Agricoltura e lavoro cambiano la vita dei giovani con autismo

In occasione della Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo raccontiamo le storie di due realtà della rete di Agricoltura Sociale Lombardia che hanno vinto la scommessa dell’inclusione superando luoghi comuni e timori. Ecco le testimonianze dirette di alcuni ragazzi con autismo, esempi in carne ed ossa di impegno e voglia di imparare. “Il ricordo più bello di questa esperienza è stato iniziarla” racconta Luca. Coltivare opportunità concrete di inclusione per dare valore alle capacità che esistono in ognuno di noi. Questa la missione di Agricoltura Sociale Lombardia che fin dalla sua nascita ha dimostrato un’attenzione particolare alla condizione dell’autismo e della disabilità intellettiva sviluppando percorsi in grado di dare riscatto sociale e formazione alle persone che con questa condizione complessa ci convivono ogni giorno. Tutto ciò con un obiettivo preciso: far germogliare la bellezza e le competenze che esistono oltre ogni fragilità. In occasione della giornata mondiale dedicata alla consapevolezza sull’autismo, la rete regionale dà così voce ad alcune storie capaci di sgretolare quei luoghi comuni che vedono inconciliabile un’attività lavorativa e formativa con questo tipo di disturbo. L’ultimo report parla di ben 1.967 persone con svantaggio che hanno trovato un’opportunità di riscatto grazie ad Agricoltura Sociale Lombardia. Di questi si registrano 1.096 disabili e 871 soggetti in condizione di difficoltà coinvolti a vario titolo nelle attività della rete. Ma sono soprattutto i riscontri dei diretti protagonisti delle esperienze a far brillare questo traguardo.

elilu: a Pavia l’inclusione è la ricetta vincente, come ci dimostra Luca

Un titolo che ha il sapore di una fiaba e che agisce ogni giorno all’insegna della concretezza. La storia dell’azienda agricola elilu – Agricultura Familiare (rete Agricoltura Sociale Pavia) scaturisce dal nome dei suoi fondatori: Elisa Gastaldi e Luca Benicchi, coppia nel lavoro così come nella vita. “elilu, scritto per nostro volere con la minuscola, è il luogo nato il 21 dicembre 2015 dal nostro incontro – spiegano – Fare agricoltura sociale significa realizzare oggi l’autenticità del mondo rurale di ieri: mutualità, crescita personale e interpersonale, solidarietà, valorizzazione dei singoli e della comunità, in tutte le mille sfumature della biodiversità, vegetale, animale, umana”. elilu intreccia così la coltivazione di un modello lavorativo e insieme relazionale che coinvolge la gestione di diverse attività tra cui coltivazione, allevamento, trasformazioni agricole (mulino a pietra, caseificio e laboratorio multifunzionale), vendita diretta e mercati, agriturismo e ristorazione, fattoria sociale e didattica, agricampeggio. Un ventaglio di iniziative dove l’agricoltura sociale detiene un posto d’onore per rendere forti le basi di tutto il resto. E proprio qui germoglia la storia di Luca: sguardo profondo e limpido, poco più di 20 anni sulle spalle e tanta voglia di fare oltre che di imparare. Luca convive da anni con la condizione autistica e tutte le difficoltà che la riguardano, riuscendo però a cogliere diverse soddisfazioni oltre la tempesta e diventando un esempio di riscatto in carne ed ossa. Fondamentale per il suo percorso inclusivo la sinergia tra elilu e “Una mano per…”, associazione fondata nel 2015 da genitori di bambini diversamente abili. Genitori che dopo aver preso coscienza del difficile percorso di vita che stavano affrontando, hanno deciso di mettere a disposizione la loro esperienza a favore di altre famiglie che si trovavano nelle stesse condizioni. Nel 2016 inizia così per Luca un’esperienza didattica all’interno del ciclo produttivo, con attività pienamente concordate con la famiglia al fine di rendere ogni tappa consona alle sue attitudini. “Inizialmente il progetto ha coinvolto Luca nella cura dell’intera filiera di raccolta della materia prima che riguardava alberi da frutto, ortaggi, oltre alla semina stessa – racconta Elisa Gastaldi – Il percorso si è poi sviluppato con diverse attività come quella di accudimento degli animali: Luca ha scelto in particolare i cavalli occupandosi della pulizia dei box e della strigliatura”. Un’attività che poi ha incrementato ulteriori competenze. I traguardi sono stati impreziositi anche da un lavoro speciale rappresentato da un vero e proprio ricettario di quotidianità.

Luca a lavoro presso l’azienda agricola elilu – Agricultura Familiare

“Luca si occupa della pulizia e del nutrimento degli animali come cavalli, mucche, maiali: settore in cui si è specializzato e che gestisce molto bene – sottolinea Elisa – Da tempo sta realizzando un manuale redatto in prima persona in cui esplicita i compiti che esegue ogni giorno e di cui è responsabile in prima persona. Si tratta di un’attività molto importante dal punto di vista del potenziamento dell’autonomia e della responsabilizzazione. Fare esperienze inclusive di agricoltura sociale non significa, infatti, parcheggiare una persona in attività ripetitive ma coinvolgerla in un progetto in cui essa stessa diventa utile e indispensabile. Luca sa che se non riesce a venire a lavorare deve avvisarci perché la sua presenza è per noi preziosa e fondamentale, così come accade per ogni persona che lavora e che diventa utile agli altri. E lui lo è”. 

“Avere un figlio con un disturbo dello spettro autistico ti costringe a fare un viaggio importante: dentro di te e attraverso una nuova vita – racconta Barbara, tenace mamma di Luca che da anni si impegna per dare al proprio figlio un futuro migliore – Quando Luca ha finito le scuole superiori, come spesso accade, ci siamo trovati di fronte al vuoto. Ci siamo chiesti: e ora che cosa possiamo fare? La grande opportunità è arrivata grazie a questo percorso che ha migliorato tantissimo Luca. Certo, non sono mancate le difficoltà, come in ogni esperienza, ma i risultati positivi superano tutto il resto e hanno dato una grande spinta di crescita e responsabilizzazione a Luca oltre che positività e formazione. Elisa e Luca di elilu sono davvero straordinari nel gestire questo progetto: gli hanno insegnato un mestiere”. 

Luca è di poche parole, almeno a voce, di lui raccontano i fatti e l’impegno che ci mette ogni giorno innaffiando di luce e bellezza le attività che compie. Eppure con le parole ci sa fare molto e per noi ha rilasciato questa intervista – in esclusiva – tramite lo scritto che sa comprendere e gestire molto bene. 

Luca, qual è il tuo ricordo più bello in questi 3 anni di esperienza?

“Il ricordo più bello è sicuramente essere entrato a far parte di questa esperienza e lavorare”.

Le tue attività preferite?

“Le attività che mi piacciono di più sono pulire le mucche”.

So che stai scrivendo un manuale dedicato al tuo lavoro quotidiano: ti piacerebbe farlo leggere ad altri?

“Se posso sì, mi piacerebbe e sono contento di scrivere il manuale perciò devo dire che tutto sta funzionando alla perfezione”.
Poi Luca si rende disponibile per l’estate a insegnare ai bambini come accudire i cavalli regalandoci un sorriso finale che guarda al futuro e dimostrando che al di là di ogni disturbo respira un mondo intero.

Green Smiles fattoria “La Cavallina”: a Como l’autonomia vien lavorando

Da anni sul territorio comasco si distingue una realtà impegnata nel costruire occasioni di formazione e inclusione per ragazzi e ragazze con fragilità. Parliamo della fattoria sociale “La Cavallina” (rete Agricoltura Sociale Como) che concretizza tirocini finalizzati all’apprendimento delle mansioni di allevamento degli animali e della gestione del verde e dell’orto. “Gli sbocchi possono essere nel settore agricolo e in quello del florovivaismo, ma anche dei servizi di agricoltura didattica – racconta Ambrogio Alberio, titolare e operatore della fattoria sociale – L’agricoltura sociale dà benessere sia psicologico che fisico rappresentando un supporto al terzo settore per gli obiettivi di inclusione e per i progetti mirati all’autostima e all’autonomia”. 

Nel 2015 la cooperativa “Il Granello – Don Luigi Monza”, in collaborazione con “La Cavallina”, ha dato vita ad un Centro Socio Educativo diverso dagli altri: il CSE Green Smile in fattoria. Il Centro è un servizio per persone adulte con disabilità medio grave che mira al mantenimento delle competenze acquisite durante l’arco della vita. “La particolarità di questo servizio è dato dal fatto che, oltre i tradizionali laboratori in un CSE, le attività svolte principalmente sono il lavoro in fattoria e nell’orto e la cura del giardino e degli spazi verdi – spiegano i referenti del progetto – In fattoria sociale sono previsti due operatori con funzione educativa”. 

Nell’ambito di Green Smiles hanno trovato occasione di crescita anche ragazzi con autismo come Davide e Vladimir che svolgono attività di gestione dell’orto, del giardino e degli animali. “Con queste esperienze sfatiamo davvero tanti luoghi comuni dimostrando che questi ragazzi possiedono delle abilità importanti che emergono proprio se offri loro la possibilità di coltivarle, con fiducia e giusta formazione – evidenzia Ambrogio Alberio – Così come accade in agricoltura sociale ogni progetto lavorativo dovrebbe indirizzarsi sulle attitudini individuali: un discorso che vale per tutti noi, al di là della disabilità che possiamo avere o meno”. 

Visto il successo della collaborazione tra i due enti, a gennaio è stato inoltre aperto anche SFArm, un Servizio di Formazione all’Autonomia rivolto a persone con disabilità lieve e che mira allo sviluppo di competenze nell’ambito delle autonomie personali e della sfera lavorativa. “Prendersi cura degli animali, pulire i loro box, dare loro da mangiare e bere, coltivare ortaggi e piccoli frutti e utilizzarli nel laboratorio di cucina o regalarli ai propri genitori, arrivare al mattino trovando il giardino ordinato e pieno di colori permette alla persona di toccare con mano il frutto del proprio lavoro”, sottolineano gli educatori.

“L’essere a contatto con la natura ed essere soddisfatti del risultato aumenta il livello di benessere e di autostima. In particolare i ragazzi con disturbo dello spettro autistico traggono giovamento dalla routine su cui si basa il lavoro in fattoria: lavori ben precisi e conosciuti, che possono essere svolti in piena autonomia. La collaborazione con i compagni è necessaria per portare a termine correttamente il lavoro, allenando e affinando quotidianamente le proprie capacità relazionali. Infine l’avvicinamento agli animali, soprattutto per chi ha difficoltà comunicative, permette di sfruttare il canale non verbale”.  

A testimoniare la positività dell’esperienza vissuta ecco alcuni resoconti dei ragazzi con autismo coinvolti nelle attività, uno di questi è Davide, 24 anni: “Riesco a gestire gli animali e a pulire i loro box e gli spazi. Preferisco dividere i compiti di gestione dell’orto così da poter lavorare bene. A volte faccio fatica a farmi ascoltare dai compagni”. Non mancano esperienze di ippoterapia che preparano al contatto con gli animali: “Faccio equitazione e partecipo a diverse gare”, racconta soddisfatto Vladimir. La cooperativa “Il Granello – Don Luigi Monza” ha inoltre un alloggio per l’autonomia nel comune di Turate: “Questa è una casa dove con altri ragazzi svolgo numerose attività come cucinare, pulire la casa, preparare il letto e i miei vestiti” spiega Davide.  Green Smiles sta organizzando con il Comune di Guanzate un evento dove i ragazzi con autismo avranno un ruolo importante in veste di arbitri nell’ambito di giochi didattici. Inoltre saranno presto coinvolti in lavori di manutenzione conservativa sul territorio comasco, al di là dei confini della fattoria sociale: un’ulteriore conferma di inclusione sociale e lavorativa.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/04/agricoltura-lavoro-cambiano-vita-giovani-con-autismo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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L’amianto toglie ancora il respiro (parte prima)

Tremila morti all’anno solo in Italia, più di 30milioni di tonnellate ancora da bonificare, 370mila edifici contaminati, fra cui moltissime scuole. L’emergenza amianto non è affatto un problema del passato. Abbiamo intervistato Maura Crudeli, presidente AIEA (Associazione Italiana Esposti Amianto), che denuncia come colossi industriali quali Cina, India e Russia non abbiano proibito l’uso di questo agente tossico e che l’amministrazione Trump lo abbia reintrodotto nell’edilizia degli USA.

“Fra i 3 e i 4mila morti ogni anno solo in Italia, quasi 15mila in Europa e più di 100mila nel mondo. Se qualcuno pensa che l’emergenza amianto sia un problema del passato è smentito dai numeri del RENAM-Registro Nazionale dei Mesoteliomi, dell’ISS-Istituto Superiore della Sanità e dai dossier di Legambiente”. Ce lo ha detto Maura Crudeli, presidente dell’AIEA-Associazione Italiana Esposti Amianto – una delle associazioni che compongono il neonato Coordinamento Nazionale Amianto e facente parte della rete internazionale Ban Asbestos  – tutte impegnate nella sensibilizzazione verso il problema, nella pressione alle istituzioni e nel supporto alle vittime e ai loro parenti.

Maura è una friulana trapiantata a Roma, dove è diventata una conosciuta organizzatrice di eventi e una filmaker. Fra i suoi lavori, vanno citati il documentario “Attenti al treno”, sul reparto di coibentazione della FIAT Ferroviaria di Savignano, un posto di lavoro ambitissimo fino a qualche decennio fa, che gli operai svolgevano immersi in una fitta nebbia polverosa… d’amianto; “I Vajont”, altro documentario, stavolta a episodi, su alcune fra le più eclatanti tragedie provocate dall’avidità, dalla sete di potere e dall’indifferenza dell’uomo, inclusa quella di Broni, sede di uno stabilimento della Fibronit, una tra le più grandi aziende produttrici di cemento amianto in Italia; infine, l’ultimo spot di AIEA ONLUS  volto a mantenere alta l’attenzione sul tema, dal titolo estremamente efficace: l’amianto ti toglie il respiro. Come sottolinea lei stessa nella nostra intervista video, la lotta all’amianto (detto anche asbesto) e il sostegno alle sue vittime è diventata una delle missioni nella sua vita dal 2010, ossia da quando  suo padre Mauro, coibentatore all’interno dei cantieri navali di Fincantieri, è morto a causa di un mesotelioma, un tumore raro associato all’esposizione all’amianto. 

A 30 anni esatti dalla sua fondazione, AIEA – una Onlus senza fini di lucro – continua a battersi a livello globale per l’abolizione dell’amianto in ogni forma diversa dallo stato di minerale in cui si trova in natura (l’unico stato nel quale non è nocivo per la salute). In accordo con quanto afferma l’OMS-Organizzazione Mondiale della Sanità, l’AIEA sostiene che, “secondo gli attuali livelli di conoscenza scientifica sui danni causati alla salute dall’inalazione di fibre di amianto, non esiste alcun livello minimo di soglia al di sotto del quale vi sia sicurezza, per cui la massima concentrazione accettabile di fibre non può che essere zero”.

Nata dal movimento di lotta per la salute Medicina Democratica, l’AIEA è stata fondata nel 1989 a Casale Monferrato, sede della celebre fabbrica di fibrocemento Eternit. Tre anni dopo la sua costituzione fu approvata, dopo una lunga e difficile gestazione, la legge 257/1992, ovvero “Norme per la cessazione dell’impiego dell’amianto”. Una vera e propria legge-svolta, alla quale ha contribuito in misura determinante proprio la grande mobilitazione sociale dovuta all’attività delle associazioni degli esposti, delle associazioni ambientaliste e di quelle sindacali. Nella legge si stabilisce che, in Italia, “sono vietate l’estrazione, l’importazione, l’esposizione, la commercializzazione e la produzione di amianto, di prodotti di amianto o di prodotti contenenti amianto”.

Tuttavia, nonostante l’approvazione della legge e la capillarità della successiva azione di bonifica nelle cave e nei siti industriali nei quali in passato sono state realizzate le lavorazioni, resta ancora molto da fare. In Italia, per esempio, dove non tutte le regioni hanno applicato i piani regionali per l’amianto e provveduto alla mappatura prevista dalla legge 257/92, si stima vi siano ancora fra le 33 e le 39 milioni di tonnellate della fibra killer ancora da bonificare, fra cui quasi 58 milioni di metri quadri di coperture in cemento amianto. Sconcertante il dato riguardante il censimento degli edifici nel nostro paese, che rivela come, dei circa 370mila edifici contenenti amianto presenti oggi sul nostro territorio, più di 50mila siano pubblici e di questi molte siano scuole. Secondo Censis e Legambiente, infatti, il 10% delle scuole italiane presenta ancora strutture in amianto.  

Come se non bastasse, il dato internazionale è ancora più preoccupante. Se nel corso degli ultimi due decenni in tutta Europa l’amianto è stato proibito – sia in fase di estrazione che in fase di produzione e commercializzazione – la stessa cosa non si può dire del resto del mondo. Al momento sono difatti solo 53 (su un totale di 196) i paesi del mondo che ne hanno proibito l’estrazione e l’utilizzo. In tutti gli altri, inclusi colossi industriali come Cina, India e Russia, questo materiale è ancora utilizzabile, a volte in tutte delle sue molteplici forme, a volte solo in alcune. Come nel caso degli USA, nei quali l’amministrazione Trump, nell’estate 2018, è tornata sui passi tracciati dai governi precedenti reintroducendo l’uso dell’amianto nell’edilizia (da cui era stato bandito nel 1989). Insomma, la parola d’ordine è, ora come prima, vietato abbassare la guardia!

Continua…

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/amianto-toglie-ancora-respiro-parte-prima/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Damiano, il giovane contadino musicista

Un’agricoltura lenta e locale che pur mantenendo stretto il legame tra chi la pratica e la terra lascia all’agricoltore il tempo e lo spazio per altre passioni. È questa la strada seguita da Damiano, il giovanissimo contadino e musicista protagonista del primo documentario della serie “TERRE” che narra la vita ed il lavoro di alcuni piccoli produttori agricoli, partendo dalle zone piacentine. Damiano Sprega ha vent’anni ed è un agricoltore. Il primo cortometraggio della serie di documentari “TERRE” è incentrato su di lui e sull’azienda agricola Casa Della Memoria Casella (San Protaso di Firenzuola – Piacenza). È una storia semplice, nel senso più positivo del termine. Damiano è genuino e spontaneo, lo si percepisce vedendolo rispondere alle domande.

Il documentario non si apre però discutendo di agricoltura. Damiano parla della sua più grande passione: la musica. Racconta delle emozioni che gli dà, di come abbia intenzione di dedicare il suo tempo e le sue energie in una carriera da musicista. Ma, allora? Stiamo andando fuori tema? No, questo documentario ha un messaggio da estrapolare dalle sensazioni del giovane agricoltore-musicista. L’agricoltore è un mestiere totalizzante, per come lo intendiamo ai giorni nostri, l’imprenditore agricolo deve produrre e guadagnare il più possibile, questo è il dogma. L’agricoltura industriale spinge a produrre sempre più, così l’agricoltura è nelle mani di poche persone che devono lavorare tantissimo, a questo siamo abituati. Ma Damiano non vuole tutto ciò. Ama la sua terra, la stessa terra che suo nonno ha coltivato e coltiva ancora con cura e dedizione. Rispetta la natura e il lavoro con cui la sua famiglia può vivere dignitosamente e sostenere la sua grande passione musicale. Non ha intenzione di lasciare questa occupazione, gli piace. Dice che continuerà a prendersene cura, anche l’agriturismo dovesse chiudere, anche se il contadino non sarà il suo primo lavoro.

Damiano Sprega

Quando diciamo che nel futuro bisognerà tornare ad un’agricoltura più lenta e locale, legata al territorio, fatta dai contadini e non dai grandi imprenditori agricoli quello che m’immagino sono tanti ragazzi come Damiano che torneranno alla terra. Come molti giovani d’oggi avranno altre passioni, ma avranno anche l’esigenza di rimanere a contatto con la natura e col cibo, prendendosi cura di un campo, di un orto o un giardino. Sarà quell’attività quotidiana che ci manterrà sani fisicamente e mentalmente. In futuro l’agricoltura non sarà per forza un lavoro full-time? Potrà essere un lavoro che svolgeremo al di fuori dalle logiche di mercato, allo scopo di produrre cibo e curare l’ambiente? Queste sono le domande che sono sorte dalla visione del corto. In passato non è stato così per vari motivi. I giovani che si affacciano all’agricoltura adesso hanno davanti un nuovo mondo, hanno vecchi schemi da archiviare e nuovi metodi da inventare. Non sarà facile, questo anche Damiano lo sa, ma è una strada che vale la pena percorrere. Il progetto indipendente di documentari “TERRE”, prodotto e ideato dalla casa di produzione MaGestic Film, si propone di narrare la vita e il lavoro di alcuni piccoli produttori agricoli, partendo dalle zone piacentine, espandendosi poi su altri territori, coinvolgendo anche enti, associazioni e fondazioni locali. Qui in seguito il link al primo episodio, scritto e diretto da Silvia Onegli, disponibile gratuitamente anche su YouTube.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/damiano-giovane-contadino-musicista/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Dal parapendio al butterflywatching, nuovi modi per scoprire la biodiversità

Oltrepò Outdoor Experience è un insieme di proposte di attività all’aria aperta sostenute dal progetto AttivAree con un minimo comune denominatore: scoprire in modo lento ed ecologico l’incredibile patrimonio di biodiversità che caratterizza l’Oltrepò Pavese. C’è chi preferisce scoprire il territorio immergendovisi, attraversandolo con il passo allenato del trail runner, respirando l’aria dei boschi e percorrendo i lunghi sentieri montani e collinari di questa fetta d’Italia tanto sconosciuta quanto affascinante.

A lui o lei è rivolto l’invito di Federico di Oltrepò Trail, associazione nata «per incentivare le persone a fruire del territorio in un modo un po’ inusuale: la corsa in montagna». Volete risparmiare fiato e godervi il paesaggio dell’Oltrepò ancora più lentamente? Niente paura! Oltre che di trail running, Federico è anche istruttore di nordic walking. Ma c’è anche chi la Natura preferisce ammirarla dall’alto. Proprio così: vi poterete librare a centinaia di metri d’altezza e sorvolare la campagna pavese come una poiana. Non un uccello a caso, visto che questo rapace è uno dei simboli dell’Oltrepò Pavese e dà anche il nome al locale club di parapendio. Il volo libero è un modo alternativo e certamente affascinante per visitare una delle culle della biodiversità europea. «Ho sempre tenuto molto a questo territorio – ci confida Lucia del club Le Poiane d’Oltrepò – e sono stata piacevolmente colpita dal progetto Oltrepò(Bio)diverso. Credo che quando si fanno delle azioni concrete valga davvero la pena seguirle e dare il proprio contributo».

Già, perché queste esperienze turistiche e sportive sono unite da due aspetti. Il primo, naturalmente, è che consentono di esplorare da nuove prospettive un territorio intrigante come quello dell’Oltrepò. La seconda è che sono sostenuti dal progetto Oltrepò(Bio)diverso, portato avanti da Fondazione Cariplo con il sostegno di numerose realtà locali nell’ambito del programma AttivAree, dedicato alla riscoperta e alla rivitalizzazione delle zone marginali del nostro paese. Ma torniamo alle outdoor experiences fra cui può scegliere chi vuole avventurarsi in Oltrepò. Non siete degli sportivi e preferite una passeggiata fra i filari sorseggiando un bicchiere di buon vino? Ancora una volta, questo è il posto giusto per voi! Giacomo, della cantina Torre degli Alberi, ci racconta un progetto che lega a doppio filo il turismo enologico con quello naturalistico: «ViNO – Vigneti e Natura in Oltrepò è volto a tutelare la biodiversità nei vigneti di questa zona. Ciò avviene in particolare attraverso il monitoraggio delle farfalle e di alcune specie di uccelli e la preservazione del loro habitat». Ma le vere regine dell’Oltrepò sono loro. Con ali delicate e variopinte volano da un fiore all’altro portando alta la bandiera della biodiversità, che qui si manifesta in maniera dirompente. L’Oltrepò è infatti la casa di più di 120 specie di farfalle, come ci ricorda Francesco Gatti, dell’associazione IOLAS.

«Il progetto Oltrepò(Bio)diverso, all’interno del programma AttivAree, ha individuato sei siti di particolare pregio nei quali il visitatore può apprezzare questa incredibile varietà grazie anche al supporto di pannelli informativi che lo accompagnano lungo i percorsi», spiega Francesco. Il butterflywatching infatti può essere davvero una risorsa importante nell’ambito dell’eco-turismo, alla portata di tutti e adatta a grandi e piccoli.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/parapendio-butterflywatching-scoprire-biodiversita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Turismo accogliente e solidale per scoprire le aree montane

“Valli Accoglienti e Solidali” è il nome del circuito, sostenuto da Fondazione Cariplo grazie al programma AttivAree, che ha l’obiettivo di far scoprire le valli Trompia e Sabbia attraverso strutture ricettive che affiancano alla scoperta del territorio progetti di inclusione sociale. Se passate per queste valli e decidete di fermarvi in una delle strutture ricettive di cui vi vogliamo parlare, noterete subito qualcosa di particolare. Non solo la bellezza dei luoghi e il piacere di scoprirli a ritmo lento ma anche quel valore aggiunto dato dalle persone che gestiscono posti come Casa Maer o il Co.ge.s.s. Bar.

Ma partiamo dall’inizio. Tutto è stato possibile grazie al sostegno di Fondazione Cariplo e del suo programma Valli Resilienti, che ha l’obiettivo di rivitalizzare e far conoscere le valli bresciane Trompia e Sabbia. Nell’ambito del progetto si inserisce “Valli Accoglienti e Solidali”, un circuito turistico che unisce alla scoperta del territorio l’inclusione sociale.

La proposta turistica del Circuito si sviluppa lungo tre filoni esperienziali, che la responsabile innovazione sociale del progetto AttivAree Valli Resilienti Claudia Pedercini ci illustra: «Il primo filone riguarda la parte culturale e punta a valorizzare i siti culturali e turistici già presenti sul territorio, come ecomusei e biblioteche. Il secondo è quello enogastronomico, che vuole far conoscere ai viaggiatori le eccellenze e i prodotti tipici locali. Il terzo filone è quello relativo all’outdoor: camminare lento, trekking con gli asini, cicloturismo e tutto ciò che consente di stabilire un legame con la natura». 

Il Circuito non è fatto solo di proposte turistiche responsabili; parte della sua forza è data dalla costruzione di uno “stile” di ricettività turistica etico e solidale. Ne è un esempio il Co.ge.s.s. Bar. Ma di cosa si tratta esattamente? Ce lo spiega Ester Colotti, coordinatrice del laboratorio di inclusione sociale: «Il Co.ge.s.s. Bar – Non solo bar si trova nel borgo di Lavenone ed è un bar solidale. Qui lavorano persone disabili seguite dalla nostra cooperativa sociale che ogni giorno hanno la possibilità di imparare il mestiere dal punto di vista tecnico e di costruire una relazione con i clienti della nostra piccola comunità».

La cooperativa gestisce anche Casa Maer, sempre a Lavenone, la nuova casa d’Artista del progetto Borghi Italiani promosso da Airbnb Italia, che è stata inaugurata ad ottobre 2018 grazie al contributo di Fondazione Cariplo. Casa Maer si affianca all’offerta turistica dell’Ostello sociale Borgo Venno. In entrambe le strutture, come ci spiega la referente Federica Bacchetti, i ragazzi della cooperativa possono sperimentare esperienze finalizzate all’inclusione sociale, come la cura degli ambienti e della casa, la manutenzione e il contatto con la clientela. «Sono tutte abilità che qui possono acquisire grazie al supporto di tutor – sottolinea Federica – per poi portarsele a casa e sfruttarle nella vita quotidiana». 

L’obiettivo della cooperativa è proporre ai visitatori un’offerta ricettiva accogliente e capace di offrire esperienze che consentano di stabilire un legame con il territorio e i suoi abitanti. Per fare questo Co.ge.s.s. si occupa anche di enogastronomia e organizza cene in luoghi insoliti. Questa estate, per esempio, si è tenuto un primo evento nel borgo di Presegno, che ha visto anche l’inclusione sociale di persone disabili. A pochi chilometri da Lavenone, nel Comune di Marmentino, si trova Casa Saoghe. È una vecchia abitazione contadina trasformata in casa di accoglienza solidale e affidata alla cooperativa Fraternità Impronta. Questa casa vacanze è gestita dai minori della Cascina Cattafame che, accompagnati dagli educatori della cooperativa, si occupano dell’accoglienza e della cura del verde. Possiamo parlare a tutti gli effetti di accoglienza solidale, dal momento che gli ospiti sono persone del territorio con fragilità o bisogni particolari. Qui vengono organizzati anche eventi per la scoperta del territorio come il trekking a passo d’asino che rappresentano il fiore all’occhiello della proposta turistica di Casa Saoghe. Non mancano anche qui i rapporti con il territorio e in particolare con le malghe e le aziende agricole della zona che propongono prodotti tipici facendo scoprire agli ospiti e alle loro famiglie i processi produttivi tradizionali grazie ai quali si supportano i progetti di inclusione sociale.

«Il circuito Valli Accoglienti e Solidali contiene molti aspetti su cui punta il Programma AttivAree», sottolinea Viviana Bassan di Fondazione Cariplo. «Dentro troviamo un forte lavoro di rete realizzato nei mesi scorsi, l’attenzione alla valorizzazione in modo innovativo delle risorse locali, la crescita di ruolo degli attori del territorio, in particolar modo delle realtà non profit, che mantengono allo stesso tempo salde la loro mission e l’attenzione verso le persone più fragili. Importante occasione offerta dal circuito, lavorando sul turismo, è anche l’apertura delle valli e di tutti gli attori coinvolti verso nuove comunità di “fruitori” e nuove partnership con l’esterno, come testimonia anche la collaborazione con Airbnb, con l’attenzione nel promuovere un turismo sostenibile e quindi rivolto a persone interessate alla tutela dell’ambiente, alla solidarietà, all’incontro autentico con la comunità locale».

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/turismo-accogliente-solidale-aree-montane/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La rinascita dei borghi: la vecchia centrale idroelettrica diventa un polo per la comunità

Una centrale idroelettrica dismessa da anni diventa un polo al servizio della popolazione. Un borgo rurale verrà ristrutturato per i giovani imprenditori che ancora oggi lavorano sul territorio. È ciò che sta avvenendo nella Valli Sabbia e Trompia grazie al progetto Valli Resilienti, finanziato nell’ambito del programma AttivAree di Fondazione Cariplo. Qualche decina di anni fa le centrali idroelettriche di cui sono disseminate queste valli erano il cuore pulsante di un boom industriale che – oggi lo possiamo dire – a questi territori ha regalato più che altro un benessere effimero e un conseguente lento decadimento. Ma come spesso accade una fine è anche un nuovo inizio e da queste montagne arrivano due storie che lo possono testimoniare.

Siamo in Valle Sabbia. Quello che sta avvenendo nel piccolo paese di Barghe è un esempio della capacità di rigenerazione insita nelle belle idee e nell’intraprendenza della gente. Qui sorge una centrale idroelettrica costruita ai primi del novecento e dismessa negli anni ’70. Oggi questo vecchio residuo industriale si sta trasformando per tornare al servizio della comunità. 

«Stiamo lavorando a un progetto di recupero per far tornare questo fabbricato un luogo di produzione: un tempo produceva energia elettrica, oggi produrrà cultura, formazione e informazione». A parlare è l’architetto Davide Baretto, che descrive il progetto di riqualificazione reso possibile grazie al programma AttivAree di Fondazione Cariplo, finalizzato a rivitalizzare le aree interne, oggi considerate spesso degradate e marginali. Nelle valli bresciane Trompia e Sabbia, la Fondazione sta intervenendo attraverso Valli Resilienti, uno dei due progetti di AttivAree, grazie al quale questi due valli si uniscono con la comune finalità di rilanciare la montagna bresciana facendo leva sulle risorse endogene culturali, storiche e ambientali, sull’accoglienza improntata alle risorse della comunità locale, su ciò che funziona e che deve essere amplificato e mutuato da valle a valle.

La ex centrale idroelettrica di Barghe

Queste modalità sono confermate anche da Marta Vezzola, referente della comunicazione del progetto di Barghe: «La destinazione di questo immobile si definirà in maniera inclusiva. Stiamo organizzando un processo partecipativo che riguarda la popolazione tutta e che vuole dare una soluzione reale scelta in base alle necessità della comunità». 

Barghe sarà la sede che ospiterà la rappresentazione della mappa di comunità della Valle Sabbia, che ha visto i cittadini coinvolti in un percorso di riscoperta e riappropriazione dei “luoghi del cuore” del loro territorio. Se a Barghe le infrastrutture del rilancio della valle nasceranno sulle ceneri di un’eredità industriale, presso il borgo di Rebecco il sostrato è costituito dalle vestigia della cultura e dell’architettura contadine proprie del territorio. «Questo borgo è un posto magico – spiega Fabrizio Veronesi, della Comunità Montana della Valle Trompia – perché è rimasto conservato nei secoli e racchiude la storia e la tradizione dei popoli che hanno vissuto in questa valle».

Gli studenti delle scuole del territorio e dell’Università di Brescia hanno studiato questo antico insediamento rurale per avviare il progetto di recupero e di valorizzazione dei suoi fabbricati. L’auspicio è che questo processo di rigenerazione architettonica dia luogo a sua volta a un analogo processo di rigenerazione sociale.

Uno scorcio dell’insediamento rurale di Rebecco

«La nostra aspirazione – prosegue Veronesi – è che questo posto venga affidato a delle energie nuove che costituiscano un volano di attrazione e di opportunità per tutte le realtà agricole e di trasformazione dei prodotti della terra che ancora resistono nella nostra valle». 

«Barghe e Rebecco testimoniano come il progetto Valli Resilienti, promosso dalla Fondazione Cariplo nell’ambito del Programma AttivAree, abbia affrontato in maniera innovativa il tema del recupero degli spazi, adottando il principio del design thinking per coinvolgere e ingaggiare la comunità nelle scelte e nelle modalità di rigenerazione dei luoghi del territorio», conclude Noemi Canevarolo di Fondazione Cariplo. «Inoltre Valli Resilienti si dimostra capace di rendere attrattivi i luoghi di montagna anche in rapporto ai limitrofi poli urbani. Rebecco ne è un esempio: un borgo che sarà ristrutturato e riattivato da una rete di imprese di giovani del luogo e ora anche sede del workshop della Domus Accademy, una delle più importanti scuole di design di Milano».  Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/rinascita-borghi-centrale-idroelettrica-polo-comunita/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Oltrepò Pavese: bellezza e biodiversità a ritmo lento

Fondazione Cariplo, Touring Club Italiano e diverse associazioni no profit del territorio uniscono le forze per far rinascere l’Oltrepò Pavese, area poco conosciuta ma dalle grandissime potenzialità, che raccoglie fra le sua valli Natura, cultura, tradizioni e un grande patrimonio enogastronomico.

«Queste noci sono più piccole di quelle che si trovano in giro, ma sono anche più saporite. Eppure nessuno le conosce. L’Oltrepò è così: una regione poco nota, che non ha una narrazione adeguata». L’esempio che ci fa il giornalista e scrittore Giorgio Boatti affondando la mano in un invitante cesto di noci è perfetto per spiegare il carattere di questa regione e inquadrare gli obiettivi del progetto “Oltrepo(Bio)diverso, la natura che accoglie”

Portato avanti da una ventina di enti no profit del territorio e sostenuto con forza da Fondazione Cariplo nell’ambito del programma di rivitalizzazione delle aree interne “AttivAree”, questo progetto ha lo scopo di recuperare le tradizioni e le eccellenze territoriali per porgerle a un turismo mutato nel corso del tempo.

Mutato perché alle incursioni mordi e fuggi dei milanesi che hanno caratterizzato i flussi turistici dei decenni scorsi si sta sostituendo una frequentazione diversa. Il turista ideale dell’Oltrepò non deve avere fretta, deve avere il piacere della lentezza, l’occhio allenato a cercare le piccole cose. In questa parte d’Italia si incontrano la zona climatica continentale e quella mediterranea e da questa mistura nasce grande fecondità. Ed è proprio sulla biodiversità e sul suo patrimonio naturale che l’Oltrepò Pavese ha puntato tutto nella sua sfida per la rinascita avviata attraverso il Progetto Oltrepò(Bio)diverso. In quest’area a elevato indice di biodiversità – dove sono state censite ben 122 specie di farfalle, più del 40% di quelle italiane e il doppio delle specie che volano in Gran Bretagna – è in corso un processo per la rinascita, che ha messo in campo molte azioni articolate su vari assi d’intervento. I risultati arrivano: ultimo solo in ordine di tempo, la nascita di una guida dedicata a marchio Touring Club Italiano

«È guida di non tante pagine, ma di grande densità di informazioni, all’interno della quale abbiamo cercato di raccontare il territorio mettendone in risalto gli aspetti più curiosi», racconta Gino Cervi, scrittore e coautore di “Oltrepò Pavese – L’appennino di Lombardia”. «È un po’ un invito al viaggio attraverso percorsi non convenzionali, storie legate a una cultura millenaria ma anche contemporanea». 

«L’Oltrepò Pavese ritratto in questa guida stupisce ed entusiasma, confermandosi meta di fascino per un turismo di prossimità che guarda alle città dietro l’angolo. Gli itinerari proposti sono ‘gite fuori porta’ che in un pugno di chilometri conducono in un mondo ricco di suggestioni, dove la natura con la sua immensa riserva di biodiversità domina e incanta», spiega Giuseppe Guzzetti, Presidente di Fondazione Cariplo, commentando l’iniziativa. «Questa pubblicazione è frutto di un più ampio processo di rinascita del territorio avviato grazie al Programma AttivAree di Fondazione Cariplo dedicato alle aree interne e rappresenta un’importante opportunità di rilancio per l’Oltrepò Pavese, che si afferma come sorprendente luogo di interesse turistico». 

Partendo dal titolo della guida, Giorgio Boatti approfondisce ulteriormente il senso del progetto: «L’appennino è una specie di sintesi dell’italianità: durevolezza e misura. E sfocia nella pianura padana proprio nell’Oltrepò Pavese. L’obiettivo della guida è rendere chi la legge consapevole di questo congiungimento fra pianura e appennino, ma anche quello di fare formazione sugli operatori del territorio». 

In quest’ottica va la Scuola di Narrazione Territoriale, nata all’interno del progetto, che ha l’obiettivo di creare una visione dell’identità e fare sì che gli abitanti la facciano propria. È una narrazione-mosaico che contiene i personaggi, i luoghi e le tradizioni. Attorno a essa si creano competenze e si uniscono delle professionalità.

Si guarda dunque anche agli aspetti più concreti, come testimonia un’altra iniziativa nata con il fine di valorizzare quest’area: con Open Innovation Center, si mira alla tutela e salvaguardia del patrimonio ambientale. Attraverso il coinvolgimento di tre Università (Pavia, Milano Piacenza e Genova) sono infatti partiti, programmi di sperimentazione e ricerca in campo agronomico finalizzati al recupero e valorizzazione di specie autoctone e iniziative di diffusione della conoscenza del patrimonio di biodiversità mirate allo sviluppo dell’ecoturismo. La sfida di Oltrepò(Bio)diverso è quindi quella di riabilitare questa zona dopo che è stata penalizzata dalla superficialità della frequentazione degli anni passati e dal progressivo spopolamento. Proprio in questa direzione va il concerto di iniziative che si intrecciano con un minimo comune denominatore: la volontà di valorizzare la grande biodiversità che si forma qui in ogni ambito. 

«L’Oltrepò ha una strana caratteristica», ci racconta in conclusione Giorgio Boatti. «È un saggio e sperimentato uomo che ha lo spirito innovativo dell’adolescente, che davanti alle sfide non si ritrae, pur ponderandole attentamente con estrema serietà. Qui hanno capito che il domani si costruisce oggi, quindi mi immagino un territorio che in futuro manterrà i suoi fondamentali – ambiente, natura, piccoli borghi, atmosfera rilassata –, ma non avrà paura dell’innovazione. Oggi è un territorio inclusivo e siamo in cammino per fare sì che lo sia anche nei prossimi anni». Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/oltrepo-pavese-bellezza-biodiversita-ritmo-lento/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La Compagnia della Polenta: cibo buono e vegano per i senzatetto

Tutti i giovedì a Milano un gruppo di volontari si incontra per cucinare e poi portare cibo sano, buono e vegano alle persone senza dimora. “La Compagnia della Polenta”: è così che è stato scherzosamente chiamato questo progetto nato nel 2015, poiché il primo pasto servito fu polenta con sugo di legumi e venne particolarmente apprezzato. Cibo buono e vegano per tutti! Così recita il motto della Compagnia della Polenta un gruppo di amici di Milano che dal 2015 distribuisce pasti alle tante, troppe persone che vivono per strada e non possono permettersi un piatto caldo. Abbiamo incontrato il portavoce, Roberto Bertani che ci ha spiegato come tutto è nato.

Com’è nata l’idea?

Eravamo un gruppo di amici che svolgevano volontariato presso Vitadacani onlus, l’associazione che gestisce il parco canile di Arese e in quel periodo, dicembre 2015, stavamo raccogliendo le coperte per i cani. Una sera ci trovammo a parlare di una notizia che ci aveva intristito moltissimo: un senza tetto che era morto assiderato a Milano, nell’indifferenza più totale. Da un pensiero condiviso è scattata in noi la necessità di fare qualcosa anche per gli esseri umani in difficoltà (visto che degli esseri animali ci stavamo già occupando) e così ci è venuta l’idea: preparare dei pasti e delle bevande calde e portarle personalmente alle persone che vivono ai margini della società. All’interno del parco canile disponiamo di una cucina e così è nato il primo piatto che abbiamo poi distribuito a queste persone: polenta con sugo di legumi. Era di giovedì e da allora è diventato per noi un appuntamento fisso: ogni giovedì sera prepariamo e portiamo piatti caldi a queste persone e nel 2017 è nata l’associazione. Ad oggi distribuiamo 7200 pasti all’anno. 

E il nome?

La polenta è stato il primo piatto che abbiamo cucinato e riscuote sempre un gran successo. Di comune accordo è diventato il nostro nome e il nostro modo per farci riconoscere.

Perché vegano?

Quando abbiamo iniziato eravamo tutti vegani, oggi il numero di volontari è cresciuto e tra loro ci sono anche persone onnivore. Siamo tassativi solo sui piatti: tutto dev’essere rigorosamente senza proteine animali. Siamo convinti che si possano preparare dei piatti buonissimi, salutari e gustosi senza provocare la sofferenza di nessun altro essere vivente e i nostri piatti vengono sempre molto apprezzati.  Un piatto di minestra calda, di polenta (la cuciniamo spessissimo) o di legumi, vengono apprezzati molto di più di un semplice panino e nel prepararla c’è tutto il nostro amore per la vita, di qualunque forma sia. Cuciniamo sempre un piatto unico e spesso aggiungiamo un frutto o un dolce, preparato sempre dai nostri volontari. 

Quante persone fanno parte di questo progetto e come siete organizzati?

In questi anni si sono aggiunte molte persone felici di darci una mano, c’è molto da fare e ogni aiuto è gradito: si organizza la spesa, si cucina, si va sul posto a distribuire le vivande ma ci occupiamo anche della raccolta e distribuzione di coperte, vestiti, intimo, prodotti per l’igiene personale. Ad oggi siamo circa 30/40 volontari.

Come vi sostenete?

La maggior parte dei fondi deriva da noi, ma con il passare del tempo le persone hanno conosciuto il nostro progetto e abbiamo iniziato a ricevere un po’ di aiuti, a volte in denaro a volte in provviste. Si può donare tutto, purché in buone condizioni, ad esempio abbiamo dentisti che ci donano spazzolini da denti e dentifricio, ogni gesto può significare molto per queste persone. Inoltre spesso organizziamo degli eventi, abbiamo partecipato al Miveg e organizziamo degli aperitivi dove presentiamo il nostro progetto e raccogliamo fondi. 

Come collaborate con le altre associazioni?

Ogni associazione ha un giorno fisso. Noi siamo presenti tutti i giovedì sera fino alle 22.30 ed è bello quando queste persone ci salutano dicendo: “Ci vediamo giovedì allora?” oppure “ecco i vegani!” ma in modo amichevole, per farci capire che ci riconoscono, nessuno lo fa in modo critico anzi. 

Ecco appunto, come riuscite a spiegare la vostra scelta a persone che spesso una scelta non la hanno?

Ad alcuni sembrerà strano ma la verità è che nessuno ha mai criticato la nostra scelta. Ovviamente abbiamo un approccio rispettoso verso tutti, le critiche non portano a nulla, soprattutto in questo contesto e non è lo scopo di quello che facciamo, pensiamo sia molto più utile e costruttivo far provare i nostri buonissimi piatti e soprattutto è importante il dialogo. Di fronte a noi ci sono persone che non hanno fissa dimora, è vero, ma non per questo non hanno la capacità di riflettere ed ascoltare anche quando si parla di tematiche di questo genere, anzi la parte più bella è proprio poter parlare con loro. 

Cosa intendi?

Moltissime di queste persone soffrono a causa della loro situazione, perché hanno perso tutto e sono invisibili, questo pesa più della fame. Presso le parrocchie o altre associazioni si può trovare un pasto ma è molto più difficile che qualcuno si fermi a parlare con loro e che sia davvero interessato alla loro storia personale, noi ci teniamo molto invece a sapere chi abbiamo davanti e a chiamarli per nome.

Chi sono le persone che aiutate?

Di sicuro penserai a persone straniere o a immigrati invece devo dirti che ci sono moltissime persone della nostra stessa nazionalità e nessuno conosce la loro disperazione: anziani con una pensione talmente misera da non riuscire ad arrivare alla fine del mese, divorziati con talmente tante spese che per loro non resta più nulla, persone che hanno perso il lavoro e la loro vita da un giorno all’altro. È triste ma è più reale di quanto si possa immaginare. 

Organizzate qualcosa per le giornate di festa?

Se capitano di giovedì certamente, altrimenti ci saranno altre associazioni presenti. Sembra strano ma il periodo natalizio è quello in cui queste persone hanno meno bisogno di noi: tutti sono più buoni e quindi donano loro un panettone o altro. Appena passato il periodo di festa però ognuno torna alla sua vita e alla sua normalità, fino al prossimo Natale. Noi vorremmo sensibilizzare le persone a fare qualcosa anche durante tutti gli altri giorni dell’anno. Salutiamo Roberto promettendogli che andremo a trovarli presto per dare loro una mano e per sentire più da vicino queste realtà di cui spesso ci dimentichiamo. Sulla loro pagina facebook trovate tutti i contatti e le modalità per aiutare loro a portare avanti questo bellissimo progetto.  Di sicuro questo incontro ci ha dato parecchio su cui pensare e riflettere. Durante le feste sembriamo più sensibili a tematiche di questo genere e facciamo quasi tutti buoni propositi per l’anno nuovo. Sarebbe bello impegnarci a guardarci un po’ di più intorno e a riflettere sul fatto che ogni giorno possiamo tendere una mano a chi è meno fortunato di noi e che basta davvero poco, a volte basta davvero soltanto esserci. Inoltre, è una piccola lezione per chi pensa che i vegani siano sensibili solo verso gli animali e che non abbiano a cuore gli esseri umani: Roberto ed i suoi amici fanno del bene agli animali, alle persone in difficoltà e a loro stessi. Un chiaro esempio di come ci sia più gioia nel dare che nel ricevere.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/compagnia-della-polenta-cibo-buono-vegano-senzatetto/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Educare, il primo passo per riattivare un territorio

Uno sguardo ai progetti educativi più interessanti sostenuti da Oltrepò(Bio)Diverso, il programma di Fondazione Cariplo che – nell’ambito del progetto AttivAree – ha l’obiettivo di rivitalizzare l’Oltrepo’ Pavese, una delle tante aree marginali del nostro territorio.

«Il domani si costruisce oggi», ci ha detto Giorgio Boatti quando lo abbiamo incontrato in Oltrepo’ per farci raccontare una delle tante iniziative che stanno consentendo a questo bellissimo territorio di rialzare la testa dopo anni di oblio. Ma se il futuro è stretto nelle mani dei nostri bambini e ragazzi, è oggi nostro compito prepararli educandoli alla sostenibilità, alla libertà, al rispetto e alla creatività. Proprio in questa direzione va il programma Oltrepò(Bio)Diverso, voluto da Fondazione Cariplo per dare nuova vita a una delle culle della biodiversità italiana.

Vogliamo raccontarvi tre progetti, quelli che in maniera più forte e chiara comunicano il senso di questa missione e la connettono saldamente con un’altra missione – quella educativa – che fra queste valli ha assunto un significato particolare. Siamo a Varzi. Qui le prime due classi del locale istituto comprensivo sono a indirizzo montessoriano (qui il programma della presentazione che si terrà il 12 gennaio). Il metodo di Maria Montessori – una delle educatrici più influenti della storia della scuola – si fonda sulla libertà di espressione e sullo stimolo della creatività dei bambini. «È una scuola a misura di bambino», spiega Federica Lazzati, una delle insegnanti. «L’ambiente è strutturato a isole dove loro possono lavorare insieme. Noi dobbiamo osservarli e partire dal presupposto che l’artefice del percorso di apprendimento è il bambino stesso».

Affinché questo metodo sia efficace e dia i frutti immaginati da Maria Montessori, bisogna ovviamente che gli educatori siano preparati nel migliore dei modi. Questo a Varzi è stato possibile grazie a un corso interamente finanziato da Fondazione Cariplo attraverso Oltrepò(Bio)Diverso ed erogato dalla Fondazione Montessori Italia. Si è trattato di un passaggio fondamentale, perché diventare insegnanti montessoriani è difficile: «Bisogna fare un grande lavoro su sé stessi, mettersi in discussione», aggiunge Federica. Ma cultura ed educazione non si fanno solo nelle aule di scuola. Spesso viaggiano… su ruote! È il caso del Bibliobus, che da sempre fra le sue fermate storiche annovera la scuola elementare di Varzi. Quando il Bibliobus arriva i bambini salgono e scelgono un libro, per poi restituirlo dopo un paio di settimane. Il progetto esiste dal 2004 ed è portato avanti da Alberto Cau. Ma l’iniezione di risorse resa possibile dal programma Oltrepò(Bio)Diverso è stata fondamentale e si è legata in particolare a un’idea per promuovere l’eccellenza naturale del territorio. 

«È nata una biblioteca – spiega Alberto – dedicata al tema della biodiversità. Per ogni libro ci sono quattro copie, che vanno ai due Bibliobus che circolano in Oltrepo’ e alle due biblioteche di Santa Maria della Versa e Varzi, i due centri che rappresentano le due zone collinari in cui è diviso l’Oltrepo pavese. Questi libri ci danno tantissime opportunità in più».

Ci spostiamo infine a Serra del Monte, piccola frazione di Cecima. Dal 2008 questo centro ospita un osservatorio astronomico con planetario realizzato grazie ai contributi di Fondazione Cariplo e Comunità Montana. «Dopo tanti anni questa struttura ha la necessità di espandere i suoi spazi», ci racconta Massimo Rigoni, presidente della società cooperativa Teti. «Ci sono tantissime scuole che ci chiedono di venire a fare un’esperienza da noi». 

Da poco è stata inaugurata la struttura sorta negli edifici che una volta ospitavano la scuola elementare del borgo. L’obiettivo? Accogliere di nuovo bambini e ragazzi proponendo loro percorsi formativi come esperienze in planetario, scuola di astronomia e visite naturalistiche nei boschi attorno all’osservatorio. 

«In un programma intersettoriale come AttivAree le azioni sull’educazione rappresentano un tassello importante accanto a quelle dedicate alla ricerca applicata, alla conoscenza e cura del territorio e delle sue produzioni e all’attivazione di servizi di welfare», conclude Lorenza Gazzerro di Fondazione Cariplo. «Qualificare l’offerta educativa e culturale dell’Oltrepò pavese contribuisce a trattenere gli abitanti, trasmettendo ai residenti il valore del proprio territorio e facendo crescere le nuove generazioni consapevoli delle sue potenzialità e capaci di trasmetterle e comunicarle anche all’esterno».

Fonte : http://www.italiachecambia.org/2018/12/educare-primo-passo-riattivare-un-territorio/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Orti sociali per coltivare le diverse abilità e sradicare gli stereotipi

Un’esperienza di lavoro, di sana vita e di gruppo e soprattutto un’occasione di crescita personale. I ragazzi del Centro Diurno Disabili di Voghera raccontano la loro esperienza a contatto con la terra nell’ambito del progetto “Orti Sociali di Voghera” promosso dalla rete Agricoltura Sociale Lombardia. La rete Agricoltura Sociale Lombardia dà voce ad alcune storie di riscatto rese possibili grazie alle esperienze di inclusione concretizzate attraverso l’agricoltura sociale. L’ultimo report parla di ben 1.967 persone con svantaggio che attraverso la rete regionale hanno trovato un’opportunità di riscatto. Di queste 1.096 sono disabili e coinvolte a vario titolo nelle attività agricole. Approdando sul territorio pavese brilla una testimonianza particolarmente speciale perché in grado di scardinare numerosi luoghi comuni sulla disabilità senza edulcorazioni ma con il solo ingrediente dell’esperienza diretta a contatto con la natura, i suoi ritmi e non da ultima la sua bellezza. Tutto accade nell’ambito del progetto “Orti Sociali di Voghera” – appartenente alla rete regionale ASL – della Fattoria sociale Baggini che si mette in sinergia con il Centro Diurno Disabili di Voghera.

Da questo intreccio virtuoso scaturisce l’intento di coinvolgere cinque giovani con disabilità intellettiva e motoria in un’attività di orto sociale. Un’esperienza partita a metà ottobre 2018 e che sta prendendo sempre più quota sul fronte dei risultati come racconta Elisa Castelli, una delle referenti del progetto oltre che educatrice del centro gestito dalla cooperativa onlus Marta: “Abbiamo ideato questa iniziativa formativa con un obiettivo ben chiaro: volevamo portare i ragazzi fuori dalle mura protettive e abitudinarie del centro per metterli a contatto con qualcosa di nuovo. Desideravamo trasmettere loro la percezione di non essere più solo dei fruitori di aiuto ma di poter diventare loro stessi dei portatori di una vera e propria ‘cura’ nei confronti di qualcosa che ha bisogno di essere seguito con motivazione, attenzione e pazienza. Nell’orto imparano che bisogna seminare bene ora per raccogliere frutti più avanti”. 

“Un’altra bella esperienza agli Orti Sociali di Voghera – evidenzia Moreno Baggini, responsabile del progetto omonimo e coordinatore del territorio pavese per la rete ASL – Si tratta di un modello di intervento innovativo studiato dal CDD di Voghera che recupera l’elemento storicamente inclusivo che è innato in agricoltura e che spesso garantisce ottimi risultati dal punto di vista terapeutico e del reinserimento sociale. Grazie alle educatrici del CDD e all’orto-terapista Emanuele Carcò i ragazzi coinvolti stanno avendo opportunità per fare le loro prime esperienze di lavoro e sana vita di gruppo ma anche e soprattutto esperienze di vita e crescita personale”.

Diverse abilità in campo

I giovani coinvolti – di età compresa tra i 30 e i 35 anni, di cui quattro ragazzi e una ragazza – in passato hanno già maturato esperienze di cura delle piante nell’ambito del servizio del centro. “L’entusiasmo era tale che volevamo replicarlo in un luogo diverso dove poter sperimentare nuove relazioni e mansioni che consentissero la scoperta di competenze” spiega Elisa Castelli.  

La terra come base di inizio per una nuova esperienza di formazione. Una volta a settimana per circa due ore i ragazzi del CDD di Voghera imparano i rudimenti del mestiere grazie alla guida dell’orto-terapista della fattoria Baggini che mostra i vari passaggi da eseguire. Vengono utilizzati diversi attrezzi, tranne gli strumenti a motore, ed eseguite operazioni che richiedono concentrazione, come conferma Elisa: “Recentemente abbiamo, ad esempio, tolto tutte le piante di pomodori per lasciare spazio alle fragole che arriveranno a primavera. Un bell’esercizio di cura e attesa da parte dei nostri ragazzi che hanno anche usato la vanga. Tutto questo insieme a noi educatori perché svolgiamo tutti i medesimi compiti senza differenze”.  

Un’esperienza che ha destato interesse, gratificazione ed entusiasmo negli stessi ragazzi. “All’orto mi diverto con Riccardo che mi insegna cosa fare” racconta ad esempio Alessandro che partecipa all’attività. “Andare a lavorare con i miei compagni è bello” commenta Luca, confermando le impressioni del suo collega. “Mi piace molto fare l’orto e raccogliere le verdure, oggi ho portato a casa i finocchi” sottolinea Alberto che ha potuto toccare con mano la soddisfazione di vedere i risultati del proprio impegno. “È bello prendersi cura di qualcosa… poi lo mangi e sei contenta!” riflette Chiara con entusiasmo a questo proposito.

Stereotipi da sradicare, capacità da coltivare

Possiamo dire che l’orto sociale permette coltivare abilità nascoste? “Certamente – è la risposta convinta di Elisa – I benefici sono concreti e riscontrabili su vari livelli. Dal punto di vista relazionale ci si confronta con gli altri e si impara a lavorare insieme imparando a conoscere l’altro e rispettando i ritmi della natura. Saper attendere i risultati del proprio impegno senza fretta ma con pazienza è qualcosa di fondamentale e fortemente educativo. Accade così anche per noi operatori che ci confrontiamo con la disabilità, consapevoli che i risultati non arrivano subito ma che con l’impegno prima o poi ci saranno e questa è la più grande soddisfazione: dare tempo con fiducia”. 

Altro tassello importante è quello cognitivo soprattutto perché parliamo di persone con disabilità intellettiva: “Ogni ragazzo ha modo di contribuire secondo le capacità di cui dispone.  Il lavoro permette di acquisire autonomia e maggior responsabilizzazione in un contesto con ritmi tranquilli e adatti a questo tipo di fragilità. Inoltre la metodologia iniziale strutturata ad imitazione delle tecniche proposte dall’orto-terapista favorisce l’acquisizione di competenze e stimola la memoria potenziando l’aspetto cognitivo e riducendo nettamente le stereotipie che spesso assorbono i nostri utenti. Il contatto con la natura, i suoi cambiamenti e ritmi, migliora la percezione di se stessi”. 

Parliamo di luoghi comuni. Qual è lo stereotipo che questa esperienza di agricoltura sociale è finora riuscita a scardinare di più riguardo alla disabilità mentale? “Ha dimostrato che queste persone non sono bambini ma adulti e che al di là di giuste necessità di routine e attenzione familiari hanno diritto e possibilità di confrontarsi con nuove realtà e persone creando una vera e propria rete relazionale: aspetto importante per la vita di tutti noi. Perché uscire dagli schemi abitudinari ci permette di crescere”. 

Elisa, da educatrice, qual è la più grande soddisfazione derivata finora da questo progetto di orto sociale? “Vedere i nostri ragazzi felici e coinvolti in qualcosa che va al di fuori delle solite attività quotidiane. Siamo stati molto fortunati a trovare un ambiente piacevole e accogliente che li rende sereni e appagati, senza stereotipie o disagi. Il lavoro agricolo è davvero terapeutico: svela abilità”.

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2018/12/orti-sociali-coltivare-diverse-abilita-sradicare-stereotipi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni