto recuperando delle vecchie varietà di prugne che erano tipiche di questo luogo. Inoltre stiamo valorizzando piante autoctone, come la Mela Carla, tipica delle zone liguri, e abbiamo inserito altre varietà generose, per la futura autosufficienza delle galline. Coltiviamo anche alcuni grani antichi e facciamo orticultura”.

Le attività ambientali e sociali

Non è tutto. Accanto alle attività agricole, la Tabacca ospita percorsi di educazione ambientale ed è la sede di riferimento de La Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni. Non meno importante, il filone sociale: “Crediamo – continua Giorgia – che nello scambio con le persone ci sia sempre un aumento di possibilità e una maggiore capacità di risolvere i problemi. Inizialmente abbiamo coinvolto la nostra prima rete sociale, costituita dalle persone amiche e da quelle collegate all’Associazione, per poi passare ad innescare processi di partecipazione con il territorio, con le famiglie vicine, facendo comunicazione, creando relazione, facendoci conoscere, coinvolgendo le persone e mettendo a disposizione quello che noi avevamo in competenze e risorse in termini di scambio. Questo ha soddisfatto i bisogni anche di altri. In questo momento storico, infatti, sempre più persone sentono il bisogno di luoghi di accettazione, senza giudizio. Partecipiamo e organizziamo eventi culturali, occasioni di divulgazione, campeggi. L’apporto dell’associazione Terra Onlus è fondamentale in questo processo e cambia completamente il nostro approccio, perché ci permette di fare formazione con obiettivi precisi da raggiungere”.  

Molte delle scelte portate avanti dalle due donne hanno anche un risvolto politico: l’idea, infatti, è quella di andare a influenzare il legislatore locale per rendere più semplici le soluzioni architettoniche e di servizio che loro stanno mettendo in pratica nella loro abitazione in modo che possano poi essere adottate anche da altri.

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Le radici

“Ho memoria delle mie fotografie da bambina – confida Francesca – venivo sempre ritratta mentre scavavo una buca per terra o in mezzo alle vigne o in un campo, e rivedendo quelle foto ho visto il mio desiderio di vivere in campagna, in modo semplice, a contatto con la natura, e forse questo è stato il regalo più bello di questi sette ettari di bosco”.  

“Il nome La Tabacca – continua Giorgia – deriva dal contrabbando del tabacco che – come ci hanno narrato gli anziani del posto – si svolgeva in queste terre. Già allora, una donna teneva le fila della famiglia e curava le piante. Il luogo viveva quindi una gestione molto matriarcale: i bambini venivano qui a giocare e c’era una forte integrazione. Noi ci sentiamo un prolungamento di questa famiglia”. 

Il futuro

“Io sono pronta per La Tabacca 2.0 – esclama Giorgia – a ottobre verremo finalmente a vivere qui e saremo pronte per valorizzare l’esterno soprattutto dal punto di vista dell’economia basata sul turismo culturale. Sogno una multifunzionalità dell’agricoltura legata all’accoglienza e al turismo. Stiamo già collaborando con una azienda agricola vicina, che è sempre di una donna, con cui faremo trasformazione del prodotto e quindi piano piano vorremo espandere il nostro modello nella valle. Vogliamo creare un modello replicabile che sia utile per tutti”. 

Intervista e riprese: Daniel Tarozzi

Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/la-tabacca-due-donne-autocostruiscono-futuro-permacultura-socialita-io-faccio-cosi-255/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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È nata la Rete Nazionale delle Donne in Cammino

A Fa’ la cosa giusta, in occasione della Festa della Donna, è stata lanciata la Rete Nazionale delle Donne in Cammino, un progetto che punta alla valorizzazione delle donne nel settore dei cammini, degli itinerari culturali, della mobilità dolce e del turismo lento.

“Una rete che nasce per promuovere il genio femminile nel mondo dei cammini. Le donne anche in questo campo sono fonte di ispirazione e role model, esempi di resilienza, passione, intraprendenza e determinazione. Sono pioniere nell’approccio verso l’economia verde, il turismo emozionale e nell’unire in modo polifonico nuove armonie anche nella semplice ideazione di un nuovo sentiero e di una camminata”. Con queste parole Ilaria Canali ha descritto la motivazione che sta dietro la nascita della Rete Nazionale delle Donne in Cammino di cui è promotrice e che è stata presentata in occasione della Festa della Donna, l’8 marzo, nella cornice della fiera Fa’ la cosa Giusta, a Milano.

La Rete Nazionale Donne in Cammino è un progetto che punta alla valorizzazione delle donne attraverso la piena espressione della voce, talento, impegno, creatività e sensibilità femminili nel settore dei cammini, degli itinerari culturali, della mobilità dolce e del turismo lento. Per questo la Rete Donne in Cammino si propone di diventare una comunità e un forum per lo scambio, la condivisione e la promozione di buone pratiche, un sostegno concreto per aiutare chi intende mettersi in cammino e infine una alleanza per sostenere la piena partecipazione e rappresentanza delle donne nei contesti decisionali che direttamente o indirettamente si occupano dei cammini: enti, associazioni, federazioni, parchi, case editrici, stampa. La Rete Nazionale Donne in Cammino intende quindi diventare un punto di riferimento e un interlocutore autorevole per il mondo dei camminatori e per tutte le realtà che operano in questo ambito per offrire proposte, indicazioni, formazione e mentorship per una maggiore partecipazione delle donne. È un impegno in linea con l’obiettivo 5 della Agenda Globale per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, nella convinzione che il settore dei cammini sia strategico per un cambio degli stili di vita a beneficio di una maggiore sostenibilità. L’incontro di Milano, organizzato da Ilaria Canali e Cristina Menghini, ha offerto un confronto ricco di spunti grazie alle testimonianze di numerose camminatrici e attiviste del mondo delle politiche ambientali che a diverso titolo, da diversi punti di vista e grazie a vari percorsi professionali si occupano di cammini, mobilità dolce, ambiente ed ecologia. Sono intervenute Daniela Bianchi, Francesca Pucci, Sara Zanni, Samantha Cesaretti, Rebecca Spitzmiller, Ilaria Canali, Cristina Menghini, Gaia Ferrara, Sarah Marder. Ha moderato l’incontro Alberto Pugnetti di Radio Francigena. La Rete Donne in Cammino sarà un “vivaio di positività” e di coraggio, ha detto Sara Zanni, ricercatrice in archeologia e Guida ambientale escursionistica, specializzata nello studio della viabilità antica. Le ha fatto eco Cristina Menghini, Guida ambientale escursionistica, specializzata in itinerari culturali italiani e promoter di cammini con più di 30 mila km di strada sotto i piedi. “Il cammino è un modo per ritrovare la fiducia negli esseri umani. Il cammino fa scoprire che esiste un mondo dove c’è molta solidarietà”, ha detto Cristina, sottolineando come questo approccio possa funzionare anche da prevenzione e antidoto contro la violenza. Daniela Bianchi, Portavoce di Comunità Solidali, già Consigliera Regionale del Lazio e proponente la Legge Regionale istitutiva della Rete dei Cammini del Lazio, nel suo intervento ha sottolineato che il paesaggio è una infrastruttura che esiste se viene fruita da chi lo vive, dai camminatori. In questo quadro la Rete delle Donne in Cammino può rappresentare una trama che connette i territori, le infrastrutture di accoglienza e i servizi che consentono agli itinerari culturali di essere percorsi.

