Una Piccola e Poetica Distribuzione organizzata

“Dovete mettere poesia in quello che fate, altrimenti è mero commercio”. Ispirato da questa considerazione il Distretto di Economia Solidale di Varese ha lanciato nel 2017 il progetto “Piccola e Poetica Distribuzione Organizzata”. A spiegare di cosa si tratta è il referente Marco Bonetti in questa intervista a CAES, il Consorzio Assicurativo Etico Solidale cui il DES aderisce sin dalla sua nascita.

“Se tra acquisto e vendita c’è un pareggio (il consumatore ha un prodotto di alta qualità e il produttore ha un prezzo equo per il lavoro svolto) siamo ancora nell’ambito di una semplice transazione economica. Ma se faccio un passo ulteriore e in quella transazione non c’è un pareggio, ma un +1 (il guadagno per la salute, la tutela del territorio) ecco che siamo in un contesto di economia solidale”.  

È l’attenzione all’economia solidale il criterio che guida le scelte del progetto “Piccola e poetica distribuzione organizzata”, promossa a partire dal 2017 dal Distretto di Economia Solidale (DES) di Varese, che aderisce ad ETICAR fin dalla nascita del progetto.  

“Una rete ricca e variegata di cui fanno parte Gruppi di Acquisto Solidale (GAS), botteghe del commercio equo, cooperative sociali, aziende agricole, associazioni, artigiani e professionisti”, spiega il referente del progetto, Marco Bonetti.

Perché avete scelto l’aggettivo “poetica”?

L’idea è arrivata quando il progetto era ancora in nuce, durante un incontro a cui ha partecipato anche un produttore piemontese, che ci ha dato un suggerimento prezioso: “In quello che faccio, nel mio lavoro, io vedo bellezza – ci ha detto – Dovete mettere poesia in quello che fate, altrimenti è mero commercio”. È un elemento centrale della PPDO: non c’è solo un aspetto commerciale da sostenere, ma tutto un territorio che, attraverso un certo tipo di agricoltura, recupera la sua bellezza. 

Da dove è nato il progetto della PPDO?

È partito da una domanda che veniva dai Gruppi d’Acquisto Solidale: organizzare e rendere più efficiente il modello di distribuzione. Da qui l’idea di mettere in rete i produttori e i trasformatori del territorio di Varese e delle province limitrofe. 

Quali sono i motivi che vi hanno portato a sviluppare questo modello?

Il primo: sostenere la produzione locale. Il cibo che ha percorso migliaia di chilometri per arrivare sulle nostre tavole non è sostenibile. Inoltre questo ci permette di ridare valore a un pezzo di territorio su cui abbiamo deciso di investire. Il secondo motivo è quello di rilanciare l’economia del locale, in particolare i prodotti agricoli e i trasformati, sostenendo quelle realtà che si prendono cura dei luoghi in cui viviamo.

Quanti sono gli attori che avete coinvolto nel progetto della PPDO?

In questo momento abbiamo una ventina di produttori e 13 GAS della provincia di Varese e dintorni. I produttori vengono dalla provincia di Varese e dalle zone limitrofe, ad esempio da Oleggio o da Abbiategrasso, dove ci rivolgiamo per l’acquisto del riso, oppure da Como, Novara e Verbania. 

Quali sono gli attori che puntate a coinvolgere nel futuro?

Gli attori da coinvolgere sono tanti. Il progetto ha bisogno di una rete ampia di relazioni tra i soggetti dell’economia solidale, compresi quelli che non si occupano di produzione alimentare ma che hanno una valenza sociale. Il fatto di aver coinvolto CAES, che fa parte del DES Varese, ad esempio, rientra in questa visione. 

Il progetto della PPDO ha coinvolto anche una realtà che si occupa di logistica, perché?

La cooperativa sociale “La Ginestra” fa parte della PPDO fin dall’inizio perché uno degli obiettivi del progetto era quello di costruire una logistica efficiente e sostenibile da tutti i punti di vista. La cooperativa si occupa della gestione degli ordini, del ritiro presso i produttori e della consegna -il giorno successivo- presso i centri distribuzione a cui afferiscono i GAS. Questo ha permesso di semplificare notevolmente la gestione degli ordini, soprattutto per i produttori che si interfacciano con un unico soggetto. È un sistema semplice e funzionale, a un costo contenuto. 

Quali saranno i prossimi passi della PPDO?

Coinvolgere nuovi attori. Stiamo lavorando per coinvolgere cooperative sociali che fanno ristorazione o ristoranti per incentivarli all’acquisto di prodotti che hanno un valore aggiunto. Inoltre stiamo lavorando molto sul controllo qualità: noi selezioniamo i produttori perché conosciamo i loro standard etici e di qualità, ma questo non basta. Chi vuole migliorare la sua produzione va sostenuto. Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/piccola-poetica-distribuzione-organizzata/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Una scuola a rischio chiusura rinasce e diventa Eco School

A rischio chiusura per mancanza di utenza, una scuola di una piccola frazione di Sondrio è rinata all’insegna dell’educazione ambientale e delle buone pratiche. Nell’Eco School di Triangia oggi i bambini trascorrono all’aperto la maggior parte del tempo, mangiano cibo sano, allenano la creatività e coltivano un orto dove imparano attraverso l’esperienza attiva anche i contenuti disciplinari. Affinché la società possa cambiare in meglio è cruciale porre la massima attenzione sulle nuove generazioni ed è per questo che Italia Che Cambia ha sempre cercato di intercettare e documentare il lento ma inesorabile cambiamento in atto anche in ambito scolastico. L’intervista all’Eco School Triangia nella piccola frazione della città di Sondrio, è stata una ventata d’aria fresca e non soltanto per il fatto che grazie all’ambiente naturale in cui è immersa ci fosse molto più fresco che in città, ma perché qui tutto è pensato per favorire un approccio più consapevole da parte dei bambini e del personale che lavora nella scuola verso l’ambiente circostante e più in generale, verso la natura.

Appena arrivata, sono stata accolta nel bel giardino alberato della scuola dal corpo insegnanti e dagli alunni che si trovavano a fare la ricreazione all’aperto, con tanto di enorme zuppiera piena di spicchi di arancia da cui i bambini attingevano per lo spuntino di metà mattina. Chiedo alla coordinatrice del progetto Eco-School, Meri Tognela, da cosa nasce il progetto: «Il progetto di Eco-School è nato nell’anno scolastico 2013-2014 quando la scuola di Triangia era considerata una scuola a rischio chiusura, come molte piccole scuole del nostro territorio che sono state chiuse per mancanza di utenza. Quindi nel 2013, in collaborazione con l’amministrazione comunale dell’epoca e con degli esperti che già collaboravano sulle tematiche dell’educazione ambientale, abbiamo cercato un modo per caratterizzare la scuola. La proposta del programma Eco-School ci è sembrata fatta ad-hoc per noi, considerato il tipo di ambiente nel quale siamo inseriti e così abbiamo implementato il protocollo che viene effettuato dalle scuole che sono interessate ad ottenere la certificazione di Eco-School. È una certificazione internazionale: nella rete ci sono tantissime scuole sparse in tutto il mondo e viene proposta alle scuole dall’associazione internazionale FEE (Foundation for Environmetal Education, ndr.) che lavora con il patrocinio dell’UE. Grazie al programma (non solo hanno salvato la scuola, ndr.) abbiamo sperimentato un modo di lavorare che ha permesso di portare dentro la scuola un’innovazione didattica attraverso metodologie che vanno oltre la lezione frontale, ma più laboratoriali, più cooperative e più significative per i bambini».

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In seguito mi mostrano la scuola al suo interno, tutta adornata con i bei lavori creativi dei bambini, e la loro aula in cui, come mi spiega la maestra di matematica e scienze, Alessia Schiappadini: «I banchi sono disposti a piccoli gruppi per favorire il lavoro cooperativo e di gruppo, perché lavorando insieme ai suoi pari il bambino è più motivato ad assumere un ruolo attivo in cui aiuterà o spiegherà lui stesso, rendendo la lezione molto proficua». 

Nel vedere i piccoli studenti così incuriositi dalla mia presenza, ne approfitto subito per coinvolgerli e chiedo loro di raccontarmi cosa fanno a scuola. Mi mostrano così alcuni dei loro lavori, come il “dìDiario dell’orto” o il “Taccuino della scoperta del mondo”, poi parlando uno alla volta, diligentemente e per alzata di mano, mi raccontano con grande entusiasmo del bosco che si trova dietro alla scuola, del loro giardino alberato, dell’orto (dove ci trasferiremo subito dopo) e in definitiva del fatto che adorano passare all’aria aperta buona parte del tempo e non dover stare sempre sui libri. Come non capirli! Le maestre mi raccontano anche di aver preso parte alle varie mobilitazioni dei Fridays For Future, come lo scorso 15 marzo e quella del 24 maggio in cui mi dicono di aver fatto un flash mob e aver scritto dei messaggi per poter coinvolgere ed ispirare la cittadinanza, disseminando il paese di Triangia e la città di Sondrio di messaggi ecologici. Ci spostiamo poi nuovamente fuori per raggiungere il piccolo orto che hanno allestito dentro il giardino, dietro l’edificio scolastico e la maestra Alessia mi spiega che il progetto è uno dei tanti rientra nella didattica esperienziale, perché i bambini in questo modo imparano meglio e l’esperienza attiva le competenze; la lezione del giorno ad esempio verterà sull’individuazione del perimetro e dell’aerea, ma nel concreto, ovvero sulle particelle ortive.

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L’orto ve lo faccio raccontare direttamente dalle parole di Meri: «Siamo nell’orto didattico dell’Eco School di Triangia, che è uno spazio molto frequentato dai bambini in tutte le stagioni e che viene utilizzato come strumento di apprendimento dei contenuti disciplinari. Quindi la finalità di questo progetto non è rappresentata esclusivamente dall’apprendere le modalità di coltivazione ma viene spalmata all’interno degli apprendimenti disciplinari. In questo momento i bambini stanno svolgendo un’attività di geometria, in altri momenti abbiamo utilizzato l’orto per esempio per scrivere un diario delle attività, per produrre dei testi descrittivi, narrativi o anche regolativi, proprio perché quello che ci interessa è di dare un senso all’apprendimento, quindi cerchiamo sempre di legarlo all’esperienza che poi viene ricostruita in classe. Viene rielaborata per arrivare poi alla sistematizzazione dei contenuti delle varie discipline e questo ovviamente ha un impatto molto forte sull’apprendimento dei nostri alunni, i quali apprendono attraverso una modalità molto significativa per loro e contribuisce ad attivare le competenze andando a superare il modello di apprendimento nozionistico e meccanico a memoria». 

«Il progetto orto – continua Meri – si chiama “Cresciamo nell’orto” e questo riassume nel titolo il valore aggiunto di questa attività ed è strettamente legato a un altro progetto che abbiamo che si chiama “Rifioriamo la terra” e che ci ha consentito di riportare nella frazione di Triangia la coltivazione del grano saraceno e della segale che, purtroppo in tutta la Valtellina, è stata abbandonata da qualche decennio, nonostante la gastronomia valtellinese, compresi i piatti principe come i pizzoccheri e gli shatt, siano fatti utilizzando farina di grano saraceno, nelle botteghe si venda il pane di segale etc.; per questo oggi tutta la materia prima viene importata dall’estero.

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Ecco perché ci interessa lavorare sul bagaglio delle memorie storiche e delle tradizioni: perché pensiamo che sia importante conoscere le radici del territorio in cui viviamo per costruire la nostra identità e quella dei nostri alunni. Abbiamo fatto anche il collegamento con il significato di filiera corta, di km 0, agricoltura biologica, sostenibilità del territorio e biodiversità. Per questo motivo coltiviamo ortaggi al di fuori dalle specie comuni e quest’anno siamo diventati anche “custodi di semi” e facciamo libero scambio di semi anche col resto della cittadinanza a Sondrio». 

«Come fine ultimo di questo tipo di educazione che stiamo portando avanti con loro, oltre ad augurarci che possa portare un cambiamento nell’immediato, cerchiamo di pensare anche al loro futuro; nell’immediato poiché essendo portatori di buone prassi dentro le loro famiglie e i loro contesti sociali, già contaminano molto il modo di pensare, ma pensiamo anche al domani e ai futuri cittadini che avranno una sensibilità e una consapevolezza più sviluppate. Loro sanno di essere bambini, ma sanno anche che sia oggi che in futuro possono contribuire anche loro al cambiamento». 

1. È stato in quest’ultima occasione infatti che ho potuto assistere di persona alla creazione dei messaggi e alla loro collocazione nella piazzetta principale della frazione di Triangia.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/08/scuola-rischio-chiusura-rinasce-diventa-eco-school/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Nativa e le B Corp: così è nato il business che può cambiare il mondo

Si può fare business ottenendo, oltre che un valore economico, anche un impatto positivo nel mondo, in termini di rigenerazione ambientale e giustizia sociale. Un approccio agli affari che premia le imprese e rappresenta la chiave di volta per cambiare e salvare il mondo. Ne abbiamo parlato con Eric Ezechieli, cofondatore di Nativa, la prima B Corp e Benefit Corporation in Europa. Oggi l’Italia ha una leadership mondiale in questo settore. Ci sono interviste che realizzi al primo colpo e altre che rimandi per settimane, mesi, anni. Quella con i fondatori di Nativa e il mondo delle B Corp, nella mia avventura di giornalista, fa parte del secondo gruppo.  È  da almeno quattro anni, infatti, che mi ripromettevo di organizzare questo incontro, ma per un motivo o per l’altro era sempre stato rinviato. Ed eccomi finalmente giunto nella sede milanese di questa società. Siamo ad aprile 2019 e dopo una breve attesa incontro Eric Ezechieli, cofondatore con Paolo Di Cesare, di Nativa. Ci sediamo e iniziamo subito a parlare. Lui è un fiume in piena e tanto sono preso dall’ascoltarlo che non mi accorgo che la mia telecamera ha un difetto nella messa a fuoco. Ma tant’è, ormai è fatta.

Parliamo. Parliamo di B Corporation e aziende B Corp, di criteri di sostenibilità, di rischio greenwashing e capitalismo giunto ad un bivio, di Fridays for future e cambiamenti sistemici. Ci interroghiamo sul futuro del mondo, sulle nostre possibilità (come specie umana) di sopravvivere, sul ruolo dell’Italia in questo momento storico. Rimango colpito, mentre lo ascolto, dalle molteplici similitudini tra il suo e il nostro approccio: cambiamento sistemico, approccio transizionista, voglia di fare grandi salti e necessità di fare piccoli passi, difficoltà a distinguere cosa sia lavoro e cosa non, in una passione che tutto travolge. Eric e “i suoi” vogliono cambiare le imprese, le aziende, quelle con gli azionisti. Come in molti sanno, una SPA da statuto deve rispondere appunto agli azionisti e quando dico rispondere, intendo produrre utili. Idem le SRL per i loro soci. Produrre utili. Punto. Ad oggi il modello economico delle più grandi aziende del mondo (e anche di gran parte di quelle medie e piccole) ha questo come primo, e spesso unico, obiettivo.  

Produrre utili. A che prezzo? “Non importa – sembra affermare una voce invisibile – Taglia personale, inquina, investi in speculazioni finanziarie, non interrogarti sui diritti delle donne, non migliorare la qualità della vita dei lavoratori”. Produci utili. E allora qualcuno ha cominciato ad interrogarsi e ha pensato di misurare l’impatto di ogni azienda e di inserire nello statuto di ogni società la sostenibilità sociale e ambientale. Può sembrare un gesto puramente simbolico, e forse in alcuni casi lo sarà anche, ma come vedremo può essere l’avvio di una piccola o grande rivoluzione. Lo statuto di un’azienda, infatti, guida le azioni e le scelte dei management. Se questi “devono” rispondere ad un unico dictat, fare utili, non hanno alcuno strumento per cercare di realizzare politiche di altro genere, ma se tra i loro compiti “statutari” c’è la sostenibilità ambientale, l’etica del lavoro, il sociale e così via, ecco che iniziano ad avvenire piccoli miracoli. Ci si interroga sulle filiere, sugli investimenti, sulle scelte interne ed esterne, sui modelli produttivi e così via. Si entra in transizione. Ci si attiva, si cambia. Si entra a far parte dell’Italia che Cambia, insomma. Ma facciamo un passo indietro e andiamo ad ascoltare la storia di Eric e della sua Nativa. Nativa nasce nel 2012 e fu la prima B Corp e Benefit Corporation in Europa. Oggi occupa circa 15 persone tra Roma e Milano e accompagna le aziende che decidono di intraprendere il percorso per diventare una B Corp o una Società Benefit fungendo da catalizzatore di cambiamenti tesi a progettare futuri sostenibili.

