Città Creative Unesco: Biella rappresenta il Piemonte nella corsa alla candidatura 2019

Proprio in questi giorni si è tenuta la conferenza stampa della Candidatura di Biella a Città Creativa UNESCO 2019 presso la Sala Stampa Regione Piemonte di Piazza Castello 165 a Torino. Scopriamo quanto emerso dall’incontro attraverso gli interventi dei relatori. Biella, Trieste, Bergamo e Como: è questa la lista delle città che hanno ottenuto il sostegno ufficiale della Commissione italiana UNESCO per l’ingresso nel network delle Creative cities. Il Consiglio Direttivo della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, che si è riunito giovedì 13 giugno, ha infatti deliberato sulle candidature, che entreranno nella Rete delle Città Creative e ha deciso all’unanimità di sostenere le città di Bergamo per la gastronomia, Biella e Como per l’artigianato e Trieste per la letteratura. Nel corso della conferenza stampa in Regione è stata recentemente presentata la candidatura di Biella quale città creativa UNESCO. Il Presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio ha dichiarato: “Quella di Biella è una candidatura che si inserisce a pieno titolo nel nostro progetto di valorizzazione dell’economia, della cultura e del turismo del Piemonte. Il riconoscimento Unesco è un esempio dei risultati importanti che un territorio può ottenere, quando unisce tutte le sue forze e vede le istituzioni pubbliche e i soggetti privati lavorare insieme per la condivisione di un obiettivo comune. Adesso l’obiettivo sarà poter vantare Biella come terza ‘Città creativa Unesco’ del Piemonte, dopo Alba per la gastronomia e Torino per il design. Metterò personalmente a disposizione l’esperienza e i rapporti maturati in questi anni con l’Unesco e sono certo che, insieme, vinceremo questa nuova sfida per il nostro territorio”

Parole significative anche da parte di Francesca Leon, Assessore alla cultura di Torino Città creativa Unesco: “Ogni volta che un luogo di cultura del nostro Paese si candida per ottenere un riconoscimento internazionale, non possiamo che esserne orgogliosi e sentirci parte di un corpo che si muove all’unisono per il raggiungimento di una meta comune. Ci auguriamo, come Città di Torino, che Biella possa vincere la sfida, convinti del potenziale che il suo territorio racchiude, dell’attenzione che ha saputo investire sull’arte e l’artigianato quali strumenti di sviluppo del proprio tessuto cittadino. La proiezione sulla Mole Antonelliana del logo della candidatura è il nostro segnale di amicizia e sostegno a Biella, perché ottenga un meritato successo e il Piemonte abbia una nuova città che entra nelle creative city dell’Unesco”.

Entusiasta degli ultimi sviluppi anche Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Biella Franco Ferraris: “Si tratta di un risultato straordinario e che conferma la grandissima forza del territorio biellese che, in linea con gli obiettivi dell’agenda ONU 2030, ha sviluppato da sempre innovazione, sostenibilità e creatività. Oggi questo primo successo dimostra che un territorio che sa lavorare e comunicare unito è un territorio vincente, grazie a tutti gli Enti e alle persone che stanno lavorando al progetto”.

Per il Biellese la candidatura rappresenta uno strumento nuovo di trasformazione sociale, attraverso i temi dell’arte e della sostenibilità oltre che della maestria tessile. A testimoniarlo è stato il processo di costruzione del dossier, che ha interessato una vastissima rete di soggetti pubblici e privati, a cominciare dalle 140 lettere di sostegno raccolte da tutta Italia e dal mondo, dalle 74 firme dei sindaci del Biellese, uniti per un obiettivo comune, passando attraverso centinaia di ritratti di cittadini, istituzioni e aziende, visibili sul sito. Una realtà che dimostra che qualcosa è cambiato e che, nonostante le difficoltà della crisi economica, c’è molta voglia di raccontarsi in modo nuovo, di mettere al centro i valori della condivisione e del cambiamento ispirati dagli obiettivi ONU 2030 e riassunti magistralmente nel simbolo del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto che mette al centro la sintesi tra natura e artificio.

Biella ha scelto dunque di affidare il proprio messaggio di rinnovamento a un progetto ‘su misura’ di alta sartoria artistica e sociale fatto di fili intrecciati tra la città e le associazioni e tra queste e i cittadini che rendono vivo e vero il territorio. La sfida tra le città finaliste si giocherà a Parigi dove Biella si presenterà come la candidata ufficiale del Piemonte, incarnandone i valori. “Credo con forza – ha commentato il neo sindaco della città Claudio Corradino che ha raccolto il passaggio del testimone dall’uscente Marco Cavicchioli che ha firmato il dossier di candidatura – nelle potenzialità della candidatura di Biella e questo risultato è davvero importante. Sono convinto che Biella abbia tutte le carte in regola per superare anche la selezione della Commissione Unesco a Parigi e mi spenderò personalmente in ogni sede istituzionale per raggiungere questo risultato”.

Alla conferenza stampa è intervenuto anche Paolo Naldini, direttore di Cittadellarte: “Biella Città dell’arte e dell’Impresa. Il Simbolo del Terzo Paradiso – ha argomentato – che indica la sintesi di natura e artificio, rispettivamente primo e secondo Paradiso, adottato dalle Nazioni Unite e da più di 200 Ambasciate in tutto il mondo, è il simbolo della candidatura Unesco della città di Biella. Quest’ultima è riconosciuta nel mondo come una capitale della lana ed è conosciuta come sede della Fondazione Pistoletto, la Cittadellarte, dove un complesso di archeologia industriale ex lanificio è stato riconvertito in fabbrica di cultura per il tessuto sociale, di innovazione e sostenibilità, benchmark internazionale prodotto dalla sinergia di privato e pubblico, grazie anche al sostegno di una strutturale convenzione con la Regione Piemonte. Biella – ha concluso il direttore – coniuga l’Arte dell’Impresa e l’Impresa dell’Arte in una sintesi innovativa, capace di indicare prospettive di prosperità sia al territorio, sia nel concerto globale di pratiche per uno sviluppo sostenibile e condiviso”.

Articolo tratto da: Journal Cittadellarte

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Beeopak, la pellicola naturale che si prende cura del cibo e dell’ambiente

Clarien e Monica, all’interno del loro laboratorio nel cuore di Torino, hanno ideato Beeopak, una pellicola riutilizzabile e biodegradabile per avvolgere e conservare gli alimenti nel totale rispetto dell’ambiente. Una soluzione 100% naturale per sostituire gli imballaggi in plastica che quotidianamente utilizziamo nelle nostre cucine e promuovendo gli ingredienti biologici del territorio piemontese. Vi ricordate la vecchia carta cerata, proprio quella con cui le nostre nonne avviluppavano il formaggio prima che la plastica invadesse le nostre tavole? È un ricordo conservato nella memoria di molti di noi, di quell’attenzione e di quella cura per il cibo che ora è nostro compito far sopravvivere.

STOP USA E GETTA! IL FUTURO E’ ADESSO!

E se plastica e stagnola usa e getta immancabilmente occupano un posto fisso nel nostro cassetto o sul ripiano della nostra cucina, esistono delle soluzioni con le quali possiamo far rivivere quelle antiche abitudini messe in pratica proprio dalle nostre nonne. Proprio come Beeopak, la soluzione nuova ed ecosostenibile ideata a Torino come sostituto alla pellicola di plastica. Beeopak deriva dall’unione dei termini “bee” (ape) e “pack” (impacchettare, avvolgere) ed è il risultato di una lunga amicizia nata dall’incontro tra due sognatrici: Monica Fissore e Clarien van de Coevering. Si tratta di una pellicola alimentare riutilizzabile e biologica per conservare gli alimenti e portare colore e bellezza in tavola e in cucina, riducendo il quantitativo di rifiuti.

“Questo progetto – mi racconta Monica – nasce da un’idea condivisa in un pomeriggio dell’estate del 2018, durante una passeggiata nel noccioleto dell’Azienda Agricola di Clarien. Confrontandoci sull’argomento ci siamo rese conto che l’idea di una pellicola alimentare riutilizzabile era già presente in diversi Paesi del mondo ma non in Italia. Così abbiamo pensato di crearla noi e da quel momento, all’interno dell’azienda, abbiamo dato vita a quello che sarebbe diventato il nostro primo laboratorio e iniziato a sperimentare”. 