Una rete che tesse insieme accoglienza e solidarietà dunque, come nel caso del progetto presentato da Francesca Pucci, “In Cammino per Camerino”, realizzato per aiutare le zone colpite dal sisma del 2016, tre giorni di cammino nell’alto maceratese per promuovere il territorio e aiutare la microeconomia locale. La comunità delle donne in cammino può aiutare concretamente le camminatrici nei loro percorsi con un sostegno a distanza, come è accaduto a Samantha Cesaretti che si occupa di accoglienza pellegrina sulla via Francigena e che ha raccontato come sia stato fondamentale, nella sua esperienza di cammino, non sentirsi mai sola, ma sempre connessa e sostenuta grazie al contatto con altre camminatrici. I cammini sono un modo di imparare sul campo cosa vuol dire pace, tutela del creato, delle aree interne, silenzio, riflessione e luoghi dell’anima, ha sottolineato Gaia Ferrara che si occupa di progetti di formazione di progettisti della mobilità lenta e che si augura che la Rete possa anche essere un modo per camminare insieme, uomini e donne, in una nuova cultura di genere. L’incontro di Milano è stato arricchito dagli interventi di Rebecca Spitzmiller, fondatrice Retake premiata dal Presidente della Repubblica con l’onorificenza “Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana” e di Sarah Marder, organizzatrice di Climate Strike Milano e fra i primi attivisti di Fridays For Future Italy. Due esempi di attivismo ambientale che indicano la via da seguire e che grazie alla creazione di una rete sono riuscite a concretizzare dei progetti di grande impatto sociale.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/03/la-rete-nazionale-delle-donne-in-cammino/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Filomena Pucci: la passione delle donne è un’impresa (av)vincente – Meme #11

Seguendo la propria passione e “mettendo le gambe” ai propri sogni le donne possono trovare la realizzazione, rivoluzionare con successo il settore dell’imprenditoria e contribuire a cambiare in meglio il mondo in cui viviamo. Lo dimostrano le “Appassionate” imprenditrici femminili protagoniste del racconto di Filomena Pucci che con il suo progetto e la propria esperienza personale testimonia che “Quello che ti piace fare è ciò che sai fare meglio”.

Incontro Filomena in una calda mattina di fine luglio a Roma, dove torna di tanto in tanto dopo essersi trasferita in Francia per amore (“finalmente quello giusto!”, ammette). Le brillano gli occhi, è piena di energia ed impaziente di mostrarmi il suo nuovo libro intitolato Quello che ti piace fare è ciò che sai fare meglio, un manuale per esaltare i propri talenti ed un viaggio a caccia delle passioni che ci animano e attraverso le quali possiamo imparare ad eccellere. “Questa frase è il titolo del mio secondo libro ma è, prima ancora, il post-it da cui tutto è cominciato”.filomena-pucci

Seduta su una panchina con le gambe incrociate, Filomena inizia così a raccontarmi di come, partendo dalla ricerca della sua vera passione, ha trasformato la sua vita e creato “Appassionate”, un libro ed un progetto nato con l’intento di diffondere storie esemplari di donne che si sono inventate un lavoro e hanno creato imprese di successo. Qualche esempio? L’imprenditrice sarda Daniela Ducato che partendo dal recupero degli scarti ha creato un’azienda entrata nella top ten delle eccellenze tecnologiche mondiali. O ancora Luciana Delle Donne, ex manager nel settore bancario, che ha deciso di cambiare completamente vita e ha creato in Puglia la cooperativa sociale Made in Carcere che offre lavoro in tutta Italia a donne detenute per reati minori. Ogni donna può esaltare i propri talenti, far fiorire (e fruttare) la propria passione e fare ogni giorno ciò che la rende veramente felice. È questo il messaggio che Filomena Pucci vuole trasmettere attraverso il suo esempio, i suoi libri, un sito editoriale ed una serie di workshop e conferenze che oggi porta in Italia e all’estero.

“La mia è stata una trasformazione faticosa, solitaria e ossessiva”, ricorda Filomena. “Per prima cosa mi sono chiesta: ma come hanno fatto le altre a trasformare la loro passione in un’impresa? Come fanno le altre, quelle che riescono ad essere felici con il proprio lavoro? Da lì è nata l’idea di andarle a cercare per chiederglielo e per farmi ispirare. Inoltre, non mi riconoscevo nell’immagine che i giornali ci restituiscono ogni giorno della nostra società: i cervelli in fuga, la precarietà, l’abbassamento delle ambizioni. Non mi ritrovavo in questa generalizzazione della vita e la rifiutavo. Mi sono quindi detta: ci deve essere anche tanta altra gente che non è raccontata. Conoscevo Italia che Cambia ed ero già consapevole di una serie di nuove possibilità. Ho così deciso di andare a incontrare le donne che a mio avviso meritavano di essere raccontate. Volevo delle ispirazioni potenti per smuovermi da quello stato di difficoltà in cui mi trovavo. Desideravo degli incoraggiamenti forti per cambiare la mia vita e allo stesso tempo ricercavo delle storie importanti da raccontare. Perché io racconto storie, scrivo storie e amo le storie. È questo che mi piace e che so fare. Ed è ciò che ho deciso di mettere al centro del mio progetto di lavoro e di vita”. È così che Filomena ha incontrato dieci imprenditrici italiane eccellenti, ma non “figlie di”, divenute le protagoniste del libro “Appassionate” e le ispiratrici di tutto il più ampio progetto messo in piedi inizialmente grazie ad una campagna di crowdfunding (perché “è fondamentale mettere le gambe ai sogni”, ripete).filomena-pucci-1

“Le ‘Appassionate’ sono le donne che partendo da un’intuizione, idea o passione personale sono riuscite non solo ad intercettare un bisogno collettivo ma anche a farlo diventare un mestiere, un prodotto, un servizio, un’impresa”.

Come fare però quando non si sa qual è la propria passione? Da dove partire per trovarla o ritrovarla? “È nella specificità di chi siamo e chi siamo stati che si disegna l’unicità della nostra impresa. Dobbiamo quindi partire dal riconoscimento delle nostre caratteristiche perché la cosa che ci piace fare c’è già, da sempre, dentro noi stessi. È quella cosa che spesso gli amici ci suggeriscono di fare perché ci riesce bene. Iniziamo così dunque: chiediamo ai nostri amici di elencarci le nostre caratteristiche. Facciamo poi noi stessi delle liste di ciò che ci piace o vogliamo fare e poi affiniamole, scolpiamole: è un modo per immaginare la vita che vogliamo. Immaginare è fondamentale, ma è importante farlo in una maniera non completamente illusoria. È importante avere una visione”.

“Dopo aver intercettato ciò che ci piace è importante avere pazienza e cura”, continua Filomena facendo riferimento alle lezioni che compongono il libro Quello che ti piace fare è ciò che sai fare meglio. “Piantare un bulbo è un esercizio utile per imparare a prendersi cura della nostra idea e osservarla attivamente. Poi è importante tirare fuori il coraggio e accettare la fatica, perché il percorso per far fiorire la nostra passione è spesso faticoso. Ma è così che si può dar vita ad un’impresa, economica e di vita”.

Fare ciò che ci piace richiede fatica sì, ma non solo è possibile, è anche la migliore scelta da compiere per essere pienamente se stessi e vivere bene”.

 

Intervista: Alessandra Profilio
Riprese: Elisa Elia
Montaggio: Elisa Elia e Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/09/filomena-pucci-passione-donne-impresa-avvincente-meme-11/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Erica Vecchione, convinta che… non è detto che sia giusto solo perché tutti fanno così

Erica Vecchione è una di quelle solide voci “controcorrente” che ci fa riflettere. Ex casalinga, blogger, ha trovato la sua strada; e non tra i “signorsì” di un ufficio o tra i forzati del cartellino. La sua strada se l’è proprio costruita con le sue mani. E qui, su Il Cambiamento, si racconta.9825-10611

Si è fatta (e si fa) molte domande; alcune risposte le ha trovate, per altre è ancora alla ricerca. Ma di sicuro non sono risposte standardizzate e banali, come tante di quelle che siamo abituati a sentire. Erica Vecchione, ex casalinga, blogger (vitadacasalinga.com), con tre figli e un marito, ha deciso che la scrittura era la sua strada e oggi vive in Liguria. Organizza soggiorni-studio in Italia per ragazzi americani e “si è trovata”. Come? Dove? Ce lo racconta lei stessa. Partendo da un punto fondamentale e irrinunciabile: è una di quelle persone che si ostinano a voler pensare con la propria testa.iqixbu6

Erica, lei invita al boicottaggio e a smettere di comprare giornali o prodotti lesivi della dignità delle donne. Cosa intende nel concreto, quali prodotti e giornali sono lesivi della dignità delle donne?

Se dovessimo andare a fondo, nel concreto, di cosa è lesivo della dignità delle donne, in primis, non dovremmo comprare nessun capo di abbigliamento. Le pubblicità che coinvolgono le grandi firme, ma anche le catene tipo Zara, utilizzano, nella migliore delle ipotesi, immagini di donne che rappresentano un corpo inarrivabile, emaciato, un pessimo esempio per le adolescenti. Nella peggiore delle ipotesi, invece, lanciano messaggi lesivi; ad esempio, in una vecchia pubblicità di D&G era fotografata una donna a terra, bloccata da un uomo che si ergeva sopra di lei, mentre intorno ai due un gruppo di uomini in piedi osservava la scena. Se poi ci addentriamo nel mondo dell’intimo e guardiamo le pose delle modelle… Insomma, per farla breve, fashion ma anche pubblicità e televisione in generale usano tutti un ideale di donna standardizzata e sessualizzata.

Lei considera le multinazionali come “Impero del male” e critica duramente anche quelle alimentari, con tutto il seguito di prodotti confezionati. Afferma senza mezzi termini: “Abbiamo il potere di annientarli semplicemente smettendo di comprare i loro prodotti. Se non vogliamo farlo per l’ambiente, facciamolo almeno per la salute dei nostri figli”. Non le sembra una posizione utopistica e irrealizzabile considerato l’enorme potere economico, pubblicitario e persuasivo che ha l’Impero del male? Perché una posizione tanto critica? C’è chi, come ad esempio gli imprenditori e i sindacati, le contesterebbero che l’Impero del male fornisce lavoro a tante persone.

Tutti i grandi cambiamenti sociali del passato sono stati giudicati avventati o irrealizzabili da una certa intellighenzia industriale o politica, che si voleva garantire un conveniente status quo. Ogni gesto consapevole, nato da una mente critica, può essere un suggerimento a qualcun altro. Si può tendere verso un’ispirazione morale collettiva, volta al benessere della collettività. Il punto di partenza non è eliminare le multinazionali, ma forzarle a ridare dignità ai lavoratori, all’ambiente, agli animali e produrre prodotti di qualità, siano essi alimentari o capi di abbigliamento.

In un suo post intitolato “Il popolo dei lamentoni”, parla della sfortuna, di cui molti si lamentano, come una percezione soggettiva piuttosto che una fatto reale. Vuole forse dire che gli italiani si lamentano un po’ troppo. E se sì, perché accade secondo lei?

Sicuramente la percezione che, dopo un fatto spiacevole o sfortunato, tutto debba andare male è un approccio che ritrovo in molte persone. È una sorta di vittimismo nel quale crogiolarsi per ottenere l’altrui compassione o i favori delle istituzioni. In America ho visto persone indossare magliette con la scritta “cancer survivor” ad indicare che erano riuscite a debellare la malattia, o almeno a tamponare l’emergenza. C’è un senso di rivalsa che non vedo tanto negli italiani. Vero è che gli italiani hanno una creatività che consente loro di restare a galla, cosa che gli americani si sognano.

Lei è molto scettica riguardo al cosiddetto posto fisso e critica fortemente gli italiani che non fanno granché e aspettano che lavoro od opportunità cadano dal cielo. Qual è la sua esperienza lavorativa e perché ha questa opinione?

A sedici anni ho cominciato a fare lavoretti estivi. Dai diciannove in poi ho sempre lavorato cambiando spesso settore. A ventitré anni avevo un contratto a tempo indeterminato (anni dopo, l’azienda è fallita provando quanto giusta fosse la mia intuizione di andare per conto mio), ma decisi di licenziarmi e partii per Dublino. Rientrata in Italia presi la specializzazione per insegnare italiano come seconda lingua, oggi ho una piccola agenzia viaggi e faccio la guida turistica. Sarà il mio lavoro per sempre? Non credo! Ci sono persone che hanno bisogno delle certezze che un posto sicuro offre, mentre altre, come me, devono continuamente mettersi alla prova e sentire lo stimolo del cambiamento. Chi ha un’indole più propositiva e dinamica riesce, nelle situazioni di difficoltà (come la perdita del lavoro, l’ingresso in mobilità, ecc.), a reagire più prontamente di chi ha sempre creduto che i privilegi lavorativi fossero un suo diritto imprescindibile.

Lei si scaglia duramente contro chi cerca successo in televisione in programmi di livello infimo e grande audience; cita Maria De Filippi, X Factor, ecc. Scrive testualmente: “Giovani baldracche diventano milionarie, rampanti tettone scalano carriere politiche, tonti pesci trota vestono panni da consigliere regionale, paparazzi pregiudicati determinano l’audience, insomma: ciarlatani, furbetti, affabulatori, ignoranti, puttane accorrete numerosi che in Italia si premia la merda!”. Non pensa di essere accusata di snobismo o elitarismo dato che quelle trasmissioni e quei personaggi sono i preferiti dai più? In fondo, dalla De Filippi c’è andato anche Roberto Saviano, scrittore di caratura internazionale.

Saviano è andato dalla De Filippi come Roberto Saviano, non da sconosciuto; è andato con il suo percorso intellettuale e professionale e con un messaggio da diffondere. Se essere snob vuol dire sdegnare il niente televisivo dei reality e talent show, allora sì, sono snob. Ma sarebbe più giusto dire che non amo il concetto – nato e proliferato nel ventennio Berlusconiano (e che ha evidentemente attecchito in un tessuto sociale fertile) – di arrivare al successo senza studio, senza competenza e soprattutto senza un duro lavoro alle spalle. E comunque, la notorietà di questi personaggi una volta usciti dal programma, è stata duratura più o meno quanto i quindici minuti di Andy Warhol.

Non ha la televisione; perché questa scelta “estrema” ed elitaria ? I suoi figli non si sentono emarginati da compagni di scuola o amici che ce l’hanno?

Più che elitaria, la ritengo di autopreservazione mentale. Senza televisione ho più tempo per me e ho il controllo sui contenuti che i miei figli guardano. Pubblicità, notiziari e film sono spesso pieni di riferimenti inappropriati per bambini piccoli. I miei figli sanno già di essere diversi, non fosse altro perché hanno un padre straniero e vivono in un paese piccolo nel quale nessuno di noi è nato. I ragazzi giovani poi non guardano più la televisione, semmai sono i cellulari che bisognerà saper gestire. In ogni caso, guardiamo tutti i programmi che ci interessano sul computer.

Lei sembra essere una delle poche persone che danno ancora importanza alla coerenza, rinunciando magari a privilegi e visibilità. Ha rifiutato di andare in tv e ha scritto: «In un mondo dove la gente fa a pugni –usando anche qui un eufemismo – per andare in televisione, probabilmente la mia decisione è un po’ controcorrente, ma la coerenza è importante. È importante fare ciò che si dice, e non usare la parola solo per fare spettacolo. In tanti mi hanno detto “Ma vai, questo è un treno che poi non passa più” e altre frasi perentorie sul genere. I latini dicevano che l’uomo è fabbro del proprio destino; è vero che i treni passano ma non tutti i treni vanno alla tua destinazione, bisogna saper salire sopra il treno giusto e non sul primo che arriva. Perciò, grazie. Ma il treno per Roma non ferma in questa stazione».  

Sì, non mi sono mai pentita della mia scelta di non andare in televisione. La credibilità non è subalterna all’incoerenza. Io devo essere fedele ai miei principi, foss’anche per me stessa. In questo sento che non posso tradirmi. La televisione è un mezzo menzognero che ti pone in un livello privilegiato rispetto al pubblico, ma che può metterti in una posizione estremamente manipolabile. Quando mi invitarono in televisione volevano di me una certa immagine, avevano bisogno di un personaggio che fosse adattabile al taglio di quella puntata. E io non posso e non voglio ridurre il mio pensiero a una macchietta televisiva.

Attraverso la televisione avrebbe avuto più visibilità, magari arrivare ad avere lei stessa una sua trasmissione, pubblicare libri… Inoltre, molti dicono che la televisione è solo un mezzo e come tutti i mezzi può essere usato bene o male; lei lo avrebbe usato bene, per veicolare le sue importanti riflessioni e farle ascoltare a un pubblico vastissimo. Perché ha rinunciato a tutto questo?

Quello che lei afferma sarebbe comunque tutto da verificare. Per me la cosa fondamentale è raggiungere la gente attraverso le mie idee e le mie parole. Ritengo ugualmente importante il viver bene, io sono una bulimica della vita e sento di non voler sprecare energia e tempo in battaglie inutili. Per i libri da pubblicare… ci sto lavorando.

Ancora in merito alla televisione un’altra sua interessante riflessione: “Vien quasi da dire che la gente non sia più capace di stare sola coi propri pensieri ergo, vada indottrinata e intrattenuta 24 ore su 24. O forse la gente, pur lamentandosi di continuo del poco tempo a disposizione, in realtà teme di restare sola col proprio tempo, scoprendo di non sapere che farsene; magari in una casa troppo silenziosa o ritrovandosi a quattrocchi con un compagno col quale non si condivide più nulla”. La situazione è davvero così triste?

Più che triste, anche se solo pochi anni dopo rispetto a questo scritto, direi che è cambiata. Sostituirei il termine ‘televisione’ con ‘smartphones’. Sì, secondo me è davvero così desolante. Si guardi intorno: cosa fa la gente quando passeggia per strada, cena al ristorante o siede in attesa dal medico?

Secondo lei ormai tutti rincorrono l’apparire. Perché questa corsa alla visibilità a tutti i costi, al successo narcisistico effimero? È possibile invertire la rotta o per sopravvivere socialmente e lavorativamente bisogna per forza fare video o interagire sui social?

Viviamo nell’epoca dell’immagine, del codice visivo. Se un amico torna dalle vacanze non racconta cosa ha visto, ma ti mostra le foto. Se va al ristorante non ti spiega il sapore del piatto che ha assaggiato, ma ti mostra l’immagine sul telefono. Invertire la rotta, senza forzature, mi sembra impossibile ad oggi. L’unica soluzione è il pensiero critico e capire cos’è veramente che ci fa dire di essere felici.

Lei afferma che la televisione (o “il virtuale” in genere) fa dimenticare la vita vera che c’è intorno a noi e che offre spunti infinitamente più interessanti.  Parla di mancanza di comunicazione in una realtà di iperconnessi ed è molto critica sull’uso dei cellulari. Sulla tecnologia scrive: “Dicono che la tecnologia ha reso la vita più facile, ma siamo sicuri che l’iper semplificazione – del linguaggio, delle conversazioni, delle relazioni – ci abbia reso più felici? Fateci caso. La gente per strada cammina, è protesa in avanti, fissa il cellulare. Nulla li distoglie dal piccolo schermo saldo tra le mani. La vita scorre intorno ma non se ne curano. Qualcosa più importante imbriglia l’attenzione. Che cosa, non si sa. Domani non se ne ricorderanno nemmeno più». Infine in merito a Facebook lei sostiene che non si batte per creare un mondo migliore ma per creare una azienda più ricca. L’hanno mai accusata di “eresia”?

