Nativa e le B Corp: così è nato il business che può cambiare il mondo

Si può fare business ottenendo, oltre che un valore economico, anche un impatto positivo nel mondo, in termini di rigenerazione ambientale e giustizia sociale. Un approccio agli affari che premia le imprese e rappresenta la chiave di volta per cambiare e salvare il mondo. Ne abbiamo parlato con Eric Ezechieli, cofondatore di Nativa, la prima B Corp e Benefit Corporation in Europa. Oggi l’Italia ha una leadership mondiale in questo settore. Ci sono interviste che realizzi al primo colpo e altre che rimandi per settimane, mesi, anni. Quella con i fondatori di Nativa e il mondo delle B Corp, nella mia avventura di giornalista, fa parte del secondo gruppo.  È  da almeno quattro anni, infatti, che mi ripromettevo di organizzare questo incontro, ma per un motivo o per l’altro era sempre stato rinviato. Ed eccomi finalmente giunto nella sede milanese di questa società. Siamo ad aprile 2019 e dopo una breve attesa incontro Eric Ezechieli, cofondatore con Paolo Di Cesare, di Nativa. Ci sediamo e iniziamo subito a parlare. Lui è un fiume in piena e tanto sono preso dall’ascoltarlo che non mi accorgo che la mia telecamera ha un difetto nella messa a fuoco. Ma tant’è, ormai è fatta.

Parliamo. Parliamo di B Corporation e aziende B Corp, di criteri di sostenibilità, di rischio greenwashing e capitalismo giunto ad un bivio, di Fridays for future e cambiamenti sistemici. Ci interroghiamo sul futuro del mondo, sulle nostre possibilità (come specie umana) di sopravvivere, sul ruolo dell’Italia in questo momento storico. Rimango colpito, mentre lo ascolto, dalle molteplici similitudini tra il suo e il nostro approccio: cambiamento sistemico, approccio transizionista, voglia di fare grandi salti e necessità di fare piccoli passi, difficoltà a distinguere cosa sia lavoro e cosa non, in una passione che tutto travolge. Eric e “i suoi” vogliono cambiare le imprese, le aziende, quelle con gli azionisti. Come in molti sanno, una SPA da statuto deve rispondere appunto agli azionisti e quando dico rispondere, intendo produrre utili. Idem le SRL per i loro soci. Produrre utili. Punto. Ad oggi il modello economico delle più grandi aziende del mondo (e anche di gran parte di quelle medie e piccole) ha questo come primo, e spesso unico, obiettivo.  

Produrre utili. A che prezzo? “Non importa – sembra affermare una voce invisibile – Taglia personale, inquina, investi in speculazioni finanziarie, non interrogarti sui diritti delle donne, non migliorare la qualità della vita dei lavoratori”. Produci utili. E allora qualcuno ha cominciato ad interrogarsi e ha pensato di misurare l’impatto di ogni azienda e di inserire nello statuto di ogni società la sostenibilità sociale e ambientale. Può sembrare un gesto puramente simbolico, e forse in alcuni casi lo sarà anche, ma come vedremo può essere l’avvio di una piccola o grande rivoluzione. Lo statuto di un’azienda, infatti, guida le azioni e le scelte dei management. Se questi “devono” rispondere ad un unico dictat, fare utili, non hanno alcuno strumento per cercare di realizzare politiche di altro genere, ma se tra i loro compiti “statutari” c’è la sostenibilità ambientale, l’etica del lavoro, il sociale e così via, ecco che iniziano ad avvenire piccoli miracoli. Ci si interroga sulle filiere, sugli investimenti, sulle scelte interne ed esterne, sui modelli produttivi e così via. Si entra in transizione. Ci si attiva, si cambia. Si entra a far parte dell’Italia che Cambia, insomma. Ma facciamo un passo indietro e andiamo ad ascoltare la storia di Eric e della sua Nativa. Nativa nasce nel 2012 e fu la prima B Corp e Benefit Corporation in Europa. Oggi occupa circa 15 persone tra Roma e Milano e accompagna le aziende che decidono di intraprendere il percorso per diventare una B Corp o una Società Benefit fungendo da catalizzatore di cambiamenti tesi a progettare futuri sostenibili.

Ma cosa significa essere una B Corp?

Essere una B Corp (Certified B Corporation) significa intraprendere un cammino di sostenibilità sociale e ambientale partendo dall’analisi del proprio impatto sulla società e sul pianeta. Oggi, infatti, la maggior parte delle aziende consuma più risorse di quante ne produce e non è quindi rigenerativa, bensì estrattiva. Per cercare di invertire questa rotta il primo passo consiste nel misurare le proprie attività usando un protocollo che si chiama b impact assessment, uno standard usato oggi in tutto il mondo da oltre 150.000 aziende. “Quando vai a misurare – mi spiega Eric – ti trovi a comprendere se stai creando un valore economico a discapito di un valore sociale e ambientale o lo stai creando rigenerando la società, la natura, la biosfera. Purtroppo oggi moltissime aziende non perseguono il valore sociale e ambientale anche perché la legge non glielo impone… Le B Corp nascono invece esattamente con questa intenzione”. In un mondo ideale, mi confida Eric, un’azienda dovrebbe poter distribuire utili solo se prima ha dimostrato di essere rigenerativa e di non danneggiare ambiente e società. Le B Corp, inoltre, hanno mostrato in questi anni una particolare resilienza. Quando ci sono crisi, infatti, hanno una tenuta migliore perché fondano il proprio business su un modello più radicato sul territorio, sulla fiducia delle persone e così via. Caratteristiche che abbiamo incontrato nella maggior parte delle aziende raccontate dal nostro giornale!

B Corp e Benefit Corporation (o Società Benefit)

Abbiamo visto come la B Corp sia una tipologia di impresa che ha come obiettivo quello di rigenerare la società, la natura, la biosfera nonché di condurre un’attività economica che generi un profitto risolvendo problemi ambientali e sociali. L’obiettivo è creare business orientati ad essere primariamente fonti di rigenerazione. Per ottenere questi obiettivi (e salvare il mondo) secondo questo approccio occorrono due passaggi: 

1) La misurazione degli impatti: come anticipato, grazie al protocollo b impact assessment si può “scansionare” a 360 gradi un’azienda per capire se sta creando valore economico sociale e ambientale per la società. Le aziende che creano più valore di quanto ne “consumino” si possono qualificare come B Corp certificate dopo aver superato un percorso di verifica, validazione e certificazione svolto dalla non profit che ha sviluppato il modello: B Lab. Per essere certificati occorre ottenere almeno 80 punti su una scala di 100. 

2) Il secondo passaggio è legato allo stato giuridico dell’impresa. Fino ad oggi, secondo i codici civili e le leggi vigenti in tutto il mondo, lo scopo unico di una società di capitali è stato distribuire dividendi agli azionisti. Ambiente e persone, di conseguenza, non sono mai rientrati negli scopi statutari di un’azienda. Le Benefit Corporation (chiamate in Italia Società Benefit), invece, non solo devono misurare gli impatti e generare valore, ma devono anche avere una forma giuridica che ti consenta di creare un impatto positivo sia per gli azionisti che per gli altri portatori di interessi (un nuovo scopo giuridico, quindi, con una specifica forma d’impresa oggi disponibile in Usa, Italia e altri paesi). Eric Ezechieli definisce questo strumento un “nuovo sistema operativo per il capitalismo” che consente alle aziende di diventare portatrici di rigenerazione! 

La società Benefit deve specificare esattamente in che modo va a creare questi benefici e deve rendicontare questi impatti, utilizzando il protocollo segnalato prima. È importante precisare che assumere questa forma giuridica non comporta sgravi fiscali o altri vantaggi economici. È uno strumento le cui ricadute, quindi, sono “esclusivamente” sociali e ambientali. Il rischio di greenwashing, però, è sempre dietro l’angolo. Secondo Eric, questo è fortemente limitato proprio dall’assenza di vantaggi fiscali nel modello e, inoltre, l’adozione nel proprio statuto di determinati obiettivi misurabili, potrebbe portare alla denuncia dell’azienda inadempiente che andrebbe controllata dal garante per la concorrenza essendoci gli elementi di “condotta sleale”.  

Il protocollo b impact assessment (disponibile on line gratuitamente e utilizzabile da chiunque) è molto vasto e misura impatti su persone, ambiente, comunità, lavoratori, nonché la trasparenza, i sistemi di governance e il business model. In realtà, non esiste un unico protocollo, ma anzi ci sono più di 150 modelli che variano con dimensioni, area geografica, settore di appartenenza e così via, consentendo a chi aderisce di confrontare le proprie performance con altre aziende di settore che stanno facendo percorsi analoghi.

Summit 2018 delle B Corp

Un avvio difficile… e poi una leadership mondiale!

Quando Eric e Paolo hanno deciso di fondare Nativa come Benefit Corporation hanno redatto uno statuto ispirato a quello americano. Nel luglio 2012, quindi, lo hanno presentato alla Camera di Commercio e… sono stati respinti perché “illegali” avendo costruito un soggetto che non aveva come unico scopo quello di distribuire dividendi. Loro non si sono arresi e al quinto tentativo la camera di commercio li ha accettati “per sfinimento” ma senza che esistesse un ordinamento giuridico in cui potessero davvero rientrare. A quel punto, hanno deciso di attivarsi e grazie anche ad un Senatore, Mauro Del Barba, sono riusciti a far riconoscere il modello di Società Benefit in Italia. Il gruppo di lavoro si costituì nel 2014 e scrisse un disegno di legge che, dopo circa 14 mesi, fu approvato. Dal 1 gennaio 2016 l’Italia è quindi diventata il primo tra gli stati sovrani ad avere una legislazione che riconosceva questo status d’impresa. Oggi, il modello di Benefit Corporation esiste in 34 Stati degli USA, in Italia, in Colombia e Perù e ci sono altri 15 Stati che si stanno ispirando alla legislazione italiana, soprattutto in America Latina. L’Italia ha quindi una leadership mondiale in questo settore ed è il Paese in cui stanno nascendo più B Corp certificate (circa 100 hanno ottenuto la registrazione mentre oltre 2000 si stanno misurando) e Società Benefit (più di 300: da piccole aziende e start up a grandi aziende e multinazionali).

Il modello capitalista deve cambiare

“Per me non si dovrebbe più poter concepire un business che non abbia al centro la rigenerazione ambientale e sociale – mi spiega Eric -. Quando inizi a ragionare in questi termini diventa quasi inconcepibile che un’azienda possa trarre profitti avendo generato impatto negativo a persone o natura. Un’azienda dovrebbe poter distribuire utili solo se non ha causato danni ad ambiente e persone! Siamo ad un punto di non ritorno. O il modello capitalista diventa rigenerativo o… Un modello che sistematicamente danneggia la società non può continuare nel futuro. I limiti ci sono. Se non si autoriforma il sistema, interverranno dei fattori che porteranno all’eliminazione di questo modello. Non va certo dimenticato che il modello capitalista ha portato una fetta di mondo ad emanciparsi da fame e miseria, ma oggi il modello deve cambiare. È giunto al capolinea! Le B Corp rappresentano una delle evoluzioni più forti di questo modello e dimostrano che cambiarlo è possibile anche in modo esponenziale. Ecco perché vedo il ruolo di Nativa come quello di un catalizzatore utile ad accelerare questa trasformazione”.

Le Nazioni Unite e il B Lab

L’ONU, due anni e mezzo fa, ha chiesto a B Lab di collaborare per sviluppare uno strumento utile per misurare il progresso delle aziende rispetto ai 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite per il 2030. Questo sarà pronto entro fine 2019. A quel punto, l’ONU proporrà la diffusione di questo strumento a tutte le aziende del mondo.

B Corp ed EBC (Economia per il Bene Comune)

Eric Ezechieli ritiene che ci siano moltissimi elementi di sinergia e allineamento tra i due movimenti. La matrice di EBC viene più dal mondo dell’associazionismo e dell’impresa sociale, quella di B Corp più dal business classico. Ma i due strumenti sono complementari. “Con i rappresentanti di EBC abbiamo iniziato a scambiare alcune idee – conferma Eric – ma ora vogliamo incontrarci per approfondire. Quando ho sentito parlare Christian Felber mi sono ritrovato! Diciamo praticamente le stesse cose”.

Il cambiamento dipende da noi

“Mi occupo di sostenibilità da quando ho 14 anni – conclude il cofondatore di Nativa – studiavo i modelli del MIT che già mostravano i rischi ambientali e sociali a cui saremmo andati incontro e pensavo che gli adulti avrebbero aggiustato le cose. Si sapeva già tutto… Poi passavano gli anni e non cambiava quasi niente. Ho quindi deciso di dedicare la mia vita al cambiamento. Oggi le trasformazioni (e i problemi e le sfide) stanno accelerando in modo esponenziale. Diventa quindi fondamentale agire tutti insieme e in modo rapido per contrastare questi processi. Il modello vigente, che è quello estrattivo, non ha nessuna possibilità di funzionare in futuro! L’Italia, da questo punto di vista, è all’avanguardia nel mondo […]”. 

Ho tagliato volutamente il finale di questa intervista perché vi invito a guardare il video che trovate all’inizio di questo articolo. Nell’ultimo minuto riassume quanto da anni cerchiamo di raccontare con il lavoro di Italia che Cambia. Nonostante il racconto ossessivamente negativo dei media e dei luoghi comuni siamo all’avanguardia nel cambiamento. Un’avanguardia mondiale. Che facciamo, ci attiviamo anche noi?

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/nativa-b-corp-business-puo-cambiare-mondo-io-faccio-cosi-248/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni#

Una piattaforma per fare rete: cambiare dentro per ridurre l’impatto fuori

Una “rete di valore aperto” per promuovere progetti, eventi e buone pratiche volti alla riduzione dell’impronta ecologica individuale in Friuli-Venezia Giulia. Abbiamo intervistato Francesco, che dopo un’esperienza da cervello in fuga in giro per il mondo, è rientrato in Italia per raccontare e diffondere la filosofia Zero Waste attraverso una comunità virtuale territoriale. Zero Waste FVG è una piattaforma indipendente e no profit basata su tecnologie Open Source il cui scopo è la diffusione della filosofia zero sprechi in Friuli-Venezia Giulia. A parlarcene è Francesco Marino, giovane laureato in Tecnologie Web e Multimediali che abbiamo intervistato a Udine, dove è tornato a vivere da quando, nel novembre del 2018, è rientrato da sei anni di vita all’estero.

Era il 2012, infatti, quando Francesco ha iniziato a viaggiare grazie a degli stage post-laurea, diventando successivamente un digital nomad e allungando la lunga lista di cervelli in fuga del nostro paese. In questo periodo, passato tra Norvegia, Hong Kong, Filippine e soprattutto Spagna, la sua consapevolezza ambientale è cresciuta moltissimo, “di pari passo con un profondo cambiamento interiore, che è l’unica spinta che può davvero portare le persone a sognare ed agire per un mondo migliore”. 

Durante la sua permanenza in Asia, in particolare nelle Filippine, ha potuto toccare con mano gli effetti dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento su vasta scala. Sicché, dopo un percorso di crescita personale iniziato con lo yoga e durato quattro anni, ha deciso di rimboccarsi le maniche e – prima ancora di rientrare in Italia da Barcellona, ultima tappa della sua esperienza all’estero – ha deciso di fondare prima un gruppo e una pagina Facebook, e poi di aprire il sito www.zerowastefvg.it.

La piattaforma è pensata come un servizio “contenitore”, co-progettato e co-gestito da tutti i membri della comunità che lo utilizzano (più di 1000 nel gruppo Facebook), con l’obiettivo di diventare un bene comune dei cittadini. “Si tratta di un luogo virtuale nel quale chiedere, suggerire, realizzare sondaggi, far nascere collaborazioni tra cittadini, siano essi consumatori, produttori, negozianti, riparatori, comunicatori”, chiarisce Francesco, che sottolinea come il progetto sia su base volontaria per tutti, totalmente orizzontale ed aperto al supporto di chiunque voglia dare una mano. Sul sito è presente una mappa collaborativa, che dà visibilità ai “punti di interesse etici” che già esistono sul territorio regionale e che vuole essere uno stimolo per tutti a lanciare nuovi progetti e attività in questa direzione. Inoltre è presente un calendario degli eventi che vengono organizzati sul territorio e vari gruppi Telegram per gestire attività specifiche (social, giornate ecologiche, riciclo creativo, ecc.).  

Pur non essendo collegato a nessuna delle varie reti internazionali Zero Waste, il progetto di Francesco condivide con esse i valori che ne sono alla base e che possono essere riassunti nei seguenti principi:

– Rifiutare (prevenzione/minimalismo);

– Ridurre (prevenzione/decrescita);

– Riutilizzare (prolungamento della vita dei prodotti);

– Riciclare (recupero della materia);

– Compostare (recupero dell’energia).

Francesco tiene molto a sottolineare come, più che uno stile di vita, Zero Waste sia soprattutto una filosofia. “Se qualcuno mi chiede cosa deve fare per vivere una vita a minor impatto ambientale, io gli rispondo che prima di tutto deve ascoltarsi”, ci dice. Un segno che il cambiamento non si basa tanto (o non soltanto) sulle azioni, pur dettate dal buon senso, ma soprattutto da un lavoro interiore. “Vivere una vita Zero Waste significa anzitutto liberarsi mentalmente del superfluo, a cominciare dal giudizio verso il percorso degli altri”.  

E a ben pensarci è solo così che possiamo accettare con maggior tolleranza chi, per i motivi più disparati – a cominciare dalle possibilità di accesso alle informazioni – non ha (ancora) aderito a un cambiamento strutturale. Aumentando le possibilità di aprire qualche ulteriore varco nella cultura dominante, invece di costruire altri muri.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/vita-senza-sprechi-tornato-in-italia-eliminare-rifiuti/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

È Made in Italy lo smart glass che manda in soffitta la plastica usa e getta

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Due ragazzi italiani hanno inventato lo smart glass, il bicchiere intelligente, che si può riciclare all’infinito e digitalizza le operazioni di cassa.

Creare uno smart glass, un bicchiere intelligente, per ridurre l’impatto ambientale della plastica usa e getta. È questo il sogno di due ragazzi liguri, Stefano Fraioli e Lorenzo Pisoni, entrambi 27enni, che hanno lanciato sul mercato PCUP, bicchiere in silicone, flessibile, pieghevole e con un chip al suo interno per facilitare le operazioni di cassa.

Il loro progetto, finanziato grazie a una campagna di crowdfunding di successo, sarà presto commercializzato.

Scopriamo insieme di più su PCUP e gli altri smart glass sul mercato.

PCUP lo smart glass che manda in soffitta la plastica usa e getta

PCUP è uno smart glass in silicone indistruttibile, che può essere utilizzato in vuoto a rendere. Ha un chip inserito nel fondo, con un’app correlata, che rende veloce e digitale il pagamento e la restituzione della cauzione per il bicchiere. Attraverso il chip sarà possibile anche pagare il contenuto offerto al cliente di volta in volta: acqua, birra, cocktail.

Perché la scelta del silicone come materiale? Lo spiegano i fondatori su Eppela:

«Il silicone non è un derivato del petrolio come la plastica, bensì del silicio, uno dei materiali più abbondanti sulla Terra. Ed è pressoché indistruttibile: non si riga, non si opacizza, può essere lavato innumerevoli volte anche con metodi industriali. Inoltre, a differenza della plastica, non arriva mai a deteriorarsi e a rilasciare sostanze tossiche».

Lo smart glass è pensato soprattutto per i contesti di grande distribuzione. PCUP è infatti una sorta di acronimo per Public Cup, tazza per il pubblico.

I festival musicali, gli stadi, le discoteche, così come le strade e le piazze della movida nelle grandi città, possono offrire occasioni speciali per incontrarsi, ma spesso si trasformano in un dramma per l’ambiente.

Quanti bicchieri di plastica usa e getta vengono infatti usati e gettati via subito, in questi contesti? Il vetro è spesso vietato per ragioni di sicurezza e la risposta diventa quindi la plastica. Conosciamo tutti bene, però, il suo impatto ambientale devastante.

I fondatori: “Ecco perché PCUP è unico nel suo genere”

Fraioli e Pisoni spiegano all’Ansa l’obiettivo per cui hanno creato PCUP e perché il loro smart glass si distingue sul mercato:

«Pcup nasce con l’obiettivo di sostituire l’utilizzo di bicchieri di plastica usa e getta nei contesti di grande distribuzione di bevande al pubblico con un bicchiere mai visto prima, utilizzato nel modo più antico del mondo: il vuoto a rendere. Abbiamo voluto un bicchiere bello, comodo e il più leggero possibile, tanto da farti dimenticare di averlo addosso finché non lo riconsegni alla cassa o decidi di portarlo via, mettendolo in tasca o in borsa. È unico perché è digitale, legato a una nostra app per cui si paga la consumazione passando il bicchiere in cassa e con i nostri lettori si può quantificare quanti grammi di plastica si sono risparmiati nella serata».

Il progetto è stato di recente lanciato con una campagna di crowdfunding, una raccolta fondi online. PCUP è su Eppela e ha già raggiunto il suo obiettivo iniziale di 6mila euro ottenuti in circa 15 giorni. Ora l’obiettivo secondario è di arrivare a 9mila euro.

Per chi contribuisce, sconti e premi speciali sull’acquisto.

Tra bufale e progetti azzeccati, l’orizzonte degli smart glass

Smart glass, smart cup, smart bottle. Il bere diventa intelligente e si unisce a nuove tecnologie come l’Internet delle Cose (IoT), che consente agli oggetti di comunicare tra loro e con la rete. Nascono tanti progetti, che a volte vanno male, altre somigliano a vere e proprie truffe. È il caso per esempio di Vessyl, dell’azienda Mark One. Lanciato in pompa magna nel 2014, con una campagna in crowdfunding che ha superato il milione di dollari, lo smart glass doveva arrivare a fine 2017 sul mercato. Nel 2018, però, Mark One ha chiuso i battenti. Sfortunata invece l’esperienza degli italiani Mirco e Mirta Frascaroli, che l’anno scorso hanno lanciato Ebrost, bicchiere hi-tech che rileva la temperatura e cambia colore. Anche qui è stata lanciata una campagna di raccolta fondi online, ma che non ha ottenuto il successo sperato.

Esistono poi smart glass sul mercato che assolvono diverse funzioni. Ember e Yecup per esempio offrono la possibilità di controllare la temperatura delle proprie bevande, attraverso un sistema digitale, mantenendola costante durante tutto il giorno. Una funzionalità simile a quella di Ozmo Java+, che nella sua versione Active offre anche la possibilità di calcolare quanta acqua l’utilizzatore beve nel corso della giornata.

Fonte: ambientebio.it

Smart working: meno pendolarismo, più presenza in famiglia, più tempo per se stessi

Non spaventi il nome, smart working. Non è nulla di marziano, anzi. È una modalità molto semplice di lavoro che, se diffusa, potrebbe rivoluzionare il modo di vivere di milioni di famiglie e diminuire la mobilizzazione di auto e mezzi, con un ridotto impatto sull’ambiente.

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Smart working, lavoro intelligente, lavoro agile, chiamiamolo come vogliamo, ma una cosa è certa: potrebbe rivoluzionare le dinamiche di milioni di famiglie e porterebbe a una riduzione della mobilità di mezzi di trasporto con conseguente beneficio per l’ambiente. Con questa formula è possibile lavorare al di fuori dell’ufficio, anche da casa. E non è un’idea balzana, bensì una vera e propria opportunità codificata da una legge e contemplata dal Ministero del lavoro. La definizione di smart working è contenuta nella legge n. 81/2017 e pone l’accento sulla flessibilità organizzativa, sulla volontarietà delle parti che sottoscrivono l’accordo individuale e sull’utilizzo di strumentazioni che consentano di lavorare da remoto (come ad esempio: pc portatili, tablet e smartphone). Al momento può essere prevista per alcuni periodi all’interno della settimana ed è il modello di telelavoro che negli ultimi 2 anni ha trovato il maggior gradimento tra i lavoratori e le aziende private più innovative. In sintesi, un lavoratore dipendente può prestare la propria opera, in tutto o in parte, anche al di fuori dalla sede dell’azienda grazie agli strumenti informatici che l’azienda mette a disposizione. Non ha vincoli di orario di lavoro privilegiando il raggiungimento degli obiettivi concordati con il datore di lavoro, garantendo il rispetto del limite massimo di ore lavorative giornaliere e settimanali stabilito dalla legge e dai contratti collettivi. Il lavoratore quindi gestisce il proprio orario mantenendo lo stesso inquadramento contrattuale e con lo stesso trattamento economico e normativo. È un “lavoro agile” perché basato sulla combinazione di flessibilità, autonomia e collaborazione, che si è diffuso principalmente e velocemente tra le grandi aziende perché è risultato essere una modalità lavorativa vincente. Inoltre, una tale formula elimina la necessità degli spostamenti, che oggi avvengono soprattutto in auto e in secondo luogo in treno. Di conseguenza, potrebbe ridursi anche di parecchio l’impatto sull’ambiente, con minore congestione delle strade e minori emissioni inquinanti. Nel 2015, con la legge 124/2015, articolo 14, lo smart working è stato introdotto anche nella Pubblica Amministrazione, in affiancamento al telelavoro previsto dalla legge 191/1998; nel 2017 sono state emanate le linee guida con la Direttiva n. 3/2017 della Presidenza del Consiglio dei Ministri definendo criteri generali e percorsi di valutazione dell’efficacia della nuova modalità di lavoro e nel maggio 2017 è stata varata la legge 81 che, all’articolo 18,  lo regola, in vigore dal 14 giugno. Eppure se ne parla ancora troppo poco e ancora poche aziende scelgono questa modalità, probabilmente per una resistenza che va al di là anche delle questioni oggettive e pratiche.

Fonte: ilcambiamento.it

Parco Nazionale del Gargano, secco NO all’ eolico Offshore: “Minaccia cicogne e gru”

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Il Parco Nazionale del Gargano dice no alla centrale Eolica OffShore della società Trevi Energy Spa. Il progetto prevede la costruzione di 60 turbine, alte 150 metri, davanti alle isole Tremiti. Il Parco Nazionale del Gargano si oppone a un progetto di eolico offshore che interessa le acque antistanti i comuni di Chieuti, Serracapriola e Lesina. I comuni ricadono nel territorio del Parco e sono posti di fronte all’area marina protetta delle isole Tremiti.

Scopriamo qualcosa in più sul progetto e sul perché del rifiuto.

Il NO del Parco nazionale del Gargano all’eolico Offshore

Un impianto composto da 60 turbine, alte 150 metri, disposte in una superficie di 40 chilometri quadrati. È questo il progetto che ha risvegliato il diniego del Parco nazionale del Gargano, contrario a realizzare un impianto di eolico offshore di fronte alle Isole Tremiti. Le motivazioni sono da cercarsi nell’ impatto ambientale che l’installazione potrebbe avere sulla fauna presente nell’area. Un’opera che, quando è stata presentata, non solo aveva suscitato l’opposizione dell’Ente Parco, ma anche della comunità dei pescatori, preoccupati per l’impossibilità di continuare il proprio operato.

Il Progetto

Il progetto porta la firma della Trevi Energy Spa di Cesena. L’azienda ha chiesto al Ministero delle Infrastrutture una concessione demaniale per 25 anni. L’idea prevede la realizzazione di un impianto di turbine nelle acque antistanti i Comuni di Chieuti, Serracapriola e Lesina, ricadenti nel territorio del Parco e poste proprio di fronte all’area marina protetta delle Isole Tremiti. L’impianto è composto da 60 turbine, dalla potenza di 3,3 MW per complessivi 198 MW. Per realizzarlo è prevista, naturalmente, tutta una serie di opere e infrastrutture, tra cui una stazione marina di trasformazione elettrica ed una condotta sottomarina lunga 8,5 chilometri.

Il secco NO del Parco Nazionale del Gargano

Secondo il Parco Nazionale del Gargano, il progetto non considererebbe l’impatto degli aerogeneratori sull’avifauna migratrice e stanziale.

«Il promontorio del Gargano e le Isole Tremiti – sostiene l’Ente Parco – costituiscono un corridoio ecologico di importanza internazionale per le rotte di migrazione dell’avifauna in direzione nord-sud (Europa-Africa) ed est-ovest (Balcani-Italia), in particolare per rapaci e veleggiatori come cicogne e gru».

Che cos’è l’eolico offshore

Con il termine eolico offshore si intendono i vari tipi di impianti eolici, installati nel mare aperto. Si tratta di decine di turbine, impiantate al largo delle rive, che possono presentarsi in molteplici formazioni: a stormo, ad esempio, a delta o a filari lineari. Tempo fa, un rapporto dell’European Wind Energy Association (EWEA) aveva evidenziato come l’Unione Europea, nel tratto che va dal Portogallo alla Finlandia, potrebbe produrre 4 volte l’energia necessaria al suo fabbisogno totale, attraverso l’installazione delle turbine eoliche offshore galleggianti. Le potenzialità di progetti del genere nascono dal fatto che in mare aperto c’è una migliore qualità e quantità del vento e nessun vincolo paesaggistico. In teoria, almeno, viste le opposizioni recentemente avanzate dal Parco Nazionale del Gargano.

Fonte: ambientebio.it

Auto sostenibili, la ricetta Seat per ridurre l’impatto ambientale delle fabbriche

Ridurre l’impatto ambientale dell’industria dell’auto è una delle sfide più importanti di questi anni. Ecco come Seat sta cercando di farlo.http _media.ecoblog.it_5_5d5_seat-fabbrica-martorell-riduzione-impatto-ambientale-1

Da un lato automobili con consumi di carburante ed emissioni di CO2 e polveri sottili sempre più ridotti, in attesa del boom delle auto elettriche, dall’altro fabbriche sempre più efficienti, che consumano meno energia e che riciclano acqua e rifiuti. La via verso la sostenibilità ambientale del settore automotive è lunga, complessa e in salita ma alcuni passi sono stati già fatti. Lo stabilimento Seat di Martorell, nella Zona Franca a nord di Barcellona, ha intrapreso questa strada: i dirigenti si sono dati degli obbiettivi di riduzione del 50% del suo impatto ambientale entro il 2025. Il programma prevede una riduzione dell’energia e dell’acqua consumata nei processi industriali, della produzione di rifiuti, di CO2 e di VOC (volatile organic compounds, agenti inquinanti volatili prodotti soprattutto nel reparto verniciatura). La strategia Seat per Martorell si si chiama Ecomotive Factory.  Per quanto riguarda l’energia, oltre alla riduzione dei consumi della fabbrica tramite l’isolamento e il recupero termico, l’installazione di luci a Led in tutto lo stabilimento e l’uso di calore proveniente da una centrale a biomassa, un ulteriore passo avanti è stato fatto installando un grosso impianto fotovoltaico da oltre 10 MW di potenza sui tetti dei capannoni. L’impianto si chiama Seat al Sol, è composto da 53 mila pannelli solari fotovoltaici che producono mediamente 15 milioni di kWh l’anno. Una quantità di energia pari a circa il 25% dell’energia consumata da Seat per produrre la Leon, uno dei modelli costruiti a Martorell. La riduzione annua stimata di CO2 emessa grazie all’uso dell’energia rinnovabile fotovoltaica è pari a circa 7.000 tonnellate.
Parlando di rifiuti, al momento Seat è riuscita a ridurne la produzione a Martorell del 41%; per quanto riguarda i VOC, invece, la performance è inferiore: -16%. Tuttavia, per quanto riguarda il consumo di acqua, lo stabilimento ha beneficiato molto dell’installazione di un impianto di recupero, filtrazione e riciclo che ha permesso di ridurne di parecchio il consumo. L’acqua, in una fabbrica di automobili, serve sia per il lavaggio dei componenti che per i test di tenuta delle guarnizioni: in uno dei test di qualità effettuati prima di dare l’ok alla vendita l’auto viene letteralmente inondata al fine di individuare eventuali infiltrazioni. Nessuno comprerebbe un’auto in cui piove dentro se c’è un temporale. Altro settore in cui c’è molto da lavorare nell’industria automobilistica è quello dei trasporti e della logistica: dalla movimentazione dei componenti tra i vari stabilimenti e magazzini alla consegna delle auto alle concessionarie, c’è infatti una gran quantità di fattori che possono influire negativamente (o positivamente, se ben gestiti) nella performance ambientale di una catena produttiva. Sia che si tratti di trasporto su gomma che su rotaia Seat ha cercato di far qualcosa: da una parte i cosiddetti “Megatruck“, che altro non sono se non autotreni lunghi circa 25 metri, dall’altro la linea ferrata che collega lo stabilimento di Martorell al porto di Barcellona (realizzata tramite una bretella sulla tratta Llobregat-Anoia). Questa linea ferrata, costruita con fondi pubblici, ha oggi una capacità di trasporto di 80.000 veicoli l’anno, che verrebbero altrimenti trasportati su gomma.  Una fabbrica di automobili, però, deve fare utili. C’è poco da fare, ogni riduzione dell’impatto ambientale deve essere pensata e pesata anche dal punto di vista economico. La strada di Seat per rendere sostenibili economicamente i suoi sforzi ambientali passa soprattutto dalla robotizzazione dell’impianto di Martorell e dalla ricerca di soluzioni tecnologiche innovative nel centro di ricerca annesso all’impianto stesso. Da una parte ci sono i robot che “danzano“, muovendo componenti con precisione millimetrica in un flusso di parti e veicoli che sembra inarrestabile, mentre gli operai umani svolgono quel poco lavoro che ancora una macchina non sa fare. Gli esperti la chiamano industria 4.0 e ha a che fare, pesantemente, con l’ottimizzazione dei flussi e con la circolazione delle informazioni tra i reparti e tra le singole macchine che devono danzare tutte lo stesso balletto. Dall’altra parte ci sono gli ingegneri (sempre di più, sempre più giovani e sempre più donne) che si spremono le meningi per migliorare ulteriormente i flussi di lavoro, ridurre gli sprechi, ottimizzare le risorse per far scendere i consumi (di energia quanto di materie prime) mentre sale la produttività oraria. E’ difficile, molto difficile, ma si può fare: non siamo ancora all’ottimo, ma l’industria automobilistica, Seat compresa ma non solo Seat, ha fatto grossi passi avanti rispetto a soli vent’anni fa.
Questi e altri sforzi messi in atto da Seat sono solo alcuni esempi di come l’industria automobilistica stia cercando una seconda vita, più ecologica e con un impatto ambientale più ridotto. Non c’è solo Seat in questo percorso, ma un po’ tutti i principali player del mercato automotive.  E’ ovvio che non è ancora sufficiente: costruire automobili inquina, consuma energia e acqua, produce rifiuti difficili da smaltire anche se metti in atto le migliori pratiche possibili. Gli sforzi dell’industria automobilistica sono solo una parte della soluzione al problema ambientale che nasce dalla nostra esigenza (che non sempre è una vera esigenza, troppo spesso è solo un capriccio) di mobilità. Bisogna allora iniziare a pensare a una mobilità nuova, in cui l’auto non sia esclusivamente di proprietà. In cui l’auto possa essere anche un servizio che si condivide con altre persone con il car sharing e il car pooling e in cui l’auto non sia il solo mezzo di trasporto disponibile. Seat ci sta provando con una nuova strategia industriale che punta su auto connesse, su clienti giovani e sull’integrazione di tutto il sistema dei trasporti in ottica smart city. Questo tentativo si chiama Seat Metropolis Lab ed è stato presentato pochi giorni fa all’interno dello Smart City Expo di Barcellona. In questo specifico ambito, però, la responsabilità e gli sforzi da fare non sono tutti di Seat (né di nessun altro produttore di auto): molto, moltissimo, devono fare le autorità pubbliche (e ci devono mettere molti, moltissimi soldi) e altrettanto devono fare i consumatori (e ci devono mettere molta, moltissima voglia di cambiare il loro modo di muoversi).

10 Guarda la Galleria “Seat fabbrica Martorell riduzione impatto ambientale”

Fonte: ecoblog.it

Turismo: quando è veramente sostenibile?

L’Onu ha dichiarato il 2017 l’Anno Internazionale del turismo sostenibile, puntando l’attenzione non solo sull’impatto che la presenza di turisti comporta sull’ambiente, ma anche sull’importanza del turismo sostenibile come veicolo per “diffondere consapevolezza del grande patrimonio delle varie civiltà” e apprezzare “i valori intrinsechi delle diverse culture, contribuendo così al rafforzamento della pace nel mondo”.9583-10348

Basterà l’anno internazionale del turismo per invertire una tendenza alla voracità dei consumi anche in questo campo?

Per turismo sostenibile si indica un modo di viaggiare rispettoso del pianeta, che non altera l’ambiente – naturale, sociale e artistico – e non ostacola lo sviluppo di altre attività sociali ed economiche. Si tratta di un turismo non distruttivo, con un impatto ambientale basso e che punta a favorire le economie più in difficoltà. La definizione si oppone a quella di turismo di massa, che non tiene conto delle specificità dei territori, è invasivo e spesso non favorisce lo sviluppo economico, sociale e ambientale a livello locale. Nel 2016, il giro economico legato al turismo ha sfiorato, a livello internazionale, i 1.260 miliardi di dollari, con circa un miliardo e 200 mila viaggiatori. Ma come si traduce la filosofia che sottende al turismo sostenibile in comportamenti concreti?  Ecco alcuni suggerimenti:

  • non scegliere alberghi ad elevato impatto ambientale
  • preferire alberghi, b&b, agriturismi, ostelli, case vacanza, residence, villaggi turistici con certificazioni ambientali che attestino l’adozione di misure di trattamento dei rifiuti, riciclo raccolta differenziata dei materiali e dispongano di sistemi ad alta efficienza energetica, come fonti di energia rinnovabili, e, se possibile, anche realizzate con criteri di bioedilizia
  • optare per ristoranti con menù bio e/o con prodotti a km zero
  • non acquistare specie a rischio d’estinzione
  • evitare l’aereo se non strettamente indispensabile
  • preferire se possibile il treno e la nave all’aereo
  • sostituire l’auto con la bicicletta o con i mezzi pubblici
  • sperimentare viaggi a piedi o in bici
  • non disturbare gli animali
  • non accendere il fuoco se c’è pericolo di incendi e assicurarsi di spegnerlo attentamente con terra o acqua prima di andare via
  • contribuire alla protezione delle specie marine acquistando con attenzione il pesce, escludendo le specie in via di estinzione
  • non dimenticare, in vacanza, di differenziare i rifiuti
  • non lasciare rifiuti per le strade, nei boschi, sulle spiagge, portare via con sé tutto ciò che non si consuma
  • evitare l’acqua minerale in bottiglie di plastica, se possibile, portare una borraccia e riempirla alle fontanelle
  • evitare, in ogni caso, di utilizzare prodotti usa e getta.

Nel 2015, gli italiani che hanno dichiarato di fare turismo sostenibile sono stati il 16%, come riporta il sesto rapporto “Italiani, turismo sostenibile ed ecoturismo”, a cura di Ipr Marketing e Fondazione Univerde, mettendo in evidenza come il 44% del campione affermi di essere disposto a pagare di più (tra il 10 e il 20%) la vacanza pur di avere accesso a servizi sostenibili, mentre 41% del campione dichiara di informarsi sulla sostenibilità delle strutture ospitanti. Non tutto è lasciato alla sensibilità del singolo, anche le Amministrazioni locali cominciano a porsi il tema degli impatti del turismo sui propri territori, anche se, a dire il vero, molto timidamente e con risultati al momento non palpabili! A livello nazionale, esistono alcuni progetti pilota sostenuti anche dal Ministero dell’Ambiente; di recente, a metà maggio 2017, è stata presentata la Carta di Cervia-Milano Marittima che si ispira, nella sue motivazioni di fondo, alla carta di Cortina, anch’essa voluta e sostenuta dal Ministero dell’Ambiente. Lo scopo è quello di rinnovare il modello di sviluppo, coniugando buona offerta turistica con qualità ambientale, valori identitari e culturali del territorio. In quest’ottica una particolare attenzione andrebbe rivolta sempre più alle energie rinnovabili, all’efficientamento energetico degli immobili, agli adattamenti ai cambiamenti climatici, alla raccolta differenziata, alla mobilità dolce e sostenibile, alla lotta agli sprechi e al degrado urbano. Prendiamo tutti l’impegno: facciamo in modo di attraversare leggeri il mondo che ci circonda!

 

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Ogni prodotto ha un costo ambientale… che non perdona

Ogni oggetto o imballaggio ha un impatto ambientale nella sua filiera (ciclo di vita) in particolare per quanto riguarda lo smaltimento. Oggi si paga un contributo ambientale solo per gli imballaggi.9592-10358

Questo contributo obbligatorio, pagato dalle aziende, rappresenta la forma di finanziamento che permette interventi a sostegno delle attività di raccolta differenziata, e di riciclo dei rifiuti di imballaggi insieme ai proventi delle aste degli imballaggi raccolti. Anche un bene per essere prodotto richiede l’utilizzo di materia ed energia e lo si dovrà smaltire a fine vita. La mancanza della valutazione del ciclo vita e del pagamento in proporzione al costo e futuro inquinamento ambientale non avvia a privilegiare la produzione di beni riutilizzabili e riciclabili e non responsabilizza gli utenti.

L’etimologia della parola Economia è: gestione della casa. La gestione della casa non comprende la devastazione della casa stessa, e nemmeno la produzione illimitata di merci in un sistema finito come è quello del pianeta. Fra l’altro a questa produzione illimitata di merci non stiamo partecipando solo noi come Paese, ma stanno partecipando altri Paesi che hanno molti più abitanti. Cina, India che hanno da soli 2 miliardi e mezzo di persone e altri ancora come Indonesia, Brasile, Sudafrica, Messico: sono paesi che stanno seguendo il nostro modello cosiddetto di sviluppo. Un modello di sviluppo che comporta la produzione illimitata di merci in un pianeta che ha risorse finite, limitate. Quindi non è possibile proseguire in questo modo.

Che fine fanno queste merci?

Normalmente prendono tre strade. La strada dell’incenerimento, che sappiamo bene essere uno dei sistemi peggiori di smaltimento delle merci, perché comporta problemi ambientali, problemi sanitari. È diseconomico e antienergetico, nel senso che l’energia che viene fuori è molta meno rispetto a quella che potremmo avere se riciclassimo i materiali.

Le merci vengono smaltite anche nelle discariche, che in futuro saranno sede di recupero materiali. Cioè la gente andrà a cercare di recuperare materiali in discarica, proprio perché continuando in questo modo a produrre merci costantemente, si esauriranno le risorse, e quindi si dovrà andare nelle discariche a cercare di recuperare qualcosa di utile.

Altro elemento di smaltimento delle merci è purtroppo il mare. Interi oceani sono pieni di rifiuti, continenti di plastica galleggiano in alcuni oceani, e ormai il mare è diventato un’immensa discarica. Va fatto qualcosa. Si può intervenire in alcuni modi. Innanzitutto con una riduzione drastica della produzione di merci, che per la gran parte sono superflue. Quindi fare in modo che le merci prodotte siano durevoli, cioè che durino il più possibile, per eliminare anche questo grosso problema dell’obsolescenza programmata. L’obsolescenza programmata fa sì che ci siano delle merci, soprattutto i componenti elettronici, i computer, le stampanti, che si rompano nell’arco di un determinato periodo. Queste cose le hanno costruite per far sì che si rompano a un certo punto, nonostante possano eventualmente essere riparate per poter proseguire con il loro uso. Riusare il più possibile quello che si ha oppure riparare. Uno dei lavori che avrà più diffusione in futuro sarà legato al riutilizzo e alla riparazione delle varie merci. Ci saranno officine di riparazione ovunque. Adesso iniziano ad esserci parecchie​ ciclo officine per riparare le biciclette, ce ne saranno in futuro per riparare moltissime altre merci. Con i laboratori di riparazione si dovrà per forza ridurre il consumo delle merci o in qualche modo diversificarlo, perché per esempio l’utilizzo del legno potrebbe sostituire in molti aspetti l’utilizzo della plastica. È importante poi la sempre più larga diffusione di negozi che abbiano prodotti sfusi. Non ha assolutamente senso continuare a comprare delle confezioni che poi vengono buttate, quando io posso andare col mio contenitore e riempirlo più volte di prodotti che posso acquistare da negozi che hanno merci vendute a livello sfuso. In tutto questo è assolutamente importante che ci sia una tassazione per le merci che non rispettano determinati parametri ambientali ed energetici. Ci dovrà essere una tassazione e una etichettatura delle varie merci che comprende la cosiddetta impronta ecologica. Cioè quale merce ha utilizzato quanta acqua, quanta energia e quale è stato il suo impatto sull’ambiente. Avere una etichettatura di impronta ecologica è importante per far sì che queste merci abbiano una effettiva sostenibilità ambientale.

QUI PER VEDERE IL VIDEOINTERVENTO DI PAOLO ERMANI

Fonte: Il blog delle stelle

 

Ma qual è l’impatto della vita degli italiani sull’ambiente?

Ma qual è l’impronta ecologica dell’Italia? Ci aiuta il Centro Nuovo Modello di Sviluppo. Il nostro stile di vita richiede 4,6 ettari di terra fertile a testa.9513-10270

L’indicatore “impronta ecologica”, introdotto da Mathis Wackernagel e William Rees nel libro Our Ecological Footprint del 1996, aiuta ad individuare il consumo di risorse (l’emissione di anidride carbonica, per esempio, o l’agricoltura intensiva) rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle; i valori dell’impronta si esprimono in ettari globali.

Per il calcolo dell’impronta ecologica si utilizzano sei categorie principali di terreno:

  • superficie necessaria per assorbire l’anidride carbonica prodotta dall’utilizzo di combustibili fossili;
  • superficie arabile utilizzata per la produzione di alimenti ed altri beni;
  • superficie destinata all’allevamento;
  • superficie destinata alla produzione di legname;
  • superficie edificata;
  • superficie marina dedicata alla crescita di risorse per la pesca.

Da numerosi studi effettuati emerge ormai che l’impronta ecologica a livello mondiale è maggiore della capacità bioproduttiva mondiale e che quindi in futuro avremo meno materie prime per i nostri consumi.impronta-italia

Secondo ad esempio uno studio pubblicato su Environmental Science & Policy, a fine dicembre 2016, relativo a 19 città costiere del Mediterraneo (tra cui Venezia, Genova, Roma, Napoli e Palermo), sono quasi 60 anni che la regione mediterranea consuma più risorse naturali di quanto l’ecosistema sia in grado di rigenerare.

A livello personale o di comunità, è possibile calcolare la propria impronta per cercare di renderla più sostenibile; a questo proposito, ricordiamo ad esempio il tool del WWF o quello messo a punto dal Global Footprint Network.

Ma per comprendere cosa sia l’impronta ecologica e capire di conseguenza come sia possibile ridurla, anche nelle nostre azioni quotidiane, il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, nel 2016, ha realizzato un agevole ed utile dossier intitolato “L’impronta maldistribuita”: si tratta di quindici infografiche che ridescrivono la geografia mondiale in base alla superficie di terra “produttiva” necessaria a garantire il nostro stile di vita. Tra gli argomenti raccontati e rappresentati tramite infografica troviamo:

  • base biologica della nostra esistenza: il bilancio CO2
  • overshoot day: quando oltrepassiamo la biocapacità del pianeta
  • l’impronta degli italiani: superiore di due volte e mezza a quella sostenibile
  • i pianeti dell’eccesso: se tutti avessero il tenore di vita di chi vive in eccesso
  • miglioriamo la nostra impronta: suggerimenti per ridurre l’impronta

fonte: ilcambiamento.it

AUTOSVOLTA, a Milano una proposta Comune-AMAT per incentivare l’addio alle auto inquinanti

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Grazie ai fondi europei, parte a Milano un progetto per incentivare a rottamare le auto inquinanti, offrendo sconti nella mobilità sostenibile. Un cocktail d’incentivi, con il sostegno dell’Associazione Demolitori Auto, che potrebbe davvero spingere alla svolta.

Si chiama AUTOSVOLTA è naturalmente ha un sito e un “app” dedicati.

E’ il progetto che parte a Milano, con lo scopo di ridurre i veicoli privati alimentati con combustibili inquinanti, sostenere la rottamazione delle auto più vecchie e contrastare il problema dell’inquinamento atmosferico, promuovendo una mobilità più pulita e condivisa.

Grazie all’Unione Europea.

AUTOSVOLTA è infatti inserita all’interno del progetto EMPOWER, finanziato dall’UE con i fondi Horizon 2020. L’iniziativa italiana che parte a Milano è condotta da AMAT (Agenzia Mobilità, Ambiente, Territorio) e dal Comune di Milano. Partner sono anche il gruppo Editoriale Domus-Quattroruote e ACI, che hanno permesso il collegamento con i loro data base interattivi, gli operatori Clear Channel (BikeMI) e Share’ngo (car sharing elettrico) e infine l’ANDA – Associazione Nazionale dei Demolitori Auto, che permetterà un accesso più rapido e semplice alle rottamazioni.

Obbiettivo del progetto: spingere i milanesi, in particolare quelli ancora in possesso di auto vecchie ed inquinanti, ad un passaggio “morbido e assistito” ad un più conveniente e parsimonioso utilizzo di mezzi puliti e in condivisione.

Come funziona? Sul sito WWW.AUTOSVOLTA.IT viene messa a disposizione un’applicazione che, attraverso un rapido test, permette di calcolare gratuitamente il valore residuo della propria auto, valutare l’impatto ambientale delle più vecchie e confrontare i costi di acquisto di auto nuove a basso impatto. Una volta fatto il test, ecco gli incentivi e le soluzioni che vengono proposte per “dire addio all’auto vecchia ed inquinante”:

1) ritiro gratuito a domicilio dell’auto da demolire con call center di supporto alla gestione burocratica, grazie all’impegno dell’Associazione Nazionale Demolitori Auto.

2) Car Sharing card del valore di 500 Euro, offerta da Iniziativa Car Sharing (ICS), in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente, per la rottamazione (convertibile in circa 2.000 minuti di car sharing elettrico o in abbonamento ai mezzi pubblici).

3) Iscrizione ridotta del 50% a Share’ngo, il primo operatore a Milano di car sharing elettrico, con 100 minuti gratuiti e lo sconto del 20% sulle tariffe per un anno.

4)  Iscrizione ridotta a 29 Euro per un anno a BikeMi a Milano.

Insomma, sono ben quattro le soluzioni che vengono offerte per incentivare alla ….. AUTOSVOLTA.

 

I numeri che fanno riflettere sull’inquinamento a Milano (fonte AMAT)

I principali mezzi che causano inquinamento sono le auto Euro 0, che hanno in media oltre 20 anni, tutte le Diesel Euro 0,1,2,3, che hanno tra i 19 e 24 anni, e le Euro4 fino a 15 anni. In totale, sono quasi 97.000 le auto senza filtro antiparticolato (FAP), tra i soli residenti del Comune di Milano, che producono il 77% della totalità delle emissioni di PM10. 

In particolare, gli autoveicoli alimentati a gasolio e privi di dispositivi antiparticolato, a Milano sono meno del 27%, ma producono quasi il 65% delle emissioni di PM10 allo scarico che sono “sicuramente cancerogeni per gli esseri umani” (Classe 1 IARC – International Agency of Research on Cancer/WHO). E’ quindi importante e possibile l’obbiettivo di dimezzare, nel più breve tempo, le emissioni di PM10 allo scarico, dovuto soprattutto agli autoveicoli a gasolio senza sistemi antiparticolato. 387150_2

Fonte: ecodallecitta.it