Beeepak nasce con una sola condizione: quella di essere realizzata in modo artigianale con ingredienti 100% naturali. Per questo sono stati scelti cotone biologico impregnato in cera d’api, resina di pino e olio di nocciole, ovvero alimenti autoctoni piemontesi totalmente a chilometro zero. Si tratta di cera biologica e quando possibile biodinamica, che viene fornita a Monica e Clarien direttamente dai produttori locali. “Abbiamo iniziato a conoscere delle realtà piccole sul territorio del torinese, dell’astigiano e del cuneese e abbiamo quindi provveduto a mapparle, per costruire delle relazioni che vedessero protagonisti proprio i produttori del luogo, che sono per noi i veri custodi della terra, della natura e dell’ecosistema”, mi spiegano.

Piccole realtà, che testimoniano la volontà di favorire più produttori che, proprio come Clarien e Monica, stanno crescendo sul territorio e cercano di proporre un’agricoltura sana e naturale che valorizzi le tipicità locali. “Nel complesso abbiamo riscontrato molta curiosità e interesse da parte dei produttori agricoli, proprio perché il nostro è un prodotto nuovo ed insolito che anch’essi hanno voluto testare e scoprire”. 

Beeopak ha delle proprietà antibatteriche che permettono di conservare il cibo fresco e più a lungo. La cera è infatti ricca per natura di propoli e altre sostanze con cui la plastica non potrà mai competere. “È traspirante e modellabile – mi spiega Clarien – perfetta per avvolgere cibi perché, scaldandola con le mani, si adatta alla forma dell’alimento. Inoltre, contiene resina di pino al suo interno, che conferisce una perfetta capacità aderente, ottimale per conservare gli alimenti”, aggiunge Monica. Insomma, un prodotto versatile che funziona proprio come una seconda pelle: “Ha mille utilizzi, c’è chi lo usa come se fosse un piano di lavoro per far lievitare la pasta del pane, chi ci avvolge la saponetta da portare in viaggio al posto della custodia di plastica, chi incarta il panino da mangiare a scuola o a lavoro, chi conserva formaggi, frutta e verdura facilmente deperibili”, mi raccontano.

“Beeopak è per noi un’alternativa alla pellicola, ma non solo”. Come mi spiega Clarien, è un modo diverso per prendersi cura del cibo. “Nel momento in cui una persona compra un alimento, lo avvolge, lo conserva, lo presenta in tavola, ne gode e se ne nutre, dando così valore ai doni che la natura ci offre”.  

L’idea di una pellicola naturale riutilizzabile vuole ricordarci l’importanza di introdurre alternative sostenibili nella nostra quotidianità, a cominciare da subito. Beeopak rappresenta una delle sempre più numerose ed innovative soluzioni contro lo spreco e la cultura dell’usa e getta, che trova la sua soluzione ideale in una dimensione locale proprio perché capace di valorizzare i prodotti caratteristici di un territorio.

“Da quando abbiamo avviato il progetto nel 2018, l’attività è cresciuta molto. Abbiamo sempre più richieste da piccoli negozi locali che prediligono il biologico e la spesa sfusa senza imballi oppure gruppi di acquisto collettivi o i privati, nonché realtà che stanno intraprendendo percorsi virtuosi. Ci accorgiamo che le persone sono curiose, vogliono cambiare e sono pronte a cambiare, cercando delle alternative più sostenibili”, mi raccontano.

Oltre ad una finalità ambientale, tramite Beeopak, Monica e Clarien stanno promuovendo intorno al progetto una dimensione sociale legata allo sviluppo di comunità. “Abbiamo avviato un rapporto di collaborazione con un’agenzia formativa sul territorio attivando degli stage nel nostro laboratorio per lavoratori svantaggiati, con l’idea che alcuni di questi stage si trasformino poi in tirocini e rapporti di lavoro. Stiamo inoltre sviluppando una dimensione educativa e pedagogica attraverso collaborazioni con musei, bioparchi e realtà attive nell’ambito dell’educazione, accompagnando i bambini, i ragazzi e i futuri cittadini del nostro domani verso la scoperta di soluzioni che, proprio come Beeopak, possono aiutarci a vivere in maniera più consapevole”. 

Intervista: Lorena di Maria e Paolo Cignini

Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/beeopak-pellicola-naturale-cura-cibo-ambiente-io-faccio-cosi-256/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

TAV in Val di Susa, come prendere una decisione?

Ormai da anni il progetto dell’alta velocità in Val di Susa è al centro di un acceso dibattito che vede favorevoli e contrari sfidarsi puntualmente e duramente per far prevalere la propria posizione sul TAV. Lo scontro oggi è più che mai acceso tra le istituzioni, che proprio in questi giorni discutono dell’analisi costi-benefici sulla Torino-Lione, e sostenuto da un’informazione che spesso alimenta la logica delle fazioni. Come prendere una decisione in un simile contesto? Alberto Guggino espone alcuni concetti che dovrebbero essere alla base di qualsiasi scelta di investimento.
La TAVola periodica degli elementi è lo schema con cui sono ordinati gli elementi chimici sulla base del loro numero atomico. Prendendo questo spunto ho cercato di “atomizzare” gli elementi che devono essere alla base di una buona decisione e vi propongo la mia Tavola periodica degli elementi di base con cui si prende una decisione. Di seguito, quindi, potete trovare alcune considerazioni che vanno oltre le posizioni direttamente collegate al TAV e che ritengo servano per una valutazione a monte (parola decisamente appropriata), siano indipendenti da posizioni pro o contro e vadano al di là degli studi specifici (che naturalmente sono necessari, ma di cui non ho grande competenza diretta).

Il problema, a mio avviso, non è relativo all’alta velocità in generale e deve essere considerato sotto molti aspetti. Provo ad esprimere i concetti alla base di una qualsiasi decisione di investimento che un bravo manager/padre di famiglia/imprenditore/amministratore/politico deve considerare prima di prendere una decisione

1) quando si hanno poche risorse finanziarie la scelta delle priorità è fondamentale e deve considerare da una parte le possibili prospettive future e dall’altra il benessere diffuso che ne può derivare. 

2) Una volta analizzati questi aspetti qualsiasi investimento deve essere messo in relazione con altri possibili investimenti, anche in altri settori, in modo da permettere che le risorse finanziarie disponibili (o a debito) producano il maggior risultato per gli abitanti di un territorio limitato o più vasto. 

3) Quando si effettua un investimento di qualsiasi genere occorre considerare il cosiddetto ROI (return on investment), cioè la redditività del capitale investito che misura il rendimento dell’investimento effettuato a prescindere da come è finanziato. 

4) È importante conoscere se l’investimento è fatto con capitali propri o a debito, nel qual caso è importante definire con chi lo si contrae, a che costo e per quanto tempo. 

5) Occorre analizzare in modo dettagliato i futuri costi di gestione e manutenzione

6) Devono essere messi in relazione il costo investimento (quindi il costo di ammortamento suddiviso negli anni di durata previsti), il costo degli interessi e i costi di gestione/manutenzione, con la previsione delle entrate per comprendere la sostenibilità economica.  

7) Deve essere valutato il costo del servizio/prodotto che verrà offerto in modo da verificare se sarà competitivo rispetto ai servizi/prodotti già esistenti, che sono offerti dal mercato di riferimento.

Fonte: Euronews

8) Siccome parliamo di investimenti dello Stato Italiano, a tutte queste considerazioni bisogna aggiungere il valore sociale dell’opera, che assume una dignità almeno pari a quella del ritorno monetario. 

9) A questo punto occorre verificare la sostenibilità ambientale dell’opera e il consumo attuale e futuro di risorse non rinnovabili per evitare una trasformazione irreversibile di un territorio e dell’ambiente in generale; pertanto i relativi benefici per l’immediato potrebbero risultare estremamente compromettenti per le future generazioni. 

10) È necessario effettuare un accurato benchmark, analizzando realtà ed esperienze analoghe, anche in altri Paesi, in modo da valutare in anticipo problematiche, differenze, punti di analogia e studiare l’impatto sociale, economico e ambientale che queste esperienze hanno portato. 

11) Dopo il benchmark si procede con la cosiddetta ristrutturazione, reingegnerizzando prodotto finale e processi per superare i limiti delle altre esperienze ottenendo un miglioramento incrementale qualitativo. 

12) Dopo aver effettuato questi studi, si parte con l’analisi delle problematiche sollevate da chi è contrario al progetto, questo è un elemento indispensabile in una democrazia e permette, nel caso l’opera venga realizzata, di ridurre i potenziali rischi di insuccesso, considerando gli “oppositori” come essenziali risorse per la costruzione di una società migliore per tutti. 

13) nel caso di un investimento pubblico è interessante capire se ci sono imprenditori e/o finanziatori interessati a partecipare al capitale di rischio. Se tale opera è interessante per un imprenditore, presumibilmente questi parteciperà almeno in parte con capitali propri; occorre diffidare dagli imprenditori o dalle categorie di imprenditori che auspicano la realizzazione di un’opera senza impegnarsi a partecipare al capitale da investire. 

14) Qualsiasi progetto non può prescindere da un’analisi di contesto, ma soprattutto da quello che viene chiamato “Approccio Sistemico” (metodi che risalgono ad Aristotele e Leonardo). È utile analizzare la situazione e le prospettive europee e mondiali, ad esempio valutare se l’opera può essere parte di un progetto più ampio e verificarne la disponibilità e l’impegno di altri Paesi a procedere in tal senso. 

15) Nel caso ci siano finanziamenti a fondo perduto, tutti i punti precedenti non decadono, pertanto tali finanziamenti vanno considerati unicamente come un’opportunità per la riduzione dei costi per gli interessi per il prestito a debito, e nel caso non vengano attivati perché l’opera non si realizza, non devono essere considerati un’occasione persa, perché se l’investimento non rispondesse ai precedenti punti sarebbe solo uno spreco inutile, e le risorse sarebbero così indirizzabili ad altri progetti.  

16) Sarebbe opportuno inoltre valutare il Life Cycle Assessment o LCA (in italiano la valutazione del ciclo di vita), un metodo che valuta un insieme di interazioni che un prodotto o un servizio ha con l’ambiente e l’impatto ambientale (positivo o negativo) che scaturisce da tali interazioni. Nella sua forma più completa, il Life Cycle Assessment considera l’intero ciclo di vita, includendo quindi le fasi di preproduzione (quindi anche estrazione e lavorazione delle materie prime), produzione, distribuzione, uso (quindi anche riuso e manutenzione), riciclo e smaltimento finale (norme ISO 14040 e ISO 14044).

Dopo tutte queste considerazioni, deve partire un’analisi che valuti se le opportunità offerte dal nuovo investimento non possano essere realizzate utilizzando e adeguando strutture preesistenti, la blue economy recita: lavoriamo prima di tutto su quello che abbiamo. Il metodo giapponese definito kaisen afferma che invece di raggiungere un’innovazione al 100% dopo molto tempo è meglio agire subito e così si ottiene il 60% dei risultati attesi in tempi rapidi e con minori investimenti. La vision della strategia kaizen è quella del rinnovamento a piccoli passi, da farsi giorno dopo giorno, con continuità, in radicale contrapposizione con concetti quali innovazione, rivoluzione e conflittualità di matrice occidentale. La base del rinnovamento è quella di incoraggiare ad apportare ogni giorno piccoli cambiamenti, il cui effetto complessivo diventa un processo di miglioramento dell’intero processo preso in esame, a costi molto ridotti e ad efficacia immediata e continua nel tempo. Fin qui non abbiamo considerato in nessun modo gli aspetti di una visione della società legata a differenti approcci “politici” e “ideali” (non ideologici) o di un “modello di sviluppo del benessere”. Pertanto è necessario comprendere in quale direzione vogliamo o siamo costretti ad andare a causa dei cambiamenti climatici e delle opportunità offerte dalle nuove tecnologie. Cambiano i paradigmi e certe idee di modernità diventano obsolete e superate. Da un punto di vista invece prettamente politico: abbiamo bisogno di spostare noi stessi o le merci sempre più velocemente? Oppure abbiamo bisogno di poter fare esami o interventi per la nostra salute in tempi utili per impedire il progredire di una malattia? Abbiamo bisogno di treni veloci per raggiungere mete, saltuarie per la maggior parte delle persone, o abbiamo bisogno di muoverci in città o dalla campagna alla città tutti i giorni, in maniera decente, con dei servizi sufficienti e decorosi? Sull’economia in generale e sul mondo del lavoro in particolare hanno un impatto maggiore tante piccole opere o una grande opera?  

Naturalmente ancora meglio sarebbe una progettazione partecipata, ma tutto quello che ho espresso è realizzabile, per la progettazione partecipata, ad esempio con gli stakeolder, i tempi devono ancora maturare… ma è auspicabile per stimolare e ottenere i benefici di quella che gli studiosi chiamano “intelligenza collettiva” molto più evoluta dell’intelligenza artificiale di cui tanto si parla.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/02/tav-val-di-susa-come-prendere-decisione/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Treni, in Piemonte scende il numero dei pendolari. Legambiente: “Servono risorse per il servizio regionale. Tav è una falsa priorità”

Legambiente presenta Pendolaria, il Rapporto sullo stato del trasporto ferroviario in Italia “Nel 2019 si rischia un taglio del servizio. Basta parlare di Tav; qual è la strategia di Governo e Regione per i pendolari?”

C’è un’Italia in movimento, che aspetta il treno. Il trasporto ferroviario è un po’ lo specchio del Paese e delle sue contraddizioni, con segnali di straordinaria innovazione e regioni dove, invece, il degrado del servizio costringe centinaia di migliaia di persone a rinunciare a prendere il treno per spostarsi. A raccontare quanto succede sulle ferrovie italiane è il rapporto Pendolaria di Legambiente, che dal 2008 analizza ogni anno la situazione del trasporto ferroviario in Italia, con numeri e storie e il duplice obiettivo di illustrare i risultati di politiche e investimenti e di dare forza alla costruzione di un paese più sostenibile. Il numero dei passeggeri a livello nazionale aumenta, toccando quota 5,59 milioni e segnando un nuovo record rispetto al 2012 (+7,9% in 4 anni). Sono infatti 2 milioni e 874 mila coloro che ogni giorno usufruiscono del servizio ferroviario regionale e 2 milioni e 716 mila quelli che prendono ogni giorno le metropolitane, presenti in 7 città italiane, in larga parte pendolari. E per entrambi i numeri sono in crescita, come per l’alta velocità. Ma il paradosso c’è: diminuiscono i chilometri di linee disponibili e la crescita nasconde differenze rilevanti nell’andamento tra le diverse Regioni e tra i diversi gestori. In alcune parti del Paese la situazione è migliorata, mentre in altre è peggiorata e si è ampliata la differenza nelle condizioni di servizio. Se tra Firenze e Bologna, per esempio, l’offerta di treni non ha paragoni al mondo, con 162 treni che sfrecciano a 300 km/h nei due sensi di marcia ogni giorno, in diverse parti del Piemonte migliaia di persone non prendono più il treno per via dei tagli e del degrado del servizio. Il trasporto ferroviario soffre in particolar modo della riduzione dei finanziamenti statali, con una diminuzione delle risorse stanziate tra il 2009 e il 2018 pari a -20,4%, a cui si potrebbe aggiungere nel 2019 un ulteriore taglio di 300 milioni, per una clausola di salvaguardia nella legge di Bilancio che ha buone probabilità di scattare vista la situazione economica. A quel punto le risorse in meno sarebbero oltre il 6%, rispetto allo scorso anno, con la conseguenza di vedere meno treni nelle Regioni.

“In Piemonte i dati indicano che l’emorragia di pendolari degli anni scorsi non si è ancora arrestata. Per questo ci auguriamo che la riapertura ad inizio anno della linea Saluzzo-Savigliano non resti una notizia positiva ma isolata, e che vengano gettate le basi per la riapertura di tutte le linee tagliate nel 2011 –dichiara Fabio Dovana, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta-. Quella delle grandi opere è una falsa priorità e i numeri lo dimostrano in modo lampante. Il vero deficit da colmare è nelle città e in un servizio ferroviario regionale con troppe carenze. Più che di una sterile e inopportuna campagna pro-Tav il Piemonte ha bisogno di affrancarsi dal ruolo di fanalino di coda tra le regioni del Nord Italia, investendo con forza a favore di un trasporto ferroviario pendolare di qualità”.
In Piemonte nel 2017 sono state in media 166.445 le persone che ogni giorno hanno preso un treno, in diminuzione rispetto al 2016 quando si attestavano a 167.556 mila. Per tornare almeno ai 175.400 viaggiatori del 2011, anno in cui sono state cancellate 14 linee cosiddette “minori”, per Legambiente servono maggiori investimenti. In Piemonte gli stanziamenti per il servizio ferroviario si attestano a 5,51 milioni di euro l’anno, appena lo 0,05% del bilancio regionale. Il paragone con le vicine regioni del Nord Italia non regge: la Lombardia stanzia per il servizio ferroviario 176 milioni di euro, l’Emilia Romagna 37 milioni di euro, il Veneto 16,7 milioni.

L’Italia, insomma, è spaccata a metà, con 9 Regioni e le due Province autonome in cui i passeggeri sono aumentati e 10 in cui sono diminuiti o rimasti invariati. Cresce il numero di persone che prende il treno al nord – come in Lombardia (750 mila), è triplicato dal 2001 in Alto Adige, raddoppiato in Emilia-Romagna, cresciuto di 60 mila in Puglia. Analoghi i successi della metropolitana a Milano (con più passeggeri delle altre 6 città italiane dotate di metro), dei tram a Firenze e a Bergamo. Molto diversa la situazione del Piemonte dove a causa delle linee soppresse i passeggeri sono calati del 4,4% mentre è drammatica in particolare la situazione in Sicilia, dove si è passati da 50.300 a 37.600 viaggiatori (dal 2009 ad oggi) in una Regione con 5 milioni di abitanti e grandi spostamenti pendolari, e in Campania dove si è passati da 413.600 viaggiatori a 308.500 (ma con un trend in risalita negli ultimi anni).
“Sono tanti i segnali positivi dalle città e dalle Regioni –commenta Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente– che mostrano una disponibilità delle persone a usare treni e trasporto pubblico locale, confermata da tutte le indagini. Quest’anno raccontiamo con tante storie proprio come ovunque siano arrivati nuovi treni, sia stato migliorato il servizio e il numero dei passeggeri sia cresciuto in modo esponenziale. Ma sono troppe le Regioni in cui, al contrario, è stato ridotto il numero dei treni, sono diminuiti anche i pendolari che ne usufruiscono e sono stati costretti a usare i mezzi privati. I risultati prodotti dagli investimenti dimostrano che si può davvero migliorare la vita delle persone, riducendo l’inquinamento e le emissioni di gas serra generate dai trasporti, ma occorre avere una chiara idea dei problemi da affrontare, per allargare il cambiamento a ogni parte d’Italia. Se si vuole davvero migliorare la situazione per i pendolari, gli ambiti di intervento sono quattro: aumentare le risorse, coordinare e controllare quanto avviene sulla rete, cambiare le priorità infrastrutturali e fermare il taglio delle cosiddette linee secondarie. Ad oggi –prosegue Zanchini– non si è capito quale idea abbia il governo per il rilancio dell’offerta per i pendolari e per il trasporto pubblico locale. Si fa un gran parlare di Tav, ma il rischio è che come nelle precedenti legislature vadano avanti solo le autostrade, mentre le opere che servono ai pendolari rimangono ferme, rinviate e incompiute”.

Il cambiamento avvenuto negli spostamenti nazionali è rilevante, con numeri comunque inferiori rispetto alle tratte regionali: 40 mila persone circa che prendono ogni giorno gli Intercity e 170 mila l’alta velocità (tra Frecce di Trenitalia e Italo) per spostarsi su collegamenti nazionali. Le persone che prendono il treno ogni giorno aumentano sia sui treni a lunga percorrenza, in particolare con il clamoroso successo dell’alta velocità, sia sui treni regionali e sulle ferrovie metropolitane, purché ci siano. Perché se in questo inizio di secolo sono state costruite nuove linee ad alta velocità per
1.213 chilometri, nel frattempo sono avvenute cancellazioni per 1.120 km è sospensioni in altri 321 km, in territori rimasti ora senza collegamenti ferroviari. Come poche volte in passato, i pendolari sono stati al centro degli annunci del ministro delle Infrastrutture in questo inizio di legislatura. E nel contratto di governo tra i due partiti che compongono la maggioranza l’impegno è scritto con chiarezza. Tuttavia, in questi mesi, anche in conseguenza del crollo del viadotto Morandi a Genova, al centro dell’attenzione politica ci sono state le scelte sulle grandi opere. Nella legge di bilancio ci sono alcune misure positive per interventi nelle città e sulla rete ferroviaria. Inoltre è stato istituito un fondo presso il ministero dell’Economia finalizzato al rilancio degli investimenti delle amministrazioni centrali dello Stato e allo sviluppo del Paese e una quota del fondo è destinata alla realizzazione, allo sviluppo e alla sicurezza di sistemi di trasporto pubblico di massa su sede propria. Purtroppo negativa e in continuità con il passato è la scelta di destinare ingentissime risorse all’autotrasporto anche in questa legge di bilancio. Sono stanziati 1,58 miliardi di euro per le esenzioni dell’accisa all’autotrasporto merci, a cui si sommano 240 milioni di euro per rimborsi vari. Va ricordato poi che nel decreto Genova sono stati previsti 20 milioni di euro per gli autotrasportatori. Secondo Legambiente se il ministro Toninelli vuole davvero rilanciare il trasporto ferroviario pendolare deve aumentare le risorse, perché quelle attuali sono di oltre il 20% inferiori al 2009, e rischiano di ridursi ulteriormente se non si blocca la clausola nella legge di bilancio. Il ministero delle Infrastrutture deve poi esercitare un vero ruolo di coordinamento e controllo sulla rete, per evitare che continuino tagli e disservizi in alcune Regioni. E occorre cambiare le priorità infrastrutturali: mancano 10 miliardi di euro per le 26 incompiute che servono ai pendolari italiani, individuate da Legambiente, mentre sono previste ingenti risorse per autostrade e altre strade. Secondo Legambiente, la sfida per il rilancio del servizio ferroviario in Italia consiste nel puntare sulle città,che sono il cuore della domanda di trasporto nel nostro Paese, sul Sud, dove i ritardi e i problemi sono incredibili, e su un progetto di mobilità sostenibile per la grande area inquinata della Pianura Padana. “Nel rapporto presentiamo proposte concrete che consentirebbero di rilanciare le città e l’economia italiana. Ci auguriamo che il governo del cambiamento scelga di percorrere questa strada” aggiunge Zanchini.

 Legambiente sottolinea come nel bilancio dello Stato già esistano le risorse per realizzare un salto di qualità nel servizio ferroviario. Il problema è di indirizzare le rilevanti risorse presenti in maniera differente rispetto ad oggi, ridisegnando con chiari obiettivi le entrate legate ai trasporti (accise, Iva, tariffe autostradali, ecc.) e le voci di spesa (sussidi all’autotrasporto, servizio ferroviario, infrastrutture). In particolare per rilanciare il trasporto ferroviario servono risorse per: potenziare il servizio ferroviario regionale, e per garantire che il numero di treni sulla rete aumenti servono almeno 500 milioni di euro all’anno da destinare al fondo per il TPL e il trasporto ferroviario regionale per potenziare il servizio al sud con Intercity e Frecce; rilanciare gli investimenti infrastrutturali davvero utili al sud e nelle città, garantendo che almeno 2 miliardi di euro all’anno dei fondi introdotti con le Leggi di Bilancio 2018 e 2019 per gli investimenti dello Stato siano indirizzati a nuove linee di tram e metropolitane nelle città; acquistare nuovi treni per potenziare il servizio regionale e intercity, aggiungendo agli investimenti previsti almeno 600 milioni di euro all’anno per continuare il rinnovo del parco regionale circolante.

Dossier completo:

Fonte: ecodallecitta.it

Juri Chiotti, lo chef stellato che ha cambiato vita per la montagna

Juri Chiotti è uno chef stellato che ha deciso di cambiare vita e tornare alle sue origini: le Alpi piemontesi. Tra questi monti, dopo anni di esperienze in Italia e nel mondo, ha ora dato vita al ristorante agriturismo “REIS Cibo Libero di Montagna”. Oggi Juri non vive solamente in cucina: si occupa anche dell’orto e degli animali perché, come ha scoperto, agricoltura, allevamento e cucina sono profondamente legati. Il suo nuovo sogno? il recupero del borgo di famiglia.

Uno chef stellato Michelin decide di cambiare vita e molla il suo lavoro per trasferirsi a duemila metri di altitudine, per gestire un rifugio tra le montagne in cui è nato. Dopodiché apre un agriturismo e un ristorante, REIS Cibo Libero di Montagna, con l’obiettivo di recuperare e rivalorizzare un borgo semi-abbandonato. Non è la trama di un romanzo d’avventura e nemmeno le gesta di un supereroe, ma parte della storia di Juri Chiotti, che incontriamo a Frassino in piena Valle Varaita in provincia di Cuneo, nel suo “REIS Cibo libero di Montagna”, un agriturismo e ristorante dove Juri sta cercando di portare avanti il suo percorso: avvicinare sempre di più la cucina all’agricoltura e all’allevamento per valorizzare le proprie origini e la montagna.

Al nostro arrivo a REIS ci colpisce una bandiera: “Ti posso chiedere un favore? Riprendila con la videocamera. Ne vado fiero”. Si tratta della bandiera dell’Occitania, un’area storico-geografica che comprende diverse vallate alpine piemontesi, liguri e francesi: una di queste è la Valle Varaita, dove ci troviamo. Juri ha quasi trentatré anni ed un percorso di vita già caratterizzato da traguardi importanti. Di professione nasce cuoco ed esercita in diversi ristoranti in giro per l’Italia e nel mondo, ed a venticinque anni raggiunge l’importante traguardo della Stella Michelin, per due anni di fila, mentre lavora in un ristorante di Cuneo. Ma non era quello il mondo dove Juri voleva vivere e lavorare: “Non posso essere ipocrita, per me è stato un traguardo importante e l’esperienza nei vari ristoranti mi ha formato tantissimo. Ma volevo qualcos’altro: già allora, nel ristorante, cominciavo a sperimentare e a proporre piatti tipici provenienti dalle mie montagne e il richiamo si faceva sempre più forte”. 

Da qui la decisionedi lasciare il lavoro come cuoco e accettare una sfida importante:gestire il rifugio Meira Garneri, nel comune di Sampeyre in provincia di Cuneo,a pochi passi da casa sua, accessibile nei mesi invernali solamente inmotoslitta. “Il rifugio si trova a milleottocentocinquanta metri e sono rimastolì quattro anni. Un’esperienza che mi ha donato tantissimo e che considero l’iniziodel mio percorso che mi ha condotto fino a qua. Innanzitutto tramite questaesperienza sono tornato a casa, e poi ho capito ciò che amavo veramente:mettere al servizio del territorio il mio lavoro e la mia esperienza,realizzare qui in montagna qualcosa di significativo. Non poteva esistere Reissenza questo passaggio”.

REIS: cibo libero di montagna

Nel novembre 2016 Juri ha lasciato il rifugio. Uno dei motivi è la nascita delle sue due figlie (“logisticamente si faceva davvero difficile…”), ma l’altro motivo era la voglia di ricominciare con un nuovo progetto personale legato alla sua professione di cuoco. Viene così a conoscenza di una baita di mezza montagna nel comune di Frassino e se ne innamora: “In più di un mese mi sono concentrato nella pulizia e nelle migliorie del luogo e nell’aprile del 2017 siamo partiti”. 

REIS Cibo Libero di Montagna è oggi un agriturismo con un ristorante di trenta posti, l’orto, un pollaio e un gregge di circa trenta ovini (capre e pecore), che si pone l’obiettivo di far avvicinare i mondi della cucina, dell’allevamento e dell’agricoltura, che secondo Juri si sono allontanati negli ultimi decenni: “Ho fatto in modo che si realizzasse l’ambizione di fare ciò che mi riusciva meglio, cioè cucinare, in un luogo che conoscevo come le mie tasche. Qui so dove andare a cogliere le erbe spontanee nei campi, i boschi dove raccogliere i funghi, i fornitori e i produttori affidabili. In questa maniera riesco a vivere direttamente tutto il processo legato al cibo, non a vivere la cucina come un ambiente distaccato dalle materie prime che utilizza”.

La paura di aprire un’attività in un posto più isolato rispetto alla città non gli ha impedito di tentare il rischio: “Sono soddisfatto: è logico che aprire un ristorante in una valle a novecento metri di altezza non è la stessa cosa che aprirlo nel centro di una città, per quanto riguarda il bacino d’utenza. Però sono sempre stato convinto della bontà delle mie idee, la mia cucina piace, le persone arrivano e soprattutto non vivo solamente in cucina ma sto riscoprendo l’esterno, il mondo che ruota attorno ad essa e che ne è parte integrante allo stesso tempo. La cucina non è solo il piatto che ti porto, esiste tutto il discorso della filiera che è fondamentale ed è necessario ed importante che le persone siano consapevoli: ogni giorno miliardi di persone fanno scelte sul cibo che sono fondamentali per il nostro presente e il nostro futuro. È per questo che REIS,in futuro, avrà un occhio di riguardo sempre maggiore per la cucina vegetale: serviremo anche prodotti di origine animale, come facciamo ora, ma saranno sempre più da contorno e ulteriormente selezionati in base all’etica con la quale vengono prodotti. Sto capendo poi che bisogna collaborare, bisogna essere più soggetti per poter creare un’azienda sana in montagna”.

Il borgo Chiot Martin

Il Borgo Chiot Martin

Chiot Martin è un borgo di montagna che si trova a circa quindici chilometri da Frassino, nel vallone di Valmala, ed è il luogo di nascita del papà di Juri. Il futuro di Reis si intreccia al progetto dello chef di recuperare questo luogo e rivalorizzare le abitazioni presenti. Con un nuovo spazio anche per Reis.. ed un nuovo socio: “Stiamo lavorando ad uno spazio nuovo per Reis, che si lega al recupero del borgo di Chiot Martin. Un mio amico allevatore, Gian Vittorio Porasso, si sta unendo al progetto per fare di Reis uno spazio sempre più connesso all’ecosistema che ha intorno”. Gian Vittorio è un allevatore, con un centinaio di capre tenute a pascolo, ed un produttore di formaggi realizzati solo con latte crudo. Trasferirà il suo pascolo e la produzione a Chiot Martin, che diventerà parte integrante di Reis e del progetto di ristorazione. 

“Per reperire il terreno necessario ad allevare le capre stiamo cercando di creare un’associazione fondiaria, con l’aiuto del Professor Cavallero. Ci siamo inoltre rivolti, per il recupero degli abitati e la creazione del nuovo ristorante, ad uno sportello a Torino che si chiama ‘Vado a vivere in montagna’ e che si occupa di rendere sostenibili delle idee di ritorno in montagna, con la possibilità di accedere a finanziamenti agevolati. Abbiamo presentato il progetto e cercheremo di reperire i fondi per fare tutto quello che è necessario per rendere reale il progetto, che ha come pilastro principale non solo il recupero di una borgata ma quello di un intero ecosistema, rivalorizzato grazie all’allevamento sostenibile e alla valorizzazione dei boschi. Un ritorno alla simbiosi tra natura e uomo, che un tempo qui in montagna si respirava a pieni polmoni”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/io-faccio-cosi-231-juri-chiotti-chef-stellato-ha-cambiato-vita-montagna/

Smog. Giunta regionale approva delibera che stanzia 4 milioni per la sostituzione dei veicoli commerciali

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L’Assessore Valmaggia: “Con questo provvedimento veniamo incontro ai sacrifici richiesti per migliorare la qualità dell’aria che respiriamo”. Approvata la delibera che definisce i criteri per l’assegnazione di 4 milioni di euro per l’acquisto di veicoli commerciali N1 o N2 (ossia quelli con massa inferiore a 3,5 tonnellate e quelli tra 3,5 e 12 tonnellate) utilizzati per il trasporto in conto proprio da parte di micro, piccole e medie imprese. Il contributo potrà essere assegnato a seguito della rottamazione di un veicolo della stessa tipologia e ad alto impatto ambientale, oltre alla sua conversione all’utilizzo di combustibili diversi dal gasolio. Nello specifico, il provvedimento si inserisce tra le misure di attuazione dell’Accordo tra le Regioni del Bacino Padano e il Ministero dell’Ambiente, i cui contenuti sono stati recepiti dalla Regione Piemonte già nell’ottobre 2017 con l’adozione di azioni atte a ridurre gli sforamenti dei livelli massimi dei principali inquinanti atmosferici (PM10 e biossido di azoto).

Si tratta di risorse che non potevano tardare a essere impiegate, vista la necessità di mettere in atto misure restrittive di limitazione veicolare che incidono significativamente sulla vita dei piemontesi, ma che ormai risultano inderogabili a fronte dei dati allarmanti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la quale stima che le morti premature in Italia a causa dell’inquinamento atmosferico ammontino a oltre 90mila all’anno. I 4 milioni di euro – metà a valere già sul 2018 e la restante sul 2019 – verranno impiegati per sostituire le tipologie di veicoli che, per tipo di motorizzazione, e in alcuni casi anche per mole, risultano maggiormente inquinanti, oltre a essere utilizzati quali diretto strumento di lavoro da parte delle imprese. I criteri adottati dalla Giunta regionale prevedono che, per ottenere l’incentivo regionale, occorra rottamare un veicolo commerciale N1 o N2 per il trasporto in conto proprio, aventi motorizzazione benzina fino a euro 1/I inclusa, ibridi benzina (benzina/metano o benzina/GPL) fino a euro 1/I inclusa, e diesel fino a euro 4/IV inclusa. Tali veicoli potranno essere sostituiti con mezzi analoghi di tipo elettrico puro, ibrido (benzina/elettrico Full Hybrid o Hybrid Plug In), metano esclusivo, GPL esclusivo, metano o GPL bifuel (benzina/metano e benzina/gpl). Vengono inoltre ammesse le spese di conversione dei motori di veicoli commerciali N1 e N2, attualmente alimentati a gasolio, in motorizzazioni meno inquinanti (elettrico, metano, GNL, GPL e bifuel benzina (benzina/metano e benzina/GPL). Il bando per l’assegnazione delle risorse vedrà la pubblicazione da parte della Regione Piemonte entro fine anno, e rimarrà aperto fino a esaurimento della dotazione finanziaria. L’istruttoria sarà condotta dalla Regione stessa e da Unioncamere, anche tramite le singole Camere di Commercio. Per ogni singolo contributo ammesso è prevista un’assegnazione tra i mille e i 10mila euro, a seconda dell’entità della sostituzione o della conversione.

Con questo provvedimento la Regione mette a disposizione del mondo produttivo le prime risorse disponibili per la sostituzione dei mezzi maggiormente inquinanti, così come condiviso nell’Accordo del Bacino Padano – afferma l’assessore all’Ambiente della Regione Piemonte, Alberto Valmaggia – Per anni sono state messe in atto misure che hanno visto il divieto al traffico dei migliaia di veicoli senza che però si prevedessero degli incentivi economici a sostegno dei cittadini costretti alla sostituzione dei mezzi interessati. Oggi prevediamo un aiuto concreto per la sostituzione dei veicoli commerciali, quelli utilizzati quali vero e proprio strumento di lavoro. L’impegno della Regione Piemonte è quello di lavorare affinché, a breve, si riescaa dare un analogo sostegno anche ai restanti cittadini”.

Fonte: ecodallecitta.it

Paraloup: lo spirito della Resistenza in un rifugio di montagna

Borgata Paraloup è un rifugio di montagna nella Valle Stura, a Cuneo. Un luogo dove i partigiani di Giustizia e Libertà hanno fatto la Resistenza e che oggi è rinato grazie alla Fondazione Nuto Revelli Onlus. Oggi la borgata Paraloup è un vivace centro culturale di scambio e di crescita, un sistema integrato di attività turistico-artigianali, agro-pastorali e di proposte culturali-formative, per coinvolgere la comunità locale e creare una rete di condivisione e partecipazione con le altre realtà del territorio. Immaginate di vivere come i partigiani. In montagna, da sempre e ovunque luogo di resistenza e liberazione. Immaginate di poterlo fare in Italia, in un luogo in cui davvero i partigiani hanno vissuto e lottato. Poi prendete un biglietto per Cuneo, armatevi di cartina e andate a Rittana nella Valle Stura: lì troverete il Rifugio Paraloup, una borgata a 1.400 metri di altezza formata da una dozzina di baite dove i partigiani si sono riparati per combattere il nazifascismo.

Luoghi recuperati con innovazione ma anche con attenzione al territorio e al paesaggio, i ruderi della Borgata Paraloup (che significativamente in dialetto piemontese significa “al riparo dai lupi”) sono oggi un rifugio di montagna con tanto di sale per convegni, mostre e un ristorante. Un luogo dove passare uno o più giorni respirando la memoria partigiana di quella banda di Giustizia e Libertà che scelse questo posto come base. Quello della storia della Resistenza, però, non è un espediente di attrazione turistica né tanto meno una memoria sterile, ma è il cuore di questo progetto di recupero del territorio. Il progetto Paraloup, infatti, è nato nel 2006 insieme alla Fondazione Nuto Revelli Onlus, dedicata al partigiano cuneese “testimone del suo tempo e di queste valli”. Poco tempo dopo la nascita della fondazione accade infatti che il regista Teo De Luigi, impegnato a girare un documentario in quella valle, lanci la spinta per il recupero di quelle baite. Spinta che è stata accolta positivamente dai membri della fondazione e che ha trovato aiuto nell’impresario Aldo Barberis e in un gruppo di architetti del Politecnico di Torino.paraloup-1

“Volevamo recuperare il sito perché è un luogo meraviglioso e perché porta con sé la vocazione di ispirare un ritorno alla montagna che sia consapevole di democrazia e impegno civile”, spiega Beatrice Perri, direttrice della Fondazione Nuto Revelli Onlus. “L’idea è stata quella di non volerne fare un museo o un luogo di memoria vuoto, ma un luogo che potesse innescare un processo di ritorno vero e coniugare memoria e innovazione”.

Recuperato con un’architettura leggera e rispettosa del paesaggio, a chilometro zero ed ecosostenibile (ci sono pannelli solari e si è prestata attenzione alla coibentazione degli edifici), il luogo è riuscito così a preservare la sua “aurea magica”: “Grazie ad un’indagine filologica oggi possiamo dire che si mangia esattamente dove mangiavano i partigiani e si dorme dove dormivano i partigiani”.

Ma la forza di questo luogo non sta soltanto nella sua storia di Resistenza. Come racconta Beatrice, “questo luogo porta con sé una vocazione molto forte, che appartiene al suo DNA, quasi un genius loci: lo hanno sentito i partigiani quando lo hanno scelto come base per un’Italia libera, lo ha sentito la popolazione (nella memoria locale ci sono tante figure in riferimento al luogo), lo abbiamo sentito noi e lo sentono anche i visitatori quando vengono e spesso tornano nuovamente”.paraloup-

La borgata Paraloup è infatti immersa nella Valle Stura ed è anche uno di quei luoghi della memoria della civiltà contadina cuneese, che pure Nuto Revelli aveva documentato. Ed è anche al recupero di questi territori che la Fondazione Nuto Revelli si è dedicata organizzando nel 2011 il primo “Festival Internazionale del ritorno ai luoghi in abbandono”. Il Festival raccoglie varie realtà italiane (l’Unical con il professore Vito Teti, il Movimento di ricostruzione dell’Aquila, il Movimento delle cascine di Milano etc) e ha come tematica principale il riutilizzo dei luoghi abbandonati, che in Italia sono il 70% del territorio nazionale. “Questi luoghi hanno spazi pronti e una vocazione per ospitare dei ritorni, che a volte sono anche delle andate, come nel caso dei migranti che arrivano qui per la prima volta”. E proprio in occasione di questo festival si costituisce la “Rete del ritorno”.

Un ritorno che passa necessariamente attraverso la terra, fonte di vita e di lavoro. Non a caso, la Fondazione organizza nel 2017 il convegno internazionale “Facciamo agricoltura” e, nello stesso anno, promuove la scuola dei giovani agricoltori di montagna, portata avanti grazie ad un progetto europeo e alla collaborazione di altre realtà piemontesi: “Abbiamo formato cinque giovani aspiranti agricoltori, nell’ottica che se lo spopolamento è stato un fenomeno violento e incontrollato il ritorno debba essere accompagnato da strumenti utili e su misura del luogo”.37984134_1919184448144711_5202357443123740672_n

Un’operazione abbastanza riuscita, se si pensa che nel 2017 Paraloup ha visto “passare” 30.000 persone ed è un rifugio per molti: appassionati di sport invernali, studenti che vengono a visitare il luogo, ricercatori di storia e antropologia, amanti della montagna. E “tutti”, ci dice ancora Beatrice, “lasciano Paraloup con un senso di responsabilità sulle spalle: questa è una spinta in grado di innescare dei cambiamenti ed è la vocazione di questo luogo”.

Il progetto Paraloup è solo uno dei modi della Fondazione di volgere l’attenzione alla memoria storica e riattualizzarla. Sono anni, infatti, che lavora sull’archivio di Nuto Revelli, portandolo nelle scuole: “La nostra attenzione è molto forte nei confronti dei giovani, perché certi valori (memoria, relazioni, ascolto) vanno coltivati per creare un dialogo sempre vivo e attivo ed evitare derive, che sembravano remote ma non lo sono più. L’obiettivo, per ora, è continuare a riempire di vita questo posto e sperare che possa essere d’esempio per altri luoghi”.

 

Intervista: Daniel Tarozzi e Paolo Cignini
Riprese e Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/io-faccio-cosi-227-paraloup-spirito-resistenza-rifugio-di-montagna/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

In Piemonte nascono le “comunità energetiche”

Autoproduzione e condivisione dell’energia prodotta da fonti rinnovabili. Sono questi i princìpi alla base della legge sulle comunità energetiche approvata all’unanimità dalla terza Commissione del Consiglio Regionale del Piemonte e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.

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La nuova norma, che pone il Piemonte come regione all’avanguardia a livello nazionale, permetterà a comunità di persone, enti e imprese di scambiare tra loro l’energia prodotta da fonti alternative. L’obiettivo delle comunità energetiche sarà quello di agevolare la produzione e lo scambio di energie generate principalmente da fonti rinnovabili, nonché l’efficientamento e la riduzione dei consumi energetici. Con la legge regionale numero 12 del 3 agosto 2018, il Piemonte ha dunque stabilito che i Comuni che intendono proporre la costituzione di una nuova comunità energetica, oppure aderire a una comunità energetica esistente, dovranno adottare uno specifico protocollo d’intesa, redatto sulla base di criteri che dovranno essere indicati da un futuro provvedimento regionale. Le comunità energetiche, alle quali possono partecipare soggetti sia pubblici che privati, possono acquisire e mantenere la qualifica di soggetti produttori di energia se annualmente la quota dell’energia prodotta destinata all’autoconsumo da parte dei membri non è inferiore al 70% del totale. La Regione, attraverso futuri incentivi ad hoc, si impegna a sostenere finanziariamente la fase di costituzione delle comunità energetiche, le quali potranno anche  stipulare delle convenzioni con Arera, al fine di ottimizzare la gestione e l’utilizzo delle reti di energia.

“Il Piemonte, prima regione italiana a dotarsi di una legge di questo tipo, fa un passo importante nella direzione dell’autosufficienza energetica e della costruzione di un nuovo modello di cooperazione territoriale virtuosa – ha commentato Fabio Dovana, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta – Una scelta importante che speriamo sia seguita da altre Regioni ma soprattutto dal Governo nazionale che invitiamo a recepire subito la Direttiva europea che verrà approvata ad ottobre su prosumer e comunità dell’energia, per evitare di perdere due anni e aprire subito opportunità nei territori e dar così forza all’autoproduzione e alla distribuzione locale di energia da fonti rinnovabili. La generazione diffusa di energia e un’autonoma efficienza energetica contribuiscono infatti alla riduzione del consumo di fonti fossili, delle emissioni inquinanti e climalteranti, ad un miglior utilizzo delle infrastrutture, alla riduzione della dipendenza energetica, alla riduzione delle perdite di rete e ad un’economia di scala”.

Il tema dell’autoproduzione e della distribuzione locale di energia da fonti rinnovabili è al centro dell’interesse generale per le opportunità che si stanno aprendo con l’innovazione nella gestione energetica, grazie all’efficienza e alla riduzione dei costi delle tecnologie e delle reti. Anche in Italia questa prospettiva avrebbe grandi potenzialità perché, in questa forma, le fonti rinnovabili anche senza incentivi diretti, potrebbero offrire un’adeguata risposta alla domanda di elettricità e calore negli edifici e nei territori, creando valore e nuova occupazione. Il Piemonte dunque, prima regione italiana, cerca di intercettare questa opportunità su ampia scala dopo anni in cui sul territorio, in forma sperimentale, è stato portato avanti ad esempio il progetto di Comunità Energetiche del Pinerolese promosso come capofila dal Comune di Cantalupa, con un piano di azione orientato all’autosufficienza energetica e volto alla costruzione di una comunità energetica locale. Ora questo tipo di esperienze potrà uscire dalla fase sperimentale e avere un’ampia diffusione. “La nuova legge regionale va nella direzione da noi auspicata –aggiunge Dovana – anche se avremmo preferito che gli obiettivi e le azioni che vengono previsti per le future comunità energetiche fossero meno generici e prevedessero inscindibilmente la riduzione del consumo di fonti fossili associata con la riduzione delle emissioni inquinanti e climalteranti. Chiediamo quindi alla Giunta Regionale, nella predisposizione dei provvedimenti attuativi della legge appena approvata, di stabilire regole per evitare che l’incentivo alle comunità energetiche diventi un sussidio acritico alla realizzazione di qualsiasi tipo di centrale a biomassa”.

Fonte: ilcambiamento.it

 

L’importanza dell’Autocostruzione, tra innovazione e tradizione

Collaborare per diffondere e divulgare i principi e le tecniche sostenibili è uno degli obiettivi della Rete Solare per l’Autocostruzione che, grazie a una rete capillare di esperti competenti in diverse regioni di Italia, favorisce la conoscenza e l’apprendimento di tecniche nel campo della bioedilizia e dell’autoproduzione.rete-solare-autocostruzione-innovazione-tradizione

“La rete è una struttura aperta a tutti coloro che sono interessati all’autocostruzione e alla condivisione dei saperi in un’ottica di partecipazione, di relazione e di fiducia”. Con queste parole si presenta la Rete Solare per l’Autocostruzione, Associazione che nasce nell’anno 2006 in Emilia Romagna con lo scopo di diffondere le tecniche legate alla sostenibilità e alla bioedilizia, promuovendone la conoscenza e divulgazione in Italia.  La rete nasce inizialmente con l’obiettivo di favorire la diffusione del solare termico, riponendo in un secondo tempo l’attenzione anche ad altri campi della bioedilizia. La volontà è quella di creare una solida collaborazione tra persone ed organizzazioni presenti sul territorio quali realtà associazionistiche, privati, enti pubblici o scuole. Daniela Re è presidente nonché una delle fondatrici dell’Associazione che in questo progetto crede molto e che, grazie alla preparazione nel campo dell’architettura, all’esperienza nell’ambito dell’efficienza energetica ed alla passione per le energie rinnovabili ed i materiali naturali, opera attivamente per aumentare la consapevolezza verso tali tematiche, contribuendo a renderle alla portata di tutti, proprio come ci racconta nell’intervista.

Di cosa si occupa l’Associazione?

“Obiettivo della rete è lavorare nell’ambito dell’autocostruzione promuovendo in Italia la diffusione e la conoscenza delle energie rinnovabili e dei materiali naturali in bioedilizia. L’Associazione è composta da esperti che conducono corsi e laboratori nelle diverse regioni di Italia in base alla richiesta dei soggetti interessati favorendo forme di condivisione e autoproduzione tramite un approccio prettamente pratico che consente loro di apprendere metodologie e tecniche sostenibili. Si tratta di una rete diffusa nelle varie regioni di Italia quali Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Lazio e prevede la collaborazione e la cooperazione tra diverse realtà dislocate sul territorio”.rete-solare-autocostruzione-innovazione-tradizione-1536821291

Quali sono le attività e le esperienze che proponete?

“Proponiamo corsi di autocostruzione eolica che prevedono la realizzazione ed il collaudo di un aerogeneratore; corsi di solare termico per adulti che includono la costruzione di un vero e proprio impianto solare termico ed inoltre attività per le scuole che sono indirizzate alla produzione di un pannello solare per la produzione di acqua calda a scopo didattico. Promuoviamo corsi su intonaci a base di terra e a base di calce; corsi sulla costruzione di forni in terra cruda; autoproduzione di oggetti in feltro con cui produciamo tappeti o pannelli isolanti; laboratori di recupero e riciclo creativo. Infine, da circa un anno, abbiamo avviato corsi di orticoltura secondo i principi dell’agricoltura sinergica, attraverso la realizzazione di impianti di irrigazione goccia a goccia o la piantumazione di piante”.

Come sono strutturati i corsi e chi sono i destinatari?

“I destinatari sono nel complesso persone curiose ed interessate a conoscere i principi dell’autocostruzione e che vorrebbero applicarne le tecniche nella ristrutturazione della propria abitazione. Altri soggetti sono i tecnici con capacità ed interessi progettuali quali gli idraulici, gli architetti o gli ingegneri ed infine gli artigiani come i restauratori o i decoratori, stimolati ad apprendere nuove tecniche e a specializzarsi in nuovi materiali. I nostri laboratori hanno la caratteristica di essere destinati a tutti in modo che chiunque possa imparare, anche chi si trova alle prime armi. Le attività si svolgono prevalentemente durante i week end e sono pensate per realizzare il manufatto della persona che ci ospita e che ne usufruirà”.

Quali sono i principi su cui si basa la rete?

“I principi sono sicuramente lo sviluppo di tecnologie efficienti, semplici, appropriate ed economiche. Nei progetti che implicano un lavoro sull’esistente quali cascinali, rustici o abitazioni in campagna, cerchiamo di proporre l’utilizzo di materiali tradizionali “come si faceva una volta” e quindi favorendone il valore culturale ed evitando l’impiego di prodotti preconfezionati provenienti dall’industria”.

Quali sono gli ambiti in cui ricevete più richieste di consulenza?

“Le richieste più numerose che l’Associazione riceve riguardano i lavori di autocostruzione con la calce, i forni e le stufe in terra cruda. Negli anni passati abbiamo riscontrato un maggior richiamo nei confronti della tecnologia del solare termico che è andata sempre più consolidandosi. Recentemente abbiamo assistito ad un risveglio di interesse nei confronti dei materiali naturali e tradizionali che sosteniamo proponendo corsi con costi non proibitivi ed accessibili al maggior numero di persone”.rete-solare-autocostruzione-innovazione-tradizione-1536821321

Quali sono le criticità legate alla sensibilizzazione a tali pratiche?

“Riscontro nel complesso un grande interesse da parte delle persone ad approfondire le conoscenze su queste tematiche ma molte di loro si arrendono nell’esecuzione di un progetto a causa della difficoltà nel confrontarsi con gli addetti ai lavori causata dalla scarsa presenza di esperti che facciano formazione e che abbiano buone competenze nel campo della bioedilizia. Nel complesso la sensibilità nei confronti dei materiali tradizionali è cambiata positivamente, il problema è che tali tecniche negli ultimi vent’anni non sono più state trasmesse e praticate poiché sostituite dall’utilizzo massivo del cemento che, per via delle sue caratteristiche di praticità, comodità, resistenza e malleabilità, ha rappresentato la soluzione più conveniente. Un progetto che vorremmo sviluppare è proprio quello di proporre corsi formativi alle scuole edili, agli architetti ed agli addetti ai lavori al fine di diffondere e far scoprire le potenzialità delle tecniche sostenibili”.

Quali progettualità svolgi nel tuo studio a Torino?

“A Torino ho uno studio di architettura dal nome “Ecoprogetto” che, coerentemente coi principi della bioedilizia, è stato ristrutturato con tecniche di rivestimento tradizionali quali legno, calce e vernici naturali coniugando i miei interessi nel campo della sostenibilità con il contesto urbano circostante. Le attività che svolgo sono improntate all’efficienza energetica, alle energie rinnovabili e ai materiali naturali. Mi occupo della formazione di tecnici ed artigiani mostrando loro le pratiche da attuare tramite l’uso di materiali tradizionali e fornisco consulenze energetiche sull’utilizzo del solare termico.  Lo studio nel quale lavoro vuole essere uno spazio aperto a tutti, un luogo nel quale proporre attività, incontri e condivisione di pratiche di autocostruzione. Elemento qualificante è la presenza di un piccolo spazio verde che ho recentemente convertito in orto sinergico e dal quale provengono prodotti a Km0. La sua realizzazione è avvenuta in collaborazione con un gruppo di abitanti del quartiere con i quali abbiamo fondato un comitato dal nome “Oltre la Barriera” che si occupa di facilitare i processi sociali sul territorio in cui viviamo, ovvero Barriera di Milano”.

Cosa rappresenta la realizzazione dei tuoi progetti?

“La soddisfazione più grande che ricevo durante i corsi è entrare in contatto e condividere esperienze con persone che hanno una volontà e visioni comuni e che in questo modo creano una forte energia positiva.
Ciò che amo di più del mio lavoro è la consapevolezza di aver contribuito ad apportare un miglioramento nel mondo”.

Foto copertina
Didascalia: Rete Solare per l’Autocostruzione
Autore: Pagin Fb Rete Solare per l’Autocostruzione

Fonte: piemonte.checambia.org

Cascina “Bruno e Carla Caccia”: un bene restituito alla collettività

Un casolare di mille metri quadrati, circondato da un ettaro di terra, un immobile della ‘ndrangheta, bene confiscato alle mafie che torna ad essere patrimonio di tutti, punto di incontro, scambio, spazio educativo e produttivo.cascina-caccia-bene-restituito-alla-collettivita

Cascina Caccia nasce ufficialmente il 12 luglio del 2008 con l’insediamento dei suoi primi residenti.
Questa cascina, questo immobile non è luogo qualunque, la sua storia si intreccia con quella della lotta alla criminalità organizzata nel nord Italia. Una storia che ha al centro Bruno Caccia e la ‘ndrangheta torinese. Bruno Caccia fu nominato Procuratore della Repubblica di Torino nel 1980 e si dedicò con precisione e ricerca di risultati concreti nelle indagini sui traffici della mafia in Piemonte. Il 26 giugno 1983 fu ucciso da 17 colpi di pistola sparati da due sicari.
Un’omicidio commissionato dal boss ‘ndranghetista Domenico Belfiore, a capo di una associazione mafiosa che controllava traffico di stupefacenti, usura, sequestri di persona, gioco d’azzardo e scommesse in tutta la zona torinese. Nel 1993 Belfiore venne condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio. In seguito all’arresto, i beni di Belfiore, intestati in realtà al fratello Francesco, vennero confiscati. Tra questi la cascina a San Sebastiano da Po, il cui iter di sequestro e confisca partì nel 1996. Nel 2003 il comune diventò proprietario e solo nel 2007 la famiglia Belfiore fu definitivamente allontanata dalla cascina. Se ne andarono distruggendo tutto ciò che poterono. Nel maggio di quell’anno il bene fu assegnato all’associazione Gruppo Abele, il quale affidò la gestione del progetto all’Associazione ACMOS nel 2008. Venne deciso di dedicarlo alla memoria di Bruno Caccia, poiché proprio dalla cascina partì l’ordine di ucciderlo ed è quindi un simbolo della lotta alle mafie nel Nord Italia, e a sua moglie a Carla, vittima anch’essa di mafia che si è battuta per la verità sull’uccisione di suo marito.cascina-caccia-bene-restituito-alla-collettivita-1533136901

Grazie alla legge 109/96 oggi in cascina vive un progetto di riutilizzo sociale portato avanti dai giovani che vi abitano e ne portano avanti le attività: una comunità di vita che cerca di estendere il senso di comunità verso il territorio in cui è inserita e le persone che desiderano fermarsi per brevi o lunghi periodi. Dal 2007 molte persone hanno vissuto qui, oggi sono cinque i residenti che vivono e lavorano a fianco dei volontari. La proprietà si compone infatti di una cascina di impianto ottocentesco di 850mq, un fienile ristrutturato di circa 200 mq, una stalla sul cui tetto è sistemato un impianto fotovoltaico e da un ettaro di terreno circostante. Questa scelta di condivisione e accoglienza, spiegano le associazioni che la gestiscono sul sito della cascina, nasce dalla convinzione che luoghi come questo debbano essere teatro di scambio e partecipazione, in cui ciascuno possa impegnarsi “per come può e come sa”, e che sostando in questo luogo ci si possa sentire “a casa”. Ad oggi il bene è uno spazio rivolto all’educazione alla legalità, ma non solo: è un’area al servizio di tutta la comunità di San Sebastiano e dei comuni limitrofi. Sono due i filoni di attività principali che vi si svolgono, quello educativo e quello produttivo. Sono 6/7000 gli studenti che da tutta Italia e non solo, ogni anno visitano Cascina Caccia, il bene confiscato più grande del nord Italia. Visite e laboratori si incentrano sul tema della legalità e sul far comprendere che cosa voglia dire prendersi cura di un bene comune. Sul terreno che si estende intorno alla cascina, c’è uno spazio dedicato all’orto e ad alcuni piccoli animali da fattoria e un noccioleto. Inoltre è stato creato uno spazio per le api che ospita 50 famiglie il cui miele permette di avere il primo prodotto a marchio Libera Terra del nord Italia.cascina-caccia-bene-restituito-alla-collettivita-1533136877

In Cascina sono presenti inoltre due installazioni permanenti. La prima è la Collezione Carla e Bruno Caccia: quadri e sculture donati da artisti vari che durante l’anno abbelliscono alcuni angoli della Cascina e che risplendono tutti insieme nella cornice del Festival Armonia che si tiene ogni anno a giugno. La seconda è la sezione della Mostra Fare gli Italiani dedicata alle Mafie che è stata protagonista dell’esposizione alle OGR in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia. Opportunamente riadattata e riallestita, la cantina ospita l’Isola della Mafia e tutti i faldoni che la compongono, sui quali sono scritti i nomi di tutte le vittime delle mafie. In questo modo la particolarità della mostra aiuta le migliaia di studenti a ricordare ogni vittima della violenza mafiosa.

Cascina Caccia, simbolo di legalità, luogo di cultura ed incontro.

Foto copertina
Didascalia: Cascina Caccia
Autore: Tratta da pagina Fb Cascina Caccia

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/cascina-caccia-bene-restituito-alla-collettivita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni