Chi vive in siti contaminati si ammala e muore di più: studio conferma le ipotesi

La logica già portava in quella direzione da un pezzo; ma con il nuovo studio “Sentieri” è arrivata una ulteriore conferma. Chi abita in siti contaminati ha un rischio di morte più alto del 4-5% e un aumento di tumori maligni, con un eccesso di incidenza del 62% per i sarcomi dei tessuti molli e del 50% per i linfomi Non-Hodgkin.9846-10632

Chi vive nei siti contaminati da amianto, raffinerie o industrie chimiche e metallurgiche ha un rischio di morte più alto del 4-5% rispetto alla popolazione generale. E questo, in un periodo di 8 anni, si è tradotto in un eccesso di mortalità pari a 11.992 persone, di cui 5.285 per tumori e 3.632 per malattie dell’apparato cardiocircolatorio. E’ quanto emerge dai dati relativi a 45 siti di interesse per le bonifiche inclusi nella nuova edizione dello studio Sentieri, a cura dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss). Non solo: vivere in siti contaminati comporta un aumento di tumori maligni del 9% tra 0 e 24 anni. In particolare “l’eccesso di incidenza” rispetto a coetanei che vivono in zone considerate ‘non a rischio’ è del 62% per i sarcomi dei tessuti molli, 66% per le leucemie mieloidi acute; 50% per i linfomi Non-Hodgkin. Il dato riguarda solo le zone d’Italia dove e’ attivo il registro tumori, 28 siti sui 45 oggetto dello studio Sentieri, ed e’ stato elaborato sui dati del periodo 2006-2013. A illustrare questi dati e’ stato Ivano Iavarone, primo ricercatore Iss e direttore del centro collaborativo OMS Ambiente e salute nei siti contaminati. “L’eccesso di incidenza di patologie oncologiche rispetto alle attese riguarda anche i giovani tra 20 e 29 anni residenti nei cosiddetti Siti di Interesse Nazionale, tra i quali si riscontra un eccesso del 50% di linfomi Non-Hodgkin e del 36% di tumori del testicolo”, ha spiegato all’ANSA Iavarone.
Per quanto riguarda, in generale, le ospedalizzazioni dei più piccoli, “l’eccesso è del 6-8% di bimbi e ragazzi ricoverati per qualsiasi tipo di malattia rispetto ai loro coetanei residenti in zone non contaminate”. La stessa situazione non risparmia i piccolissimi. “Per quanto riguarda il primo anno di vita – sottolinea l’esperto – vi è un eccesso di ricoverati del 3% per patologie di origine perinatale rispetto al resto dei coetanei. E un eccesso compreso tra l’8 e il 16% per le malattie respiratorie acute ed asma tra i bambini e i giovani”.

“Nonostante la maggiore vulnerabilità dei bambini agli inquinanti ambientali – ha aggiunto Iavarone – e l’aumento dell’incidenza dei tumori pediatrici nei paesi industrializzati, l’eziologia della maggior parte delle neoplasie nei bambini è per lo più ancora sconosciuta”. E’ necessario, conclude, “proseguire la sorveglianza epidemiologica nelle aree contaminate, basata su metodi e fonti informative accreditati, per monitorare cambiamenti nel profilo sanitario in relazione a sorgenti di esposizione/classi di inquinanti specifici e per verificare l’efficacia di azioni di risanamento”.

“Sono numeri degni di nota e nel complesso tracciano un quadro coerente con quello emerso dalle precedenti rilevazioni. Questo significa che non vi è stato ancora un generale miglioramento della situazione della contaminazione ambientale a livello nazionale”, spiega Pietro Comba, responsabile scientifico del progetto Sentieri. In 360 pagine, il rapporto Sentieri esplora caratteristiche e problematiche di 45 Siti di Interesse Nazionale o Regionale (SIN/SIR) presenti in tutta Italia: dalle miniere del Sulcis alle acciaierie dell’Ilva, dalle raffinerie di Gela alla citta’ di Casale Monferrato ‘imbiancata’ dall’eternit, passando per il territorio del litorale flegreo con le sue discariche incontrollate di rifiuti pericolosi. Aree in cui vivono complessivamente 6 milioni di persone, residenti in 319 comuni, e i cui dati sono stati studiati nell’arco di tempo tra il 2006 e il 2013. Nove le tipologie di esposizione ambientale considerate: amianto, area portuale, industria chimica, discarica, centrale elettrica, inceneritore, miniera o cava, raffineria, industria siderurgica. Sono state esaminate le associazioni tra residenza e patologie, come tumori e malformazioni congenite. “Nella popolazione residente nei siti contaminati studiati è stato stimato un eccesso di mortalità per tutte le cause pari al 4% negli uomini e al 5% per le donne. Per tutti i tumori maligni la mortalità in eccesso è stata del 3% nei maschi e del 2% nelle femmine”, ha illustrato Amerigo Zona, primo ricercatore dell’Iss. In un periodo di 8 anni, dal 2006 al 2013, “è stato osservato – nella popolazione generale, prosegue – un eccesso di mortalità per tutte le cause di 5.267 casi negli uomini e 6.725 nelle donne. Per tutti i tumori maligni è stata di 3.375 negli uomini e 1.910 per le donne”. “Il significato di questi dati va ora approfondito in ognuno dei territori considerati, anche con la collaborazione delle istituzioni, con gli amministratori locali e la società civile”, spiega Comba. “I dati da noi prodotti – conclude Comba – servono sostanzialmente a capire quali sono gli interventi di risanamento ambientale più utili e urgenti a fini di tutela della salute”.

 

Fonte: ilcambiamento.it

 

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Vado a vivere in un ecovillaggio! Perché?

Cresce il numero di persone che decidono di rivoluzionare la propria esistenza, abbandonare lo stile di vita urbano e abbracciare nuovi modi di abitare, basati sulla condivisione e la sostenibilità. Cosa determina la scelta di vivere in un ecovillaggio? Ecco le testimonianze raccolte in occasione dell’ultimo raduno della RIVE – Rete Italiana degli Ecovillaggi.

“A volte il futuro abita in noi senza che lo sappiamo”, così scriveva Marcel Proust nella sua Ricerca del tempo perduto. Una scelta improvvisa, una serie di eventi, un questione di tempo, un ritorno alle proprie radici. Queste sono solo alcune delle motivazione che possono spingere delle persone a scegliere un percorso di vita condivisarive3

Vogliamo raccontarvi questo percorso direttamente con i volti di chi ha deciso di intraprendere questo cammino. Cosa è successo? Cosa è cambiato? Non c’è una risposta univoca a questa domanda, ci sono solo tante storie. Storie di persone come me, e come te, che hanno deciso di rivoluzionare la loro vita.

“Ho scelto di vivere in un ecovillaggio per una questione di tempo”, ci racconta Vito di Habitat, “il tempo che sentivo che mi sfuggiva, il tempo che non sentivo più una cosa mia, il tempo che è denaro. Alla fine mi sono ritrovato ad esserne vittima, ora è un mio amico”. Una questione di armonia, una scelta di cambiamento per fare pace con la parte più profonda di se stessi, un tempo ritrovato. Un futuro che è in noi, un qualcosa che semplicemente accade. Questo è quello che è successo a Massimo di Torri Superiore: “Non è stato un percorso ragionato, è un qualcosa che è accaduto, era da fare. I significati li ho ricostruiti vivendoli”.

Per altri, invece, la scelta di cambiamento combacia con un vero e proprio viaggio alla scoperta delle proprie radici. Un percorso che nasce dal desiderio di riconnettersi con una parte di sé che si è sempre avuto addosso, come ad esempio un cognome, e del quale non si è mai saputo abbastanza. “Sono Manuela Pizzi, vengo dalla Spagna”, ci racconta Manuela in un italiano perfetto, “ho iniziato a viaggiare in Italia perché tutti mi chiedevano: ma tu lo parli l’italiano? Ed io rispondevo: No!”.rive2

Diversa è la storia di Mario (Il Popolo degli Elfi). Per lui il ritorno alla terra era una condizione necessaria del suo essere. Il ricordo del nonno e la consapevolezza che “ la mia strada è sempre stata quella di tornare alla terra”. Una scelta che può nascere da una delusione politica e dal desiderio di trovare strade alternative per veder trionfare i propri ideali. Una volontà di vivere un’esistenza comunitaria, una propensione all’accoglienza e alla condivisione così profonda da dar la forza di ridisegnare la propria realtà. “Una realtà anticapitalista, una realtà che rifiuta la proprietà privata, che si pone il tema delle scelte che vengono compiute in maniera del tutto egualitaria, senza leader, l’assemblea è l’unico organo decisionale”, ci racconta, soddisfatto, Alfredo di La Comune di Bagnaia. Diversa, ancora, può essere la storia di chi decide di cambiare perché si rende conto di aver sempre lottato per qualcosa di effimero. Esattamente all’apice del successo, in un momento estremamente bello della propria vita, comprendere di aver bisogno di più autenticità. “Avevo bisogno di vivere una vita vera, con gente vera, dove si diceva quello che si pensava e si faceva quello che si diceva”, ci racconta Macaco della Federazione di Comunità di Damanhur. Una consapevolezza totale, ma non ingenua. Perché scegliere di vivere in comunità non è la panacea a tutti i problemi. I problemi e i conflitti sono parte integrante della nostra esistenza, ma la vita condivisa, ci sottolinea Macaco, “crea un campo che rende molto facile anche trovare delle soluzioni a delle cose che sembrano difficili da risolvere”. C’è chi decide di vivere in un ecovillaggio per amore della natura, come Sara dell’ecovillaggio Habitat. Chi, come Eva Lotz, ha sempre avuto, nel suo cuore, il desiderio profondo di cambiare vita. E ancora chi, semplicemente, ha voluto offrire una vita diversa alla propria famiglia. Così è stato per Monica che ha cercato un bel luogo in cui far crescere la propria prole.rive1

Infine, c’è chi, come Claudio, decide di cambiare perché non si diverte più. La scelta di ritagliarsi il proprio spazio in contrapposizione ad una società che offre sempre meno. Dove la socialità è solo orizzontale, giovani con giovani. Dove non si condivide uno scambio intergenerazionale e, quotidianamente, ci si perde un enorme bagaglio di conoscenza che detengono gli anziani. Questi sono solo alcune delle motivazioni di chi ha deciso di intraprendere un cammino di ricerca. C’è però un fil rouge che lega tutte le persone che ho incontrato al XXI raduno della Rete Italiana Villaggi Ecologici. Sia chi è giunto a destinazione, chi si appresta ad iniziare il cammino, sia chi ci sta solo pensando e chi ha questo desiderio che, saltuariamente, quando il giorno lascia lo spazio alla notte, fa capolino, appena prima di addormentarsi. Tutte queste persone hanno una luce negli occhi. La luce di chi decide di essere protagonista della propria vita. La luce di chi lotta per riappropriarsi del proprio tempo. La luce di chi combatte per una società migliore. Quella luminosità meravigliosa che avvolge l’essere umano quando sa che sta facendo la cosa giusta.

 

Guarda tutti i video con le testimonianze raccolte al raduno della RIVE

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2017/08/vado-vivere-in-un-ecovillaggio-perche/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Vivere facendo a meno del denaro: il gruppo ALVISE

Al giorno d’oggi sembra che tutto sia basato sul denaro e che creare qualcosa senza l’ausilio di quest’ultimo sia impossibile. Ma c’è anche chi non la pensa in questo modo e crede fortemente che i soldi non siano così indispensabili, al punto da riuscire a realizzare una comunità che mette il dono come filosofia di vita e di crescita reciproca. È la storia del gruppo ALVISE, nato per volontà di Marco Conti, 49 anni, di Alpignano in provincia di Torino.9444-10180

MarcoConti è il fondatore del gruppo ALVISE e ci racconta come è partito il progetto e come si è evoluto.

“Tutto è nato 2 anni fa grazie alla lettura del li­bro L’uomo senza sol­di. Vivere facendo completamente a meno de­l denaro di Mark Boy­le. La base è la free­conomy, la gratuità, ­che si realizza con l­o scambio di beni mat­eriali e di abilità intellettuali e manual­i. Volevo fondare un gruppo in cui la generosità, l’att­o di dare senza aspet­tarsi nulla in cambio­, costituisse le fondamenta. Il denaro non è infatti indispensabile per vivere: anche se non esistesse, l’esistenza dell’uomo sulla terra potrebbe comunque continuare grazie agli scambi e al baratto. L’avvio del gruppo è stato un po’ travagliato: ne avevo inizialmente parlato a un amico che aveva le mie stesse esperienze nell’ambito ecologico e da questo scambio di opinioni ne è emersa una prima riunione in cui abbiamo aderito in otto. Purtroppo non si riusciva facilmente a trovare delle linee guida e per questo le iniziative non partivano: facevamo continue riunioni senza concludere nulla e presto l’entusiasmo iniziale si spense. La svolta c’è stata nel gennaio 2016, quando il gruppo iniziale ha abbandonato ALVISE decretandone la fine. Io invece ne ho visto il potenziale e da solo ho ripreso la situazione, dapprima con  laboratori di autoproduzioni, poi con i corsi di yoga, reiki e meditazione che hanno incrementato notevolmente il numero degli iscritti. Non c’è un direttivo, ma ci si basa sulla voglia di fare e di trovarci insieme.”

Cosa significa il nome ALVISE e su cosa si basa?

“ALVISE è un acronimo che sta per “ALpignano VIve SEnza”, cioè senza denaro,­ senza spreco e senza inquinament­o: è un gruppo spontaneo autogestito di mutuo aiuto senza scopo di lucro che comunica principalmente su WhatsA­pp (standard e broadcast) libero a tutti, che conta or­a circa 330 iscrit­ti in continuo aumento. C’è chi dona i­l proprio sapere e tempo conducendo corsi ­e lezioni, chi mette ­a disposizione gli sp­azi, chi prepara piac­evoli aperitivi autop­rodotti da consumare ­a fine incontro, chi regala oggetti che non utilizza più affinché trovino una nuova vita. Insieme diamo corpo a un’economia del dono, del­la condivisione, dell­o scambio e del barat­to degli oggetti ed organizziamo incontri ­dove ognuno di noi po­rta ed acquisisce sap­eri e conoscenze.­”

Quali sono le iniziative che avete organizzato finora e quali quelle in programma in futuro?

“Abbiamo fatto corsi d­i autoproduzione (tor­telli, sapone, deters­ivi, gelato, pizza) e­d esperienziali (thai­ chi, medigym, yoga, ­meditazione, reiki, seduzione, musica, postura), pa­rlato di risparmio en­ergetico e di alimentazione, visionato documentari ed approfondito stili di vita a­ noi vicini come la Semplicità Volontaria.­ Non sono mancati mom­enti di svago con cen­e vegetariane/vegane,­ gite culturali e vis­ite ad ecovillaggi. A­ltri ambiti del nostr­o agire sono la soste­nibilità ambientale, ­il rispetto per tutti­ gli animali (umani e­ non), la lotta allo spreco alimentare e l­a riduzione dei rifiu­ti. Tra dicemb­re ’16 e gennaio ’17 abbiamo in program­ma esperimenti di socializzazione, una costellazione familiare,­ lezioni di acrobazia aerea, appuntamenti con psicologhe ed osteopata, la presentazione di un libro­, conosceremo il Metodo Bates x migliorare la vista in modo naturale. Ad ­ALVISE occorrono solo­ dai 3 ai 5 giorni da­ quando si pensa a quando si realizza un evento. In genere ci r­itroviamo presso parc­hi pubblici o in cas­e private in modo da non dover sostenere i costi per l’affitto di una sala: cucine, sa­le da pranzo, taverne­tte, orti e giardini ­vengono usati per le ­varie attività. In qu­esto modo le persone ­aprono le loro porte ­per accogliere sconos­ciuti che possono div­entare nuovi amici. A­gli incontri c’è sempre tanta voglia di st­are insieme e di rivedersi.”

Da chi è composto il gruppo?

“Principalmente sono donne, per il 78% degli iscritti­. In generale, i membri del gruppo hanno in media un’età compresa tra i­ 40 ed i 60 anni e sono laureati per il 90­%. Tra di noi ci sono­ insegnanti, architet­ti, medici, infermier­i, registi, ecodesign­er, farmacisti, inven­tori, ingegneri, avvocati, psicologi, antropologi ed anche oper­ai, casalinghe e pensionati.”
Insomma, è un gruppo molto ricco e variegato. Quali sono i costi per portare avanti tutti questi progetti?

“Tutte le iniziative d­i ALVISE sono gratuite: chi organizza, osp­ita o partecipa non ssostiene spese: ciò co­nsente a tutti di pot­ervi accedere. Unici ­requisiti richiesti sono la curiosità e la­ volontà di fare nuov­e esperienze e conosc­enze. Siamo anche da ­stimolo verso chi pensa che senza denaro n­on si possa organizza­re nulla. Al centro del gruppo, infatti, c’è la persona e i rapporti  che si vengono ad instaurare attraverso una rete di collaborazione e condivisione. ALVISE ALpignano VIve­ SEnza è un’opportun­ità di crescita nella­ ragione in cui sapre­mo coglierne la forza­ del progetto, che ve­diamo espandersi quot­idianamente con l’ingresso di nuovi amici,­ idee, competenze, collaborazioni.”

Il gruppo ALVISE è anche su facebook

Fonte: ilcambiamento.it

 

La nuova igiene naturale, un modo di vivere

Si parla sempre più spesso di “igiene naturale”, ma ancora pochi sanno cos’è. Non è solo un modo di mangiare, quanto piuttosto un modo di vivere e di pensare. Lo spiega Giuseppe Cocca, medico esperto in agopuntura, omeopatia, psicosomatica, tecniche energetiche, PNL e fondatore della Nuova Igiene Naturale.

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L’igiene naturale non è solo un modo di mangiare, come spesso si pensa e come molti divulgano, ma un modo di pensare. E’ un modo per interpretare la vita, la salute e la cosiddetta malattia. L’igienismo è un modello semplice ma al contempo molto sofisticato. Gli igienisti, anticamente, erano i seguaci della dea Igea che era la dea della salute legata al comportamento. Si pensava che se si teneva un certo comportamento e si seguiva un determinato stile di vita in sintonia con la natura, come conseguenza vi era la salute. Nell’igienismo, però, c’è un altro concetto fondamentale e cioè che il nostro organismo è “autorigenerante”. Quello che chiamiamo malattia, in realtà, non è qualcosa di negativo ma, al contrario, qualcosa che il corpo utilizza per ritrovare l’equilibrio interno. Igienismo non significa necessariamente veganismo, crudismo o fruttarismo come comunemente si crede.

Ce lo spiega il dottor Giuseppe Cocca.

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Essere igienisti non significa, dunque, automaticamente essere vegan?

L’igienista può essere anche carnivoro, non necessariamente vegano. Esiste un modello di alimentazione igienista che essenzialmente prevede le combinazioni tra i cibi, la loro facilità di digestione e una buona percentuale di crudo. Ma l’Igienismo non è confessionale e l’igienista può essere vegano, vegetariano come anche onnivoro. Naturalmente chi mangia carne all’interno dell’Igienismo la mangerà raramente e facendo attenzione alla qualità, alla cottura, alle combinazioni, ecc.

Quali sono secondo lei le informazioni inesatte che circolano sull’Igienismo?

Oltre al fatto che essere igienisti non significa necessariamente essere vegan, il veganesimo basato sul fatto che l’uomo non avrebbe l’enzima uricasi non ha fondamenti perché si tratta di un enzima che hanno anche gli erbivori e quindi bisogna fare attenzione a non dare informazioni antiscientifiche. Inoltre, dire che il sangue dei carnivori è acido ed è per questo che essi mangiano carne, non è corretto. Il sangue di tutti i mammiferi, in realtà, è alcalino perché le cellule hanno  tutte lo stesso bisogno.

Non è vero, quindi, che se mangiamo carne il sangue si acidifica?

L’acidificazione ha anche a che vedere col cibo. O meglio, rispetto al cibo, se non mangio abbastanza crudo o alimenti alcalini, non riesco a contrastare gli alimenti acidi. Se pongo come base del vegetarismo e veganismo il fatto che il sangue dei carnivori è acido, è un falso. Inoltre, non è tanto che il sangue diventa acido quanto il fatto che l’organismo non riesce più a smaltire il surplus di acidi (tossine). Poi, la componente legata alle convinzioni e agli atteggiamenti emotivi rispetto alla gestione del pH dell’organismo è prioritario

Che cos’è esattamente la malattia per l’Igiene Naturale?

Il principio è questo: quella che chiamiamo malattia è, in realtà, per l’igiene naturale, uno strumento che il corpo utilizza per stare bene. Non si combatte la malattia, si asseconda e si considera anche un campanello di allarme che va ascoltato.  La malattia è considerata una strategia di sopravvivenza, è un comportamento. E’ come se utilizzassimo la malattia per ottenere dei vantaggi, dei risultati sia emotivi che fisici.  Vantaggi paradossalmente anche emotivi, lo facciamo inconsciamente, non con la volontà.

In che percentuale il nostro atteggiamento e il nostro pensiero determinano la malattia?

Se fossi banale direi al 100 per cento. In realtà la cosa è molto articolata. Devo pensare in quale dei tre aspetti del triangolo della salute sono deficitario. Il triangolo della salute è la relazione tra Mente/Emozioni, Metabolismo/Cibo e Postura/Movimento. Se una persona pensa bene e mangia male, non cerco di farlo pensare meglio. Se una persona ha un giusto atteggiamento emotivo nei confronti della vita però è convinto o sente di mangiare in un certo modo perché ha avuto dei condizionamenti nel passato, lavorerò sui condizionamenti alimentari. Dipende sempre dal soggetto. Ogni volta che vedo una persona le miglioro l’alimentazione per prima cosa specificando, però, che non è quello che guarisce. Mi serve solo per iniziare. Valutiamo poi cosa emerge nelle sue convinzioni e nelle sue paure. Alcune volte basta anche solo l’alimentazione, altre no.

Lei dice che alla base dell’Igienismo deve esserci il triangolo della salute. Che cos’è esattamente?

Il triangolo della salute è stato elaborato mi sembra dai chiropratici/osteopati. Molti igienisti erano, osteopati e chiropratici. Hanno portato una parte del modello e l’hanno integrato con quello che è il movimento igienista che nasce in realtà con Tilden. Tilden ha parlato di tossiemia ma non parla mai di cibo nel suo libro, se non in un paio di pagine. Questo sembra molto strano ma in realtà lui parlava di enervazione. Tilden dice che la malattia è causata principalmente dall’enervazione che vuol dire una mancanza di energia che impedisce a reni, polmoni, pelle, intestini di svolgere il lavoro di disintossicazione. La tossiemia per Tilden non si crea perché mangiamo male ma perché non abbiamo un sistema di pulizia abbastanza forte. Il punto è come sia possibile che questi organi non abbiano energia. Perché ne sprechiamo con i pensieri o con le emozioni oppure impiegando il sistema digerente in maniera non funzionale. Nell’Igiene Naturale la prima cosa che ci si deve domandare è dove perdiamo l’energia. Se una persona è preoccupata perché ha perso il lavoro non lo metterò a dieta perché sta perdendo energia in quella direzione. Nel triangolo della salute devo capire qual è tra convinzione, emozioni, digestione-metabolismo e postura-movimento, l’aspetto deficitario. Se una persona mangia bene e fa movimento ma è sempre preoccupata per le malattie, non mi preoccuperò di farlo mangiare meglio. Devo cambiare quella convinzione attraverso alcuni strumenti. Io, ad esempio, uso la PNL o altri strumenti. Nella  maggior parte delle persone che vengono non lavoriamo sull’alimentazione. E’ sempre, più o meno, la stessa. Se leggiamo Shelton, lui dice che non siamo dietologi e non prescriviamo diete.

Quanto è importante la dieta per una buona salute?

Se si pensa di poter guarire con la dieta si è fuori strada.  La dieta può essere utile se sei allineato ma noi diamo questo allineamento come scontato. Da me vengono giovani che portano i genitori chiedendomi di far fare una dieta vegancrudista/igienista a persone che sono convinte che se non mangiano carne si ammaleranno o saranno più deboli. Se la convinzione è forte, debbo assecondarla e poi proporre cambiamenti o aggiustamenti in seguito. Tilden diceva che le malattie dipendono dai 7 vizi capitali che era il modo antico di chiamare i conflitti interiori. L’enervazione si ha per comportamento e per i 7 vizi capitali. Nel momento in cui una persona perde energia in questo modo ha meno energia per digerire e aumenta la tossiemia.

La carne nell’alimentazione. Ci può chiarire perché fa male?

Il problema della carne come sostanza tossica non si era mai posto prima degli anni cinquanta o sessanta. Perché la gente normalmente non ne mangiava o ne mangiava poca. Non esistono popolazioni al mondo che siano vegane. Piuttosto ci sono popolazioni che mangiano poco e che vivono a contatto con la natura e sono quelle che stanno meglio. L’alimentazione mediterranea di alcuni decenni fa, degli italiani poveri degli anni 40 e 50 si basava sulle verdure e prevedeva la carne molto raramente. Se si mangia poco (il giusto), il cosa si mangia (non veleni) passa in secondo piano. Il discorso della carne è che attualmente, purtroppo, non si mangia la carne una volta al mese ma si arriva a due o tre volte al giorno. E non si tratta di carne di animali che hanno vissuto la loro vita nel loro ambiente naturale o almeno “vivibile”,  ma di animali nati e cresciuti in gabbia. Gli animali in gabbia sono utilizzati a partire dagli anni 60 e se prima vi erano la cosa riguardava una produzione meno che marginale. Il discorso vegetariano o vegano nasce da motivazioni principalmente di tipo etico, ecologico. Anche salutistico ma principalmente etico, morale ed ecologico.

Non è vero quindi che il nostro corpo non sarebbe adatto a mangiare e a digerire carne?

Il discorso è molto più articolato. Una delle cose che non siamo assolutamente adatti a mangiare, in realtà, sono i cereali. Riusciamo a gestire meglio un piatto di carne che un piatto di cereali. E non è un problema di glutine. Se mettiamo in bocca un pezzo di pane e iniziamo a masticare, dovremmo mandarlo giù solo quando iniziamo a sentire il sapore dolce. Il dolce significa che la ptialina ha metabolizzato gli amidi e li ha trasformati in zuccheri perché quando diciamo che la prima digestione avviene in bocca, questo è vero ma solo per gli amidi. La digestione delle proteine non avviene in bocca. I predatori non masticano ma strappano. Adesso, dopo aver mangiato il mio primo pezzo di pane (potrebbe anche essere pasta o riso), mangio il secondo ma non potrei mangiarne più di quattro bocconi perché dal quinto boccone ho finito la ptialina. Questo significa che rispetto agli amidi abbiamo un blocco dovuto alla carenza di enzimi per digerirlo e se non digerisco l’amido con la bocca, lo stomaco non lo può digerire e digerisco i residui con un po’ di amilasi pancreatica e resto in fermentazione intestinale. Mentre se si mangia un pezzettino di carne, allo stomaco non interessa che sia carne. Abbiamo uno stomaco adatto alla digestione delle proteine e se sono proteine, le metabolizza. Questo per dire che se abbiamo un’informazione corretta possiamo avvalorare maggiormente le nostre tesi. Un ulteriore problema è la carne che mangiamo adesso, di animali che mangiano male, pieni di antibiotici e allevati in gabbie. Quella carne per noi è un veleno.

Eppure noi siamo primati. E i primati, a parte qualche insetto, non mangiano carne né hanno un corpo adatto alla predazione e alla sua digestione.

I primati mangiano essenzialmente frutta e verdure. Mangiano insetti come fossero delle leccornie e solo molto occasionalmente possono diventare predatori (ma i babbuini sono primati e si comportano da predatori). Quando parliamo di alimentazione facciamo l’errore di parlare per etichette: carnivori, vegetariani, vegani, ecc.. Cioè ci diamo una regola, creiamo etichette. Queste, però, sono regole della testa. In realtà in natura non funziona così. Noi siamo esseri civilizzati e ci dobbiamo dare delle regole ma in natura, in realtà non funziona così. Se noi vivessimo in natura l’unica regola sarebbe: cosa mi piace di quello che mi posso procurare per soddisfare la mia fame? Non esiste altra regola.

Ma non andremmo a procurarci carne, allora, se cercassimo solo ciò che ci piace e ciò che ci possiamo procurare.

L’uomo non nasce cacciatore. L’uomo in natura era raccoglitore. Questo significava raccogliere frutta e verdure ma anche vermi, insetti, serpenti, tutto ciò che si poteva raccogliere quando si aveva fame.

Adesso e almeno nella nostra società si mangia molto raramente per fame. Sembra quasi, invece, che si mangi solo per piacere. In sostanza, per divertimento…

Mangiare è anche un modo per socializzare. In natura mangiare significa soltanto dare alle cellule ciò di cui hanno bisogno. In natura mangiare equivale a mangiare crudo. Nella nostra società occidentale facciamo dei compromessi.

Qual è il cibo giusto per noi?

Quando parliamo di alimentazione giusta per noi stessi dobbiamo tenere presente le nostre convinzioni, cosa mi fa bene o male … cosa mi piace e cosa non mi piace, le nostre emozioni, il nostro piacere e il nostro bisogno cellulare, quello che sentiamo a prescindere dall’educazione. Per poter mangiare bene devo soddisfare tutti e tre questi aspetti. Devo essere convinto di quello che mangio, deve piacermi e deve farmi bene. Ciò che fa bene è tutto quello che è crudo e che ci piace. In natura funziona così: se una cosa piace significa che fa bene. Se i nostri sensi dicono sì, significa che fa bene al sistema. Diciamo che l’uomo è naturalmente e prevalentemente fruttariano ma non con con la frutta di adesso. Dovremmo essere forse prevalentemente fruttariani (sicuramente crudisti) in un luogo in cui la frutta si trovi allo stato naturale. La nostra alimentazione (attuale) dovrebbe prevedere una buona parte di crudo (dal 50 al 70 per cento) e poi ciò che pensiamo sia giusto per noi.

Lei ha ideato la Nuova Igiene Naturale. Qual è la differenza con l’Igiene Naturale classica?

Si tratta dell’Igiene Naturale classica nella quale però viene privilegiato, rispetto al passato, l’ aspetto mentale e il triangolo della salute. Per l’Igiene Naturale non esiste un fattore della salute più importante dell’altro. Mangiare non è più importante degli altri fattori. Per quanto mi riguarda credo che,  i fattori determinanti siano le convinzioni e l’atteggiamento emotivo della persona. Faccio un esempio: tutte le persone che sono guarite dal cancro o dalle malattie croniche avevano tutte due cose in comune e cioè che credevano in quello che stavano facendo e di potercela fare. Se queste due convinzioni non ci sono, lo strumento terapeutico passa in secondo piano o diventa insignificante. Prima di dare lo strumento, che è l’Igiene Naturale, controllo quali siano le convinzioni della persona su ciò che sta facendo e che cosa pensa del suo futuro. Se non agisco su queste convinzioni, la dieta o il digiuno non serve.

Quali strumenti usa per agire su queste convinzioni?

Uso la Riprogrammazione Psicoenergetica, una tecnica mediata dalla PNL, psicologie energetiche, ecc.) ma non ne vorrei parlare al momento perché si tratta di una cosa complessa. E’ come se tu dovessi ricondizionare la persona. Si tratta di una manipolazione. Se la persona è convinta di dover morire perché ha una malattia, io cambio quella convinzione in un’altra direzione. Ad esempio nella seguente convinzione: anche se ho questa malattia posso comunque vivere a lungo. Dietro ogni malattia c’è sempre una convinzione. Quando un paziente viene da me con una malattia, mi accorgo, scavando, della ragione che l’ha portato a crearla.

Come mai abbiamo così tante resistenze a staccarci dal cibo cotto?

Il punto è che noi subiamo un imprinting alimentare con lo svezzamento. Qualsiasi mammifero adora il cibo che ha mangiato durante lo svezzamento. Veniamo svezzati col cibo cotto e quello diventa per noi il cibo dell’imprinting. La nostra parte emotiva è legata al cucinato principalmente della nostra zona. Quando eravamo piccoli abbiamo associato le feste, i momenti di piacere al cibo cotto che è legato alla famiglia, all’amore, alla mamma che ce lo preparava.

Perché il crudo è consigliabile?

Noi siamo animali e in natura esiste il regno animale, vegetale e minerale. Il regno vegetale si nutre di quello minerale e lo organifica. Il Regno animale non ha la capacità di organificare più di tanto quello minerale. Noi per poter vivere dobbiamo mangiare cibo che è già stato organificato dal regno vegetale o da quello animale. Quando cuocio qualcosa lo faccio ridiventare minerale. Se metto la carne o una patata  al forno, prima appassisce, poi cuoce e poi diventa carbone. La cottura è il modo per carbonizzare il cibo. Naturalmente quando mangiamo cibo cotto non lo mangiamo carbonizzato ma ha perso una buona parte di vitalità. Fortunatamente abbiamo un apparato digerente che contiene batteri intestinali in grado di rivitalizzare il cibo cotto ingerito perché è come se questi organificassero le sostanze minerali contenute nel cibo. Il problema è che non riescono a farlo più di tanto e se si mangia un certo tipo di cibo si è anche costretti a elaborare delle scorie tossiche dei batteri intestinali che non sono più quelli adatti a noi ma sono quelli che si sono dovuti creare per metabolizzare il cibo non adatto a noi che mangiamo.

Lei parla di alimentazione sequenziale. Ci può spiegare di cosa si tratta esattamente?

L’igienismo nasce principalmente con le combinazioni alimentari. Cioè gli igienisti si sono posti questo problema: se non associamo bene i cibi, impegniamo maggiormente l’apparato digerente. Se succede questo abbiamo meno energia per altro. E’ come se si sprecasse troppa energia per la digestione. Allora si è elaborato il concetto di compatibilità alimentare cioè per esempio non le proteine con i carboidrati, attenzione alla frutta, eccetera. E’ quasi la stessa alimentazione del Dott. Hay, antecedente a Shelton, che anche lui aveva elaborato una dieta con le combinazioni alimentari. Poi dalle combinazioni alimentari (non si tratta di una dieta dissociata ma di una dieta associata) ho elaborato una cosa più semplice. La dieta sequenziale è anche un’altra cosa: anche se faccio delle buone combinazioni e mangio prima il piatto di pasta e poi il piatto di insalata non assorbo al meglio il piatto di insalata. La dieta sequenziale pensavo di averla inventata io ma poi mi sono accorto che un altro igienista di cui al momento non ricordo il nome aveva elaborato una dieta molto simile. Si tratta di mangiare prima la frutta, poi l’insalata, poi la verdura cotta e infine il piatto cucinato. Le motivazioni sono moltissime ed è il modo più semplice per avvicinarsi a una buona alimentazione. Cioè, iniziando con un frutto e proseguendo in questo modo posso poi mangiare un piatto cucinato che voglio. Avrò comunque mangiato un buon 50 per cento di crudo e avrò alla fine meno fame quando mi troverò davanti al piatto cucinato.

Che tipo di alimentazione fa lei, personalmente? Mangia la carne o i latticini?

No, non mangio la carne ma ho una debolezza qualche volta: la mozzarella di bufala. Prevalentemente mangio frutta, ortaggi e noci.

Zucchero e caffè

Lo zucchero non deve proprio esistere. Il caffè serve solo per le emergenze. Se sono le due del mattino e sto guidando, voglio andare a casa ma sono stanco, prendo un caffè. Non può essere qualcosa di quotidiano ma qualcosa di strumentale per ottenere un risultato in emergenza.

Il digiuno: è necessario? E’ per tutti? E in che modo, eventualmente, farlo?

E’ solo uno strumento così come la dieta. Normalmente cerco di non far digiunare le persone che si rivolgono a me se non quando le conosco molto bene. Non è il digiuno che guarisce. Significa mettere a riposo l’organismo in modo tale che possa trovare da solo le sue soluzioni. Ci sono, però, molte interferenze mentali inconsce quando una persona si accinge a farlo ed è per questo che ci si deve arrivare con una preparazione adeguata non solo fisica e alimentare ma soprattutto di testa. Shelton, più di 40 anni fa, diceva che bisogna digiunare fino al ritorno della fame e fino alla comparsa di una lingua pulita. Lui faceva, nella sua clinica, digiuni di anche 30 o 40 giorni. Attualmente non si fanno più digiuni molto lunghi. Attualmente non si verifica il ritorno della fame né la lingua pulita. Le persone dopo 7 o 8 giorni, in questo modello di società, vanno in carenza di micronutrienti. Quando la persona digiuna va in carenza di macronutrienti che sono gli zuccheri, le proteine e i grassi e utilizza quelli del corpo, ma se non ha una riserva alcalina che sono vitamine e sali minerali, il corpo va in tilt. Attualmente e normalmente noi abbiamo una riserva alcalina che va massimo dai 7 ai 15 giorni. Questo significa che se una persona non è preparata nell’igienismo è meglio non far fare digiuni lunghi. Il discorso della lingua pulita e del ritorno della fame non è corretto.

Lei ha mai fatto digiuni?

Il mio primo digiuno è stato di 30 giorni. Con sola acqua. Dal quindicesimo giorno con acqua e limone. Ho fatto la vita che facevo tutti i giorni. Ho smesso quando mi sono sentito debole, il trentesimo giorno. Adesso ne faccio un paio al mese, di un giorno o due. In passato lo facevo di un giorno alla settimana solo per mettere a riposo l’organismo. Si chiama igienismo preventivo.

Igienismo e bambini. Come si è regolato con i suoi figli?

Mia figlia, che adesso ha 20 anni, non ha mai preso un farmaco in vita sua e non è stata vaccinata. E’ stata crudista fino a 4 anni, poi vegetariana fino a 6 anni circa. Poi ha frequentato la scuola steineriana in cui la carne ogni tanto viene offerta ai bambini. Fino a 16 anni ha mangiato essenzialmente frutta e verdura e ogni tanto, saltuariamente, carne o pesce. Poi è stata vegetariana e adesso ha un’alimentazione vegan. Lei ha una base di crudismo di circa il 60 per cento e per il resto mangia ciò che desidera.

Quante volte dobbiamo mangiare al giorno? C’è la scuola dei 6 pasti, degli 8 pasti, dei pasti liberi, dei 2 pasti… Lei che cosa pensa?

La regola è questa: se mangio cotto, una, due volte al giorno sono sufficienti. Tre sono già troppe. Se, però, mangio crudo, mangio ogni volta che mi va. Consiglio di mangiare crudo tutto il giorno e poi un pasto cucinato la sera. E’ la cosa migliore per avere più energia durante la giornata ma è comunque soggettivo e dipende da persona a persona.

Quali sono gli errori più comuni da evitare per chi vuole passare a un’alimentazione crudista o comunque aumentare la quota di crudo?

Il primo errore è pensare che il crudismo possa risolvere la nostra vita, il secondo è seguirlo come fosse una moda. Molte persone sono crudiste perché con la testa sono convinte che faccia bene ma emotivamente non ne sono affatto convinte. Se ci sono perplessità e paure o ci si sforza, il crudismo non funziona. Quando la persona dice “ogni tanto devo sgarrare”, allora significa che sta facendo un sacrificio da cui si vuole liberare. Bisogna fare attenzione: il crudismo non può essere una prigione o generare tristezza.

La vitamina B12, questione da sempre per chi segue un’alimentazione vegan. Parliamo quindi degli igienisti vegan. Qualcuno dice che tutta la questione sia un’enorme bufala. Ci dà la sua opinione?

Non si può parlare per assolutismi e dire che si tratta di una bufala. Ho conosciuto persone vegane da 20 anni senza carenza di B12 e persone vegane con questo problema già dopo pochi mesi. Il discorso della B12 si è posto dopo che, alcuni anni fa, si è creato il problema. Ci sono persone terrorizzate dalla carenza di questa vitamina. Se hanno paura è bene che la prendano. Non esiste una regola per tutti e la questione è molto soggettiva come tutte le cose.

Seguire i ritmi circadiani è davvero così fondamentale nell’alimentazione igienista?

Sì e no. In maniera fisiologica la mattina siamo in fase eliminativa, di disintossicazione. Gli organi della digestione hanno migliore capacità digestiva da circa mezzogiorno fino all’imbrunire. Questo è il momento in cui l’apparato digerente è più pronto a ricevere il cibo. La sera il corpo finisce di digerire e poi nutre le cellule fino alle 4 del mattino circa. Dopo questo momento il corpo elimina le tossine fino a circa le 12. Se una persona fa una colazione abbondante la mattina e salta il pranzo, il ritmo circadiano si adatta e la persona inizia la disintossicazione dopo il pranzo.

Tre cose da fare da domani mattina per iniziare a mangiare meglio

Un’abbondante insalata prima di ogni pasto cucinato. Mangiare una mela prima dell’insalata, iniziare a migliorare la colazione. Migliorare la colazione è una cosa che a molti risulta difficile. La colazione ideale dipende da persona a persona, dalla sua struttura e dalle sue convinzioni ma per gli igienisti la migliore colazione è quella che non si fa. Perché per l’igienismo è bene che il corpo finisca la disintossicazione iniziata durante le ore notturne. Una colazione leggera è quindi consigliata per impegnare al minimo l’apparato digerente: acqua calda con limone, un succo di frutta fresco, un estratto, una spremuta, una macedonia. Se si vuole, anche qualcosa di più impegnativo come un frullato verde, banane e semi oleosi ma io mi manterrei su una colazione più possibile leggera.

 

Fonte: ilcambiamento.it

«La chiave della felicità? Riappropriarci del nostro tempo per vivere la nostra famiglia»

Fabio Fiani e sua moglie Maria, vivevano a Genova ed entrambi lavoravano dal 1988 nella loro azienda; dopo alcuni anni dalla nascita dei due figli, hanno deciso di dire basta a città e lavoro e hanno riunito la loro famiglia. Li abbiamo intervistati nella loro casa circondata dal bosco nell’entroterra di Varazze; ci hanno raccontato la loro storia.varazze_casa_felicita

«Decisi a creare una famiglia solida – spiegano Maria e Fabio Fiani – abbiamo fondato poco prima del matrimonio un’azienda nella quale lavorare insieme e condividere successi e difficoltà, certi che questo avrebbe rafforzato l’unione nella vita e nel lavoro». I due lavoravano 6 giorni alla settimana con un orario medio di 12 ore giornaliere, arrivando anche a 16 ore durante eventi e fiere. Grazie al loro impegno e alla loro serietà la ditta procedeva a gonfie vele e il lavoro aumentava esponenzialmente dando loro molte soddisfazioni. «Dieci anni dopo -prosegue Maria- è arrivata la nostra prima figlia a coronamento di un matrimonio felice e sempre più solido. Questo ci ha portato a buttarci a capofitto nel lavoro con l’obiettivo di creare un mondo rosa alla nostra principessa. Ma il lavoro ha trascinato Fabio in un vortice che lo ha allontanato sempre più da noi, i momenti passati insieme erano proprio pochi e spesso condivisi via telefono con l’azienda». Nel 2003 nacque il loro secondogenito e questo fece aumentare il senso di responsabilità in Fabio portandolo a lavorare maggiormente: l’azienda decollò conquistando una grande fetta del mercato genovese.

Ma cosa ne fu della vita familiare?

«Era rimasta laggiù, quasi irraggiungibile -dice Fabio- i momenti nei quali godere del sorriso e del gioco dei miei bimbi erano rarissimi, ma nonostante la gioia, quegli attimi sembravano di troppo perché mi distoglievano dall’azienda». Maria nel frattempo si divideva tra lavoro e figli, allungando le proprie giornate fino alle due di notte e comunicando con suo marito via e-mail, perché non c’era più il tempo di parlare guardandosi negli occhi come facevano una volta. Intanto i figli crescevano e gli amici si allontanavano… Nel 2005 i due vennero per caso a conoscenza della vendita di un rudere nell’entroterra varazzino e a Fabio brillarono subito gli occhi nel vederlo: fu l’occasione per Maria di farsi promettere che, una volta ristrutturato, vi ci sarebbero trasferiti lasciando l’azienda, o almeno, avrebbero drasticamente ridotto il loro impegno al suo interno. Dopo sei mesi quel rudere ingoiato dalla selva divenne il loro. Ci vollero però ancora sei anni prima che fosse abitabile, sei anni di vero incubo per entrambi: Fabio lavorava più di prima, alla ricerca di risorse capaci di garantire stabilità economica alla famiglia anche dopo il trasferimento. Il raggio d’azione si era allargato in Romagna, Toscana e Lazio e lui era spesso in trasferta. Maria racconta: «Gli anni tra il 2006 e il 2011 sono stati i più intensi: al lavoro di base si sono aggiunti i lunghi periodi di assenza di Fabio, la progettazione e i lavori per la costruzione della nuova casa e gli interventi chirurgici di una certa importanza subiti dal nostro piccolo, ben quattro tra il 2007 e il 2011. Io avevo tutto sulle mie spalle, per cui in quel periodo ho trascurato la mia principessa che, fortunatamente, è comunque cresciuta gestendo con successo studio, sport e amici, e molto spesso si è trovata anche a dover badare al fratellino in convalescenza dimostrando molta maturità». Con il progredire dei lavori i bimbi crescono e aggiungono il loro tocco personale al progetto, finché a fine estate 2011 finalmente la ditta viene ceduta e la famiglia al completo si trasferisce nella nuova abitazione. «I primi due anni della nuova vita mi sono occupato sostanzialmente di instaurare un rapporto con i miei figli, cosa non avevo mai potuto, purtroppo, coltivare prima – spiega Fabio –  in particolare ho scoperto che la mia primogenita è in tutto e per tutto simile a me, per cui prendiamo parte ad un sacco di attività insieme e ci divertiamo molto, abbiamo una bellissima sintonia. Ho trovato  un grande piacere nel fare le piccole cose quotidiane con la mia famiglia, accompagnare i bambini a scuola alla mattina, passare di nuovo del tempo insieme a mia moglie, fare lunghe passeggiate alla scoperta del territorio».

Insomma, questa è stata la scelta giusta? Non vi manca niente della vita precedente?

«Abbiamo lasciato tutto alle nostre spalle e abbiamo guardato avanti più forti e uniti che mai: nessun rimpianto, nessun ripensamento, siamo tutti insieme, possiamo condividere le nostre esistenze, le nostre emozioni; abbiamo iniziato a conoscere i nostri figli e loro a conoscere noi, pulsiamo all’unisono, come una famiglia deve fare, come la società impedisce che sia. Nessuno di noi tornerebbe indietro e, onestamente, visto il risultato, siamo felici di aver avuto la forza di superare i momenti duri e frustranti che ci hanno portato qui.  Abbiamo scoperto la gioia di avere amici sinceri, percepiamo di far parte di una collettività senza esserne gli automi, possiamo godere della semplicità delle cose e dei rapporti interpersonali. Ci siamo impossessati della nostra vita, curiamo l’orto, alleviamo animali da cortile, cuciniamo, siamo diventati  membri attivi della nostra città. seguiamo i ragazzi nelle loro attività e conosciamo i loro amici, condividiamo con loro tempo e spazi e ciò è impagabile». Questo è il messaggio che i quattro, insieme, consegnano con la loro testimonianza, e la felicità che si vede stampata sui loro volti ne è la prova tangibile. Ancora una curiosità: progetti per il futuro? E Fabio risponde istantaneamente: «Vivere».

Fonte: ilcambiamento.it

I cuccioli dell’orsa Daniza sono vivi e si preparano al letargo

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Lo scorso anno aveva fatto grande scalpore l’uccisione dell’orsa Daniza: era un plantigrado inserito nel 2000 con il Programma di ripopolamento Ursus in Trentino, programma pagato dalla Comunità europea. L’orsa era monitorata attraverso il radiocollare e era anche riuscita a partorire tre cuccioli, di cui uno per cause naturali non era sopravvissuto.

Era il 10 settembre 2014 quando giungeva la notizia della morte dell’orsa Daniza, uccisa da un proiettile narcotico: la decisione era stata presa con l’avallo del Ministero dell’Ambiente e consisteva nel catturare Daniza, senza i suoi cuccioli, e di confinarla a Casteler in quella che sarebbe stata la sua prigione a cielo aperto. Daniza infatti si era resa protagonista di alcune incursioni molto vicine a case ed allevamenti alla ricerca di cibo per se e per i suoi cuccioli, incursioni nel corso delle quali il plantigrado ha anche sbranato animali d’allevamento, danneggiando gli allevatori e spaventando il resto del branco. La decisione di addormentare l’orsa e spostarla altrove si è rivelata però infausta: l’animale è morto, tra mille polemiche, e il 10 settembre scorso un gruppo di animalisti si è radunato per ricordarne la memoria, o meglio per ricordare a tutti il monito. Molte associazioni infatti avevano avvisato le autorità della pericolosità del sonnifero e della modalità di addormentamento, invano. Il pericolo si era poi spostato sui cuccioli, che senza madre rischiavano un inverno terribile e persino la vita: in realtà questa primavera i cuccioli di Daniza si sono mostrati ai fotografi e ai turisti in salute e hanno fatto tirare un sospiro di sollievo a tutti. Ora i due “cuccioli” si preparano al loro secondo letargo invernale: da metà novembre a metà marzo sarà tempo di sonno e gelo. Pericolo scampato, questo si, ma l’attenzione sul problema (sia delle incursioni degli orsi sia del controllo delle nascite, che delle eventuali soluzioni soporifere) non va fatta scemare. Il caso di Daniza deve far da monito per una gestione intelligente degli animali nei parchi naturali.

Fonte: ecoblog.it002daniza003daniza004daniza005daniza

Scegliamo la nostra terra per vivere in maniera naturale e sostenibile

Stefania e Silverio a 25anni decidono di cambiare vita: “Volevamo finire gli studi e andare a lavorare all’estero, poi un ritorno alle origini ci ha cambiato la vita e oggi dedichiamo ogni secondo del nostro tempo alla nostra terra, all’agricoltura naturale e alla condivisione di antichi e nuovi saperi”.cover_cali

“Sveglia alle 5.00 per essere in campagna alle 5.30”. Ci sono cose che senti solo nelle storie dei nonni. E invece, in questo caso, a raccontarle sono Stefania e Silverio due ragazzi di venticinque anni che hanno scelto di vivere di terra e di sogni. Stefania Cannone e Silverio Liso, pugliesi, classe 1990, laureati in Tutele e benessere animale lei e Bioteconologie lui, entrambi all’Università di Teramo, oggi agrotecnici. “Un percorso simbiotico di scelte fatte insieme” lo definiscono loro, uniti da dieci anni di amore, amicizia e tanta passione. “Abbiamo un amore viscerale per la terra e per la nostra terra” racconta Stefania. “Non mi piaceva studiare ma l’agricoltura ce l’ho nel sangue” gli fa eco Silverio, che aggiunge: “Mai avrei pensato di trovare però una donna con la quale condividere il sogno di una vita in campagna”. E invece la donna non solo l’ha trovata ma è anche più appassionata di lui. “Stefania non pensa ad altro – continua Silverio – da quando abbiamo lasciato Teramo per tornare ad Andria la nostra vita ruota attorno a questo pezzo di terra”.

Un pezzo di terra comprato con pochi soldi e quasi per caso: “Era un’occasione. Ma non avevamo ancora un progetto concreto… ” dice Silverio. “Dopo la laurea pensavamo di andare all’estero – prosegue Stefania – Ogni volta che tornavamo al nostro paese però vedevamo le cose peggiorare, tanti nostri coetanei se ne erano andati e in tanti si erano rassegnati. Allora ci siamo detti: perché non provare a migliorare le cose qui?”. “Abbiamo fatto le valigie e siamo tornati a casa – continua Silverio – Gli esami che ho dato stando a Teramo in tre anni, li ho fatti da pendolare in un anno, vivendo ad Andria e lavorando”.

L’entusiasmo è sorprendente e i risultati ottenuti pure, perché l’azienda agricola Calì non è solo un’azienda agricola, anzi. E’ un laboratorio di idee, un luogo in cui si piantano amore e passione e se ne condividono i frutti. Certo, la strada non è sempre semplice… “oggi siamo inquadrati come aspiranti imprenditori agricoli, un passo necessario per poter aprire un’azienda agricola. La burocrazia è la parte più complicata e costosa… confronto a queste pratiche zappare o svegliarsi alle cinque sono cose da nulla!” sorride Silverio. “I miei genitori ancora non si rassegnano – continua Stefania – sognano per noi il posto statale, l’impiego fisso… non hanno capito che questa ormai è la nostra vita”

Una vita che in brevissimo tempo si è parecchio riempita. “Abbiamo tre ettari di terreno, quindici galline, un pavone, una faraona e due cani che hanno abbandonato sul nostro terreno l’anno scorso – ricorda Silverio – Stavamo per partire per il campeggio ma abbiamo deciso di rinunciare alla vacanza per far loro i vaccini. Così abbiamo passato l’estate lì, a fare campeggio in campagna!”. “Il terreno è diviso tra uliveto, orto e vigneto – prosegue orgogliosa Stefania – facciamo vino, olio, ci dedichiamo all’autoproduzione e vendiamo i nostri prodotti tramite un Gas, un Gruppo di Acquisto Solidale fondato da noi… facciamo le consegne in bicicletta per essere sostenibili dall’inizio alla fine!”. Lo scopo è infatti proprio quello di promuovere uno stile di vita più sostenibile, un’agricoltura naturale e un modo di mangiare sano… ma non parlategli di biologico! “Naturale – spiega Silverio – significa totalmente priva di trattamenti, il biologico è un’altra cosa…” “Naturale, genuino, salutare ma a costi accessibili e concorrenziali – sottolinea Stefania – Perché non deve essere una cosa per pochi…”.  “Vorremmo organizzare corsi di Orticoltura Naturale, Ortoterapia, Fitoalimurgia, Formazione settoriale… Magari un giorno aprire un Agrinido e creare una masseria eco-didattica per ospitare animali e persone, piccoli e grandi” afferma Stefania, una mente in fermento e tantissimi progetti per promuovere le loro idee. “Con Legambiente di Andria, per esempio, abbiamo progettato e realizzato un orto urbano insieme ai cittadini e agli immigrati… per fortuna hanno aderito tanti immigrati perché in molti nostri compaesani non sapevano tenere neanche una zappa in mano!” sorride Stefania mentre racconta quest’avventura che ha segnato molto entrambi. “Sono persone che vogliamo aiutare, meritano una mano – continua Silverio – Per questo, insieme al progetto SfruttaZaro, vorremmo creare uno spazio  all’interno del nostro terreno da dedicare agli immigrati… per permettergli di lavorare e vivere in modo dignitoso”.
“E intanto facciamo anche consulenze – prosegue Silverio – Vogliamo condividere la nostra esperienza e le nostre conoscenze. Ci sono tantissimi ragazzi che come noi vorrebbero intraprendere questa strada ma non sanno come muoversi. Noi proviamo ad aiutarli”. “A tutti comunque diciamo di venirci a trovare – sottolinea Stefania – venite! Anche nel week end ci troverete sempre in azienda”. E pure per chi non è comodo ad Andria c’è una soluzione: “Abbiamo aperto una sorta di Bed and Breakfast per dare la possibilità a chi sta pensando di tornare ad una vita più naturale di mettersi alla prova e a chi non ha mai avuto la fortuna di sporcarsi le mani, di farlo” E chissà che non riescano a contagiare anche qualche ospite. Perché alla fine, quando si scopre la Pugliosità, come la chiama Stefania, poi è difficile tornare indietro. “Questo modo di vivere, genuino e a contatto con la natura, ti da gioia, ti riempie il cuore. Non è solo un lavoro. Noi qui siamo felici e questo traspare a chi ci incontra” spiega Stefania. “Certo, forse non uno stile di vita che si confà alla nostra età – continua Silverio, che oltre a tutto questo aiuta anche il padre lavorando come fabbro, per arrotondare le entrate – Per i nostri coetanei, per esempio, è normale uscire dopo le dieci, noi invece a quell’ora siamo già a letto! Ma a noi va bene così. Non ci manca nulla, anzi! Pensiamo al tempo sprecato. Potevamo finire prima l’Università. Potevamo iniziare prima! Se tornassi indietro farei le cose più velocemente”. Ma quest’anno ci andate in vacanza? “Assolutamente no! – ride Stefania – Tra pochi giorni inizieremo a costruire la serra e quindi dobbiamo necessariamente stare qui. Però abbiamo montato una piscina per rinfrescarci dopo il lavoro e va benissimo così. Perché, alla fine, le vacanze non sono altro che uno stato mentale”.

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Fonte: ilcambiamento.it

Un modo diverso di vivere? È già qui

Sieben Linden: un magnifico esempio di un diverso modo di vivere, più a contatto con se stessi e con gli altri dove il valore della condivisione, dell’umanità e dell’etica sociale e ambientale sono riportati al centro. L’ecovillaggio tedesco, uno degli esempi di maggior valore in Europa, si racconta qui attraverso le parole di Eva Stützel, cofondatrice di Sieben Linden e consulente internazionale di progetti comunitari da 15 anni.evastutzel

Intervista e traduzione a cura di Marìca Spagnesi collaboratrice di LLHT.

Se ne sa ancora pochissimo, non se ne conoscono ancora appieno lo spirito, il valore e l’importanza per una vita più a misura di essere umano. Che si sia portati oppure no, attratti oppure  no da uno stile di vita comunitario, di sicuro l’esempio di Sieben Linden dimostra che un progetto di vita differente, in armonia con noi stessi e con l’ambiente che ci ospita, è possibile. Ed è possibile pensarlo e realizzarlo anche in Italia. Peraltro ci sarà occasione di ascoltare direttamente Eva Stützel al Parco delle Energie Rinnovabili in Umbria, durante il corso dal titolo “Costruire la società del futuro” dal 3 al 5 luglio.

Eva, ci puoi dare una definizione di ecovillaggio?

«Un ecovillaggio è un villaggio consapevolmente progettato dai suoi abitanti in una dimensione sociale, ecologica, economica e culturale».

Quali sono gli elementi che caratterizzano questa realtà?

«Un rapporto consapevole con tutto ciò che ci circonda: la natura, gli altri esseri umani e noi stessi. Questo comprende uno stile di vita ecologico, interazioni con le altre persone improntate al rispetto, consumo consapevole e, prima di tutto, prendersi la responsabilità della propria vita, da tutti i punti di vista».

Quali sono i vantaggi per l’individuo che decide di entrare a farne parte? E per la comunità quali sono i benefici? Parti dall’esempio di Sieben Linden, dove vivi.

«Il vantaggio principale è quello di vivere una vita piena di obiettivi. Sappiamo che con la nostra vita siamo una parte della soluzione ai problemi della società e non (non così tanto, almeno) parte del problema. Devo dire “non così tanto” poiché la nostra impronta ecologica è ancora oltre le possibilità della terra di sostenerla. Per me personalmente, il vantaggio principale di vivere in un ecovillaggio è vivere in una comunità che mi supporta in molti modi: nella mia crescita personale, nell’aiutarmi a crescere mio figlio, mi dà la possibilità di realizzare cose che non sarei in grado di realizzare da sola. Per la comunità intorno all’ecovillaggio è una fonte di ispirazione che mostra una prospettiva per le regioni rurali. E’ un villaggio dove le persone vengono a vivere e dove sono nati molti bambini, mentre in tutti gli altri paesi le persone se ne vanno e rimangono a viverci solo gli anziani. Quindi è un importante contro-fattore allo sviluppo demografico che sta minacciando le aree rurali oggi».

Privacy e comunità. Come rispondi a chi ha paura che la vita in un ecovillaggio non rispetti le esigenze di privacy individuale, della coppia o della famiglia?

«La risposta semplice è che noi a Sieben Linden abbiamo la massima considerazione della privacy. Rispettiamo le esigenze degli individui, delle coppie e delle famiglie. Sono i pilastri della comunità. Se gli individui non stanno bene, se le coppie sono in difficoltà, se le famiglie non funzionano, la comunità non funziona. Quindi abbiamo un grande rispetto dell’esigenza di privacy. Nessuno entrerebbe mai nella tua stanza senza bussare o senza un invito. Allo stesso tempo, però, abbiamo capito che la “trasparenza” è un fattore importante per creare la comunità. Questo significa che noi informiamo noi stessi dei nostri sentimenti e di cosa è importante per noi. Abbiamo capito che la comunicazione autentica e la condivisione è importante e crea fiducia e un senso di comunità. Per questo noi condividiamo molti dei nostri problemi nelle nostre relazioni o nelle nostre famiglie. Per noi questo non rappresenta una contraddizione riguardo alla privacy. Naturalmente ciascuno ha il diritto di decidere che cosa condividere ma abbiamo capito che è sempre un sollievo condividere molte cose che normalmente vengono tenute segrete».

Ci sono rischi? Per esempio c’è un rischio di isolamento dal resto della comunità al di fuori dell’ecovillaggio? Che rapporti avete con la realtà “fuori”?

«Il rischio principale che vedo per noi è che, poiché lavoriamo molto senza essere pagati o soltanto in cambio di un piccolo stipendio, saremo tutti poveri quando saremo anziani e prenderemo pensioni molto basse. Speriamo che la comunità ci darà allora alcuni vantaggi visto che abbiamo realizzato la comunità con il nostro lavoro, ma possiamo davvero contarci? C’è indubbiamente un certo isolamento dal resto della società fuori dall’ecovillaggio. La maggioranza di noi ha la maggior parte degli amici all’interno del villaggio e non ci sono molti contatti con l’esterno. Ma abbiamo amici nella regione, ci sono molte cooperazioni, molti di noi sono politicamente impegnati nella regione stessa, alcuni lavorano in progetti regionali o ambientali, abbiamo alcuni impiegati che vengono dalla regione, alcuni di noi ci lavorano. Quindi c’è un legame ma mi piacerebbe che ce ne fossero di più. Siamo collegati col resto del mondo che condivide i nostri valori attraverso i seminari e le reti di cui facciamo parte. Ma questo significa essere in contatto con persone che la pensano come te e che vivono in tutto il mondo, abbiamo molti contatti in questo senso. La sfida è, piuttosto, stabilire buone relazioni con la gente che vive in contesti tradizionali nella nostra regione che è un’area rurale convenzionale e piuttosto scettica nei confronti dei cambiamenti».

I bambini: che rapporto hanno con i coetanei che non fanno parte della comunità? Qual è l’esperienza riportata dai giovani che vi sono nati e cresciuti senza, quindi, averlo potuto scegliere?

«Abbiamo circa 40 bambini che hanno molti amici fuori dall’ecovillaggio e sono rispettati e ben visti nelle loro scuole. Abbiamo spesso il feedback che i nostri bambini contribuiscono molto alla coesione delle loro classi poiché hanno un’alta competenza sociale. I nostri ragazzi sono molto orgogliosi di essere i giovani di Sieben Linden. Hanno Sieben Linden per lo studio e per la formazione professionale ma sono ben collegati con altri giovani che vivono in comunità e amano viverci. Adesso ci stanno chiedendo chiarezza circa la possibilità di poter sempre tornare a Sieben Linden anche se i loro genitori se ne sono andati. Vedono il nostro ecovillaggio come la loro casa e vogliono che rimanga tale anche se vivono altrove».

Qual è l’impatto dell’ecovillaggio sull’ambiente che lo circonda? In che modo influisce sulle persone e il territorio che lo circondano?

«E’ stato realizzato uno studio sulla nostra impronta ecologica che dice che è circa il 70 per cento inferiore rispetto all’impronta di un tedesco medio. Ma non è abbastanza per salvare il mondo».

Dal momento in cui Sieben Linden è stato fondato quali sono state le problematiche emerse più spesso? E come le avete risolte?

«Il problema principale che abbiamo dovuto affrontare è stato che a un certo punto la chiesa locale aveva messo in giro la notizia secondo cui eravamo una setta pericolosa. Siamo riusciti a convincerli che era solo l’idea di un sacerdote che era forse paranoico e che, se avessero visto più da vicino la nostra realtà, avrebbero scoperto che non lo siamo affatto. Ma ci sono volute 4 settimane durante le quali i media locali hanno fatto molto per distruggere la nostra reputazione».

Quali sono, invece, le problematiche che  state cercando di risolvere?

«Il nostro problema nell’immediato è fare in modo che le persone si impegnino continuativamente per la gestione della comunità. Molti hanno da fare con il loro lavoro, la loro vita, la loro famiglia e la comunità nella sua dimensione ha bisogno di impegno. Al momento è difficile trovare persone che si prendano la responsabilità in questo senso».

Che cosa ti ha insegnato personalmente vivere a Sieben Linden?

«Moltissimo. Credo, prima di tutto, di aver imparato a credere che i sogni possono avverarsi se lavori per realizzarli e se ti lasci trasportare dalle tue intuizioni».

Quali sono i requisiti necessari perché un individuo o una famiglia possa entrare a far parte della vostra realtà?

«Il requisito principale è che le persone siano consapevoli del fatto che vivere in una comunità è sempre una sfida per la propria crescita personale e che possiamo vedere tutto quello che ci succede come qualcosa da cui possiamo imparare. Così puoi affrontare le sfide della vita di comunità».

In che modo l’individuo o la famiglia partecipa al funzionamento dell’ecovillaggio?

«Ciascuno deve occuparsi delle faccende domestiche ma l’impegno per la gestione dell’ecovillaggio è volontario. Ecco perché è difficile al momento trovare qualcuno che se ne occupi».

Ci sono vantaggi economici oltre ai grandissimi benefici umani? Puoi darcene un’idea? Con quanti soldi, ad esempio, una famiglia può vivere a Sieben Linden?

«Le persone possono vivere spendendo molto meno a Sieben Linden che nelle città grandi in Germania. Ma la vita è più cara da noi  rispetto alle campagne vicine. Noi costruiamo in modo ecologico e compriamo solo biologico e da commercio equo-solidale. E tutto questo ha un costo. Se si vuole vivere con pochissimo, è meglio vivere in campagna con progetti individuali. I vantaggi economici sono che tutti abbiamo molta ricchezza anche se non abbiamo molti soldi. Disponiamo di una sauna, organizziamo serate cinema tutte le settimane, feste da ballo, corsi di yoga, abbiamo una piscina naturale, macchine a disposizione anche se non ne possediamo una».

Come vedi il futuro degli ecovillaggi nel mondo?

«Credo che ce ne saranno di più, in futuro, ma la cosa più importante è che ci saranno più persone che vivranno consapevolmente e su base comunitaria come facciamo noi. L’auspicio è che lo facciano ovunque non solo in ecovillaggi o in comunità ma che creino uno spirito comunitario anche a casa loro, nelle loro strade, nel loro quartiere o condominio. E che ci siano molti progetti di condivisione e mutuo aiuto. Spero che le idee e i valori degli ecovillaggi diventino un giorno la norma anche per le persone che vivono in contesti normali».

Che cosa serve per essere felici, Eva?

«Una vita piena di obiettivi, buone relazioni umane e, naturalmente, salute, pace, cibo sufficiente e una casa per ripararsi».

Dal 3 al 5 luglio a Parco delle Energie Rinnovabili in Umbria ci sarà l’occasione di incontrare Eva Stützel durante il corso dal titolo

Costruire la società del futuro.

Il valore e il senso della comunità partendo dall’esempio dell’ecovillaggio tedesco di Sieben Linden

Appuntamento assolutamente da non perdere.

QUI TUTTE LE INFORMAZIONI PER PARTECIPARE

Chi è Eva Stützel

È nata a Saarbrücken in Germania nel 1964. Dopo molti anni di impegno negli scout, nell’associazione nazionale per la protezione della natura e nel club automobile ecologico, e dopo anni della vita intensa di chi condivide l’appartamento con altri, si è laureata in psicologia nel 1993. Ha poi conosciuto il progetto di ecovillaggio Sieben Linden dove vive e dove ho collaborato in diverse posizioni di responsabilità, accompagnando i processi di comunità. Dal 2004 lavora come coach e consulente per progetti. Ha specializzazioni e formazioni: sviluppo dell’organizzazione basata sulla psicologia della gestalt, il Process Work, il Possibility Management, la Comunicazione Non Violenta e il DragonDreaming.

Fonte: ilcambiamento.it

Un miliardo e mezzo di persone vive con meno di 1,25 dollari al giorno

Un nuovo studio dell’Overseas Development Institute (ODI) inglese riporta che un miliardo e mezzo di persone al mondo vive con meno di 1,25 dollari al giorno, un numero già più alto di quello che era stato stimato dalla Banca Mondiale.poverta_mondiale

«Un quarto di persone in più rispetto a quanto stimato» affermano i ricercatori. Ma pare che i numeri siano comunque ancora sottostimati e c’è chi pensa che a essere costretti a vivere con meno di 2 dollari al giorno siano 2,5 miliardi di persone sul pianeta. Le classi sociali più povere (i senza casa o chi vive in situazioni di guerra e di grande pericolo cui i ricercatori non hanno avuto accesso) non rientrano nel calcolo. Elizabeth Stuart, la prima firmataria del rapporto, ha dichiarato al sito web World Socialist che la non totale aderenza alla realtà dei dati su povertà e mortalità infantile e materna è già di per sé un elemento significativo. Se si definisse povertà vivere al di sotto dei 5 dollari al giorno, allora quattro miliardi di persone nel mondo, cioè due terzi della popolazione planetaria,vi ricadrebbe. Eppure, come commenta la giornalista Zaida Green, i multimiliardari intramontabili continuano a guidare auto di superlusso, ad avere lo yacht e un numero record di appartamenti costosissimi. La Banca Mondiale ha fatto la sua scelta e cioè di praticare continuamente iniezioni di enormi quantità di denaro nei forzieri dell’aristocrazia finanziaria mentre il grosso dell’umanità lotta per la sopravvivenza tra povertà, austerità e guerre. In marzo Forbes ha riportato che il patrimonio netto dei miliardari nel mondo ha raggiunto nel 2015 un nuovo record: 7,05 trilioni di dollari. Dal 2000 il loro “benessere” è aumentato di otto volte. La rivista ha raccontato che malgrado la caduta dei prezzi del petrolio e la debolezza dell’euro, l’indice della ricchezza in mano a pochi nel mondo continua ad aumentare. La quantità di ricchezza controllata dall’1% della popolazione è maggiore di quanto posseduto dal 99%, stando ai dati Oxfam. Nei giorni scorsi il Fondo Monetario Internazionale ha diffuso il suo World Economic Outlook, secondo cui non si farà più ritorno, per un periodo indefinito, agli indici di crescita economica registrati prima della crisi finanziaria del 2008. Cioè, chiariamoci e definitivamente, la crescita di prima NON TORNERA’ MAI PIU’. Malgrado le multinazionali abbiano un sacco di soldi, gli investimenti privati sono crollati e il rapporto dice chiaramente come governi, banche centrali e decisori politici pensino, in generale, soltanto all’arricchimento della elite finanziaria globale, a spese delle forze del mondo produttivo e delle popolazioni. Ad inibire studi che mostrino la faccia sconvolgente della povertà sono gli abissali livelli di disuguaglianza, lo spreco di risorse in infrastrutture, l’erosione degli standard di vita di lavoratori e giovani. Perché non c’è l’interesse a che tutto ciò si sappia. Lo studio ODI sottolinea anche come oltre 100 paesi non abbiano un sistema funzionante di registrazione delle nascite o delle morti, non calcolino cn accuratezza i dati sulla mortalità infantile e materna. Ventisei nazioni non raccolgono i dati sulla mortalità infantile dal 2009. Le stime della povertà sono poi ulteriormente inficiate dal disaccordo che c’è sulla definizione stessa di povertà. Acune organizzazioni non governative hanno fissato la loro soglia. In Thailandia la soglia ufficiale è di 1,75 dollari al giorno,mentre comunità urbane l’hanno fissata a 4,74: ovviamente questo porta a percentuali di povertò che variano dall’1,81% al 41,64%. Le guerre e altri conflitti violenti hanno un effetto devastante, creano zone impenetrabili dove accade di tutto. I soldi spesi per le guerre potrebbero servire ad alleviare la miseria. Gli Stati Uniti hanno speso 496 miliardi di dollari per la difesa l’anno scorso; secondo la United Nations Food and Agriculture organization «il mondo avrebbe bisogno di 30 miliardi di dollari all’anno per sradicare la fame». Diciamo quindi “grazie” al sistema capitalistico, il cui solo obiettivo è di arricchire l’oligarchia finanziaria che domina la società a spese della stragrande maggioranza dell’umanità.

Si ringrazia Zaida Green

Fonte: ilcambiamento.it

CycloLenti in Portogallo: vivere e imparare a Tribodar

“Non è una gomma, non è una caramella ma allora che cos’è…?”. Vi ricorda qualcosa? Come lo slogan di questo famoso marchio di caramelle il posto in cui ci troviamo “non è un ecovillaggio, non è una fattoria, non è una comunità, ma allora che cos’è…?”.

“If you can walk you can dance…” recita una scritta appoggiata all’ingresso. Se puoi camminare puoi ballare e se puoi sognarlo allora puoi anche realizzarlo. È così che, dal sogno di Michael, belga, e Moabi, portoghese, nasce Tribodar, uno spazio di apprendimento non formale su più livelli:
– Sociale
– Vita di comunità
– Crescita personale
– Coscienza ecologica e sostenibilità

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Siamo ad un paio di chilometri da Nisa, nell’entroterra del Portogallo, e qui comprare un terreno non è caro, parliamo di circa €4.000 all’ettaro. Facciamo subito la conoscenza di uno dei membri di vecchia data: Gennaro, napoletano, è architetto ed è appassionato di costruzioni naturali. Proprio qualche giorno fa hanno finito di costruire l’ossatura di un’abitazione con tetto reciproco. Una tecnica in cui le travi si autosostengono tra loro. Affascinante! Durante la nostra permanenza contribuiremo principalmente raccogliendo, pulendo e inchiodando delle canne sul tetto. Per quanto possa sembrare tutto caotico qui la giornata è abbastanza organizzata. Due ore al mattino e due al pomeriggio sono dedicate al “lavoro”, poi tutto il resto del tempo è per sé. Ciò solo dal lunedì al giovedì. Inoltre, a turno, due volte a settimana, in cambio di frutta, si va ad aiutare una coppia di anziani a riporre l’invenduto del mercato nel furgone. Venerdì, sabato e domenica sono giornate completamente libere da impegni collettivi. Ci sono sessioni di yoga, massaggi, oguno può organizzare dei workshop, cerchi di comunicazione, e la domenica mattina ci si riunisce per definire a grosse linee la settimana che viene: ossia turni per cucinare e progetti da portare avanti! Di solito, se il numero lo permette, cucini una volta alla settimana e poi non te ne preoccupi più… due volte al giorno “dlin dlin dliin” è il campanellino, il piatto ti aspetta in tavola!. Ma il “dlin dlin” non è l’unico suono. Dei lunghi “ihhh ohhhh” si ripetono durante la giornata. È l’asinello, che insieme ai due inseparabili gattini, sono gli unici animali di Tribodar. È un cucciolo e necessita di compagnia. Tra tutti i volontari, cibo e carezze di certo non gli mancano. Una grande terrazza coperta e ombreggiata da una vite funge da cucina comune. Sono almeno tre i frigoriferi presenti… ma attenzione solo uno è quello funzionante, gli altri sono usati come degli armadi. In un angolo delle mensole contengono vestiti di tutti i generi. Si tratta dello spazio in cui ognuno può lasciarvi o prendere qualcosa.tribodar2

L’assortimento di nazionalità è sorprendente: scozzesi, canadesi, francesi, inglesi, olandesi, italiani e chi più ne ha più ne metta. È divertente vedere come ognuno si improvvisa cuoco per un giorno, ovviamente quando è un italiano a cucinare, è tutta un’altra storia!  Tribodar non ha un’attività economica fissa. Sebbene l’uso del denaro sia ridotto al minimo ci sono comunque delle spese. Gli introiti principali provengono dal Tribojam, il festival che organizzano una volta all’anno, e il contributo che i volontari a breve termine danno per sostenere le spese vive, come viveri e materiali vari. Sono organizzati con un sistema a scaglioni temporali. Più tempo rimani e più il tuo contributo economico si riduce, fino ad annullarsi. Passa dai 6€ al giorno la prima settimana, ai 5€ la seconda, 1€ se si rimane per un mese e nulla se si rimane per più tempo.  Nei mesi di settembre e ottobre sono in programma costruzioni di casette con tetto reciproco, quindi, chiunque fosse interessato  ad apprendere questa tecnica è il benvenuto.tribodar3

Prima di andare via, Gennaro, con forbici alla mano, e con molta pazienza,  soddisfa uno dei clienti più difficili dal barbiere: Marco. Un taglio qui e un taglio là e la testa riesce di nuovo a sentire il vento che passa tra i capelli.

A Tribodar una cosa è certa: nonostante ci sia un’organizzazione di base, qui non ci sarà mai nessuno che verrà a dirti cosa fare, tutto parte da te, tutto è semplicemente spontaneo.

 

Intervista ai membri di Tribodar

 

Com’è iniziato Tribodar?

Moabi: Tribodar è iniziato con un sogno. Io e Michael abbiamo ragionato a lungo sulle cose che ci piacciano e non. Dalle nostre conversazioni è emerso un punto fondamentale per entrambi, ossia che il sistema attuale di educazione si basa poco sullo sviluppo individuale della persona e ciò che lo rende felice. Questo ci ha dato la forza di creare un luogo in cui ognuno abbia la possibilità di imparare in un modo diverso.

Che cos’è Tribodar oggi? 

Michael: È l’inizio di una comunità e un centro d’apprendimento. Alcuni sono alla ricerca di modi di vivere sostenibili, altri vengono per vedere ed imparare ciò che facciamo. C’è chi viene per una settimana o due, chi per un mese, chi ci rimane. Questo costante movimento influisce molto sulla vita di comunità. Oggi siamo strutturati in modo che una persona nuova che arriva, anche se rimane per un breve periodo, possa velocemente capire come funziona, inserirsi e dare il suo contributo.

C’è stato un momento specifico nella tua vita in cui hai realizzato che il tuo sogno era realizzabile?
Michael: Sono cresciuto in un contesto abbastanza alternativo. Mia madre è un insegnante Steineriana e mio padre uno psichiatra convertito alla medicina alternativa e all’educazione spontanea. Credo di essere cresciuto con un gran senso di libertà che mi ha fatto realizzare che c’è assolutamente bisogno di un nuovo modo di fare la scuola. Uno dei motivi per i quali le persone si sentono bloccate nelle loro vite è perché ci sono delle condizioni non dette che fanno credere che non si è liberi di scegliere la propria strada.  Sin da bambino sei abituato a dover stare seduto, zitto e fare ciò che l’insegnante ti dice. Si cresce, ed è lo stesso all’università, infine entri nel mondo del lavoro e ancora una volta finisci col fare quello che il tuo capo ti dice di fare. Se non c’è nessuno che ti dice di fare diversamente allora non lo fai, ma soprattutto non sei preparato per farlo. Hai paura e ti blocchi. Per me era chiaro che avrei scelto un’altra via e già venti anni fa pensavo ad una soluzione che mi permettesse di non essere vincolato alle logiche della società moderna e così alla fine sono arrivato al concetto di comunità.tribodar4

Qual era la tua vita prima e come sei arrivato qui in Tribodar?

Gennaro: Qualche anno fa abitavo a Napoli e conducevo una vita del tutto comune. Ho una laurea in architettura e lavoravo tutto il giorno in ufficio per una grossa azienda che costruisce infrastrutture pubbliche. Non ero per niente soddisfatto e quindi ho lasciato il lavoro e sono  partito per il Sud America. Un lungo viaggio che mi ha cambiato la vita. Mi capitò di partecipare ad un progetto di permacultura in cui ho scoperto e studiato diversi tipi di costruzioni naturali. Da qui è nata la mia passione per questo tipo di costruzioni. Al termine del viaggio, con un amico d’infanzia, siamo venuti in Portogallo e ci siamo fermati a Tribodar. Qui ho avuto la possibilità di provare e sperimentare ed è così che oggi mi sono specializzato in costruzioni con legni tondi.

Elena: Vivevo a Berlino e una mia amica stava pensando di trasferirsi in Portogallo e unirsi a qualche ecovillaggio. La cosa mi ha incuriosito e ho deciso di accompagnarla, così solo per un mese. Berlino è fredda e l’idea di un po’ di caldo non mi dispiaceva. Sono arrivata a gennaio e dopo un paio di giorni ho pensato: “questo è il mio posto”. Così, ancora prima di ripartire, avevo già acquistato il biglietto per ritornare ad aprile, ed eccomi qua!

 

Che suggerimenti dareste a chi vuole intraprendere la stessa strada?

Moabi: Prima di tutto consiglierei di iniziare un qualsiasi progetto con un gruppo di amici e comunque in almeno cinque persone. Noi eravamo in due e con un bambino. È stata una bella prova. Inoltre è fondamentale, se si è un gruppo, che le idee e la visione siano ben chiare in modo che tutti remino nella stessa direzione.

Michael: Sicuramente una cosa che mi sento di consigliare è di non iniziare immediatamente un nuovo progetto, ma darsi il tempo di guardarsi intorno per conoscerne altri. In questo modo si ha la possibilità di:
– Valutare se unirsi a qualche progetto esistente o meno. Partire da zero è molto duro, soprattutto all’inizio, inoltre c’è troppa gente che vuole cominciare il proprio progetto e pochissimi che vogliono unirsi ad uno esistente. Se tutti facessero così non ci sarebbero più comunità ma solo tanta gente che vorrebbe crearne una.
– Imparare da altre realtà cosa ci piace e cosa non ci piace. Iniziare un ecovillaggio è un po’ come reinventare un nuovo mondo sotto diversi aspetti, quello sociale, economico, alimentare, edilizio, gestione dell’acqua e tanti altri. Sono tutte dinamiche abbastanza complesse già di per sè ed è quindi fondamentale fare dell’esperienza in tal senso per non ritrovarsi completamente spaesati.

Quali sono i progetti futuri di Tribodar?

Uno dei più grandi progetti è quello di iniziare una “scuola democratica”, ossia una scuola in cui i bambini e gli adulti possano imparare senza un programma predefinito. Guidati dai propri interessi piuttosto che da materie imposte, in completa libertà. Oggi sperimentiamo una sorta di educazione informale che si basa semplicemente sulla spontaneità.

Contemporaneamente vorremmo sviluppare una comunità su un’altro terreno qui vicino di nostra proprietà. Un posto in cui le persone possano vivere in armonia con la natura, ma soprattutto un’area più riservata in modo che i membri permanenti non debbano vivere nello stesso luogo in cui c’è il centro d’apprendimento. Infine vorremo sviluppare Tribojam, un festival che vede quest’anno la sua seconda edizione. Si tratta di un evento con dei nuovi concetti. Ad esempio non ci sono gruppi ingaggiati per suonare, ma tutta la musica è improvvisata. Inoltre proponiamo una serie di workshop sulla sostenibilità ambientale, libera educazione, crescita personale e così via.

 

Il sito di Tribodar 

Il blog CycloLenti 

fonte:  italiachecambia.org/