Tre amiche aprono un bar portineria a Milano. Ed è subito casa

Il ritiro di pacchi è il servizio più richiesto, ma anche il banco alimentare è stato apprezzato da subito. Dall’idea di tre giovani amiche è nato nel centro di Milano il bar “Portineria 14” pensato per rispondere alle varie esigenze quotidiane degli abitanti della zona e ricostruire il tessuto sociale del quartiere. Quante volte ci è sembrato di essere soli ad affrontare i piccoli problemi quotidiani della giungla metropolitana? Il ritiro di un pacco, la necessità di affidare un duplicato del mazzo di chiavi, l’esigenza improvvisa di un idraulico o un elettricista. Con l’intento di rispondere – in maniera completamente gratuita – alle esigenze di ogni giorno, è nato il bar Portineria 14. Fondato nel 2016 da Francesca, Federica e Manuela, si trova a Milano in zona Ticinese, Via Troilo per l’esattezza, ed è un vero e proprio punto di riferimento nel quartiere.20031551_1524037020950358_8796505259937785235_n

“Siamo tutti connessi, tutti iper-tecnologici – spiega Francesca, una delle tre fondatrici – ma siamo diventati indifferenti e non ci occupiamo più di chi ci sta intorno”. Il bar-portineria nasce quindi con l’idea di ricostruire il tessuto sociale del quartiere, per entrare in relazione con le persone e ritrovare fiducia nel prossimo. “Se una persona entra nel nostro bar per chiedere un favore, anche se non ha a che fare con il nostro decalogo – precisa Francesca – al 99% quel favore gli sarà fatto”.

Il servizio più richiesto? Senza dubbio il ritiro di pacchi. Tutti ormai fanno ordini su internet e la reperibilità può essere un problema. Ma in Via Troilo la porta è sempre aperta, e il ritiro può avvenire fino a tarda sera. Da due settimane poi è stato avviato anche un banco alimentare che ogni giovedì dalle 11 alle 19 regala pacchi di spesa a chi ne fa richiesta. Non serve dimostrare di averne bisogno, è tutto fondato sulla fiducia reciproca. Possono venire i diretti interessati o chi pensa di conoscere qualcuno che potrebbe usufruirne.14095863_1198357583518305_3887483987412679387_n

Le fondatrici di Portineria 14

L’iniziativa è stata accolta con grande entusiasmo e nelle prime due giornate sono già state distribuite 27 spese, il primo giovedì, e 39 il secondo. Tutta la rete  di “Portineria 14”, fondatrici del bar comprese, contribuisce in maniera volontaria alla raccolta di cibo per il banco: chi porta un pacco di pasta, chi una scatola di riso, chi un cartone di latte. Per il quartiere quello che fanno le tre donne di “Portineria 14” è qualcosa di eccezionale, ma per Francesca è la normalità. “In una grande città come Milano quello che facciamo può sembrare straordinario, ma non dovrebbe essere così. Quello che facciamo mi sembra normale e penso che dovrebbe esserlo per tutti”.

Il bar è quello che Francesca considera il lavoro vero e proprio, i servizi offerti sono un’attenzione nei confronti del prossimo. La scelta dei prodotti cerca di offrire la massima qualità mantenendo il giusto prezzo, senza rincarare i costi.14642140_1235588039795259_2505070069421771423_n

Trovare un posto come “Portineria 14” è difficile, esistono luoghi simili – neanche troppo lontani dal bar di Francesca, Federica e Manuela – ma i servizi che offrono sono a pagamento. Altri invece si sono ispirati a questo bel progetto mantenendo intatto lo spirito di gratuità, come è stato nel caso del bar “La Cupola” a Varese, i cui proprietari hanno deciso di diventare portinai del quartiere.

“Sogno di veder nascere una rete di locali ispirati a questo progetto”, confida Francesca. E in effetti un primo passo è già stato fatto.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/03/tre-amiche-aprono-bar-portineria-milano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Cascina Cuccagna e la rinascita della socialità a Milano

Un laboratorio attivo di socialità urbana e buone pratiche, un punto di riferimento di uso quotidiano a Milano, un vero e proprio avamposto agricolo in centro città, in grado di far rivivere la relazione vitale tra città e campagna. Tutto questo è oggi la Cascina Cuccagna, settecentesca cascina urbana recuperata grazie ad un progetto di rigenerazione dal basso.

Nel cuore di Milano, nascosta tra i palazzi di Corso Lodi, alle spalle di Porta Romana, si trova dal 1695 una delle più attive tre cascine milanesi: la Cascina Cuccagna. La cascina è stata riaperta al pubblico nel 2012, a seguito di un attento restauro conservativo, realizzato e interamente finanziato da un gruppo di associazioni e cooperative sociali. Il progetto per questa cascina è nato grazie all’interesse dimostrato, a partire dal 1998 (quest’anno compie 20 anni!), da parte di un gruppo di cittadini e associazioni che hanno fondato la Cooperativa Cuccagna.

Questo luogo è stato recuperato e viene oggi utilizzato in armonia con la sua destinazione originaria; gli spazi sono gestiti in modo da creare opportunità di lavoro attraverso una rete di competenze, energie, risorse e imprese che danno luogo ad uno spazio di scambio, condivisione e svago accessibile a tutti. Oggi è un amatissimo punto d’incontro, uno spazio aperto alla cittadinanza dove prendono vita attività e progetti legati alla valorizzazione di stili di vita sostenibili, all’alimentazione, a produzioni e consumi consapevoli, al riuso e al riciclo. Cascina Cuccagna invita alla riscoperta di saperi legati alla cultura e al territorio anche con progetti di coesione e integrazione. Negli spazi della cascina l’ACCC (Associazione Consorzio Cantiere Cuccagna) promuove direttamente iniziative e progetti, anche su proposta di cittadini, volontari o associazioni. Nella cascina collaborano molte realtà che gestiscono gli spazi e le numerosissime attività che si svolgono al suo interno.cascina-cuccagna1

Gli abitanti della cascina:

Ass. Culturale Aprile: questa associazione è tra i soci fondatori di ACCC, essa progetta spazi pubblici, promuove e realizza eventi di aggregazione e sviluppa campagne di comunicazione. Ha creato per la Cuccagna diversi progetti ed eventi e condivide con enti pubblici e privati le competenze e le risorse acquisite.

Un posto a Milano: cucina, bar e foresteria. Molto più che una semplice trattoria. Le ricette sono pensate sulla base dei migliori prodotti stagionali del territorio. I principali ingredienti di ogni piatto hanno il riferimento alla provenienza; sul sito, c’è anche la simpatica indicazione del tempo che occorre, a piedi, per raggiungere i diversi produttori. La Foresteria inoltre ha a disposizione 12 posti letto.

La Fioreria: una bottega di fiori di stagione, piante biologiche e fiori poco comuni, provenienti da vivai e produttori virtuosi. Un luogo in cui riempirsi gli occhi di bellezza, il naso di profumi e la testa di ispirazioni.  La Fioreria Cuccagna è un luogo di condivisione e di scambio dove seguire un corso o workshop, ascoltare una presentazione, guardare foto o quadri in mostra temporaneamente.18673202251_afff539bf0_b

Viaggi nella natura: presso questa agenzia, nata dal progetto di Four Seasons – Natura e Cultura, è possibile trovare proposte di viaggi e trekking, creare un viaggio su misura, ricevere suggerimenti per escursioni, consultare e acquistare libri dedicati ai viaggi e alla natura. I libri in vendita sono, per la maggior parte, pubblicati dalla casa editrice Terre di Mezzo, questa promuove il turismo lento alla scoperta delle regioni italiane e non solo.

Ciclofficina: uno spazio di valorizzazione pratica della bicicletta e alla sua manutenzione. L’autoriparazione è concepita come parte di un più ampio progetto culturale che ha l’ambizione di entrare nel quotidiano delle persone e renderle protagoniste del cambiamento. Infatti i laboratori di auto-riparazione assistita sono gratuiti. Alla ciclofficina Cuccagna, nata con la riapertura della cascina, è possibile far aggiustare le proprie bici o comprarne di usate.

Falegnameria: è uno spazio dedicato all’autoproduzione, alla riparazione e al riuso di oggetti in legno, qui vengono creati e sistemati gli arredi per ACCC.

EStà – Associazione  Economia  & Sostenibilità: è un centro di ricerca e formazione che organizza conferenze, seminari e molto altro, per informare, studiare e progettare modelli di sviluppo territoriale, distretti di economia circolare e progetti di innovazione sociale.

Cascina Cuccagna inoltre è attenta ai bisogni della città e dei cittadini: nel 2016 è stato avviato un progetto accoglienza e integrazione, “Cuccagna Solidale”, rivolto a donne migranti,  anche con bambini, appena giunte in Italia da Somalia ed Eritrea. Il progetto poi si è ampliato con “DOLM – Donne Oltre le mura”, per donne sottoposte a provvedimenti dell’autorità giudiziaria o a fine pena, ristrette negli Istituti Penitenziari di Bollate e San Vittore o in carico all’UEPE.  7948813436_88b1286835_b

Alla Cascina Cuccagna inoltre un gruppo di professionisti offre, a chi ne ha bisogno, un servizio di primo orientamento gratuito in ambiti vari: legale, fiscale, di ascolto (relazioni familiari), condominiale, ecc… Qui è possibile affittare gli spazi per gli eventi pubblici e privati e seguire una vasta gamma di corsi: di teatro, fotografia, cucina e nutrimento, yoga, tango, apicoltura, sartoria, giardinaggio e grazie al Carrousel Cuccagna, di handmade (gli oggetti fatti dagli artigiani si possono comprare). Imperdibile poi è l’appuntamento del martedì pomeriggio: il mercato agricolo, in queste ore settimanali è possibile fare la spesa di prodotti locali direttamente dal contadino! Cascina Cuccagna è un vero e proprio avamposto agricolo in centro città, capace di far rivivere, negli stili di vita e nelle pratiche quotidiane, la relazione vitale tra città e campagna.