Ma cosa significa essere una B Corp?

Essere una B Corp (Certified B Corporation) significa intraprendere un cammino di sostenibilità sociale e ambientale partendo dall’analisi del proprio impatto sulla società e sul pianeta. Oggi, infatti, la maggior parte delle aziende consuma più risorse di quante ne produce e non è quindi rigenerativa, bensì estrattiva. Per cercare di invertire questa rotta il primo passo consiste nel misurare le proprie attività usando un protocollo che si chiama b impact assessment, uno standard usato oggi in tutto il mondo da oltre 150.000 aziende. “Quando vai a misurare – mi spiega Eric – ti trovi a comprendere se stai creando un valore economico a discapito di un valore sociale e ambientale o lo stai creando rigenerando la società, la natura, la biosfera. Purtroppo oggi moltissime aziende non perseguono il valore sociale e ambientale anche perché la legge non glielo impone… Le B Corp nascono invece esattamente con questa intenzione”. In un mondo ideale, mi confida Eric, un’azienda dovrebbe poter distribuire utili solo se prima ha dimostrato di essere rigenerativa e di non danneggiare ambiente e società. Le B Corp, inoltre, hanno mostrato in questi anni una particolare resilienza. Quando ci sono crisi, infatti, hanno una tenuta migliore perché fondano il proprio business su un modello più radicato sul territorio, sulla fiducia delle persone e così via. Caratteristiche che abbiamo incontrato nella maggior parte delle aziende raccontate dal nostro giornale!

B Corp e Benefit Corporation (o Società Benefit)

Abbiamo visto come la B Corp sia una tipologia di impresa che ha come obiettivo quello di rigenerare la società, la natura, la biosfera nonché di condurre un’attività economica che generi un profitto risolvendo problemi ambientali e sociali. L’obiettivo è creare business orientati ad essere primariamente fonti di rigenerazione. Per ottenere questi obiettivi (e salvare il mondo) secondo questo approccio occorrono due passaggi: 

1) La misurazione degli impatti: come anticipato, grazie al protocollo b impact assessment si può “scansionare” a 360 gradi un’azienda per capire se sta creando valore economico sociale e ambientale per la società. Le aziende che creano più valore di quanto ne “consumino” si possono qualificare come B Corp certificate dopo aver superato un percorso di verifica, validazione e certificazione svolto dalla non profit che ha sviluppato il modello: B Lab. Per essere certificati occorre ottenere almeno 80 punti su una scala di 100. 

2) Il secondo passaggio è legato allo stato giuridico dell’impresa. Fino ad oggi, secondo i codici civili e le leggi vigenti in tutto il mondo, lo scopo unico di una società di capitali è stato distribuire dividendi agli azionisti. Ambiente e persone, di conseguenza, non sono mai rientrati negli scopi statutari di un’azienda. Le Benefit Corporation (chiamate in Italia Società Benefit), invece, non solo devono misurare gli impatti e generare valore, ma devono anche avere una forma giuridica che ti consenta di creare un impatto positivo sia per gli azionisti che per gli altri portatori di interessi (un nuovo scopo giuridico, quindi, con una specifica forma d’impresa oggi disponibile in Usa, Italia e altri paesi). Eric Ezechieli definisce questo strumento un “nuovo sistema operativo per il capitalismo” che consente alle aziende di diventare portatrici di rigenerazione! 

La società Benefit deve specificare esattamente in che modo va a creare questi benefici e deve rendicontare questi impatti, utilizzando il protocollo segnalato prima. È importante precisare che assumere questa forma giuridica non comporta sgravi fiscali o altri vantaggi economici. È uno strumento le cui ricadute, quindi, sono “esclusivamente” sociali e ambientali. Il rischio di greenwashing, però, è sempre dietro l’angolo. Secondo Eric, questo è fortemente limitato proprio dall’assenza di vantaggi fiscali nel modello e, inoltre, l’adozione nel proprio statuto di determinati obiettivi misurabili, potrebbe portare alla denuncia dell’azienda inadempiente che andrebbe controllata dal garante per la concorrenza essendoci gli elementi di “condotta sleale”.  

Il protocollo b impact assessment (disponibile on line gratuitamente e utilizzabile da chiunque) è molto vasto e misura impatti su persone, ambiente, comunità, lavoratori, nonché la trasparenza, i sistemi di governance e il business model. In realtà, non esiste un unico protocollo, ma anzi ci sono più di 150 modelli che variano con dimensioni, area geografica, settore di appartenenza e così via, consentendo a chi aderisce di confrontare le proprie performance con altre aziende di settore che stanno facendo percorsi analoghi.

Summit 2018 delle B Corp

Un avvio difficile… e poi una leadership mondiale!

Quando Eric e Paolo hanno deciso di fondare Nativa come Benefit Corporation hanno redatto uno statuto ispirato a quello americano. Nel luglio 2012, quindi, lo hanno presentato alla Camera di Commercio e… sono stati respinti perché “illegali” avendo costruito un soggetto che non aveva come unico scopo quello di distribuire dividendi. Loro non si sono arresi e al quinto tentativo la camera di commercio li ha accettati “per sfinimento” ma senza che esistesse un ordinamento giuridico in cui potessero davvero rientrare. A quel punto, hanno deciso di attivarsi e grazie anche ad un Senatore, Mauro Del Barba, sono riusciti a far riconoscere il modello di Società Benefit in Italia. Il gruppo di lavoro si costituì nel 2014 e scrisse un disegno di legge che, dopo circa 14 mesi, fu approvato. Dal 1 gennaio 2016 l’Italia è quindi diventata il primo tra gli stati sovrani ad avere una legislazione che riconosceva questo status d’impresa. Oggi, il modello di Benefit Corporation esiste in 34 Stati degli USA, in Italia, in Colombia e Perù e ci sono altri 15 Stati che si stanno ispirando alla legislazione italiana, soprattutto in America Latina. L’Italia ha quindi una leadership mondiale in questo settore ed è il Paese in cui stanno nascendo più B Corp certificate (circa 100 hanno ottenuto la registrazione mentre oltre 2000 si stanno misurando) e Società Benefit (più di 300: da piccole aziende e start up a grandi aziende e multinazionali).

Il modello capitalista deve cambiare

“Per me non si dovrebbe più poter concepire un business che non abbia al centro la rigenerazione ambientale e sociale – mi spiega Eric -. Quando inizi a ragionare in questi termini diventa quasi inconcepibile che un’azienda possa trarre profitti avendo generato impatto negativo a persone o natura. Un’azienda dovrebbe poter distribuire utili solo se non ha causato danni ad ambiente e persone! Siamo ad un punto di non ritorno. O il modello capitalista diventa rigenerativo o… Un modello che sistematicamente danneggia la società non può continuare nel futuro. I limiti ci sono. Se non si autoriforma il sistema, interverranno dei fattori che porteranno all’eliminazione di questo modello. Non va certo dimenticato che il modello capitalista ha portato una fetta di mondo ad emanciparsi da fame e miseria, ma oggi il modello deve cambiare. È giunto al capolinea! Le B Corp rappresentano una delle evoluzioni più forti di questo modello e dimostrano che cambiarlo è possibile anche in modo esponenziale. Ecco perché vedo il ruolo di Nativa come quello di un catalizzatore utile ad accelerare questa trasformazione”.

Le Nazioni Unite e il B Lab

L’ONU, due anni e mezzo fa, ha chiesto a B Lab di collaborare per sviluppare uno strumento utile per misurare il progresso delle aziende rispetto ai 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite per il 2030. Questo sarà pronto entro fine 2019. A quel punto, l’ONU proporrà la diffusione di questo strumento a tutte le aziende del mondo.

B Corp ed EBC (Economia per il Bene Comune)

Eric Ezechieli ritiene che ci siano moltissimi elementi di sinergia e allineamento tra i due movimenti. La matrice di EBC viene più dal mondo dell’associazionismo e dell’impresa sociale, quella di B Corp più dal business classico. Ma i due strumenti sono complementari. “Con i rappresentanti di EBC abbiamo iniziato a scambiare alcune idee – conferma Eric – ma ora vogliamo incontrarci per approfondire. Quando ho sentito parlare Christian Felber mi sono ritrovato! Diciamo praticamente le stesse cose”.

Il cambiamento dipende da noi

“Mi occupo di sostenibilità da quando ho 14 anni – conclude il cofondatore di Nativa – studiavo i modelli del MIT che già mostravano i rischi ambientali e sociali a cui saremmo andati incontro e pensavo che gli adulti avrebbero aggiustato le cose. Si sapeva già tutto… Poi passavano gli anni e non cambiava quasi niente. Ho quindi deciso di dedicare la mia vita al cambiamento. Oggi le trasformazioni (e i problemi e le sfide) stanno accelerando in modo esponenziale. Diventa quindi fondamentale agire tutti insieme e in modo rapido per contrastare questi processi. Il modello vigente, che è quello estrattivo, non ha nessuna possibilità di funzionare in futuro! L’Italia, da questo punto di vista, è all’avanguardia nel mondo […]”. 

Ho tagliato volutamente il finale di questa intervista perché vi invito a guardare il video che trovate all’inizio di questo articolo. Nell’ultimo minuto riassume quanto da anni cerchiamo di raccontare con il lavoro di Italia che Cambia. Nonostante il racconto ossessivamente negativo dei media e dei luoghi comuni siamo all’avanguardia nel cambiamento. Un’avanguardia mondiale. Che facciamo, ci attiviamo anche noi?

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/05/nativa-b-corp-business-puo-cambiare-mondo-io-faccio-cosi-248/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni#

Agricoltura e lavoro cambiano la vita dei giovani con autismo

In occasione della Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo raccontiamo le storie di due realtà della rete di Agricoltura Sociale Lombardia che hanno vinto la scommessa dell’inclusione superando luoghi comuni e timori. Ecco le testimonianze dirette di alcuni ragazzi con autismo, esempi in carne ed ossa di impegno e voglia di imparare. “Il ricordo più bello di questa esperienza è stato iniziarla” racconta Luca. Coltivare opportunità concrete di inclusione per dare valore alle capacità che esistono in ognuno di noi. Questa la missione di Agricoltura Sociale Lombardia che fin dalla sua nascita ha dimostrato un’attenzione particolare alla condizione dell’autismo e della disabilità intellettiva sviluppando percorsi in grado di dare riscatto sociale e formazione alle persone che con questa condizione complessa ci convivono ogni giorno. Tutto ciò con un obiettivo preciso: far germogliare la bellezza e le competenze che esistono oltre ogni fragilità. In occasione della giornata mondiale dedicata alla consapevolezza sull’autismo, la rete regionale dà così voce ad alcune storie capaci di sgretolare quei luoghi comuni che vedono inconciliabile un’attività lavorativa e formativa con questo tipo di disturbo. L’ultimo report parla di ben 1.967 persone con svantaggio che hanno trovato un’opportunità di riscatto grazie ad Agricoltura Sociale Lombardia. Di questi si registrano 1.096 disabili e 871 soggetti in condizione di difficoltà coinvolti a vario titolo nelle attività della rete. Ma sono soprattutto i riscontri dei diretti protagonisti delle esperienze a far brillare questo traguardo.

elilu: a Pavia l’inclusione è la ricetta vincente, come ci dimostra Luca

Un titolo che ha il sapore di una fiaba e che agisce ogni giorno all’insegna della concretezza. La storia dell’azienda agricola elilu – Agricultura Familiare (rete Agricoltura Sociale Pavia) scaturisce dal nome dei suoi fondatori: Elisa Gastaldi e Luca Benicchi, coppia nel lavoro così come nella vita. “elilu, scritto per nostro volere con la minuscola, è il luogo nato il 21 dicembre 2015 dal nostro incontro – spiegano – Fare agricoltura sociale significa realizzare oggi l’autenticità del mondo rurale di ieri: mutualità, crescita personale e interpersonale, solidarietà, valorizzazione dei singoli e della comunità, in tutte le mille sfumature della biodiversità, vegetale, animale, umana”. elilu intreccia così la coltivazione di un modello lavorativo e insieme relazionale che coinvolge la gestione di diverse attività tra cui coltivazione, allevamento, trasformazioni agricole (mulino a pietra, caseificio e laboratorio multifunzionale), vendita diretta e mercati, agriturismo e ristorazione, fattoria sociale e didattica, agricampeggio. Un ventaglio di iniziative dove l’agricoltura sociale detiene un posto d’onore per rendere forti le basi di tutto il resto. E proprio qui germoglia la storia di Luca: sguardo profondo e limpido, poco più di 20 anni sulle spalle e tanta voglia di fare oltre che di imparare. Luca convive da anni con la condizione autistica e tutte le difficoltà che la riguardano, riuscendo però a cogliere diverse soddisfazioni oltre la tempesta e diventando un esempio di riscatto in carne ed ossa. Fondamentale per il suo percorso inclusivo la sinergia tra elilu e “Una mano per…”, associazione fondata nel 2015 da genitori di bambini diversamente abili. Genitori che dopo aver preso coscienza del difficile percorso di vita che stavano affrontando, hanno deciso di mettere a disposizione la loro esperienza a favore di altre famiglie che si trovavano nelle stesse condizioni. Nel 2016 inizia così per Luca un’esperienza didattica all’interno del ciclo produttivo, con attività pienamente concordate con la famiglia al fine di rendere ogni tappa consona alle sue attitudini. “Inizialmente il progetto ha coinvolto Luca nella cura dell’intera filiera di raccolta della materia prima che riguardava alberi da frutto, ortaggi, oltre alla semina stessa – racconta Elisa Gastaldi – Il percorso si è poi sviluppato con diverse attività come quella di accudimento degli animali: Luca ha scelto in particolare i cavalli occupandosi della pulizia dei box e della strigliatura”. Un’attività che poi ha incrementato ulteriori competenze. I traguardi sono stati impreziositi anche da un lavoro speciale rappresentato da un vero e proprio ricettario di quotidianità.

Luca a lavoro presso l’azienda agricola elilu – Agricultura Familiare

“Luca si occupa della pulizia e del nutrimento degli animali come cavalli, mucche, maiali: settore in cui si è specializzato e che gestisce molto bene – sottolinea Elisa – Da tempo sta realizzando un manuale redatto in prima persona in cui esplicita i compiti che esegue ogni giorno e di cui è responsabile in prima persona. Si tratta di un’attività molto importante dal punto di vista del potenziamento dell’autonomia e della responsabilizzazione. Fare esperienze inclusive di agricoltura sociale non significa, infatti, parcheggiare una persona in attività ripetitive ma coinvolgerla in un progetto in cui essa stessa diventa utile e indispensabile. Luca sa che se non riesce a venire a lavorare deve avvisarci perché la sua presenza è per noi preziosa e fondamentale, così come accade per ogni persona che lavora e che diventa utile agli altri. E lui lo è”. 

“Avere un figlio con un disturbo dello spettro autistico ti costringe a fare un viaggio importante: dentro di te e attraverso una nuova vita – racconta Barbara, tenace mamma di Luca che da anni si impegna per dare al proprio figlio un futuro migliore – Quando Luca ha finito le scuole superiori, come spesso accade, ci siamo trovati di fronte al vuoto. Ci siamo chiesti: e ora che cosa possiamo fare? La grande opportunità è arrivata grazie a questo percorso che ha migliorato tantissimo Luca. Certo, non sono mancate le difficoltà, come in ogni esperienza, ma i risultati positivi superano tutto il resto e hanno dato una grande spinta di crescita e responsabilizzazione a Luca oltre che positività e formazione. Elisa e Luca di elilu sono davvero straordinari nel gestire questo progetto: gli hanno insegnato un mestiere”. 

Luca è di poche parole, almeno a voce, di lui raccontano i fatti e l’impegno che ci mette ogni giorno innaffiando di luce e bellezza le attività che compie. Eppure con le parole ci sa fare molto e per noi ha rilasciato questa intervista – in esclusiva – tramite lo scritto che sa comprendere e gestire molto bene. 

Luca, qual è il tuo ricordo più bello in questi 3 anni di esperienza?

“Il ricordo più bello è sicuramente essere entrato a far parte di questa esperienza e lavorare”.

Le tue attività preferite?

“Le attività che mi piacciono di più sono pulire le mucche”.

So che stai scrivendo un manuale dedicato al tuo lavoro quotidiano: ti piacerebbe farlo leggere ad altri?

“Se posso sì, mi piacerebbe e sono contento di scrivere il manuale perciò devo dire che tutto sta funzionando alla perfezione”.
Poi Luca si rende disponibile per l’estate a insegnare ai bambini come accudire i cavalli regalandoci un sorriso finale che guarda al futuro e dimostrando che al di là di ogni disturbo respira un mondo intero.

Green Smiles fattoria “La Cavallina”: a Como l’autonomia vien lavorando

Da anni sul territorio comasco si distingue una realtà impegnata nel costruire occasioni di formazione e inclusione per ragazzi e ragazze con fragilità. Parliamo della fattoria sociale “La Cavallina” (rete Agricoltura Sociale Como) che concretizza tirocini finalizzati all’apprendimento delle mansioni di allevamento degli animali e della gestione del verde e dell’orto. “Gli sbocchi possono essere nel settore agricolo e in quello del florovivaismo, ma anche dei servizi di agricoltura didattica – racconta Ambrogio Alberio, titolare e operatore della fattoria sociale – L’agricoltura sociale dà benessere sia psicologico che fisico rappresentando un supporto al terzo settore per gli obiettivi di inclusione e per i progetti mirati all’autostima e all’autonomia”. 

Nel 2015 la cooperativa “Il Granello – Don Luigi Monza”, in collaborazione con “La Cavallina”, ha dato vita ad un Centro Socio Educativo diverso dagli altri: il CSE Green Smile in fattoria. Il Centro è un servizio per persone adulte con disabilità medio grave che mira al mantenimento delle competenze acquisite durante l’arco della vita. “La particolarità di questo servizio è dato dal fatto che, oltre i tradizionali laboratori in un CSE, le attività svolte principalmente sono il lavoro in fattoria e nell’orto e la cura del giardino e degli spazi verdi – spiegano i referenti del progetto – In fattoria sociale sono previsti due operatori con funzione educativa”. 

Nell’ambito di Green Smiles hanno trovato occasione di crescita anche ragazzi con autismo come Davide e Vladimir che svolgono attività di gestione dell’orto, del giardino e degli animali. “Con queste esperienze sfatiamo davvero tanti luoghi comuni dimostrando che questi ragazzi possiedono delle abilità importanti che emergono proprio se offri loro la possibilità di coltivarle, con fiducia e giusta formazione – evidenzia Ambrogio Alberio – Così come accade in agricoltura sociale ogni progetto lavorativo dovrebbe indirizzarsi sulle attitudini individuali: un discorso che vale per tutti noi, al di là della disabilità che possiamo avere o meno”. 

Visto il successo della collaborazione tra i due enti, a gennaio è stato inoltre aperto anche SFArm, un Servizio di Formazione all’Autonomia rivolto a persone con disabilità lieve e che mira allo sviluppo di competenze nell’ambito delle autonomie personali e della sfera lavorativa. “Prendersi cura degli animali, pulire i loro box, dare loro da mangiare e bere, coltivare ortaggi e piccoli frutti e utilizzarli nel laboratorio di cucina o regalarli ai propri genitori, arrivare al mattino trovando il giardino ordinato e pieno di colori permette alla persona di toccare con mano il frutto del proprio lavoro”, sottolineano gli educatori.

“L’essere a contatto con la natura ed essere soddisfatti del risultato aumenta il livello di benessere e di autostima. In particolare i ragazzi con disturbo dello spettro autistico traggono giovamento dalla routine su cui si basa il lavoro in fattoria: lavori ben precisi e conosciuti, che possono essere svolti in piena autonomia. La collaborazione con i compagni è necessaria per portare a termine correttamente il lavoro, allenando e affinando quotidianamente le proprie capacità relazionali. Infine l’avvicinamento agli animali, soprattutto per chi ha difficoltà comunicative, permette di sfruttare il canale non verbale”.  

A testimoniare la positività dell’esperienza vissuta ecco alcuni resoconti dei ragazzi con autismo coinvolti nelle attività, uno di questi è Davide, 24 anni: “Riesco a gestire gli animali e a pulire i loro box e gli spazi. Preferisco dividere i compiti di gestione dell’orto così da poter lavorare bene. A volte faccio fatica a farmi ascoltare dai compagni”. Non mancano esperienze di ippoterapia che preparano al contatto con gli animali: “Faccio equitazione e partecipo a diverse gare”, racconta soddisfatto Vladimir. La cooperativa “Il Granello – Don Luigi Monza” ha inoltre un alloggio per l’autonomia nel comune di Turate: “Questa è una casa dove con altri ragazzi svolgo numerose attività come cucinare, pulire la casa, preparare il letto e i miei vestiti” spiega Davide.  Green Smiles sta organizzando con il Comune di Guanzate un evento dove i ragazzi con autismo avranno un ruolo importante in veste di arbitri nell’ambito di giochi didattici. Inoltre saranno presto coinvolti in lavori di manutenzione conservativa sul territorio comasco, al di là dei confini della fattoria sociale: un’ulteriore conferma di inclusione sociale e lavorativa.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/04/agricoltura-lavoro-cambiano-vita-giovani-con-autismo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’amianto toglie ancora il respiro (parte prima)

Tremila morti all’anno solo in Italia, più di 30milioni di tonnellate ancora da bonificare, 370mila edifici contaminati, fra cui moltissime scuole. L’emergenza amianto non è affatto un problema del passato. Abbiamo intervistato Maura Crudeli, presidente AIEA (Associazione Italiana Esposti Amianto), che denuncia come colossi industriali quali Cina, India e Russia non abbiano proibito l’uso di questo agente tossico e che l’amministrazione Trump lo abbia reintrodotto nell’edilizia degli USA.

“Fra i 3 e i 4mila morti ogni anno solo in Italia, quasi 15mila in Europa e più di 100mila nel mondo. Se qualcuno pensa che l’emergenza amianto sia un problema del passato è smentito dai numeri del RENAM-Registro Nazionale dei Mesoteliomi, dell’ISS-Istituto Superiore della Sanità e dai dossier di Legambiente”. Ce lo ha detto Maura Crudeli, presidente dell’AIEA-Associazione Italiana Esposti Amianto – una delle associazioni che compongono il neonato Coordinamento Nazionale Amianto e facente parte della rete internazionale Ban Asbestos  – tutte impegnate nella sensibilizzazione verso il problema, nella pressione alle istituzioni e nel supporto alle vittime e ai loro parenti.

Maura è una friulana trapiantata a Roma, dove è diventata una conosciuta organizzatrice di eventi e una filmaker. Fra i suoi lavori, vanno citati il documentario “Attenti al treno”, sul reparto di coibentazione della FIAT Ferroviaria di Savignano, un posto di lavoro ambitissimo fino a qualche decennio fa, che gli operai svolgevano immersi in una fitta nebbia polverosa… d’amianto; “I Vajont”, altro documentario, stavolta a episodi, su alcune fra le più eclatanti tragedie provocate dall’avidità, dalla sete di potere e dall’indifferenza dell’uomo, inclusa quella di Broni, sede di uno stabilimento della Fibronit, una tra le più grandi aziende produttrici di cemento amianto in Italia; infine, l’ultimo spot di AIEA ONLUS  volto a mantenere alta l’attenzione sul tema, dal titolo estremamente efficace: l’amianto ti toglie il respiro. Come sottolinea lei stessa nella nostra intervista video, la lotta all’amianto (detto anche asbesto) e il sostegno alle sue vittime è diventata una delle missioni nella sua vita dal 2010, ossia da quando  suo padre Mauro, coibentatore all’interno dei cantieri navali di Fincantieri, è morto a causa di un mesotelioma, un tumore raro associato all’esposizione all’amianto. 

A 30 anni esatti dalla sua fondazione, AIEA – una Onlus senza fini di lucro – continua a battersi a livello globale per l’abolizione dell’amianto in ogni forma diversa dallo stato di minerale in cui si trova in natura (l’unico stato nel quale non è nocivo per la salute). In accordo con quanto afferma l’OMS-Organizzazione Mondiale della Sanità, l’AIEA sostiene che, “secondo gli attuali livelli di conoscenza scientifica sui danni causati alla salute dall’inalazione di fibre di amianto, non esiste alcun livello minimo di soglia al di sotto del quale vi sia sicurezza, per cui la massima concentrazione accettabile di fibre non può che essere zero”.

Nata dal movimento di lotta per la salute Medicina Democratica, l’AIEA è stata fondata nel 1989 a Casale Monferrato, sede della celebre fabbrica di fibrocemento Eternit. Tre anni dopo la sua costituzione fu approvata, dopo una lunga e difficile gestazione, la legge 257/1992, ovvero “Norme per la cessazione dell’impiego dell’amianto”. Una vera e propria legge-svolta, alla quale ha contribuito in misura determinante proprio la grande mobilitazione sociale dovuta all’attività delle associazioni degli esposti, delle associazioni ambientaliste e di quelle sindacali. Nella legge si stabilisce che, in Italia, “sono vietate l’estrazione, l’importazione, l’esposizione, la commercializzazione e la produzione di amianto, di prodotti di amianto o di prodotti contenenti amianto”.

Tuttavia, nonostante l’approvazione della legge e la capillarità della successiva azione di bonifica nelle cave e nei siti industriali nei quali in passato sono state realizzate le lavorazioni, resta ancora molto da fare. In Italia, per esempio, dove non tutte le regioni hanno applicato i piani regionali per l’amianto e provveduto alla mappatura prevista dalla legge 257/92, si stima vi siano ancora fra le 33 e le 39 milioni di tonnellate della fibra killer ancora da bonificare, fra cui quasi 58 milioni di metri quadri di coperture in cemento amianto. Sconcertante il dato riguardante il censimento degli edifici nel nostro paese, che rivela come, dei circa 370mila edifici contenenti amianto presenti oggi sul nostro territorio, più di 50mila siano pubblici e di questi molte siano scuole. Secondo Censis e Legambiente, infatti, il 10% delle scuole italiane presenta ancora strutture in amianto.  

Come se non bastasse, il dato internazionale è ancora più preoccupante. Se nel corso degli ultimi due decenni in tutta Europa l’amianto è stato proibito – sia in fase di estrazione che in fase di produzione e commercializzazione – la stessa cosa non si può dire del resto del mondo. Al momento sono difatti solo 53 (su un totale di 196) i paesi del mondo che ne hanno proibito l’estrazione e l’utilizzo. In tutti gli altri, inclusi colossi industriali come Cina, India e Russia, questo materiale è ancora utilizzabile, a volte in tutte delle sue molteplici forme, a volte solo in alcune. Come nel caso degli USA, nei quali l’amministrazione Trump, nell’estate 2018, è tornata sui passi tracciati dai governi precedenti reintroducendo l’uso dell’amianto nell’edilizia (da cui era stato bandito nel 1989). Insomma, la parola d’ordine è, ora come prima, vietato abbassare la guardia!

Continua…

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/amianto-toglie-ancora-respiro-parte-prima/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Damiano, il giovane contadino musicista

Un’agricoltura lenta e locale che pur mantenendo stretto il legame tra chi la pratica e la terra lascia all’agricoltore il tempo e lo spazio per altre passioni. È questa la strada seguita da Damiano, il giovanissimo contadino e musicista protagonista del primo documentario della serie “TERRE” che narra la vita ed il lavoro di alcuni piccoli produttori agricoli, partendo dalle zone piacentine. Damiano Sprega ha vent’anni ed è un agricoltore. Il primo cortometraggio della serie di documentari “TERRE” è incentrato su di lui e sull’azienda agricola Casa Della Memoria Casella (San Protaso di Firenzuola – Piacenza). È una storia semplice, nel senso più positivo del termine. Damiano è genuino e spontaneo, lo si percepisce vedendolo rispondere alle domande.

Il documentario non si apre però discutendo di agricoltura. Damiano parla della sua più grande passione: la musica. Racconta delle emozioni che gli dà, di come abbia intenzione di dedicare il suo tempo e le sue energie in una carriera da musicista. Ma, allora? Stiamo andando fuori tema? No, questo documentario ha un messaggio da estrapolare dalle sensazioni del giovane agricoltore-musicista. L’agricoltore è un mestiere totalizzante, per come lo intendiamo ai giorni nostri, l’imprenditore agricolo deve produrre e guadagnare il più possibile, questo è il dogma. L’agricoltura industriale spinge a produrre sempre più, così l’agricoltura è nelle mani di poche persone che devono lavorare tantissimo, a questo siamo abituati. Ma Damiano non vuole tutto ciò. Ama la sua terra, la stessa terra che suo nonno ha coltivato e coltiva ancora con cura e dedizione. Rispetta la natura e il lavoro con cui la sua famiglia può vivere dignitosamente e sostenere la sua grande passione musicale. Non ha intenzione di lasciare questa occupazione, gli piace. Dice che continuerà a prendersene cura, anche l’agriturismo dovesse chiudere, anche se il contadino non sarà il suo primo lavoro.

Damiano Sprega

Quando diciamo che nel futuro bisognerà tornare ad un’agricoltura più lenta e locale, legata al territorio, fatta dai contadini e non dai grandi imprenditori agricoli quello che m’immagino sono tanti ragazzi come Damiano che torneranno alla terra. Come molti giovani d’oggi avranno altre passioni, ma avranno anche l’esigenza di rimanere a contatto con la natura e col cibo, prendendosi cura di un campo, di un orto o un giardino. Sarà quell’attività quotidiana che ci manterrà sani fisicamente e mentalmente. In futuro l’agricoltura non sarà per forza un lavoro full-time? Potrà essere un lavoro che svolgeremo al di fuori dalle logiche di mercato, allo scopo di produrre cibo e curare l’ambiente? Queste sono le domande che sono sorte dalla visione del corto. In passato non è stato così per vari motivi. I giovani che si affacciano all’agricoltura adesso hanno davanti un nuovo mondo, hanno vecchi schemi da archiviare e nuovi metodi da inventare. Non sarà facile, questo anche Damiano lo sa, ma è una strada che vale la pena percorrere. Il progetto indipendente di documentari “TERRE”, prodotto e ideato dalla casa di produzione MaGestic Film, si propone di narrare la vita e il lavoro di alcuni piccoli produttori agricoli, partendo dalle zone piacentine, espandendosi poi su altri territori, coinvolgendo anche enti, associazioni e fondazioni locali. Qui in seguito il link al primo episodio, scritto e diretto da Silvia Onegli, disponibile gratuitamente anche su YouTube.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/damiano-giovane-contadino-musicista/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Dal parapendio al butterflywatching, nuovi modi per scoprire la biodiversità

Oltrepò Outdoor Experience è un insieme di proposte di attività all’aria aperta sostenute dal progetto AttivAree con un minimo comune denominatore: scoprire in modo lento ed ecologico l’incredibile patrimonio di biodiversità che caratterizza l’Oltrepò Pavese. C’è chi preferisce scoprire il territorio immergendovisi, attraversandolo con il passo allenato del trail runner, respirando l’aria dei boschi e percorrendo i lunghi sentieri montani e collinari di questa fetta d’Italia tanto sconosciuta quanto affascinante.

A lui o lei è rivolto l’invito di Federico di Oltrepò Trail, associazione nata «per incentivare le persone a fruire del territorio in un modo un po’ inusuale: la corsa in montagna». Volete risparmiare fiato e godervi il paesaggio dell’Oltrepò ancora più lentamente? Niente paura! Oltre che di trail running, Federico è anche istruttore di nordic walking. Ma c’è anche chi la Natura preferisce ammirarla dall’alto. Proprio così: vi poterete librare a centinaia di metri d’altezza e sorvolare la campagna pavese come una poiana. Non un uccello a caso, visto che questo rapace è uno dei simboli dell’Oltrepò Pavese e dà anche il nome al locale club di parapendio. Il volo libero è un modo alternativo e certamente affascinante per visitare una delle culle della biodiversità europea. «Ho sempre tenuto molto a questo territorio – ci confida Lucia del club Le Poiane d’Oltrepò – e sono stata piacevolmente colpita dal progetto Oltrepò(Bio)diverso. Credo che quando si fanno delle azioni concrete valga davvero la pena seguirle e dare il proprio contributo».

Già, perché queste esperienze turistiche e sportive sono unite da due aspetti. Il primo, naturalmente, è che consentono di esplorare da nuove prospettive un territorio intrigante come quello dell’Oltrepò. La seconda è che sono sostenuti dal progetto Oltrepò(Bio)diverso, portato avanti da Fondazione Cariplo con il sostegno di numerose realtà locali nell’ambito del programma AttivAree, dedicato alla riscoperta e alla rivitalizzazione delle zone marginali del nostro paese. Ma torniamo alle outdoor experiences fra cui può scegliere chi vuole avventurarsi in Oltrepò. Non siete degli sportivi e preferite una passeggiata fra i filari sorseggiando un bicchiere di buon vino? Ancora una volta, questo è il posto giusto per voi! Giacomo, della cantina Torre degli Alberi, ci racconta un progetto che lega a doppio filo il turismo enologico con quello naturalistico: «ViNO – Vigneti e Natura in Oltrepò è volto a tutelare la biodiversità nei vigneti di questa zona. Ciò avviene in particolare attraverso il monitoraggio delle farfalle e di alcune specie di uccelli e la preservazione del loro habitat». Ma le vere regine dell’Oltrepò sono loro. Con ali delicate e variopinte volano da un fiore all’altro portando alta la bandiera della biodiversità, che qui si manifesta in maniera dirompente. L’Oltrepò è infatti la casa di più di 120 specie di farfalle, come ci ricorda Francesco Gatti, dell’associazione IOLAS.

«Il progetto Oltrepò(Bio)diverso, all’interno del programma AttivAree, ha individuato sei siti di particolare pregio nei quali il visitatore può apprezzare questa incredibile varietà grazie anche al supporto di pannelli informativi che lo accompagnano lungo i percorsi», spiega Francesco. Il butterflywatching infatti può essere davvero una risorsa importante nell’ambito dell’eco-turismo, alla portata di tutti e adatta a grandi e piccoli.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/parapendio-butterflywatching-scoprire-biodiversita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Turismo accogliente e solidale per scoprire le aree montane

“Valli Accoglienti e Solidali” è il nome del circuito, sostenuto da Fondazione Cariplo grazie al programma AttivAree, che ha l’obiettivo di far scoprire le valli Trompia e Sabbia attraverso strutture ricettive che affiancano alla scoperta del territorio progetti di inclusione sociale. Se passate per queste valli e decidete di fermarvi in una delle strutture ricettive di cui vi vogliamo parlare, noterete subito qualcosa di particolare. Non solo la bellezza dei luoghi e il piacere di scoprirli a ritmo lento ma anche quel valore aggiunto dato dalle persone che gestiscono posti come Casa Maer o il Co.ge.s.s. Bar.

Ma partiamo dall’inizio. Tutto è stato possibile grazie al sostegno di Fondazione Cariplo e del suo programma Valli Resilienti, che ha l’obiettivo di rivitalizzare e far conoscere le valli bresciane Trompia e Sabbia. Nell’ambito del progetto si inserisce “Valli Accoglienti e Solidali”, un circuito turistico che unisce alla scoperta del territorio l’inclusione sociale.

La proposta turistica del Circuito si sviluppa lungo tre filoni esperienziali, che la responsabile innovazione sociale del progetto AttivAree Valli Resilienti Claudia Pedercini ci illustra: «Il primo filone riguarda la parte culturale e punta a valorizzare i siti culturali e turistici già presenti sul territorio, come ecomusei e biblioteche. Il secondo è quello enogastronomico, che vuole far conoscere ai viaggiatori le eccellenze e i prodotti tipici locali. Il terzo filone è quello relativo all’outdoor: camminare lento, trekking con gli asini, cicloturismo e tutto ciò che consente di stabilire un legame con la natura». 

Il Circuito non è fatto solo di proposte turistiche responsabili; parte della sua forza è data dalla costruzione di uno “stile” di ricettività turistica etico e solidale. Ne è un esempio il Co.ge.s.s. Bar. Ma di cosa si tratta esattamente? Ce lo spiega Ester Colotti, coordinatrice del laboratorio di inclusione sociale: «Il Co.ge.s.s. Bar – Non solo bar si trova nel borgo di Lavenone ed è un bar solidale. Qui lavorano persone disabili seguite dalla nostra cooperativa sociale che ogni giorno hanno la possibilità di imparare il mestiere dal punto di vista tecnico e di costruire una relazione con i clienti della nostra piccola comunità».

La cooperativa gestisce anche Casa Maer, sempre a Lavenone, la nuova casa d’Artista del progetto Borghi Italiani promosso da Airbnb Italia, che è stata inaugurata ad ottobre 2018 grazie al contributo di Fondazione Cariplo. Casa Maer si affianca all’offerta turistica dell’Ostello sociale Borgo Venno. In entrambe le strutture, come ci spiega la referente Federica Bacchetti, i ragazzi della cooperativa possono sperimentare esperienze finalizzate all’inclusione sociale, come la cura degli ambienti e della casa, la manutenzione e il contatto con la clientela. «Sono tutte abilità che qui possono acquisire grazie al supporto di tutor – sottolinea Federica – per poi portarsele a casa e sfruttarle nella vita quotidiana». 

L’obiettivo della cooperativa è proporre ai visitatori un’offerta ricettiva accogliente e capace di offrire esperienze che consentano di stabilire un legame con il territorio e i suoi abitanti. Per fare questo Co.ge.s.s. si occupa anche di enogastronomia e organizza cene in luoghi insoliti. Questa estate, per esempio, si è tenuto un primo evento nel borgo di Presegno, che ha visto anche l’inclusione sociale di persone disabili. A pochi chilometri da Lavenone, nel Comune di Marmentino, si trova Casa Saoghe. È una vecchia abitazione contadina trasformata in casa di accoglienza solidale e affidata alla cooperativa Fraternità Impronta. Questa casa vacanze è gestita dai minori della Cascina Cattafame che, accompagnati dagli educatori della cooperativa, si occupano dell’accoglienza e della cura del verde. Possiamo parlare a tutti gli effetti di accoglienza solidale, dal momento che gli ospiti sono persone del territorio con fragilità o bisogni particolari. Qui vengono organizzati anche eventi per la scoperta del territorio come il trekking a passo d’asino che rappresentano il fiore all’occhiello della proposta turistica di Casa Saoghe. Non mancano anche qui i rapporti con il territorio e in particolare con le malghe e le aziende agricole della zona che propongono prodotti tipici facendo scoprire agli ospiti e alle loro famiglie i processi produttivi tradizionali grazie ai quali si supportano i progetti di inclusione sociale.

«Il circuito Valli Accoglienti e Solidali contiene molti aspetti su cui punta il Programma AttivAree», sottolinea Viviana Bassan di Fondazione Cariplo. «Dentro troviamo un forte lavoro di rete realizzato nei mesi scorsi, l’attenzione alla valorizzazione in modo innovativo delle risorse locali, la crescita di ruolo degli attori del territorio, in particolar modo delle realtà non profit, che mantengono allo stesso tempo salde la loro mission e l’attenzione verso le persone più fragili. Importante occasione offerta dal circuito, lavorando sul turismo, è anche l’apertura delle valli e di tutti gli attori coinvolti verso nuove comunità di “fruitori” e nuove partnership con l’esterno, come testimonia anche la collaborazione con Airbnb, con l’attenzione nel promuovere un turismo sostenibile e quindi rivolto a persone interessate alla tutela dell’ambiente, alla solidarietà, all’incontro autentico con la comunità locale».

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La rinascita dei borghi: la vecchia centrale idroelettrica diventa un polo per la comunità

Una centrale idroelettrica dismessa da anni diventa un polo al servizio della popolazione. Un borgo rurale verrà ristrutturato per i giovani imprenditori che ancora oggi lavorano sul territorio. È ciò che sta avvenendo nella Valli Sabbia e Trompia grazie al progetto Valli Resilienti, finanziato nell’ambito del programma AttivAree di Fondazione Cariplo. Qualche decina di anni fa le centrali idroelettriche di cui sono disseminate queste valli erano il cuore pulsante di un boom industriale che – oggi lo possiamo dire – a questi territori ha regalato più che altro un benessere effimero e un conseguente lento decadimento. Ma come spesso accade una fine è anche un nuovo inizio e da queste montagne arrivano due storie che lo possono testimoniare.

Siamo in Valle Sabbia. Quello che sta avvenendo nel piccolo paese di Barghe è un esempio della capacità di rigenerazione insita nelle belle idee e nell’intraprendenza della gente. Qui sorge una centrale idroelettrica costruita ai primi del novecento e dismessa negli anni ’70. Oggi questo vecchio residuo industriale si sta trasformando per tornare al servizio della comunità. 

«Stiamo lavorando a un progetto di recupero per far tornare questo fabbricato un luogo di produzione: un tempo produceva energia elettrica, oggi produrrà cultura, formazione e informazione». A parlare è l’architetto Davide Baretto, che descrive il progetto di riqualificazione reso possibile grazie al programma AttivAree di Fondazione Cariplo, finalizzato a rivitalizzare le aree interne, oggi considerate spesso degradate e marginali. Nelle valli bresciane Trompia e Sabbia, la Fondazione sta intervenendo attraverso Valli Resilienti, uno dei due progetti di AttivAree, grazie al quale questi due valli si uniscono con la comune finalità di rilanciare la montagna bresciana facendo leva sulle risorse endogene culturali, storiche e ambientali, sull’accoglienza improntata alle risorse della comunità locale, su ciò che funziona e che deve essere amplificato e mutuato da valle a valle.

La ex centrale idroelettrica di Barghe

Queste modalità sono confermate anche da Marta Vezzola, referente della comunicazione del progetto di Barghe: «La destinazione di questo immobile si definirà in maniera inclusiva. Stiamo organizzando un processo partecipativo che riguarda la popolazione tutta e che vuole dare una soluzione reale scelta in base alle necessità della comunità». 

Barghe sarà la sede che ospiterà la rappresentazione della mappa di comunità della Valle Sabbia, che ha visto i cittadini coinvolti in un percorso di riscoperta e riappropriazione dei “luoghi del cuore” del loro territorio. Se a Barghe le infrastrutture del rilancio della valle nasceranno sulle ceneri di un’eredità industriale, presso il borgo di Rebecco il sostrato è costituito dalle vestigia della cultura e dell’architettura contadine proprie del territorio. «Questo borgo è un posto magico – spiega Fabrizio Veronesi, della Comunità Montana della Valle Trompia – perché è rimasto conservato nei secoli e racchiude la storia e la tradizione dei popoli che hanno vissuto in questa valle».

Gli studenti delle scuole del territorio e dell’Università di Brescia hanno studiato questo antico insediamento rurale per avviare il progetto di recupero e di valorizzazione dei suoi fabbricati. L’auspicio è che questo processo di rigenerazione architettonica dia luogo a sua volta a un analogo processo di rigenerazione sociale.

Uno scorcio dell’insediamento rurale di Rebecco

«La nostra aspirazione – prosegue Veronesi – è che questo posto venga affidato a delle energie nuove che costituiscano un volano di attrazione e di opportunità per tutte le realtà agricole e di trasformazione dei prodotti della terra che ancora resistono nella nostra valle». 

«Barghe e Rebecco testimoniano come il progetto Valli Resilienti, promosso dalla Fondazione Cariplo nell’ambito del Programma AttivAree, abbia affrontato in maniera innovativa il tema del recupero degli spazi, adottando il principio del design thinking per coinvolgere e ingaggiare la comunità nelle scelte e nelle modalità di rigenerazione dei luoghi del territorio», conclude Noemi Canevarolo di Fondazione Cariplo. «Inoltre Valli Resilienti si dimostra capace di rendere attrattivi i luoghi di montagna anche in rapporto ai limitrofi poli urbani. Rebecco ne è un esempio: un borgo che sarà ristrutturato e riattivato da una rete di imprese di giovani del luogo e ora anche sede del workshop della Domus Accademy, una delle più importanti scuole di design di Milano».  Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/rinascita-borghi-centrale-idroelettrica-polo-comunita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Oltrepò Pavese: bellezza e biodiversità a ritmo lento

Fondazione Cariplo, Touring Club Italiano e diverse associazioni no profit del territorio uniscono le forze per far rinascere l’Oltrepò Pavese, area poco conosciuta ma dalle grandissime potenzialità, che raccoglie fra le sua valli Natura, cultura, tradizioni e un grande patrimonio enogastronomico.

«Queste noci sono più piccole di quelle che si trovano in giro, ma sono anche più saporite. Eppure nessuno le conosce. L’Oltrepò è così: una regione poco nota, che non ha una narrazione adeguata». L’esempio che ci fa il giornalista e scrittore Giorgio Boatti affondando la mano in un invitante cesto di noci è perfetto per spiegare il carattere di questa regione e inquadrare gli obiettivi del progetto “Oltrepo(Bio)diverso, la natura che accoglie”

Portato avanti da una ventina di enti no profit del territorio e sostenuto con forza da Fondazione Cariplo nell’ambito del programma di rivitalizzazione delle aree interne “AttivAree”, questo progetto ha lo scopo di recuperare le tradizioni e le eccellenze territoriali per porgerle a un turismo mutato nel corso del tempo.

Mutato perché alle incursioni mordi e fuggi dei milanesi che hanno caratterizzato i flussi turistici dei decenni scorsi si sta sostituendo una frequentazione diversa. Il turista ideale dell’Oltrepò non deve avere fretta, deve avere il piacere della lentezza, l’occhio allenato a cercare le piccole cose. In questa parte d’Italia si incontrano la zona climatica continentale e quella mediterranea e da questa mistura nasce grande fecondità. Ed è proprio sulla biodiversità e sul suo patrimonio naturale che l’Oltrepò Pavese ha puntato tutto nella sua sfida per la rinascita avviata attraverso il Progetto Oltrepò(Bio)diverso. In quest’area a elevato indice di biodiversità – dove sono state censite ben 122 specie di farfalle, più del 40% di quelle italiane e il doppio delle specie che volano in Gran Bretagna – è in corso un processo per la rinascita, che ha messo in campo molte azioni articolate su vari assi d’intervento. I risultati arrivano: ultimo solo in ordine di tempo, la nascita di una guida dedicata a marchio Touring Club Italiano

«È guida di non tante pagine, ma di grande densità di informazioni, all’interno della quale abbiamo cercato di raccontare il territorio mettendone in risalto gli aspetti più curiosi», racconta Gino Cervi, scrittore e coautore di “Oltrepò Pavese – L’appennino di Lombardia”. «È un po’ un invito al viaggio attraverso percorsi non convenzionali, storie legate a una cultura millenaria ma anche contemporanea». 

«L’Oltrepò Pavese ritratto in questa guida stupisce ed entusiasma, confermandosi meta di fascino per un turismo di prossimità che guarda alle città dietro l’angolo. Gli itinerari proposti sono ‘gite fuori porta’ che in un pugno di chilometri conducono in un mondo ricco di suggestioni, dove la natura con la sua immensa riserva di biodiversità domina e incanta», spiega Giuseppe Guzzetti, Presidente di Fondazione Cariplo, commentando l’iniziativa. «Questa pubblicazione è frutto di un più ampio processo di rinascita del territorio avviato grazie al Programma AttivAree di Fondazione Cariplo dedicato alle aree interne e rappresenta un’importante opportunità di rilancio per l’Oltrepò Pavese, che si afferma come sorprendente luogo di interesse turistico». 

Partendo dal titolo della guida, Giorgio Boatti approfondisce ulteriormente il senso del progetto: «L’appennino è una specie di sintesi dell’italianità: durevolezza e misura. E sfocia nella pianura padana proprio nell’Oltrepò Pavese. L’obiettivo della guida è rendere chi la legge consapevole di questo congiungimento fra pianura e appennino, ma anche quello di fare formazione sugli operatori del territorio». 

In quest’ottica va la Scuola di Narrazione Territoriale, nata all’interno del progetto, che ha l’obiettivo di creare una visione dell’identità e fare sì che gli abitanti la facciano propria. È una narrazione-mosaico che contiene i personaggi, i luoghi e le tradizioni. Attorno a essa si creano competenze e si uniscono delle professionalità.

Si guarda dunque anche agli aspetti più concreti, come testimonia un’altra iniziativa nata con il fine di valorizzare quest’area: con Open Innovation Center, si mira alla tutela e salvaguardia del patrimonio ambientale. Attraverso il coinvolgimento di tre Università (Pavia, Milano Piacenza e Genova) sono infatti partiti, programmi di sperimentazione e ricerca in campo agronomico finalizzati al recupero e valorizzazione di specie autoctone e iniziative di diffusione della conoscenza del patrimonio di biodiversità mirate allo sviluppo dell’ecoturismo. La sfida di Oltrepò(Bio)diverso è quindi quella di riabilitare questa zona dopo che è stata penalizzata dalla superficialità della frequentazione degli anni passati e dal progressivo spopolamento. Proprio in questa direzione va il concerto di iniziative che si intrecciano con un minimo comune denominatore: la volontà di valorizzare la grande biodiversità che si forma qui in ogni ambito. 

«L’Oltrepò ha una strana caratteristica», ci racconta in conclusione Giorgio Boatti. «È un saggio e sperimentato uomo che ha lo spirito innovativo dell’adolescente, che davanti alle sfide non si ritrae, pur ponderandole attentamente con estrema serietà. Qui hanno capito che il domani si costruisce oggi, quindi mi immagino un territorio che in futuro manterrà i suoi fondamentali – ambiente, natura, piccoli borghi, atmosfera rilassata –, ma non avrà paura dell’innovazione. Oggi è un territorio inclusivo e siamo in cammino per fare sì che lo sia anche nei prossimi anni». Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/oltrepo-pavese-bellezza-biodiversita-ritmo-lento/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni