Gli aerei? Sempre di più e più inquinanti

A dirlo è il Rapporto ambientale europeo dell’aviazione 2019, pubblicato da Easa, Eea e Eurocontrol: i voli aerei aumenteranno di oltre il 40% di qui al 2040 e peggiorerà l’impatto sui cambiamenti climatici, sul rumore e sulla qualità dell’aria.

Il Rapporto ambientale europeo sull’aviazione 2019 è stato pubblicato congiuntamente dall’EASA, dal EEA e da EUROCONTROL e fornisce una valutazione aggiornata delle “prestazioni” ambientali del settore dell’aviazione in Europa. Il rapporto afferma che la crescita del settore ha aumentato il suo impatto negativo sui cambiamenti climatici, il rumore e la qualità dell’aria.

Il numero di voli è cresciuto dell’8% tra il 2014 e 2017 e si stima possa aumentare del 42% tra il 2017 e il 2040. Inoltre, a partire dal 2014 è stato osservato un aumento delle emissioni acustiche e delle sostanze inquinanti.
Nel 2016, l’aviazione produceva il 3,6% delle emissioni di gas serra nell’Europa a ventotto membri e il 13,4% di quelle legate al settore dei trasporti. Nel 2011, considerando tutte le sorgenti esaminate nella Direttiva sul Rumore Ambientale nell’Unione Europea, di tutte le persone esposte a livelli di rumore oltre la soglia, il 3,2% lo era a causa dell’aviazione. E questo dato non è destinato a diminuire, visto che il rapporto atteata una sostanziale stabilizzazione del numero di persone esposte a livelli significativi di rumore nelle aree circostanti i 47 principali aeroporti europei. Si prevede, inoltre, un aumento del numero di aeroporti che gestiscono più di 50.000 movimenti di aeromobili annuali, che passeranno da 82 nel 2017 a 110 nel 2040. Pertanto, l’inquinamento acustico generato dal traffico aereo potrebbe ugualmente influire sulle nuove aree urbane coinvolte. E non è tutto: entro il 2040, le emissioni di anidride carbonica e ossidi di azoto dovrebbero aumentare di almeno, rispettivamente, il 21% e 16%. Secondo le stime, un aereo di linea inquina come circa 600 auto non catalizzate (Euro 0). Di conseguenza i più grandi aeroporti italiani emettono ogni giorno la stessa quantità di emissioni di circa 350mila auto Euro 0. Vogliamo viaggiare tutti e a basso costo? Eccoci serviti. I voli low cost si moltiplicano, il traffico aereo si annuncia in crescita costante, tutti in tutto il mondo vogliono raggiungere luoghi lontani. Pagandone conseguenze assai pesanti.

Fonte: ilcambiamento.it

Particolato atmosferico e rischi per la salute: conta anche la ‘qualità’

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Lo studio condotto da un gruppo di ricerca dell’Isac-Cnr di Lecce e dell’Università del Salento ha dimostrato che la tossicità per la salute umana dipenderebbe sensibilmente dalla ‘qualità’ del particolato più che dalla sua concentrazione

abbia effetti dannosi per la salute umana è cosa nota: per questo motivo, nella comunità scientifica internazionale, il potenziale ossidativo è sempre più studiato come indicatore di rischio. Ora uno studio condotto da un gruppo di ricerca dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Isac-Cnr) di Lecce dimostra come il potenziale stress ossidativo vari a seconda della composizione chimico-fisica e delle sorgenti del particolato stesso: la tossicità per la salute umana dipenderebbe sensibilmente, quindi, dalla ‘qualità’ del particolato più che dalla sua concentrazione. Lo studio, condotto in collaborazione con l’Università del Salento, è pubblicato su Atmospheric Environment.

È stato valutato mediante specifici test il potenziale ossidativo di tre tipologie raccolte presso l’Osservatorio climatico-ambientale Isac-Cnr di Lecce, provenienti da diverse sorgenti: campioni ‘standard’ in giornate di normali condizioni climatico-atmosferiche, campioni contenenti polveri trasportate dal Sahara e campioni ad alto contenuto di carbonio (derivante da traffico veicolare, combustioni industriali, di biomasse e/o incendi)”, spiega Daniele Contini (Isac-Cnr), ricercatore che ha coordinato lo studio. “I risultati mostrano che questi ultimi, cioè i campioni ad alto contenuto di carbonio, hanno un potenziale ossidativo molto elevato, mentre durante gli eventi di trasporto di polveri africane si registrano grandi incrementi di concentrazione del particolato, ma il potenziale ossidativo rimane relativamente basso, simile a quello dei campioni standard”.

La valutazione ha riguardato, in particolare, particelle con diametro inferiore a 2,5 micron (PM2.5) e a 10 micron (PM10), mediante un test ampiamente utilizzato a livello internazionale (DTT test o test di velocità di deplezione del ditiotreitolo, che analizza, nel tempo, la quantità di sostanze ossidanti presenti nei campioni). “L’obiettivo era approfondire i meccanismi della tossicità del particolato atmosferico nel tempo: il confronto ha dimostrato che le proprietà ossidative di campioni provenienti da diverse sorgenti sono molto diverse”, prosegue Contini. “Questo è un aspetto di cui si dovrebbe tenere conto negli studi epidemiologici: il potenziale ossidativo è, infatti, un indicatore quantitativo diretto, spesso ancora più significativo dell’incremento di concentrazione dovuto a una specifica sorgente. Ciò permetterebbe una migliore interpretazione dei dati di qualità dell’aria e dell’esposizione dei cittadini a sostanze potenzialmente dannose per la salute”.

