Una piattaforma per fare rete: cambiare dentro per ridurre l’impatto fuori

Una “rete di valore aperto” per promuovere progetti, eventi e buone pratiche volti alla riduzione dell’impronta ecologica individuale in Friuli-Venezia Giulia. Abbiamo intervistato Francesco, che dopo un’esperienza da cervello in fuga in giro per il mondo, è rientrato in Italia per raccontare e diffondere la filosofia Zero Waste attraverso una comunità virtuale territoriale. Zero Waste FVG è una piattaforma indipendente e no profit basata su tecnologie Open Source il cui scopo è la diffusione della filosofia zero sprechi in Friuli-Venezia Giulia. A parlarcene è Francesco Marino, giovane laureato in Tecnologie Web e Multimediali che abbiamo intervistato a Udine, dove è tornato a vivere da quando, nel novembre del 2018, è rientrato da sei anni di vita all’estero.

Era il 2012, infatti, quando Francesco ha iniziato a viaggiare grazie a degli stage post-laurea, diventando successivamente un digital nomad e allungando la lunga lista di cervelli in fuga del nostro paese. In questo periodo, passato tra Norvegia, Hong Kong, Filippine e soprattutto Spagna, la sua consapevolezza ambientale è cresciuta moltissimo, “di pari passo con un profondo cambiamento interiore, che è l’unica spinta che può davvero portare le persone a sognare ed agire per un mondo migliore”. 

Durante la sua permanenza in Asia, in particolare nelle Filippine, ha potuto toccare con mano gli effetti dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento su vasta scala. Sicché, dopo un percorso di crescita personale iniziato con lo yoga e durato quattro anni, ha deciso di rimboccarsi le maniche e – prima ancora di rientrare in Italia da Barcellona, ultima tappa della sua esperienza all’estero – ha deciso di fondare prima un gruppo e una pagina Facebook, e poi di aprire il sito www.zerowastefvg.it.

La piattaforma è pensata come un servizio “contenitore”, co-progettato e co-gestito da tutti i membri della comunità che lo utilizzano (più di 1000 nel gruppo Facebook), con l’obiettivo di diventare un bene comune dei cittadini. “Si tratta di un luogo virtuale nel quale chiedere, suggerire, realizzare sondaggi, far nascere collaborazioni tra cittadini, siano essi consumatori, produttori, negozianti, riparatori, comunicatori”, chiarisce Francesco, che sottolinea come il progetto sia su base volontaria per tutti, totalmente orizzontale ed aperto al supporto di chiunque voglia dare una mano. Sul sito è presente una mappa collaborativa, che dà visibilità ai “punti di interesse etici” che già esistono sul territorio regionale e che vuole essere uno stimolo per tutti a lanciare nuovi progetti e attività in questa direzione. Inoltre è presente un calendario degli eventi che vengono organizzati sul territorio e vari gruppi Telegram per gestire attività specifiche (social, giornate ecologiche, riciclo creativo, ecc.).  

Pur non essendo collegato a nessuna delle varie reti internazionali Zero Waste, il progetto di Francesco condivide con esse i valori che ne sono alla base e che possono essere riassunti nei seguenti principi:

– Rifiutare (prevenzione/minimalismo);

– Ridurre (prevenzione/decrescita);

– Riutilizzare (prolungamento della vita dei prodotti);

– Riciclare (recupero della materia);

– Compostare (recupero dell’energia).

Francesco tiene molto a sottolineare come, più che uno stile di vita, Zero Waste sia soprattutto una filosofia. “Se qualcuno mi chiede cosa deve fare per vivere una vita a minor impatto ambientale, io gli rispondo che prima di tutto deve ascoltarsi”, ci dice. Un segno che il cambiamento non si basa tanto (o non soltanto) sulle azioni, pur dettate dal buon senso, ma soprattutto da un lavoro interiore. “Vivere una vita Zero Waste significa anzitutto liberarsi mentalmente del superfluo, a cominciare dal giudizio verso il percorso degli altri”.  

E a ben pensarci è solo così che possiamo accettare con maggior tolleranza chi, per i motivi più disparati – a cominciare dalle possibilità di accesso alle informazioni – non ha (ancora) aderito a un cambiamento strutturale. Aumentando le possibilità di aprire qualche ulteriore varco nella cultura dominante, invece di costruire altri muri.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/vita-senza-sprechi-tornato-in-italia-eliminare-rifiuti/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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È Made in Italy lo smart glass che manda in soffitta la plastica usa e getta

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Due ragazzi italiani hanno inventato lo smart glass, il bicchiere intelligente, che si può riciclare all’infinito e digitalizza le operazioni di cassa.

Creare uno smart glass, un bicchiere intelligente, per ridurre l’impatto ambientale della plastica usa e getta. È questo il sogno di due ragazzi liguri, Stefano Fraioli e Lorenzo Pisoni, entrambi 27enni, che hanno lanciato sul mercato PCUP, bicchiere in silicone, flessibile, pieghevole e con un chip al suo interno per facilitare le operazioni di cassa.

Il loro progetto, finanziato grazie a una campagna di crowdfunding di successo, sarà presto commercializzato.

Scopriamo insieme di più su PCUP e gli altri smart glass sul mercato.

PCUP lo smart glass che manda in soffitta la plastica usa e getta

PCUP è uno smart glass in silicone indistruttibile, che può essere utilizzato in vuoto a rendere. Ha un chip inserito nel fondo, con un’app correlata, che rende veloce e digitale il pagamento e la restituzione della cauzione per il bicchiere. Attraverso il chip sarà possibile anche pagare il contenuto offerto al cliente di volta in volta: acqua, birra, cocktail.

Perché la scelta del silicone come materiale? Lo spiegano i fondatori su Eppela:

«Il silicone non è un derivato del petrolio come la plastica, bensì del silicio, uno dei materiali più abbondanti sulla Terra. Ed è pressoché indistruttibile: non si riga, non si opacizza, può essere lavato innumerevoli volte anche con metodi industriali. Inoltre, a differenza della plastica, non arriva mai a deteriorarsi e a rilasciare sostanze tossiche».

Lo smart glass è pensato soprattutto per i contesti di grande distribuzione. PCUP è infatti una sorta di acronimo per Public Cup, tazza per il pubblico.

I festival musicali, gli stadi, le discoteche, così come le strade e le piazze della movida nelle grandi città, possono offrire occasioni speciali per incontrarsi, ma spesso si trasformano in un dramma per l’ambiente.

Quanti bicchieri di plastica usa e getta vengono infatti usati e gettati via subito, in questi contesti? Il vetro è spesso vietato per ragioni di sicurezza e la risposta diventa quindi la plastica. Conosciamo tutti bene, però, il suo impatto ambientale devastante.

I fondatori: “Ecco perché PCUP è unico nel suo genere”

Fraioli e Pisoni spiegano all’Ansa l’obiettivo per cui hanno creato PCUP e perché il loro smart glass si distingue sul mercato:

«Pcup nasce con l’obiettivo di sostituire l’utilizzo di bicchieri di plastica usa e getta nei contesti di grande distribuzione di bevande al pubblico con un bicchiere mai visto prima, utilizzato nel modo più antico del mondo: il vuoto a rendere. Abbiamo voluto un bicchiere bello, comodo e il più leggero possibile, tanto da farti dimenticare di averlo addosso finché non lo riconsegni alla cassa o decidi di portarlo via, mettendolo in tasca o in borsa. È unico perché è digitale, legato a una nostra app per cui si paga la consumazione passando il bicchiere in cassa e con i nostri lettori si può quantificare quanti grammi di plastica si sono risparmiati nella serata».

Il progetto è stato di recente lanciato con una campagna di crowdfunding, una raccolta fondi online. PCUP è su Eppela e ha già raggiunto il suo obiettivo iniziale di 6mila euro ottenuti in circa 15 giorni. Ora l’obiettivo secondario è di arrivare a 9mila euro.

Per chi contribuisce, sconti e premi speciali sull’acquisto.

Tra bufale e progetti azzeccati, l’orizzonte degli smart glass

Smart glass, smart cup, smart bottle. Il bere diventa intelligente e si unisce a nuove tecnologie come l’Internet delle Cose (IoT), che consente agli oggetti di comunicare tra loro e con la rete. Nascono tanti progetti, che a volte vanno male, altre somigliano a vere e proprie truffe. È il caso per esempio di Vessyl, dell’azienda Mark One. Lanciato in pompa magna nel 2014, con una campagna in crowdfunding che ha superato il milione di dollari, lo smart glass doveva arrivare a fine 2017 sul mercato. Nel 2018, però, Mark One ha chiuso i battenti. Sfortunata invece l’esperienza degli italiani Mirco e Mirta Frascaroli, che l’anno scorso hanno lanciato Ebrost, bicchiere hi-tech che rileva la temperatura e cambia colore. Anche qui è stata lanciata una campagna di raccolta fondi online, ma che non ha ottenuto il successo sperato.

Esistono poi smart glass sul mercato che assolvono diverse funzioni. Ember e Yecup per esempio offrono la possibilità di controllare la temperatura delle proprie bevande, attraverso un sistema digitale, mantenendola costante durante tutto il giorno. Una funzionalità simile a quella di Ozmo Java+, che nella sua versione Active offre anche la possibilità di calcolare quanta acqua l’utilizzatore beve nel corso della giornata.

Fonte: ambientebio.it

Smart working: meno pendolarismo, più presenza in famiglia, più tempo per se stessi

Non spaventi il nome, smart working. Non è nulla di marziano, anzi. È una modalità molto semplice di lavoro che, se diffusa, potrebbe rivoluzionare il modo di vivere di milioni di famiglie e diminuire la mobilizzazione di auto e mezzi, con un ridotto impatto sull’ambiente.

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Smart working, lavoro intelligente, lavoro agile, chiamiamolo come vogliamo, ma una cosa è certa: potrebbe rivoluzionare le dinamiche di milioni di famiglie e porterebbe a una riduzione della mobilità di mezzi di trasporto con conseguente beneficio per l’ambiente. Con questa formula è possibile lavorare al di fuori dell’ufficio, anche da casa. E non è un’idea balzana, bensì una vera e propria opportunità codificata da una legge e contemplata dal Ministero del lavoro. La definizione di smart working è contenuta nella legge n. 81/2017 e pone l’accento sulla flessibilità organizzativa, sulla volontarietà delle parti che sottoscrivono l’accordo individuale e sull’utilizzo di strumentazioni che consentano di lavorare da remoto (come ad esempio: pc portatili, tablet e smartphone). Al momento può essere prevista per alcuni periodi all’interno della settimana ed è il modello di telelavoro che negli ultimi 2 anni ha trovato il maggior gradimento tra i lavoratori e le aziende private più innovative. In sintesi, un lavoratore dipendente può prestare la propria opera, in tutto o in parte, anche al di fuori dalla sede dell’azienda grazie agli strumenti informatici che l’azienda mette a disposizione. Non ha vincoli di orario di lavoro privilegiando il raggiungimento degli obiettivi concordati con il datore di lavoro, garantendo il rispetto del limite massimo di ore lavorative giornaliere e settimanali stabilito dalla legge e dai contratti collettivi. Il lavoratore quindi gestisce il proprio orario mantenendo lo stesso inquadramento contrattuale e con lo stesso trattamento economico e normativo. È un “lavoro agile” perché basato sulla combinazione di flessibilità, autonomia e collaborazione, che si è diffuso principalmente e velocemente tra le grandi aziende perché è risultato essere una modalità lavorativa vincente. Inoltre, una tale formula elimina la necessità degli spostamenti, che oggi avvengono soprattutto in auto e in secondo luogo in treno. Di conseguenza, potrebbe ridursi anche di parecchio l’impatto sull’ambiente, con minore congestione delle strade e minori emissioni inquinanti. Nel 2015, con la legge 124/2015, articolo 14, lo smart working è stato introdotto anche nella Pubblica Amministrazione, in affiancamento al telelavoro previsto dalla legge 191/1998; nel 2017 sono state emanate le linee guida con la Direttiva n. 3/2017 della Presidenza del Consiglio dei Ministri definendo criteri generali e percorsi di valutazione dell’efficacia della nuova modalità di lavoro e nel maggio 2017 è stata varata la legge 81 che, all’articolo 18,  lo regola, in vigore dal 14 giugno. Eppure se ne parla ancora troppo poco e ancora poche aziende scelgono questa modalità, probabilmente per una resistenza che va al di là anche delle questioni oggettive e pratiche.

Fonte: ilcambiamento.it

Parco Nazionale del Gargano, secco NO all’ eolico Offshore: “Minaccia cicogne e gru”

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Il Parco Nazionale del Gargano dice no alla centrale Eolica OffShore della società Trevi Energy Spa. Il progetto prevede la costruzione di 60 turbine, alte 150 metri, davanti alle isole Tremiti. Il Parco Nazionale del Gargano si oppone a un progetto di eolico offshore che interessa le acque antistanti i comuni di Chieuti, Serracapriola e Lesina. I comuni ricadono nel territorio del Parco e sono posti di fronte all’area marina protetta delle isole Tremiti.

Scopriamo qualcosa in più sul progetto e sul perché del rifiuto.

Il NO del Parco nazionale del Gargano all’eolico Offshore

Un impianto composto da 60 turbine, alte 150 metri, disposte in una superficie di 40 chilometri quadrati. È questo il progetto che ha risvegliato il diniego del Parco nazionale del Gargano, contrario a realizzare un impianto di eolico offshore di fronte alle Isole Tremiti. Le motivazioni sono da cercarsi nell’ impatto ambientale che l’installazione potrebbe avere sulla fauna presente nell’area. Un’opera che, quando è stata presentata, non solo aveva suscitato l’opposizione dell’Ente Parco, ma anche della comunità dei pescatori, preoccupati per l’impossibilità di continuare il proprio operato.

Il Progetto

Il progetto porta la firma della Trevi Energy Spa di Cesena. L’azienda ha chiesto al Ministero delle Infrastrutture una concessione demaniale per 25 anni. L’idea prevede la realizzazione di un impianto di turbine nelle acque antistanti i Comuni di Chieuti, Serracapriola e Lesina, ricadenti nel territorio del Parco e poste proprio di fronte all’area marina protetta delle Isole Tremiti. L’impianto è composto da 60 turbine, dalla potenza di 3,3 MW per complessivi 198 MW. Per realizzarlo è prevista, naturalmente, tutta una serie di opere e infrastrutture, tra cui una stazione marina di trasformazione elettrica ed una condotta sottomarina lunga 8,5 chilometri.

Il secco NO del Parco Nazionale del Gargano

Secondo il Parco Nazionale del Gargano, il progetto non considererebbe l’impatto degli aerogeneratori sull’avifauna migratrice e stanziale.

«Il promontorio del Gargano e le Isole Tremiti – sostiene l’Ente Parco – costituiscono un corridoio ecologico di importanza internazionale per le rotte di migrazione dell’avifauna in direzione nord-sud (Europa-Africa) ed est-ovest (Balcani-Italia), in particolare per rapaci e veleggiatori come cicogne e gru».

Che cos’è l’eolico offshore

Con il termine eolico offshore si intendono i vari tipi di impianti eolici, installati nel mare aperto. Si tratta di decine di turbine, impiantate al largo delle rive, che possono presentarsi in molteplici formazioni: a stormo, ad esempio, a delta o a filari lineari. Tempo fa, un rapporto dell’European Wind Energy Association (EWEA) aveva evidenziato come l’Unione Europea, nel tratto che va dal Portogallo alla Finlandia, potrebbe produrre 4 volte l’energia necessaria al suo fabbisogno totale, attraverso l’installazione delle turbine eoliche offshore galleggianti. Le potenzialità di progetti del genere nascono dal fatto che in mare aperto c’è una migliore qualità e quantità del vento e nessun vincolo paesaggistico. In teoria, almeno, viste le opposizioni recentemente avanzate dal Parco Nazionale del Gargano.

Fonte: ambientebio.it

Auto sostenibili, la ricetta Seat per ridurre l’impatto ambientale delle fabbriche

Ridurre l’impatto ambientale dell’industria dell’auto è una delle sfide più importanti di questi anni. Ecco come Seat sta cercando di farlo.http _media.ecoblog.it_5_5d5_seat-fabbrica-martorell-riduzione-impatto-ambientale-1

Da un lato automobili con consumi di carburante ed emissioni di CO2 e polveri sottili sempre più ridotti, in attesa del boom delle auto elettriche, dall’altro fabbriche sempre più efficienti, che consumano meno energia e che riciclano acqua e rifiuti. La via verso la sostenibilità ambientale del settore automotive è lunga, complessa e in salita ma alcuni passi sono stati già fatti. Lo stabilimento Seat di Martorell, nella Zona Franca a nord di Barcellona, ha intrapreso questa strada: i dirigenti si sono dati degli obbiettivi di riduzione del 50% del suo impatto ambientale entro il 2025. Il programma prevede una riduzione dell’energia e dell’acqua consumata nei processi industriali, della produzione di rifiuti, di CO2 e di VOC (volatile organic compounds, agenti inquinanti volatili prodotti soprattutto nel reparto verniciatura). La strategia Seat per Martorell si si chiama Ecomotive Factory.  Per quanto riguarda l’energia, oltre alla riduzione dei consumi della fabbrica tramite l’isolamento e il recupero termico, l’installazione di luci a Led in tutto lo stabilimento e l’uso di calore proveniente da una centrale a biomassa, un ulteriore passo avanti è stato fatto installando un grosso impianto fotovoltaico da oltre 10 MW di potenza sui tetti dei capannoni. L’impianto si chiama Seat al Sol, è composto da 53 mila pannelli solari fotovoltaici che producono mediamente 15 milioni di kWh l’anno. Una quantità di energia pari a circa il 25% dell’energia consumata da Seat per produrre la Leon, uno dei modelli costruiti a Martorell. La riduzione annua stimata di CO2 emessa grazie all’uso dell’energia rinnovabile fotovoltaica è pari a circa 7.000 tonnellate.
Parlando di rifiuti, al momento Seat è riuscita a ridurne la produzione a Martorell del 41%; per quanto riguarda i VOC, invece, la performance è inferiore: -16%. Tuttavia, per quanto riguarda il consumo di acqua, lo stabilimento ha beneficiato molto dell’installazione di un impianto di recupero, filtrazione e riciclo che ha permesso di ridurne di parecchio il consumo. L’acqua, in una fabbrica di automobili, serve sia per il lavaggio dei componenti che per i test di tenuta delle guarnizioni: in uno dei test di qualità effettuati prima di dare l’ok alla vendita l’auto viene letteralmente inondata al fine di individuare eventuali infiltrazioni. Nessuno comprerebbe un’auto in cui piove dentro se c’è un temporale. Altro settore in cui c’è molto da lavorare nell’industria automobilistica è quello dei trasporti e della logistica: dalla movimentazione dei componenti tra i vari stabilimenti e magazzini alla consegna delle auto alle concessionarie, c’è infatti una gran quantità di fattori che possono influire negativamente (o positivamente, se ben gestiti) nella performance ambientale di una catena produttiva. Sia che si tratti di trasporto su gomma che su rotaia Seat ha cercato di far qualcosa: da una parte i cosiddetti “Megatruck“, che altro non sono se non autotreni lunghi circa 25 metri, dall’altro la linea ferrata che collega lo stabilimento di Martorell al porto di Barcellona (realizzata tramite una bretella sulla tratta Llobregat-Anoia). Questa linea ferrata, costruita con fondi pubblici, ha oggi una capacità di trasporto di 80.000 veicoli l’anno, che verrebbero altrimenti trasportati su gomma.  Una fabbrica di automobili, però, deve fare utili. C’è poco da fare, ogni riduzione dell’impatto ambientale deve essere pensata e pesata anche dal punto di vista economico. La strada di Seat per rendere sostenibili economicamente i suoi sforzi ambientali passa soprattutto dalla robotizzazione dell’impianto di Martorell e dalla ricerca di soluzioni tecnologiche innovative nel centro di ricerca annesso all’impianto stesso. Da una parte ci sono i robot che “danzano“, muovendo componenti con precisione millimetrica in un flusso di parti e veicoli che sembra inarrestabile, mentre gli operai umani svolgono quel poco lavoro che ancora una macchina non sa fare. Gli esperti la chiamano industria 4.0 e ha a che fare, pesantemente, con l’ottimizzazione dei flussi e con la circolazione delle informazioni tra i reparti e tra le singole macchine che devono danzare tutte lo stesso balletto. Dall’altra parte ci sono gli ingegneri (sempre di più, sempre più giovani e sempre più donne) che si spremono le meningi per migliorare ulteriormente i flussi di lavoro, ridurre gli sprechi, ottimizzare le risorse per far scendere i consumi (di energia quanto di materie prime) mentre sale la produttività oraria. E’ difficile, molto difficile, ma si può fare: non siamo ancora all’ottimo, ma l’industria automobilistica, Seat compresa ma non solo Seat, ha fatto grossi passi avanti rispetto a soli vent’anni fa.
Questi e altri sforzi messi in atto da Seat sono solo alcuni esempi di come l’industria automobilistica stia cercando una seconda vita, più ecologica e con un impatto ambientale più ridotto. Non c’è solo Seat in questo percorso, ma un po’ tutti i principali player del mercato automotive.  E’ ovvio che non è ancora sufficiente: costruire automobili inquina, consuma energia e acqua, produce rifiuti difficili da smaltire anche se metti in atto le migliori pratiche possibili. Gli sforzi dell’industria automobilistica sono solo una parte della soluzione al problema ambientale che nasce dalla nostra esigenza (che non sempre è una vera esigenza, troppo spesso è solo un capriccio) di mobilità. Bisogna allora iniziare a pensare a una mobilità nuova, in cui l’auto non sia esclusivamente di proprietà. In cui l’auto possa essere anche un servizio che si condivide con altre persone con il car sharing e il car pooling e in cui l’auto non sia il solo mezzo di trasporto disponibile. Seat ci sta provando con una nuova strategia industriale che punta su auto connesse, su clienti giovani e sull’integrazione di tutto il sistema dei trasporti in ottica smart city. Questo tentativo si chiama Seat Metropolis Lab ed è stato presentato pochi giorni fa all’interno dello Smart City Expo di Barcellona. In questo specifico ambito, però, la responsabilità e gli sforzi da fare non sono tutti di Seat (né di nessun altro produttore di auto): molto, moltissimo, devono fare le autorità pubbliche (e ci devono mettere molti, moltissimi soldi) e altrettanto devono fare i consumatori (e ci devono mettere molta, moltissima voglia di cambiare il loro modo di muoversi).

10 Guarda la Galleria “Seat fabbrica Martorell riduzione impatto ambientale”

Fonte: ecoblog.it

Turismo: quando è veramente sostenibile?

L’Onu ha dichiarato il 2017 l’Anno Internazionale del turismo sostenibile, puntando l’attenzione non solo sull’impatto che la presenza di turisti comporta sull’ambiente, ma anche sull’importanza del turismo sostenibile come veicolo per “diffondere consapevolezza del grande patrimonio delle varie civiltà” e apprezzare “i valori intrinsechi delle diverse culture, contribuendo così al rafforzamento della pace nel mondo”.9583-10348

Basterà l’anno internazionale del turismo per invertire una tendenza alla voracità dei consumi anche in questo campo?

Per turismo sostenibile si indica un modo di viaggiare rispettoso del pianeta, che non altera l’ambiente – naturale, sociale e artistico – e non ostacola lo sviluppo di altre attività sociali ed economiche. Si tratta di un turismo non distruttivo, con un impatto ambientale basso e che punta a favorire le economie più in difficoltà. La definizione si oppone a quella di turismo di massa, che non tiene conto delle specificità dei territori, è invasivo e spesso non favorisce lo sviluppo economico, sociale e ambientale a livello locale. Nel 2016, il giro economico legato al turismo ha sfiorato, a livello internazionale, i 1.260 miliardi di dollari, con circa un miliardo e 200 mila viaggiatori. Ma come si traduce la filosofia che sottende al turismo sostenibile in comportamenti concreti?  Ecco alcuni suggerimenti:

  • non scegliere alberghi ad elevato impatto ambientale
  • preferire alberghi, b&b, agriturismi, ostelli, case vacanza, residence, villaggi turistici con certificazioni ambientali che attestino l’adozione di misure di trattamento dei rifiuti, riciclo raccolta differenziata dei materiali e dispongano di sistemi ad alta efficienza energetica, come fonti di energia rinnovabili, e, se possibile, anche realizzate con criteri di bioedilizia
  • optare per ristoranti con menù bio e/o con prodotti a km zero
  • non acquistare specie a rischio d’estinzione
  • evitare l’aereo se non strettamente indispensabile
  • preferire se possibile il treno e la nave all’aereo
  • sostituire l’auto con la bicicletta o con i mezzi pubblici
  • sperimentare viaggi a piedi o in bici
  • non disturbare gli animali
  • non accendere il fuoco se c’è pericolo di incendi e assicurarsi di spegnerlo attentamente con terra o acqua prima di andare via
  • contribuire alla protezione delle specie marine acquistando con attenzione il pesce, escludendo le specie in via di estinzione
  • non dimenticare, in vacanza, di differenziare i rifiuti
  • non lasciare rifiuti per le strade, nei boschi, sulle spiagge, portare via con sé tutto ciò che non si consuma
  • evitare l’acqua minerale in bottiglie di plastica, se possibile, portare una borraccia e riempirla alle fontanelle
  • evitare, in ogni caso, di utilizzare prodotti usa e getta.

Nel 2015, gli italiani che hanno dichiarato di fare turismo sostenibile sono stati il 16%, come riporta il sesto rapporto “Italiani, turismo sostenibile ed ecoturismo”, a cura di Ipr Marketing e Fondazione Univerde, mettendo in evidenza come il 44% del campione affermi di essere disposto a pagare di più (tra il 10 e il 20%) la vacanza pur di avere accesso a servizi sostenibili, mentre 41% del campione dichiara di informarsi sulla sostenibilità delle strutture ospitanti. Non tutto è lasciato alla sensibilità del singolo, anche le Amministrazioni locali cominciano a porsi il tema degli impatti del turismo sui propri territori, anche se, a dire il vero, molto timidamente e con risultati al momento non palpabili! A livello nazionale, esistono alcuni progetti pilota sostenuti anche dal Ministero dell’Ambiente; di recente, a metà maggio 2017, è stata presentata la Carta di Cervia-Milano Marittima che si ispira, nella sue motivazioni di fondo, alla carta di Cortina, anch’essa voluta e sostenuta dal Ministero dell’Ambiente. Lo scopo è quello di rinnovare il modello di sviluppo, coniugando buona offerta turistica con qualità ambientale, valori identitari e culturali del territorio. In quest’ottica una particolare attenzione andrebbe rivolta sempre più alle energie rinnovabili, all’efficientamento energetico degli immobili, agli adattamenti ai cambiamenti climatici, alla raccolta differenziata, alla mobilità dolce e sostenibile, alla lotta agli sprechi e al degrado urbano. Prendiamo tutti l’impegno: facciamo in modo di attraversare leggeri il mondo che ci circonda!

 

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Ogni prodotto ha un costo ambientale… che non perdona

Ogni oggetto o imballaggio ha un impatto ambientale nella sua filiera (ciclo di vita) in particolare per quanto riguarda lo smaltimento. Oggi si paga un contributo ambientale solo per gli imballaggi.9592-10358

Questo contributo obbligatorio, pagato dalle aziende, rappresenta la forma di finanziamento che permette interventi a sostegno delle attività di raccolta differenziata, e di riciclo dei rifiuti di imballaggi insieme ai proventi delle aste degli imballaggi raccolti. Anche un bene per essere prodotto richiede l’utilizzo di materia ed energia e lo si dovrà smaltire a fine vita. La mancanza della valutazione del ciclo vita e del pagamento in proporzione al costo e futuro inquinamento ambientale non avvia a privilegiare la produzione di beni riutilizzabili e riciclabili e non responsabilizza gli utenti.

L’etimologia della parola Economia è: gestione della casa. La gestione della casa non comprende la devastazione della casa stessa, e nemmeno la produzione illimitata di merci in un sistema finito come è quello del pianeta. Fra l’altro a questa produzione illimitata di merci non stiamo partecipando solo noi come Paese, ma stanno partecipando altri Paesi che hanno molti più abitanti. Cina, India che hanno da soli 2 miliardi e mezzo di persone e altri ancora come Indonesia, Brasile, Sudafrica, Messico: sono paesi che stanno seguendo il nostro modello cosiddetto di sviluppo. Un modello di sviluppo che comporta la produzione illimitata di merci in un pianeta che ha risorse finite, limitate. Quindi non è possibile proseguire in questo modo.

Che fine fanno queste merci?

Normalmente prendono tre strade. La strada dell’incenerimento, che sappiamo bene essere uno dei sistemi peggiori di smaltimento delle merci, perché comporta problemi ambientali, problemi sanitari. È diseconomico e antienergetico, nel senso che l’energia che viene fuori è molta meno rispetto a quella che potremmo avere se riciclassimo i materiali.

Le merci vengono smaltite anche nelle discariche, che in futuro saranno sede di recupero materiali. Cioè la gente andrà a cercare di recuperare materiali in discarica, proprio perché continuando in questo modo a produrre merci costantemente, si esauriranno le risorse, e quindi si dovrà andare nelle discariche a cercare di recuperare qualcosa di utile.

Altro elemento di smaltimento delle merci è purtroppo il mare. Interi oceani sono pieni di rifiuti, continenti di plastica galleggiano in alcuni oceani, e ormai il mare è diventato un’immensa discarica. Va fatto qualcosa. Si può intervenire in alcuni modi. Innanzitutto con una riduzione drastica della produzione di merci, che per la gran parte sono superflue. Quindi fare in modo che le merci prodotte siano durevoli, cioè che durino il più possibile, per eliminare anche questo grosso problema dell’obsolescenza programmata. L’obsolescenza programmata fa sì che ci siano delle merci, soprattutto i componenti elettronici, i computer, le stampanti, che si rompano nell’arco di un determinato periodo. Queste cose le hanno costruite per far sì che si rompano a un certo punto, nonostante possano eventualmente essere riparate per poter proseguire con il loro uso. Riusare il più possibile quello che si ha oppure riparare. Uno dei lavori che avrà più diffusione in futuro sarà legato al riutilizzo e alla riparazione delle varie merci. Ci saranno officine di riparazione ovunque. Adesso iniziano ad esserci parecchie​ ciclo officine per riparare le biciclette, ce ne saranno in futuro per riparare moltissime altre merci. Con i laboratori di riparazione si dovrà per forza ridurre il consumo delle merci o in qualche modo diversificarlo, perché per esempio l’utilizzo del legno potrebbe sostituire in molti aspetti l’utilizzo della plastica. È importante poi la sempre più larga diffusione di negozi che abbiano prodotti sfusi. Non ha assolutamente senso continuare a comprare delle confezioni che poi vengono buttate, quando io posso andare col mio contenitore e riempirlo più volte di prodotti che posso acquistare da negozi che hanno merci vendute a livello sfuso. In tutto questo è assolutamente importante che ci sia una tassazione per le merci che non rispettano determinati parametri ambientali ed energetici. Ci dovrà essere una tassazione e una etichettatura delle varie merci che comprende la cosiddetta impronta ecologica. Cioè quale merce ha utilizzato quanta acqua, quanta energia e quale è stato il suo impatto sull’ambiente. Avere una etichettatura di impronta ecologica è importante per far sì che queste merci abbiano una effettiva sostenibilità ambientale.

QUI PER VEDERE IL VIDEOINTERVENTO DI PAOLO ERMANI

Fonte: Il blog delle stelle

 

Ma qual è l’impatto della vita degli italiani sull’ambiente?

Ma qual è l’impronta ecologica dell’Italia? Ci aiuta il Centro Nuovo Modello di Sviluppo. Il nostro stile di vita richiede 4,6 ettari di terra fertile a testa.9513-10270

L’indicatore “impronta ecologica”, introdotto da Mathis Wackernagel e William Rees nel libro Our Ecological Footprint del 1996, aiuta ad individuare il consumo di risorse (l’emissione di anidride carbonica, per esempio, o l’agricoltura intensiva) rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle; i valori dell’impronta si esprimono in ettari globali.

Per il calcolo dell’impronta ecologica si utilizzano sei categorie principali di terreno:

  • superficie necessaria per assorbire l’anidride carbonica prodotta dall’utilizzo di combustibili fossili;
  • superficie arabile utilizzata per la produzione di alimenti ed altri beni;
  • superficie destinata all’allevamento;
  • superficie destinata alla produzione di legname;
  • superficie edificata;
  • superficie marina dedicata alla crescita di risorse per la pesca.

Da numerosi studi effettuati emerge ormai che l’impronta ecologica a livello mondiale è maggiore della capacità bioproduttiva mondiale e che quindi in futuro avremo meno materie prime per i nostri consumi.impronta-italia

Secondo ad esempio uno studio pubblicato su Environmental Science & Policy, a fine dicembre 2016, relativo a 19 città costiere del Mediterraneo (tra cui Venezia, Genova, Roma, Napoli e Palermo), sono quasi 60 anni che la regione mediterranea consuma più risorse naturali di quanto l’ecosistema sia in grado di rigenerare.

A livello personale o di comunità, è possibile calcolare la propria impronta per cercare di renderla più sostenibile; a questo proposito, ricordiamo ad esempio il tool del WWF o quello messo a punto dal Global Footprint Network.

Ma per comprendere cosa sia l’impronta ecologica e capire di conseguenza come sia possibile ridurla, anche nelle nostre azioni quotidiane, il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, nel 2016, ha realizzato un agevole ed utile dossier intitolato “L’impronta maldistribuita”: si tratta di quindici infografiche che ridescrivono la geografia mondiale in base alla superficie di terra “produttiva” necessaria a garantire il nostro stile di vita. Tra gli argomenti raccontati e rappresentati tramite infografica troviamo:

  • base biologica della nostra esistenza: il bilancio CO2
  • overshoot day: quando oltrepassiamo la biocapacità del pianeta
  • l’impronta degli italiani: superiore di due volte e mezza a quella sostenibile
  • i pianeti dell’eccesso: se tutti avessero il tenore di vita di chi vive in eccesso
  • miglioriamo la nostra impronta: suggerimenti per ridurre l’impronta

fonte: ilcambiamento.it

AUTOSVOLTA, a Milano una proposta Comune-AMAT per incentivare l’addio alle auto inquinanti

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Grazie ai fondi europei, parte a Milano un progetto per incentivare a rottamare le auto inquinanti, offrendo sconti nella mobilità sostenibile. Un cocktail d’incentivi, con il sostegno dell’Associazione Demolitori Auto, che potrebbe davvero spingere alla svolta.

Si chiama AUTOSVOLTA è naturalmente ha un sito e un “app” dedicati.

E’ il progetto che parte a Milano, con lo scopo di ridurre i veicoli privati alimentati con combustibili inquinanti, sostenere la rottamazione delle auto più vecchie e contrastare il problema dell’inquinamento atmosferico, promuovendo una mobilità più pulita e condivisa.

Grazie all’Unione Europea.

AUTOSVOLTA è infatti inserita all’interno del progetto EMPOWER, finanziato dall’UE con i fondi Horizon 2020. L’iniziativa italiana che parte a Milano è condotta da AMAT (Agenzia Mobilità, Ambiente, Territorio) e dal Comune di Milano. Partner sono anche il gruppo Editoriale Domus-Quattroruote e ACI, che hanno permesso il collegamento con i loro data base interattivi, gli operatori Clear Channel (BikeMI) e Share’ngo (car sharing elettrico) e infine l’ANDA – Associazione Nazionale dei Demolitori Auto, che permetterà un accesso più rapido e semplice alle rottamazioni.

Obbiettivo del progetto: spingere i milanesi, in particolare quelli ancora in possesso di auto vecchie ed inquinanti, ad un passaggio “morbido e assistito” ad un più conveniente e parsimonioso utilizzo di mezzi puliti e in condivisione.

Come funziona? Sul sito WWW.AUTOSVOLTA.IT viene messa a disposizione un’applicazione che, attraverso un rapido test, permette di calcolare gratuitamente il valore residuo della propria auto, valutare l’impatto ambientale delle più vecchie e confrontare i costi di acquisto di auto nuove a basso impatto. Una volta fatto il test, ecco gli incentivi e le soluzioni che vengono proposte per “dire addio all’auto vecchia ed inquinante”:

1) ritiro gratuito a domicilio dell’auto da demolire con call center di supporto alla gestione burocratica, grazie all’impegno dell’Associazione Nazionale Demolitori Auto.

2) Car Sharing card del valore di 500 Euro, offerta da Iniziativa Car Sharing (ICS), in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente, per la rottamazione (convertibile in circa 2.000 minuti di car sharing elettrico o in abbonamento ai mezzi pubblici).

3) Iscrizione ridotta del 50% a Share’ngo, il primo operatore a Milano di car sharing elettrico, con 100 minuti gratuiti e lo sconto del 20% sulle tariffe per un anno.

4)  Iscrizione ridotta a 29 Euro per un anno a BikeMi a Milano.

Insomma, sono ben quattro le soluzioni che vengono offerte per incentivare alla ….. AUTOSVOLTA.

 

I numeri che fanno riflettere sull’inquinamento a Milano (fonte AMAT)

I principali mezzi che causano inquinamento sono le auto Euro 0, che hanno in media oltre 20 anni, tutte le Diesel Euro 0,1,2,3, che hanno tra i 19 e 24 anni, e le Euro4 fino a 15 anni. In totale, sono quasi 97.000 le auto senza filtro antiparticolato (FAP), tra i soli residenti del Comune di Milano, che producono il 77% della totalità delle emissioni di PM10. 

In particolare, gli autoveicoli alimentati a gasolio e privi di dispositivi antiparticolato, a Milano sono meno del 27%, ma producono quasi il 65% delle emissioni di PM10 allo scarico che sono “sicuramente cancerogeni per gli esseri umani” (Classe 1 IARC – International Agency of Research on Cancer/WHO). E’ quindi importante e possibile l’obbiettivo di dimezzare, nel più breve tempo, le emissioni di PM10 allo scarico, dovuto soprattutto agli autoveicoli a gasolio senza sistemi antiparticolato. 387150_2

Fonte: ecodallecitta.it

Il riscaldamento a legna: l’impatto ambientale delle stufe a legna

Il riscaldamento a legna con una stufa a legna è un’energia rinnovabile, ma non necessariamente pulita, visto che gli alti livelli di emissione di particolato e di sostanze inquinanti continuano ad avere un notevole impatto ambientalestufa-a-legna-586x435

Le stufe a legna sono alimentate da una fonte rinnovabile, ma il riscaldamento a legna non è necessariamente energia pulita, poiché ha un livello piuttosto preoccupante di emissioni di particolato e fuliggine che anche se non contribuisce alle emissioni nette di CO2 (il carbonio che finisce in atmosfera era stato precedentemente catturato dalla fotosintesi) comporta comunque un notevole impatto ambientale.Un’analisi canadese dei fumi di alcune comuni stufe a legna mostrano una produzione di particolato che varia da 4 a 20 grammi per kg di legna secca, con un tasso orario da 3 a 50 grammi all’ora, oltre a CO, NOx, SO2, benzene, e una quantità impressionante di altri composti organici. Questi numeri vanno confrontati con il limite di emissione di PM 10 che è pari a 50 milligrammi per m³ di aria. Se il fumo da legna non si disperde adeguatamente la concentrazione di particolato può raggiungere livelli molto alti. Secondo altri studi, il fumo da legna può causare problemi respiratori e cardiaci, come l’esposizione all’inquinamento da traffico oppure al fumo passivo. In Australia, la vendita di stufe è aumentata del 20% per fare fronte ai maggiori costi del riscaldamento a gas o elettrico. Le stufe a legna sono così diventate una fonte più inquinante del traffico automobilistico, essendo responsabili di una quota di emissioni tra il 50 e l’85% del totale. Il governo australiano sta studiando nuovi limiti per le emissioni delle stufe, in modo far calare la quantità totale di particolato da 40000 a 30000 tonnellate. In Italia ci sono oltre 5 milioni di stufe e si consumano ogni anno circa 23 Mt di legna da ardere o assimilati, pari all’incirca a 10 Mtep; per fare un confronto, i consumi di petrolio sono pari a 64 Mt. Sarebbe opportuno iniziare a porre il problema di definire migliori standard di emissione anche per il nostro paese, visto che l’aumento dei prezzi del gas spingeranno sempre più persone verso un riscaldamento di origine vegetale.

Stufe a legna: come inquinare meno

Pur non essendoci dubbi sul fatto che le moderne stufe a legna inquinino molto meno di altre forme tradizionali (fino al 90% di inquinamento in meno e il 14% in meno di anidride carbonica) le normative europee vogliono rendere le emissioni delle stufe canadesi o di altro tipo ancora minori di quanto non lo siano ora. Tre sono i fattori che determinano le emissioni di fumo della legna: il modo in cui è acceso il fuoco, la qualità del legno e il modo in cui si rifornisce la stufa. Il fumo all’inizio è più inquinante perché la legna non arde efficacemente, inoltre alcune emissioni inquinanti sono presenti nel momento in cui si ricarica la stufa. L’utilizzo di legna da ardere ben stagionata e opportunamente essiccata riduce notevolmente il fumo. Altro consiglio è quello di evitare di sovraccaricare le stufe a legna poiché queste privano di aria il fuoco. Ci sono quindi dei pro e contro legati all’inquinamento, ma anche a quelli che sono i costi e le norme del riscaldamento a legna. Da una parte la stufa a legna conviene, dall’altra la normativa su questo tipo di caldaie diventerà verosimilmente più stringente in seguito agli accordi e ai protocolli internazionali e alle decisioni prese alla Cop21 di Parigi per una limitazione delle emissioni. Rendimento e risparmi sono sicuramente un argomento appetibile ma le norme sul riscaldamento a legna e la necessità di limitare le emissioni sono sicuramente fattori dei quali tenere conto prima di investire in un impianto che deve durare per molti anni.

Fonte: ecoblog.it