«Via dalla vita che ci fa appassire»: la storia di Giovanna

Giovanna Cambi ha lasciato il lavoro d’ufficio, che ormai sentiva come una costrizione e che non aveva più niente da darle. Si è trasferita in una casetta di campagna, si dedica all’orto e al frutteto e soprattutto oggi può dire: «Sono felice».cambiovitaelavoro

«Tutto cominciò il giorno in cui decisi che per sentirmi realizzata dovevo assolutamente raggiungere i principali obiettivi che un individuo, specie una donna, auspica: sposarsi, fare bambini, avere una casa e un posto di lavoro sicuro. Premetto che fino ad allora avevo avuto una vita soddisfacente e stimolante. Riuscivo sempre a raggiungere gli obiettivi che mi proponevo e questo continuava ad accadere, specie in campo professionale». Esordisce così Giovanna Cambi, nel raccontare la storia del suo personale cambiamento. Giovanna è uno dei numerosi partecipanti agli workshop tenuti dall’ufficio di scollocamento di Paea per prendere coraggio e cambiare vita e lavoro.

«In virtù di questo, non passò molto tempo da allora che conobbi il fidanzato “giusto”, trovai la casa “ideale” e il lavoro fisso in una grande società. Arrivò anche il figlio maschio… Un anno e mezzo dopo la nascita di mio figlio mi resi conto di quanto fosse illusorio e falso il retaggio culturale/sociale da cui provenivo, almeno dal mio punto di vista! Avevo la chiara sensazione che ciò che avevo messo in piedi con le scelte effettuate non veniva realmente da me e che quello che invece auspicavo era tutt’altro. Non dimenticherò mai quanto è stata dura uscire dalla rete che avevo io stessa tessuto…ora posso raccontarlo!».

«Sono sempre stata un adulto libero di sperimentare e muoversi in questa realtà con la netta sensazione di essere protetta e guidata da qualcosa di diverso dal mio Ego, eppure consentivo spesso a quest’ultimo di agire nella totalità. Sono passati alcuni anni da quando ho avuto la piena consapevolezza di dove stavo andando e cosa invece realmente volevo ma solo oggi posso dire di avercela in parte fatta. E’ stato un lungo e duro cammino di grande pulizia interiore che mi ha portato alla scelta di separarmi da mio marito, vendere la casa in centro e lasciare il lavoro».

«Sto attraversando finalmente la porta che mi conduce verso la mia vera realizzazione: essere felice e libera di esistere. Cosa ne sarà di me? Non so, ma sono tanto felice (anche la via in cui abito ora ha questo termine affinchè possa ricordare sempre ciò che per me è importante!). Oggi e da circa un anno e mezzo, viviamo in una piccola casa in campagna con poche pretese ma che suggerisce tanta creatività, vicino Roma con 7.000 metri di terra a frutteto. Non abbiamo televisore da anni e uso internet e radio per le notizie che valuto se ascoltare/leggere o meno nella massima libertà. I frutti sono abbondanti, il piccolo orto è rigoglioso e dalla colorata amaca osservo i colori del tramonto dipingere meravigliosi oceani di luce. Il mio bambino chiama e insieme andiamo ad accarezzare i giovani alberi appena piantati. Diamo loro costantemente il nostro benvenuto per farli sentire a casa…la nostra dolce casa».

«I gattini e la nostra cagnolina maremmana ci seguono lungo il percorso e osservano ad ogni passo gli insetti danzare loro davanti. Mi dirigo verso il mio albero maestro, l’alfa e l’omega della mia terra, e da uno scorcio osservo gli uccelli planare verso i lidi prescelti. Lui mi rincuora, mi rende forte e sicura…mi fa sentire a casa. Ho rivolto una preghiera chiedendo protezione per questa terra e i suoi molteplici abitanti, ho chiesto che possa essere un luogo di guarigione per me stessa in primis e per chiunque varchi i suoi confini così accuratamente accarezzati dal mio sguardo e dal mio intento. Questo è solo l’inizio…».

«Stiamo ristrutturando una piccola rimessa accanto alla casa per realizzare un piccolo progetto di auto-sostenibilità. Abbiamo ottimi rapporti con il vicinato e le associazioni locali. Ci nutriamo principalmente di prodotti locali e acquistiamo il resto con il GAS della zona con il desiderio di riuscire totalmente a staccarci dal circuito dei supermercati. I nostri animali sono pura gioia…ci aiutiamo vicendevolmente, rispettando ognuno i propri spazi. Dopo aver lanciato, qualche anno fa e senza esito positivo, un progetto di ecovillaggio e di scuola familiare, ho compreso che il cambiamento doveva iniziare principalmente da me come essere singolo prima di pensare in grande. Nonostante ciò l’anno scorso ci fu il tentativo di lanciare una proposta di vacanza alla pari. Scrissi un appello a cuore aperto…forse troppo! Mi hanno risposto in pochi…sono rimasta sbalordita su quanto la gente poco si affidi al proprio sentire! Maggiormente coloro che dichiarano a parole di procedere verso i sentieri della consapevolezza e della “luce”…».

«Sicuramente molti pregiudizi hanno offuscato il cuore di coloro che a primo impatto hanno saputo ascoltare! E’ stato comunque prezioso conoscere ed incontrare coloro che mi hanno scritto. Questa ultima esperienza mi ha insegnato che occorre arrivare al cuore delle persone a piccoli passi affinchè il fiammifero di ognuno possa naturalmente accendersi e illuminare a poco a poco tutto il loro essere. La guarigione per me è stata reale e concreta e posso testimoniarlo ma è anche vero che c’è voluto del tempo… altra lezione di vita per il mio ego e altra esperienza arricchente che mi ha permesso di essere ciò che sono oggi».

«Chi sono? Sono finalmente io! Una persona semplice, da sempre amante della natura e dell’ambiente, della sana socialità ma anche capace di stare in silenzio da sola in contemplazione. Un mese fa ho avuto l’ultimo slancio di amore per me stessa: lasciare il lavoro di dipendente nel gruppo FS Italiane ed avventurarmi alla ricerca di ciò che vorrei diventare. I lavori sono ancora in corso ma sono tanto felice di aver fatto questa scelta, anche se non è stato semplice! Ormai era tutto vecchio e superato per me e la sensazione che percepivo quando entravo in ufficio immagino sia quella che un fiore provi quando lentamente appassisce. So che molte persone provano lo stesso e so anche che la paura dell’ignoto è tanta. L’ultimo giorno di lavoro ho festeggiato con alcuni colleghi d’ufficio e ho ricevuto tanti complimenti per il coraggio che ho dimostrato nel prendere questa decisione. Ho risposto che il loro coraggio di restare ancora in quell’ambiente era notevolmente superiore al mio! Devo dire che sono stata aiutata in questo percorso da una forza sconosciuta che volente o nolente mi ha trascinato verso un’unica direzione; tutte le richieste che proponevo all’Azienda e che mi avrebbero agevolato nella mia posizione lavorativa (part-time, eventuali trasferimenti…) trovavano sempre uno schieramento di opposizione che mi stava portando ad un forte e sempre più incontenibile stress. Al lavoro non avevo più soddisfazione professionale e stavo subendo un velato attacco di mobbing. Nonostante avessi consapevolizzato ciò, continuavo a pormi nel migliore dei modi cercando altre soluzioni o scappatoie a quella che era sempre più chiaramente l’unica via da intraprendere. La mia indole è forte e collaborativa ma la mia testardaggine è notevolmente superiore. Ad ogni modo, sapevo che le mie paure richiedevano tempo per essere metabolizzate e le decisioni da prendere in questi casi ancor di più!».

«Da tempo ormai avevo maturato il desiderio di andare via da quell’ambiente per me malsano ma non osavo farlo a meno che non fosse accaduto qualcosa. Quel qualcosa accadde! Il tempo a disposizione però non era molto: era in corso una ristrutturazione aziendale. In vista di questo, l’Azienda stava proponendo un incentivo all’esodo a chi ne avesse fatto richiesta. Dovevo trovare la forza di agire al meglio, con mente lucida. Mai uno sforzo è stato più grande, neanche quando ho partorito mio figlio! Dare alla luce me stessa è stato ancora più impegnativo. Un ciclo era concluso e la via per altre esperienze si apriva chiaramente davanti a me; era giunto il tempo che io prendessi in mano la responsabilità della mia vita e così è stato! Ora sto percorrendo quel sentiero che non so dove mi porterà ma è luminoso e mi fa stare bene! Questo è ciò che conta! Ognuno di noi ha tutto ciò che serve per farcela, dobbiamo solo credere di più nella nostra forza interiore e continuare a sognare, sognare; perché i sogni che vengono dal cuore possono veramente realizzarsi!».

 

Fonte: ilcambiamento.it

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Amburgo, via le automobili nel giro di 20 anni

Si chiama Grünes Netz ed è un progetto di riorganizzazione della città che prevede l’unione di vie pedonali e piste ciclabili. Obiettivo ambizioso quello di eliminare del tutto le automobili.cover_amburgo

Distano 330 km ma oggi sembrano essere più vicine di ieri. Amburgo mira al modello Copenaghen per rafforzarsi come città verde e sempre più a misura d’uomo. Circa il 40% della superficie di Amburgo, la seconda città più grande della Germania, è costituito infatti da aree verdi, cimiteri, impianti sportivi, giardini, parchi e piazze. Per la prima volta in assoluto, la città ha deciso di unire insieme via pedonali e piste ciclabili, attraverso il progetto Grünes Netz (in tedesco),Green Network Plan (in inglese), che mira a eliminare, nel corso dei prossimi 20 anni, la necessità di prendere le automobili per spostarsi in città. Secondo la portavoce della metropoli, Angelika Fritsch, il progetto contribuirà a trasformare Amburgo in un sistema integrato unico nel suo genere: «Altre città, tra cui Londra, hanno anelli verdi, ma la nostra rete sarà unica nel suo genere, perché ricoprirà una superficie che si estende dalla periferia al centro della città. In 15 o 20 anni sarete in grado di esplorare tutta Amburgo esclusivamente in bicicletta e a piedi». Non solo, l’intera area comprenderà anche gli habitat degli animali, evitando così incidenti stradali in caso di un loro attraversamento della città. Oltre ad una pedonalizzazione estesa, c’è un altro obiettivo in questo progetto, non secondario al primo. L’intera area sarà un polmone verde in grado di assorbire le emissioni di anidride carbonica, contribuendo a prevenire le inondazioni nel caso di forti ed inevitabili tempeste. Il cambiamento climatico infatti lascia poca scelta alla città di Amburgo, la quale sorge sulle rive del fiume Elba ed è attraversata da una fitta rete di canali: secondo Insa Meinke, Direttore del North German Climate Bureau all’Institut für Küstenforschung, «oggi la temperatura media annuale è di nove gradi Celsius, 1,2 gradi in più di quanto non fosse 60 anni fa. Quando abbiamo un inverno freddo ci sono sempre persone che dicono, “quindi dov’è il tuo cambiamento climatico ora?”. Ma gli inverni freddi sono semplicemente fluttuazioni. Rispetto a 60 anni fa, il livello del mare qui si è innalzato di 20 centimetri. Essendo una grande città, Amburgo è veramente a rischio. Le mareggiate potrebbero far salire il livello di altri 30-110 centimetri entro il 2100».
Oltre agli effetti naturali, ci sono anche quelli economici. Sven Schulze, analista presso l’Institute of International Economics di Amburgo, osserva che la rete verde potrebbe portare occupazione, perché «attira sicuramente investitori». Anche se, fa notare Jens Kerstan, leader del Partito dei Verdi nel Parlamento della città di Amburgo, «dal disastro di Fukushima, l’attenzione in Germania è focalizzata sul nucleare, anziché sul cambiamento climatico».
Il progetto è formato da un gruppo di lavoro di 30 unità, aiutati dal personale dei singoli sette distretti in cui è divisa la città. La rete verde coprirà circa 7.000 ettari ed offrirà l’opportunità di vivere modernamente Amburgo, facendo escursioni e picnic, praticando sport acquatici, osservando la flora e la fauna. Con questa rete, Amburgo seguirà un trend, forse meglio esemplificato da Copenhagen, delle città costruite su piste ciclabili, al fine di collegare le zone periferiche al centro città. E, soprattutto, il piano renderà inutile l’automobile – attualmente l’unica opzione di trasporto per andare da una parte all’altra della città –  a favore di un pendolarismo sostenibile.das-gruene-netz

Fonte: ilcambiamento.it

Sblocca Italia: approvata la VIA per la TAP il gasdotto che ammazzerà le spiagge del Salento

Nelle linee guida dello Sblocca Italia che a Settembre sarà trasformato in decreto una pioggia di miliardi per le opere pubbliche tra cui la TAP Trans-Adriatic Pipeline che porterà il gas dall’Azerbaigian in Europa attraverso il Salento.

In origine era il Nabucco progetto poi abbandonato per i rapporti altalenanti con la Turchia. E’ arrivata poi la TAP la Trans-Adriatic Pipeline che porterà il gas in Europa dall’Azerbaigian, sfuggendo così ai ricatti di Putin ora in guerra con l’Ucraina. No, non è geopolitica (magari lo fosse!) siamo ai conti della serva e per fare ciò, chi si becca lo scomodo? L’Italia, ovviamente, anzi, la Puglia che ci rimette una delle sue coste più belle: il Salento con le spiagge di Lecce. Parliamo di 10 miliardi cubi di gas naturale all’anno (benedetto dall’Europa) che il Vecchio Continente riceverà prima del 2020: capite quanto sia eccitante tutto ciò? A beneficiarne i soliti noti del ristretto club dei petrolieri. Snam Rete Gas gestisce l’approdo in Italia del Gasdotto TAP con pochi brillanti risultati tra cui per le proteste dei cittadini di San Foca. A quel punto i manager hanno pensato di spostare la rete a Brindisi (dove c’è pure un bel polo petrolchimico). Ma il Ministero dell’Ambiente non ha negato la VIA, giunta poche ore fa e per cui Mario Potì sindaco di Meledungo, una delle spiagge che saranno devastate dall’impianto in Italia, dice:

Sono amareggiato e deluso. Sembra che i valori ambientali non contino nulla di fronte alla necessità di realizzare un’opera ritenuta strategica. Questo esito rappresenta una sconfitta per la politica. Porteremo avanti la nostra lotta, se necessario anche per vie legali, e manifesteremo il nostro dissenso. Nel procedimento per il rilascio dell’autorizzazione, ai sensi dell’articolo 52 quinques del Testo unico sulle espropriazioni, l’atto conclusivo deve essere adottato d’intesa con le regioni interessate, a questo punto la Regione deve dirci cosa intende fare. Sinceramente Vendola mi ha deluso e non so cosa farà, sarebbe però interessante sentire su questa questione anche l’opinione dei candidati alle primarie per la presidenza della RegioneTap-620x350

Fino allo scorso luglio, la Snam era arrivata di tutto punto in Salento con un bel pacco di soldi per sostenere eventi e sagre locali a cui i pugliesi hanno detto no. Ma i petrodollari dell’Azerbaigian non sono proprio trasparenti come ci diceva già nel 2011Osservatorio Balcani e Caucaso:

Storicamente, solo i Paesi con sistemi efficienti, responsabili e democratici sono riusciti a tradurre la propria ricchezza petrolifera in ricchezza e benessere per la collettività, come mostrato dall’esperienza paradigmatica della Norvegia. Se si incamerano grandi introiti senza avere sistemi di governo trasparenti, d’altro canto, il risultato probabile è un aumento della corruzione, un rafforzamento delle autocrazie oligarchiche e, nel lungo termine, un risentimento sociale che può sfociare in manifestazioni violente. Nonostante eccezioni significative, le industrie estrattive tendono a produrre una ricchezza che ingrassa le tasche di pochi senza creare abbastanza lavoro per avere ricadute positive reali sulla società.

Noi ovviamente ci andiamo a braccetto e ci facciamo affari. In ogni caso le proteste dei cittadini salentini si sono fatte sentire anche se ignorate dal mainstream nazionale e affiancate dal Movimento 5 Stelle e dalle associazioni ambientaliste.

Il Movimento 5 Stelle Ostuni ha approntato un decalogo sul perché la TAP non sia utile né alla Puglia, né all’Italia:

  1. Il gasdotto TAP è totalmente INUTILE. In Italia le centrali turbogas sono tutte in rosso, e la capacità elettrica installata è già adesso doppia rispetto alla domanda, sia a livello nazionale che pugliese.
  2. Il gasdotto TAP è DANNOSO per l’economia del territorio, per la pesca, l’agricoltura e il turismo. L’impianto di compressione nell’interno è una ptenziale bomba ecologica in attesa di esplodere.
  3. Il gasdotto TAP non fa abbassare il PREZZO dell’elettricità perchè il prezzo degli idrocarburi è volatile. Solo le rinnovabili garantiscono un abbassamento del prezzo dell’elettricità a breve, medio e lungo termine.
  4. Il gasdotto TAP è ILLEGALE perchè i cittadini non sono stati coinvolti nel processo autorizzativo come prescrive la convenzione di Aarhus recepita dall’Italia con L. 108 del 2001 e con il regolamento CE 1367/2006 e direttive 2003/4 e 2003/35
  5. Il gasdotto TAP è totalmente indipendente dalla esecuzione delle BONIFICHE che sono dovute a prescindere dall’esecuzione di nuove opere, in applicazione del principio ” chi inquina paga ” prescritto dalla direttiva 2004/35
  6. Il gasdotto TAP non è affatto collegato con la riconversione a gas di centrali a CARBONE, si tratta di due processi separati e indipendenti.
  7. Il gasdotto TAP serve a portare il gas in EUROPA non in Italia. In questo senso ammasso che sia necessario, il suo percorso va rinegoziato con l’Europa; e le autorizzazioni italiane vanno sospese.
  8. Il gasdotto TAP non è ETICO perchè serve a commercializzare gas dall’Azerbajian, un Paese che è sulla black list di Amnesty international per continue violazioni dei diritti umani, con migliaio di prigionieri politici e una dittatura dinastica della famigerata famiglia Aliyev.
  9. Il gasdotto TAP non porta nessun benessere sul territorio ma ARRICCHISCE soltanto chi lo costruisce, e le partecipazioni italiane nel consorzio di costruzione legittimano il sospetto che ci sono interessi opachi anche a livello locale.
  10. Il gasdotto TAP DEVASTA i fondali marini distruggendo la biodiversità e le possibilità di riproduzione delle specie necessarie alla catena alimentari.

 

Foto | Conosci TAP

Fonte: ecoblog.it

Ambiente Protetto, il decreto autorizza gli impianti a biogas con VIA postuma

#Ambiente protetto è il decreto legge è in vigore da oggi e tra le misure anche l’approvazione della VIA postuma agli impianti a biogas

#Ambienteproptetto è il decreto entrato in vigore oggi dopo essere stato cambiato in corso d’opera innumerevoli volte. Alla fine in questo provvedimento, al solito, ci si è infilato un po’ di tutto incluso le autorizzazioni postume alle VIA, ossia le Valutazioni di impatto ambientale, per gli impianti a biogas.

Il ministro Galletti ha così commentato:

Con questo pacchetto di misure vogliamo rendere più efficiente l’intero sistema ambientale, su cui è fondamentale investire per il rilancio del Paese. Lo facciamo con norme che servono a fermare gli scempi compiuti sul territorio nazionale alle spalle dei cittadini e con misure immediatamente operative per difendere il nostro ecosistema, risparmiare soldi e velocizzare le procedure senza recedere di un millimetro sulla tutela dell’Ambiente. Bisogna ‘correre’ verso un’Italia più sicura e sostenibile sotto il profilo ambientale: questo decreto fornisce gli strumenti giusti.

Il fatto è che nell’insieme di tutti i provvedimenti si autorizzano anche gli impianti a biogas che non sembrano essere impianti ecologici e sostenibili: spesso sono impianti da 999 kW che non producono energia sufficiente, bruciano tanto e incassano moltissimi incentivi.Germany Invests In Renewable Energy Sources

Giovanni Favia ex pentastellato e ora con Laboratorio Bologna, consigliere regionale in Emilia Romagna è intervenuto pesantemente in polemica con il CIB– Consorzio italiano biogas- a proposito dell’eccesso di aflatossine riscontrate nel parmigiano Reggiano, fatto che ha dato vita a un inchiesta condotta dai NAS di Parma e al sequestro di 2440 forme di formaggio.

Sostanzialmente, ricostruisce Favia, il formaggio simbolo del Made in Italy risulta contaminato da aflatossine a causa del latte proveniente da mucche alimentate con foraggi raccolti in terreni su cui era stata applicata la cura del digestato. Il digestato è un materiale derivato dalla digestione di sostanze organiche. Cosa è successo dunque? Come scrive sgonfia il biogas:

Tutto deriva dall’operazione di commercializzazione del mais contaminato da aflatossine attuata nel 2012 grazie all”interessamento’ molto irrituale dagli assessori all’agricoltura di Lombardia, Veneto, ed Emilia-Romagna. L’operazione che ha portato il mais contaminato dai magazzini ai biodigestori è stata probabilmente un passo falso senza basi legali. In ogni caso ha rappresentato un palese caso di ‘smaltimento’ di alimenti contaminati – che avrebbero dovuto uscire dal circuito alimentare – nelle centrali a biogas. D’ora in avanti comitati, cittadini, comuni sanno che le biogas sono un potenziale canale di smaltimento di ‘porcherie’. Ci si dovrebbe chiedere che cosa è stato poi dei digestati delle centrali che hanno utilizzato il mais contaminato. Per quanto i biogassisti sostengano che durante la digestione anaerobica le aflatossine sono degradate, essi (e i loro accoliti) omettono di ricordare che questa degradazione è solo parziale e che nel digestato le aflatossine ci sono ancora, eccome.

Giovanni Favia dunque è intervenuto beccandosi la minaccia di querela da parte del CIB. Nelle Marche con questo decreto hanno ottenuto la VIA, la Valutazione di impatto ambientale, che si presenta prima della costruzione di un impianto e non si ottiene dopo che lo stesso sia entrato in esercizio, circa 40 impianti a biogas. A evidenziare la situazione Patrizia Terzoni (M5S) che in una lettera inviata alla stampa scrive:

Da parlamentare marchigiana, conoscendo la situazione alquanto burrascosa che va avanti da tantissimo tempo sul mio territorio, ho fatto una risoluzione in Commissione Ambiente a carattere Nazionale, partendo appunto dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato la Legge regionale n.3 della Regione Marche. Nella nostra risoluzione chiedevamo l’applicazione dell’articolo 120 della costituzione proprio per i problemi che tempo fa avevamo intravisto sulla mal applicazione della VIA (valutazione di impatto ambientale) di alcune Regioni. E con gli ultimi fatti successi nelle Marche viene confermata il nostro dubbio e la necessita di un intervento del Governo. Questa risoluzione ha avuto un percorso particolare in quanto è da ottobre che è iniziata la discussione, con continui pareri contrari del Governo e quindi rimandiamo sempre la votazione finale. Ma la cosa buffa è la risposta del Governo, che non dice che è sbagliata, ma che è“>complicata l’applicazione dell’articolo 120 quindi il parere è contrario.

La scappatoia dunque è stata trovata.

Fonte:  Pontiniaecologiasgonfia il biogas

© Foto Getty Images –

Le ceneri del carbone di Civitavecchia nel cemento di Bassano Romano

Il cementificio di Bassano Romano accoglierà le ceneri della combustione del carbone provenienti dalla centrale Enel di Civitavecchia. Esse saranno usate al posto della sabbia per creare materiali edili cementizi. Le relazioni tecniche affermano che non ci sono rischi di alcun tipo per la salute e l’ambiente, ma persistono vari dubbi.cemento_tossico

Il cementificio di Bassano Romano potrebbe diventare un ricettacolo di ceneri e rifiuti tossici, provenienti da Roma e provincia.  Ceneri di carbone al posto della sabbia per fare il cemento. Rifiuti dichiarati ufficialmente non pericolosi, ma sui quali sono in molti a nutrire sospetti, che diventeranno materiale edile e finiranno nelle mura di scuole, abitazioni, uffici. Siamo a Bassano Romano, piccolo comune a metà strada fra il lago di Vico e quello di Bracciano. Il cementificio locale, di proprietà della Tuscia Prefabbricati srl, produce da anni materiali edili impastando la sabbia con pasta cementizia, come da buona tradizione. Qualcosa però sta per cambiare. Lo stabilimento ha infatti dato il via ad un progetto che gli consentirà di installare al proprio interno un impianto di recupero rifiuti per la produzione di conglomerati cementizi. Potrà così accogliere 150 tonnellate di ceneri al giorno provenienti dalla centrale Enel di Civitavecchia e di utilizzarle come materiale per la cementificazione. In pratica produrrà blocchi di cemento e mattoni contenenti le ceneri – pesanti e leggere – di combustione del carbone al posto della sabbia comunemente usata. Due problemi risolti in un colpo solo: per il cementificio vengono abbattuti i costi per le materie prime, visto che la sabbia ha un costo mentre le ceneri non lo hanno; per la centrale a carbone dell’Enel di Civitavecchia – già al centro di contestazioni per via delle emissioni inquinanti – si risolve l’annoso problema dello smaltimento dei rifiuti. Ogni giorno, per 250 giorni l’anno, 150 tonnellate di ceneri verranno caricate su almeno cinque camion che da Civitavecchia scenderanno lungo la costa fino a Furbara, per poi far rotta verso l’interno e, passando per Manziana e Oriolo Romano, giungere infine a Bassano. Tutti contenti dunque, al punto che la regione ha dato il proprio benestare senza neppure richiedere la classica valutazione di impatto ambientale (v.i.a.). In una relazione istruttoria ad opera del “Dipartimento Istituzionale e Territorio” pubblicata sul sito della Regione Lazio si accoglie la richiesta “assoggettabilità a v.i.a.” presentata dalla Tuscia Prefabbricati srl, fidandosi di uno studio preliminare ambientale e di una relazione tecnica presentati dalla società, che garantisce che non ci sono rischi per l’ambiente e che i rifiuti trattati sono di tipo “non pericoloso”. Dov’è il problema dunque? Perché angosciarsi? In realtà i problemi sono più d’uno. Partiamo dalle ceneri. In più punti della relazione istruttoria pubblicata dalla regione si assicura che le ceneri el carbone rientrano nella categoria dei rifiuti non pericolosi. Ma sulla questione i pareri tecnici sono perlomeno discordanti. Le ceneri da carbone sono identificate dal codice CER 100102 e classificate come rifiuto speciale non pericoloso in base al Decreto Ronchi che riporta in allegato il Catalogo Europeo dei Rifiuti. Inoltre il Decreto Ministeriale 05/02/98 indica la produzione di calcestruzzi e di manufatti prefabbricati in calcestruzzo fra i settori produttivi di riutilizzo delle ceneri. Alcuni studi però sembrano dimostrare che tali ceneri proprio innocue non siano. Il carbone infatti contiene sostanze molto nocive per l’uomo come l’arsenico, il mercurio, il selenio, e persino elementi radioattivi come l’uranio, il torio e i prodotti del loro decadimento, radio e radon. Secondo uno studio di qualche anno fa pubblicato dalla rivista Scientific American le ceneri rilasciate dalle centrali a carbone sarebbero persino più radioattive di quelle delle centrali nucleari:

“I rifiuti prodotti da impianti di carbone sono in realtà più radioattivi di quelli generati dai loro omologhi nucleari. Infatti le ceneri volatili emesse da una centrale elettrica – come conseguenza della combustione del carbone per produrre l’energia elettrica – generano nell’ambiente circostante radiazioni 100 volte superiori rispetto ad una centrale nucleare che produca la stessa quantità di energia. […] Quando il carbone è bruciato in ceneri volanti, uranio e torio sono concentrati fino a 10 volte i loro livelli originali”. Ma non sono solo le ceneri di carbone a preoccupare i bassanesi. All’interno della tabella in cui vengono riportati i tipi di rifiuti che verranno gestiti dall’impianto ci sono altre voci oltre a quelle relative alle ceneri di carbone pesanti e leggere. Si tratta di materiali dei quali non viene preventivamente indicato un quantitativo giornaliero e che, secondo la nota, verranno “utilizzati in sostituzione o in mix con il codice CER 100101 [le ceneri pesanti ndr] in modo tale da non modificare i quantitativi di rifiuti non pericolosi gestiti (150 t/die)”. Fra questi rifiuti compare anche il codice CER 190111, che sul rapporto – forse per motivi di sintesi – compare con la dicitura “ceneri pesanti e scorie”, ma che secondo la classificazione europea indica “ceneri pesanti e scorie contenenti sostanze pericolose”. Insomma, fra le righe sembra si voglia far intendere che nel cemento, di tanto in tanto, potrebbero finirci anche sostanze ufficialmente nocive. Il cementificio di Bassano Romano potrebbe così diventare un ricettacolo di ceneri e rifiuti tossici, provenienti da Roma e provincia. Che rischiano di contaminare le aree circostanti e inquinare il materiale prodotto, rendendolo potenzialmente nocivo. E il cemento, si sa, non è eterno e tende a degradarsi nell’arco di qualche decennio. Cosa accadrà in seguito alle sostanze utilizzate al suo interno? La storia di Bassano è comune a molti piccoli centri limitrofi alla capitale, che pagano dazio per la vicinanza con un mostro urbano capace di divorare ogni giorno enormi quantità di energia e di produrre quantitativi di rifiuti che non riesce in alcun modo a smaltire. Che dunque succhia energia dalle zone circostanti e vi getta i propri scarti. La sorte di Bassano Romano è la stessa di Cerveteri, dove è in costruzione una centrale a biogas, o di Albano, da tempo in lotta contro la costruzione di un inceneritore. Le amministrazioni locali non hanno generalmente la forza politica per opporsi a tali progetti, spinti dai colossi nazionali dell’energia e dei rifiuti, appoggiati dalla classe politica. Spesso sono costrette a piegare il capo e assistere al progressivo degrado del proprio territorio. Al tempo stesso sono sempre più numerosi i gruppi e comitati di cittadini che si oppongono a questo genere di opere, dai vari comitati “No inceneritori”, alle reti “No Coke”. Tutti in lotta per non vedere il proprio futuro, letteralmente, andare in cenere.

Fonte: il cambiamento

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Valutazioni di Impatto Ambientale?VIA libera all’egualitarismo dei veleni

 

“Più l’ambiente è sano ed incontaminato, più è vocato ad accogliere le peggiori nefandezze!”. Andrea Marciani spiega in questo articolo la logica che porta ad una sorta di ‘egualitarismo’ del degrado, una distribuzione “democratica” dei veleni su tutto il territorio nazionale.

 

 

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La scienza ambientale ha fatto grandi progressi ed il suo studio appassiona un numero sempre crescente di studenti. A questo incremento di capacità ed interesse non corrisponde però un effettivo miglioramento delle condizioni ambientali del pianeta. Al contrario stiamo assistendo a devastazioni che solo pochi anni fa sarebbero state impensabili: basti per tutte l’esempio dell’estrazione delle sabbie bituminose in Alberta , nel civilissimo Canada, dove un tratto di foresta primaria grande quanto il Belgio è stato raschiato via dai bulldozer e l’intero sistema fluviale del Canada sud-occidentale inquinato dagli idrocarburi liberati nell’estrazione. Perché l’affinamento delle tecniche di indagine e monitoraggio sulla salute degli ecosistemi ed il vasto esercito di laureati consacrati a questi studi, non producono un’effettiva protezione degli ecosistemi? La risposta è evidente: il potere del profitto. In un mondo in cui il sistema finanziario sta smantellando gli Stati nazionali e le democrazie parlamentari, il denaro esercita un potere incontrastabile, non ci sono comunità locali in grado di resistere a lungo, né studi scientifici abbastanza ponderosi da sconfiggere, con il semplice buon senso, la bulimia distruttiva del neo capitalismo. Ma allora tutti questi laureati che fine fanno, in quali settori esercitano la loro professione quelli che non riescono a trovare posto nei dottorati di ricerca o nell’insegnamento ? Semplice, finiscono a lavorare per il ‘nemico’. Già, perché questa diffusa sensibilità ambientale una traccia l’ha lasciata nelle normative nazionali, ed in Italia come in Europa si è concretizzata nelle Procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), che ormai ogni progetto di grande rilevanza deve affrontare per ottenere le autorizzazioni amministrative.

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Purtroppo, come recita l’adagio, “fatta la legge, trovato l’inganno” e, vista la complessità della materia, gli speculatori del saccheggio delle risorse naturali, hanno avuto bisogno di arruolare laureati proprio in quel settore nato per proteggere l’ambiente naturale. Nasce così una nuova disciplina ambientale che ha, come scopo principale, di stabilire quanto, dell’ambiente naturale, si può sacrificare alle attività industriali. Una sorta di disciplina scientifica ‘inversa’, dedita cioè al raggiungimento di finalità opposte a quelle per la quale era stata ideata. Principali esponenti di questa nuova disciplina sono gli odierni ministri ed assessori dell’Ambiente, che, in ogni grado delle istituzioni, svolgono un ruolo opposto a quello che, nell’immaginario collettivo, la qualifica attribuisce loro: di difensori, cioè, dell’ambiente naturale. Se analoga inversione fosse applicata agli altri assessorati, potremmo avere un assessore all’Industria che si occupa di demolire capannoni industriali in attività, per sostituirli con parchi pubblici ed uno alla Sanità che sancisce quanti cittadini possono essere deliberatamente infettati col virus dell’Aids senza nuocere troppo alla salute pubblica. Nel corso di una campagna di opposizione ad un progetto di miniera di antimonio particolarmente devastante, ho conosciuto una giovane laureata in scienze ambientali che si era occupata della stesura dello studio di impatto ambientale per la ditta proponente. Dai suoi documenti e dalla sua esposizione, ho appreso di alcune tecniche interessanti che regolano questa nuova disciplina “inversa” e che sono utili per sostanziarne la sua ‘intrinseca perversione’.

Il primo fattore che viene esaminato, nell’approccio alla stima di un impatto ambientale, è “lo stato di salute” dell’ambiente in cui si vuole intervenire. Si attribuisce a questo, una valutazione su di una scala che va da I a VI , dove VI rappresenta un ambiente vergine, raro ed incontaminato, mentre I quello più degradato e corrotto, poi si calcola l’impatto dell’opera su di una scala di valori che va da 1 a 5, dove 1 sta per impatto lieve (L) e reversibile in breve tempo (RBT) e 5 sta per un impatto molto rilevante (MR) ed irreversibile (IRR) infine si incrociano le due scale su di una tabella come quella qui allegata:

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In bianco le situazioni in cui l’impianto non si può fare, in verde dove si può fare senza problemi ed in giallo quelle situazioni in cui, con qualche integrazione documentale e qualche prescrizione da parte della commissione esaminatrice di VIA (utile ai sui membri per sfuggire a future sanzioni, una volta accertati i danni irreversibili causati) l’impianto si può comunque fare. Come si evince facilmente, più l’ambiente è sano ed incontaminato, più è vocato ad accogliere le peggiori nefandezze! Ad un cittadino ingenuo e sprovveduto, questa metodologia potrebbe apparire demenziale, ma l’istituzione di questa prassi risponde ad una logica precisa e pone le basi per la definitiva sconfitta dell’ambientalismo. Si realizza così, infatti, una sorta di “egualitarismo” del degrado, una distribuzione “democratica” dei veleni su tutto il territorio nazionale, che avrà come principale conseguenza l’impossibilità di realizzare studi clinici comparativi tra campioni diversi di popolazione, per stabilire la diversa incidenza tumorale. E dato che il ricorso a test comparativi rappresenta l’unica possibilità che la scienza medica ha, oggigiorno, per dimostrare la correlazione tra un certo inquinante ed una certa patologia degenerativa, gli industriali ed una certa classe politica a questi asservita, avrebbero così conseguito una sostanziale licenza di uccidere. A noi cittadini comuni, mentre vediamo sfumare ormai la speranza di una più equa ripartizione delle ricchezze e delle risorse, baluginata dalle dottrine economiche sociali del secolo scorso, ma trascinata via dalla crisi attuale, pare non resti altro da fare che condividere la sorte dei nostri fratelli di Taranto, di Bagnoli o di porto Marghera, in un cupo egualitarismo che attribuisce a tutti eguale diritto a partorire figli deformi od a morire ancora giovani di leucemia. A meno naturalmente di un improvviso ed inderogabile risveglio collettivo.

Fonte: il cambiamento