L’unico passaporto verde che ci vuole è quello di chi rispetta l’ambiente

L’Unione Europea ha pensato di istituire un passaporto vaccinale chiamandolo in maniera beffarda pure verde. Meglio chiamarlo “nero”, visto che di verde non ha proprio nulla. E intanto l’europarlamento dice sì alla procedura d’urgenza per fare in fretta.

L’Unione Europea ha pensato di istituire un passaporto vaccinale per il covid chiamandolo in maniera beffarda pure verde. A un atto del genere, contrario a qualsiasi logica e libertà personale, si dà il colore che peggio si sposa con le non politiche ambientali dell’Europa. Quello vaccinale lo chiamino passaporto nero visto che di verde l’Europa non sta facendo praticamente nulla per salvarci dalla catastrofe ambientale. Anche solo valutando la questione di per sé, un passaporto vaccinale, in una situazione nella quale non si sa nemmeno se i vari vaccini danno immunità, è assurdo e senza alcun senso. Senza considerare poi i rischi e le incognite su efficacia e sicurezza che stanno prepotentemente emergendo con le somministrazioni a tappeto. E ieri i deputati del Parlamento europeo hanno deciso di accelerare il voto della Commissione Europea votando in plenaria per utilizzare la procedura d’urgenza. Il processo accelerato riduce il ruolo delle Commissioni parlamentari competenti, nonché dei singoli deputati, eliminando la necessità di una relazione e riducendo il tutto a un dibattito orale.

Quindi, vogliono andare veloci riducendo al minimo eventuali opposizioni.

Gli estensori del passaporto vaccinale affermano che è tutto finalizzato alla tutela della nostra salute, proprio quella salute che è all’ultimo posto nelle preoccupazioni dei legislatori europei. Le recenti vicende politiche ambientali e agricole lo hanno dimostrato chiaramente: gli unici interessi che vengono tutelati non sono certo quelli della salute bensì quelli delle grandi lobby industriali e finanziarie di ogni tipo che impongono i loro voleri proprio contro la salute. Stranamente però l’Unione Europea, così come il nostro governo, “protegge” la nostra salute solo dal Covid, per tutto il resto no.

Facciamo solo alcuni esempi che rendono chiaro come l’idea di un passaporto vaccinale nulla abbia a che vedere con la protezione della nostra salute.

L’Unione Europea per proteggere la nostra salute ha disposto la chiusura di tutti gli allevamenti intensivi, autentiche  bombe ecologiche e sanitarie oltre che luoghi di indicibile sofferenza? No.

Tra l’altro se i legislatori europei fossero davvero interessati al contrasto della diffusione di malattie o virus, è risaputo che gli allevamenti intensivi sono il migliore focolaio per questi aspetti ma stranamente e inspiegabilmente vengono tenuti aperti. Per non parlare delle migliaia di morti che fanno le malattie cardiovascolari per l’eccessiva assunzione di carne. Forse che alcuni virus e malattie siano più meritevoli di essere combattute rispetto ad altri?

L’Unione Europea ha disposto il divieto immediato dell’uso di qualsiasi pesticida, erbicida e concime chimico in agricoltura, veri attentati alla nostra salute, e quindi di conseguenza supportando, incentivando e autorizzando solo sistemi di l’agricoltura biologica? No.

Eppure i morti derivanti dai cancri che si hanno attraverso le assunzioni di cibo pieni di schifezze che contaminano aria, acqua e terra, sono migliaia ogni anno in Europa. Sono forse morti di serie zeta che quindi non contano nelle classifica degli interventi per tutelare la salute?

L’Unione Europea ha messo al bando il consumo di sigarette, responsabili di migliaia di morti ogni anno? No. Anche questo è un caso molto strano perché sono sotto gli occhi di tutti, scritti e fotografati anche sui pacchetti di sigarette, i tragici effetti di questa carneficina. Come mai non si tutela la salute di queste persone con interventi risolutivi ed efficaci? Morti di serie zeta anche questi?

L’Unione Europea ha predisposto rigidissime restrizioni del consumo di alcool responsabile di un flagello sanitario e sociale dalle proporzioni devastanti? No. Forse perché non si tratta di morti e malati di covid?

L’Unione Europea ha predisposto l’immediata chiusura di tutte le pericolosissime centrali nucleari potenziali bombe a orologeria e produttrici di scorie radioattive, veri e propri attentati alla salute con rischi enormi per milioni di cittadini non solo attuali ma per centinaia di generazioni a venire? Niente è stato fatto in questa direzione per proteggere la salute dei cittadini europei, probabilmente perché non trattandosi di covid, sono problemi inesistenti.

L’Unione Europea ha predisposto la chiusura di tutte le fabbriche inquinanti che producono migliaia di morti l’anno attraverso le loro emissioni di ogni tipo, inquinando acqua, aria e terra? No. Forse perchè l’unico nemico da combattere è il covid?

L’Unione Europea ha predisposto il divieto di costruzione di veicoli a motore alimentati da combustibili fossili che provocano migliaia di morti sia per le loro emissioni, sia per la loro pericolosità intrinseca viste le velocità pazzesche che raggiungono? No. Forse perché pure questi morti sono di serie zeta rispetto a quelli di serie a del covid? Anzi addirittura dopo gli scandali delle stesse aziende che truccavano i dati sulle emissioni dei loro motori, hanno potuto tranquillamente continuare ad agire. Dramma e beffa insieme ma tanto a noi interessa solo il covid. L’Unione Europea ha predisposto l’obbligo di ridurre drasticamente la produzione di merci superflue con spreco di energia e preziose risorse producendo inquinamento e per le restanti merci, obbligare immediatamente i produttori che tutte siano durature, riparabili facilmente o riciclabili in ogni loro parte, così da ridurre la minimo la produzione di rifiuti che stanno inquinando l’intero pianeta con conseguenza catastrofiche per la nostra salute? No. Probabilmente perchè non si tratta di argomenti riguardanti il covid.

E l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Quando tutto questo e molto altro in questa direzione sarà fatto, allora crederemo che questo o quel provvedimento per il covid sia adottato veramente per la tutela della nostra salute. Fino a quel giorno non sarà credibile alcuna azione a difesa esclusivamente di interessi di potenti lobby e tesa alla restrizione delle libertà come esercizio del potere. Il tutto mascherato da falsa tutela della nostra salute.

Fonte: ilcambiamento.it

Il libraio a domicilio, atti di resistenza nei giorni del coronavirus

“Tutti a casa per il coronavirus? Porto i libri a domicilio!”. Questa l’iniziativa di Mattia Garavaglia, giovane proprietario di una libreria indipendente di Torino, che ha deciso di reagire alla paralisi cittadina facendo consegne in bicicletta. Un modo per sostenere anche in questo momento le attività culturali, tra le prime vittime di questa emergenza. Colpita dall’effetto coronavirus l’economia mondiale cola a picco mostrando senza veli la sua scarsa resilienza. Intanto a livello locale e dal basso si diffondono piccoli grandi atti di resistenza alla paura e alla paralisi generata dal SARS-CoV-2.
In questa direzione e in soccorso alla cultura va l’iniziativa del “libraio a domicilio” lanciata da Mattia Garavaglia, giovane proprietario di una libreria indipendente di Torino che ha deciso di consegnare personalmente e in bici i libri a casa delle persone che per via dell’emergenza hanno notevolmente ridotto le uscite.

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Mattia Garavaglia

«Io utilizzo quotidianamente la bici per i miei spostamenti e a volte mi è capitato di recapitare a domicilio i libri ai clienti che me ne hanno fatto richiesta. In questa circostanza, con la libreria vuota e le persone che non si muovono da casa, mi sono detto: “Se nessuno viene da me a comprare i libri vado io a portarli a domicilio!”. Ho quindi invitato le persone a continuare a fare i loro ordini tramite i soliti canali rassicurandoli sul fatto che mi sarei occupato io della consegna, a bordo della mia bici gialla!», ci spiega Mattia, che con passione e intraprendenza porta avanti La libreria del Golem.

La risposta dei clienti alla sua proposta è stata molto positiva. «Anche grazie alla mia iniziativa le persone hanno compreso le difficoltà che i piccoli commercianti stanno vivendo in queste settimane e nei giorni scorsi hanno ripreso a frequentare la libreria».

La libreria del Golem è frequentata prevalentemente da una clientela giovanile, così come giovani sono molti degli editori indipendenti che propone, con cui Mattia ha spesso un rapporto diretto e che invita agli incontri che organizza nel negozio. «Adesso però hanno vietato le riunioni in libreria, gli spettacoli a teatro o al cinema… praticamente tutto ciò che riguarda la cultura è stato sospeso. Eppure la grande distribuzione non è stata toccata: i centri commerciali restano aperti mentre vengono impediti gli incontri nelle librerie, dove si ritrovano al massimo una ventina di persone», riflette Mattia.

«La mia compagna ha un locale dietro l’università e sta subendo profondamente la sospensione delle attività didattiche. Torino è una città abitata e frequentata da molti universitari e per questo ora si trova in profonda difficoltà. In generale la situazione ora è ferma, l’emergenza ha paralizzato un po’ tutti, ma bisogna cercare di reagire e trovare delle soluzioni nuove a questo momento, per non farci travolgere. La mia iniziativa va proprio in questa direzione».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/03/libraio-a-domicilio-atti-resistenza-coronavirus/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Attenzione rallentare: qui i bambini giocano ancora per la strada!

Gli stimoli per una riflessione si possono trovare ovunque, anche in un cartello stradale. È quanto mi è accaduto durante una passeggiata, così è nato questo articolo che vuole essere unicamente un invito a far trascorrere ai nostri bimbi più tempo all’aria aperta, per favorirne una crescita più equilibrata. Durante una passeggiata sulle colline di Borgosesia, cittadina di circa 12.000 abitanti alle porte della Valsesia, mi sono imbattuta in uno straordinario cartello recante la seguente scritta: “Attenzione – Rallentare. In questo paese i bambini giocano ancora per la strada.” Sono i residenti della Frazione Pianaccia che invitano a prestare attenzione alle esigenze dei più piccoli e ai loro diritti. Stimolata anche dall’immagine gioiosa di bimbi all’aria aperta riportata dal cartello, la mia mente in un attimo ha ritrovato istanti felici di molti anni fa, quando correre sui prati o giocare per la strada rientrava nella quotidianità, quando solo il cattivo tempo era nemico dell’attività ludica all’aria aperta. Fa sorridere ripensare alle mamme che, puntualmente alle 16,30, ci chiamavano per la merenda e non ricevendo attenzione, rassegnate, ci trascinavano a lavarci le mani tentando di ingolosirci con il miraggio della merenda preferita. Ed era una fetta di torta o un panino imbottito che in pochi minuti sparivano per lasciare nuovamente il posto al pallone, o alla corda per saltare, o a vari giochi di abilità. Parecchi erano i compagni di gioco che formavano quell’allegra brigata, a volte resa ancor più schiamazzante dalla presenza di amici a quattro zampe.

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Ho definito “straordinario” questo cartello perché non è facile incontrarne di simili, e perché è un richiamo a una norma che dovrebbe essere prioritaria in una società attenta al proprio futuro: la formazione equilibrata di bimbi che saranno gli uomini e le donne di domani. Con l’avvento di una tecnologia orientata più al business che non alle effettive esigenze dell’essere umano, anche i bambini sono stati coinvolti in realtà troppo spesso virtuali e prive di fantasia e rapporti umani. È sempre più frequente infatti vedere ragazzini e adolescenti persi nei propri tablet o smartphone, piuttosto che in chiacchiere e risate con i coetanei. Con questo non intendo demonizzare la tecnologia che si rivela preziosa in molte altre situazioni, ma evidenziare come una vita sempre più frenetica non ci consente di trascorrere il giusto tempo con i nostri figli, trascurando così aspetti fondamentali della loro educazione. Troppo spesso questi dispositivi elettronici diventano il surrogato dei genitori, togliendo ai più piccoli la capacità di sviluppare la fantasia e facendo loro perdere importanti esperienze della vita.

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Le conseguenze sono preoccupanti: uno psicologo americano, il Dott. Peter Gray, autore di un saggio intitolato “Lasciateli giocare”, ha infatti dimostrato, in uno studio condotto tra il 1985 e il 2008, che le nuove generazioni, avvezze all’uso di internet e con più amici virtuali che non reali,  hanno perso l’85% della creatività rispetto a quelle precedenti. Trascorrere troppo tempo davanti a uno schermo può avere effetti deleteri anche sulla saluta fisica, esponendo i ragazzi a un maggior rischio, in età adulta, di sviluppare malattie cardiovascolari e obesità.

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È attraverso il gioco che il bambino impara e diventa consapevole del mondo che lo circonda e le sue attività ludiche si modificano e crescono di pari passo al suo sviluppo psicologico e intellettivo. Grazie al gioco il bambino sviluppa le proprie potenzialità, impara e sperimenta la creatività e le proprie capacità cognitive fino a strutturare l’intera personalità. Dovrebbe essere spronato a giocare all’aria aperta, a stretto contatto con la natura, in giardino, in un parco o in un bosco per imparare a  conoscere e a rispettare il mondo vegetale e animale e perché vivere all’aperto fa bene anche alla salute, contribuisce a sviluppare il sistema immunitario, fornisce al bambino vitamina D utile per le ossa e migliora il tono dell’umore. Si tratta forse di una mia elucubrazione, che vuole essere scevra da giudizi, ma facendo un parallelismo tra il comportamento degli odierni genitori rispetto a quelli di qualche decennio fa, si notano inoltre atteggiamenti maggiormente protettivi, ovviamente giustificati da aumentati pericoli, ma anche la propensione a indirizzare i figli verso sport organizzati e orientati alla competizione, piuttosto che lasciarli giocare liberamente dando loro la possibilità di esprimere i propri naturali talenti.

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Friedrich Schiller, noto poeta e filosofo tedesco, ci ha lasciato questa indicazione: «Bisognerà quindi educare l’uomo al sentimento della bellezza facendo rivivere in lui l’antico ideale pedagogico greco del bello e del buono. Il gioco è un’attività ineliminabile nella natura umana che non persegue alcun fine esterno a se stessa, né esso è ispirato da un preciso scopo razionale, ma è un atto dove sensibilità e razionalità convivono nell’azione ludica rendendo l’uomo libero. In questa armonia di forma e materia si realizza la bellezza e l’essenza umana per cui l’uomo è completamente uomo solo quando gioca».

Occorre trovare il giusto compromesso, evitare la sovraesposizione ai dispositivi elettronici senza criminalizzare la tecnologia, evitando magari di utilizzare lo smartphone durante i pasti e non usufruirne per ipnotizzare i figli davanti a un cartone animato. Sarebbe auspicabile per questi dispositivi un uso intelligente e non un abuso, limitando il tempo dedicato alla tecnologia a favore di attività fisica all’aria aperta, evitando così anche l’insorgere di possibili problematiche comportamentali, incentivando altresì la creazione di spazi e infrastrutture che soddisfino le esigenze ludiche e di socializzazione dei bambini.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/01/attenzione-rallentare-qui-bambini-giocano-ancora-strada/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

La Cina punta a usare il bioetanolo su scala nazionale entro il 2020

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Il piano, riporta l’agenzia Nuova Cina, è stato svelato in una fase in cui il Paese spinge sull’utilizzo di un eco-carburante rinnovabile, valido e rispettoso dell’ambiente. La Cina vuole espandere l’uso su scala nazionale di bioetanolo come carburante entro il 2020: è l’obiettivo annunciato oggi dalla National Development and Reform Commission and National Energy Administration. Il piano, riporta l’agenzia Nuova Cina, è stato svelato in una fase in cui il Paese spinge sull’utilizzo di “un eco-carburante rinnovabile, valido e rispettoso dell’ambiente”.

Il bioetanolo si ottiene attraverso la fermentazione di biomasse, ovvero di prodotti agricoli ricchi di zucchero (glucidi) quali i cereali, le colture zuccherine, gli amidacei e le vinacce. “Si tratta di un’alternativa ideale ai carburanti fossili”, ha spiegato un funzionario dell’amministrazione. In particolare la Cina userà il bioetanolo E10, che come spiega Rinnovabili.it è una delle tante miscele di carburante – E5, E7, E10, E20, E85, E95 – nate in questi anni dall’aggiunta di alcol etilico (la cui percentuale in volume è indicata dal numero nel nome) alla benzina. Oltre 40 Paesi e regioni consumano 600 milioni di tonnellate circa di bioetanolo ogni anno, corrispondenti al 60% dei consumi annuali di carburanti. La Cina è terzo produttore mondiale di bioetanolo e usa 2,6 milioni di tonnellate annue, mentre il carburante mescolato a etanolo vale un quinto dei consumi. Le benzine arricchite di etanolo sono una realtà in diversi Paesi, adottate in alcuni casi con pretesti ecologici visto le minori emissioni, in altri per meri motivi economici. L’uso di questo combustibile in Cina è iniziato molto più tardi rispetto a paesi come il Brasile o gli Stati Uniti, oggi i maggiori fornitori e consumatori di bioetanolo. Nonostante ciò ha superato in poco tempo l’Unione Europea, conquistando il terzo posto sul podio mondiale: oggi il gigante asiatico ne produce oltre 7 milioni di litri, consumandone però meno della metà, in una quota più bassa dell’1 per cento sul consumo nazionale totale di carburante. Per accrescere il settore, il Paese sarebbe disposto a imporre a livello provinciale dei quantitativi minimi di biocarburanti da aggiungere al combustibile per trasporti.

Fonte: ecodallecitta.it

Bambini e permacultura: la via del cambiamento

Prende piede CIP, Children in Permaculture, progetto internazionale che nasce dalla collaborazione di diverse associazioni in Europa. Il progetto si rivolge alle scuole e alle famiglie con l’obiettivo di recuperare, mantenere e valorizzare il naturale approccio dei bambini alla conoscenza e al rispetto dell’ambiente in cui vivono.9297-10120

Se la permacultura è basata su una serie di etiche che sono la cura della terra, delle persone e dell’ambiente in cui viviamo, affinché si recuperi sostenibilità e benessere in una relazione nuova col nostro pianeta, allora ci è immediatamente chiaro quanto sia necessario e urgente educare ed educarci a una visione che, purtroppo, non ci è più naturale. Non ci è naturale perché spesso l’educazione va in una direzione diversa o non prende in considerazione aspetti fondamentali della nostra vita, come la relazione strettissima col nostro pianeta e l’impatto delle nostre scelte su di esso. Chi ha fatto, nel tempo, e da adulto, percorsi di educazione a una nuova consapevolezza e sensibilità, sa quanto sia impegnativo e complesso allontanarsi dagli schemi mentali con cui siamo cresciuti e ci siamo formati a cominciare dai primissimi anni di vita. In sostanza, non ci è più naturale ciò che, invece, dovrebbe assolutamente esserlo. Riadattarci, nonostante la volontà e la convinzione, non è sempre facile. D’altra parte, “Una società che culturalmente riesca a non distruggere l’ambiente in cui vive e si sviluppa, è una società che avrà buone possibilità di continuare a permanere su questo pianeta. L’uomo infatti sta distruggendo il suo ambiente ed è, quindi, sempre più urgente una nuova consapevolezza”. Queste parole di Ignazio Schettini ci portano al cuore del problema: una visione futura a lungo termine non è immaginabile senza un intervento educativo immediato a cui ciascuno di noi è chiamato a partecipare. In questa ottica si capisce l’importanza di un progetto come il CIP, Children in Permaculture che si rivolge proprio alle scuole e alle famiglie con l’obiettivo di recuperare, mantenere e valorizzare il naturale approccio dei bambini alla conoscenza e al rispetto dell’ambiente in cui vivono. E’ possibile, infatti, intervenire con strumenti, tecniche e materiali specifici messi a punto proprio per questo obiettivo, direttamente nelle scuole. Se si considera che ogni bambino, oltre ad essere egli stesso un vero e proprio agente di cambiamento, ha un potenziale moltiplicatore enorme all’interno della sua famiglia, dei suoi amici e delle persone che incontrerà nella sua vita anche da grande, si capisce quanto progetti come il CIP siano indispensabili e urgenti. I bambini educati fin da piccoli a un approccio permaculturale alla vita saranno adulti più coscienti, più sani e attenti sia alla terra che alle persone. Valentina Cifarelli, 36 anni, co-fondatrice dell’associazione Paradiso Ritrovato, sposata con Roberto Cardinale, anche lui membro attivo dell’associazione e impegnato nel progetto CIP, ci parla della sua esperienza sul campo come responsabile di Children in Permaculture.

Che cos’è il progetto Children in Permaculture?

Il nostro è un progetto internazionale che nasce dalla collaborazione di diverse associazioni in Europa. Si tratta di associazioni che si occupano di educazione ambientale e alla sostenibilità per bambini e adolescenti. Ci sono però moltissime realtà che non fanno ancora parte del nostro network che hanno già esperienza in questo campo e hanno sviluppato materiale ed esercizi in questa direzione. L’obiettivo è, infatti, sviluppare materiale e risorse didattiche utili agli insegnanti, agli educatori, ai genitori e a tutti coloro che sono interessati all’educazione alla sostenibilità. Il progetto si rivolge alle scuole. Al momento siamo operativi a Forlì e a Novara.

Chi siete?

Noi siamo un’associazione che si chiama Il Paradiso Ritrovato che è partner italiano di questo progetto internazionale. I partner sono associazioni dall’Inghilterra, dalla Slovenia, dalla Repubblica Ceca e dalla Romania. E’ un progetto che è partito a settembre dell’anno scorso e durerà per altri due anni.

Come reagiscono gli insegnanti alle vostre proposte?

In alcuni casi c’è estrema motivazione e sensibilità nonostante le difficoltà di conciliare i programmi con le attività extracurricolari. In altri casi è un po’ più complicato. La nostra strategia è trovare un alleato all’interno alla scuola, un insegnante interessato e motivato che faccia da tramite tra noi e il dirigente scolastico e che spieghi l’impatto e l’importanza di attività come le nostre. Fino ad ora la collaborazione è stata positiva in termini di risultati. A volte ha un costo elevato per chi lo propone perché è necessaria molta motivazione ed energia che non sempre è disponibile.

Come reagiscono i bambini?

I bambini sono contentissimi. Abbiamo notato che molti ragazzi che vengono considerati problematici o che hanno disturbi dell’attenzione o iperattività, recuperando il semplice contatto con la natura e l’aria aperta si calmano o si concentrano con molta più facilità. L’impatto è, quindi, estremamente positivo ed è la conferma che un maggiore contatto con la natura è fondamentale e spesso risolutivo di molte problematiche. I bambini sono attentissimi, hanno una capacità di osservazione altissima e iniziano a fare connessioni aperte e nuove. Ci offrono continuamente nuovi spunti di riflessione. Noi diamo gli input ma in realtà lo scambio è profondo e alla pari.

Come sei entrata a contatto col mondo della permacultura?

E’ nato dalla mia necessità di scoprire la natura e di avere con essa un rapporto più intimo. Volevo integrare la natura nella mia vita di tutti i giorni. Farlo non solo per me ma anche per gli altri ha soddisfatto pienamente questa mia necessità. Attraverso lo scambio sono cresciuta e ho imparato molto.

Il tuo lavoro è questo? Se sì, quali sono le entrate?

Sì, il mio lavoro è questo e ci sosteniamo con i progetti europei che ci hanno dato un finanziamento. Lavoro in questo ambito da oltre dieci anni con organizzazioni pubbliche e ho sviluppato le mie competenze. Ora le ho messe al servizio di ciò in cui credo con disciplina e metodo. Attraverso questi finanziamenti intendiamo soprattutto finanziare la ricerca e lo sviluppo di strumenti educativi innovativi e di qualità soprattutto nell’ambito dell’educazione non formale. Quello a cui miriamo è offrire a bambini e a giovani adulti occasioni e percorsi di apprendimento nuovi e dinamici. Grazie a questa esperienza abbiamo modo di proporci al mercato con corsi e strumenti educativi già consolidati.

Quali sono le attività che sviluppate?

La progettazione di orti se abbiamo a disposizione degli spazi esterni ma anche attività in natura attraverso le uscite in gruppo e con le famiglie. Andiamo nel bosco, facciamo il fuoco, raccogliamo la legna, riconosciamo le piante selvatiche. Poi ci sono le attività all’interno attraverso gli incontri: gli elementi, come comportarsi col terreno, con l’aria e con l’acqua. Parliamo del ciclo dell’acqua e come usarla nel nostro quotidiano per non sprecarla. Come occuparsi dei propri rifiuti e averne consapevolezza. Diamo delle idee. Come riciclare i rifiuti, ad esempio e farne degli orti o altri oggetti.

Perché insegnare la permacultura ai bambini? Qual è l’obiettivo?

Riconosciamo che il cambiamento passa attraverso l’educazione delle prossime generazioni e che quando siamo adulti non è facile smettere di fare qualcosa, disimparare e cambiare le nostre abitudini. Ecco perché abbiamo bisogno di cambiare l’educazione che i bambini ricevono. Il nostro progetto mira a fornire reti, risorse e ispirazione per sostenere una formazione in permacultura dei bambini. Chi volesse saperne di più può visitare il sito http://www.childreninpermaculture.com

Non è molto pesante per un bambino piccolo venire a contatto con la reale situazione che stiamo vivendo?

Infatti. E’ esattamente così ed è proprio per questo che facciamo molta attenzione a concentrarci su quello che tutti possiamo fare e sulle soluzioni. E’ necessario fare molta attenzione e poniamo le questioni sempre in modo molto soft proprio per non schiacciarli. Spesso i problemi sono pesantissimi anche per gli adulti che sono in difficoltà a gestire questi problemi che ci sembrano più grandi di noi. Per questo ci concentriamo su quello che possiamo fare noi nel nostro piccolo: come usare l’acqua, come differenziare i rifiuti, come non sprecare. Invece di sentirsi spaventati i bambini si sentono coinvolti e in grado di poter contribuire attivamente alla gestione e alla protezione dell’ambiente in cui vivono.

La permacultura è anche relazioni. Come lavorate sulle relazioni?

C’è una parte che riguarda proprio la gestione delle relazioni. Abbiamo molti livelli. Ci sono attività il cui obiettivo è sviluppare il contatto con se stessi: lavorare l’orto e farlo in modo meditativo e silenzioso, per esempio, li aiuta nell’osservazione e nell’attenzione. Inoltre gli fa conoscere un ritmo diverso da quello cui sono abituati e cui siamo abituati tutti. La cura delle relazioni con gli altri è insita in alcune attività che prevedono un’educazione all’attenzione e all’ascolto, alla disponibilità, all’attesa e all’empatia.

Esistono progetti di permacultura anche per ragazzi adolescenti?

Tutti i progetti esistenti al momento sono pensati per gli adulti. Tutte le pratiche che si apprendono durante il corso di progettazione in permacultura, ad esempio, non sono pensate per i bambini. C’è un vero e proprio vuoto in questo senso. Questo progetto si rivolge ai ragazzi di scuola primaria e secondaria di primo grado. Dai 3 ai 6 anni e poi dai 6 ai 12. Dopo le scuole medie abbiamo degli altri progetti per ragazzi più grandi. Non è facile coinvolgere e interessare i ragazzi di questa fascia di età ma cerchiamo di utilizzare le dinamiche tra pari. Una volta che si è entrati in relazione con loro tutto il resto è molto facile. E’ tutto molto naturale solo che sono pratiche che i ragazzi spesso non conoscono o sono fuori dalle loro abitudini. Cerchiamo di trattarli in modo da farli sentire importanti, attivi e responsabilizzati. Questo normalmente ha effetti estremamente positivi.

Che adulti saranno i bambini educati alla vita con un approccio permaculturale?

David Sobel dice: “Se vogliamo che i bambini rifioriscano e diventino gli uomini e le donne del futuro, dobbiamo permettere loro di amare la terra prima di chiedere loro di salvarla.” Uno dei principi della permacultura è “lavorare con la natura”. Quindi dobbiamo prima imparare come funziona la natura in modo che possiamo lavorare con lei. Children in Permaculture ha creato un programma per i bambini sulla permacultura. Stiamo creando case studies, sessioni di formazione, attività e altre risorse per sostenere gli educatori (compresi i genitori) in modo da condividere la permacultura con i bambini.

Fonte: ilcambiamento.it

 

L’UOMO CHE RICICLAVA TUTTO: il caso di Jonh Newson

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Contenere il più possibile la quantità di rifiuti che si produce, riciclando, riutilizzando e smaltendo correttamente quanto noi maneggiamo quotidianamente è pratica di ogni buon cittadino del mondo: l’attenzione verso una corretta politica personale sui rifiuti e sul riuso è fortunatamente sempre più radicata in ognuno di noi e, ci si augura, con il passare del tempo saremo sempre più accorti in tal senso. Nel 2012 c’è un uomo in particolare che può fregiarsi del titolo di “Persona a impatto zero”: si chiama John Newson ed è un cittadino britannico di Balsall Heath, Birmingham, che esattamente un anno fa ha deciso volontariamente di ridurre il più possibile la quantità di rifiuti prodotti nella propria abitazione grazie ad alcune modifiche delle proprie abitudini quotidiane, focalizzandosi in particolare sugli imballaggi. john-newson-at-his-home-in-balsall-heath-565211780-586x389 I risultati sono stati sorprendenti. John Newson è riuscito a produrre, per tutto l’anno 2012, un solo sacchetto di rifiuti non riutilizzabili, riciclabili né compostabili, insomma rifiuti che per come li giri e li volti non sono altro che immondizia (non per questo da abbandonare in un prato o da gettare in un buco, sia chiaro); la prima decisione presa da Newson ha intaccato le sua abitudini alimentari: la decisione di non consumare più nè carne nè pesce ha ridotto di molto gli imballaggi che ogni settimana uscivano da casa di John direzione discarica o incenerimento (la Gran Bretagna al momento differenzia solo il 30% dei rifiuti che produce). John Newson ha infatti capito che la maggior parte dei rifiuti prodotti dagli esseri umani sono proprio le confezioni degli alimenti che essi consumano: per questo, oltre ad un regime alimentare decisamente meno carnivoro, Newson ha cominciato a coltivare da sè la frutta e la verdura, evitando l’acquisto di prodotti confezionati al supermercato. Bucce, torsoli, coste, scarti alimentari vari sono stati sapientemente e rigorosamente destinati al compostaggio, grazie al cassone apposito che Newson ha installato in giardino, mentre per il resto dei rifiuti differenziabili ha svolto un lavoro degno di un monaco certosino, selezionando e separando con attenzione carta, plastica riciclabile, vetro, metalli, cartone e servendosi semplicemente del servizio di raccolta differenziata e delle opzioni di smaltimento offerte dalla sua città (che differenzia il 31,5% dei rifiuti che produce, non una gran percentuale a dir la verità). Non un’opera particolarmente semplice: John Newson, non soddisfatto ad esempio di come la sua città differenzia le confezioni di Tetrapak alimentari (in particolare della margarina), ha preferito optare per queste per i servizi di Bristol e Londra, a suo parere più efficienti ed efficaci, ad eccezion fatta per quegli involucri costituiti da pellicola o plastica mista, che non è possibile avviare alla raccolta differenziata e dei quali egli non ha individuato dei possibili riutilizzi all’interno della propria abitazione, che hanno composto il totale del suo unico sacco di rifiuti prodotto nell’intero 2012. John Newson, ribattezzato dalla stampa britannica “l’Ecoguerriero” ha deciso di rendere pubblica la sua esperienza in virtù del fatto di essersi reso conto che è possibile a tutti, nonché un dovere preciso di ogni cittadino. Il livello di raccolta differenziata e compostaggio dei rifiuti raggiunto dall’Ecoguerriero inglese è pari all’80% o al 90% del totale, mentre in Gran Bretagna tale percentuale è del solo 30% (la città più virtuosa è Bristol, che arriva al 50%): Newson ha capito che è possibile per tutti arrivare a tanto, magari non nelle percentuali da lui raggiunte: tuttavia provare non costa veramente niente, anzi. Via| TheMirror Foto | Birmingham Mail Fonte Ecoglog

Tinture vegetali: salute personale e rispetto dell’ambiente

I capi d’abbigliamento sono tinti con coloranti sintetici che spesso contengono sostanze allergeniche o addirittura cancerogene. I reflui di lavorazione di questi coloranti hanno poi un impatto sull’ambiente fortemente nocivo. Ma un’alternativa naturale si sta facendo strada: la tintura con erbe e piante.tinture_vegetali

Inghilterra, 1856. Rivoluzione industriale. Serve carbone per le ruggenti macchine che spingono l’industrializzazione del paese. Bisogna migliorare le rese energetiche e allora il carbone fossile viene distillato, per ottenerne un tipo a più alto potere calorifico. Un sottoprodotto di questa lavorazione è il catrame e il catrame è ricco di anilina. Il chimico Perkin, nel 1856, sta lavorando a estratti greggi di anilina per ottenere degli antimalarici ma scopre invece come ottenere una sostanza viola: la chiama mauveina. Da quel momento in poi lo sviluppo della chimica coloristica sintetica sarà veloce e imponente, e quella che era stata per secoli “l’arte della tinta”, a base di preparati vegetali, viene rivoluzionata dall’impiego di sempre nuovi coloranti sintetici. Io sono chimico. Vedo nella chimica moderna la realizzazione del sogno alchemico, vecchio di secoli, di riuscire a trasformare la materia da una sostanza all’altra. Tutto questo ha qualcosa di magico. Ho sempre pensato che il meraviglioso e lo scientifico hanno molte cose in comune… Ma questo sviluppo da imponente è diventato prepotente e oggi l’industria chimica coloristica ha raggiunto volumi produttivi troppo impattanti: 1.200.000 tonnellate di coloranti e pigmenti organici prodotti su scala mondiale, di cui circa il 40% in Cina. La Zhejiang Longsheng Group Co. produce circa 150.00 tonnellate/anno di coloranti sintetici. La B.A.S.F. 15.000 tonnellate/anno di pigmenti organici (non confondere organico con biologico; in chimica organico si usa per dire sintetico, in contrapposizione a minerale). In Italia si contano una cinquantina di imprese produttrici di coloranti e pigmenti per lo più concentrate in Lombardia. I settori delle vernici, inchiostri e quello tessile assorbono la maggior parte di queste produzioni. Prendiamo per esempio il settore dei coloranti per il tessile: ci troviamo davanti a una industria chimica coloristica che da due secoli affina il proprio know how e investe in ricerca e sviluppo. Le economie di scala e il vantaggio di operare in un settore molto maturo permettono a queste aziende di proporre i coloranti a prezzi che vanno circa dalle 10 alle 50 euro/kg. Che possibilità ha oggi una azienda che vuole parlare di green economy di competere sul prezzo con questa realtà? Questo è il mio lavoro e se non pensassi che ciò è possibile non lo farei, ma questa green economy è agli albori e paga lo scotto di doversi re-inventare un modello di produzione sostenibile. Io coltivo e trasformo piante ricche di principi coloranti; il vantaggio più grande di questa professione è avere la Terra dalla tua parte: coltivo in mezzo al deserto della pianura padana ma sento la forza che trasmette il seminare e il raccogliere. Secco queste piante e le frantumo, una parte la estraggo per farne estratti vegetali coloranti: sono sicuro che le stoffe colorate con i miei prodotti non contribuiscono a queste statistiche: su un campione di capi in commercio monitorato tra il 2009 e il 2011, l’Associazione tessile e salute ha riscontrato che il 4% contiene ammine aromatiche cancerogene, il 4% coloranti allergenici, il 6% metalli pesanti oltre i limiti consentiti, il 4% formaldeide. Il 50% delle calzature di cuoio importate contiene il famigerato cromo esavalente. Il 34% dei capi monitorati ha una etichetta con una indicazione non esatta delle fibre di cui è composto. Senza considerare le problematiche legate ai reflui di lavorazione delle imprese della nobilitazione tessile (circa 1100 imprese in Italia) e a quelli delle industrie produttrici di coloranti. Ma c’è altro: guardate un panno tinto con radice di robbia (Rubia tinctorum) e uno con alizarina sintetica. Il primo è un colore tondo, intimo, che come lo guardi ne nasconde sempre altro. Il secondo è un colore piatto, freddo, finito. La reseda (Reseda luteola) dà alla lana un giallo acceso che ammicca sempre al verde, senza mai rivelarlo. Il Guado (Isatis tinctoria) comunica sia alle fibre vegetali che a quelle proteiche un indaco che compete con la sensazione di apertura e di profondità che trasmettono i blu del cielo e del mare. Anche la tintura vegetale ha aspetti critici: il forte consumo di acqua e l’impiego di sali di alluminio (allume di rocca) per la mordenzatura delle fibre sono due aspetti che vanno studiati e migliorati. Più avanti sembra invece la ricerca per quel che riguarda il processo di riduzione dell’indaco naturale nel processo di tintura detto al tino: oggi possiamo contare sull’impiego di batteri riducenti, mentre in Francia si usano gli innocui fruttosio e acido ascorbico al posto del più pericoloso idrosolfito di sodio. Penso che nei prossimi anni dedicare risorse economiche alla ricerca e sviluppo e anche improntare azioni di marketing efficaci sia necessario per consolidare lo zoccolo duro di questo mercato di nicchia dei coloranti naturali e mettere anche la testa un po’ fuori. La linea guida rimane porre l’agricoltura al centro di processi produttivi anche di beni no-food, come appunto coltivare piante tintorie per ottenere coloranti. Pensare l’agricoltura come sistema integrato che crea qualità dell’ambiente, prodotti alimentari di qualità, materia prima per processi di chimica verde.

(per approfondire: www.terraeblu.it).

Fonte: il cambiamento

Al Campidoglio si beve solo…l’acqua del sindaco

Acqua in brocca per il Campidoglio. Il Sindaco Marino e il Vicesindaco Nieri dicono no all’acqua in bottiglia, una scelta nell’ottica del risparmio e del rispetto dell’ambiente.375665

I romani lo dicono da sempre: l’acqua del Sindaco è la più buona! Sarà per questo che al Campidoglio hanno annunciato, nell’ottica del risparmio e del rispetto dell’ambiente, di non utilizzare più l’acqua in bottiglia durante incontri e riunioni istituzionali. “Per me e per la giunta l’acqua sarà solo in brocca. Così il sindaco berrà ‘l’acqua del sindaco’ o meglio l’acqua di Roma. Buona anche perché pubblica”, ha scritto il primo cittadino di Roma Ignazio Marino sulla sua pagina Facebook.  “Berremo e offriremo solo acqua di Roma originale e purissima in caraffa”, ha detto il vicesindaco di Roma, Luigi Nieri, sempre sulla sua pagina Facebook. “Già da Assessore al Bilancio regionale – ha aggiunto Nieri – mi ero occupato della questione, anche aumentando, attraverso un’apposita legge regionale, i canoni di concessione per le acque minerali imbottigliate nel Lazio, fino a quel momento davvero ridicoli: a fronte di notevoli guadagni per gli imprenditori del settore, la collettività traeva un beneficio troppo esiguo. La strada che seguiamo oggi è la stessa: massimo beneficio possibile per l’intera collettività attraverso la valorizzazione dell’acqua pubblica, l’acqua dei romani, l’acqua di tutti”. Un messaggio che segue quello lanciato, ormai più di un anno fa, anche ai turisti in visita nella Capitale. Infatti, per fermare l’invasione estiva delle bottigliette di plastica vuote, dal giugno 2012 sono state messe in commercio le Eco-water, bottiglie riutilizzabili e ripiegabile nonché simpatici souvenir di Roma, in vendita al costo di 2 euro al PIT (Punto d’Informazione Turistica) dei Fori Imperiali e in tutte le librerie dei Musei Civici. In fondo, non si può dire davvero di essere stati a Roma se non si beve la fresca acqua dei “nasoni” romani.

Fonte: eco dalle città

Case in legno riciclato: Tahoe Ridge House sul lago Tahoe che resiste alle tempeste di ghiaccio

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Disastri naturali, o meglio disastri umani: risultato dei fenomeni naturali su un territorio gestito in modo scellerato dall’uomo. Tragedie nostrane come quelle delle recenti alluvioni in Liguria e non solo dimostrano che l’edilizia è un fattore di rischio fondamentale. Strutture fatiscenti, abusive, male collocate, costruite con materiali di scarsa qualità possono trasformare anche una piccola anomalia meteorologica in una catastrofe. Per questo la ricerca in ambito di edilizia sostenibile è così importante: unita al rispetto per il territorio garantisce sicurezza per gli abitanti anche in caso di emergenza. Di emergenze ne sanno qualcosa sul Lago Tahoe, nel Nevada, che, non a caso, è una delle zone con più alta percentuale di precipitazioni nevose. Un fattore che nella progettazione delle abitazioni non va certo ignorato. Così è nata la Tahoe Ridge House progetto di WA Design. Una struttura resistentissima in abete riciclato, rivestita esternamente con una lega di acciaio e alluminio zincato e cedro rosso, albero diffuso nella zona, e rinforzata internamente con sostegni in legno e metallo.Tahoe-Ridge-House-9

Per scaldare gli interni nelle gelide serate d’inverno, imponenti camini in granito ovviamente locale.
Insomma, una casa dove dormire sogni tranquilli, sicuri di poter affrontare a cuor sereno anche la più terribile nevicata.

Vorremmo che tutte le abitazioni Italiane potessero darci la stessa sensazione di sicurezza…..

Fonte: tuttogreen

Don Andrea Gallo, ci lascia il prete degli ultimi

“La cosa più importante che tutti noi dobbiamo sempre fare nostra è che si continui ad agire perché i poveri contino, abbiano la parola”. Dopo una vita ‘in direzione ostinata e contraria’ e sempre dalla parte degli ultimi, è morto ieri a Genova Don Andrea Gallo.don_andrea_gallo1

È morto ieri pomeriggio a Genova, poco prima delle 18,Don Andrea Gallo, stroncato da un’insufficienza cardiaca cui si è aggiunto un edema polmonare. Ad annunciare la sua morte è stata la Comunità di San Benedetto al Porto, da lui stesso fondata. Le condizioni di salute di don Andrea Gallo, che avrebbe compiuto 85 anni il prossimo 18 luglio, si erano aggravate lo scorso 21 maggio. Nato a Genova il 18 Luglio 1928, Don Andrea Gallo viene immediatamente richiamato, fin dall’adolescenza, da Don Bosco e dalla sua dedizione per gli ‘ultimi’, i poveri, gli emarginati. Inizia il noviziato nel 1948 a Varazze, proseguendo poi a Roma il Liceo e gli studi filosofici. Nel 1953 chiede di partire per le missioni e viene mandato in Brasile a San Paulo dove compie studi teologici: la dittatura che vigeva in Brasile, per lui insopportabile, lo porta a far ritorno in Italia l’anno successivo. Prosegue quindi gli studi ad Ivrea e viene ordinato sacerdote il 1 luglio 1959. L’anno successivo viene nominato cappellano alla nave scuola della Garaventa, noto riformatorio per minori. Qui don Gallo cerca di sostituire ai metodi unicamente repressivi una impostazione educativa diversa, basata su fiducia e libertà. I superiori salesiani, tuttavia, dopo tre anni lo rimuovono dall’incarico e nel ’64 Andrea decide di lasciare la congregazione salesiana chiedendo di entrare nella diocesi genovese. Viene quindi inviato a Capraia e nominato cappellano del carcere. Due mesi dopo viene destinato in qualità di vice parroco alla chiesa del Carmine dove rimarrà fino al 1970, anno in cui verrà “trasferito”. L’episodio che scatena il provvedimento di espulsione è un ‘incidente’ verificatosi nel corso di una predica domenicale. Nel quartiere era stata scoperta una fumeria di hashish ed il fatto aveva suscitato l’indignazione dell’alta borghesia del quartiere. In quell’occasione Don Gallo ricordò nella propria predica la pericolosità di altre droghe, per esempio quelle del linguaggio, con le quali un ragazzo può diventare “inadatto agli studi” se figlio di povera gente, oppure un bombardamento di popolazioni inermi può diventare “azione a difesa della libertà”. Qualche tempo dopo, viene accolto dal parroco di S. Benedetto, Don Federico Rebora, ed insieme ad un piccolo gruppo Don Andrea Gallo fonda la Comunità di S. Benedetto al Porto. Qui la porta è rimasta sempre aperta a chiunque, gli altri Don Gallo andava a recuperarli direttamente per strada. Don Andrea Gallo ha trascorso almeno quarant’anni della sua vita tra poveri, malati, prostitute e tossici ai quali si è avvicinato con profonda umanità ed un realismo spesso lontano dalla cecità del mondo ecclesiastico. Lo dimostra, ad esempio, il fatto che Don Gallo, come lui stesso ha dichiarato, ha accompagnato alcune prostitute ad abortire, piuttosto che vederle destinate alla morte nelle macellerie degli aborti clandestini.Tra i suoi altri gesti ‘scandalosi’ anche lo spinello fumato nel salone di rappresentanza di Palazzo Tursi, contro la repressione penale per il consumo di hashish e marijuana e la sua posizione  a favore del divorzio nell’anno del referendum. Prete ribelle, eretico, prete di strada, sacerdote degli ultimi, prete partigiano. Tanti gli appellativi che sono stati utilizzati per definire Don Andrea Gallo e sottolinearne la sua distanza dalle posizioni della Chiesa ufficiale, la sua vicinanza alla gente, il suo attivismo per ‘gli ultimi’ ed i loro diritti, le sue idee spesso considerate scomode agli occhi del mondo ecclesiastico. Una vita “in direzione ostinata e contraria”, come aveva scritto il suo amico Fabrizio De Andrè, ma sempre nei ranghi dell’obbedienza e del rispetto delle gerarchie ecclesiastiche, infatti Don Gallo non sarà mai sospeso “a divinis”. “La cosa più importante che tutti noi dobbiamo sempre fare nostra – diceva – è che si continui ad agire perché i poveri contino, abbiano la parola: i poveri, cioè la gente che non conta mai, quella che si può bistrattare e non ascoltare mai. Ecco, per questo dobbiamo continuare a lavorare!”. L’ultimo messaggio di Don Andrea Gallo è datato lunedì sera ed è stato lanciato su Twitter: “Sogno una Chiesa non separata dagli altri, che non sia sempre pronta a condannare, ma sia solidale, compagna”.

Fonte: il cambiamento