Eco-storie virtuose, nasce l’Atlante Italiano dell’economia circolare

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Si tratta di una piattaforma web geo-referenziata e interattiva che censisce e racconta realtà economiche e associative capaci di applicare i principi dell’economia circolare. Si parte con un nucleo di 100 storie e un concorso rivolto a giornalisti, videomaker e scrittori. Le migliori esperienze nel campo dei rifiuti, dal recupero di materie prime alla riduzione degli sprechi, racchiuse nel “primo ‘Atlante italiano dell’economia circolare’. Il progetto, promosso da Ecodom (il principale Consorzio italiano per il recupero dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) e dal Centro di documentazione sui conflitti ambientali in Italia, parte con un nucleo di 100 eco-storie di imprese virtuose.

Si tratta di una piattaforma web geo-referenziata e interattiva (www.economiacircolare.com), un archivio che censisce e racconta realtà economiche e associative capaci di applicare i principi dell’economia circolare. Allo stesso tempo è stato lanciato anche un concorso annuale a premi, patrocinato dal ministero dell’Ambiente rivolto a giornalisti, videomaker, fotografi, scrittori, storyteller per raccontare con le diverse modalità espressive l’economia circolare. I quattro vincitori, uno per categoria, saranno selezionati da una giuria di esperti del mondo dell’informazione e della cultura. Alla realizzazione dell’Atlante italiano di economia circolare hanno contribuito anche Poliedra (il Consorzio del Politecnico di Milano che svolge attività di ricerca sulla valutazione ambientale e la sostenibilità), A Sud (associazione indipendente impegnata nella tutela e nella giustizia ambientale), Ecosistemi (fondazione specializzata in strategie per lo sviluppo sostenibile), Banca popolare etica (istituto creditizio ispirato ai principi di trasparenza ed equità) e Zona (associazione di reporter e photo editor internazionali).

Fonte: ecodallecitta.it

 

Bagnoli, un’altra storia di promesse mancate

L’area industriale di Bagnoli è sotto sequestro, 21 persone coinvolte nell’inchiesta per truffa ai danni dello Stato e disastro ambientale. Le bonifiche promesse nell’area sono state solo “virtuali”, ma sono comunque costate 107 milioni di euro.bagnoli

L’11 aprile, i magistrati hanno disposto il sequestro di un’ampia area di Bagnoli, quella dove – per intendersi – una volta si stagliavano l’Italsider e l’Eternit. Oltre al sequestro, sono state messe sotto inchiesta 21 persone per reati come truffa e disastro ambientale. Tra gli indagati, ci sono due ex vicesindaci di Napoli, ex amministratori, funzionari, dirigenti della società Bagnolifutura e imprenditori. L’indagine illustra come, dalla metà degli anni Ottanta e per oltre vent’anni, si sia tentato di trasformare (invano) una zona post industriale in un area turistica. A coordinare l’inchiesta, i pm Stefania Buda ei procuratori aggiunti Francesco Greco e Nunzio Fragliasso. Ciò che viene imputato ai 21 soggetti è di aver effettuato bonifiche ambientali “virtuali” della zona. Gli interventi per bonificare, hanno solo aggravato l’ambiente circostante. Anche se però solo virtuale, la bonifica “farlocca” è comunque costata 107 milioni di euro e da qui l’accusa di truffa ai danni dello Stato. Sono vicende avvenute: “in un contesto generalizzato di conflitto d’interesse in cui tutti gli enti pubblici istituzionalmente preposti al controllo dell’attività di bonifica, quali Arpac, Comune e Provincia di Napoli, si sono venuti a trovare”. Gli idrocarburi, inquinanti e cancerogeni, sono stati versati per diverso tempo in mare a causa del malfunzionamento della barriera idraulica che li avrebbe dovuti contenere, impedendo lo spargimento. Mancando i soldi per smaltire in modo regolare e a norma di legge i rifiuti pericolosi in discarica, si è ricorsi allo “stratagemma” di mescolarli con il terreno. Diverse morchie (residui dei metalli lavorati e inquinati da idrocarburi) sono stati mescolati al terreno e sotterrati nel Parco dello Sport (struttura dell’ex area industriale di Bagnoli) nottetempo, nell’arco di un fine settimana. Tutto ciò è stato portato avanti grazie a certificazioni false che bollavano le morchie come terreni “di riporto”. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha affermato senza indugio: “C’è il diritto di tutti noi, del sindaco, di chi vive in questa città, di chi vuole investire in quell’area a sapere cosa si può realizzare, quanta parte di bonifica è stata fatta e se c’è stato, come io ho sempre immaginato e pensato, sperpero di denaro pubblico”. Fortunatamente gli inquirenti hanno già risposto alle domande del primo cittadino: non solo la bonifica è fallita (con uno sperpero di diversi milioni di euro) ma la situazione sotto il profilo dell’inquinamento ambientale è ormai oltre i livelli accettabili. “È dal lontano 1995 che il WWF Italia aveva denunciato alla magistratura i gravi rischi ambientali connessi all’area di Bagnoli (come ad esempio lo smaltimento a mare di rifiuti tossici come l’amianto) – così il WWF commenta le notizie relative all’ex-sito industriale di Bagnoli -. Oggi Bagnoli, ieri l’Ilva di Taranto, prima ancora Pioltello Rodano: tutti casi che dimostrano che in Italia il principio comunitario ‘chi inquina paga’ non trova una vera applicazione. Sebbene gli interventi di risanamento e riqualificazione ambientale, nelle aree industriali dismesse potrebbero servire a creare migliaia di posti di lavoro, restituendo alle comunità e agli enti locali ampie porzioni di territorio risanate e quindi riconvertibili per attività di utilità sociale o produttive”. In Italia, ricorda il WWF, al 1 gennaio 2011 risultavano registrati 2.687 siti di bonifica, cioè aree su cui è stato pubblicamente riconosciuta la necessità e l’obbligatorietà d’intervento per un ripristino ambientale e per far cessare effetti inquinanti (anche nelle falde acquifere) a cui erano correlate patologie e danni ambientali. Le situazioni più gravi riguardano 57 di queste aree definite “Siti d’Interesse Nazionale” e la loro complessiva superficie è pari a poco meno del 3% del territorio nazionale: 550.000 ettari a terra e 180.000 ettari a mare. “L’impatto sulla salute di questi siti inquinati è stato oggetto di numerose indagini – spiega l’associazione in una nota-. In particolare nell’ambito del Programma Strategico Ambiente e Salute del Ministero della Salute è stato realizzato uno ‘Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento’ (SENTIERI) riguardante l’analisi sulla mortalità dei residenti in 44 dei 57 SIN. Lo studio ha analizzato circa 400.000 decessi relativi a una popolazione complessiva di circa 5.500.000 abitanti ed ha evidenziato lo stretto rapporto tra alcune attività produttive e aree da bonificare con il forte incremento percentuale di alcune patologie rispetto alle medie nazionali”.

Fonte. Il cambiamento