Il Seme di Chico: “Facciamo a gara a chi pianta più alberi?”

Una sfida lunga 365 giorni: coltivare il rispetto e la cura per la Terra. Poche le regole del gioco: basterà piantare un albero autoctono, fotografarlo e condividere l’immagine su un gruppo facebook in modo da stimare quanti nuovi alberi saranno stati messi a dimora in un anno. Questa la scommessa lanciata dall’Associazione Straula con il progetto Il seme di Chico. Era il 2006 quando Fabio e i suoi compagni diedero vita all’Associazione Straula, a San Cataldo (CL), nell’entroterra siciliano. Un territorio minacciato dal problema dello spopolamento e dell’abbandono, dove crescere troppe volte vuol dire andar via, lasciandosi alle spalle affetti e radici. Le parole di Fabio hanno un suono antico mentre racconta di strumenti di lavoro, musiche e danze popolari, scorci di un mondo perduto. O quasi. «La straula, spesso trainata dai buoi, era usata in campagna per trasportare attrezzi e ortaggi», mi racconta Fabio. A quest’immagine s’ispira l’associazione. Il principale obiettivo: «traghettare le vecchie tradizioni verso le nuove generazioni, rimodulandole ai tempi che cambiano ed evitando che vadano perdute per sempre». Diverse le tematiche affrontate negli anni: dall’integrazione sociale alla lotta contro la mafia, al fianco di altre associazioni del territorio. Il filo conduttore delle diverse iniziative è sempre stato la rivalutazione di spazi comuni, sottratti all’incuria attraverso eventi culturali e musicali.

L’Associazione Straula si impegna quindi a preservare il territorio siciliano dai mali sociali e soprattutto ambientali, nel tentativo di renderlo un posto migliore per vivere. «Il problema della desertificazione affligge l’entroterra siciliano. La siccità estiva, inoltre, favorisce il propagarsi di incendi, soprattutto in aree abbandonate», anche a causa di un impoverimento drastico della biodiversità. Così a novembre 2020, nasce un nuovo progetto: Il seme di Chico, in onore dell’attivista brasiliano Chico Mendez, assassinato nel 1988 a causa delle sue battaglie in difesa dell’Amazzonia. Negli ultimi anni, questa foresta è stata ulteriormente sfregiata da incendi e disboscamento massivo. Le lobby dell’agribusiness, così come la mancanza di azioni politiche di tutela ambientale, minacciano tuttora il polmone verde del mondo. «La storia di Chico Mendez è di grande ispirazione ancora oggi. Ci siamo chiesti, come spargere il seme della consapevolezza e dei valori per cui quest’uomo si è battuto fino alla morte», spiega Fabio.

Chico Mendes

È nata così l’idea di una challenge sul web: piantare un albero autoctono – in un giardino, in un terreno comunale o abbandonato –, scattare una foto e postarla nel gruppo facebook “conta alberi”. La sfida è stata lanciata il 21 novembre 2020 grazie ad un video realizzato da Infedeforesta con la partecipazione di Luca Mercalli, Roy Paci, Stefano Ciafani (presidente Nazionale di Legambiente Onlus), Roberto Zeno e Francesco Moneti (Modena City Ramblers), Salvatore Nocera (Pupi Di Surfaro) e Enrico Greppi, in arte Erriquez (Bandabardò), scomparso prematuramente domenica 14 febbraio. Questi volti noti si sono uniti all’appello dell’Associazionea Straula, invitando tutti a prendere parte al gioco. «Inizialmente speravamo che venissero piantati almeno trecento alberi. I giorni correvano e il numero di alberi messi a dimora è raddoppiato, allora abbiamo deciso di non porci alcun limite».

Oggi dal seme di Chico sono nati quasi mille alberi: dalla Sicilia, alla Toscana, passando per la Campania, la Lombardia, la Calabria, il Friuli. Un albero è stato piantato persino a New Jersey. Ciò che conta, è che il seme di Chico abbia fatto breccia nel cuore di molti. Nei prossimi mesi, verranno condivisi video e consigli per prendersi cura degli alberi messi a dimora, soprattutto nel delicato periodo dell’attecchimento.

«Il flashmob virtuale – chiarisce Fabio – è nato anche a causa dell’attuale situazione sanitaria, che impedisce di ritrovarsi e piantare insieme degli alberi come era stato fatto negli anni scorsi a San Cataldo, nel tentativo di rivalutare un’area in completo stato di abbandono», progetto ambizioso, avviato nel 2016 per dar vita a un parco urbano, proprio a San Cataldo, in una zona lasciata nell’incuria e deturpata da frequenti incendi. «Nel piano regolatore del comune si parla di un parco, mai sviluppato. Abbiamo proposto all’amministrazione comunale di prendercene cura e oggi vi crescono più di 300 alberi».

La piantumazione è stata organizzata per due anni, in occasione della giornata nazionale dell’albero, il 21 novembre. Secondo la legge n.10 del 2013, infatti, per ogni nuovo nascituro le amministrazioni comunali sono tenute a piantare un albero. Ed è proprio grazie al lavoro dell’Associazione Straula, che oggi il parco Achille Carusi non è più un terreno incolto, ma «un’area in cui vivono alberi alti circa due metri, non ancora un vero parco», precisa Fabio, «occorrono ancora molti lavori strutturali, che al momento sono fermi».

Quando la challenge si concluderà a novembre prossimo, l’Associazione Straula vorrebbe coinvolgere le scuole per creare dei vivai, «ritornando al seme, ma soprattutto cercando di lavorare con i più piccoli, perché se la nostra generazione ha fallito, c’è ancora speranza che le nuove possano riscattarci degli errori commessi». Piantare degli alberi permette di confrontarci con una misura del tempo diversa, dilatata rispetto alla durata media della vita dell’uomo. All’ombra degli alberi che piantiamo oggi, sicuramente non riusciremo a sederci, scriveva il premio Nobel Tagore, eppure un giorno questi saranno rifugio, fonte di sostentamento per chi verrà dopo. E in qualche modo gli alberi racconteranno di noi a chi verrà domani. Restituendo alle generazioni future, un paesaggio che conserva la traccia degli abitanti del luogo. Accogliamo insieme l’invito dell’Associazione Straula a «sporcarci le mani di terra e sentirne l’odore». Diventiamo tutti dei piantatori d’alberi, anche solo per un giorno. Esattamente come l’uomo di cui racconta Jean Giono (nell’Uomo che piantava gli alberi), capace di trasformare una landa deserta, in un luogo rigoglioso, pieno di vita, grazie unicamente alle proprie risorse fisiche e morali dedicate per tutta la vita al bene di tutti e della Terra.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/02/il-seme-di-chico-gara-a-chi-pianta-piu-alberi/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

La città del futuro o sarà in salute o non sarà

Prendendo spunto dai segnali lanciati dalla pandemia e dal conseguente lockdown, Paolo Piacentini riflette sui possibili modelli di città del futuro. La necessità è riappropriarsi degli spazi togliendoli al cemento e alle auto, non solo per abbattere i livelli mortali di inquinamento, ma anche per offrire alle persone nuovi luoghi di socialità.

 “L’emergenza di agenti patogeni zoonotici è correlata al deterioramento dell’ambiente e alle interazioni tra uomo e animali nel sistema alimentare”. È l’Agenzia Europea per l’Ambiente a dirlo. Che facciamo dunque? Le diamo credito o no? È arrivata l’ora di smettere di mettere la testa sotto il cuscino e continuare a far finta di nulla. Non si muore di solo covid, anzi, si muore soprattutto di inquinamento in un ambiente insalubre dove, per di più, il virus ha maggiori possibilità di sviluppo e diffusione. Non è certo la prima volta che l’Agenzia Europea per l’Ambiente ci fornisce questi dati, ma non c’è nulla da fare, le priorità sembrano essere sempre altre.

È dimostrato che gli spazi verdi in città aiutano a mitigare le temperature e ad abbattere gli inquinanti. È dimostrato che le città senz’auto sono più salubri, ma la salute di un agglomerato urbano si costruisce creando una condizione di benessere diffuso che va dalle periferie più degradate fino al centro. Il compito più nobile della politica, oggi più che mai, dovrebbe essere quello di costruire benessere psico-fisico e sociale, attento anche alle persone e alla comunità. Una città che vive la salute come dimensione pubblica vede i cittadini partecipi nella cura quotidiana degli spazi collettivi che le istituzioni devono impegnarsi a riconsegnare come bene comune.

Spazi collettivi generatori di salute urbana sono i giardini, i parchi, gli spazi ciclabili. Deve essere garantita la fruizione pedonale dei luoghi, la prossimità dei servizi alla persona. Una città che si libera dal dominio dell’auto privata, che si fa prossima alle persone, che riorganizza e amplifica gli spazi verdi è una città che costruisce la sua salubrità. Una città solidale è una città che non crea distanze sociali ma che cresce in una nuova dimensione comunitaria legata a uno stato di benessere che non esclude la malattia, ma la confina nell’ineluttabile finitezza e fragilità della condizione umana.

Una città in salute è anche quella che rimette al centro lo spazio pubblico e costringe in un angolo una finta rigenerazione urbana padroneggiata dalla speculazione privata. Quello che sta accadendo a Roma in questi giorni, con l’ennesimo minacciato sfratto a Scup Sportculturapopolare, rientra in un modello economico che intacca la salute pubblica. Un centro sociale che diventa punto di riferimento per un intero quartiere, che organizza spazi di socialità popolare, che porta in città cibo pulito e a chilometro zero, che assiste persone disabili, determina benessere diffuso.

La salute, come ci ricorda l’OMS, è uno stato di benessere psico-fisico generale che va dalla persona alla comunità. Se la politica decide di sposare un patto per la salute tra istituzioni e cittadini, l’atto che ne consegue è la costruzione di un nuovo modello di città in cui lo spazio pubblico diffuso viene rimesso al centro.

La città delle persone e per le persone dovrebbe essere la grande rivoluzione del futuro. Bisogna avere tanto coraggio per contrastare un potere economico e finanziario che va in direzione opposta, ma che con il covid ha mostrato – a chi ha occhi per vedere – le sue enormi contraddizioni. Questa è la grande sfida di cui mi sento parte con passione, tutto il resto rischia di essere noia e le città moriranno.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/09/citta-del-futuro-in-salute/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

In Italia gli habitat ecologicamente intatti saranno presto un ricordo

È il Wwf a sottolinearlo nel suo rapporto “Caring for our soil – Avere cura della natura dei territori”: nel nostro paese gli habitat ecologicamente intatti sono in costante riduzione. E i suoli vengono costantemente erosi in fertilità e “resilienza”.9638-10410

Il nuovo rapporto del Wwf si intitola “Caring for our soil – Avere cura della natura dei territori” e i dati che emergono non lasciano molti dubbi. La presidente del WWF Italia Donatella Bianchi sottolinea: “Nel nostro paese gli habitat ecologicamente intatti sono in costante riduzione, solo l’11% dei fiumi alpini si salva da interventi artificiali e dallo sfruttamento; solo il 30% delle coste è rimasto nel suo stato naturale mentre il 50% risulta compromesso; l’80% delle dune è scomparso. Il suolo, risorsa non rinnovabile e bene comune, svolge funzioni vitali per l’ecosistema, la resilienza dei sistemi naturali, la produzione alimentare, la conservazione delle risorse idriche, lo stoccaggio del carbonio: contenere il consumo di suolo è fondamentale per limitare il rischio idrogeologico, garantire la resilienza dei sistemi naturali e favorire l’adattamento ai cambiamenti climatici. È quindi indispensabile stabilire per legge quali siano le soglie da non superare”.

Dal report del WWF emerge che la quota di territorio italiano completamente artificializzato, sia per l’espansione urbana che per le infrastrutture, sale dal 7% al 10%. Molto diffuso anche lo sprinkling, ovvero la polverizzazione dell’edificato, a bassa densità, che favorisce necessariamente una mobilità su gomma; il nostro paese, infatti, è ai primi posti in Europa per motorizzazione privata, con 608 veicoli per 1000 abitanti. Dal secondo dopoguerra a oggi, si è avuta in Italia una repentina riduzione delle superfici agricole pari a più di 10 milioni di ettari, a causa dei mutamenti socioeconomici legati in particolare allo sviluppo della urbanizzazione. Solo negli ultimi 10 anni nel nostro Paese sono stati persi circa 1,5 milioni ettari di superficie agricola utilizzata (SAU) che oggi ammonta complessivamente a 12.885.000 ettari.

Il report WWF avanza proposte per le Green cities, per migliorare la pianificazione urbana, recuperare le aree dismesse e contaminate, diffondere i giardini condivisi e gli orti urbani, ridurre i consumi energetici delle aree edificate e promuovere la mobilità dolce (pedonale e ciclabile). Il primo luogo, il WWF chiede ai Comuni di adottare il bilancio del consumo di suolo per contenere il consumo di suolo attraverso meccanismi dinamici di controllo e governo delle trasformazioni in atto basate sul riuso di spazi ed edifici, su strumenti perequativi, di scambio di crediti, di incentivazione, di fiscalità e di sanzione che sono stati descritti in una proposta di legge depositata in Parlamento. Al momento il disegno di legge su “Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato” è stato approvato alla Camera dei Deputati ed è all’attenzione del Senato. Inoltre, sempre nell’ottica di ridurre la perdita di suolo e contenere il consumo di energia e le emissioni di gas serra nelle aree urbane, il WWF suggerisce di realizzare insediamenti a tendenziale autosufficienza energetica, con impronta energetica vicino allo zero o addirittura negativa, che favoriscano lo sviluppo di politiche integrate di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici, contrastando la crescita della superficie urbanizzata pro capite e la dispersione insediativa e limitando la dispersione termica e i consumi di energia. Utili sono anche i giardini e orti condivisi, che consentono di recuperare territori dismessi, marginali o anche contaminati, si tratta di iniziative di impegno civico in campo ambientale e sociale delle comunità. I cittadini avviano percorsi di sostenibilità nelle città per la riqualificazione delle aree verdi, che permettono di reimmettere in un’economia circolare il valore del suolo e dei servizi ecosistemici da esso garantito. Nel rapporto si suggerisce anche di favorire la mobilità dolce, sostenibile, partendo dalla progettazione delle strade, che devono diventare uno spazio più equo, che favorisca la convivenza tra diversi mezzi di trasporto (senza dimenticare i pedoni) come accade in molte importanti città europee (Copenaghen, Berna, Basilea, Trondheim, ecc.).

Fonte: ilcambiamento.it

 

Earth Day Italia: il verde urbano assorbe il 3% delle Co2

In occasione della Giornata mondiale della Terra e in attesa del premio Monito del Giardino è stato reso noto un studio che conferma l’importanza delle aree verdi urbane

Le aree verdi cittadine, i parchi urbani, le ville e i giardini storici assorbono il 3% delle emissioni totali di Co2 del nostro Paese, hanno quindi un ruolo importantissimo nel contenimento dei fenomeni di riscaldamento globale, ma i benefici di piante e alberi nelle città si possono toccare con mano. Il dato è stato reso noto qualche giorno prima dell’Earth Day, la Giornata Mondiale della Terra che anticiperà di tre settimane la consegna dei riconoscimenti del premio il Monito del Giardino che, dal 2007, viene consegnato a personalità del mondo ambientale e scientifico che si siano distinte nell’impegno per la riduzione dell’impatto antropico sull’ambiente e, in maniera particolare, relativamente al problema dei cambiamenti climatici. Lo studio ha valutato che ogni ettaro di verde urbano, composto da un mix di alberi di medio e alto fusto, arbusti e prato, abbia un assorbimento presunto di 4,2 tonnellate di Co2 annue. Ora, fatta questa premessa, considerando che il verde che ricade nel territorio comunale dei capoluoghi di provincia è pari (secondo i dati Istat) al 9,3% della superficie totale dell’Italia, ovverosia a 2 milioni e 800mila ettari di verde urbano, se ne ricava che 12 milioni di tonnellate di Co2 possono essere assorbite dal verde presente nei centri urbani italiani. E questa cifra rappresenta il 3% delle emissioni che l’Italia produce ogni anno. La definizione di ‘polmone verde’ si adatta perfettamente al ruolo del verde pubblico e privato delle città italiane. Proprio chi si occupa di lotta globale ai cambiamenti climatici ha imparato ad apprezzare il contributo di piccoli e medi interventi di contrasto all’aumento medio della temperatura del Pianeta. La dimensione locale è quella su cui si innestano sia le politiche di mitigazione che quelle di adattamento al clima che cambia. Come dimostrano anche i dati e le raccomandazioni del rapporto Ipcc presentato in queste settimane, sarà importantissimo che le amministrazioni cittadine, oltre a quelle centrali, sviluppino iniziative mirate per l’assorbimento della CO2 e per la stabilizzazione del clima,

ha spiegato Giampiero Maracchi, climatologo e presidente del premio ‘Il Monito del Giardino’. La creazione di isole verdi e di corridoi di biodiversità ha anche una funzione termoregolatrice. Insomma dove c’è il verde non solo si respira meglio, ma si sta anche più freschi.

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Fonte: Comunicato Stampa

Foto © Getty Images

Nasce il master per Manager faunistico

Dalla collaborazione fra Ispra, il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara e i tre Parchi dei Monti Sibillini, della Maiella e del Velino Sirente, un nuovo master che ha l’obiettivo di colmare il gap fra Italia e resta d’Europa nell’ambito del wildlife management

L’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e i tre Parchi dei Monti Sibillini, della Maiella e del Velino Sirente, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara lanciano il master universitario di secondo livello in Manager Faunistico, un corso post laurea nel cui percorso formativo saranno inseriti laboratori didattici in aree protette, finalizzati alla salvaguardia della biodiversità, con un particolare occhio di riguardo per la fauna selvatica. L’obiettivo, spiega il coordinatore del master e docente di Ambiente all’Università D’Annunzio Giampiero Di Plinio è di“individuare un comparto economico sostenibile” e consentire all’Italia di mettersi “alla pari con in paesi dell’Unione. Ad annunciare il master, in una conferenza stampa, è stato l’assessore allo Sviluppo Forestale della Regione Abruzzo Mauro Febbo. Il percorso innovativo con Ispra aggiungerà un ulteriore titolo, quello in “Tecnologo della Fauna Selvatica”, disciplinato dalla legge n.157 del 1992, art.7: “Protezione della Fauna Selvatica Omeoterma” (specie selvatica comprendente animali a sangue caldo, esclusi insetti, invertebrati). Della durata di un anno, il master, rivolto a laureati in discipline ambientali e giuridiche, e al personale della Pubblica Amministrazione, inizierà prima dell’estate e sarà anticipato da un bando in via di definizione, “consultabile sul portale, in corso di allestimento, dell’assessorato regionale”, ha aggiunto Giacomo Nicolucci, docente dell’Università di Urbino).

Il wildlife management rappresenta, secondo Febbo, una fra le più innovative frontiere

di competenze e di azione specifica verso la tutela, conservazione, gestione della fauna selvatica, sulla quale converge una crescente esigenza di azione e intervento dei settori della P.A. competenti in materia, anche per espresse previsioni normative di livello interno e sovranazionale.108472842-586x413

fonte: Ansa

Italia Nostra: sulla Via d’Acqua è giusto che i cittadini difendano i parchi

Via d’Acqua Expo 2015 e gruppi NO-CANAL, per Italia Nostra la “battaglia” dei residenti per difendere il verde dei parchi di Trenno e delle Cave dal passaggio del canale è un segno di consapevolezza importante. Ora la partita del tracciato milanese del canale di Expo si gioca ad est od ovest delle Cave di Baggio378038

La Via d’Acqua – si legge nel sito www.expocantiere.expo2015.org – presentata nel dossier di registrazione della città di Milano per Expo 2015, è un canale irriguo permanente di circa 21 km, che si stacca dal canale principale Villoresi e arriva al Naviglio Grande, passando per il Sito espositivo. Le sua funzione, oltre a quella di portare da nord acqua nel sito di Expo, è di contribuire a migliorare la dotazione d’acqua della rete che alimenta i terreni agricoli a sud di Milano. Coldiretti, lo scorso dicembre, non si era dichiarata contraria all’opera, purché fosse utile anche dopo Expo 2015, per il turismo e l’agricoltura. Secondo Expo 2015 “il percorso è stato studiato in modo da evitare la compromissione delle aree di valore naturalistico e ambientale più vulnerabili”. Il percorso milanese (la Via d’Acqua Sud, ossia il collegamento tra Expo/Fiera e la Darsena) attraverserebbe il Parco di Trenno, costeggerebbe Bosco In Città, entrerebbe nel Parco delle Cave e si congiungerebbe ai Navigli e al centro città, “riqualificando ambiti abbandonati e realizzando nuove aree verdi pubbliche”. Il costo del canale in cemento dovrebbe essere di circa 90 milioni di euro. 
Abbiamo intervistato il vice-presidente di Italia Nostra Milano Nord, Sergio Pellizzoni, sulla questione Via d’Acqua di Expo e sulle accese proteste dei cittadini delle zone di Trenno e Baggio (Parco delle Cave) che continuano con l’opposizione al progetto, i blocchi dei cantieri necessari per tracciare il canale e la raccolta di solidarietà attraverso i social network. Innanzitutto, come Italia Nostra, dobbiamo fare una premessa. La nostra è un’associazione che a Milano ha collaborato per 40 anni con il Comune, per difendere e permettere la migliore gestione di 240 ettari di parchi, tra Bosco In Città e Parco delle Cave. Insomma, conosciamo molto bene il territorio e abbiamo costruito un rapporto di fiducia con le Istituzioni, ma soprattutto con i cittadini che ci considerano un po’ come garanti.
Qual è la storia di questa Via d’Acqua, quando fino a qualche mese fa si parlava ancora al plurale, perché dovevano essere più “Vie d’Acqua”? La prima idea di Via d’Acqua di Expo fu quella di un canale navigabile, idea suggestiva naturalmente, ma che venne abbandonata dopo poco tempo. In seguito la Via d’Acqua è rimasta come progetto ma per le sole altre due funzioni: quella di alimentazione idrica del sito espositivo di Expo e quella di canale irriguo. Secondo noi la reale funzione irrigua e quindi agricola dell’opera non è stata adeguatamente approfondita da Expo, perché c’erano delle soluzioni migliori. E paesaggisticamente questo canale è certamente un’opera enfatica, che contraddice il paesaggio e non dialoga coi parchi che dovrebbe attraversare, che non ne avevano certo bisogno.
Quali erano queste soluzioni alternative?

Già nel 2009, riguardo al tratto sud del progetto, la parte di canale che porterà l’acqua dal sito Expo al Naviglio Grande, attraversando quindi l’area urbana di Milano e i parchi di Trenno e delle Cave, la nostra proposta fu quella di indirizzare l’acqua reflua di Expo direttamente ai fontanili a sud, che avevano bisogno di essere rivitilizzati. Nel2012 abbiamo sostenuto che il progetto Via d’Acqua alterava negativamente il paesaggio e riproposto i percorsi verso i fontanili, ma la risposta è stata “non c’è la fattibilità idraulica”. Nel 2013 Italia Nostra ha ridisegnato il tracciato del canale più ad ovest, ma ancora per Expo2015 non c’era la “fattibilità idraulica”.

E adesso?

Succede che in questi ultimi mesi del 2013 le obiezioni della popolazione si sono rifatte sentire e i comitati hanno ripreso quell’ultima proposta di Italia Nostra come fattibile, ma ormai, anche accettandola, non ci sarebbero più i tempi utili.
Tuttavia un dialogo con Expo 2015 e il Comune ci sono stati, tant’è che si sta andando verso la decisione dell’interramento del canale perlomeno nel passaggio dentro i parchi di Trenno e parco Pertini (Cesano Boscone), interramento che evita l’abbattimento di un certo numero di alberi. La questione rimane ancora aperta, invece, riguardo il Parco delle Cave. Qui non era pregiudicata la possibilità di ridefinire il tracciato nella tratta a nord della via Caldera e nel Parco delle Cave (vedi mappa)riportando il percorso sul lato est, come prevedeva la prima nostra stesura di tracciato allegato alla VAS del 2010. Dopo il nostro ultimo incontro col Comune in zona 7 del 29 gennaio scorso, di fronte al rischio di non concludere le opere entro l’inizio di Expo per i tempi necessari ad approvare la nostra variante parziale di tracciato, abbiamo iniziato una verifica sulla possibilità di introdurre varianti al tracciato della via d’acqua ad ovest del Parco al fine di minimizzare il danno e, se possibile, consolidarne gli elementi positivi. Ripensare la via d’acqua a partire dal Parco delle Cave. Comunque, si poteva ragionare meglio sulle alternative possibili; ora, come spesso capita, siamo nell’emergenza e i cittadini hanno vissuto il tracciato di Expo 2015 e l’arrivo delle ruspe come un’imposizione. Ma in generale portare l’acqua nei parchi non è una cosa positiva, che arricchisce il paesaggio, l’habitat e raffresca il clima?

Certo, Italia Nostra ha sempre sostenuto i progetti acquatici dentro i parchi, pensi a quanta acqua c’è già nell’area di Bosco in Città e al Parco delle Cave, ma dipende sempre dal “come” si vuole portare l’acqua. Il canale della Via d’Acqua dentro Trenno non andrebbe bene, spezzerebbe l’armonia del parco e quindi lì interrarlo è il male minore.

Siete ancora d’accordo con i gruppi di residenti che contestano in questi giorni e si danno appuntamento per presidiare e non permettere i lavori?

Posso solo dirle che molta di quella gente protesta perché davvero vede minacciata, dal canale Via d’Acqua, l’integrità e l’armonia dei loro parchi di zona ed è da considerare molto positivamente questo aumento dei cittadini consapevoli, disposti a scendere in piazza per difendere il verde pubblico. Italia Nostra è da sempre per il massimo confronto con le opinioni e le alternative possibili e crede fermamente che il contributo della popolazione che vive e conosce il territorio sia sempre una ricchezza. Siamo però consapevoli che certe decisioni vanno prese e che, quando non ci sono più alternative, bisogna limitare i danni.

Anche perché qua si rischia che come trasformazione ed arricchimento del territorio, EXPO non riesca a concludere nulla, non pensa?

No, la riqualificazione della Darsena, ad esempio, è stata decisa. Si farà ed è sicuramente una cosa positiva.

di Stefano D’Adda

Fonte: ecodallecittàecodallecittaecodallecitta

 

Un bosco pensile sulla High Line di New York

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Grattacieli e spazi verdi: non si tratta di un’antitesi, ma dell’anima stessa di New York, la Grande Mela che evoca immediatamente lo swing di Gershwin e il mitico bianco e nero della “Manhattan” di Woody Allen. A New York il verde è di casa e oltre al Central Park, sono molti i parchi meno conosciuti ma altrettanto significativi che costellano “la città che non dorme mai”. Ma New York non smette mai di stupire e oltre al verde dei giardini tradizionali sta architettando la nascita di un vero e proprio bosco urbano: un rigoglioso giardino pensile che sboccerà fra i grattacieli, nel tratto finale della High Line.pranzo-in-cima-a-un-grattacielo-loriginale-300x216

Ricordate la celebre fotografia di Charles Ebbets “Pausa pranzo sul grattacielo”? E’un topos che evoca in modo quasi palpabile la sensazione di essere sospesi fra terra e cielo. La High Line non sfiorerà forse certe altezze, ma evoca a occhio e croce la stessa sensazione: è questo l’obiettivo a cui puntala clamorosa riqualificazione di quella che ormai non rappresentava altro che una vecchia linea ferroviaria candidata alla demolizione. La High Line è infatti una consistente porzione della West Side Line, linea ferroviaria costruita negli anni Trenta e caduta in disuso cinquant’anni più tardi. Sono trascorsi vent’anni prima che un’associazione di residenti nella zona si opponesse alla demolizione della struttura, proponendone la riqualificazione in giardino lineare. Dieci anni dopo, nel 2009, è stata aperta al pubblico la prima sezione della High Line, seguita a ruota nel 2011 dalla seconda sezione. La promenade verde dei newyorkesi ha preso forma e oggi ha trovato anche un degno epilogo per il suo ultimo tratto, The Spur, che dovrebbe essere ultimato entro i prossimi due anni e che si configurerà come un anfiteatro boscoso pullulante di alberi perenni e fiori stagionali.

Fonte: buonenotizie.it

La settimana europea dei Parchi dal 24 maggio al 2 giugno 2013

Il 24 maggio è la Giornata europea dei Parchi 2013 e il tema scelto per quest’anno è: “Il mio Parco. La mia Passione. La mia Storia”.parco-620x350

Era il 24 maggio 1909 quando in Svezia fu istituito il primo parco e proprio in questo giorno cade la Giornata internazionale dei Parchi che apre la Settimana Europea dei Parchi che si conclude il prossimo 2 giugno. Molte le iniziative legate a questo evento e che coinvolgono i numerosi Parchi in Italia:23 Parchi Nazionali, 134 Parchi Regionali, 147 Riserve Naturali Statali e altre centinaia di aree protette. Il tema scelto per La Giornata europea dei Parchi 2013 è: “Il mio Parco. La mia Passione. La mia Storia”. In sostanza si chiederà alle persone di condividere l’esperienza più coinvolgente che hanno vissuto visitando un Parco e dunque tutti i protagonisti della gestione dei parchi hanno preparato attività adatte alla espressione delle emozioni e delle esperienze. Accanto alla parte emotiva c’è anche una parte dedicata all’informazione relativa alla promozione di azioni dirette alla tutela del Paesaggio. Nel merito Federparchi propone la firma di un protocollo nazionale con Uisp, l’Unione italiana sport per tutti e la promozione del concorso fotografico “Obiettivo terra”, giunto alla 4° edizione organizzato dalla Fondazione Univerde. Jimmy Ghione è stato il testimonial per quest’anno di “Obiettivo Terra” e dunque l’occasione della prossima settimana dei Parchi si presta a scattare foto con cui partecipare alla nuova edizione.Dal sito Univerde (Fonte Federparchi)la lista del capitale dei parchi italiani:

23 Parchi Nazionali (sup. 1.465.681,01 ha pari al 4.8 %)
134 Parchi Regionali (sup. 1.294.655,87 ha pari al 4.3 %)
147 Riserve Naturali Statali (sup. 122.775,90 ha pari al 0,4 %)
365 Riserve Regionali (sup. 230.240,21 ha pari al 0.8 %)
171 Altre aree protette (sup. 50.237,72 ha pari al 0.2 %)
27 Aree Marine Protette (sup. mare 222.442,53 ha e 652,32 km. di costa protetta)
3 Altre Aree Marine Protette (tra cui il Santuario dei mammiferi marini sup. 2557.477,00 ha a mare e 5,7 km. di costa)
870 Aree Protette complessive (sup. 3.163.590,71 ha pari allo 10,5% del territorio nazionale + 2.853.033,93 ha a mare e 658,2 km di costa)

2.950 comuni interessati
700 attività all’anno di censimento e monitoraggi su habitat e specie
122 progetti di ricerca
45 operazioni di reintroduzione e ripopolamento
165.000 controlli e accertamenti effettuati da personale CFS/CTA e guardaparco
1.382.000 ettari di boschi e foreste
5.600 diverse specie vegetali (il 50% delle specie europee e il 13% endemiche)
57.000 specie animali
56.168 invertebrati
1.265 vertebrati
93 specie di mammiferi
473 specie di uccelli
58 specie di rettili
38 specie di anfibi
473 specie di pesci ossei
73 specie di pesci cartilaginei
gran parte degli acquiferi d’acqua dolce che alimentano le più importanti sorgenti italiane.

Fonte: ecoblog

Parchi a pagamento in Piemonte? Vignale: “La Mandria potrebbe far pagare 1 euro…”

I Parchi dovranno fare rete e fare cassa. Il neoassessore regionale alle Aree Protette e all’Economia Montana Gianluca Vignale: “Se il Parco della Mandria, che ha 300 mila visitatori l’anno facesse pagare a tutti un biglietto di ingresso di un euro, sommando queste entrate ai fondi pubblici avrebbe risolto tutti i suoi problemi”374722

Per il neoassessore alle Aree Protette e all’Economia Montana Gianluca Vignale i Parchi piemontesi devono “fare sistema” e cominciare a “erogare servizi a pagamento” se vogliono sopravvivere. L’idea è la creazione di un portale unico del turismo verde piemontese, con dentro non solo i Parchi ma tutte le realtà verdi della corona alpina e dell’asse del Po. “Con i quasi 23 milioni che sono previsti nel bilancio 2013 della Regione (in fase di approvazione, ndr) – sostiene Vignale – quest’anno copriamo interamente le spese del personale, garantiamo l’indispensabile nelle spese di funzionamento, e inseriamo dopo tre anni i danni provocati dalla fauna selvatica. Ma è chiaro a tutti che la Regione non potrà più garantire le risorse che versava in precedenza (30-35 milioni circa). I Parchi dovranno quindi iniziare a ragionare di più sull’attivazione di risorse autonome derivanti dall’erogazione di servizi a pagamento“. “Se il Parco della Mandria, che ha 300 mila visitatori l’anno – ha aggiunto – facesse pagare a tutti un biglietto di ingresso di un euro, sommando queste entrate ai fondi pubblici avrebbe risolto tutti i suoi problemi”. Per Vignale, lo strumento per risolvere il problema dovrebbe essere una Card, che oltre a finanziare il Parco lo metta a sistema con il territorio circostante. La Card dovrebbe cioé servire per accedere a servizi interni al Parco, ma anche esterni. Per esempio incentivando i due milioni di visitatori annuali dei Sacri Monti piemontesi ad allungare il loro soggiorno per visitare chiese, basiliche e cattedrali presenti nell’area. Oppure proponendo a chi entra in un parco un voucher sconto per l’ingresso in una piscina pubblica dei dintorni. “Tutto questo – ha detto l’assessore – esiste già. Basta imparare dagli Usa e dall’Europa che ai cicloturisti, per fare un esempio, non offrono solo piste ciclabili ma anche agriturismi, punti di ristoro e centri attrezzati disseminati lungo i percorsi”.

Fonte. Eco dalle città

L’Arabia Saudita “apre” alle donne in bicicletta: ma solo nei parchi e accompagnate

La bici potrà essere utilizzata solamente per scopi ludico-ricreativi e non come mezzo di trasporto

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Di apertura relativa (molto, ma molto relativa) si tratta, ma pur sempre una piccola grande rivoluzione è quella segnalata dal quotidiano arabo Al-Yaoum: le donne saudite potranno andare in bicicletta. A deciderlo è, naturalmente, l’autorità religiosa dell’Arabia Saudita che, finora, aveva sempre proibito alle donne saudite di circolare in sella a una bicicletta. La scorsa estate La bicicletta verde, film di Haifaa al-Mansour aveva raccontato questa proibizione con delicatezza e intelligenza raccogliendo applausi (e commozione) al Festival del Cinema di Venezia. Ora la commissione per la Promozione della virtù e la Prevenzione del vizio “apre” alla circolazione ponendo alcune limitazioni: le donne potranno circolare accompagnate da un parente, ma dovranno farlo solamente in parchi o aree ricreative e, soprattutto, indossando l’abaya, la veste che le copre dalla testa ai piedi.

Le donne sono libere di andare in bici nei parchi, sul lungomare e in altre aree a condizione che indossino abiti modesti e che sia presente un guardiano in caso di cadute o incidenti,

riferisce il quotidiano saudita citando una fonte della commissione Promozione della virtù e la Prevenzione del vizio, la quale sottolinea, in un altro passaggio, di non aver mai proibito alle donne straniere la circolazione in bici. Come dicevamo in precedenza, l’apertura è decisamente relativa poiché l’attività viene legislativamente circoscritta nell’ambito dell’attività ludica e la bicicletta non può essere utilizzata come mezzo di trasporto. Viene, inoltre, sconsigliata la partecipazione a cortei e a manifestazioni di protesta. Un punto di partenza, dunque, non certo di arrivo. Però qualcosa si muove, forse, anche grazie al primo film girato da una regista in Arabia Saudita.

Fonte:  Cycle