I risultati sono stati ottenuti utilizzando la rete infrastrutturale realizzata nell’ambito del progetto PON I-Amica, che ha permesso di costruire a Lecce l’Osservatorio climatico-ambientale dedicato allo studio dei cambiamenti di composizione dell’atmosfera.

 

Fonte: Cnr

Traffico e mobilità urbana nelle città italiane nel 2016. Legambiente: ‘Nessuna luce all’orizzonte’

Secondo appuntamento con Pendolaria 2016, la campagna di Legambiente dedicata al trasporto pendolare, vuole fare il punto sulla mobilità urbana in Italia con un nuovo rapporto che mette a confronto le dotazioni infrastrutturali nelle città europee, determinanti per la qualità dell’aria ma anche per la qualità della vita dei cittadini.386785_1

Fine anno, tempo di bilanci ma anche di emergenza smog. Il secondo appuntamento con Pendolaria 2016, la campagna di Legambiente dedicata al trasporto pendolare, vuole fare il punto sulla mobilità urbana in Italia con un nuovo rapporto che mette a confronto le dotazioni infrastrutturali nelle città europee, determinanti per la qualità dell’aria ma anche per la qualità della vita dei cittadini. Il Belpaese infatti, risulta terribilmente arretrato in termini di infrastrutture di trasporto su ferro rispetto al resto d’Europa: siamo sotto del 50% rispetto alla media europea per metropolitane e tramvie, e al 51% per le ferrovie suburbane. Nel complesso, il 2016 si chiude con la realizzazione di 4,5 chilometri di linee metropolitane grazie a due prolungamenti a Milano e Catania (mentre nel 2015 sono stati inaugurati 6,9 km di metro a Roma e 7,4 a Milano) e di 17 chilometri di tramvie (tutti a Palermo). In totale, sono in esercizio in Italia 235,9 km di rete metropolitana, distribuite tra 14 aree urbane. La città con la rete più estesa è Milano, seguita da Roma, poi Napoli, Brescia, Torino, Genova e Catania. Niente a che vedere con i 291,5 km di Madrid, i 464,2 di Londra o i 219,5 di Parigi. Linee di tram sono invece presenti in 10 città italiane per un totale di 336,1 km, tra Milano, Torino, Roma, Venezia, Palermo, Bergamo, Napoli, Padova, Messina e Firenze. In 12 città troviamo invece le linee ferroviarie suburbane pendolari, con la rete più estesa a Roma, cui seguono Milano, Napoli, Torino, Bari, Palermo, Bologna, Genova, Cagliari, Salerno, Sassari e Catania. In totale si tratta di 679,3 km distribuiti su 14 lineeSono invece 2.038,2 i km di suburbane in Germania, 1.694,8 km nel Regno Unito e 1.432,2 in Spagna. Questo il contesto attuale. E le prospettive future? Anche qui, nessuna luce all’orizzonte. Pochi i progetti finanziati dal Governo e i cantieri aperti. Roma nel 2016 non ha visto inaugurare alcun tratto di metro o linee di tram e, al momento, l’unico progetto finanziato riguarda il prolungamento (3,6 km) della metro C fino a Colosseo. Peggiore è la situazione che riguarda i tram: nessun cantiere aperto e nessun progetto di prolungamento finanziato. Se si continuerà con questi ritmi nei cantieri delle metro impiegheremmo 80 anni per recuperare la distanza dalle altre città europee (in termini di km di metropolitane ogni 1.000 abitanti).Ovviamente senza considerare aumento  di popolazione e crescita delle infrastrutture in tutte le altre città. Migliore situazione a Milano, che vanta la più alta dotazione di metro in Italia e perché sono in costruzione altri 17 chilometri. Eppure anche qui per raggiungere la dotazione media di una città europea, con i ritmi previsti dai finanziamenti, occorreranno altri 15 anni, sempre a parità di popolazione ed infrastrutture nelle altre città europee. A Napoli sono in costruzione 6,9 km di nuove metropolitane, ma qui il tempo che ci vorrebbe per raggiungere la media europea, con questi ritmi, è di circa 70 anni. In positivo, però, vanno segnalate Firenze, dove si è deciso di puntare sui tram per cui ai 7,4 chilometri in esercizio se ne aggiungeranno nei prossimi anni altri 10,8 creando un servizio a rete utile a cambiare la mobilità nella città, e Palermo, che ha inaugurato 4 linee di tram per complessivi 17 chilometri e prevede di realizzarne altri 29, integrati con la realizzazione dell’anello e del passante ferroviario.

“Il ritardo infrastrutturale italiano rispetto agli altri Paesi europei è un tema che ha caratterizzato il dibattito politico degli ultimi venti anni – ha dichiarato il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini -. Ma nella spinta a rilanciare i cantieri che ha contraddistinto tutti i Governi, si è persa di vista una analisi seria che riguardasse le città, dove è più forte la domanda di mobilità e dove invece si evidenzia proprio il ritardo più forte in termini di dotazione di trasporto su ferro rispetto al resto d’Europa. Occorre dare una speranza a chi vive nelle città italiane, di non dover aspettare decenni prima di vedere un cambiamento nella mobilità e quindi nella qualità della vita”.

Per Legambiente la grande sfida infrastrutturale per il nostro Paese sta nel ridurre la distanza dall’Europa in termini di dotazioni infrastrutturali su ferro nel minor tempo possibile. Serve un progetto per realizzare nelle principali città almeno 25 km all’anno di linee metropolitane nei prossimi 10 anni, per raggiungere la media europea, e 25 di linee tramviarie. Una svolta che consenta in una città come Roma di realizzare almeno 9 km all’anno nei prossimi 10 anni, per raggiungere, ad esempio, la media di dotazione di metro ogni 1.000 abitanti di Berlino. Evidentemente le città continuano ad avere un ruolo marginale nella programmazione delle risorse per i prossimi anni. La parte del leone continuano a farla gli investimenti autostradali da parte dei concessionari, quelli stradali di Anas e i grandi progetti ferroviari (completamento dell’alta velocità e tunnel alpini). Nel piano delle 25 opere prioritarie del Governo, dal costo di 90,1 miliardi di euro, quelle per il potenziamento del trasporto ferroviario metropolitano nelle grandi città sono 8 per un costo complessivo di 14,9 miliardi di euro. Mentre per le opere stradali sono previsti 28,4 miliardi di euro, e per l’Alta velocità 41,4 miliardi di euro. Invece sono solo 1,3 i miliardi di euro per le nuove metropolitane, cioè per il completamento dei progetti in corso a Torino, Milano, Napoli, Catania, Palermo. Stessa impostazione nella delibera Cipe che a Dicembre ha distribuito 11,5 miliardi di fondi europei FSC 2014-2020. E anche nella Legge di stabilità, il nuovo Fondo investimenti infrastrutture, che prevede una dotazione di 1,9 miliardi nel 2017 e risorse fino al 2032 per complessivi 47,5 miliardi mette assieme investimenti di ogni tipo (trasporti e viabilità, infrastrutture idriche, edilizia pubblica, ecc.). Purtroppo continua a non esserci la consapevolezza di come gli investimenti nelle città debbano essere prioritari e non confondersi con gli altri cantieri. Altrimenti, come già avvenuto in questi anni, il ritardo rispetto al resto d’Europa non potrà che aumentare e a pagarne le conseguenze saranno i cittadini italiani. Negli altri Paesi europei esiste una programmazione pluriennale per le politiche di investimento nelle città, con una struttura di coordinamento statale che accompagna i Comuni nella definizione delle priorità di investimento e poi nella fase di cantiere per verificare l’attuazione. Eppure, nel bilancio dello Stato le risorse per realizzare un salto di qualità nell’offerta di trasporto pubblico nelle città italiane, ci sono. I trasporti e le infrastrutture sono una voce rilevante del bilancio dello Stato: oltre 800 miliardi di Euro all’anno che bisogna investire in maniera più intelligente,destinando il 50% degli investimenti infrastrutturali alle città; spostando gli investimenti dalla strada alle città e orientando quelli previsti da RFI prioritariamente nei nodi urbani.   “Le risorse ci sono – ha sottolineato ancora Edoardo Zanchini -, quello che manca è un progetto che punti a realizzare decine di chilometri ogni anno di metropolitane, tram, ferrovie suburbane. I vantaggi sarebbero evidenti in termini di riduzione dell’inquinamento ma anche di qualità della vita per milioni di persone che potrebbero lasciare a casa l’auto, con risparmio anche sulla spesa familiare, e di possibilità di riqualificazione intorno alle stazioni del trasporto su ferro”.

Nel dossier (http://www.pendolaria.it/2016/12/29/pendolaria-citta-europee-a-confronto/), anche le infrastrutture urbane ed i progetti finanziati in Italia e i confronti con le migliori esperienze europee.

Fonte: ecodallecitta.it

India, Modi inaugura il monitoraggio dell’inquinamento

Il premier indiano ha presentato il primo indice di qualità dell’aria dell’India. In Cina qualcosa è cambiato. Già da un paio d’anni Pechino sembra avere intrapreso un nuovo corso, ben consapevole dei costi sociali ed economici dell’inquinamento sulla salute pubblica e sull’ambiente in generale. Ora anche l’India sembra volersi adeguare e il premier Narendra Modiha presentato, per la prima volta il National Air Quality Index, un indice di qualità dell’aria che fornirà informazioni in tempo reale sui livelli di inquinamento. Negli indici mondiali sulla qualità dell’aria, l’India non se la passa affatto bene visto che l’Environment Preference Index la piazza alla174esimo posto su 178 nazioni censite. Quanto alla capitale New Delhi, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità è la metropoli più inquinata del pianeta. Inizialmente il National Air Quality Index monitorerà 10 città per poi allargarsi ad altre. Il premier indiano ha suggerito ai propri connazionali di attingere alle vecchie tradizioni nazionali per lottare contro l’inquinamento: si potrebbero spegnere le luci stradali nelle notti di luna piena, ma anche cambiare stile di vita scegliendo la bicicletta per gli spostamenti a corto raggio. Modi ha anche lanciato l’idea di fare della domenica la “giornata della bicicletta”. Una bella idea ma i frenetici autisti delle metropoli indiane sono pronti per una convivenza più consistente con i pedalatori? Delhi, Agra, Kanpur, Lucknow, Varanasi, Faridabad, Ahmedabad, Chennai, Bangalore e Hyderabad sono le prime dieci città oggetto del monitoraggio, mentre in una seconda fase l’indice dovrebbe misurare le 22 città capitali di Stato e altri 44 centri urbani nei quali la popolazione è superiore a un milione di abitanti.Obama-Modi

Fonte:  The Economic Times

© Foto Getty Images

Mal’aria 2015: le 32 città più inquinate in Italia

E’ critica la situazione in Pianura padana, ma anche nelle grandi città del Centro Sud, a causa dell’elevato livello di inquinamento generato da polveri sottili e ozono responsabili di patologie e morti premature. Mal’aria 2015, il dossier di Legambiente sulla qualità dell’aria che respiriamo non porta buone notizie: alla fine di gennaio 2015 la situazione relativa all’inquinamento atmosferico è già fuori controllo. Dall’inizio dell’anno a oggi la soglia massima giornaliera consentita di PM10 è stata superata in 10 giorni in 32 capoluoghi. A guidare la classifica ci sono i principali centri urbani della Pianura padana, mentre Roma ha registrato 12 giorni di superamento e Napoli 11 giorni. Ma le città dall’aria più inquinata in questo inizio di 2015 sono state Parma e Frosinone con 20 giorni di superamento. Nel 2014 la campagna di Legambiente, Ti tengo d’occhio, aveva monitorato 88 capoluoghi e ben il 37 per cento, ovvero 33 città hanno superato il limite di 35 giorni oltre la soglia massima ammessa di PM10.

  1. Frosinone Frosinone scalo 20 giorni
  2. Parma Montebello 20 giorni
  3. Venezia Via Beccaria 19 giorni
  4. Padova Arcella 18 giorni
  5. Treviso Via Lancieri di Novara 18 giorni
  6. Vicenza Quartiere Italia 18 giorni
  7. Terni Le Grazie 17 giorni
  8. Asti Baussano 17 giorni
  9. Monza via Machiavelli 16 giorni
  10. Torino Rebaudengo 16 giorni
  11. Cremona via Fatebenefratelli 15 giorni
  12. Lodi S. Alberto 15 giorni
  13. Milano Pascal Città Studi 15 giorni
  14. Reggio Emilia Timavo 15 giorni
  15. Ferrara Isonzo 14 giorni
  16. Mantova Via Ariosto 14 giorni
  17. Pavia Piazza Minerva 14 giorni
  18. Rovigo Centro 14 giorni
  19. Verona VR – Borgo Milano (TU) giorni 13
  20. Piacenza Giordani – Farnese 13 giorni
  21. Ravenna Zalamella 13 giorni
  22. Alessandria Volta 12 giorni
  23. Brescia Villaggio Sereno 12 giorni
  24. Roma Preneste 12 giorni
  25. Benevento BN32 Via Floria 11 giorni
  26. Napoli NA09 Via Argine 11 giorni
  27. Bologna Porta San Felice 11 giorni
  28. Aosta Pepiniere 10 giorni
  29. Lucca Michletto 10 giorni
  30. Modena Giardini 10 giorni
  31. Rimini Flaminia 10 giorni
  32. Forlì-Cesena Roma 10 giorni

Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente ha detto:

E’ quanto mai evidente la necessità di un urgente e decisivo piano di intervento che vada finalmente ad incidere sulle politiche relative alle fonti di inquinamento più volte annunciato ma ancora mai attivato a livello nazionale. Le cause si conoscono e le soluzioni ci sono, occorrono la volontà politica e gli strumenti per metterle in campo. Per ridurre le emissioni industriali occorre avviare la rapida approvazione delle Autorizzazione Integrate Ambientali per gli impianti nuovi ed esistenti e promuovere l’applicazione delle migliori tecnologie disponibili per ridurne gli impatti. Bisogna poi uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili puntando su fonti energetiche rinnovabili; investire nella riqualificazione energetica degli edifici per ridurne i consumi e migliorarne l’efficienza e l’isolamento termico, garantendo così una riduzione nelle emissioni dagli impianti di riscaldamento domestici e affrontare uno dei nodi principali: il trasporto a livello urbano ed extra urbano. Oggi l’Italia continua ad avere il record per numero di auto per abitante, 65 ogni 100 contro una media europea di 48 circa, con un tasso di motorizzazione addirittura in crescita negli ultimi anni, e il trasporto privato continua ad essere la modalità più diffusa per muoversi verso le città e al loro interno. Solo invertendo questa tendenza e garantendo un trasporto pubblico efficace e competitivo si possono restituire ai cittadini una migliore qualità dell’aria e della vita.

Ricordiamo che l’Italia ha il primato in Europa per morti premature causate dall’inquinamento da ozono. Il dato relativo al 2011 ci dice che nel nostro Paese sono morte 3400 persone mentre sono 64000 le vittime per morte causata da PM10 e dietro di noi la Germania. L’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha stimato che l’aria inquinata ha causato 400 mila morti premature che hanno pesato sui costi dei sistemi sanitari e ricordo che lo IARC ha chiaramente detto che l’inquinamento e sopratutto del particolato atmosferico è cancerogeno del gruppo 1.GERMANY-THEME-LIGHT-INDUSTRY-ENERGY-COAL

Fonte:  Legambiente

Accordo USA-India per contrastare i cambiamenti climatici

L’accordo prevede un’attivita’ di cooperazione per lo sviluppo delle energie rinnovabili, delle tecnolgie off grid e di riduzione dell’inquinamento. Il Presidente Obama ha siglato uno storico accordo con il presidente del”India Narendra Modi perche” le due nazioni operino insieme per contrastare i cambiamenti climatici, mettendo sul tappeto una serie di obiettivi che dovrebbero “espandere il dialogo politico e il lavoro tecnico sulle energie rinnovabili e le tecnologie a bassa emissione di gas serra.” L’accordo non specifica obiettivi di riduzione delle emissioni, come nel caso di quello raggiunto con la Cina lo scorso novembre, ma contiene tuttavia una serie di punti qualificanti:

(1) Cooperazione per raggiungere obiettivi ambiziosi alla conferenza di Parigi di fine anno;

(2) Un fondo comune di 125 milioni di dollari in 5 anni per sostenere progetti di ricerca su energie rinnovabili, efficienza energetici e biofuel di nuova generazione;

(3) Accelerare la crescita di una finanza dell’energia pulita, che potrebbe riguardare un portafoglio di un miliardo di dollari

(4) Cooperazione per migliorare la qualita’ dell’aria nelle citta’ indiane

(5) Sviluppo di tecnologie off grid in grado di portare le energie rinnovabili a chi e’ ancra fuori dalla rete elettrica nelle campagne.

L’India ha il 17% della popolazione mondiale, ma contribuisce solo per il 5,5% alle emissioni di gas serra. Tuttavia e’ molto probabile che verra’ colpita duramente dai cambiamenti climatici; per questo l’accordo di oggi e’ particolarmente importante.Obama-Modi

Fonte: ecoblog.it

Smog 2014: potrebbe essere il miglior dicembre del secolo

Torino e Milano, le regine dello smog italiano hanno visto in questo 2014 il dicembre più pulito degli ultimi dieci anni – con ogni probabilità dal 2000 -almeno per questi primi 21 giorni. E’ stato nel complesso un autunno mite per il Pm10, anche grazie alle abbondanti piogge di novembre. Gli sforamenti annuali restano comunque fuori legge381453

Torino

Nei primi ventun giorni di dicembre che segnano la fine dell’autunno, la media giornaliera torinese è rimasta ferma a43,6 mcg/m3 con 9 sforamenti. Meglio del 2013, quando a dicembre il Pm10 aveva sforato ogni singolo giorno fino al 21, con picchi da 137 mcg e una media vicina agli 80 mcg/m3. Non se l’era cavata tanto meglio il 2012 – 19 sforamenti fino al 21 dicembre e media superiore ai 50, né tantomeno il 2011 – sempre 19 sforamenti ma media vicina ai 90 mcg. Proviamo a tornare indietro ancora di qualche anno: nel 2010 la media aveva sforato ancora: 71,3 mcg/m3, con 20 sforamenti; nel 2009 77,7 mcg/m3 e 18 sforamenti; 2008: 60,8 mcg/m3 con 15 sforamenti; 2007: 83,5 mcg/m3, con 21 sforamenti su 21 giorni;altissima la media del 2006: 94,5 mcg/m3 e 19 sforamenti; 2005: 80,4 mcg/m3 di media e 20 sforamenti; per chiudere il decennio, vediamo infine il 2004: 81 di media e 20 sforamenti.
Insomma, dicembre 2014 per Torino sembrerebbe esser stato per ora il migliore degli ultimi dieci anni, per quanto il numero di sforamenti dei soli tre mesi autunnali sia stato praticamente analogo al limite massimo annuale – a questo punto più che doppiato.

 

Milano 

Per Milano prendiamo in considerazione la centralina Pascal Città Studi, la stessa usata come riferimento da Legambiente per le edizioni di Mal’aria. Nei primi 21 giorni di dicembre2014, la centralina ha registrato 10 sforamenti con 45,9 mcg/m3 di media, dunque al di sotto delle soglie massime previste dalla legge. L’anno scorso la media giornaliera dello stesso arco temporale era praticamente il doppio: 91,3 mcg/m3, come gli sforamenti (20). Sempre fuori legge, ma ben più mite il 2012: 51,7 mcg/m3, con 10 sforamenti. Nel 2011 le centraline segnarono ancora 69,5 mcg/m3, con 14 superamenti. Nel 2010 invece la media era rimasta per poco al di sotto della soglia limite: 47 mcg/m3, con 8 sforamenti: l’unico dato paragonabile a quello del 2014, per quanto leggermente più alto. Andando indietro ancora di un anno arriviamo al 2009, quando si registrarono 58,2 mcg/m3 di media e 12 sforamenti. Per il 2008, 57,3 mcg di media e 13 sforamenti. Infine, nell’ultimo anno disponibile dall’archio di Arpa Lombardia, cioè il 2007, la media aveva nuovamente superato la soglia di legge, attestandosi su un valore di 84,5 mcg/m3, per 18 sforamenti.

Conclusioni

Come ricordato più volte, la qualità dell’aria – pur essendo ancora lontana dall’aver raggiunto risultati soddisfacenti o perlomeno conformi alle leggi attuali – è andata migliorando nel corso dell’ultimo decennio. Una considerazione che ci permette di sopperire alle lacune d’archivio per poter affermare che, con ogni probabilità, questo dicembre 2014, per quanto il problema del Pm10 sia tutt’altro che debellato, si rivelerà essere stato il migliore dall’inizio del secolo.

 

Fonte: ecodallecitta.it

Smog, l’aria delle città in Europa è ancora troppo inquinata

La relazione annuale sulla qualità dell’aria che raccoglie dati provenienti da stazioni di monitoraggio ufficiali in tutta Europa mostra che quasi tutti gli abitanti delle città sono esposti a sostanze inquinanti a livelli ritenuti non sicuri dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). In Europa respiriamo aria troppo inquinata, tanto che il 95 per cento della popolazione urbana europea è esposta a livelli pericolosi. E’ quanto emerge dalla relazione annuale sulla qualità dell’aria pubblicata dall’EEA che mostra i dati dei livelli di inquinamento in quasi 400 città europee. Mentre molte grandi città hanno livelli relativamente bassi di inquinamento, altre hanno livelli di inquinamento superiori ai limiti UE per una parte significativa dell’anno. Ha detto Hans Bruyninckx direttore esecutivo dell’EEA:

L’inquinamento atmosferico è ancora alto in Europa, il che incide sui costi: per i nostri sistemi naturali, la nostra economia, la produttività della forza lavoro europea, e più gravemente sulla la salute generale dei cittadini europei.Air Pollution Reaches High Levels Across London

Il più grave inquinante dell’aria sono le polveri sottili, PM10 e PM2,5 simili alla polvere o alla fuliggine, ma con particelle molto piccole, è in grado di penetrare in profondità nei polmoni: in Italia si calcola che le vittime siano state 64 mila. L’esposizione a lungo termine al particolato è responsabile per la stragrande maggioranza delle morti premature dovute all’inquinamento atmosferico-provocato in Europa nel 2011, mentre alti livelli di ozono troposferico pure hanno causato un numero significativo di morti. La maggior parte degli inquinanti atmosferici sono lievemente diminuiti nel corso dell’ultimo decennio, tra cui particolato e l’ozono. Il biossido di azoto (NO2), un altro inquinante, non è diminuito cos’ come previsto e ciò perché veicoli e autovetture che sono un’importante fonte di NO2 non hanno sempre rispettato la riduzione delle emissioni previste. Ma l’agente inquinante che è aumentato di più negli ultimi 10 anni è stato il benzo(a)pyrene (BaP), il cui volume nell’atmosfera è cresciuto di un quinto tra il 2003 e il 2012 e generato dall’uso delle stufe a legna e dal riscaldamento delle biomasse. Nel 2012 quasi nove su dieci abitanti delle città sono stati esposti al BaP al di dei livelli di riferimenti indicati dall’OMS. Un numero crescente di ricerche scientifiche indicano che gli inquinanti atmosferici possono essere più dannosi di quanto si pensasse; e l’effetto sulle malattie respiratorie e cardiache dell’inquinamento atmosferico è ben noto, ma nuovi studi hanno dimostrato che può anche incidere sulla salute anche in altri modi, dallo sviluppo fetale a malattie che si presentano in età avanzata. Mentre la maggior parte del danno deriva da esposizione a lungo termine, gli episodi d esposizione a breve termine possono essere altrettanto pericoloso. Accanto la salute, questi inquinanti hanno anche un effetto significativo sulla vita delle piante e degli ecosistemi. Questi problemi, tra cui l’eutrofizzazione e l’acidificazione sono diminuiti negli ultimi anni. Tuttavia, sono ancora molto diffusi. Dunque la Commissione europea pensa di rivedere il pacchetto sulla qualità dell’aria. Spiega Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente:

Si tratta di uno strumento fondamentale per aiutare i governi e ridurre l’inquinamento sul proprio territorio e a tutelare la salute dei cittadini, sul quale Legambiente sta lavorando insieme all’EEb e altre ONG europee affinché vengano adottate misure restrittive più ambiziose e vincolanti sulla base delle recenti raccomandazioni fornite dall’OMS. La revisione del pacchetto sulla qualità dell’aria prevede, tra le altre cose, la riduzione delle emissioni degli inquinanti più pericolosi. Ritirandolo si renderebbe più difficoltoso il percorso verso il raggiungimento degli standard idonei di qualità dell’aria e per questo chiediamo al Governo Italiano di impegnarsi concretamente per una sua rapida approvazione.

Fonte:  EEA

© Foto Getty Images

 

Smog, Bruxelles apre una nuova procedura d’infrazione contro 19 zone d’Italia

L’Italia torna nel mirino dell’Ue per il mancato rispetto della normativa sulla qualità dell’aria. Le aree colpite vanno da Nord a Sud e interessano dieci Regioni italiane: Veneto, Lombardia, Toscana, Marche, Lazio, Puglia, Sicilia, Molise, Campania e Umbria. Le autorità italiane devono rispondere, fornendo chiarimenti, entro fine ottobre380456

L’Italia torna nel mirino dell’Ue per il mancato rispetto della normativa sulla qualità dell’aria: una nuova procedura d’infrazione avviata dalla Commissione europea accusa diciannove zone e agglomerati di mettere in pericolo la salute dei cittadini con livelli di smog troppo elevati. Le aree colpite vanno da Nord a Sud e interessano dieci Regioni italiane: Veneto, Lombardia, Toscana, Marche, Lazio, Puglia, Sicilia, Molise, Campania e Umbria.
La procedura d’infrazione è stata aperta lo scorso luglio con l’invio di una lettera di messa in mora a cui le autorità italiane devono rispondere, fornendo chiarimenti, entro fine ottobre. Se la risposta non dovesse essere ritenuta soddisfacente, la Commissione europea potrà passare alla seconda fase della procedura attraverso un parere motivato in cui inviterà l’Italia a mettersi in regola al più presto con le norme sulla qualità dell’aria. Non è la prima volta che l’Italia viene bacchettata da Bruxelles per la violazione della legislazione che dal 2005 impone livelli massimi di concentrazione delle polveri sottili. Una precedente procedura d’infrazione si era conclusa nel 2012 con una condanna della Corte di giustizia che confermava il mancato rispetto nel 2006 e nel 2007 dei limiti di PM10 in 55 zone. A pochi anni di distanza, l’esame dei valori di polveri sottili ha mostrato che in 13 di queste 55 aeree i valori massimi sono stati continuamente superati anche nel periodo 2008-2012. Per questo motivo la Commissione europea ha deciso di avviare una nuova procedura d’infrazione che, oltre alle 13 aree già identificate nella precedente indagine, coinvolge sei nuove zone e agglomerati. L’Italia non è il solo Paese a non ancora aver attuato pienamente le norme sulla qualità dell’aria, non rispettate complessivamente da 17 Stati membri dell’Ue.  Negli ultimi cinque anni il rispetto della legislazione sulle polveri sottili è stato fra le priorità del commissario europeo all’Ambiente, Janez Potocnik, e il nuovo commissario designato Karmenu Vella ha promesso battaglia sullo stesso fronte. “La qualità dell’aria è un problema ancora molto grave e con effetti negativi sulla salute, sull’ambiente e sull’economia”, ha affermato oggi il politico maltese durante un’audizione davanti agli eurodeputati. “Conto di agire velocemente su questo”, ha aggiunto Vella, impegnandosi a non permettere “standard diversi” fra i Paesi Ue, perché tutti i cittadini hanno diritto “allo stesso livello di tutela”.

 

Fonte: ecodallecitta.it

“Le centrali a biomasse sono tutte illegali”

“Gli impianti a biomasse emettono inquinanti e quindi vìolano platealmente la norma che prevede di mantenere buona la qualità dell’aria nell’ambiente, laddove lo sia, e migliorarla negli altri casi. Per questo tali impianti sono illegali”. Il chimico Federico Valerio va all’attacco e ribadisce: “Non è questa la strada”.biomassa

Vi ricordate il dossier di Nomisma? La società di ricerca in campo energetico e ambientale affermava in quel documento che le biomasse risultano più inquinanti del gasolio, oltre che del gpl e del metano. Ma c’è chi lo ripete da molto più tempo ed è rimasto per lo più inascoltato. Si tratta del chimico Federico Valerio, già membro della Società Italiana Chimici e di Medici per l’Ambiente e Responsabile scientifico dell’Osservatorio Salute – Ambiente istituito dal Comune di Genova. Valerio ha diretto per anni il Dipartimento di chimica ambientale dell’Istituto Tumori di Genova e sull’argomento la sa molto lunga, più di molti altri. Lo abbiamo intervistato.

Dottor Valerio, lei si definisce scienziato preoccupato. Perché?

«Il concetto deriva dalla “Union of Concerned Scientists”, che è un’associazione internazionale di scienziati e ricercatori in tema ambientale, che si occupa, da qui il termine inglese, di tematiche ambientali e di salute. Ma allo stesso tempo, il termine “concerned” significa anche preoccupazione, perché di fronte ai continui allarmi e disastri ambientali si fa poco o nulla per prevenirli e risolverli totalmente. E la storia delle biomasse rientra in questa mia preoccupazione».

Qual è la situazione dei rifiuti in Italia e della loro gestione?

«Le nuove tendenze derivano dalla raccolta differenziata, che permette di recuperare i rifiuti e di immetterli in nuovi cicli produttivi, evitando così gli sprechi e creando altresì nuovi posti di lavoro. Ormai tutti quanti abbiamo capito che la strada da percorrere è questa, per cui la discarica da una parte o l’inceneritore dall’altro, dove spesso converge tutto senza differenziare, sono scelte antiche e sorpassate. L’Italia in questo senso ha accusato forti ritardi rispetto al resto d’Europa».

Come mai l’Italia è lenta nel cambiare? E’ una questione politica o prettamente tecnica? 

«Sicuramente è politica, basti pensare a questa anomalia tutta italiana. Non tutti sanno che nelle tasse previste per l’elettricità, c’è una voce (Componente A3), pari al 7% del valore della bolletta, che copre i costi per la promozione della produzione di energia da fonti rinnovabili e assimilate. Ovvero quel 7% viene destinato anche alle biomasse, che beneficiano così di un vero e proprio finanziamento statale. Tutte queste centrali, inceneritori compresi, esistono perchè permettono affari sicuri, grazie agli incentivi quindicennali generosamente regalati loro, con i “certificati verdi”, certificati pagati da tutti gli italiani, con l’apposita tassa fissata sulla bolletta della luce».

Quante sono le centrali a biomasse in Italia?

«Sono ormai un centinaio le centrali elettriche alimentate direttamente o indirettamente con biomasse, ovvero prodotti vegetali (cippato di legno, scarti alimentari, oli di mais, sansa di olive, eccetera) e scarti animali (pollina, scarti di macellazione, deiezioni da allevamenti suini e bovini). Inoltre, ci sono quindici inceneritori che oggi producono elettricità bruciando materiali di origine organica (scarti alimentari, materiali cellulosici, sfalci, potature e altro ancora). In Italia, nel 2009, complessivamente, risultava installata una potenza elettrica, alimentata a biomasse, pari a 1.728 mega watt».

Lei nel suo blog scrive che le centrali a biomasse sono tutte illegali. Perché?

«Esatto. La questione è semplice ed andrebbe approfondita da un punto di vista legale. In Italia esiste il Decreto Legislativo 155/2010 che, tra le sue finalità, prevede di “mantenere la qualità dell’aria ambiente, laddove buona, e migliorarla negli altri casi“. E’ una finalità chiara, sensata e, sostanzialmente, rispettata fino a qualche anno fa. L’illegalità è dovuta al fatto che tutti questi impianti, una volta entrati in funzione, hanno peggiorato la qualità dell’aria dei territori che li ospitano con l’immissione in atmosfera di importanti quantità di ossidi d’azoto, polveri sottili e ultra sottili, idrocarburi policiclici aromatici, diossine. Tutte le statistiche dimostrano che, da alcuni decenni, a parità di produttività, le emissioni inquinanti inviate nell’atmosfera del nostro Paese, sono drasticamente diminuite. Questo risultato è stato ottenuto migliorando i combustibili (gasolio a basso tenore di zolfo, benzina senza piombo), sostituendo olio combustibile e carbone con gas naturale. Questa tendenza, che ha comportato un progressivo miglioramento della qualità dell’aria del nostro Paese, si è interrotta con il proliferare di grandi e piccole centrali alimentate con biomasse, oltre ai “termovalorizzatori” di rifiuti urbani, in tutti i casi combustibili poveri e altamente inquinanti. Dunque, è inevitabile che tutti questi inquinanti provochino un sicuro peggioramento della qualità dell’aria e un proporzionale aumento di rischio sanitario per la popolazione esposta. Questo significa che il rispetto delle concentrazioni di inquinanti nei fumi, ammessi dalla Legge, è una condizione necessaria, ma non sufficiente, al rilascio delle autorizzazioni per la realizzazione e l’entrata in servizio di questi impianti. L’autorizzazione ha valore solo se il progetto dimostra anche che l’entrata in funzione dell’impianto “mantiene la qualità dell’aria ambiente, laddove buona, e la migliora negli altri casi“. E questa duplice norma cautelativa è stata fatta propria solo dall’Emilia Romagna. Pertanto, ipotizzo che gran parte delle attuali autorizzazioni rilasciate ad impianti alimentati a biomasse, oltre che molti inceneritori per rifiuti urbani, siano illegittime».

Allora, se gli impianti a biomasse sono inquinanti e illegali, perché continuano ad esistere e a funzionare?

«Il problema è una mistificazione costruita ad arte. Negli USA, per esempio, fino alla fine degli anni 90, per la costruzione degli inceneritori c’erano degli incentivi pubblici, terminati i quali non se ne costruirono più. In nord Europa, invece, oggi, si continuano a bruciare rifiuti perché sono costretti a tenere in vita gli impianti al fine di ammortizzare i costi e gli investimenti fatti in passato. Ecco perché l’Olanda spinge per avere i nostri rifiuti. A Genova, per esempio, ci siamo battuti contro la costruzione del termovalorizzatore dopo una importante sollevazione popolare. Il contratto, che era già pronto, stipulava che il Comune di Genova si sarebbe impegnato a produrre un tot di centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti l’anno e, se non si fosse raggiunta tale quantità, il Comune stesso avrebbe pagato una penale, che sarebbe stata a sua volta scaricata sulle tasse dei rifiuti dei genovesi. Poi, da un punto di vista ambientale, non è questione di essere scienziati o meno, un inceneritore trasforma un rifiuto urbano in una serie di composti inquinanti che in parte vengono immessi nell’ambiente e in parte diventano rifiuti tossici da smaltire».

Tutto ciò che è biomassa è dunque illegale? O si salva qualcosa?

«Al momento non ho nessun elemento negativo nei confronti della produzione del biometano, che è il prodotto dell’attività metabolica di microorganismi che, in assenza di ossigeno, utilizzano biomasse vegetali ed animali, quali fonti di cibo. E’ un processo naturale, vecchio un miliardo di anni, all’origine del gas naturale (metano) che usiamo quotidianamente e che continua ancora oggi nei terreni acquitrinosi, nei sedimenti lacustri, nell’apparato digestivo dei ruminanti. Con la raffinazione si passa dal biogas al biometano, e questa energia può essere immessa praticamente in rete. C’è infatti un progetto europeo che prevede che tutto il biometano prodotto possa essere utilizzato e distribuito in tutta Europa e, nel lungo periodo, può diventare un ottimo strumento per liberarci dalla dipendenza del gas ucraino e siberiano».

Fonte: ilcambiamento.it