Ragazzi “difficili” sul cammino di Santiago per ritrovare se stessi

Il progetto già funziona da oltre 35 anni in Belgio: si è conclusa nei giorni scorsi in Spagna la prima esperienza italiana che vede come protagonista un 17enne, accompagnato da due pensionati, che lo hanno affiancato in due distinti tratti del cammino. L’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto: “Un modello che può diventare una misura riconosciuta per servizi innovativi per minori a rischio di devianza e Neet”. Duemila chilometri e cento giorni di cammino, senza cellulare o connessione Internet, per trasformare una vita; per permettere ai ragazzi che non studiano e non lavorano (definiti anche Neet) e ai minori con pendenze penali o a rischio devianza di reinventarsi e cambiare il loro rapporto con il mondo.

Ecco che – per usare le parole dell’antropologo francese David Le Breton – un’attività inutile come tutte le attività essenziali, un atto superfluo e gratuito, che non porta a niente se non a se stessi, dopo innumerevoli deviazioni, diventa un potente strumento rieducativo e preventivo. Questa la strada imboccata dall’associazione Lunghi Cammini, nata di recente a Mestre – con la partecipazione anche di alcune assistenti sociali – intorno alla scommessa di riproporre anche nel nostro Paese un modello che già funziona da 35 anni in Belgio ed è stato poi ripreso in Francia, Spagna e Germania. Nei giorni scorsi si è conclusa la prima esperienza di “lungo cammino” che ha coinvolto un minore italiano, proprio grazie all’associazione di Mestre: un 17enne di Trieste, accolto in una comunità in provincia di Treviso, è arrivato a Merida al termine di un percorso iniziato il 12 ottobre da Roncisvalle, al confine franco-spagnolo, per poi toccare Santiago de Compostela, Finisterre e imboccare la via sanabrese. Ad accompagnarlo due “adulti significativi”, che si sono avvicendati: nella prima parte un pensionato appassionato di trekking residente a Genova, nell’ultimo tratto un pensionato mestrino. Nel progetto, che riprende esperienze franco-belghe ispirate dallo scautismo rover della tradizione francese, nulla infatti è lasciato al caso, a partire dalla scelta dell’adulto o degli adulti chiamato ad accompagnare il minore. Una scelta che arriva al termine di una selezione rigorosa, affidata a due diverse commissioni che si riuniscono separatamente per poi confrontarsi sulle loro valutazioni: la figura dell’accompagnatore – che in genere non è un educatore professionale, anche per superare la diffidenza dei ragazzi – è fondamentale per la riuscita del progetto.cammini1

“Quella dell’accompagnatore, che viene remunerato – spiega Isabella Zuliani, Presidente dell’associazione – non è certo una passeggiata: il suo è un compito che talvolta può risultare logorante, perché impegna costantemente in un rapporto uno a uno, in una relazione che spesso lascia un segno forte. Ecco che è affiancato a distanza da un team educativo composto da un responsabile del cammino, uno psicologo e altre figure come gli assistenti sociali. Il responsabile del progetto chiama quotidianamente l’accompagnatore, si confronta con lui sulle difficoltà incontrate”.

Prima della partenza tutte le parti coinvolte – il ragazzo, ma anche l’accompagnatore e i membri dell’equipe – hanno firmato un “patto”, un impegno al rispetto delle regole alla base del cammino. Ragazzo e accompagnatore hanno un piccolo budget da gestire e devono tenere un diario. Talvolta, come nel caso del cammino appena concluso, il team educativo può valutare di introdurre un secondo accompagnatore che raccoglie il testimone dal primo. Una volta terminato il cammino, il minore e il suo accompagnatore vengono coinvolti in alcuni giorni di “decompressione”, dedicati alla rielaborazione dell’esperienza prima del ritorno alla “vita di tutti i giorni”.

“Già il fatto il ragazzo sia riuscito a portare a termine un percorso così impegnativo, che chiedeva una forte costanza– spiega Zuliani – è un traguardo su cui forse pochi avrebbero scommesso. Attraverso il cammino i minori possono godere di un tempo per guardarsi dentro, per uscire dall’idea che avevano di loro e scoprirsi, lontani dal loro ambiente abituale, migliori e più buoni, liberi dallo stigma che spesso pesa su di loro”.

I costi del progetto sono stati interamente sostenuti da un imprenditore veneto che ha deciso di fare una donazione per permettere la realizzazione di questa prima esperienza pilota. Una seconda esperienza, più ridotta – un cammino di tre settimane – si è conclusa nel mese di dicembre e ha coinvolto un 16enne accompagnato da un giovane padovano. “Il prossimo passo – spiega la Presidente di Lunghi Cammini – sarà la realizzazione di un report sui due cammini, per poter arrivare a un riconoscimento ufficiale di questa pratica”.cammini3

L’associazione mestrina ha avviato fin dalla sua nascita un’interlocuzione con l’USSM (Ufficio di Servizio sociale per i minorenni), fra i cui compiti rientra l’attuazione di piani di intervento individualizzati per i minori coinvolti in provvedimenti penali, civili o amministrativi ma anche con gli uffici servizi sociali di alcuni comuni veneti. Un modello cui guarda con grande attenzione anche l’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto, che ha deciso di sposare l’obiettivo dell’associazione: “La scelta di investire sul tempo lungo, ma anche la forte personalizzazione di ogni progetto propria di questo modello – spiega la Presidente dell’Ordine Mirella Zambello – vanno proprio nella direzione cui tende la nostra visione di servizio sociale. Certo, si tratta di progetti impegnativi dal punto di vista dei costi e dello sforzo organizzativo che richiedono, ma se il risultato è quello di aiutare i ragazzi a trasformare la loro vita a partire da un contatto con la parte più profonda di sé, si tratta di un investimento che rende cento volte tanto soprattutto perché è rivolto a situazioni rispetto alle quali gli interventi tradizionali non hanno dato i risultati sperati. Questa esperienza è un’occasione di riflessione della professione nella ricerca di strumenti innovativi ”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/ragazzi-difficili-cammino-santiago-ritrovare-se-stessi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La Via degli Dei: un viaggio a piedi per ritrovare noi stessi

Elisabetta, giovane veterinaria bolognese, ci racconta la sua esperienza lungo la Via degli Dei, il cammino che attraversando l’Appennino collega Bologna e Firenze, che ha percorso insieme al gruppo di Destinazione Umana. Un momento di stacco, di comunità, di immersione nella natura che ha cambiato la sua vita.

«In un periodo di lavoro intenso e di continui impegni avevo la voglia e il bisogno di allontanarmi da tutto e da tutti e immergermi nella natura per rilassarmi mentalmente e ritrovare un me stessa». Così è iniziata la piccola, grande avventura di Elisabetta lungo la Via degli Dei.dei1

La Via degli Dei collega Bologna a Firenze ed è uno dei cammini più suggestivi di tutta Italia, anche se ancora poco noto. Elisabetta è una giovane bolognese che ha risposto alla chiamata di Destinazione Umana, che lo scorso settembre ha organizzato un viaggio di cinque giorni aperto a tutti, anche ai meno allenati, che ha fatto tappa nelle località meno note, per scoprire anche gli angoli più nascosti di questo affascinante percorso. L’obiettivo? Non tanto quello di proporre un trekking professionale, quanto piuttosto la volontà di mettere insieme un gruppo di persone con un sentire comune, creare una piccola comunità per un’immersione nella natura. «L’unica esperienza simile – dice Elisabetta spiegando perché ha deciso di partecipare – l’avevo vissuta durante un viaggio in solitaria compiuto dieci anni fa a Lampedusa, un’isola meravigliosa e molto selvaggia. Mi ero voluta prendere qualche mese di riflessione per capire cosa volevo fare della mia vita: al mio ritorno, decisi di rischiare tutto e seguire i miei sogni e oggi faccio il lavoro più bello del mondo, la veterinaria!». Un’altra delle particolarità della proposta di Destinazione Umana è che si tratta di un’esperienza alla portata di tutti, anche dei meno “atletici”, che rispecchia più uno stile vita che una pratica sportiva: tempi lenti, non c’è competizione, nessuno resta indietro. «Non sono una persona allenata – racconta a questo proposito Elisabetta – e non frequento palestre, anche se mi piace molto camminare. Adoro fare passeggiate al mare, in montagna, in collina o anche gironzolare per Bologna! Cerco di non usare l’automobile nei giorni in cui sono libera».dei3

Uno dei momenti più emozionanti è l’arrivo a Firenze, dopo quattro giorni intensi, faticosi e soddisfacenti di cammino: «Un’emozione fortissima, eravamo molto provati fisicamente ma ci sentivamo invincibili! È indescrivibile la nostra euforia per avercela fatta, felici come bambini e fierissimi della nostra impresa!».

Emozioni forti, amplificate dalle aspettative e dalle piccole paure che hanno preceduto il viaggio e che, come racconta Elisabetta, attanagliavano tutti i partecipanti: «Ognuno di noi è partito da solo, non sapeva cosa aspettarsi. Eravamo tutti intimoriti dall’idea di condividere il viaggio e anche la camera – quindi momenti intimi – con persone che non conoscevamo. In realtà ci siamo aperti moltissimo gli uni con gli altri, ci siamo fatti forza a vicenda per non mollare, abbiamo condiviso le poche cose che avevamo nello zaino e ci siamo trovati benissimo insieme!».

Un’altra emozione fortissima è quella che si prova a essere interamente immersi nella Natura, quasi in balia di essa, senza il supporto della tecnologia, che tanto ci conforta nella vita di tutti i giorni. «Volete sapere qual è stata la mia reazione al ritorno della tecnologia, appena messo piede a Firenze? In quattro giorni di full immersion nella natura tutti i miei sensi si erano modificati: l’odore dei fiori e delle piante, la sensazione di fame, il gusto delle more appena staccate dai rovi…». Ma anche saper riconoscere il canto degli uccelli e il verso degli animali, capire l’importanza dell’acqua, aver sete e non doverla sprecare perché non si sa per quanto non si incontreranno altre fontane!dei2

«Il ritorno alla “civiltà” è stato un vero e proprio trauma: rumori assordanti, puzza di smog, persone frettolose concentrate ciascuna sulle sue cose e indifferente a tutto quello che succede intorno, tutti attaccati al cellulare camminando nelle strade come zombie. Le luci, la musica, i vestiti e il cibo nelle vetrine… ero nauseata!». È stato in quel momento che Elisabetta ha deciso che da quel momento avrebbe fatto il possibile per attenuare la frenesia della sua routine: «Una volta tornata a casa bisogna ridimensionarsi e riappropriarsi della propria vita. La felicità si trova nelle piccole cose».

Prima di salutarla, le chiediamo cosa direbbe a una persona per convincerla a provare questa esperienza. «Paesaggi spettacolari, compagni di viaggio che faranno per sempre parte della tua vita, la soddisfazione di riuscire in un’impresa che pareva impossibile. Non è solo un viaggio, è un’esperienza unica che ti da la spinta per realizzare grandi cambiamenti anche nella tua vita! Ogni traguardo si può raggiungere, anche se sembra impossibile!».

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/03/via-degli-dei-viaggio-ritrovare-noi-stessi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni