Vino e viticoltura industriale. L’importanza di bere consapevolmente

Sostanze tossiche, inquinamento dei vigneti, scempio paesaggistico e perdita di biodiversità. Questi i principali problemi legati alla viticoltura industriale nelle mani di grandi aziende e spesso guidata da interessi speculativi. L’alternativa però esiste ed è rappresentata dai vini bio e biodinamici, o semplicemente naturali.

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L’abitudine, che soprattutto in Italia ancora si mantiene, di bere un bicchiere di vino a tavola, se da un lato esprime un aspetto legato alla tradizionale dieta mediterranea che consente di utilizzare importanti polifenoli e sostanze antiossidanti, dall’altro si scontra con un scandaloso capovolgimento di gestione vitivinicola che ha portato le grandi aziende ed i grandi interessi speculativi a servire sulla tavola un cocktail di sostanze tossiche ben etichettato e ben pubblicizzato. Se da un lato inizia a prevalere l’idea che l’alcool è comunque nocivo per la salute, dall’altro si sottovaluta la presenza di residui tossici derivati dai maltrattamenti chimici che i vigneti industriali subiscono in campo e che i mosti ricevono in cantina. Senza tralasciare lo scempio paesaggistico che la viticoltura industriale ha causato anche nei comprensori più belli e rinomati, serve capire che puntualmente ogni 15-20 giorni i vigneti non certificati bio vengono trattati con insetticidi ed anticrittogamici che penetrano nel grappolo al fine di proteggerlo da qualsiasi attacco parassitario, distruggendo chiaramente anche gli insetti ed i microrganismi utili. Senza avere pietà neanche per la salute di chi con queste sostanze entra in contatto quotidianamente non solo irrorando i vigneti, ma subendo nelle proprie stesse abitazioni una invasione sempre più accentuata di areosol tossici, nei comprensori vitivinicoli più densamente popolati quali il Veneto ed il Friuli sono spesso gli stessi Sindaci responsabili della mancanza di misure cautelari.

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Se l’attenzione si concentra spesso sull’anidride solforosa utilizzata per non far andare un vino all’aceto, nessuna attenzione è posta sulla politica che se n’è ormai da tempo andata all’aceto, per cui si stanziano miliardi di euro per non far crollare le vendite di un prodotto che ormai è tossico e si destinano “incentivi di livello tale da invogliare i produttori non competitivi ad abbandonare la viticoltura”. Così negli anni è stata distrutta la meravigliosa biodiversità presente nella nostra penisola riducendo le diverse centinaia di varietà di uve da vino ad un solo centinaio oggi ammesso per la vinificazione. Che vergogna assistere all’espianto obbligatorio dei vecchi vitigni e vedere il territorio invaso da vitigni francesi che si ammalano più facilmente ed appiattiscono il gusto dei nostri rossi e meravigliosi bianchi. In Toscana ad esempio contro gli 83 vitigni con cui è concesso di vinificare, sono per fortuna conservati e descritti al livello regionale ben 130 varietà di altre uve mentre altre ancora, a serio rischio di estinzione, sono presenti nei comprensori più incontaminati. Alla scomparsa della biodiversità ed all’inquinamento dei vigneti e dei relativi comprensori si aggiunge la discutibile attività portata avanti dall’enologia mondiale che con additivi e manipolazioni chimiche consente al vino finale di appiattirsi su un gusto definito dai manuali bouquet, che risente tra l’altro dei disastrosi interventi in campo che si cerca di tamponare chimicamente in cantina.

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Non serve citare i nomi delle innumerevoli molecole che si utilizzano per far partire una fermentazione che potrebbe essere naturale (se non si fossero sterilizzati i vigneti) e per pilotarla verso i risultati voluti, conservabilità in testa, con i soliti parametri bidimensionali dell’acidità e del volume alcoolico, dal mantenimento del colore e dell’assenza di residui sul fondo, dall’allontanamento dello ossigeno e dei microrganismi ed al mantenimento di un certo grado zuccherino. Basta dire che sono tanti e che nell’ultimo rapporto Pesticidi nel Piatto 2012 di Legambiente l’allarme per il multi residuo (fino ad 8 residui tossici rilevati nei campioni di vino) e i suoi effetti sulla salute risulta pesante con il vino regolarmente contaminato in ogni regione. Possiamo fermarci per oggi. In alternativa suggerisco di assaggiare vini bio e biodinamici o semplicemente naturali, in cui la fermentazione parte spontaneamente con i lieviti presenti in campo per poter assaporare qualcosa che esprime il clima, il terreno in cui un vitigno viene coltivato, l’aroma del vitigno stesso e soprattutto l’arte secolare dei nostri più attenti vignaioli. Li troverete in ogni comprensorio italiano. Lasciamo all’industria il problema delle cantine piene di un prodotto omologato difficile da piazzare anche a parenti ed amici. Il vino genuino esiste e non si può che innamorarsene, è un’emozione che parte dalle papille olfattive, si mostra come una favola già davanti agli occhi, canta in bocca mentre si sofferma sotto la lingua ed esplode nel palato, senza scandalizzarsi se lo si versa in mano per sentirne col tatto tutta la sua piacevole fragranza, anche se è la mente il sesto senso per cui è stato prodotto dai tempi dei tempi.

Fonte: il cambiamento

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Bibite gassate: il succo della questione

Siamo l’Italia del buon vino, certo, ma nel nostro Paese si bevono anche parecchie bibite: 23 milioni di italiani consumano bevande gassate e 6,5 milioni (quasi un italiano su dieci) dichiara di farlo regolarmente.

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L’indagine Censis-Coldiretti prende spunto da uno studio condotto in occasione dell’American Heart Association’s Epidemiology and Prevention/Nutrition, Physical Activity and Metabolism 2013 in corso di svolgimento a New Orleans nel quale si stima che 183mila morti l’anno, in tutto il mondo, siano da collegarsi al consumo di bibite zuccherate: 133 mila a causa del diabete, 44mila per malattie cardiovascolari e 6 mila per tumore. Un allarme globale che in Italia ha trovato terreno fertile in Coldiretti, la quale ha chiesto che venga resa immediatamente operativa la legge Balduzzi già approvata dal parlamento e che prevede l’aumento obbligatorio della quantità di succo dal 12 al 20% nelle bibite. Con questo aumento, secondo Coldiretti, in Italia dovrebbero consumarsi 200 milioni di arance in più all’anno. L’allarme sul consumo delle bibite è amplificato dall’abbandono dei principi base della dieta mediterranea che comprende, naturalmente, anche il consumo di agrumi. Arance, pompelmi, mandarini e limoni, sono veri e propri serbatoi di vitamine, mentre le bibite a base di agrumi degli agrumi hanno spesso solamente il colore (ottenuto grazie ai coloranti) e il sapore, ma non l’essenza visto che meno di un ottavo della bevanda (il 12%, appunto) è succo di frutta. La scorsa estate il Ministro Renato Balduzzi aveva anche proposto l’introduzione di un contributo straordinario, a carico dei produttori di bevande analcoliche con zuccheri aggiunti ed edulcoranti, di 7,16 euro ogni 100 litri immessi sul mercato, di 50 euro ogni 100 litri per i produttori di superalcolici. La proposta, però, non era stata accolta in Parlamento, lasciando comunque soddisfatto il ministro dimissionario che sottolineò – all’inizio di settembre – come il dibattito avesse comunque contribuito a far emergere nell’opinione pubblica una maggiore consapevolezza riguardo alle problematiche connesse al consumo dei cosiddetti “junk drink”.

Fonte: Coldiretti