Intervista: Alessandra Profilio e Paolo Cignini

Riprese e Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/io-faccio-cosi-195-cascina-cuccagna-rinascita-socialita-milano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Tlon, la libreria teatro che contamina il quartiere

Libreria teatro, casa editrice, agenzia di eventi e scuola di filosofia. Tutto questo è Tlon uno spazio nato a Roma qualche mese fa per favorire al suo interno l’incontro tra varie discipline e, soprattutto, quello tra gli abitanti del quartiere e della capitale. Arrivo trafelato alla fermata del tram vicino Ostiense. Andrea Colamedici – filosofo, scrittore, autore, docente di corsi e soprattutto editore di Tlon  – mi viene a prendere con la sua auto e dopo pochi minuti sono seduto accanto al nostro Paolo Cignini per realizzare questa nuova intervista. Lo spazio intorno a noi è molto accogliente. Tanti libri (ovviamente), ma anche un piccolo palco rialzato (un teatro! Verremo a sapere poco dopo) e poi riviste di settore, persone che lavorano, sedie di vario tipo.

Colamedici ci introduce al luogo in cui siamo: “Fin dalla sua nascita – ottobre 2016 – questo spazio vuole ibridare il teatro con la libreria, con l’obiettivo di mettere insieme una anima libresca e letteraria con la ricerca non solo di intrattenimento ma anche di conoscenza e approfondimento dello spazio scenico. Ecco perché abbiamo allestito questo spazio che desse possibilità di bivaccare, leggere o godersi lo spettacolo; vogliamo offrire una sorta di incontro tra varie arti e discipline, consapevoli che non si può immaginare la teoria senza la pratica e la pratica senza teoria”.

Chiedo a Colamedici quanto sia difficile aprire una libreria in un’epoca in cui molte chiudono e le persone acquistano sempre più i libri per via telematica. “Quello che manca a molte librerie è la capacità di smuovere la vita sociale del quartiere in cui è collocata. Una libreria indipendente muore quando vuole scimmiottare una libreria di catena mentre riesce a vivere e crescere quando entra in relazione con il territorio. Molte persone sono alla ricerca di luoghi di aggregazione. Noi cerchiamo di essere percepiti come uno di questi”.20161005_210804.jpg

Un motivo in più per non limitarsi alla vendita di libri, scegliendo invece di diventare un centro di incontro transgenerazionale: “Qui vengono tutti, dai bambini agli anziani che possono raccontare la loro esperienza agli altri, in un quartiere dove i rapporti umani sono sempre meno sviluppati. Questa idea sta funzionando, anche economicamente: non diventi ricco con una libreria, questo è chiaro, ma ce la facciamo, la struttura si autofinanzia, paga gli stipendi e mette in circolazione la fame di conoscenza che per noi è fondamentale”.

Una sfida notevole che ai miei occhi pare ancora più ardita considerando i libri offerti da Tlon: prevalentemente testi di filosofia, psicologia, spiritualità, con qualche spazio all’eco-sociale e ai nuovi stili di vita. Oltre ad esporre i propri libri (Tlon è anche casa editrice), qui vengono esposti anche volumi di altri editori: “esponiamo molto le altre case editrici, senza ‘affitto’. Non si può far pagare le piccole case editrici altrimenti muoiono. Quindi troviamo metodi alternativi di editoria, come il ‘lettore editore’, o i libri ‘da un centesimo in su’. Noi proponiamo i libri che normalmente le catene ignorano.IMG_20170713_1245515071.jpg

Che con la cultura non si mangi è un fatto falsissimo – continua Colamedici – con la cultura si mangia, anche con quella di alta qualità, ma bisogna investire sulla narrazione di quello che si fa. Noi, ad esempio, abbiamo eliminato la presentazione di libri, sostituendola con la narrazione del libro. Se decidi di approfondire un tema a partire da un libro puoi entrare in relazione reale con il pubblico. Stai costruendo un serpente editoriale e di eventi, fatto di tanti libri e tanti temi che vanno a comporre un simbolico grande libro”.

Anche la casa editrice sta andando bene. Non ha bisogno di finanziamenti esterni. “Abbiamo deciso di indirizzarci ad un pubblico interessato alla spiritualità attraverso libri di un certo spessore, ricostruendo un catalogo che non fosse consolatorio ma provocatorio. Avevamo la sensazione che ci fosse una grande necessità di questo genere di testi e i risultati ci hanno dato ragione. Poi ci occupiamo anche di altri temi. Uno dei nostri titoli di punta, ad esempio, è ‘L’asilo nel bosco’. Per noi è fondamentale pubblicare titoli di questo genere. Il rischio che corriamo, infatti, è quello di passare per una casa editrice di teoria filosofica; invece siamo una casa editrice di pratica filosofica”.monologhi

Gli chiedo quale sia la proposta teatrale che ospitano e propongono. “Cerchiamo di dare spazio alle compagnie teatrali nuove che non creino una narrazione autoriferita che ha ‘ucciso’ il pubblico. Vogliamo creare uno spazio in cui lo spettatore non si senta un ‘deficiente’, ma in cui si interessi sul serio a quello che vede. Ospitiamo, quindi, spettacoli che ti facciano sentire interessato a ciò che accade nel mondo. All’inizio proponevamo cinque spettacoli a settimana. Ci siamo presto reso conto che erano troppi; ora ci orientiamo su due eventi a settimana, una spettacolo e una ‘Tlonferenza’. Il tutto esaurito viene raggiunto con 90 posti”.

Andrea Colamedici ha fondato Tlon insieme alla moglie Maura Gancitano (con la quale ha scritto anche diversi libri tra cui “Tu non sei Dio”, testo su cui torneremo nelle prossime settimane) e Nicola Bonimelli. Intanto vi invitiamo a visitare la loro libreria-teatro. Virtualmente, se non siete a Roma, ma soprattutto fisicamente quando passate dalla capitale.

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/io-faccio-cosi-177-tlon-libreria-teatro-contamina-quartiere/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Luoghi di Sosta Pedonale: riprendiamoci la socialità urbana!

Sapete come si chiama l’anziana che abita al primo piano del vostro condominio? O quanti figli ha il barista sotto casa? Oppure da dove vengono gli studenti che stanno nell’appartamento di fronte al vostro, con cui condividete il pianerottolo? Probabilmente no, non lo sapete. Perché la socialità urbana ormai si è persa e le relazioni di vicinato sono quasi inesistenti. Ma ci sono delle spiegazioni precise a questo fenomeno e anche delle soluzioni molto interessanti. Vediamo quali!

Siamo a Bologna, un gigantesco laboratorio di esperienze virtuose, legate in particolare alla sfera della socializzazione. Lì nasce il fenomeno delle Social Street. Lì c’è la culla della Transizione in Italia. E lì, nel 2007, Stefano Reyes, giovane architetto che si dedica in particolare allo studio dell’urbanistica, realizza una tesi di laurea che parla delle piazzette di strada o luoghi di sosta pedonale. «L’idea – ci racconta Stefano – era quella di costruire delle mini-piazzette per favorire l’incontro di chi abitava o lavorava nella strada,partendo da quella che viene chiamata “zona universitaria”, nel pieno centro di Bologna, dove spesso si verificano problemi di integrazione fra studenti e residenti, giovani e anziani».

C’è subito una rapida evoluzione e la tesi si trasforma in un progetto che coinvolge altri architetti e volontari: «Passando alla fase della sperimentazione pratica, ci siamo accorti che si trattava di un’iniziativa più sociale che architettonica. Lo scopo era quello di apportare piccole modifiche alle caratteristiche dell’ambiente urbano, creando uno spazio che ospitasse chi abitava la strada, chi ci lavorava e chi ci passava semplicemente, favorendo la sosta e il dialogo fra i vari utenti». In pratica, si pensò a un’area corrispondente a uno o due posteggi auto delimitata e arricchita con panchine, tavoli, sedie, fiori, ombrelloni, fontanelle e qualsiasi altro elemento d’arredo che la potesse rendere confortevole e accogliente. L’obiettivo? «Creare uno spazio che mettesse insieme tutti: chi ha una casa, chi sta in affitto, chi ha un negozio, chi fa acquisti e così via. Insomma, tutti coloro che condividono la vita in una strada».

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Nei suoi primi anni di vita il progetto è cresciuto molto, incontrando approvazione e supporto da parte di tante persone, prime fra tutte quelle toccate direttamente dall’iniziativa: «I volontari si sono riuniti, fondando l’Associazione Centotrecento – dal nome della via dov’è nata la prima piazzetta – e hanno cominciato a coinvolgere la cittadinanza, che ha risposto con entusiasmo. Le piazzette erano temporanee, ma rimanevano allestite per periodi sempre più lunghi, perché la frequentazione era continua e abbondante. Venivano organizzate cene, mercatini del baratto, letture di poesie. Ciascuno portava qualcosa per abbellire lo spazio e renderlo più fruibile, cominciando a sentirlo proprio». Il gruppo di progettisti era sempre in strada a parlare con gli abitanti, a condividere critiche, fatiche, opinioni, suggerimenti. Non erano solo spazi dedicati alla progettazione: «Per prima cosa si stava insieme – ricorda Stefano –, perché quello della creazione delle idee collettive non è un lavoro laboratoriale, ma è un momento per stringere legami, per creare comunità».

Purtroppo, il successo trasversale e diffuso che hanno avuto i luoghi di sosta pedonale, non è riuscito a contaminare l’amministrazione. «Nei cinque o sei anni in cui il progetto è andato avanti, il Comune ha dato solo un paio di contributi sporadici. Questo ci è dispiaciuto molto, sia perché il dialogo con le istituzioni è un aspetto che va curato, sia perché le piazzette forniscono in maniera sia diretta che indiretta dei servizi importanti per la comunità». Infatti, oltre ai benefici immediati, come la sperimentazione di nuove forme di socialità, ci sono anche ricadute positive secondarie: «Una strada presidiata dai suoi abitanti e fruitori è una strada più pulita e più sicura, che quindi ha bisogno di meno manutenzione e minor controllo da parte delle forze dell’ordine. Inoltre, si assiste a una riduzione di tutti i costi sociali legati alla sanità e ai servizi assistenziali, perché i cittadini sono più sereni e quindi più sani. Anche il tessuto commerciale fiorisce, generando circuiti economici locali, resilienti e virtuosi».pranzo

La politica urbanistica di Bologna e di molti altri Comuni italiani è incompleta: «Le opere mirate a rendere le città più vivibili – denuncia Stefano – sono spesso intrise di retorica e populismo». In effetti, molte pedonalizzazioni mettono al centro aspetti che in realtà non sono fondamentali né per la coesione sociale, né per l’uso pedonale della città. Sono basate su ripavimentazioni e altri costosi interventi estetici, ma trascurano le infrastrutture funzionali al raggiungimento dell’obiettivo primario, ovvero far incontrare e dialogare le varie categorie di fruitori della strada: residenti, negozianti, studenti, anziani, bambini, lavoratori.

«Al contrario, lo scopo principale è quello di creare zone commerciali con una valenza sociale nulla, ma con un elevato ritorno economico, sfruttando un processo che in urbanistica viene definito di “gentrificazione”: l’offerta merceologica si uniforma su prodotti costosi, omologati, e taglia fuori molte persone. Il mercato immobiliare si adegua a questa tendenza e i prezzi aumentano. Si elimina ciò che è gratuito, come panchine, fontanelle e aree verdi. Non si installano servizi che invece sono richiesti dalla cittadinanza, come i bagni pubblici. Tutto è finalizzato a creare zone franche dedicate al consumo». Il risultato? Si verifica quello che Stefano chiama “effetto paguro”: «Queste aree vengono investite da enormi flussi di consumatori, che però non hanno alcun legame con il tessuto sociale della strada o del quartiere. Così, gli abitanti si rannicchiano in casa spaventati e non avviene alcuna interazione, non c’è aggregazione sociale».

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Un’aggregazione sociale è il momento in cui le persone si incontrano e riescono ad avere una comunicazione che è comprensibile per tutti e che consente un accrescimento reciproco. Un’aggregazione e basta è quello che succede quando le farfalle si accumulano attorno a una lampadina. «La politica urbanistica e le iniziative dei cittadini, come il nostro progetto dei luoghi di sosta pedonale, devono essere finalizzate a creare spazi di incontro e di contatto fra le persone. Non è facile, perché ciascuno ha il proprio linguaggio e le proprie abitudini, che spesso sembrano incompatibili le une con le altre. Ma noi ci siamo resi conto che si riesce far nascere un dialogo anche dove sembrava impossibile. E questo è il primo passo per creare una comunità coesa e solidale».

Visita il sito dell’Associazione Centotrecento.

Fonte : italiachecambia.org

100in1giorno: a Milano il festival della creatività urbana

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Cosa succederebbe se centinaia di persone si mobilitassero nell’arco di 24 ore per dare nuova vita, insieme, agli spazi pubblici della città? È aperta la call for ideas di 100in1giorno, il festival della creatività urbana, che arriva in Italia, a Milano, il prossimo 27 giugno. Per un giorno, Milano sarà un luogo di costruzione e sperimentazione urbana. Il festival mira infatti a raccogliere sul territorio urbano di Milano 100 o più iniziative proposte e realizzate dai cittadini nell’arco di 24h con l’obiettivo principale di promuovere una cultura civica proattiva stimolando la partecipazione dal basso.  Il festival sarà anche un’occasione per mappare le iniziative che verranno realizzate e presentarle al Comune di Milano affinché si prospetti la possibilità di mettere in pratica in modo continuativo alcune tra le idee che hanno avuto maggior richiamo. “100in1giorno – spiegano i promotori dell’iniziativa – nasce perché crede che le persone, così come esprimono bisogni, sono anche ricche di competenze, talenti e capacità che possono essere messe a disposizione della collettività per contribuire a trovare soluzioni nuove ed inclusive ai problemi e alle sfide di interesse comune. Lo spazio pubblico non è solamente un insieme di strade, piazze e parchi da attraversare, ma luoghi da abitare, apprezzare e condividere. Un cittadino pienamente consapevole del proprio ruolo all’interno della società è in grado di cogliere questa differenza, e si adopera per favorire condizioni per diminuire l’alienazione e l’apatia che talvolta caratterizzano le grandi città, facendosi promotore di una coscienza civica proattiva”.

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100in1giorno a Halifax (Canada)

Il movimento mira dunque a convogliare il potenziale creativo della collettività in una giornata di festival della creatività urbana e della cittadinanza attiva, con l’obiettivo di coinvolgere singoli individui e gruppi di persone nel realizzare iniziative di cittadinanza attiva e partecipazione dal basso per migliorare insieme la qualità della vita e celebrare gli spazi pubblici urbani. Un’iniziativa urbana è un gesto individuale o collettivo (proposto sia da singoli cittadini che da gruppi, formali o informali). Può mirare a reinterpretare gli spazi pubblici o a creare connessioni fra persone che abitano lo stesso luogo. È un’azione che intende creare un cambiamento positivo nella città, rendendolo visibile e accessibile a tutti. La partecipazione è aperta a tutti: una persona, un gruppo di amici, una famiglia, un’associazione, una scuola, un’istituzione, una comunità. Il festival si rivolge a coloro che vogliono diventare protagonisti della riqualificazione partecipata della città. Per proporre un’iniziativa è necessario andare nella sezione “Partecipa”  del sito internet www.100in1giorno.eu  e compilare il modulo online, dal 9 Aprile al 17 Maggio. A chiusura della call for ideas, le iniziative saranno pubblicate sul sito in un programma completo della giornata.

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100in1giorno a San Jose

L’idea di 100in1giorno nasce da alcuni studenti della scuola danese “Kaospilot” e dal collettivo “Acciò Urbana” di Bogotà che suggeriscono ai concittadini di incontrarsi negli spazi pubblici della città il 26 maggio 2012, giornata in cui vengono realizzate circa 250 azioni e coinvolte più di 3000 persone. Da quell’esperienza ha origine il festival 100en1dia, che nel giro di due anni si è diffuso in tutto il mondo (Santiago del Cile, Cape Town, Toronto, Rio de Janeiro, Montreal, Copenhagen e Ginevra etc.). Ad oggi il festival  è stato realizzato in 13 differenti Paesi e 28 città, e arriverà in Italia dopo essere stato realizzato solamente in altre due città in Europa (Ginevra e Copenhagen).

Immagini tratte dal sito 100in1giorno 

Fonte: italiachecambia.org

Little Free Library: la biblioteca diffusa che promuove la cultura e il senso di comunità

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Il concetto tradizionale di biblioteca cambia e si reinventa. Da classica raccolta di libri gelosamente custoditi, spesso ubicata in posizione centrale e lontana dai cittadini, la biblioteca diventa periferica, diffusa sul territorio e alla portata di tutti. In tutta Italia, dalle Alpi al Salento, sono già attive una trentina di micro biblioteche chiamate “Free Little Library” . Sono casette di legno piene di libri, resistenti alla pioggia, accessibili a chiunque e collocate ovunque ci sia viavai di persone, ad esempio vicino ai palazzi comunali, nei parchi pubblici, lungo le piste ciclabili, davanti ai bar, alle fermate degli autobus. I residenti ed i passanti non devono far altro che aprire lo sportello delle casette e prendere in prestito un libro gratuitamente, ma ad una condizione: sostituire il libro prelevato con un nuovo libro. Il motto che campeggia su tutte le “Free Little Libraries”, infatti, è “Take a book. Return a book” (“prendi un libro ma lasciane un altro”, t.d.a.). Lo scopo della biblioteca diffusa è, da un lato, promuovere la lettura e la cultura e, dall’altro, spingere i cittadini a condividere i libri che hanno amato e scambiarsi opinioni ed esperienze di lettura. A differenza delle biblioteche tradizionali che salvaguardano i volumi senza appassionare davvero il pubblico alla lettura, le “Free Little Libraries” sono tanti micro centri di diffusione del sapere e, al tempo stesso, di aggregazione. La condivisione dei libri favorisce lo scambio di opinioni e la condivisione di esperienze tra gli abitanti e tra le generazioni, crea momenti di incontro e socialità e rafforza il senso comunitario di un quartiere o di un Comune, rendendoli più vivibili e frequentati. La prima “Little Free Library” italiana è apparsa a Roma nel 2012 quando Giovanna Iorio – insegnante, scrittrice e blogger – ha organizzato una raccolta fondi per acquistare oltreoceano la casetta di legno che è stata collocata nel parco dell’Inviolatella Borghese.LFL5

Il successo dell’iniziativa è stato immediato: “Ho visto persone che si fermano a leggere un libro, poi riprendono a passeggiare con il cane e lasciano un libro”, ha dichiarato in una recente intervista. “Ho visto bambini che corrono a vedere se ci sono libri nuovi da scoprire, che si siedono nel prato e sfogliano i libri che trovano. Ho visto genitori organizzare pic-nic primaverili intorno alla Little Free Library e rendere la lettura un momento di divertimento, sotto l’ombra degli alberi. Sì, è bello trovare i libri in un parco”. L’esperienza romana è stata replicata in numerose province italiane tra cui Milano, Trento, Lecce e Cagliari e molte altre casette sono pronte per essere inaugurate. L’idea che sta alla base della “Free Little Library”  – tanto semplice quanto geniale – però non è italiana, ma è venuta allo statunitense Todd Bol nel 2009. Todd aveva costruito la sua prima casetta in legno con la scritta “Free Books” a Hudson (Wisconsin) in ricordo della madre Esther, insegnante e instancabile e appassionata lettrice, e l’aveva collocata nel cortile di casa.  L’obiettivo iniziale era creare un luogo di ritrovo nel quale chiunque potesse condividere i propri libri preferiti con i vicini di casa, ma l’iniziativa ha riscosso un successo tale che a Todd arrivavano prenotazioni di casette da tutti gli USA. Nel 2012 Todd ha fondato anche l’omonima associazione no profit “LittleFreeLibrary.org”, che promuove il piacere della lettura nei bambini e l’alfabetizzazione degli adulti a livello globale. Oggi l’associazione conta oltre 20.000 micro librerie distribuite in 70 paesi in tutto il mondo. Che siano acquistate o costruite da soli (realizzate anche con materiali riciclati e decorate dai bambini) le “Little Free Libraries” hanno tutte una cosa in comune: ovunque vengano collocate i cittadini reagiscono con entusiasmo, i bambini trovano un modo originale di avvicinarsi alla lettura, gli adulti hanno la possibilità di scambiarsi opinioni sulle letture preferite e, quindi, di conoscersi meglio.LFL-Salento

“Basta posare la prima pietra, fare il primo passo, dopodiché è la comunità stessa – i vicini, le associazioni, i gruppi locali, ecc. – che procede e continua a costruire”, ha spiegato Todd Bol. “Le Little Free Libraries creano modelli positivi a livello locale ed è soprattutto per questo motivo che riscuotono tanto successo”. Lo scambio gratuito di libri non promuove solo la diffusione della lettura e del sapere, ma rafforza anche il senso di comunità. Le “Little Free Libraries” sono spazi culturali restituiti al territorio e a chi lo vive ogni giorno e, al tempo stesso, spazi di aggregazione e condivisione dove i momenti di incontro e socialità rendono un quartiere più vivibile e, quindi, più attraente e frequentato.

 

Immagini tratte dal sito Little Free Library Italia  e dal sito Little Free Library Usa

 

 

fonte: italiachecambia.org

Social Street, quando la socialità a costo zero rinasce da Facebook

In meno di un anno, è decollata dalla piccola strada del centro di Bologna dov’è nata, contagiando tutta l’Italia, poi il Portogallo, il Brasile, la Nuova Zelanda, e coinvolgendo decine di migliaia di persone. Eppure è un’idea spontanea ed economica, con un obiettivo al tempo stesso semplice e rivoluzionario. Il tutto, partendo da uno strumento che molti considerano una trappola che porta all’alienazione sociale: Facebook. Luigi Nardacchione ci parla del fenomeno delle Social Street.

«Noi non abbiamo più coscienza di dove abitiamo», comincia Luigi descrivendo le riflessioni che stanno alla base del progetto. «Ci sono voluti quarant’anni per essere desocializzati. Io mi ricordo l’era pre-televisione: si stava fuori di casa, si giocava nei cortili, si viveva la strada. Noi vogliamo ricreare questa situazione, ma ci vorrà del tempo perché le persone si fidino di nuovo dei loro vicini». Tutto nasce in realtà in maniera molto spontanea, quasi casuale: a settembre del 2013, Federico Bastiani – fondatore della prima Social Street in via Fondazza, una strada del centro storico di Bologna – ha cominciato a chiedersi come mai, nonostante abitasse lì da tre anni, non conoscesse nessuno. «Federico allora ha creato un gruppo su Facebook – ricorda Luigi – e ha affisso dei volantini sotto i portici della strada invitando la gente a iscriversi. Nel giro di un paio di mesi eravamo già più di duecento e fra questi c’ero anch’io. A novembre, in occasione del suo compleanno, Federico ha pubblicato un post proponendo di festeggiare insieme ed è stata l’occasione per ritrovarci tutti».

 

 

Via-fondazza

 

Quello che è successo è quasi paradossale: uno strumento virtuale, pensato per intrattenere contatti con persone lontane, è servito per far incontrare dal vivo fra di loro vicini di casa. «Il paradigma è stato sovvertito», osserva Luigi. «Questo perché nel mondo virtuale ciascuno di noi abbassa le barriere che erige contro il suo prossimo nel mondo reale. Basta sfruttare questo meccanismo in maniera positiva, generando una catena che ha l’obiettivo di ricreare socialità. Per questo abbiamo coniato lo slogan “dal virtuale al reale al virtuoso”». In questo modo si colma anche il gap generazionale: «Il target primario è quello degli utenti di Facebook, che va mediamente dai 25 ai 40 anni, e ce ne rendiamo conto. Ma il passo successivo avviene con molta naturalezza e si creano occasioni di incontro – il compleanno è stato il primo esempio – in cui coinvolgere anche categorie che non hanno accesso al mondo del web, come gli anziani. I frequentatori hanno un background molto eterogeneo – studenti, pensionati, immigrati, piccole famiglie, pendolari che frequentano la strada ma non ci abitano –, ma Social Street li unisce tutti». Anche i ventenni, che spesso vengono considerati disimpegnati e poco interessati rispetto ad alcuni aspetti della vita di comunità, sono pienamente coinvolti. «Molti sono bolognesi, molti no», fa notare Luigi. «Nella nostra città abitano molte decine di migliaia di studenti fuorisede per i quali è fondamentale trovare un punto di riferimento in una realtà nuova e diversa».10492348_863174940399306_240313795878661502_n

Tutto questo ha l’obiettivo di ricreare una socialità che è stata completamente distrutta: «Quando ci dicono che stiamo facendo tornare le strade a quarant’anni fa, rispondiamo con un’altra domanda: “Cos’è successo in questi quarant’anni?”. È successo che ciò che sta fuori dalla porta di casa ha cominciato a essere visto come qualcosa di negativo. Noi stiamo dimostrando che in realtà è esattamente il contrario: quello che è in casa può essere negativo, perché spesso corrisponde all’uso eccessivo e malsano della televisione e dei social network – quest’ultimo in particolare sta aumentando moltissimo, ma sta diminuendo la comunicazione fra le persone. Noi vogliamo utilizzare in maniera rivoluzionaria un sistema come Facebook, che hanno tutti quanti e che ha un costo pari a zero». Proprio i costi nulli e l’assenza di sovrastrutture sono due aspetti vincenti dell’esperimento delle Social Street. «Non siamo un’associazione, non abbiamo tessere né quote d’iscrizione, non abbiamo uno scopo preciso e definito se non quello di creare socialità. Ognuno fa come vuole, si può entrare nel gruppo senza impegni, non ci sono riunioni né direttivi. Se qualcuno vuole usare il simbolo di Social Street – disegnato da una ragazza del gruppo che fa la grafica – lo può fare, ci deve solo assicurare di seguire i nostri principi. Siamo in tanti e potremmo avere un peso, anche politico. Per questo ci teniamo a ribadire un concetto: siamo totalmente indipendenti, non abbiamo bisogno di spazi né di strutture particolari, non abbiamo bisogno di legarci a nessuno per poter funzionare. Non abbiamo bisogno di soldi».FB_pratello

L’attività organizzativa viene portata avanti in maniera gratuita dai volontari. Luigi, per esempio, è coordinatore della Social Street di via Fondazza e addetto ai rapporti con stampa e istituzioni della rete bolognese. In assenza di strutture gerarchiche, quello che funziona non è l’autoritarismo, ma l’autorevolezza. L’organizzazione nazionale non è verticistica, ma è costituita da tante reti locali – Bologna è la prima nata, ma ce ne sono anche a Roma, Milano, Firenze, Palermo, Ferrara e così via. A chi si iscrive su Facebook viene chiesto dove abita e in genere, dopo un periodo di frequentazione virtuale del gruppo, viene invitato ad aprire una Social Street nella sua strada, nel caso in cui non esista già.

«Ciò che conta non è quello che si fa, ma riuscire a trasmettere alle persone la sensazione di stare in un contesto sociale», osserva Luigi. «Il nostro obiettivo è quello di ricreare la comunità e la comunità si basa su tre cose: sui muri, sulle persone e sulle storie. Non a caso, abbiamo inventato “Le storie della grande Fondazza”, dei momenti di aggregazione in cui parlano gli anziani che hanno delle belle storie da raccontare. Così, anche il divario fra generazioni viene meno e sono tanti i giovani che vengono ad ascoltarle. In questo modo si può anche conoscere la storia della propria strada, recuperarne la memoria e comprenderne lo spirito».954853_859772034072930_2498168989124067284_n

Quella avviata dalle Social Street è una piccola grande rivoluzione, il cui successo è dovuto alla semplicità dell’idea. «Il vero cambiamento – conclude Luigi – è uscire da uno schema precostituito che è quello economico. Ci vogliono far credere che tutto ha un prezzo. Io, come singolo individuo, ho due opzioni: lamentarmi oppure chiedermi cosa posso fare. E nel mio piccolo – che poi è un grande, perché se ragioniamo tutti così diventa il piccolo di 60 milioni di persone – so che posso fare tante cose. Perché l’Italia che cambia è la capacità di ognuno di noi di farla cambiare e di guardare in positivo quello che può fare e non in negativo quello che non può fare».

 

Visualizza la Social Street di via Fondazza nella mappa dell’Italia che cambia!

 

Fonte: italiachecambia.org