Più che eretica mi si può eventualmente tacciare di essere antiquata. Io non ho uno smartphone ma un vecchio Nokia (del quale tutti i miei clienti ridono, tra l’incredulo e lo schifato). Rispondo sempre che sono talmente indietro da essere avanti. Il mio essere vintage nasce dal fatto che a me piace ancora guardare la gente negli occhi, leggerne le emozioni e scoprirne il pensiero inespresso. Amo le persone e l’essere umano in tutte le sue sfaccettature, anche quelle più odiose, perché così tutto è infinitamente più interessante di una vita o una relazione vissuta attraverso uno schermo. Nessuno è perfetto e questo forse, sociologicamente parlando, potrebbe essere il mio limite. Me ne farò una ragione. Per quanto riguarda Facebook, direi che le ultime vicende di Cambridge Analitica e l’utilizzo dei dati personali hanno già detto tutto sulla traiettoria di Zuckerberg.

La sua posizione sui cellulari determina un isolamento da parte sua e dei suoi figli? Amici e parenti la credono pazza? C’è chi l’accusa di voler tornare al Medioevo? Cosa risponde a chi dice che attraverso i social possiamo veicolare informazioni in maniera fantastica, mobilitare milioni di persone con un click e creare socialità e legami prima impensabili? E soprattutto che avere il mondo a portata di mano con un cellulare è una delle più grandi invenzioni della storia dell’umanità?

I miei figli sono ancora piccoli, la più grande ha dieci anni e sa – perché in casa parliamo di tutto – che il cellulare le verrà comprato quando sarà ritenuta idonea e forte abbastanza da gestirne la socialità e tutti gli annessi e connessi. Mio marito, come me, ha un telefono vecchissimo sul quale tutti, amici e famigliari, non mancano di sfotterci. Ma così come avviene con lo sfottò calcistico, ci si fa una risata e si aspetta il turno di qualcun altro. In casa abbiamo due computer, siamo abbonati ad Internazionale e al Fatto Quotidiano, non credo di essere carente di informazione. Casa mia sanno tutti dove si trova e prima o poi, da vicino o da lontano, vecchi e nuovi amici finiscono per farci un salto, sia per un bicchiere di vino che per una notte arrangiata spartanamente. Preferisco condividere una chiacchierata piuttosto che una foto su Instagram o un commento di pochi caratteri su Facebook.  Anch’io ho il mondo a portata di mano, solo che lo consulto quando decido io.

Spesso i genitori temono che i propri figli si sentano diversi se si discostano dalle scelte della massa, dalle pratiche convenzionali di consumo e azione. Lei dà una risposta eccezionale a questo terrore “Quasi tutti vogliono che il proprio figlio non si senta diverso dagli altri. E se anche lo fosse? I diversi diventano poi musicisti, scrittori, artisti; il resto – quelli che aspirano ad essere uguali agli altri – finisce in ufficio”. Così lei mette in discussione l’intera impalcatura di un sistema che si basa proprio sugli uguali che fanno andare avanti la baracca. Che tipo di società verrebbe fuori se tutti volessero essere autonomi e pensanti?

Cercare l’omologazione sociale e culturale mi ricorda il folle sogno di Hitler, la creazione di una razza identica e suprematista. La differenza è ciò che nutre e stimola pone il dubbio sulle nostre certezze più incrollabili. Se fossimo tutti autonomi e pensanti saremmo una specie più evoluta di quello che siamo ora, ma i poteri occulti faranno sempre di tutto affinché questo non avvenga.

Mette in dubbio che digitalizzazione voglia dire istruzione, educazione e informazione? L’alternativa?

Non lo dico io, ma psicoterapeuti, pedagoghi, addetti ai lavori e studenti. Leggere e studiare su un tablet o su uno smartphone è macchinoso e il livello di concentrazione dura meno. Non dico di no tout court alle nuove tecnologie in classe, ma non sono neanche per la sostituzione del vecchio libro di testo e la carta in generale. Attingere da entrambe le fonti è utile anche se mi fa ridere quando sento alcuni insegnanti o genitori decantare le lodi dello smartphone in classe quando in realtà sono i ragazzi i primi a dire che alla fine lo usano per altre attività, per nulla legate allo studio. La scuola è importante, così come lo è garantire un salario adeguato e costanti corsi di aggiornamento agli insegnanti, ma lo è anche la famiglia e il contesto culturale in cui si cresce. Poi, ovviamente, il valore aggiunto di ognuno farà la differenza. La curiosità personale, la ricerca di una prospettiva più ampia, la voglia di esplorare e relativizzare, aggiungeranno a quello specifico studente un titolo in più che non si può insegnare a scuola.

Lei scrive: “Dovremmo imparare da quella natura che cerca la luce indomita e tenace; cadere e rialzarci, rialzarci e cadere, fino ad appropriarci di quel che ci spetta, trovando l’energia perduta dietro ad ansie e timori altrui”. Qual è la sua relazione con la natura e quale importanza ha nella sua vita?

Vivo in un piccolo centro in Liguria, la natura mi circonda ovunque. Gli olivi e la vigna, gli agrumi e i solchi dei campi, le civette e i gabbiani. Quando sono stanca della valle, corro giù verso il mare. La natura mi ha insegnato che quando la mente corre troppo veloce, è il momento di accucciarsi e guardarsi i piedi. Questa natura non ha scelto me, sono io che l’ho cercata, lasciando tutto alle spalle, rinunciando ancora una volta a quella bambagia in cui avrei potuto crogiolarmi.

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

 

Dress for success: donne che aiutano le donne a trovare lavoro

Aiutare le donne a realizzarsi nella vita e nel lavoro. Questo l’obiettivo dell’associazione internazionale Dress for Success che da anni e in molti Paesi del mondo promuove l’indipendenza economica e l’uguaglianza di genere offrendo una rete di supporto, programmi di crescita personale e professionale nonché l’abbigliamento gratuito da indossare durante la prima settimana lavorativa. È una delle sue tante figlie – centocinquanta – sparse per il mondo ed è la prima a nascere in Italia, più precisamente a Roma. Dress for success, che prende il suo nome dall’omonima ONG americana, ha sede negli uffici del MoVI Lazio (Movimento Volontariato Italiano) e ha poco più di sei mesi di vita.

“Sono venuta a conoscenza di Dress for Success grazie ad un’amica che si è trasferita a New York e che ha iniziato a fare volontariato presso l’associazione americana”, racconta Francesca Jones, fondatrice della filiale romana. “Quando ho scoperto che non c’era una realtà simile in Italia, ho deciso di scrivere alla casa madre e di aprire una filiale qui a Roma”.

Un’associazione di donne che aiutano altre donne (in difficoltà) e che ha deciso di ‘vestire’ il loro successo in ambito lavorativo. Come? Supportandole in tutte le fasi della carriera, dalla ricerca del lavoro fino al supporto anche quando il lavoro lo hanno trovato. Passando, però, attraverso un impegno singolare, che mette l’abito per il colloquio al centro di questo sistema: “Abbiamo solo i primi dieci secondi per fare una bella impressione”, ci racconta ancora Francesca “e sì, l’abito fa il monaco”. È per questo che Dress for success regala, alle donne che segue, abito e accessori per presentarsi al colloquio di lavoro, approfondendo questo momento anche per esaltare le capacità della candidata: come presentarsi al meglio? Quale la gestualità migliore, cosa proporre, come presentarsi al futuro datore di lavoro?

Le fasi in cui ogni donna viene seguita sono tre: dal suiting (scelta di abito, accessori, scarpe), al career center (che è il momento della ricerca del lavoro) al professional women group (che è l’ultima fase che segue la donna anche durante il periodo lavorativo). Ma non sono slegate fra loro e ogni passo ha un unico senso: costruire la fiducia delle donne in se stesse. Una fiducia che hanno perso o che forse non hanno mai avuto, così come il lavoro.dress-for-success-roma

La prima assemblea di Dress for success Rome

Le donne che si rivolgono a Dress for success, infatti, possono essere precarie di cinquant’anni che faticano a stare al passo coi tempi della tecnologia e che non riescono a trovare un impiego per via dell’età, ma anche giovani donne, straniere e italiane, che non riescono a trovare lavoro e che cercano una via diversa dal semplice assistenzialismo. “Miriamo a costruire la fiducia in se stesse per intero, grazie ad una rete di supporto. In America utilizzano il concetto di sisterhood e noi questo intendiamo fare: essere una famiglia”.

“Quello che veramente sentiamo è che in questo periodo storico le donne si sentono sole”, spiega Rosalba Saltarelli, vicepresidente di Dress for success Rome. “Non è solo la mancanza di lavoro, la crisi o la perdita di lavoro, ma proprio la solitudine che emerge dalle parole di queste donne che cercano il nostro supporto”. Quello che emerge da Clodiana, giovane donna che ha già iniziato un percorso con l’associazione, è proprio questo: “Quando sei solo è tutto più difficile, non credi più in te stessa, ma qui non mi sento sola. Ora mi sento pronta a tutto”. E dopo una pausa aggiunge: “E appena troverò un lavoro, farò la volontaria, perché sostenere ed essere sostenuti è bellissimo”.dress-for-success

L’associazione è nata a Manhattan nel 1996 dall’idea di una studentessa universitaria, Nancy Lubin che, guardandosi intorno, si è resa conto di un bisogno cruciale: il raggiungimento dell’indipendenza economica da parte delle donne. Così con l’eredità del bisnonno ha aperto il suo primo magazzino di abiti usati ma in ottimo stato (donati da privati e aziende) e li ha messi a disposizione delle donne con meno possibilità economiche e alla ricerca di un nuovo impiego. Mettendosi in contatto con altre associazioni ed enti, Nancy ha quindi dato vita ad un sistema di supporto per fare formazione alle donne interessate, incrementare la fiducia in loro stesse e trovare nuovi sbocchi.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/io-faccio-cosi-207-dress-for-success-rome-donne-che-aiutano-donne-lavoro/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Made in Carcere: una rivoluzione solidale nel mondo della moda

 

Luciana delle Donne, ex manager nel settore bancario, ha deciso di cambiare completamente vita e ha creato in Puglia la cooperativa sociale Made in Carcere che offre lavoro in tutta Italia a donne detenute per reati minori. Una seconda vita per le persone e… i tessuti: Made in Carcere realizza infatti i propri gadget, accessori e borse utilizzando materiali di scarto che altrimenti andrebbero perduti.   “Il bello si può costruire in ogni luogo”. Sono queste le parole di Luciana Delle Donne quando spiega la motivazione che l’ha spinta a cambiare vita e a fondare Made in Carcere, un progetto che nelle prigioni di Lecce e Trani insegna alle donne detenute il mestiere tessile, riciclando tessuti provenienti dalle eccedenze delle aziende che sostengono questa iniziativa. Borse, cravatte e braccialetti, ce n’è per tutti i gusti e non resta che scegliere.

L’avventura di Luciana con “Made in Carcere” inizia nel 2008, dopo 20 anni passati a lavorare nel mondo della finanza nel campo dell’innovazione tecnologica. Ad un certo punto si era manifestata in lei l’esigenza sempre più forte di cambiare e dare un taglio netto. Luciana racconta che da quell’esperienza non riceveva più stimoli, i soldi e la possibilità di avere successo erano un film già visto: aveva bisogno di una “sfida impossibile” e l’ha trovata nell’innovazione sociale, nel tentativo di dare una seconda possibilità alle donne ai margini della società.11

“Le persone che hanno commesso un reato non sono il reato – sottolinea Luciana – ed è fondamentale restituire dignità a chi vive in questi luoghi”. E dati alla mano conviene: secondo le statistiche l’80% delle persone che lavorano in carcere non tornano a delinquere perché dietro le sbarre trovano una via per il riscatto e non solo rabbia e repressione. Una seconda vita per le persone dunque, ma anche per i tessuti: con “Made in Carcere” lo scarto diventa una ricchezza e si trasforma in oggetti bellissimi, grazie al lavoro delle donne e delle aziende che le sostengono. Citando Ann Leonard, Luciana ricorda infatti che “consumiamo e generiamo rifiuti come se avessimo tre pianeti a disposizione, invece ne abbiamo uno solo”.8

Quando le chiedono se si è mai pentita della sua scelta Luciana ammette che si guarda ogni giorno allo specchio constatando quanto sia faticoso, ma il suo progetto sta crescendo e non tornerebbe mai indietro. Anzi pensa al futuro e a come ampliare il raggio di azione: presto, una produzione di biscotti senza zucchero nelle carceri minorili.

 

Intervista: Daniel Tarozzi e Paolo Cignini
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/02/io-faccio-cosi-156-made-in-carcere-rivoluzione-mondo-moda/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Una nuova economia? Il segreto è nelle donne

Un’economia del Dono che sia un’economia di pace e abbondanza per tutti, in contrasto con un’economia dello scambio che fa del saccheggio la base per un’economia per pochi. Il femminile e il materno come pilastro di una nuova società, che sfugga al patriarcalismo dominante. Dialogo con Genevieve Vaughan, alla ricerca di un nuovo modo di vedere e interpretare l’economia.

Per cambiare la società, dobbiamo pensare in modo diverso. Quando si tratta di ripensare il nostro sistema economico, come stiamo vedendo in questi anni, tutto diventa più difficile, confuso, disordinato: da molto tempo, nel Mondo, i segnali di un profondo malcontento rispetto al funzionamento dei nostri schemi economici attuali si sta manifestando in molteplici modi, che spesso purtroppo sfociano nella rabbia, nella rassegnazione, nell’insofferenza fine a se stessa. E se, per cambiare la società, dovessimo riscoprirne i valori delle origini? Se nella cure della madre verso il proprio bimbo si annidi un modo diverso di vedere l’economia? Questo e altro sono le radici dell’Economia del Dono, che nella differenza tra scambio (patriarcale) e dono (matriarcale) pone la base della sua radicale critica nei confronti dell’economia di mercato.

Base fondante della tesi dell’Economia del Dono è che l’economia capitalista, per come la conosciamo oggi, basa la sua stessa logica sullo scambio, dove un bene è dato per ricevere il suo quantitativo equivalente, un bisogno è soddisfatto affinché soddisfi il proprio bisogno. Lo scambio di mercato non è naturale, non è reale e nemmeno necessario, ma semplicemente alimenta il nostro Ego, crea posizioni innaturali di conflitto che alimentano l’isolamento, la competizione, la guerra e il dominio. Questa logica patriarcale, basata sulla socializzazione maschile, va in conflitto con quella femminile, matriarcale, viaggia su un binario opposto rispetto alla madre che nutre. È per questo che l’economia del dono vuole portare al centro dello scambio economico il valore d’uso degli oggetti e delle azioni: “sono delle azioni che noi mettiamo già in pratica, solo che non ce ne rendiamo conto minimamente, rimangono inconsce” ci spiega Genevieve Vaughan, ricercatrice e femminista statunitense stabilitasi da anni a Roma e teorica dell’economia del dono. “Penso che al di sotto dell’economia di mercato e del capitalismo esista un altro tipo di economia, un’economia materna in cui tutti noi nasciamo ma che viene sfruttata dal mercato; tutti i doni a nostra disposizione, compresi quelli fornitici dalla Madre Terra, vengono risucchiati dal mercato e messi a disposizione di pochi. È una logica predatoria e patriarcale, tipica della nostra economia che ci sta portando alla catastrofe”.freswota-another-perfect-day-11

Il senso dell’Economia del Dono

Già con la creazione del denaro, si è andato configurando un modello di economia basato sul patriarcato. Il modello di scambio che ne è nato ha negato quello del dono già in vita presso alcune società precapitalistiche, come ad esempio quelle native americane: l’unico spazio che il mercato non ha risucchiato è stato quello della pratica materna, nel dono che una mamma da consapevolmente al proprio bambino, che nasce dipendente dalle cure materne e che le riceve senza che la madre pretenda nulla in cambio. Questo è l’esempio base per provare a capire dove si annidino le basi culturali dell’Economia del Dono: “Le logiche dello scambio e del donare costituiscono due paradigmi o visioni del mondo che competono e si complementano: la pratica materna e tutti i tipi di lavoro donati gratuitamente sono resi difficili o addirittura sacrificati dalla scarsità che è necessaria al funzionamento del mercato.” scrive Genevieve Vaughan nei suoi 36 passi verso l’economia del dono “ La scarsità viene creata artificialmente dall’appropriazione dei doni di molti da parte di pochi, dei doni dei paesi poveri a quelli ricchi, dei doni della natura, del passato e del futuro ai pochi per il loro profitto nel presente. I valori materni sono visti come non realistici e svalutati dai misogini. Essi sono visti come cause della sofferenza, mentre denunciare le sofferenze e la mancata soddisfazione delle necessità da parte delle donne è vista come vittimismo. Al contrario, sono la scarsità necessaria (funzionale) al mercato e la svalutazione del paradigma del dono che causano la sofferenza delle donne (e dei bambini e degli uomini).”  Il dare per ricevere (compreso il baratto) diventa così una logica altra rispetto al donare per soddisfare un bisogno: per cambiare il paradigma, diventa importante da adulti creare un’economia del dono unilaterale allargata e generalizzarla a tutti. Una sfida enorme, ma che noi inconsciamente pratichiamo già.popolo-degli-elfi

Alcuni esempi di Economia del dono, il dono del cambiamento sociale

“Prendiamo l’esempio delle persone che si uniscono e danno vita ad un ecovillaggio. Lo fanno spesso con poca disponibilità economica, senza baratto, senza scambio. Così come molti altri progetti legati al cambiamento sociale nascono con questa logica” ci spiega la Vaughan “spesso non ce ne rendiamo conto ma stiamo mettendo in pratica l’economia del dono, le creazioni di queste persone sono dei doni che vengono dati alla società, migliorano la vita di alcuni di noi, di coloro che vi si approcceranno, senza pretendere nulla in cambio!”.

Altro esempio tipico alla base del rapporto predatorio dello scambio sul dono, e che ci aiuta a capire meglio il senso profondo del dono stesso, è il plusvalore: questo rappresenterebbe un dono che potrebbe andare verso la società, ma il profitto (che fa parte della logica dello scambio) lo ha soppiantato e inglobato. È la logica dello scambio che sovrasta e ingloba un possibile dono per la società, un rapporto unilaterale che inevitabilmente risucchia e distrugge, senza seminare. Una “guerra” generalizzata contro la pratica del dono, ma che è inconscia e per questo non riusciamo più a riconoscerla. Nella stessa logica rientra, come ulteriore esempio, il lavoro casalingo: se fosse calcolato in termini monetari, darebbe un valore aggiunto enorme al Pil delle varie nazioni. È un esempio di economia del dono che viene già messo in pratica come strada di economia alternativa: non vale affatto come esempio assoluto valido per tutte e tutti (non dobbiamo fare solo le casalinghe per praticare l’economia del dono) ma ci aiuta a vedere la ricchezza nascosta insita del dono. “Recenti sviluppi, come ad esempio il brevettare forme di vita e geni, mostrano come il capitalismo patriarcale assuma il controllo e trasformi i doni in prodotti. Le forze della globalizzazione sfruttano sempre più doni a livello internazionale, dal Sud al Nord.”

È il dono della natura, che contiene un’enormità di doni che vengono sottratti ai molti per rimanere nella disponibilità di pochi. L’alternativa è proprio saper vedere l’economia del dono per quella che è: materna, femminile e naturale. “Il mercato galleggia su un’infinità di doni, lo stesso profitto è una parte di dono che il mercato si prende” conclude Genevieve Vaughan “credo da americana trapiantata in Italia che l’Italia su queste tematiche sia molto all’avanguardia e pronta. C’è una coscienza legata alla condivisione e indirizzata al dono molto forte qua. Non la vedete, così come sembra invisibile l’Economia del Dono.”

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/11/io-faccio-cosi-142-nuova-economia-segreto-donne/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

Il video di due giovani donne in canoa che sta facendo innamorare la rete

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Quando pensi che in rete non vedrai più nulla che ti sorprenderà, ecco che il folletto di internet si ribella e ti stupisce con qualcosa di totalmente inaspettato.

http://vimeo.com/31158841

Il video di due filmaker irlandesi, Sophie e Liberty, sta giustamente diventando un fenomeno virale.
Non rubiamo spazio alle immagini. Il miracolo della Natura, o se volete solo della fisica degli stormi di uccelli, è totale.

 

Fonte: tuttogreen.it

“Fate qualcosa”, appello delle Donne in Movimento della Val di Susa

“Conosciamo direttamente sulla nostra pelle la violenza, per questo la rifiutiamo, per questo deve fermarsi lo stupro della nostra valle, e deve finire l’autoritarismo militare su un intero territorio”. Preoccupate per l’accanimento di media e magistratura nei confronti dei No Tav, le Donne in Movimento della Val di Susa lanciano un appello.no_tav_donne

La rete di persone che in questi lunghissimi anni è stata tessuta in Italia e anche all’estero si fa viva con telefonate, e-mail, sms per chiedere che si faccia qualcosa (con urgenza), che ci si materializzi per cercare di arginare la valanga di fango che scientificamente orchestrata tenta di sommergerci. (Fate qualcosa). Ma come, ancora? Pensavamo di aver fatto e detto/di tutto. Cos’altro ci dobbiamo ancora inventare? Strano come questa domanda rappresenti bene il quotidiano femminile (domanda storica). Sempre pronte ad interrogarci a inizio come a fine giornata: Ho dimenticato qualcosa? È tutto a posto? Ho fatto tutto? (come sempre e sempre di più delegate a coprire le mancanze dello stato sociale). Questa volta in ballo c’è la difesa di un grande movimento popolare, di più, c’è una storia di oltre vent’anni dove ogni giorno è stato vissuto con intensità. Migliaia di persone quotidianamente hanno contribuito a renderla concreta mettendoci la faccia, portando idee, rendendosi disponibili, finanziandola. Una lotta, un’esperienza di territorio che molti non esitano a definire unica e che è partita e ha messo le sue basi non su un preconcetto ideologico ma studiando i progetti, i flussi di merci, l’impatto ambientale, i costi, verificando sul campo i dati in possesso. Negli anni è cresciuta anche la consapevolezza di avere fra le mani, di veder crescere qualche cosa che va oltre la semplice opposizione ad una grande opera inutile e devastante. Un modello di presa di coscienza collettiva che difficilmente può retrocedere, anzi, si allarga assumendo in sé tutti i temi più attuali: dal lavoro, ai servizi, alla sanità ecc. Partecipando e interrogandosi sempre. Come ora. Ci si interroga sui fatti accaduti, sul significato che tutto questo assume, è un clima pesante, opprimente e sentiamo soprattutto ingiusto. È tale la violenza del linguaggio usato, la sproporzione dei racconti sui fatti realmente accaduti che vengono a mancare le parole per spiegare ai nostri figli increduli (e smarriti). Vediamo e sentiamo raccontare da giornali e Tv una storia che non ci appartiene. Non siamo un problema di ordine pubblico, siamo una risorsa per questo Paese, siamo una risorsa perché in tutti questi anni il movimento è diventato una comunità critica, consapevole, che sa scegliere. È questo che fa paura? Rivendichiamo il diritto alla partecipazione e alla gestione della cosa pubblica nel rispetto del bene comune e della volontà della popolazione. Fate qualcosa, ci chiedono da tutte le parti. Possiamo per esempio fare due conti (siamo abituate a far quadrare bilanci), e dunque siamo consapevoli dello spreco enorme di denaro pubblico sia per l’opera e sia per la badanza armata all’opera. È evidente che le dichiarazioni dei ministri che si dicono pronti a sborsare laute ricompense facciano venire l’acquolina in bocca a molti: imprenditori avvezzi a trafficare con fatture false, giri strani, fallimenti e nuove società a scatole cinesi. A chi ha sperato di guadagnare dalle olimpiadi costruendo mega hotel (che neppure in riviera potrebbero trovare clientele tali da soddisfare centinaia di posti letto), ed ora non ha gli occhi per piangere fa tanto comodo buttare la croce addosso ai notav e invocare lo stato di crisi sperando nelle compensazioni. Chiediamo alle donne (e però non solo alle donne), di prendere parola su quello che sta succedendo. Conosciamo direttamente sulla nostra pelle la violenza, per questo la rifiutiamo, per questo deve fermarsi lo stupro della nostra valle, e deve finire l’autoritarismo militare su un intero territorio. Fate qualcosa. Ci verrebbe da ribaltare la domanda e dire noi a voi: fate qualcosa. Aiutateci ad impedire lo stato di polizia permanente in cui ci vogliono far vivere. Fate qualcosa per denunciare questa campagna di stampa (che non si pone domande, non fa distinzioni, non esamina fatti e cose decisamente incongruenti che pure sono sotto gli occhi di tutti). Fate qualcosa perché la storia di un movimento popolare come il nostro non venga liquidata manu militari fra le carte di una procura. Stiamo resistendo perché vogliamo andare avanti, vogliamo vivere in pace nella nostra valle, vogliamo raccogliere i frutti di oltre vent’anni di crescita collettiva su tutte le questioni a noi care: il futuro delle prossime generazioni, le risorse del nostro territorio, intervenendo per risparmiarlo, risanarlo, non per rapinarlo; mettendo a disposizione le nostre capacità come alternativa al consumo dissennato e per un uso responsabile e consapevole delle risorse. Vogliamo riappropriarci del nostro tempo per partecipare alla gestione e alla cura della nostra comunità. Liberarci dal Tav.

Fonte: il cambiamento

Come fare lo yogurt in casa in modo naturale

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Leggero, ideale per uno spuntino sano, poco calorico, amico delle donne e anche dei bambini. ma è lo yogurt, una presenza fissa nel nostro carrello della spesa. Però cominciano in molti a chiedersi: e se lo facessi io? Dopotutto non ci vuole molto: solo un po’ di tempo a disposizione. Bontà e risparmio sono garantiti! Intanto vi serve un litro di latte UHT o fresco intero e delle bustine di fermenti liofilizzati. In alternativa, basta comprare 4 vasetti di yogurt naturale bianco. La prima cosa da fare è scaldare il latte in una pentola: la sua temperatura, però, deve essere compresa tra i trentotto e i quarantasei gradi. Se il latte è UHT ci si ferma a 40° che è la temperatura di fermentazione. Se il latte è fresco pastorizzato o crudo allora prima si fa bollire e poi raffreddarlo fino a 42°. La precisione è importante perché il caldo fà partire la fermentazione ma se eccessivo “uccide” completamente i batteri. Quindi è meglio usare un termometro da cucina (ricordate che quello che non avete in casa, ce l’ha sicuramente la super- organizzata vicina, perciò bussate senza paura). Dopodichè unite al latte i fermenti o il contenuto dei vasetti di yogurt. Amalgamate senza fare grumi. A questo punto, dovete mantenere la temperatura tra i 38° e i 45° per lasciare fermentare il composto. A seconda del grado di cremosità che si vuole raggiungere e del tipo di latte impiegato, si devono far passare dalle 6 alle 12 ore. Per questo ideale è usare un thermos capiente. Altri metodi per tenerlo leggermente caldo sono: tenere in forno appena tiepido (attenzione a non superare i quaranta gradi) per tutta la notte.  Dopo la fase di fermentazione, setacciate il composto con un colino per togliere i grumi del coagulo. Potete dividere in vasetti e mettere in frigo: con questo passaggio fermerete la fermentazione. E, soprattutto, avrete pronto al il vostro yogurt artigianale.

GUARDA IL VIDEO: spiega come fare lo yogurt in poche rapide mosse. Prova anche tu!

Fonte-. tuttogreen