Andrea Zelio, il pittore e narratore che porta l’arte nei centri di salute mentale

Portare l’arte nei centri di salute mentale per promuovere il benessere e la socializzazione delle persone con disturbi e contribuire ad accorciare la distanza tra i pazienti ed il mondo “normale”. Questo l’obiettivo dei laboratori terapeutici ricreativi curati dal maestro Andrea Zelio e del progetto Carta Storie lanciato a San Donà di Piave, in Veneto. Andrea Zelio è un artista che coniuga nella sua attività pittura e narrazione: ha realizzato opere pittoriche utilizzando svariate tecniche e, al contempo, ha pubblicato circa dodici libri di narrativa per ragazzi, nella duplice veste di autore di testi e immagini. Ha condotto una serie di laboratori creativi nelle scuole e da circa quindici anni collabora con il Centro di Salute Mentale dell’Auslss4 di San Donà di Piave dove conduce un laboratorio terapeutico ricreativo da cui ha poi preso vita “Carta Storie”, un progetto che mira a valorizzare le espressioni artistiche dei pazienti creando un circolo virtuoso che coinvolge le realtà del territori.

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«All’interno di questi laboratori – mi racconta Andrea Zelio – ho portato ciò che è il mio territorio di competenza, e quindi l’abilità pittorica e la narrativa. Ai pazienti racconto così delle storie che loro traducono in disegni. Da una parte ci sono dunque le parole e le emozioni, dall’altra la loro espressione, ovvero le immagini. Come il capitano di una nave guido questo gruppo di uomini e donne che si trovano lì per varie condizioni che rientrano nell’accezione di “malattia mentale”, dai disturbi più gravi ai più lievi. Hanno varie età, a partire dai 25 anni in su. Io ho a che fare soprattutto con adulti, anche giovani ma non giovanissimi».

«Prima – continua Zelio – i prodotti realizzati durante i laboratori venivano conservati e basta, non avevano nessun percorso all’esterno. Ad un certo punto con alcuni amici ci siamo chiesti come condividere con il resto della comunità questi lavori». È nato cosi il progetto Carta Storie che consiste nell’utilizzare i disegni dei pazienti, creati a partire dalle storie raccontate dall’artista, per realizzare una carta regalo che poi viene utilizzata dai commercianti nel periodo natalizio. Vengono create anche shopper per i negozianti e dei calendari. Ogni anno viene organizzato un evento con uno spettacolo e la presentazione del progetto.

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«Questi prodotti – spiega Zelio – escono così dai laboratori e iniziano a contaminare la vita comunitaria ed il tessuto produttivo. Quest’anno abbiamo avuto rapporti con circa cento soggetti tra sponsor, negozi, attività, grafici ed enti pubblici. Tantissimi soggetti sono così entrati in relazione tra loro per la realizzazione di questo progetto. A nostro avviso si tratta di un grande traguardo!».

L’obiettivo, infatti, è anche quello di contribuire ad accorciare la distanza tra le persone con disturbi mentali ed il resto della popolazione facendo sì che chi ha intrapreso un percorso di cura dentro questi centri possa partecipare in maniera attiva all vita civile. «Una volta si parlava di matti ed esistevano dei “recinti fisici”. Poi i mondi hanno iniziato a mescolarsi dopo la legge Basaglia ma ancora si avverte la necessità di superare lo stigma sociale nei confronti della malattia mentale. È ciò che vogliamo contribuire a fare con il nostro progetto: abbattere quei “recinti” non più fisici ma che ancora esistono».

C’è però un altro aspetto molto importante che riguarda il potere benefico dell’arte. «Noto che i pazienti dopo un po’ di tempo dall’inizio dei laboratori cominciano a manifestare motivazione, tenacia e fiducia, che all’inizio non hanno. Con il tempo si sentono poi responsabili dei lavori che realizzano e comprendono che questi hanno una loro importanza. Ci sono ovviamente delle difficoltà ma tutto ciò è assolutamente significativo per la vita di queste persone.

Inoltre, l’arte è libertà. «L’espressione artistica permette di tirar fuori ciò che si ha all’interno generando un grande senso di libertà, appagamento e di appartenenza ad un insieme. Tutto questo fa bene e perciò noi, tutti, cerchiamo l’arte nella nostra vita: in un film, un dipinto, un libro o una canzone».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2019/11/andrea-zelio-pittore-narratore-arte-centri-salute-mentale/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Perché vivere in un ecovillaggio?

“Vivere in un ecovillaggio non è una protesta verso il sistema, non è un sogno romantico o un’utopia, ma una scelta razionale e motivata di dare priorità nella propria vita ad aspetti quali il senso di comunità, l’ecologia, la spiritualità”.ecovillaggio_ferme_du_collet

L’idea di ecovillaggio non è recente né innovativa, trattandosi della naturale evoluzione del villaggio tradizionale, dove l’essere umano ha vissuto durante gran parte della sua storia. Storicamente però vivere in un villaggio in armonia con la natura non era una scelta consapevole, ma l’unica possibilità, mentre ora gli ecovillaggi sono comunità intenzionali di persone pienamente consapevoli di vivere in modo che rema in direzione contraria alla spinta della società circostante. Vivere in un ecovillaggio non è una protesta verso il sistema, non è un sogno romantico o un’utopia, ma una scelta razionale e motivata di dare priorità nella propria vita ad aspetti quali il senso di comunità, l’ecologia, la spiritualità. Il sentimento di appartenenza ad una comunità viene da lontano, è innato nella natura umana. La tecnologia, l’organizzazione sociale, la nascita delle metropoli, la corsa verso il successo individuale han dato l’illusione che il nuovo essere umano non abbia più bisogno dell’appoggio di una comunità, e ha creato la tendenza in una vita sempre più individualista e solitaria. Questa evoluzione è ben rappresentata dall’anonimo palazzone cittadino, dove un numero svariato di vite sono rinchiuse tra queste mura, cercando una nicchia di intimità dietro spesse porte blindate di appartamenti tutti uguali, ignorando completamente l’esistenza dei vicini che sovente sono visti solo come una molestia. La vita di comunità è l’opposto, è il compromesso di vivere in un gruppo, di solito non troppo numeroso in modo che tutti i membri si conoscano personalmente. Non si tratta del modello stereotipato che tutti abbiamo in mente quando pensiamo alle comunità, la comune hippie degli anni sessanta, con comunione dei beni, amore libero, chitarre e marijuana. Alcuni ecovillaggi praticano la comunione dei beni, ma la vera essenza di comunità, più che nell’ottimizzazione dei beni materiali che ovviamente è ricercata, è esaltata nell’appoggio reciproco.vita_ecovillaggio

Un gruppo su cui contare vuol dire miglioramento della qualità di vita, con esempi pratici quali la cura condivisa dei bambini, la possibilità di facilitare e rendere più attraenti lavori comunitari, la creazioni di posti di lavoro all’interno della comunità. Inoltre la vita comunitaria è un costante stimolo alla crescita personale, in quanto persone a stretto contatto quotidiano sono obbligate a confrontarsi su scelte in comune, a discutere, a parlare apertamente dei problemi che invariabilmente sorgono e questo migliora la comunicazione con gli altri e con se stessi ed aiuta a vedere con più chiarezza il nostro misterioso mondo inconscio. L’armonia della vita comunitaria si ripercuote conseguentemente nella cura dell’ambiente circostante. La concezione di tutela ambientale è variabile, ma principalmente si attua nel tentativo di produrre la maggior parte del cibo che si consuma, coltivando orti vicino alle case, di affidarsi a energie rinnovabili, di ridurre i consumi e di limitare l’utilizzo delle automobili. I bambini di un ecovillaggio dove ho vissuto trascorrevano le giornate scorrazzando per le strade del villaggio prive di auto, giocando nei giardini comunitari, senza necessità della miriade di giochi che popolano la vita dei bambini cresciuti negli appartamenti. Infine la spiritualità, che racchiude aspetti controversi perché storicamente è stata ingabbiata dalla religione. Di solito non c’è l’intenzione si inserirsi nelle credenze religiose degli abitanti. La spiritualità si accompagna in modo naturale al rallentamento dei ritmi, al contatto con la natura, poiché il materialismo non è sufficiente a saziare l’innata curiosità dell’essere umano. La spiritualità significa arte, musica, contemplazione, meditazione, riflessioni. Il movimento degli ecovillaggi si associa spesso ad altri movimenti quali la permacultura, la decrescita, termini che evocano ancora in tanta gente uno scenario di ristrettezze, di ritorno all’età della pietra e di rinuncia. Ma non è questo il punto, tutt’altro, l’obiettivo è lo stesso di tutte le attività umane, la felicità e il benessere, che vengono ricercate, però in una forma che predilige l’armonia con la natura e l’ambiente.

Fonte: il cambiamento