WWoofing: a scuola di agricoltura naturale

WWOOF Italia mette in relazione i coltivatori con i viaggiatori intenzionati a condividere in convivialità le progettualità e gli stili di vita delle aziende agricole biologiche e biodinamichepresanellaRododendro

Condivisione, conviviali­tà, apprendimento: fare un’esperienza di woo­fing significa impegnarsi e credere in un progetto culturale ricco, sia da parte delle fattorie ospitanti che dei viaggia­tori. Spesso descritta come la pos­sibilità di fare una vacanza a zero spese in fattoria, godendo di vitto e alloggio in cambio di qualche oret­ta di aiuto nelle attività dell’azien­da agricola, il wwoofing è molto di più. Chi si propone come viaggiatore (WWOOFer) dev’essere motivato dalla volontà di fare un’esperienza formativa forte, di vivere il lavoro agricolo a 360 gradi, di condividere tutti i momenti della vita in fat­toria, desco compreso: si tratta di entrare nel mondo dell’agricoltura naturale dalla porta principale, con l’intento di godere di un’esperienza di forte arricchimento umano e cul­turale, oppure in vista di mettersi alla prova in prima persona come agricoltore in una propria fattoria. D’altro canto le aziende agricole che si propongono come ospitanti (hosts) sono spinte dal desiderio di divulgare sia le migliori pratiche dell’agricoltura naturale, sia stili di vita decrescenti, di semplicità volontaria, di rispetto della natu­ra nei suoi ritmi e nei suoi tempi, valori che i viaggiatori possono fare propri e riproporre, adattan­doli, in contesti di vita urbani – si pensi solo al bagaglio di tecniche di autoproduzione che è possibile apprendere in una fattoria.

WWOOfing: come si fa? Ma come si fa a fare wwoofing? Come si mette in contatto domanda e offerta? «WWOOF è una rete internazionale di associazioni che intendono soste­nere lo sviluppo della cultura e della pratica dell’agricoltura naturale – ci spiega Claudio Pozzi presidente dell’Associazione WWOOF Italia. La nostra associazione è nata come movimento informale all’inizio degli anni Novanta e si è costituita come associazione nel 2000. Attualmente WWOOF Italia è un’associazione di promozione sociale che mette in relazione i coltivatori con i viag­giatori intenzionati a condividere in convivialità le progettualità e gli stili di vita delle aziende che vanno a visitare. Chi s’iscrive contatta diretta­mente le aziende che più lo stimola­no e stabilisce con loro un periodo di convivenza e le modalità dello scam­bio a seconda delle attitudini e degli interessi. I soci viaggiatori hanno, attraverso Caes, una copertura assi­curativa per infortuni e RC. La lista italiana WWOOF include aziende agricole di piccole e medie dimensio­ni, biologiche e biodinamiche: alcuni soci vivono delle loro coltivazioni e vendono i loro prodotti, mentre altri vogliono solamente essere autosuf­ficienti, o semplicemente coltivare i propri ortaggi biologici. I soci host non si aspettano dal WWOOFer conoscenza dei lavori agricoli al momento dell’arrivo in azienda: le aziende che conducono sono dei cen­tri educativi! Ciò che si aspettano è la voglia d’imparare, di collaborare alle attività, la capacità e la curiosità di adattarsi al loro stile di vita».

Perché scegliere il WWOOfing Con 600 aziende associate e circa 4500 viaggiatori nel 2012, l’espe­rienza del WWOOFing sembra susci­tare sempre più interesse, anche se la maggior parte dei WOOFers è di provenienza estera: sempre nel 2012 l’Associazione WWOOF Italia ha registrato circa 1800 viaggiatori pro­venienti dall’Italia, e i restanti 2700 circa dal resto del mondo, con una preponderanza dagli Usa. «WWOOFing – continua Claudio Pozzi – non è una vacanza economi­ca. È un’organizzazione volontaria per diffondere la cultura e la pratica dell’agricoltura naturale, per soste­nere i produttori nel loro impegno. Se state cercando solamente un modo per viaggiare e vedere l’Italia in modo facile WWOOF non fa per voi. WWOOFing è un’esperienza che rende possibile uno scambio umano e culturale fra persone di diversa provenienza: la pratica concreta dei ritmi della vita agricola permette di vivere in prima persona gli sforzi che i piccoli agricoltori fanno per rico­struire un buon equilibrio fra l’uomo e la natura garantendo la disponibi­lità di cibo sano. La più importante qualità di un WWOOFer è quello di potersi inserire e adeguare a tutte le diverse attività che si svolgono in ogni fattoria. Gli hosts si aspettano un’interesse generale per quello che fanno, e per il modo in cui vivono, che partecipiate volentieri a sostegno del loro progetto, dando anche una mano con i compiti di casa (lavare i piatti o cucinare) per non creare più lavoro per il vostro host. Tutti gli host sono molto impegnati e molti vivono con poche risorse. È impor­tante accettare e rispettare questo fatto. L’host deve garantirvi vitto e alloggio (potrebbe esserci una stan­za per i viaggiatori in fattoria, ma potrebbe essere anche solo una tenda, oppure la tenda dovreste portarla voi), dovrebbe stare con voi più spes­so possibile insegnandovi qualcosa sulla produzione, sulla vita dell’agri­coltore naturale e sulle tecniche da lui adottate. È molto probabile che vi troverete a fare da soli alcune cose, a volte un po’ noiose, l’agricoltura è anche pratica Zen!».

Informazioni:wwoof.it – il sito dell’associazione WWOOF Italia, wwoof.org – il sito della rete internazionale WWOOF

Fonte: vivi consapevole.it

WWOOF, agricoltura in condivisione. Intervista a Claudio Pozzi

Sostenere l’agricoltura naturale e condividere la quotidianità rurale alla ricerca di stili di vita in armonia con la natura. Questa l’idea da cui nasce l’organizzazione WWOOF. Per saperne di più abbiamo intervistato Claudio Pozzi, presidente di WWOOF Italia.orto_agricoltura

Condividere la quotidianità rurale alla ricerca di stili di vita in armonia con la natura. È questa l’idea da cui nasce l’organizzazione WWOOF. Per saperne di più abbiamo intervistato Claudio Pozzi, presidente di WWOOF Italia.

Vuoi presentarti? Quali sono state le tue esperienze e come sei arrivato a fare il presidente di WWOOF?

C’è un collegamento anche con la vostra storia. Risalendo all’indietro… nel 1993 sono diventato socio di MAG6, la cooperativa finanziaria di Reggio Emilia e poco tempo dopo in un momento in cui stavo collaborando con l’associazione ‘Piccole città dell’Italia centrale’ ho conosciuto Paolo Ermani e ho partecipato al primo corso su risparmio energetico ed energie rinnovabili del centro tedesco con cui lui collaborava a quei tempi ed abbiamo iniziato a collaborare sul progetto della casa mobile più che altro, che è stato il focus dell’attività di Paolo in Italia per diversi anni. Quindi collaboravo con MAG, con Paea che ancora non si chiamava Paea e sentivo l’esigenza di mettere in pratica uno stile di vita legato all’autosufficienza. Pur abitando in campagna non avevo a disposizione una terra neanche per fare un orto e quindi ero alla ricerca di un posto dove mettere in pratica questa passione. Fino a che non sono finito nel ’96 a collaborare in un podere qui nella provincia di Pisa dove si faceva già allora permacultura e fitodepurazione, insomma era un podere abbastanza sperimentale. In questo podere era nata una delle prime liste italiane di WWOOF che era un movimento internazionale. Le aziende ed i viaggiatori italiani che volevano partecipare facevano riferimento alle liste di altri paesi, quindi WWOOF Australia, WWOOF Germania, Inghilterra. Quindi Casolare Acqua chiara e parallelamente un’altra fattoria in Umbria all’insaputa l’uno dell’altro hanno iniziato a stilare una lista di piccole fattorie italiane. Erano liste veramente piccole: la lista di Casolare Acqua Chiara quando l’ho conosciuta contava 21-22 aziende, era addirittura scritta a mano perché i ragazzi che la gestivano erano contrario all’utilizzo dei mezzi elettronici. Uno dei miei ruoli all’interno del casolare Acqua Chiara oltre a curare l’orto ed ospitare i WWOOFers era quello di curare la crescita e la formalizzazione di questa associazione anche perché potesse dare lavoro a chi se ne occupava. Quindi l’ho curata e fatta crescere per due/tre anni fino a che grazie alla legge sul volontariato non sono riuscito a scrivere uno statuto e a formalizzarla. Nasce con un profondo spirito Mag tanto che tra i firmatari dell’atto costitutivo c’erano tre soci MAG che avevo coinvolto nel sottoscrivere l’atto costitutivo proprio perché mi dessero una specie di viatico da un punto di vista etico/formale. Chiaramente è stata una scommessa un po’ dura perché proprio per le esperienze associative che avevo vissuto fino a quel momento sapevo che fondare un’associazione fra persone che non si conoscevano fra di loro e che sono molto distanti fisicamente non sarebbe stato facile, tanto è vero che oggi dopo 16 anni devo dire che la maggior parte dei nostri soci ci percepiscono più come una società di servizi che non come un’associazione.wwoof_italia

