Forest Therapy: il bagno nella foresta che rigenera corpo, mente e spirito

Un’immersione totale nella natura può aiutare a ritrovare il benessere e riequilibrare corpo, mente e spirito. È il principio alla base dalla Forest Therapy, pratica orientale che negli ultimi tempi ha preso piede anche in Italia. Eugenio Berardi per primo ha avuto l’idea di promuovere questa pratica a Torino dopo aver scoperto un particolare bosco in città.

Forest Therapy o Shinrin-Yoku è una pratica nata nel 1982 in Giappone, come parte di un programma sanitario nazionale progettato per ridurre i livelli di stress della popolazione. Si tratta di una immersione totale e totalizzante nella natura che unisce scienza e spiritualità, i cui benefici sono stati studiati da ricercatori di tutto il mondo e molti sono stati gli studi realizzati per dimostrare scientificamente come questa pratica potesse realmente portare alla riduzione di stress, dell’adrenalina, contrastare l’iperattività, stimolare il sistema parasimpatico, deputato al rilassamento, andando a ridurre le reazioni di quello simpatico adibito alla funzione di lotta-fuga, andare a lavorare sulla pressione sanguigna e portare a una serie di altri effetti positivi per l’uomo. Una pratica che può prendere vita in un parco, in un luogo caratterizzato da molto verde, ma che trova la sua dimensione più vera e autentica nel bosco, nella foresta, dove le vere protagoniste sono le foglie degli alberi, grazie al rilascio di sostanze che producono effetti benefici atti a lavorare proprio sul sistema immunitario, ed è stato inoltre dimostrato che l’attività delle cellule NK (Natural Killer), adibite alla protezione di quest’ultimo, dopo del tempo passato nella foresta, aumenta: ad esempio dopo tre notti si ha un incremento dal 17% al 27%. In Italia si è iniziato a parlare di più negli ultimi tempi relativamente a questa terapia, prendendo piede a poco a poco; uno dei massimi esponenti del campo è Marco Nieri, i cui studi si sono concentrati soprattutto sull’elettromagnetismo degli alberi, mentre una delle più grandi esperte che ha dato un forte contributo allo sviluppo di questa realtà è Selene Calloni Williams.

«Nella nostra penisola ci sono varie zone dove poter vivere a 360 gradi questa pratica, in particolare in Piemonte e a Torino, dove ho scoperto esserci un bosco nella città, nella zona collinare, con la presenza di molti sentieri raggiungibili da tutti, che la rende un territorio dalle caratteristiche molto particolari in cui stiamo cercando di portare un progetto ecosostenibile al cui centro porre la natura come perno della vita delle persone, che trasporti con sé un pensiero e un’azione ecologica, fondata sull’importanza della realtà ambientale in cui siamo immersi, vista come fulcro, polmone pulsante della nostra società. In tutto questo ritengo però che l’uomo dovrebbe abbandonare questa tipica visione duale, contraddistinta da un Io e un Tu, quando invece dovrebbe percepire questa connessione con il Tutto, sentendosi parte di un ambiente Terra, con cui dovrebbe riconciliarsi per stare meglio, e non separarsi come invece da troppo tempo sta cercando di fare; è infatti attraverso la collaborazione che ci si riesce a unire, a percepire questo Noi, mentre con la competizione ci si tende ad allontanare, a separare senza costruire qualcosa di grande valore assieme. In questo periodo infatti siamo stati contattati da varie altre realtà, in maniera un po’ inaspettata, che ci hanno chiesto di dar vita a collaborazioni».

Sono queste le parole di Eugenio Berardi, che per primo ha avuto l’idea di dar vita in Piemonte, nella zona di Torino, a questa Forest Therapy; nel 2020 ha intrapreso il percorso per conseguire la qualifica di Forest Therapy Guide presso AISCON -Associazione Italo-Svizzera di Counseling, e ha frequentato il corso di “Bioenergetic Landscapes” ideato dal bioricercatore Marco Nieri. A Eugenio si è aggiunto anche Fabio Castello, dal 2020 Forest Therapy Guide qualificato professionalmente.

La funzione della guida in questa realtà è quella di condurre il gruppo, che parteciperà all’esperienza, verso le pratiche di meditazione in armonia con la natura circostante, in modo tale da poter procurare ai partecipanti un’attività in grado di far abbandonare l’ansia e lo stress accumulato, favorendo un benessere psico-fisico raro da trovare nella società veloce e dinamica in cui troppe volte ci lasciamo affogare.

«La prima esperienza all’aperto di Forest Therapy l’abbiamo realizzata Domenica 14 Giugno; si tratta di quattro ore totalmente immersi nel bosco, dove il gruppo si può sentire totalmente a contatto con l’ambiente circostante. Un esercizio prima di tutto sensoriale che mette in gioco tutti e cinque i sensi, con attenzione particolare all’udito, all’ascolto, in quanto siamo sempre meno abituati a percepire i suoni della natura, troppo attratti da quelli del cellulare, dei rumori della città e di tutta quella tecnologia che ha deviato il nostro sentire. Abbiamo varie attività da proporre e mettere in atto in futuro, che stiamo organizzando e cercando di dar vita, come ad esempio gruppi di meditazione post lavoro/ufficio».

Durante il periodo di quarantena, Eugenio e Fabio hanno preso parte a corsi online inerenti a questa realtà e si sono presi del tempo per pianificare il lavoro, dando vita a un programma che si sta evolvendo, crescendo piano piano, passo dopo passo. È proprio grazie al contatto con la madre Terra incontaminata e a questa pratica che l’uomo può prendersi un momento per sé, per separarsi, anche solo momentaneamente, dallo stress che ci si porta dietro. Forest Therapy ha dunque una funzione analoga a un bagno rinfrescante che consente di togliersi di dosso le tensioni accumulate, inoltre, permette di stimolare la concentrazione e la memoria, aiutando anche a dormire meglio, mitigando la depressione. Ci troviamo quindi di fronte all’ennesimo caso in cui la natura e il suo contatto ci concedono di stare meglio, non solo con noi stessi, ma anche in relazione con gli altri.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/06/forest-therapy-bagno-foresta-rigenera-corpo-mente-spirito/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Riparte il mondo dei camminatori e dei viaggi a piedi a passo lento!

Dal Trentino alla Calabria, dal Piemonte all’Abruzzo: da nord a sud e nelle isole sono tanti i viaggi a piedi in programma questa estate e proposti dalla Compagnia dei Cammini, associazione che da dieci anni promuove il turismo responsabile attraverso esperienze di cammino in Italia e all’estero con guide professioniste. Con l’inizio della fase 3, riparte anche il mondo dei camminatori e dei viaggi a piedi, un settore di nicchia che ogni anno raccoglie sempre maggiore consenso e che, grazie alla riscoperta del turismo di prossimità, quest’anno sta suscitando un interesse ancora crescente. Dopo il periodo di fermo, ripartono così anche i viaggi a passo lento della Compagnia dei Cammini – associazione di turismo responsabile dedita ai cammini lenti – che, per l’estate 2020, ha programmato un ricco calendario di viaggi per camminanti adulti e piccini, tutti nel rispetto delle norme anti Covid.

Visitando le Eolie, a passo lento (Foto della Compagnia dei Cammini)

«Dopo una stagione davvero buia, ripartiamo, lentamente come lentamente camminiamo, cercando di capire cosa si può fare con responsabilità, usando il buon senso e il rispetto delle norme – spiega Luca Gianotti, coordinatore della Compagnia dei Cammini -. Laddove non ci sentiremo tranquilli di assicurare in un cammino le norme di distanziamento fisico, preferiremo annullarlo, prestando attenzione alla differenza tra il sensato e l’insensato. Nel camminare ritroveremo i pensieri positivi e la voglia di cambiare il mondo per un mondo migliore». 
Distanziamento fisico, sicurezza sanitaria e igiene, saranno buona norma nei cammini proposti dall’associazione che offrirà cammini itineranti e stanziali con diversi livelli di difficoltà secondo il proprio allenamento in tenda, rifugi e B&B, tutti selezionati. Tra le proposte viaggi in Italia Nord a Sud e nelle isole e anche qualche proposta sull’estero laddove è concesso. Non mancheranno inoltre viaggi a piedi per famiglie e bambini con la Compagnia dei bambini. Tra i viaggi dell’estate 2020 per i principianti dal 12 al 19 luglio in Trentino un cammino itinerante all’insegna della tranquillità, della natura, dell’arte e del profumo del miele. Ospiti della meravigliosa Ca’ de Mel, una casa rurale del Settecento ristrutturata con rispetto e amore, recentemente trasformata in azienda apicultrice, si andrà alla scoperta degli altopiani del Bleggio e del Lomaso: terre di campi e castelli dove le comunità mantengono forti i legami di mutua cooperazione. Dal 1 agosto al’8 agosto in Abruzzo un altro cammino itinerante con zaino leggero con facili e bellissime escursioni alla riscoperta degli antichi “tratturelli” nei paesi del Parco Nazionale d’Abruzzo (Pescasseroli, Opi, Civitella Alfedena, Villetta Barrea).

Tra lupi e pastori, in Abruzzo (Foto della Compagnia dei Cammini)

Per i camminatori intermedi dal 26 luglio al 1 agosto 2020 un cammino stanziale nell’estremo Sud della Calabria all’interno del Parco nazionale dell’Aspromonte dove vive una minoranza linguistica denominata “Greci di Calabria”. Una terra accogliente con la sua musica dai ritmi travolgenti e la cucina tradizionale dai forti ma tipici sapori che ricordano un passato ancora “presente” tra borghi e fiumare dove non perdere l’occasione di fare dei rinfrescanti bagni. E ancora dal 22 agosto al 29 agosto la grande traversata Lubiana–Trieste, un itinerario pensato e costruito per ricollegare due piccole città-gioiello, due sorelle così vicine e così lontane allo stesso tempo. Un cammino a cavallo tra gli umori e i colori dell’Est e della Mitteleuropa, tra due città dai tanti nomi. Una discesa intensa nell’atmosfera di epoche diverse, e soprattutto un’immersione profonda nelle foreste e nei boschi. Solo per chi è veramente molto allenato e preparato fisicamente dal 20 luglio al 25 luglio in Piemonte lungo i percorsi occitani per sei giorni di cammino itinerante in terra contadina e resistente. Un cammino in terre di confine: la Valle Stura, infatti, si trova incastonata fra le rocciose cime che separano le Alpi Marittime dalle Cozie e corre per oltre 60 km – da Borgo San Dalmazzo fino al Colle della Maddalena – confinando con la Francia, con la pianura cuneese e con le valli Maira, Grana e Gesso.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/06/riparte-mondo-camminatori-viaggi-a-piedi-passo-lento/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Nasce la mappatura dei borghi in Piemonte per un ritorno alla montagna

Si tratta della prima mappatura scientifica dei borghi alpini e appenninici quella che Uncem ha realizzato in Piemonte e che nasce dalla necessità di stimolare il recupero e nuovi investimenti per le aree montane, affichè privati cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni tornino a puntare sulle risorse che le Terre Alte mettono a disposizione e combattendo il progressivo spopolamento, per rendere possibile il ritorno alla montagna. Una montagna che rinasce attraverso borghi abbandonati ora recuperati. Luoghi che raccontano storie del passato e che guardano al futuro. Case, botteghe, antichi mestieri che tornano a far rivivere un paese, per risentire la vita rinascere attraverso il profumo del pane appena sfornato, il rumore del falegname indaffarato nella lavorazione del legno o le voci di bambini che tornano allegri dalla scuola. Tutto questo ora può diventare realtà grazie alla mappatura dei borghi alpinirealizzata da Uncem – l’Unione nazionale dei comuni, comunità ed enti montani che, all’interno di un volume online di circa 600 pagine, raccoglie dati ed esperienze locali a conclusione di un lungo lavoro iniziato ben 15 anni fa. L’obiettivo? Realizzare uno strumento che metta in luce il grande patrimonio che sulle montagne piemontesi conta centinaia di borghi che necessitano di tornare ad essere il fulcro di economie locali generando una nuova crescita economica. Si tratta infatti di borghi e borgate, gioielli incastonati nei più suggestivi paesaggi del Piemonte che hanno visto progressivamente diminuire la propria popolazione fino quasi ad essere dimenticate, tra riduzione dei residenti, contrazione dei servizi essenziali, diminuzione del potenziale di reddito e di consumo locale ma anche declino dell’agricoltura e della pastorizia che hanno indebolito sempre più il sistema insediativo storico, riducendo intere zone allo stato di abbandono.

Centinaia di borghi abbiamo detto. Ma diamo un po’ di numeri: solo nelle Unioni montane del Torinese i borghi di montagna sulle Alpi e gli Appennini raggiungono i 1845 mentre sono 1450 quelli del Cuneese. Segue poi la montagna biellese con 573 insediamenti, il Verbano Cusio Ossola con 208 e infine l’appennino dell’astigiano e dell’alessandrino che ne conta 155. Il progetto guarda in grande e vuole rendere reale la rinascita della montagna. Sempre più numerosi sono infatti coloro alla ricerca di risorse per ristrutturare le proprie abitazioni nei borghi, per individuare immobili da acquistare o alla ricerca di nuove soluzioni per cambiare vita, per aprire un’azienda agricola o turistico-ricettiva. La nuova mappatura non rappresenta una guida turistica o un catalogo immobiliare, ma bensì di una fotografia dell’esistente, sulla base di dati pubblici inviati dalle Unioni montane in questi anni alla Regione. Un lavoro collettivo e condiviso che può essere considerato uno strumento potenziale per concentrare l’attenzione istituzionale ed economica sui borghi alpini e appenninici per attrarre nuovi investimenti e rivitalizzare così le aree interne.  

Il lavoro di Uncem si è concentrato sulla realizzazione di schede compilate da tecnici e consulenti delle Unioni montane con il supporto dei Sindaci. Suddivise per province, contengono dati di riferimento delle varie borgate, andando a creare un racconto dettagliato dei diversi insediamenti. Tra le informazioni emergono i servizi presenti all’interno dell’edificato, viene indicato lo stato di integrità dei borghi o viene quantificato il numero di manufatti che necessitano di interventi di ristrutturazione. I dati riportano anche le epoche di costruzione dell’edificato e i fabbricati di rilevanza architettonica, storica e artistica. Il lavoro di mappatura andrà ad integrare il sito dei Borghi Alpini, precedentemente realizzato da Uncem, che raccoglie esperienze e buone pratiche di rivitalizzazione attraverso la schedatura di tutti i borghi del Piemonte.

«Per la montagna, il progetto risponde a una chiara necessità di tornare a puntare sulle risorse che le Terre Alte mettono a disposizione, ricreare imprese, occasioni di una vita stabile, 365 giorni l’anno, secondo la tradizione sì, ma anche unendo temi forti che accompagnano la modernità degli insediamenti». Si legge sul sito. «Domotica, green economy, fonti energetiche rinnovabili, utilizzo del legno per il recupero e opportuno uso della pietra, nuovi stili progettuali che conservino volumi carichi di storia, ma che allo stesso tempo sappiano guardare al futuro».

Si tratta nel complesso di un documento rivolto a tutti, affinché tutti possano essere stimolati ad investire capitali per far rinascere i borghi e ridare un’opportunità di sviluppo alle Terre Alte. Ma rappresenta anche una dimostrazione della vitalità degli Enti locali e del loro impegno sul territorio in questi anni.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/02/nasce-mappatura-borghi-piemonte-ritorno-montagna/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il 2020 è… l’anno internazionale della salute delle piante!

Emergenza climatica, inquinamento e problemi ambientali. E se questo nuovo anno fosse all’insegna della biodiversità e della tutela degli ecosistemi? La FAO ha proclamato il 2020 “Anno internazionale della Salute delle Piante” per aumentare la consapevolezza verso i problemi legati al mondo vegetale e garantire la tutela della nostra salute e di quella del pianeta. Inizia il nuovo anno e porta con sé tanti buoni propositi. Tra questi, in particolare, c’è un obiettivo che ci vorrebbe tutti coinvolti allo stesso modo: l’ambiente e la cura delle piante. L’assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 2020 “Anno internazionale della salute delle piante”, affinché la comunità internazionale riconosca l’importanza del mondo vegetale, della sua e della nostra salute. Ecosistemi agricoli, forestali, acquatici: la salute delle piante costituisce un presupposto necessario per garantire sicurezza alimentare, approvvigionamento delle materie prime e biodiversità. Lo sapevate che le piante costituiscono l’80% del cibo che mangiamo e producono il 98% dell’ossigeno che respiriamo? Tuttavia, ogni anno fino al 40% delle coltivazioni mondiali viene distrutto da malattie e parassiti, con conseguenze catastrofiche che colpiscono intere popolazioni e con gravissimi danni all’agricoltura, principale fonte di reddito per molte comunità.

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Per questo motivo le politiche e gli interventi per promuovere la salute delle piante sono considerati fondamentali per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, proprio come testimoniato dall’obiettivo 2 che si prefigge di porre fine alla fame, realizzare la sicurezza alimentare e una migliore nutrizione promuovendo l’agricoltura sostenibile o come definito dall’obiettivo 15 che intende proteggere gli ecosistemi terrestri.

«Come per la salute umana o animale, anche per le piante prevenire è meglio che curare», ha sottolineato Qu Dongyu, Direttore Generale della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura) a margine della riunione del Consiglio dell’Agenzia delle Nazioni Unite. Proteggere il mondo vegetale da malattie e parassiti risulta infatti molto più economico che affrontare le emergenze fitosanitarie in quanto, spesso, queste sono impossibili da debellare e la loro gestione è lunga e costosa. Con l’inizio di questo nuovo anno diventiamo tutti protettori delle piante, attraverso le numerose azioni che possiamo quotidianamente intraprendere. Sul sito web dedicato a quest’iniziativa sono disponibili consigli e suggerimenti su ciò che ognuno di noi può fare per tutelarne la salute.

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A Torino il Festival sulla salute delle piante

Torino e il Piemonte saranno questo 2020 protagonisti attraverso un percorso che avrà come fulcro il “Festival Plant Health” che si svolgerà a Torino dal 4 al 6 giugno. Saranno tre giorni di conferenze, spettacoli, mostre dedicate alla salute delle piante e dell’ambiente, con lo scopo di coniugare il sapere scientifico con il carattere divulgativo e avvicinare i cittadini al dibattito su temi oggi fondamentali come i cambiamenti climatici, la globalizzazione dei mercati e la sicurezza alimentare. Il progetto è portato avanti da Agroinnova, il Centro di Competenza per l’Innovazione in campo agro-ambientale attivato presso l’Università degli Studi di Torino da ricercatori e ricercatrici che da diversi anni si occupano di difesa delle piante. Saranno diversi i temi che verranno affrontati nelle conferenze e nelle tavole rotonde come comunità sostenibili, azioni per il cambiamento climatico, professioni legate alla cura delle piante, difesa delle colture e dei sistemi agricoli e alimentazione.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/2020-anno-internazionale-salute-piante/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Mercalli: “Mobilitazione importante, adesso bisogna agire in prima persona”

Abbiamo intervistato il climatologo Luca Mercalli per strade di Torino durante il corteo organizzato dal movimento Fridays For Future in occasione dello sciopero globale per il clima. Mercalli sarà anche uno dei personaggi principali del docu-film che stiamo realizzando insieme a Terra Nuova e che potete sostenere aderendo alla campagna crowdfunding.

«Io credo che oggi sia importante questa mobilitazione, ma è un inizio anche per approfondire, per prendere coscienza, per assumersi delle responsabilità, per agire in prima persona». Luca Mercalli non nasconde le aspettative nei confronti delle migliaia di giovani scesi in piazza venerdì 27 settembre per lo sciopero globale per il clima.  

«Penso che siamo ancora in una fase iniziale. È molto bello che almeno nella testa di tantissimi ragazzi risuonino oggi parole come “ambiente” e “clima” che prima forse non esistevano affatto. E intanto nei confronti della politica…. questi sono numeri», prosegue rispondendo alle domande del nostro Ezio Maisto, regista di “Ragazzi irresponsabili”, il docu-film che racconterà la storia e le attività del movimento Fridays For Future in Italia.

«Il movimento – suggerisce Mercalli – deve assolutamente aderire alla costruzione di un modello alternativo, perché tale modello deve essere sviluppato, non c’è ancora. Ci sono delle timide proposte». Alcune di queste proposte derivano proprio da progetti portati avanti dai giovani attivisti italiani, che lontano dai riflettori, riposti cartelli e striscioni che hanno colorato i cortei degli ultimi mesi, lavorano quotidianamente per cambiare le cose.  

Noi di Italia Che Cambia, insieme a Terra Nuova, crediamo fortemente in questi ragazzi e chiamiamo a raccolta la società civile per sostenere questa iniziativa volta a raccontare la loro storia: singoli, famiglie, associazioni, imprese attente alla responsabilità sociale, gruppi locali di Fridays For Future Italia, chiunque abbia a cuore la (ri)costruzione di un’economia non distruttiva, i cui obiettivi non siano vincolati esclusivamente a fredde misure quantitative di presunto benessere. I ragazzi di Fridays For Future potrebbero la nostra ultima spiaggia e chi si occupa di contro-informazione – a cominciare da Italia Che Cambia e Terra Nuova – ha il preciso dovere di diffondere in tutti i modi il loro grido di allarme. 

«Il problema ecologico è estremamente complesso, non si risolve se ci si focalizza solo su un dettaglio», conclude Mercalli. «Questo potrebbe essere anche uno stimolo a fare molta più cultura a partire dalla scuola fino ai mezzi d’informazione, al fine di dare alle persone il senso di questa enorme sfida e complessità».

La nostra troupe con Luca Mercalli

La nostra troupe con Luca Mercalli

Aiutateci dunque a dare corpo ai suggerimenti del climatologo più famoso d’Italia raccontando la nascita di un movimento che sta segnando una svolta nell’ambientalismo di tutto il mondo e, nello stesso tempo, contribuendo alla sua diffusione. Potete farlo partecipando al crowdfunding per raccogliere le risorse necessarie a terminare le riprese e realizzare la post-produzione.  

Non vogliamo scoprire la Greta Thunberg italiana. Vogliamo dar voce alla Greta Thunberg che vive dentro ognuno di noi! Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/10/mercalli-mobilitazione-importante-adesso-agire-in-prima-persona/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

A Biella arriva il plogging: l’attività che unisce lo sport alla raccolta dei rifiuti

A Biella un’iniziativa ambientale per pulire le strade e i sentieri attraverso il “plogging”, lo sport giunto in Italia e sempre più diffuso sui territori, che unisce esercizio fisico e raccolta di rifiuti. Una giornata di sensibilizzazione ed azione, attraverso la partecipazione attiva dei cittadini per un cambiamento responsabile e collettivo.

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Tutti uniti per cambiare il mondo: un gruppo eterogeneo di biellesi, per età e professionalità, si è ritrovato per innestare una sensibilizzazione sociale sul tema dell’emergenza ambientale. Supereroi moderni, il cui equipaggiamento non è composto da armi magiche o da strumenti futuristici, ma da guanti e sacchetti con un kit green. Nulla di sovrannaturale o mistico: solo la pratica e il desiderio di un cambiamento responsabile. L’antagonista da sconfiggere è l’inquinamento cittadino, frutto malato di un’epidemia di incuria e inciviltà, che si palesa sotto forma di mozziconi, cartacce, bottiglie di plastica e molti altri rifiuti abbandonati nelle strade o nelle aree verdi del centro.  Nonostante Biella sia una città molto pulita e curata da questo punto di vista, non c’è limite al miglioramento: lo dimostra il primo test di MappiAmo la città di verde, in una giornata tenutasi a giugno in cui i partecipanti raccolsero una trentina di sacchi colmi d’immondizia in zona Gorgomoro, a Biella, portati poi in discarica. Il mese di luglio ha visto andare in scena la seconda giornata dell’iniziativa. Nel dietro le quinte dell’evento figura Natural Boom (azienda che produce l’omonima bevanda in lattina – o meglio, mental drink – con ingredienti natuali), in collaborazione con Biella Colors’ School.

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Un contributo non solo simbolico, ma che, con un impegno mirato e comune, può diventare caso virtuoso per tutta la provincia e non. La pratica a cui i partecipanti si ispirano è quella del plogging: un’attività sportiva inventata in Svezia, caratterizzata dal binomio ambiente-sport; come intuibile, il nome di questa della pratica è un neologismo, combinazione delle parole svedesi plocka upp (raccogliere) e jogging. L’evento è stato caratterizzato da una camminata, durante la quale i partecipanti, divisi in gruppi, hanno raccolto in appositi sacchi i rifiuti trovati durante il passaggio, pulendo, così, il centro cittadino. Ai nostri microfoni è intervenuto Andrea Campagnolo, ideatore dell’iniziativa e di Natural Boom: “Le prime due giornate organizzate – spiega – sono test di preparazione in vista dell’evento clou che si terrà a settembre. Oltre a queste due occasioni aperte al pubblico, sono in programma altri appuntamenti con un target specifico, come i centri estivi. Per quanto concerne l’iniziativa di settembre, coinvolgerà in particolare le scuole, perché è fondamentale promuovere un processo educativo virtuoso su queste tematiche alle giovani generazioni. Saranno premiate, inoltre, le classi più meritivoli con borse di studio messe a disposizione dai nostri partner. A questo proposito, è molto significativa la collaborazione con Biella Colors’ School e il suo presidente Matteo Nalin: tutti i ragazzi di questa realtà hanno sposato il progetto con grande entusiasmo”.

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Come accennato, MappiAmo la città di verde sta crescendo ed è pronto a diventare un progetto di rete territoriale, ma senza porsi limiti o confini: “I test – continua l’ideatore di Natural Boom – sono a Biella per questioni logistiche, ma proporremo l’attività anche ad altre città. Per ora, la risposta locale è stata molto positiva. Speriamo, nel tempo, di ottenere sempre più borse di studio e di perfezionare l’organizzazione dell’attività”. Andrea Campagnolo conclude delineando le prospettive del suo progetto: “Selezioneremo, tramite skouty.com, una cinquantina di zone del biellese che necessitano di interventi di pulizia e che gli utenti potranno ‘prenotare’. La buona riuscita del progetto – argomenta – è fondamentale: siamo in un momento storico critico sul fronte ambientale. È il momento di prendersi per tutti per mano – bambini, ragazzi, adulti e anziani – e dare un segnale. L’idea che ho avuto è una scintilla, ma da sola non basta: per un cambiamento responsabile dobbiamo essere tutti uniti”.

Articolo tratto da: Journal Cittadellarte

Rifiuti da smaltire in casa? Ci pensano i lombrichi

Trasformare in vere e proprie “fattorie per lombrichi” i contenitori dedicati alla raccolta dei rifiuti: E’ l’obiettivo del progetto “Il Ciclo del Lombrico”, avviato in provincia di Alessandria coinvolgendo i cittadini e le scuole con lo scopo di diffondere la conoscenza della lombricoltura, quale pratica utile a ridurre il quantitativo di rifiuti che produciamo in casa, produrre humus per i nostri terreni e risparmiare sulla raccolta differenziata. Lo sapevate che esiste una soluzione semplice e pratica per smaltire i rifiuti organici in casa riducendo la quantità di scarti alimentari prodotti nelle nostre cucine? Tutto questo è possibile grazie ai lombrichi, piccoli amici ma grandi lavoratori, capaci di trasformare questi scarti in un prodotto naturale e utile per il nostro Pianeta. Grazie al progetto “Il Ciclo del Lombrico”, ideato da Ruben Gemme e Mirko Pepe ed avviato nell’alessandrino, chiunque potrà praticare il compostaggio domestico nel proprio giardino o all’interno della propria abitazione!  Come vi abbiamo raccontato in un precedente articolo, la lombricoltura è una soluzione perfetta e a basso impatto, nonchè una tecnica alternativa e sconosciuta ai più ma con grandi potenzialità: si basa sulla trasformazione di scarti vegetali in humus ad opera dei lombrichi e permette il riciclo di rifiuti organici e la conseguente produzione di fertilizzante naturale in agricoltura e orticoltura, con innumerevoli benefici dal punto di vista ambientale, economico e sociale.

Obiettivo del progetto è realizzare una “lombricompostiera infinita”, trasformando il numero più elevato di contenitori dedicati alla raccolta dei rifiuti in vere e proprie “fattorie per lombrichi”. Si tratta di un modello alternativo di vivere, produrre e consumare e si basa proprio sul concetto di “ciclo continuo”: la terra ci dona i suoi frutti per nutrirci, una volta consumati, gli scarti rimasti finiranno nella vermicompostiera, che i lombrichi lavoreranno producendo humus per concimare la terra, che in questo modo produrrà nuovi frutti. L’humus prodotto dai lombrichi è inoltre un “super concime”, in quanto ricco di minerali e sostanze essenziali per la crescita sana delle piante e capace di migliorare il terreno dal punto di vista nutritivo. Obiettivo è promuovere una cultura educativa e ambientale tra le persone, mostrando come questa semplice pratica possa entrare a far parte delle nostre abitudini quotidiane con innumerevoli vantaggi.

La lombricompostiera verrà realizzata con la prerogativa di utilizzare esclusivamente materiali di recupero: contenitori dismessi, plexiglass o lamiere derivanti da scarti di lavorazione, che andranno a costituire la nuova casa dei lombrichi. Come racconta Mirko, «I lombrichi amano la spazzatura organica, per questo rappresentano una soluzione ottimale ed efficace sia in scala domestica che industriale nella gestione dello smaltimento dei rifiuti».

Ebbene, si tratta di una soluzione vincente sia da un punto di vista dell’ecologia che dell’economia. In primis la vermicoltura ci consente di ridurre il quantitativo di rifiuti che produciamo quotidianamente in casa ed inoltre chiunque può farne uso: cittadini, condomìni, scuole, ristoranti, con risparmi economici sulla tassa dei rifiuti. Pensate che una famiglia può riutilizzare un normalissimo bidone della spazzatura che, ospitando una popolazione di un chilo di Lombrichi, è capace di smaltire fino a due quintali di rifiuti all’anno! Inoltre, realizzare un solo bidone con materiali di scarto permette di recuperare fino a sei chili di plastica e un chilo di ferro, che in alternativa sarebbero stati destinati allo smaltimento.

Con le iniziative di “Il Ciclo del Lombrico”, la lombricoltura arriva ora anche nelle scuole.
Rifiutiamo lo spreco!” è il progetto pensato per le scuole elementari, per avvicinare i più piccoli al mondo dei lombrichi e a tutti i benefici che ne derivano, attraverso un progetto didattico tutto improntato all’ecosostenibilità.
Il compostaggio dei rifiuti organici è infatti una pratica semplice, divertente e molto istruttiva per i più piccoli, aiutandoli a prendersi cura della terra e della natura. Protagonisti di quest’avventura sono proprio i bambini delle scuole elementari di Rivalta Bormida e Cassine, che, insieme agli aiutanti lombrichi, trasformano gli scarti delle mense in prezioso humus e lo ridonano alla Terra, all’interno degli orti che le scuole mettono loro a disposizione. Ad Alessandria, inoltre, Ruben e Mirko hanno portato la lombricoltura all’interno della ristorazione sociale promossa dalla Cooperativa Sociale Coompany&, dove sono state collocate dieci vermicompostiere per riporre gli scarti alimentari della frutta e della verdura coltivata negli orti urbani della cooperativa.  

«Il Lombrico, per noi, è la base di tutto – affermano Ruben e Mirko – e grazie a lui stiamo dando vita a diversi progetti con un unico comune denominatore: dare nuova e migliore vita a ciò che ieri chiamavamo rifiuto!».
Un progetto virtuoso che vuole contribuire a sensibilizzare grandi e piccoli fornendo le basi per la crescita organica del terreno, oltre che a costruire nuove comunità resilienti e promuovere un’economia circolare chiudendo il cerchio sugli sprechi alimentari.

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/rifiuti-smaltire-casa-pensano-lombrichi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Città Creative Unesco: Biella rappresenta il Piemonte nella corsa alla candidatura 2019

Proprio in questi giorni si è tenuta la conferenza stampa della Candidatura di Biella a Città Creativa UNESCO 2019 presso la Sala Stampa Regione Piemonte di Piazza Castello 165 a Torino. Scopriamo quanto emerso dall’incontro attraverso gli interventi dei relatori. Biella, Trieste, Bergamo e Como: è questa la lista delle città che hanno ottenuto il sostegno ufficiale della Commissione italiana UNESCO per l’ingresso nel network delle Creative cities. Il Consiglio Direttivo della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, che si è riunito giovedì 13 giugno, ha infatti deliberato sulle candidature, che entreranno nella Rete delle Città Creative e ha deciso all’unanimità di sostenere le città di Bergamo per la gastronomia, Biella e Como per l’artigianato e Trieste per la letteratura. Nel corso della conferenza stampa in Regione è stata recentemente presentata la candidatura di Biella quale città creativa UNESCO. Il Presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio ha dichiarato: “Quella di Biella è una candidatura che si inserisce a pieno titolo nel nostro progetto di valorizzazione dell’economia, della cultura e del turismo del Piemonte. Il riconoscimento Unesco è un esempio dei risultati importanti che un territorio può ottenere, quando unisce tutte le sue forze e vede le istituzioni pubbliche e i soggetti privati lavorare insieme per la condivisione di un obiettivo comune. Adesso l’obiettivo sarà poter vantare Biella come terza ‘Città creativa Unesco’ del Piemonte, dopo Alba per la gastronomia e Torino per il design. Metterò personalmente a disposizione l’esperienza e i rapporti maturati in questi anni con l’Unesco e sono certo che, insieme, vinceremo questa nuova sfida per il nostro territorio”

Parole significative anche da parte di Francesca Leon, Assessore alla cultura di Torino Città creativa Unesco: “Ogni volta che un luogo di cultura del nostro Paese si candida per ottenere un riconoscimento internazionale, non possiamo che esserne orgogliosi e sentirci parte di un corpo che si muove all’unisono per il raggiungimento di una meta comune. Ci auguriamo, come Città di Torino, che Biella possa vincere la sfida, convinti del potenziale che il suo territorio racchiude, dell’attenzione che ha saputo investire sull’arte e l’artigianato quali strumenti di sviluppo del proprio tessuto cittadino. La proiezione sulla Mole Antonelliana del logo della candidatura è il nostro segnale di amicizia e sostegno a Biella, perché ottenga un meritato successo e il Piemonte abbia una nuova città che entra nelle creative city dell’Unesco”.

Entusiasta degli ultimi sviluppi anche Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Biella Franco Ferraris: “Si tratta di un risultato straordinario e che conferma la grandissima forza del territorio biellese che, in linea con gli obiettivi dell’agenda ONU 2030, ha sviluppato da sempre innovazione, sostenibilità e creatività. Oggi questo primo successo dimostra che un territorio che sa lavorare e comunicare unito è un territorio vincente, grazie a tutti gli Enti e alle persone che stanno lavorando al progetto”.

Per il Biellese la candidatura rappresenta uno strumento nuovo di trasformazione sociale, attraverso i temi dell’arte e della sostenibilità oltre che della maestria tessile. A testimoniarlo è stato il processo di costruzione del dossier, che ha interessato una vastissima rete di soggetti pubblici e privati, a cominciare dalle 140 lettere di sostegno raccolte da tutta Italia e dal mondo, dalle 74 firme dei sindaci del Biellese, uniti per un obiettivo comune, passando attraverso centinaia di ritratti di cittadini, istituzioni e aziende, visibili sul sito. Una realtà che dimostra che qualcosa è cambiato e che, nonostante le difficoltà della crisi economica, c’è molta voglia di raccontarsi in modo nuovo, di mettere al centro i valori della condivisione e del cambiamento ispirati dagli obiettivi ONU 2030 e riassunti magistralmente nel simbolo del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto che mette al centro la sintesi tra natura e artificio.

Biella ha scelto dunque di affidare il proprio messaggio di rinnovamento a un progetto ‘su misura’ di alta sartoria artistica e sociale fatto di fili intrecciati tra la città e le associazioni e tra queste e i cittadini che rendono vivo e vero il territorio. La sfida tra le città finaliste si giocherà a Parigi dove Biella si presenterà come la candidata ufficiale del Piemonte, incarnandone i valori. “Credo con forza – ha commentato il neo sindaco della città Claudio Corradino che ha raccolto il passaggio del testimone dall’uscente Marco Cavicchioli che ha firmato il dossier di candidatura – nelle potenzialità della candidatura di Biella e questo risultato è davvero importante. Sono convinto che Biella abbia tutte le carte in regola per superare anche la selezione della Commissione Unesco a Parigi e mi spenderò personalmente in ogni sede istituzionale per raggiungere questo risultato”.

Alla conferenza stampa è intervenuto anche Paolo Naldini, direttore di Cittadellarte: “Biella Città dell’arte e dell’Impresa. Il Simbolo del Terzo Paradiso – ha argomentato – che indica la sintesi di natura e artificio, rispettivamente primo e secondo Paradiso, adottato dalle Nazioni Unite e da più di 200 Ambasciate in tutto il mondo, è il simbolo della candidatura Unesco della città di Biella. Quest’ultima è riconosciuta nel mondo come una capitale della lana ed è conosciuta come sede della Fondazione Pistoletto, la Cittadellarte, dove un complesso di archeologia industriale ex lanificio è stato riconvertito in fabbrica di cultura per il tessuto sociale, di innovazione e sostenibilità, benchmark internazionale prodotto dalla sinergia di privato e pubblico, grazie anche al sostegno di una strutturale convenzione con la Regione Piemonte. Biella – ha concluso il direttore – coniuga l’Arte dell’Impresa e l’Impresa dell’Arte in una sintesi innovativa, capace di indicare prospettive di prosperità sia al territorio, sia nel concerto globale di pratiche per uno sviluppo sostenibile e condiviso”.

Articolo tratto da: Journal Cittadellarte

Beeopak, la pellicola naturale che si prende cura del cibo e dell’ambiente

Clarien e Monica, all’interno del loro laboratorio nel cuore di Torino, hanno ideato Beeopak, una pellicola riutilizzabile e biodegradabile per avvolgere e conservare gli alimenti nel totale rispetto dell’ambiente. Una soluzione 100% naturale per sostituire gli imballaggi in plastica che quotidianamente utilizziamo nelle nostre cucine e promuovendo gli ingredienti biologici del territorio piemontese. Vi ricordate la vecchia carta cerata, proprio quella con cui le nostre nonne avviluppavano il formaggio prima che la plastica invadesse le nostre tavole? È un ricordo conservato nella memoria di molti di noi, di quell’attenzione e di quella cura per il cibo che ora è nostro compito far sopravvivere.

STOP USA E GETTA! IL FUTURO E’ ADESSO!

E se plastica e stagnola usa e getta immancabilmente occupano un posto fisso nel nostro cassetto o sul ripiano della nostra cucina, esistono delle soluzioni con le quali possiamo far rivivere quelle antiche abitudini messe in pratica proprio dalle nostre nonne. Proprio come Beeopak, la soluzione nuova ed ecosostenibile ideata a Torino come sostituto alla pellicola di plastica. Beeopak deriva dall’unione dei termini “bee” (ape) e “pack” (impacchettare, avvolgere) ed è il risultato di una lunga amicizia nata dall’incontro tra due sognatrici: Monica Fissore e Clarien van de Coevering. Si tratta di una pellicola alimentare riutilizzabile e biologica per conservare gli alimenti e portare colore e bellezza in tavola e in cucina, riducendo il quantitativo di rifiuti.

“Questo progetto – mi racconta Monica – nasce da un’idea condivisa in un pomeriggio dell’estate del 2018, durante una passeggiata nel noccioleto dell’Azienda Agricola di Clarien. Confrontandoci sull’argomento ci siamo rese conto che l’idea di una pellicola alimentare riutilizzabile era già presente in diversi Paesi del mondo ma non in Italia. Così abbiamo pensato di crearla noi e da quel momento, all’interno dell’azienda, abbiamo dato vita a quello che sarebbe diventato il nostro primo laboratorio e iniziato a sperimentare”. 

Beeepak nasce con una sola condizione: quella di essere realizzata in modo artigianale con ingredienti 100% naturali. Per questo sono stati scelti cotone biologico impregnato in cera d’api, resina di pino e olio di nocciole, ovvero alimenti autoctoni piemontesi totalmente a chilometro zero. Si tratta di cera biologica e quando possibile biodinamica, che viene fornita a Monica e Clarien direttamente dai produttori locali. “Abbiamo iniziato a conoscere delle realtà piccole sul territorio del torinese, dell’astigiano e del cuneese e abbiamo quindi provveduto a mapparle, per costruire delle relazioni che vedessero protagonisti proprio i produttori del luogo, che sono per noi i veri custodi della terra, della natura e dell’ecosistema”, mi spiegano.

Piccole realtà, che testimoniano la volontà di favorire più produttori che, proprio come Clarien e Monica, stanno crescendo sul territorio e cercano di proporre un’agricoltura sana e naturale che valorizzi le tipicità locali. “Nel complesso abbiamo riscontrato molta curiosità e interesse da parte dei produttori agricoli, proprio perché il nostro è un prodotto nuovo ed insolito che anch’essi hanno voluto testare e scoprire”. 

Beeopak ha delle proprietà antibatteriche che permettono di conservare il cibo fresco e più a lungo. La cera è infatti ricca per natura di propoli e altre sostanze con cui la plastica non potrà mai competere. “È traspirante e modellabile – mi spiega Clarien – perfetta per avvolgere cibi perché, scaldandola con le mani, si adatta alla forma dell’alimento. Inoltre, contiene resina di pino al suo interno, che conferisce una perfetta capacità aderente, ottimale per conservare gli alimenti”, aggiunge Monica. Insomma, un prodotto versatile che funziona proprio come una seconda pelle: “Ha mille utilizzi, c’è chi lo usa come se fosse un piano di lavoro per far lievitare la pasta del pane, chi ci avvolge la saponetta da portare in viaggio al posto della custodia di plastica, chi incarta il panino da mangiare a scuola o a lavoro, chi conserva formaggi, frutta e verdura facilmente deperibili”, mi raccontano.

“Beeopak è per noi un’alternativa alla pellicola, ma non solo”. Come mi spiega Clarien, è un modo diverso per prendersi cura del cibo. “Nel momento in cui una persona compra un alimento, lo avvolge, lo conserva, lo presenta in tavola, ne gode e se ne nutre, dando così valore ai doni che la natura ci offre”.  

L’idea di una pellicola naturale riutilizzabile vuole ricordarci l’importanza di introdurre alternative sostenibili nella nostra quotidianità, a cominciare da subito. Beeopak rappresenta una delle sempre più numerose ed innovative soluzioni contro lo spreco e la cultura dell’usa e getta, che trova la sua soluzione ideale in una dimensione locale proprio perché capace di valorizzare i prodotti caratteristici di un territorio.

“Da quando abbiamo avviato il progetto nel 2018, l’attività è cresciuta molto. Abbiamo sempre più richieste da piccoli negozi locali che prediligono il biologico e la spesa sfusa senza imballi oppure gruppi di acquisto collettivi o i privati, nonché realtà che stanno intraprendendo percorsi virtuosi. Ci accorgiamo che le persone sono curiose, vogliono cambiare e sono pronte a cambiare, cercando delle alternative più sostenibili”, mi raccontano.

Oltre ad una finalità ambientale, tramite Beeopak, Monica e Clarien stanno promuovendo intorno al progetto una dimensione sociale legata allo sviluppo di comunità. “Abbiamo avviato un rapporto di collaborazione con un’agenzia formativa sul territorio attivando degli stage nel nostro laboratorio per lavoratori svantaggiati, con l’idea che alcuni di questi stage si trasformino poi in tirocini e rapporti di lavoro. Stiamo inoltre sviluppando una dimensione educativa e pedagogica attraverso collaborazioni con musei, bioparchi e realtà attive nell’ambito dell’educazione, accompagnando i bambini, i ragazzi e i futuri cittadini del nostro domani verso la scoperta di soluzioni che, proprio come Beeopak, possono aiutarci a vivere in maniera più consapevole”. 

Intervista: Lorena di Maria e Paolo Cignini

Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/beeopak-pellicola-naturale-cura-cibo-ambiente-io-faccio-cosi-256/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

TAV in Val di Susa, come prendere una decisione?

Ormai da anni il progetto dell’alta velocità in Val di Susa è al centro di un acceso dibattito che vede favorevoli e contrari sfidarsi puntualmente e duramente per far prevalere la propria posizione sul TAV. Lo scontro oggi è più che mai acceso tra le istituzioni, che proprio in questi giorni discutono dell’analisi costi-benefici sulla Torino-Lione, e sostenuto da un’informazione che spesso alimenta la logica delle fazioni. Come prendere una decisione in un simile contesto? Alberto Guggino espone alcuni concetti che dovrebbero essere alla base di qualsiasi scelta di investimento.
La TAVola periodica degli elementi è lo schema con cui sono ordinati gli elementi chimici sulla base del loro numero atomico. Prendendo questo spunto ho cercato di “atomizzare” gli elementi che devono essere alla base di una buona decisione e vi propongo la mia Tavola periodica degli elementi di base con cui si prende una decisione. Di seguito, quindi, potete trovare alcune considerazioni che vanno oltre le posizioni direttamente collegate al TAV e che ritengo servano per una valutazione a monte (parola decisamente appropriata), siano indipendenti da posizioni pro o contro e vadano al di là degli studi specifici (che naturalmente sono necessari, ma di cui non ho grande competenza diretta).

Il problema, a mio avviso, non è relativo all’alta velocità in generale e deve essere considerato sotto molti aspetti. Provo ad esprimere i concetti alla base di una qualsiasi decisione di investimento che un bravo manager/padre di famiglia/imprenditore/amministratore/politico deve considerare prima di prendere una decisione

1) quando si hanno poche risorse finanziarie la scelta delle priorità è fondamentale e deve considerare da una parte le possibili prospettive future e dall’altra il benessere diffuso che ne può derivare. 

2) Una volta analizzati questi aspetti qualsiasi investimento deve essere messo in relazione con altri possibili investimenti, anche in altri settori, in modo da permettere che le risorse finanziarie disponibili (o a debito) producano il maggior risultato per gli abitanti di un territorio limitato o più vasto. 

3) Quando si effettua un investimento di qualsiasi genere occorre considerare il cosiddetto ROI (return on investment), cioè la redditività del capitale investito che misura il rendimento dell’investimento effettuato a prescindere da come è finanziato. 

4) È importante conoscere se l’investimento è fatto con capitali propri o a debito, nel qual caso è importante definire con chi lo si contrae, a che costo e per quanto tempo. 

5) Occorre analizzare in modo dettagliato i futuri costi di gestione e manutenzione

6) Devono essere messi in relazione il costo investimento (quindi il costo di ammortamento suddiviso negli anni di durata previsti), il costo degli interessi e i costi di gestione/manutenzione, con la previsione delle entrate per comprendere la sostenibilità economica.  

7) Deve essere valutato il costo del servizio/prodotto che verrà offerto in modo da verificare se sarà competitivo rispetto ai servizi/prodotti già esistenti, che sono offerti dal mercato di riferimento.

Fonte: Euronews

8) Siccome parliamo di investimenti dello Stato Italiano, a tutte queste considerazioni bisogna aggiungere il valore sociale dell’opera, che assume una dignità almeno pari a quella del ritorno monetario. 

9) A questo punto occorre verificare la sostenibilità ambientale dell’opera e il consumo attuale e futuro di risorse non rinnovabili per evitare una trasformazione irreversibile di un territorio e dell’ambiente in generale; pertanto i relativi benefici per l’immediato potrebbero risultare estremamente compromettenti per le future generazioni. 

10) È necessario effettuare un accurato benchmark, analizzando realtà ed esperienze analoghe, anche in altri Paesi, in modo da valutare in anticipo problematiche, differenze, punti di analogia e studiare l’impatto sociale, economico e ambientale che queste esperienze hanno portato. 

11) Dopo il benchmark si procede con la cosiddetta ristrutturazione, reingegnerizzando prodotto finale e processi per superare i limiti delle altre esperienze ottenendo un miglioramento incrementale qualitativo. 

12) Dopo aver effettuato questi studi, si parte con l’analisi delle problematiche sollevate da chi è contrario al progetto, questo è un elemento indispensabile in una democrazia e permette, nel caso l’opera venga realizzata, di ridurre i potenziali rischi di insuccesso, considerando gli “oppositori” come essenziali risorse per la costruzione di una società migliore per tutti. 

13) nel caso di un investimento pubblico è interessante capire se ci sono imprenditori e/o finanziatori interessati a partecipare al capitale di rischio. Se tale opera è interessante per un imprenditore, presumibilmente questi parteciperà almeno in parte con capitali propri; occorre diffidare dagli imprenditori o dalle categorie di imprenditori che auspicano la realizzazione di un’opera senza impegnarsi a partecipare al capitale da investire. 

14) Qualsiasi progetto non può prescindere da un’analisi di contesto, ma soprattutto da quello che viene chiamato “Approccio Sistemico” (metodi che risalgono ad Aristotele e Leonardo). È utile analizzare la situazione e le prospettive europee e mondiali, ad esempio valutare se l’opera può essere parte di un progetto più ampio e verificarne la disponibilità e l’impegno di altri Paesi a procedere in tal senso. 

15) Nel caso ci siano finanziamenti a fondo perduto, tutti i punti precedenti non decadono, pertanto tali finanziamenti vanno considerati unicamente come un’opportunità per la riduzione dei costi per gli interessi per il prestito a debito, e nel caso non vengano attivati perché l’opera non si realizza, non devono essere considerati un’occasione persa, perché se l’investimento non rispondesse ai precedenti punti sarebbe solo uno spreco inutile, e le risorse sarebbero così indirizzabili ad altri progetti.  

16) Sarebbe opportuno inoltre valutare il Life Cycle Assessment o LCA (in italiano la valutazione del ciclo di vita), un metodo che valuta un insieme di interazioni che un prodotto o un servizio ha con l’ambiente e l’impatto ambientale (positivo o negativo) che scaturisce da tali interazioni. Nella sua forma più completa, il Life Cycle Assessment considera l’intero ciclo di vita, includendo quindi le fasi di preproduzione (quindi anche estrazione e lavorazione delle materie prime), produzione, distribuzione, uso (quindi anche riuso e manutenzione), riciclo e smaltimento finale (norme ISO 14040 e ISO 14044).

Dopo tutte queste considerazioni, deve partire un’analisi che valuti se le opportunità offerte dal nuovo investimento non possano essere realizzate utilizzando e adeguando strutture preesistenti, la blue economy recita: lavoriamo prima di tutto su quello che abbiamo. Il metodo giapponese definito kaisen afferma che invece di raggiungere un’innovazione al 100% dopo molto tempo è meglio agire subito e così si ottiene il 60% dei risultati attesi in tempi rapidi e con minori investimenti. La vision della strategia kaizen è quella del rinnovamento a piccoli passi, da farsi giorno dopo giorno, con continuità, in radicale contrapposizione con concetti quali innovazione, rivoluzione e conflittualità di matrice occidentale. La base del rinnovamento è quella di incoraggiare ad apportare ogni giorno piccoli cambiamenti, il cui effetto complessivo diventa un processo di miglioramento dell’intero processo preso in esame, a costi molto ridotti e ad efficacia immediata e continua nel tempo. Fin qui non abbiamo considerato in nessun modo gli aspetti di una visione della società legata a differenti approcci “politici” e “ideali” (non ideologici) o di un “modello di sviluppo del benessere”. Pertanto è necessario comprendere in quale direzione vogliamo o siamo costretti ad andare a causa dei cambiamenti climatici e delle opportunità offerte dalle nuove tecnologie. Cambiano i paradigmi e certe idee di modernità diventano obsolete e superate. Da un punto di vista invece prettamente politico: abbiamo bisogno di spostare noi stessi o le merci sempre più velocemente? Oppure abbiamo bisogno di poter fare esami o interventi per la nostra salute in tempi utili per impedire il progredire di una malattia? Abbiamo bisogno di treni veloci per raggiungere mete, saltuarie per la maggior parte delle persone, o abbiamo bisogno di muoverci in città o dalla campagna alla città tutti i giorni, in maniera decente, con dei servizi sufficienti e decorosi? Sull’economia in generale e sul mondo del lavoro in particolare hanno un impatto maggiore tante piccole opere o una grande opera?  

Naturalmente ancora meglio sarebbe una progettazione partecipata, ma tutto quello che ho espresso è realizzabile, per la progettazione partecipata, ad esempio con gli stakeolder, i tempi devono ancora maturare… ma è auspicabile per stimolare e ottenere i benefici di quella che gli studiosi chiamano “intelligenza collettiva” molto più evoluta dell’intelligenza artificiale di cui tanto si parla.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/02/tav-val-di-susa-come-prendere-decisione/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni