Se l’uomo se ne va, la natura si riprende ciò che è suo

Quando l’uomo abbandona un territorio e se ne va, la natura si riprende rapidamente ciò che prima occupava. Lo spiega bene Roberta Kwok sulla rivista americana PNAS, Proceedings of the Academy of Science. Lo spiega altrettanto bene, ispirandosi alla Kwok, Pietro Greco su “Micron”.9839-10625

La riconquista. La natura si riprende rapidamente il territorio prima occupato e poi abbandonato dall’uomo. Il primo ad accorgersene negli anni ’80 del secolo scorso e a registrarlo con rigore scientifico fu, probabilmente, Ingo Kowarik, un ecologo urbano dell’Università tecnica di Berlino: le case abbandonate o distrutte e mai ricostruite dopo la Seconda guerra mondiale nella capitale tedesca erano state riconquistate dalla natura selvaggia e metamorfizzate in foresta. Un’oasi urbana nata per caso, con erbe, arbusti, alberi nativi e non che costituivano un ecosistema inedito.
Alle “oasi urbane accidentali” la rivista PNAS, i Proceedings of the Academy of Science degli Stati Uniti, dedica un lungo e interessante articolo firmato da Roberta Kwok. Dove si documenta come di casi simili a Berlino, in giro per il mondo, ce ne sono a decine. Prendete Detroit, per esempio. La città dell’auto che nel 1950 contava 1,8 milioni di abitanti e oggi non supera le 675.000 unità. Uno spopolamento di vasta portata, che ha lasciato senza abitanti interi quartieri e migliaia di abitazioni. Lo chiamano il deserto industriale. Ma sbagliano, perché non è un deserto. Perché le aree abbandonate sono state riconquistate, appunto, da erbe e arbusti e piante che ospitano una quantità incredibile di insetti e uccelli e persino qualche animale più grande. Qualcosa di analogo è stato riscontrato a Baltimora da Christine Brodsky, una ecologa urbana della Pittsburgh State University del Kansas, che nel 2013 ha portato a termine uno studio sugli uccelli che popolano i quartieri disabitati della città del Maryland che ha conosciuto uno spopolamento analogo a quello di Detroit. Ebbene, Christine Brodsky e il suo gruppo di lavoro hanno individuato in città 60 diverse specie di uccelli, alcuni dei quali, come i parula del nord e le capinere, che in genere preferiscono la foresta. Anche la Grande Parigi ha conosciuto il fenomeno dello spopolamento con conseguente abbandono delle abitazioni in alcuni quartieri. Le chiamano wasteland, territori dei rifiuti. Ma un gruppo di scienziati francesi, tra cui Audrey Muratet, un ecologo dell’Agenzia regionale della Biodiversità dell’Ile de France, ha documentato che non si tratta esattamente di deserti. In quei territori abbandonati dai cittadini comuni e frequentati solo da spacciatori e dai loro clienti è ospitato il 58% della biodiversità botanica di Parigi. Ci sono più specie lì che in tutti i parchi e i giardini ben ordinati della capitale francese. D’altra parte anche nelle periferie più degradate di molte città italiane si registra un qualche fenomeno di riconquista se non di conquista ex novo: dai gabbiani ai pappagalli, molti cieli urbani sono frequentati da ospiti volanti sconosciuti fino a qualche tempo fa. Mentre non è raro in alcune zone delle nostre città imbattersi in volpi, cinghiali e in qualche serpentello.  Potremmo continuare con gli esempi. Ci sono, in giro per il mondo, Italia compresa, aree industriali abbandonate, magari ancora con colline di carbone, che si stanno trasformando in vere e proprie paludi, ricche anche di batteri che metabolizzano nitrati. E, a mare, i fosfati. Pare che nel Golfo di California i batteri metabolizzino il 28% dei composti del fosforo, riducendo la fioritura di alghe che a sua volta sottrae ossigeno al mare. Spesso i batteri operano con un’efficienza ancora superiore, che consente loro di superare il tasso di inquinamento. Ne consumano più loro, di inquinanti, di quanto non ne riescano a produrre l’uomo. Insomma, nelle aree dismesse crescono gli spazzini dell’ambiente. Ma lasciamo da parte gli esempi specifici e veniamo ai dati complessivi. Tra il 1950 e il 2000, riporta ancora PNAS, oltre 350 città in tutto il mondo hanno conosciuto un marcato fenomeno di spopolamento. In assoluta controtendenza, perché in questi anni il mondo ha conosciuto un inedito sviluppo urbano e ha visto, per la prima volta nella storia, la popolazione che vive in città superare quella che vive in campagna. Nelle centinaia di città spopolate, sono state abbandonate decine di migliaia di abitazioni e interi quartieri. Non si tratta di fatti marginali. In un recente rapporto si documenta come, ormai, il 17% del territorio urbano degli Stati Uniti – addirittura il 25% in alcune città – sia in condizioni di assoluto abbandono. Un ecologo americano, Christopher Riley, ha provato a fare un po’ di conti. E ha calcolato che i servizi naturali prodotti dalla natura selvaggia che sta riconquistando i territori urbani abbandonati dall’uomo ammontano a 2.931 dollari per ettaro, contro i 1.320 degli ecosistemi urbani ordinati e degli 861 dollari delle aree di campagna. Il report su PNAS tende a sfatare anche un luogo comune, secondo cui l’arrivo di specie aliene (piante o animali che siano) rappresentano di per sé un fattore negativo per gli ecosistemi. Non sempre è così. L’arrivo nelle aree urbane di piante e animali provenienti da altre regioni e persino da altri continenti rappresenta quasi sempre un fattore di equilibrio. D’altra parte si tratta di un ecosistema nuovo e nessuno è, per definizione, un alieno. Viva la riconquista, dunque? Beh, se vediamo il problema da un punto di vista squisitamente ecologico, sì: viva la riconquista. Ma ci sono anche correlati sociali. Nelle aree urbane abbandonate regna il degrado umano e cresce la delinquenza. E, in questo caso, trovare il miglior equilibrio non è affatto semplice.

Chi è Pietro Greco

Pietro Greco, laureato in chimica, è giornalista e scrittore. Collabora con numerose testate ed è tra i conduttori di Radio3Scienza. Collabora anche con numerose università nel settore della comunicazione della scienza e dello sviluppo sostenibile. E’ socio fondatore della Città della Scienza e membro del Consiglio scientifico di Ispra. Collabora con Micron, la rivista di Arpa Umbria.

Fonte: ilcambiamento.it

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L’industria della carta divora una delle ultime grandi foreste del pianeta

Una delle più grandi distese di verde della Taiga russa sta scomparendo a causa del disboscamento dell’industria della carta. E in Brasile la foresta non conosce sorte migliore: sempre meno protetta.9510-10266

«Numerose società produttrici di carta e derivati sono collegate ad aziende che stanno distruggendo una delle ultime e più grandi foreste vergini d’Europa, nella Taiga russa»: a denunciarlo è il rapporto “Eye on the Taiga”, diffuso da Greenpeace International.

«La Taiga russa è parte dell’ecosistema della Grande Foresta del Nord, che si estende per 16 milioni di chilometri quadrati dall’Alaska alla Russia, passando per il Canada e la Scandinavia – spiegano da Greenpeace International – La Grande Foresta del Nord rappresenta un terzo delle foreste rimaste sulla Terra ed è il secondo più grande ecosistema terrestre del mondo, dopo le foreste tropicali. Circa il 60 per cento della Grande Foresta del Nord (950 milioni di ettari) si trova proprio in Russia, dove però le blande leggi forestali permettono la frammentazione o la radicale trasformazione delle foreste, spingendo le aziende del settore del legno e della carta a spostare la loro attenzione verso le foreste vergini o Paesaggi Forestali Intatti, come vengono definiti scientificamente. Ad esempio la regione russa di Arcangelo, che si estende per 31 milioni di ettari, è vista dall’industria del legno e della carta come una “miniera di legname”. In particolare, fanno parte di questa regione gli 835 mila ettari del Paesaggio Forestale Intatto conosciuto come Foresta Dvinsky, divenuti ormai il fulcro di un acuto conflitto tra gli interessi di conservazione forestale e le mire del settore del legname e della carta. Fra il 2000 e il 2015 la Foresta Dvinsky ha perso oltre 300 mila ettari di Paesaggi Forestali Intatti, mettendo a rischio l’habitat di una delle ultime popolazioni di renne selvatiche, già in via d’estinzione».

«Per quanto la foresta boreale russa possa sembrare lontana, sono state le aziende europee, statunitensi e australiane a far crescere a dismisura la domanda di prodotti provenienti da quest’area», afferma Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. «Arkhangelsk Pulp & Paper Mill (APPM), che commercia principalmente cellulosa e carta, è una delle società che sta ostacolando la protezione ufficiale della Foresta Dvinsky. Tra i clienti di APPM troviamo l’azienda italiana Fornaroli Carta SpA, e Kiev Cardboard and Paper Mill – con sede in Ucraina, ma controllata dall’austriaca Pulp Mill Holding GmbH – che vende i propri prodotti a famosi marchi come McDonald, PepsiCo, Nestlé, Unilever, Mondelez e Auchan».

Greenpeace ha scritto alle società citate nel rapporto e ha chiesto loro di unirsi agli sforzi per salvare la Foresta Dvinsky e tutte le altre preziose foreste vergini della Grande Foresta del Nord.

«La distruzione della Foresta Dvinsky e degli altri Paesaggi Forestali Intatti della regione di Arcangelo si fermerebbe se venisse interrotto il flusso di prodotti derivati da questa deforestazione verso i mercati internazionali, compresa l’Unione europea e l’Italia», continua Borghi. «È dovere di queste aziende fermare la distruzione di una delle ultime foreste vergini d’Europa e preservare aree forestali intatte che non hanno eguali in Europa in termini di dimensioni e biodiversità», conclude Borghi.

Leggi il report “Eye on the Taiga”.

Ma anche in Brasile la foresta sta scomparendo, giorno dopo giorno.

Nonostante in Amazzonia la deforestazione sia aumentata del 75 per cento tra il 2012 e il 2015, il governo brasiliano starebbe pensando di ridurre la protezione di alcune aree intatte della foresta. Greenpeace è andata sul posto per documentare cosa si rischia di perdere.

«Il governo Temer starebbe infatti per presentare al Congresso Nazionale una proposta per ridurre le Conservation Units – un potente strumento contro la distruzione delle foreste. Si prevede di cancellarne una e ridurre la superficie di altre quattro del 40 per cento – spiegano sempre dall’associazione ambientalista – In una sola mossa si potrebbe togliere la protezione a un’area grande sei volte l’area metropolitana di Londra: circa un milione di ettari di foresta. La protezione di queste aree è vista come un ostacolo agli investimenti. Se questa ipotesi dovesse diventare realtà, si consegnerebbe alla distruzione un patrimonio inestimabile di biodiversità. Per questo Greenpeace ha sorvolato la foresta nello stato di Amazonas, per mostrare quanto si perderebbe se questi piani dovessero diventare realtà e qual è lo stato di salute di queste aree».

«Riducendo le Conservation Units, il presidente del Brasile, Michel Temer, incoraggerebbe chi distrugge la foresta e tradirebbe chi ha lavorato per preservarla», spiega Cristiane Mazzetti, della campagna Amazzonia di Greenpeace Brasile. «Ridurre queste aree protette in un momento in cui la deforestazione è tornata a salire vuol dire proporre l’opposto di quanto serve ora al Brasile per contrastare la distruzione delle foreste. Ora più che mai, è importante fare pressione sul governo per fermare questa proposta e tornare a ridurre la deforestazione».

«Lo stato di Amazonas ospita la più grande area continua di Foresta Amazzonica e ancora molte aree di foresta intatta. Se queste dovessero essere distrutte, molti benefici ambientali per il Pianeta andrebbero perduti. Nel solo 2016 la deforestazione nello Stato di Amazonas è cresciuta del 54 per cento rispetto all’anno precedente». Le immagini catturate per Greenpeace dal fotografo Daniel Beltra mostrano ampie zone di foresta in pericolo, con evidenze della presenza di attività umane, come l’estrazione di oro e presenza di strade. Intorno al confine delle Conservation Units, sono inoltre visibili anche tracce di recente deforestazione e alcune aree bruciate da poco, probabilmente per lasciare spazio a nuove aziende agricole o all’industria del legno.

«La creazione delle Conservation Units è stata una mossa vincente, che tra il 2005 e il 2012 ha contribuito a ridurre il tasso di deforestazione. Con questa proposta invece il governo potrebbe dare luce verde alla deforestazione selvaggia», conclude Mazzetti.

Fonte: ilcambiamento.it

Abdul, l’uomo che protegge la foresta

Circa 40 anni fa Abdul Kareem comprò cinque acri di terra in un’area disabitata di Kasargod, nel distretto di Malabar, nel nord del Kerala, in India. Poi ha comprato altra terra, fino ad arrivare a oltre 30 acri e ha piantato molto alberi. Lì ha fatto crescere e ha custodito la sua foresta, un inno alla natura.abdulkareem

Faceva l’agente di viaggio ed era lontano cinque giorni a settimana; in un primo momento aveva pensato che quel terreno gli sarebbe servito per trovare un po’ di relax tra uno spostamento e l’altro. Abdul Kareem ha comprato prima cinque acri, poi è arrivato a oltre 30, ha piantato alberi e ha trasformato quella terra in una foresta vibrante. Mano a mano che la sua foresta cresceva, allo stesso modo cresceva in lui l’amore per quella vittoria della natura. «Prendersi cura della natura è la principale missione della mia vita» afferma Abdul, che oggi ha 68 anni. E’ nato in un villaggio vicino al mare, dove c’erano solo colline e giungla. Da bambino fantasticava sulle foreste  e quando ha comprato quella terra brulla e rocciosa, che a fatica permetteva alla vegetazione di crescere, è riuscito a vederci ciò che sarebbe diventata. «Ho lasciato che la foresta crescesse da sè» spiega. Nessuna irrigazione né fertilizzati, nessuna interferenza umana. In pochi anni è cresciuta una vegetazione fitta e verde con circa 300 specie di piante. Sono arrivati gli uccelli e hanno diffuso i semi ovunque. Quando ci si mette piede, sembra di entrare in un santuario, ha detto Roshan Shah, uno scrittore che è stato ospite di Abdul. Tutt’intorno a quegli ettari di verde i terreni sono coltivati intensamente e forse è anche per questo che così tante specie animali hanno trovato rifugio proprio tra gli alberi di Abdul, dagli uccelli ai serpenti, dai mammiferi agli insetti. E c’è acqua pura, rigenerata grazie al rigenerarsi dell’ambiente. La temperatura all’interno della fitta vegetazione è la più bassa dell’intera regione e proprio nel cuore della foresta c’è un piccolo cottage dove Abdul vive con la moglie. Quest’uomo buono e generoso permette ai vicini di attingere alle sorgenti sulla sua terra e di cogliere frutti e foglie per ricavarne medicamenti. «Un giorno mi ha fermato il proprietario di una catena di hotel – spiega Abdul – voleva comprare la mia terra e costruirci un albergo con un resort ayurvedico. Offriva un’enorme somma di denaro e mi avrebbe anche permesso di restare qui, ma ho rifiutato». Si è ricordato di quanto valga l’esempio e di quanto valga anche un solo pezzo di foresta per ispirare l’inversione di rotta di cui c’è assoluto bisogno.

Fonte: ilcambiamento.it

L’incanto della foresta nell’ultimo poema sulla natura di Luc Jacquet

Gli alberi comunicano fra di loro, si difendono, combattono e proteggono la loro discendenza. Un documentario che dimostra come l’intelligenza non sia patrimonio esclusivo di chi ha un cervello19432032_178588-586x390

È’ stato presentato ieri sera, in anteprima italiana, nell’ambito del Festival SottodiciottoIl Était Une Forêt, l’ultimo documentario di Luc Jacquet, acclamato regista de La marcia dei pinguini e de La volpe e la bambina al quale la rassegna torinese ha dedicato una retrospettiva. Questo magnifico documentario girato nelle foreste tropicali del Perù e del Gabon si è avvalso della collaborazione di Francis Hallé, noto botanico francese che fa da voce narrante di questo film consacrato alla vita delle piante secolari. Nei 75 minuti di quest’opera uscita un mese fa in Francia, ma ancora priva di un distributore italiano, cadono molti dei più diffusi preconcetti sulla natura e sull’intelligenza degli esseri viventi. È stato lo stesso Jacquet, dopo l’anteprima, a ribadire questo concetto che viene spiegato benissimo anche dalle immagini del suo film:

Mi sono accorto che prima di girare questo film conoscevo solamente la metà del nostro mondo. Per esempio, noi pensiamo che la comunicazione sia solo di chi ha cervello, ma non è così. Le piante sono in grado di asservire il fiore e di comunicare fra di loro. L’intelligenza non è soltanto “appalto” di chi ha un cervello.

Pur nella loro immobilità, gli alberi e le piante

Sono esseri viventi che devono lottare come noi: per conquistare il loro territorio, per nutrirsi e per proteggere la loro discendenza.

Film sulla foresta di Luc Jacquet19432032-178590-620x350

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I momenti più affascinanti del film sono quelli in cui il botanico Francis Hallé spiega le strategie messe in campo dalle piante per garantirsi la sopravvivenza. La storia della passiflora e della sua “guerra” con gli insetti che l’ha costretta a circa 150 mutazioni del suo corredo genetico in alcuni decenni, il vero e proprio scontro fra titani fra gli alberi e le piante parassite che gli crescono intorno fino a “sconfiggere” la pianta originale e, ancora, le strategie adottate dagli alberi per far viaggiare nello spazio i propri semi e perpetuare la propria specie.

Il film ha posto al regista delle vere e proprie sfide tecniche:

Il primo problema che ho dovuto affrontare è stato quello del tempo. Come conciliare i 24 fotogrammi al secondo con la vita secolare degli alberi? Per questo ho dovuto ricorrere alle animazioni che descrivono i processi della crescita. Il secondo problema era di ordine spaziale. Il cinema è, per sua natura, orizzontale, mentre gli alberi sono verticali.

Per la scena mozzafiato che apre il film è stato utilizzato un drone che ha risalito il tronco fino alla sommità, per incontrare lo straordinario narratore di questa favola, Francis Hallé. Quando qualcuno ha chiesto al regista se la presenza del protagonista a 70 metri d’altezza fosse un effetto digitale lui ha risposto con grande ironia:

L’80% della biodiversità si trova sulla sommità degli alberi e per Francis è sempre un piacere stare seduto in cima ai tronchi. Con lui la difficoltà non è farlo salire, ma farlo scendere.

Fonte: ecoblog

Bruciano le foreste di Sumatra e Singapore soffoca nello smog

Da tre giorni la città di Singapore è avvolta da una fittissima coltre di fumo: colpa anche della deforestazione dell’isola di Sumatra.91565212-586x390

Le meravigliose foreste dell’isola di Sumatra, quelle in cui (unita l’italia) combattè e morì anche il prode Nino Bixio, da giorni bruciano per fare spazio alle colture di olio di palma: la deforestazione della Malesia, in particolare proprio a Sumatra, sta però mettendo a serio rischio la salute dei cittadini: a Singapore, da oramai tre giorni, è impossibile uscire di casa senza mascherina. La città è avvolta da una fittissima coltre di smog. La forte deforestazione, che secondo il nostro EcoAlfabeta e non solo, sta letteralmente distruggendo le foreste indonesiane, con il rischio di vederle sparire nei prossimi 20 anni, sta infatti mettendo in ginocchio la popolazione delle megalopoli asiatiche sullo stretto di Singapore. In particolare, nella “città ad aria condizionata” raccontata dal giornalista Tiziano Terzani, Singapore, da tre giorni i cittadini vivono avvolti in una fittissima coltre di fumo che per molti è poco dissimile a quella che attanaglia Pechino, ed altre città cinesi, oramai ininterrottamente da parecchi mesi. Il fumo su Singapore, proveniente in larga parte proprio dagli incendi (tutti opera dell’uomo) sull’isola di Sumatra, soffoca le persone, unendo al grave problema dello smog derivante dall’altissima densità abitativa (auto, riscaldamenti, la famosa aria condizionata) anche il soffocamento del fumo degli incendi. Una vera e propria emergenza, che ha innalzato il livello di pericolo imposto dalle autorità superando persino i picchi raggiunti nel 1997, quando il fenomeno aveva causato almeno 9 miliardi di dollari di danni; insomma, l’uomo si dimostra sempre più incapace di imparare dalle tragedie (in questo caso economico-sanitaria) del passato: l’Indice di inquinamento (Psi) è schizzato a quota 371, ben oltre la soglia di 300 che costituisce il passaggio da “molto malsano” a “pericoloso”. Dai grattacieli di Singapore numerose testimonianze attestano una visibilità inferiore ai 500m. Anche la deforestazione, e la conseguente carenza di alberi, ha la sua fetta di responsabilità della qualità dell’aria singaporiana: un’emergenza ambientale vera e propria, sotto tutti i punti di vista, che si ripropone ciclicamente ad ogni stagione secca quando ampie fette di territorio tropicale indonesiano sull’isola di Sumatra vengono date alle fiamme per fare spazio alle redditizie coltivazioni di olio di palma, di cui Malesia ed Indonesia sono i maggiori produttori al mondo.

Fonte: ecoblog

Walt Disney Company vuole diventare “carbon neutral”. E investe nelle foreste

The Walt Disney Company ha acquistato, al prezzo di 3,5 milioni di dollari 437mila unità di carbonio omologate emesse dalla Iniciativa Alto Mayo, un progetto che mira a preservare 2,8 milioni di acri di foresta nel nord-est del Perù.

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Secondo l’agenzia Point Carbon, il colosso dell’entertainment ha accettato un prezzo ben al di sopra del mercato, pagando circa 7 dollari per tonnellata di crediti di carbonio, quando attualmente i crediti del Clean Development Mechanism (CDM) hanno un prezzo a quota di 0,42 dollari. L’intenzione di Disney è di utilizzare i crediti nella strategia che mira a rendere l’azienda “carbon neutral” a breve. L’inziativa REDD+ di Alto Mayo è frutto di una partnership tra Conservation International, Associação de Pesquisa e do Desenvolvimento Integral, Associação da Virgem da Medalha Milagrosa e agenzie del governo peruviano. Un progetto simile del CI è in fase di sviluppo nel bacino del fiume Xingu in Brasile, con l’intenzione di proteggere 14 milioni di ettari. In passato Disney è stata al centro di numerose polemiche da parte dei movimenti ecologisti. Nel 2011 la corporation ha ammesso di avere sostenuto una spesa di 15,5 milioni di dollari per favorire la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, la protezione delle foreste, il rimboschimento e l’annullamento dei gas industriali. La compensazione volontaria (finanziando progetti che impediscono le emissioni di carbonio e riequilibrano il bilancio delle proprie) è diventata sempre più popolare fra le aziende tanto che fra il 1999 e il 2009 la spesa globale ha toccato i 387 milioni di dollari. Secondo le associazioni ambientaliste, però, le compensazioni delle multinazionali sono solamente operazioni di facciata, mentre per una vera politica green occorrerebbe ridurre le emissioni attraverso efficienza energetica e acquisizione di nuovi processi. Qualcuno ha iniziato a chiedersi: ma le foreste protette dal denaro sarebbero state distrutte lo stesso? Secondo una ricerca dell’Università di Stanford due terzi dei regimi di sostegno del Clean Development Mechanism delle Nazioni Unite sono investimenti su progetti che non forniscono riduzioni, poiché intervengono su aree in cui non ci sarebbe comunque stato un aumento delle emissioni.

Fonte: Instituto Carbono Brasil

 

In India l’uomo degli alberi ha piantato una foresta di 550 ettari

L’insolita storia di un eroe contemporaneo è quella di Jadav Payeng che ha piantato una foresta di 550 ettari su un banco di sabbia nei pressi del fiume Brahmaputra in India. Il sito si è ripopolato di specie animali grazie alla presenza degli alberi e una tigre ha dato recentemente alla luce due cuccioli. La zona è di difficile accesso e si trova a Jorhat a 350 km dalla strada per Guwahati. Per arrivare al fiume bisogna abbandonare la strada principale e prendere una piccola strada lunga circa 30 km. Se si è fortunati si trovano i battellieri per passare sulla riva nord. Dopo 7 km di cammino a piedi si arriva da Jadav Payeng e le persone chiamano oramai questa zona Molai Kathoni, il bosco di Molai dove Molai è il soprannome di Payeng. La storia di Payeng inizia nel 1979 quando trovò numerosi serpenti morti sul banco di sabbia rilasciati dalle onde del fiume dopo un’alluvione. I serpenti erano morti a causa del calore poiché non c’era alcun albero a dare ombra. Racconta Payeng che all’epoca aveva 16 anni:

Mi sono seduto e ho pianto per quei corpi senza vita. Fu una carneficina. Avvisai il ministero delle Foreste chiedendo loro se potevano piantare degli alberi. Mi risposero che non potevano e mi dissero di piantare dei bambù. Fu dura ma ci riuscì. Non c’erano persone ad aiutarmi.

Payeng dunque decide di lasciare gli studi e la sua casa e inizia a vivere sul banco di sabbia. Ma non è un Robinson Crusoe per cui accetta volentieri questa solitudine. (In India è comune che tra gli induisti ci siano i sannyasin o rinuncianti). Inizia così a arricchire il boschetto di bambù e allora decide di iniziare a piantare veri alberi. Racconta ancora Payeng:

Ho portato delle formiche rosse dal mio villaggio poiché hanno la capacità di cambiare le proprietà del suolo. Infatti poco dopo sono spuntati varie specie di fiori mentre iniziavano a arrivare sempre più animali come il rinoceronte e la tigre reale del Bengala. Dopo 12 anni sono arrivati gli avvoltoi e gli uccelli migratori sono giunti in massa, cervi e bovini hanno attirato i predatori. La natura ha creato una catena alimentare: chi proteggerà gli animali se noi, gli esseri superiori apriamo la caccia?

Il ministro delle Foreste dell’Assam venne a conoscenza della foresta di Payeng nel 2008, dopo che un centinaio di elefanti dopo aver devastato un villaggio vi si rifugiò. Distrussero anche la capanna di payeng. E uno dei funzionari Gunin Saikia incontrò Payeng proprio in quella circostanza:

Siamo rimasti sorpresi nel trovare una foresta così densa su un banco di sabbia. Gli abitanti del villaggio distrutto volevano abbattere la foresta a causa dei pachidermi che vi si erano rifugiati ma Payeng rispose che li avrebbe difesi ammazzando chi si fosse avvicinato. Cura gli alberi e gli animali come se fossero sui figli e dunque abbiamo deciso di contribuire al progetto. E’ da considerare un eroe.

Fonte: Courier International, Times of India