A quando risale quindi l’atto costitutivo di WWOOF Italia?

L’atto costitutivo risale al ’98-’99, quando l’associazione aveva raggiunto un numero sufficiente a giustificare una polizza assicurativa, poi nel frattempo un altro passaggio è stato quello di conoscere le persone che stavano portando avanti il progetto CAES (Consorzio Assicurativo Etico e Solidale) ed affiancarle, contribuire in qualche modo al loro progetto presentandoli in MAG, cercando insomma di costruire rete intorno a loro perché poi comunque la polizza assicurativa era una cosa fondamentale per un’associazione come la nostra. Siamo ‘gemellini’ di Caes anche se non ci frequentiamo molto, ma non saremmo esistiti uno senza l’altro.

Quindi WWOOF Italia nasce ufficialmente nel 2000 e parte dal Casolare Acqua Chiara

Diciamo che nel 2000 l’esperienza del casolare Acqua Chiara era già finita, cioè la proprietaria ha deciso di venderlo, io ero già senza fissa dimora. Quindi diciamo che il movimento WWOOF Italia nasce anche dal Casolare Acqua Chiara ma poi nel 2000 il Casolare non esisteva giù più. In certi anni le cose si svolgono in maniera molto veloce. L’esperienza del casolare Acqua Chiara è durata due anni ma è stata intensissima per esempio.

Puoi darci qualche numero su WWOOF Italia? Quanti sono i soci? C’è stato un trend di crescita in questi anni?

Nei primi due anni, prima della formalizzazione, c’è stata un po’ ‘una forzatura’ nel cercare adesioni per raggiungere il numero che permettesse la nascita di un’associazione. In seguito abbiamo sempre cercato di crescere per passaparola: oltre il 90% delle nostre adesioni derivano da persone che hanno già fatto l’esperienza. Tendiamo a non promuoverci troppo: non è la crescita che ci interessa, siamo più orientati a crescere in consapevolezza, in qualità delle relazioni interne più che a crescere numericamente. L’importante è riuscire a pagare lo stipendio a chi gestisce l’ufficio e coprire le spese dell’associazione. Non siamo un’impresa che deve produrre sempre di più e non a caso abbiamo aderito anche al movimento per la decrescita. Quando abbiamo avuto qualche sbalzo di adesioni (può capitare un anno di crescere più del solito) a noi ha sempre creato qualche problema. Insomma devi sempre riadeguarti: da una gestione familiare stiamo cercando via di professionalizzarci, ma senza che questa professionalizzazione voglia dire estraniamento perché la nostra è un’associazione fondata sulla relazione umana. È chiaro che si parla di agricoltura e di questioni sempre pratiche, ma se non funziona la relazione tra le persone non funziona tutto il resto. Il nostro più grosso problema è quello di essere letti in maniera molto sintetica “io lavoro quanto pastasciutta mi dai” o viceversa “se io ti do un letto allora quanto mi dai”. Non è una forma di reciproco pagamento quello dell’ospitalità e del lavoro e questo è un messaggio difficile da far capire perché l’orecchio della gente va sul messaggio che circola più facilmente che è “c’è la possibilità di scambiare l’ospitalità con il lavoro”. Sì è vero, non potrebbe esistere l’esperienza se non fosse così però mangiare insieme, dormire sotto lo stesso tetto fa parte di una condivisione più ampia.wwoof_italia2

Nel momento in cui io sono una fattoria ospitante mi metto nella condizione di condividere il più possibile del mio stile di vita cercando di trasmettere agli altri le mie competenze, cercando di spiegare il perché ho fatto certe scelte piuttosto che altre, perché sono venuto a star qui, perché ho deciso di coltivare questo piuttosto che altro… Cerco di mettere a disposizione il mio luogo, le mie scelte, le mie competenze e perché no anche parte del mio tempo libero, per cui si può anche andare a bere una birra insieme in un posticino simpatico, andare a fare un bagno nel torrente, andare a visitare i dintorni. D’altra parte chi viaggia e va a visitare un’azienda non va lì per avere un tetto e del cibo che paga con il lavoro, non è quello il senso. Il senso è andare ad immergersi nel ritmo, nello stile di vita di una famiglia, di una comunità, di un’azienda perché curiosi di quello che succede lì e per la voglia di condividere e di conoscere e, perché no, di portare anche le proprie di conoscenze. Girano anche dei WWOOFers che hanno competenze, magari le hanno acquisite anche facendo i wwoofers.

Questo è lo spirito dell’associazione sia all’Italia che all’estero o ci sono delle differenze tra il circuito italiano e quello internazionale?

Noi ci concentriamo di più su questo aspetto educativo e di convivialità e non a caso abbiamo aderito a Reti semirurali, abbiamo aderito al movimento della decrescita anche se questa è un’adesione un po’ sulla carta, siamo soci di Mag6 e siamo soci di Banca Etica, cioè cerchiamo di trasmettere dei valori e delle opportunità ai nostri soci perché possano alzare lo sguardo e fare rete sul loro territorio.

Quali sono le caratteristiche richieste a chi vuole entrare a far parte dell’associazione?

Per quanto riguarda i viaggiatori (WWOOFers) la voglia di partecipare ai ritmi e allo stile di vita di chi ti ospita in campagna. Non sono richieste professionalità ed esperienze pregresse e non c’è un filtro su chi aderisce per viaggiare. Chiunque una volta compiuta la maggior età può aderire. Sulle aziende invece facciamo un po’ più di filtro per ovvi motivi perché vogliamo conoscerli, sapere bene qual è la loro motivazione. Abbiamo la possibilità di conoscere le aziende un po’ meglio mentre sarebbe impossibile poter conoscere 5000 viaggiatori che arrivano da tutte le parti del mondo prima di accettare l’adesione. È importante che leggano il regolamento e lo sottoscrivono.

E le aziende? Quali requisiti devono avere?

Di aziende ne abbiamo un po’ di tutti i tipi. Il movimento soprattutto quando era informale era formato in particolare da aziende che non erano aziende: aziende è un termine che noi usiamo forse perché non siamo riusciti ad inventarcene un altro, ma non è detto che chi aderisce sia effettivamente un’azienda agricola. Può essere anche qualcuno che ha un’abitazione nella quale tende ad autoprodursi l’olio, le verdure o altro senza farne un’attività professionale. A noi interessa capire quali sono le motivazioni che li spingano: se dicono ad esempio “ho bisogno di qualcuno che mi aiuta a raccogliere le olive” tendiamo a rispondere che forse WWOOF non è il posto adatto e che ci sono altri sistemi e altri modi. Cioè se la tendenza è quella a trovare manodopera a basso costo non ci interessa. Noi vogliamo trovare realtà aziendali o non aziendali, la certificazione ci interessa poco, ci interessa che la pratica sia di agricoltura naturale ma poi vogliamo che le persone abbiano voglia di ospitare e di vivere in convivialità con le persone che ospitano.wwoof_italia_4

Non pensi che il sistema adottato da WWOOF rischia di favorire lo sfruttamento del lavoro gratuito?

Noi stiamo molto attenti che questo non succeda, poi sono i viaggiatori che dovrebbero darci un feedback: se si trovano a disagio sono invitati a segnalarcelo. È successo che qualche azienda che non aveva dei comportamenti corretti è stata sospesa.

Tra i singoli iscritti ci sono delle tendenze? Ad esempio più uomini o più donne, più ventenni o quarantenni?

In linea di massima chiaramente la fascia più rappresentata è quella giovanile, dall’università in poi fino a 30 anni, ma girano anche pensionati o persone che usufruiscono del loro periodo libero per fare questo tipo di esperienza perché magari vogliono capire se la vita agricola fa per loro, o magari vogliono semplicemente entrare in contatto con questo aspetto della produzione agricola. A volte girano interi nuclei familiari, soprattutto all’estero dove è più facile che una famiglia riesca a prendersi un anno sabatico e poi quando rientra a casa non ha problemi a trovare un lavoro. Credo che ci siano più donne che uomini, non una prevalenza enorme comunque.

Cosa bisogna fare per aderire?

Per i viaggiatori: si va sul sito, si legge lo statuto, si paga la propria quota e in genere si entra. Per un’azienda si viene messi in contatto dove è possibile con il coordinatore di zona che visita l’azienda per capire se esistono i requisiti per l’adesione. Laddove il coordinatore non esiste ci penso io tramite interviste telefoniche.

Tu hai mai fatto il WWOOFer?

Non dentro la rete del WWOOF, l’ho fatto prima di conoscere il WWOOF. Il mio avvicinamento alla vita in campagna è stato da una parte facendo l’operaio in un’azienda agricola e nel tempo libero andando a collaborare con amici che avevano aziende biologiche nella zona dove risiedevo allora (andavo e aiutavo a potare, raccogliere, etc.). Da quando conosco il WWOOF ho avuto delle esperienze come ospitante quando ero in un’azienda agricola ma non avendone mai avuto una mia sono sempre state esperienze che sono durate due anni, due anni e mezzo.

Esistono dei circuiti analoghi al WWOOF?

Ci sono altre associazioni che non si occupano specificatamente di ospitalità in agricoltura, ad esempio c’è Workaway. Esistono dei circuiti internazionali ma vengono gestiti più come business. Noi stessi, a volte, quando ci sembra che un’azienda non sia molto adatta al WWOOF consigliamo di guardarsi intorno e di aderire ad altre associazioni che hanno un atteggiamento un po’ più libero.

Credi che il WWOOFing potrebbe essere applicato ad altri campi o è strettamente legato al settore agricolo?

La nostra organizzazione è nata per sostenere l’agricoltura naturale. A volte abbiamo pensato di aprire qualche situazione (magari non urbana) che più che agricoltura possa fare artigianato ma è rimasta poi un’idea sulla carta, non abbiamo spinto in questo senso. Da un certo punto di vista facciamo fatica a stare dietro alla nostra crescita perché dobbiamo trovare nuove persone che si impegnino e che ne condividano lo spirito, che imparino a lavorare in squadra, stare insieme. Non è semplicissimo.wwoof_italia9

Quante persone lavorano a WWOOF Italia?

Per WWOOF Italia lavorano: 1 lavoratore dipendente, 3 collaboratori a partita IVA, 3 consulenti amministrativi, 1 consulente legale ed 1 facilitatrice (per le riunioni). Inoltre vi sono i coordinatori locali, che come me sono volontari. Sicuramente il passaggio dal volontariato alla produzione sociale (avvenuto nel 2005) dunque per noi è stato essenziale perché ci ha permesso di stipendiare anche qualche socio.

Che tipo di visibilità mediatica sta avendo WWOOF Italia?

Si parla di WWOOF, ma noi non cerchiamo la visibilità.

Avete progetti in vista per il futuro?

Abbiamo deciso all’ultima assemblea di aumentare la quota partecipativa proprio per permetterci di sviluppare progettualità condivise. Ora ci sono dei progetti in corso che sosteniamo e riguardano da una parte la diffusione e formazione sulla questione della trazione animale in agricoltura, poi abbiamo contribuito alla campagna ‘Basta veleni’ portata avanti da una coppia di apicoltori piemontesi. Stiamo facendo inoltre un corso di formazione agli agricoltori sulla questione della riproduzione delle sementi di cereali e cercheremo di portare avanti sempre di più questi progetti. È chiaro che devono essere progetti di interesse collettivo e non del singolo.

Nel momento di crisi che stiamo attraversando molte persone e soprattutto molti giovani si stanno avvicinando all’agricoltura e stanno trovando impiego nel settore agricolo. Secondo te perché è importante che le persone si avvicinino all’agricoltura? Cosa ne pensi?

Io ritengo che questo sistema di sviluppo economico e di relazioni sociali sta implodendo. Se vogliamo raggiungere la sostenibilità dobbiamo per forza ritrovare un contatto con la terra.

Fonte: il cambiamento