In Italia gli habitat ecologicamente intatti saranno presto un ricordo

È il Wwf a sottolinearlo nel suo rapporto “Caring for our soil – Avere cura della natura dei territori”: nel nostro paese gli habitat ecologicamente intatti sono in costante riduzione. E i suoli vengono costantemente erosi in fertilità e “resilienza”.9638-10410

Il nuovo rapporto del Wwf si intitola “Caring for our soil – Avere cura della natura dei territori” e i dati che emergono non lasciano molti dubbi. La presidente del WWF Italia Donatella Bianchi sottolinea: “Nel nostro paese gli habitat ecologicamente intatti sono in costante riduzione, solo l’11% dei fiumi alpini si salva da interventi artificiali e dallo sfruttamento; solo il 30% delle coste è rimasto nel suo stato naturale mentre il 50% risulta compromesso; l’80% delle dune è scomparso. Il suolo, risorsa non rinnovabile e bene comune, svolge funzioni vitali per l’ecosistema, la resilienza dei sistemi naturali, la produzione alimentare, la conservazione delle risorse idriche, lo stoccaggio del carbonio: contenere il consumo di suolo è fondamentale per limitare il rischio idrogeologico, garantire la resilienza dei sistemi naturali e favorire l’adattamento ai cambiamenti climatici. È quindi indispensabile stabilire per legge quali siano le soglie da non superare”.

Dal report del WWF emerge che la quota di territorio italiano completamente artificializzato, sia per l’espansione urbana che per le infrastrutture, sale dal 7% al 10%. Molto diffuso anche lo sprinkling, ovvero la polverizzazione dell’edificato, a bassa densità, che favorisce necessariamente una mobilità su gomma; il nostro paese, infatti, è ai primi posti in Europa per motorizzazione privata, con 608 veicoli per 1000 abitanti. Dal secondo dopoguerra a oggi, si è avuta in Italia una repentina riduzione delle superfici agricole pari a più di 10 milioni di ettari, a causa dei mutamenti socioeconomici legati in particolare allo sviluppo della urbanizzazione. Solo negli ultimi 10 anni nel nostro Paese sono stati persi circa 1,5 milioni ettari di superficie agricola utilizzata (SAU) che oggi ammonta complessivamente a 12.885.000 ettari.

Il report WWF avanza proposte per le Green cities, per migliorare la pianificazione urbana, recuperare le aree dismesse e contaminate, diffondere i giardini condivisi e gli orti urbani, ridurre i consumi energetici delle aree edificate e promuovere la mobilità dolce (pedonale e ciclabile). Il primo luogo, il WWF chiede ai Comuni di adottare il bilancio del consumo di suolo per contenere il consumo di suolo attraverso meccanismi dinamici di controllo e governo delle trasformazioni in atto basate sul riuso di spazi ed edifici, su strumenti perequativi, di scambio di crediti, di incentivazione, di fiscalità e di sanzione che sono stati descritti in una proposta di legge depositata in Parlamento. Al momento il disegno di legge su “Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato” è stato approvato alla Camera dei Deputati ed è all’attenzione del Senato. Inoltre, sempre nell’ottica di ridurre la perdita di suolo e contenere il consumo di energia e le emissioni di gas serra nelle aree urbane, il WWF suggerisce di realizzare insediamenti a tendenziale autosufficienza energetica, con impronta energetica vicino allo zero o addirittura negativa, che favoriscano lo sviluppo di politiche integrate di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici, contrastando la crescita della superficie urbanizzata pro capite e la dispersione insediativa e limitando la dispersione termica e i consumi di energia. Utili sono anche i giardini e orti condivisi, che consentono di recuperare territori dismessi, marginali o anche contaminati, si tratta di iniziative di impegno civico in campo ambientale e sociale delle comunità. I cittadini avviano percorsi di sostenibilità nelle città per la riqualificazione delle aree verdi, che permettono di reimmettere in un’economia circolare il valore del suolo e dei servizi ecosistemici da esso garantito. Nel rapporto si suggerisce anche di favorire la mobilità dolce, sostenibile, partendo dalla progettazione delle strade, che devono diventare uno spazio più equo, che favorisca la convivenza tra diversi mezzi di trasporto (senza dimenticare i pedoni) come accade in molte importanti città europee (Copenaghen, Berna, Basilea, Trondheim, ecc.).

Fonte: ilcambiamento.it

 

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Earth Day Italia: il verde urbano assorbe il 3% delle Co2

In occasione della Giornata mondiale della Terra e in attesa del premio Monito del Giardino è stato reso noto un studio che conferma l’importanza delle aree verdi urbane

Le aree verdi cittadine, i parchi urbani, le ville e i giardini storici assorbono il 3% delle emissioni totali di Co2 del nostro Paese, hanno quindi un ruolo importantissimo nel contenimento dei fenomeni di riscaldamento globale, ma i benefici di piante e alberi nelle città si possono toccare con mano. Il dato è stato reso noto qualche giorno prima dell’Earth Day, la Giornata Mondiale della Terra che anticiperà di tre settimane la consegna dei riconoscimenti del premio il Monito del Giardino che, dal 2007, viene consegnato a personalità del mondo ambientale e scientifico che si siano distinte nell’impegno per la riduzione dell’impatto antropico sull’ambiente e, in maniera particolare, relativamente al problema dei cambiamenti climatici. Lo studio ha valutato che ogni ettaro di verde urbano, composto da un mix di alberi di medio e alto fusto, arbusti e prato, abbia un assorbimento presunto di 4,2 tonnellate di Co2 annue. Ora, fatta questa premessa, considerando che il verde che ricade nel territorio comunale dei capoluoghi di provincia è pari (secondo i dati Istat) al 9,3% della superficie totale dell’Italia, ovverosia a 2 milioni e 800mila ettari di verde urbano, se ne ricava che 12 milioni di tonnellate di Co2 possono essere assorbite dal verde presente nei centri urbani italiani. E questa cifra rappresenta il 3% delle emissioni che l’Italia produce ogni anno. La definizione di ‘polmone verde’ si adatta perfettamente al ruolo del verde pubblico e privato delle città italiane. Proprio chi si occupa di lotta globale ai cambiamenti climatici ha imparato ad apprezzare il contributo di piccoli e medi interventi di contrasto all’aumento medio della temperatura del Pianeta. La dimensione locale è quella su cui si innestano sia le politiche di mitigazione che quelle di adattamento al clima che cambia. Come dimostrano anche i dati e le raccomandazioni del rapporto Ipcc presentato in queste settimane, sarà importantissimo che le amministrazioni cittadine, oltre a quelle centrali, sviluppino iniziative mirate per l’assorbimento della CO2 e per la stabilizzazione del clima,

ha spiegato Giampiero Maracchi, climatologo e presidente del premio ‘Il Monito del Giardino’. La creazione di isole verdi e di corridoi di biodiversità ha anche una funzione termoregolatrice. Insomma dove c’è il verde non solo si respira meglio, ma si sta anche più freschi.

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Fonte: Comunicato Stampa

Foto © Getty Images

Nasce il master per Manager faunistico

Dalla collaborazione fra Ispra, il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara e i tre Parchi dei Monti Sibillini, della Maiella e del Velino Sirente, un nuovo master che ha l’obiettivo di colmare il gap fra Italia e resta d’Europa nell’ambito del wildlife management

L’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e i tre Parchi dei Monti Sibillini, della Maiella e del Velino Sirente, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara lanciano il master universitario di secondo livello in Manager Faunistico, un corso post laurea nel cui percorso formativo saranno inseriti laboratori didattici in aree protette, finalizzati alla salvaguardia della biodiversità, con un particolare occhio di riguardo per la fauna selvatica. L’obiettivo, spiega il coordinatore del master e docente di Ambiente all’Università D’Annunzio Giampiero Di Plinio è di“individuare un comparto economico sostenibile” e consentire all’Italia di mettersi “alla pari con in paesi dell’Unione. Ad annunciare il master, in una conferenza stampa, è stato l’assessore allo Sviluppo Forestale della Regione Abruzzo Mauro Febbo. Il percorso innovativo con Ispra aggiungerà un ulteriore titolo, quello in “Tecnologo della Fauna Selvatica”, disciplinato dalla legge n.157 del 1992, art.7: “Protezione della Fauna Selvatica Omeoterma” (specie selvatica comprendente animali a sangue caldo, esclusi insetti, invertebrati). Della durata di un anno, il master, rivolto a laureati in discipline ambientali e giuridiche, e al personale della Pubblica Amministrazione, inizierà prima dell’estate e sarà anticipato da un bando in via di definizione, “consultabile sul portale, in corso di allestimento, dell’assessorato regionale”, ha aggiunto Giacomo Nicolucci, docente dell’Università di Urbino).

Il wildlife management rappresenta, secondo Febbo, una fra le più innovative frontiere

di competenze e di azione specifica verso la tutela, conservazione, gestione della fauna selvatica, sulla quale converge una crescente esigenza di azione e intervento dei settori della P.A. competenti in materia, anche per espresse previsioni normative di livello interno e sovranazionale.108472842-586x413

fonte: Ansa

Italia Nostra: sulla Via d’Acqua è giusto che i cittadini difendano i parchi

Via d’Acqua Expo 2015 e gruppi NO-CANAL, per Italia Nostra la “battaglia” dei residenti per difendere il verde dei parchi di Trenno e delle Cave dal passaggio del canale è un segno di consapevolezza importante. Ora la partita del tracciato milanese del canale di Expo si gioca ad est od ovest delle Cave di Baggio378038

La Via d’Acqua – si legge nel sito www.expocantiere.expo2015.org – presentata nel dossier di registrazione della città di Milano per Expo 2015, è un canale irriguo permanente di circa 21 km, che si stacca dal canale principale Villoresi e arriva al Naviglio Grande, passando per il Sito espositivo. Le sua funzione, oltre a quella di portare da nord acqua nel sito di Expo, è di contribuire a migliorare la dotazione d’acqua della rete che alimenta i terreni agricoli a sud di Milano. Coldiretti, lo scorso dicembre, non si era dichiarata contraria all’opera, purché fosse utile anche dopo Expo 2015, per il turismo e l’agricoltura. Secondo Expo 2015 “il percorso è stato studiato in modo da evitare la compromissione delle aree di valore naturalistico e ambientale più vulnerabili”. Il percorso milanese (la Via d’Acqua Sud, ossia il collegamento tra Expo/Fiera e la Darsena) attraverserebbe il Parco di Trenno, costeggerebbe Bosco In Città, entrerebbe nel Parco delle Cave e si congiungerebbe ai Navigli e al centro città, “riqualificando ambiti abbandonati e realizzando nuove aree verdi pubbliche”. Il costo del canale in cemento dovrebbe essere di circa 90 milioni di euro. 
Abbiamo intervistato il vice-presidente di Italia Nostra Milano Nord, Sergio Pellizzoni, sulla questione Via d’Acqua di Expo e sulle accese proteste dei cittadini delle zone di Trenno e Baggio (Parco delle Cave) che continuano con l’opposizione al progetto, i blocchi dei cantieri necessari per tracciare il canale e la raccolta di solidarietà attraverso i social network. Innanzitutto, come Italia Nostra, dobbiamo fare una premessa. La nostra è un’associazione che a Milano ha collaborato per 40 anni con il Comune, per difendere e permettere la migliore gestione di 240 ettari di parchi, tra Bosco In Città e Parco delle Cave. Insomma, conosciamo molto bene il territorio e abbiamo costruito un rapporto di fiducia con le Istituzioni, ma soprattutto con i cittadini che ci considerano un po’ come garanti.
Qual è la storia di questa Via d’Acqua, quando fino a qualche mese fa si parlava ancora al plurale, perché dovevano essere più “Vie d’Acqua”? La prima idea di Via d’Acqua di Expo fu quella di un canale navigabile, idea suggestiva naturalmente, ma che venne abbandonata dopo poco tempo. In seguito la Via d’Acqua è rimasta come progetto ma per le sole altre due funzioni: quella di alimentazione idrica del sito espositivo di Expo e quella di canale irriguo. Secondo noi la reale funzione irrigua e quindi agricola dell’opera non è stata adeguatamente approfondita da Expo, perché c’erano delle soluzioni migliori. E paesaggisticamente questo canale è certamente un’opera enfatica, che contraddice il paesaggio e non dialoga coi parchi che dovrebbe attraversare, che non ne avevano certo bisogno.
Quali erano queste soluzioni alternative?

Già nel 2009, riguardo al tratto sud del progetto, la parte di canale che porterà l’acqua dal sito Expo al Naviglio Grande, attraversando quindi l’area urbana di Milano e i parchi di Trenno e delle Cave, la nostra proposta fu quella di indirizzare l’acqua reflua di Expo direttamente ai fontanili a sud, che avevano bisogno di essere rivitilizzati. Nel2012 abbiamo sostenuto che il progetto Via d’Acqua alterava negativamente il paesaggio e riproposto i percorsi verso i fontanili, ma la risposta è stata “non c’è la fattibilità idraulica”. Nel 2013 Italia Nostra ha ridisegnato il tracciato del canale più ad ovest, ma ancora per Expo2015 non c’era la “fattibilità idraulica”.

E adesso?

Succede che in questi ultimi mesi del 2013 le obiezioni della popolazione si sono rifatte sentire e i comitati hanno ripreso quell’ultima proposta di Italia Nostra come fattibile, ma ormai, anche accettandola, non ci sarebbero più i tempi utili.
Tuttavia un dialogo con Expo 2015 e il Comune ci sono stati, tant’è che si sta andando verso la decisione dell’interramento del canale perlomeno nel passaggio dentro i parchi di Trenno e parco Pertini (Cesano Boscone), interramento che evita l’abbattimento di un certo numero di alberi. La questione rimane ancora aperta, invece, riguardo il Parco delle Cave. Qui non era pregiudicata la possibilità di ridefinire il tracciato nella tratta a nord della via Caldera e nel Parco delle Cave (vedi mappa)riportando il percorso sul lato est, come prevedeva la prima nostra stesura di tracciato allegato alla VAS del 2010. Dopo il nostro ultimo incontro col Comune in zona 7 del 29 gennaio scorso, di fronte al rischio di non concludere le opere entro l’inizio di Expo per i tempi necessari ad approvare la nostra variante parziale di tracciato, abbiamo iniziato una verifica sulla possibilità di introdurre varianti al tracciato della via d’acqua ad ovest del Parco al fine di minimizzare il danno e, se possibile, consolidarne gli elementi positivi. Ripensare la via d’acqua a partire dal Parco delle Cave. Comunque, si poteva ragionare meglio sulle alternative possibili; ora, come spesso capita, siamo nell’emergenza e i cittadini hanno vissuto il tracciato di Expo 2015 e l’arrivo delle ruspe come un’imposizione. Ma in generale portare l’acqua nei parchi non è una cosa positiva, che arricchisce il paesaggio, l’habitat e raffresca il clima?

Certo, Italia Nostra ha sempre sostenuto i progetti acquatici dentro i parchi, pensi a quanta acqua c’è già nell’area di Bosco in Città e al Parco delle Cave, ma dipende sempre dal “come” si vuole portare l’acqua. Il canale della Via d’Acqua dentro Trenno non andrebbe bene, spezzerebbe l’armonia del parco e quindi lì interrarlo è il male minore.

Siete ancora d’accordo con i gruppi di residenti che contestano in questi giorni e si danno appuntamento per presidiare e non permettere i lavori?

Posso solo dirle che molta di quella gente protesta perché davvero vede minacciata, dal canale Via d’Acqua, l’integrità e l’armonia dei loro parchi di zona ed è da considerare molto positivamente questo aumento dei cittadini consapevoli, disposti a scendere in piazza per difendere il verde pubblico. Italia Nostra è da sempre per il massimo confronto con le opinioni e le alternative possibili e crede fermamente che il contributo della popolazione che vive e conosce il territorio sia sempre una ricchezza. Siamo però consapevoli che certe decisioni vanno prese e che, quando non ci sono più alternative, bisogna limitare i danni.

Anche perché qua si rischia che come trasformazione ed arricchimento del territorio, EXPO non riesca a concludere nulla, non pensa?

No, la riqualificazione della Darsena, ad esempio, è stata decisa. Si farà ed è sicuramente una cosa positiva.

di Stefano D’Adda

Fonte: ecodallecittàecodallecittaecodallecitta

 

Un bosco pensile sulla High Line di New York

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Grattacieli e spazi verdi: non si tratta di un’antitesi, ma dell’anima stessa di New York, la Grande Mela che evoca immediatamente lo swing di Gershwin e il mitico bianco e nero della “Manhattan” di Woody Allen. A New York il verde è di casa e oltre al Central Park, sono molti i parchi meno conosciuti ma altrettanto significativi che costellano “la città che non dorme mai”. Ma New York non smette mai di stupire e oltre al verde dei giardini tradizionali sta architettando la nascita di un vero e proprio bosco urbano: un rigoglioso giardino pensile che sboccerà fra i grattacieli, nel tratto finale della High Line.pranzo-in-cima-a-un-grattacielo-loriginale-300x216

Ricordate la celebre fotografia di Charles Ebbets “Pausa pranzo sul grattacielo”? E’un topos che evoca in modo quasi palpabile la sensazione di essere sospesi fra terra e cielo. La High Line non sfiorerà forse certe altezze, ma evoca a occhio e croce la stessa sensazione: è questo l’obiettivo a cui puntala clamorosa riqualificazione di quella che ormai non rappresentava altro che una vecchia linea ferroviaria candidata alla demolizione. La High Line è infatti una consistente porzione della West Side Line, linea ferroviaria costruita negli anni Trenta e caduta in disuso cinquant’anni più tardi. Sono trascorsi vent’anni prima che un’associazione di residenti nella zona si opponesse alla demolizione della struttura, proponendone la riqualificazione in giardino lineare. Dieci anni dopo, nel 2009, è stata aperta al pubblico la prima sezione della High Line, seguita a ruota nel 2011 dalla seconda sezione. La promenade verde dei newyorkesi ha preso forma e oggi ha trovato anche un degno epilogo per il suo ultimo tratto, The Spur, che dovrebbe essere ultimato entro i prossimi due anni e che si configurerà come un anfiteatro boscoso pullulante di alberi perenni e fiori stagionali.

Fonte: buonenotizie.it

La settimana europea dei Parchi dal 24 maggio al 2 giugno 2013

Il 24 maggio è la Giornata europea dei Parchi 2013 e il tema scelto per quest’anno è: “Il mio Parco. La mia Passione. La mia Storia”.parco-620x350

Era il 24 maggio 1909 quando in Svezia fu istituito il primo parco e proprio in questo giorno cade la Giornata internazionale dei Parchi che apre la Settimana Europea dei Parchi che si conclude il prossimo 2 giugno. Molte le iniziative legate a questo evento e che coinvolgono i numerosi Parchi in Italia:23 Parchi Nazionali, 134 Parchi Regionali, 147 Riserve Naturali Statali e altre centinaia di aree protette. Il tema scelto per La Giornata europea dei Parchi 2013 è: “Il mio Parco. La mia Passione. La mia Storia”. In sostanza si chiederà alle persone di condividere l’esperienza più coinvolgente che hanno vissuto visitando un Parco e dunque tutti i protagonisti della gestione dei parchi hanno preparato attività adatte alla espressione delle emozioni e delle esperienze. Accanto alla parte emotiva c’è anche una parte dedicata all’informazione relativa alla promozione di azioni dirette alla tutela del Paesaggio. Nel merito Federparchi propone la firma di un protocollo nazionale con Uisp, l’Unione italiana sport per tutti e la promozione del concorso fotografico “Obiettivo terra”, giunto alla 4° edizione organizzato dalla Fondazione Univerde. Jimmy Ghione è stato il testimonial per quest’anno di “Obiettivo Terra” e dunque l’occasione della prossima settimana dei Parchi si presta a scattare foto con cui partecipare alla nuova edizione.Dal sito Univerde (Fonte Federparchi)la lista del capitale dei parchi italiani:

23 Parchi Nazionali (sup. 1.465.681,01 ha pari al 4.8 %)
134 Parchi Regionali (sup. 1.294.655,87 ha pari al 4.3 %)
147 Riserve Naturali Statali (sup. 122.775,90 ha pari al 0,4 %)
365 Riserve Regionali (sup. 230.240,21 ha pari al 0.8 %)
171 Altre aree protette (sup. 50.237,72 ha pari al 0.2 %)
27 Aree Marine Protette (sup. mare 222.442,53 ha e 652,32 km. di costa protetta)
3 Altre Aree Marine Protette (tra cui il Santuario dei mammiferi marini sup. 2557.477,00 ha a mare e 5,7 km. di costa)
870 Aree Protette complessive (sup. 3.163.590,71 ha pari allo 10,5% del territorio nazionale + 2.853.033,93 ha a mare e 658,2 km di costa)

2.950 comuni interessati
700 attività all’anno di censimento e monitoraggi su habitat e specie
122 progetti di ricerca
45 operazioni di reintroduzione e ripopolamento
165.000 controlli e accertamenti effettuati da personale CFS/CTA e guardaparco
1.382.000 ettari di boschi e foreste
5.600 diverse specie vegetali (il 50% delle specie europee e il 13% endemiche)
57.000 specie animali
56.168 invertebrati
1.265 vertebrati
93 specie di mammiferi
473 specie di uccelli
58 specie di rettili
38 specie di anfibi
473 specie di pesci ossei
73 specie di pesci cartilaginei
gran parte degli acquiferi d’acqua dolce che alimentano le più importanti sorgenti italiane.

Fonte: ecoblog

Parchi a pagamento in Piemonte? Vignale: “La Mandria potrebbe far pagare 1 euro…”

I Parchi dovranno fare rete e fare cassa. Il neoassessore regionale alle Aree Protette e all’Economia Montana Gianluca Vignale: “Se il Parco della Mandria, che ha 300 mila visitatori l’anno facesse pagare a tutti un biglietto di ingresso di un euro, sommando queste entrate ai fondi pubblici avrebbe risolto tutti i suoi problemi”374722

Per il neoassessore alle Aree Protette e all’Economia Montana Gianluca Vignale i Parchi piemontesi devono “fare sistema” e cominciare a “erogare servizi a pagamento” se vogliono sopravvivere. L’idea è la creazione di un portale unico del turismo verde piemontese, con dentro non solo i Parchi ma tutte le realtà verdi della corona alpina e dell’asse del Po. “Con i quasi 23 milioni che sono previsti nel bilancio 2013 della Regione (in fase di approvazione, ndr) – sostiene Vignale – quest’anno copriamo interamente le spese del personale, garantiamo l’indispensabile nelle spese di funzionamento, e inseriamo dopo tre anni i danni provocati dalla fauna selvatica. Ma è chiaro a tutti che la Regione non potrà più garantire le risorse che versava in precedenza (30-35 milioni circa). I Parchi dovranno quindi iniziare a ragionare di più sull’attivazione di risorse autonome derivanti dall’erogazione di servizi a pagamento“. “Se il Parco della Mandria, che ha 300 mila visitatori l’anno – ha aggiunto – facesse pagare a tutti un biglietto di ingresso di un euro, sommando queste entrate ai fondi pubblici avrebbe risolto tutti i suoi problemi”. Per Vignale, lo strumento per risolvere il problema dovrebbe essere una Card, che oltre a finanziare il Parco lo metta a sistema con il territorio circostante. La Card dovrebbe cioé servire per accedere a servizi interni al Parco, ma anche esterni. Per esempio incentivando i due milioni di visitatori annuali dei Sacri Monti piemontesi ad allungare il loro soggiorno per visitare chiese, basiliche e cattedrali presenti nell’area. Oppure proponendo a chi entra in un parco un voucher sconto per l’ingresso in una piscina pubblica dei dintorni. “Tutto questo – ha detto l’assessore – esiste già. Basta imparare dagli Usa e dall’Europa che ai cicloturisti, per fare un esempio, non offrono solo piste ciclabili ma anche agriturismi, punti di ristoro e centri attrezzati disseminati lungo i percorsi”.

Fonte. Eco dalle città

L’Arabia Saudita “apre” alle donne in bicicletta: ma solo nei parchi e accompagnate

La bici potrà essere utilizzata solamente per scopi ludico-ricreativi e non come mezzo di trasporto

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Di apertura relativa (molto, ma molto relativa) si tratta, ma pur sempre una piccola grande rivoluzione è quella segnalata dal quotidiano arabo Al-Yaoum: le donne saudite potranno andare in bicicletta. A deciderlo è, naturalmente, l’autorità religiosa dell’Arabia Saudita che, finora, aveva sempre proibito alle donne saudite di circolare in sella a una bicicletta. La scorsa estate La bicicletta verde, film di Haifaa al-Mansour aveva raccontato questa proibizione con delicatezza e intelligenza raccogliendo applausi (e commozione) al Festival del Cinema di Venezia. Ora la commissione per la Promozione della virtù e la Prevenzione del vizio “apre” alla circolazione ponendo alcune limitazioni: le donne potranno circolare accompagnate da un parente, ma dovranno farlo solamente in parchi o aree ricreative e, soprattutto, indossando l’abaya, la veste che le copre dalla testa ai piedi.

Le donne sono libere di andare in bici nei parchi, sul lungomare e in altre aree a condizione che indossino abiti modesti e che sia presente un guardiano in caso di cadute o incidenti,

riferisce il quotidiano saudita citando una fonte della commissione Promozione della virtù e la Prevenzione del vizio, la quale sottolinea, in un altro passaggio, di non aver mai proibito alle donne straniere la circolazione in bici. Come dicevamo in precedenza, l’apertura è decisamente relativa poiché l’attività viene legislativamente circoscritta nell’ambito dell’attività ludica e la bicicletta non può essere utilizzata come mezzo di trasporto. Viene, inoltre, sconsigliata la partecipazione a cortei e a manifestazioni di protesta. Un punto di partenza, dunque, non certo di arrivo. Però qualcosa si muove, forse, anche grazie al primo film girato da una regista in Arabia Saudita.

Fonte:  Cycle

UrBEES: api in città, sentinelle contro l’inquinamento

L’apicoltura urbana è già una realtà a New York, Londra, Parigi, Tokyo. E si fa strada anche a Torino, con il progetto UrBEES. Le api di città fanno il miele – buono e sano come quello di campagna – e servono a monitorare gli inquinanti. Roba da esperti? No. Chiunque può adottare un’arnia: non è pericoloso, non è difficile e basta un balcone. “Join the Revolution!”

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Un annuncio gira su facebook: “Abbiamo bisogno di voi per portare avanti il Progetto UrBEES. Cerchiamo postazioni in Torino e Provincia per installare nuovi apiari urbani. Balconi, terrazze, giardini, orti, tetti, parchi, cortili… e qualsiasi altro spazio per poter rendere, finalmente, ecosostenibili le nostre città. Se siete interessati contattateci su urbees@hotmail.com Join our revolution!”. E noi l’abbiamo fatto. Ecco cosa ci ha raccontato Antonio Barletta, l’ideatore del progetto. “Io sono apicoltore da circa sette anni; avevo le api in Val Chiusella assieme ad un amico, ma cercavo delle postazioni più vicine a Torino, dove vivo. All’inizio concentravo le ricerche in zone periferiche, ma poi mi sono detto “Perché invece che mettere le api in periferia non le portiamo in città?”. E ho cominciato ad informarmi. In rete ho scoperto la realtà dell’apicoltura urbana, le esperienze nel mondo: Londra, Parigi, New York, Hong Kong, Tokyo… Ho cercato di capire se ci fossero realtà simili in Italia, ma non ne esistevano. E allora ho deciso di provarci io. Prima di tutto ho cercato di capire se nella mia città ci fossero divieti contro l’apicoltura urbana – divieti che esistono in altre città: la stessa New York, ora all’avanguardia in questo campo, inizialmente lo vietava – e ho visto che a Torino il divieto non c’era. Così ho cominciato a parlarne ad amici, conoscenti, apicoltori…ecodaleecitta1

Ed è nato Urbees. Cosa volete fare esattamente?

Il progetto consiste nel coinvolgere i cittadini nell’allevamento delle api in città per beneficiare non solo di miele, cera e propoli, ma anche dei suoi servizi di biomonitoraggio: chiunque voglia ospitare le api sul balcone, o sul giardino avrà in cambio i prodotti dell’alveare e ci darà la possibilità di creare una “centralina di monitoraggio” per la qualità dell’ambiente urbano. Le api sono sentinelle dell’ambiente ed è arrivato il momento di utilizzarle anche per quello che è il loro ruolo nella natura. Attraverso l’analisi del miele e della cera delle api possiamo controllare la presenza dei metalli pesanti, degli inquinanti, e rilevare cosa sta cambiando nell’ecosistema della città. Il patto è questo: i cittadini mettono a disposizione uno spazio sul proprio balcone (bastano uno o due metri quadri), noi veniamo a fare un sopralluogo e installiamo l’arnia che diventa una postazione di monitoraggio. In cambio il cittadino si prende il miele. Urbees non ha ancora natura giuridica, non guadagniamo, per ora siamo tutti volontari e amici.

Non fa male mangiarsi il miele “inquinato”?

Il miele urbano è buono come quello prodotto in campagna ma si tira dietro un mucchio di scetticismo. Abbiamo analizzato il miele prodotto a Torino l’estate scorsa, misurando la presenza di piombo, nichel, cromo e benzene, cosa che non fanno i produttori tradizionali perché nessuno glielo chiede. Bene, nel nostro miele, questi metalli pesanti erano presenti solo in minime tracce, completamente irrilevanti dal punto di vista della commestibilità e della salute umana. Ma noi queste minime tracce possiamo analizzarle per fare un monitoraggio della qualità ambientale della città, avendo a disposizione i valori chimico fisici dei metalli pesanti ma anche quelli biologici: cosa causano questi metalli pesanti all’interno di un organismo?

Insomma, le api sono microcentraline…

Le api sono sentinelle: sono bioindicatori, un po’ come i muschi e i licheni, monitorano tutto e ci dicono come cambia l’ambiente. Ma non solo. Dove ci sono le api si garantisce il mantenimento della biodiversità. Possiamo scoprire come varia la presenza botanica spontanea in città, creare una mappatura della vegetazione urbana, utile anche per chi ha allergie. (Fra l’altro il miele è anche ipoallergenico: si abitua l’organismo ad introdurre piccole parti della sostanza a cui si è intolleranti), ripristinare le piante necessarie all’ecosistema… La natura in città deve essere funzionale, non solo estetica. E per ridurre l’inquinamento non basta solo evitare di prendere l’auto una volta ogni due settimane, bisogna anche reintrodurre la natura in città, per esempio attraverso gli orti urbani, i giardini verticali e perché no, le api.

Perché in altre città l’apicoltura urbana è vietata?

Le api si conoscono per due ragioni: perché fanno il miele e perché pungono. E nessuna delle due cose sembra adatta alla città. E invece non è così, prima di tutto perché le api arrivano spontaneamente in città. Ci stanno bene. Come tanti altri animali che sembrano “fuori posto”: i gabbiani, gli scoiattoli, i corvi, le formiche… Le api in città arrivano in sciami, spesso scappando dall’inquinamento della campagna. Sembra un paradosso ma l’inquinamento cittadino non causa la moria delle api come invece fanno i pesticidi e i fertilizzanti chimici usati nelle campagne. A New York successe proprio questo: si decise di aprire la città alle api per aiutarle a sopravvivere e si decise di investire sulla produzione di miele urbano. Idem a Parigi, dove sono state proprio le istituzioni pubbliche ad incentivare l’apicoltura urbana. Qui in Italia invece c’è molto scetticismo, prima di tutto tra gli apicoltori tradizionali; un po’ temono che in città le api possano morire, e un po’ sono spaventati dalla concorrenza del miele urbano. Non si riesce a vedere la forza dell’innovazione. Oltretutto in un mercato che importa il 40% del miele dall’estero… perché dobbiamo importarlo quando possiamo produrlo? Eppure in Italia sono il primo a portare avanti questo progetto.

Nessun pericolo per chi decide di adottare un alveare?

No. Le api sono vegetariane. Non ci pungono. Quelle sono le vespe, che sono carnivore, e rompono un po’ le scatole. Ma sono animali diversi. L’ape esce dall’alveare e si dirige subito sul fiore, perché la comunicazione dell’alveare è efficiente. Sanno già dove devono andare, non perdono tempo…E in ogni caso forniamo tutte le regole comportamentali e le “istruzioni per l’uso” ai cittadini che decidono di aderire al progetto.

E può farlo chiunque?

Non bisogna per forza diventare apicoltori per ospitare le api. Chi ci mette a disposizione uno spazio sul proprio balcone può affidarsi a noi per tutto il resto: mettiamo in sicurezza l’arnia e ci occupiamo della sua gestione. Se invece un cittadino vuole imparare a diventare apicoltore, organizziamo corsi e workshop apposta. Per allevare una famiglia di api basta un controllo a settimana, non richiede molto tempo. Ma, ripeto, non è necessario diventare apicoltore. Chiunque può aderire a Urbees e trasformare il proprio balcone in una centralina di monitoraggio. Non ci vuole niente, e ovviamente non ci sono costi per chi decide di intraprendere l’avventura. Abbiamo avuto api in Via Cavour, da un ragazzo che mangiava sul balcone e a volte ci dormiva anche, e non gli hanno mai causato problemi.

Le api no, ma gli altri condomini?

Nessun regolamento condominiale vieta l’installazione di un alveare sul balcone…anche perché di solito a nessuno viene in mente di farlo. A Parigi ci sono regolamenti appositi per le api in città, ma direi che prima di arrivare a una discussione simile al parlamento italiano ne passerà… Quando cominciai a cercare informazioni sul tema provai con i vigili urbani. Mi chiesero “Perché, vuoi denunciare qualcuno che ha messo le api sul balcone?” No veramente vorrei metterle io e capire a cosa mi fate se lo faccio…”. In assenza di un regolamento per l’apicoltura urbana ci si rifà alla legge nazionale, che dice che le api possono stare ovunque purché rispettino le distanze di sicurezza. Da un balcone all’altro basta che ci sia una barriera, un dislivello di due metri a separare l’arnia dalla proprietà adiacente. Di norma non ci sono problemi quindi. Certo, qualche vicino potrà brontolare. Ma bisogna far capire alla gente che avere le api sul balcone accanto è un ottimo indicatore di qualità ambientale. Ed è un buon segno: vuol dire che lì si vive bene…Ai condomini scettici faremo vedere come lavorano le api, spiegheremo loro che non c’è alcun pericolo… e se no proveremo ad addolcirli con un po’ di miele!

Fonte: eco dalle città

Apicoltura da Manuale

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Dalla Società delle Api alle Città Stato del Futuro
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Pasqua e Pasquetta: picnic e mostre in città per un weekend di relax, tuo e dell’Ambiente

Cosa c’è di più ecologico di una scampagnata di Pasquetta? Ma basta poco per trasformare la gita in un vero e proprio incubo ambientale, tra rifiuti abbandonati e traffico impazzito. Ecco qualche suggerimento per fare un picnic senza creare una nuova Malagrotta e passare una giornata piacevole senza invecchiare in coda

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Cosa c’è di più “ecologico” di una piacevole scampagnata di primavera? Un bel prato, un sole tiepido e qualche albero in fiore rappresentano lo scenario ideale per una gita fuori porta all’insegna della natura e del relax. Eppure, basta poco per trasformare la tradizionale uscita di Pasquetta in una vero e proprio “incubo ambientale”: traffico impazzito, emissioni inquinanti e rifiuti possono rendere davvero pesante l’impronta ecologica di una giornata all’aperto. Niente paura, però: bastano pochi accorgimenti per riuscire ad organizzare una indimenticabile eco-Pasquetta.
Prima regola: non esagerare. In fondo si tratta di un picnic tra amici, non di un pranzo di gala da 15 portate. La soluzione più sostenibile, nonché la più economica, è probabilmente quella di riutilizzare gli avanzi del pranzo di Pasqua, magari con un po’ di creatività. Formaggi e salumi, ad esempio, possono essere usati per farcire dei panini, o per preparare un’ottima pizza rustica. La pasta del giorno prima si può facilmente “trasformare” in frittate o timballi, mentre la carne può essere impiegata per preparare un polpettone. Con le verdure si possono cucinare deliziosi sformati, mentre i dolci saranno ottimi da mangiare anche il giorno dopo. La frutta non più freschissima, infine, è perfetta per preparare frullati o spremute. Anche le bevande e il vino avanzati si possono riciclare per la gita di Pasquetta, avendo l’accortezza di travasarli in recipienti più piccoli e di tenerli in fresco fino a quando non saranno consumati. A proposito di “liquidi”, anche fuori casa vale il consiglio di bere solo acqua di rubinetto, oppure proveniente dalle fontane pubbliche ormai disponibili in molte città. Borracce, bottiglie riciclate e thermos sono perfetti per conservare l’oro blu durante l’intera gita fuori porta, a meno che non la meta scelta non sia vicina a una fonte naturale, caso in cui l’acqua fresca si può reperire direttamente sul posto. La scelta di un menu a basso impatto sull’ambiente può essere completata dall’uso di stoviglie riutilizzabili, magari in plastica o, meglio ancora, in latta (infrangibili e leggere), che permettono di ridurre la quantità di rifiuti prodotta. Anche per il trasporto delle varie pietanze è importante evitare contenitori usa e getta, preferendo recipienti riutilizzabili. E alla fine del picnic, naturalmente, occorre fare una raccolta differenziata dei rifiuti prodotti, assicurandosi che niente sia rimasto sul luogo della scampagnata.
Biiiiiicycle! biiiiiicycle! …I want to ride my bicycle! Se la chiave è “non esagerare” questo vale anche per la destinazione scelta. Poche cose riescono a far passare la voglia di partire come l’idea della coda che ci aspetta per ritornare… E allora bando alle gite nei soliti “fuori porta” in cui si concentra tutta la città, tanto da chiedersi chi sia veramente dentro e chi fuori. Pasquetta in relax?Posare la macchina. Le città svuotate dal traffico e dalla frenesia delle ore di punta possono rivelarsi mille volte più invitanti e piacevoli delle affollatissime mete da picnic in mezzo alla natura. Soprattutto quando la natura in questione è un prato fiorito di barbecue e carbonella. Posare la macchina, si diceva. E poi armarsi di zainobicicletta e via. Verso il parco più vicino – non per forza il più famoso – verso un angolo della città che si conosce poco, verso una piazza piena di sole, magari vicina a quel museo che tante volte abbiamo detto ci andiamo, e poi mai ci siamo entrati (Soprattutto se sulla piazza piena di sole sta piovendo a dirotto!). La meta non importa: parte del piacere sarà andarci. Anche se non siete ciclisti urbani professionisti, quale occasione migliore per rispolverare il vecchio “bolide” sotterrato in cantina – e magari scoprire che potrebbe essere d’aiuto anche gli altri giorni dell’anno – o inaugurare il servizio bike sharing?  E se la bicicletta non fa per voi, c’è sempre una grande risorsa mai abbastanza esplorata: i propri piedi. Camminare in città in un giorno senza fretta è il modo migliore per riscoprirla. Suggerimento: portarsi una macchina foto. Non il telefono che fa le foto. Proprio la macchina foto. La città potrebbe sorprendervi.

Dove andare: suggerimenti eco, dalle città

TORINO
Il Parco dei Parchi è il Valentino. Non si discute. E’ il cuore della città, appoggiato al fiume, e incredibilmente isolato dalla frenesia del traffico vicino. Gli spazi sono liberi, l’erba “calpestabile”, come dovrebbe essere in ogni parco del mondo, che poi vuol dire che sui prati ci si può sdraiare, mangiare, giocare, tutta roba più divertente che pestarli. Ma non è l’unico: c’è il parco Ruffini, il parco della Pellerina, poco fuori il bellissimo Parco della Mandria e quello di Stupinigi. A questo link potete scoprire tutti i parchi della città. Se invece il picnic erboso non fa per voi, ecco qualche suggerimento sulle mostre in città il weekend di Pasqua:

Gianini e Luzzati (Cartoni animati) Più di duecento personaggi, bozzetti, scenografie, storyboard che testimoniano il processo creativo che ha dato origine ad alcuni tra i capolavori del cinema d’animazione mondiale. (Domenica 31 Marzo dalle 9:00 alle 20:00, Museo Nazionale del Cinema – Mole Antonelliana).

Robert Capa: retrospettiva Importante retrospettiva che celebra uno dei maestri della fotografia del XX secolo in occasione del centenario dalla nascita. (Aperto sia domenica 31 Marzo che lunedì 1° aprile dalle 9:30 alle 18:30, Palazzo Reale).
Ana Mendieta. She Got Love Nei suggestivi spazi della Manica Lunga la prima grande retrospettiva europea dedicata all’artista cubana. (Domenica 31 Marzo – 10:00 – 19:00, Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea).
Wild Wonders of Europe Gli scatti realizzati da 69 tra i migliori fotografi naturalisti europei, realizzati in più di 125 missioni in 48 paesi per documentare le meraviglie naturali del continente. (Aperto sia domenica 31 Marzo che lunedì 01 Aprile – 10:00 – 19:00, Museo Regionale di Scienze Naturali).

The Human Body Exhibition Il percorso espositivo dedicato alla scoperta del corpo umano che sta facendo il giro del mondo, attraverso sale tematiche in cui sono illustrate le parti fondamentali dell’anatomia umana. (Aperto sia domenica 31 Marzo che Lunedì 1° Aprile – 10:30 – 19:30, Palaolimpico Isozaki).

MILANO
Il parco più bello di Milano è sicuramente il parco Sempione: a due passi dal meraviglioso Castello degli Sforza, dalla Triennale, che a sua volta ha un giardino con le sculture di De Chirico esposte, e dal Duomo. Insomma, centralissimo, comodo e soprattutto immenso. Ma non è il solo. C’è il Parco delle Basiliche (ribattezzato Papa Giovanni Paolo II), tra la basilica di San Lorenzo e la basilica di sant’Eustorgio, il Parco dell’Anfiteatro Romano, tra le vie De Amicis, Conca del Naviglio e Arena. Avremmo citato volentieri anche la Darsena, forse tra gli angoli più curiosi della città, grazie alla sua rara e sorprendente oasi spontanea. Peccato che si sia deciso diversamente. Per l’elenco completo dei Parchi di Milano rimandiamo qua. E segnaliamo anche un bel blog a tema: The Outer The Better. Le mostre in città:
Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti (Lunedì: dalle ore 14.30 alle ore 19.30; da martedì a domenica: dalle ore 9.30 alle ore 19.30; giovedì e sabato aperto fino alle ore 22.30, a Palazzo Reale in Piazza del Duomo).

Fashion Al Forma, una selezione di scatti provenienti dagli archivi Condé Nast (Tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 20; giovedì e venerdì aperto fino alle ore 22; lunedì chiuso).

Robert Doisneau Allo Spazio Oberdan, 200 scatti originali del celebre fotografo francese (Mercoledì, venerdì, sabato e domenica: dalle ore 10 alle ore 19.30; martedì e giovedì aperto fino alle ore 22; lunedì chiuso).

NAPOLI
Napoli non è certo una città nota per la sua vocazione verde, ma offre comunque una serie di opportunità a chi è in cerca di svago e relax nella natura. A cominciare dal cosiddetto Bosco di Capodimonte, il grande parco che circonda l’omonima reggia borbonica: 134 ettari di verde (in origine erano la riserva di caccia dei reali) che offrono viali fioriti, alberi secolari e prati all’inglese. In alternativa, di può optare per il suggestivo Parco Virgiliano, arroccato sulla panoramica collina di Posillipo, o per la meno ambiziosa Villa Comunale, che si estende alle spalle del celebre lungomare di via Caracciolo (più indicata per una passeggiata, che per un vero picnic). E se la “città del sole” si ritrovasse invece sotto la pioggia proprio a Pasquetta? Si può sempre pensare di visitare uno dei numerosi musei cittadini, oppure goderli la mostra “Restituzioni 2013”: 250 opere, tra capolavori e manufatti dell’artigianato artistico, freschi di restauro, esposti nelle sale del Museo di Capodimonte e del Palazzo Zevallos Stigliano.

ROMA
Grande scelta di parchi e aree verdi è offerta dalla città di Roma, dove a giardini storici e monumentali si affiancano aree naturali quasi “selvagge”. Come Villa Ada, dove alla natura ordinata e al celebre laghetto si affianca una zona di bosco in cui è possibile dimenticare di essere nel cuore di una delle città più grandi d’Europa. Un classico intramontabile resta sempre Villa Borghese, parco seicentesco che probabilmente è il più celebre della capitale. Chi è in cerca di alternative, invece, può trascorrere la Pasquetta nel Parco Regionale dell’Appia Antica, un vero e proprio connubio di natura e di storia che ospita preziose testimonianze del passato della Città eterna. Oppure optare per Villa Doria Pamphilj, attrezzata e movimentata area verde di ben 180 ettari. Gli amanti della cultura, invece, a Roma non hanno che l’imbarazzo della scelta: il Chiostro del Bramante, ad esempio, ospita fino a giugno la mostra “Brueghel. Meraviglie dell’arte fiamminga”, mentre al Palazzo delle Esposizioni è possibile ammirare circa 200 scatti del fotografo Helmut NewtonTiziano spopola alle Scuderie del Quirinale (fino al 16 giugno), mentre il Museo del Corso ospita una personale della scultrice americana Louise Nevelson.

Fonte : eco dalle città