Ricercatori morti alla Facoltà di farmacia a Catania, il film va a Venezia

In memoria di Emanuele Patané sarà presentato a Venezia 70 fuori concorso per la regia di Costanza Quatriglio il film Con il Fiato sospeso che in 35 minuti racconta dei veleni inalati alla facoltà di farmacia di Catania da parte dei ricercatorifiato-sospeso1-620x350

La storia di Emanuele Patané, dottorando alla Facoltà di farmacia all’Università di Catania che muore per cancro a 29 dopo aver inalato a lungo miasmi del laboratorio di ricerca, vera e propria discarica di veleni tossici, diventa un film. Sarà Michele Riondino a dare voce a Emanuele Patanè nella pellicola Con il fiato sospeso diretto da Costanza Quatriglio e presentato al Venezia Film Festival 2013.

Emanuele Patané era ricercatore della Facoltà di Farmacia di Catania e nel suo memoriale raccontò come i veleni che aveva inalato durante i suoi anni di studio lo avessero fatto ammalare di cancro ai polmoni. Emanuele è morto all’età di 29 anni nel 2003 e con lui hanno perso la vita altre 15 persone, fatto per cui è in atto un processo presso il Tribunale di Catania. Il progetto della Quatriglio dunque sarà presentato a Venezia 70 dall’Istituto Luce il prossimo 31 agosto e come viene spiegato sulla pagina Fb dedicata al film:

Tutti coloro che hanno partecipato al film, lo hanno fatto prima di tutto per dare voce a questa storia. Questa storia difficile da contenere in una definizione, una storia di università, di giovani ricercatori, di inadeguato trattamento di sostanze tossiche, di professori che dicono che tutto va bene e di ragazzi che muoiono di cancro. Grazie ad Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Anna Balestrieri e i Black Eyed Dog, Gaetano Aronica, Paolo Buonvino, Sabrina Varani, Luca Gasparini, Letizia Caudullo, Andrea Campajola, Beatrice Scarpato, Francesca Vecchi, Roberta Vecchi, Daniela Tartari, Gianluca Scarlata, Edgar Iacolenna, In House, Laura Muccino, Gianmaria Sortino, Christian Bonatesta, Paolo Sperandeo, Ines Vasiljevic, l’Istituto Luce Cinecittà che per primo se ne è innamorato e l’ha voluto in distribuzione e la casa di produzione Jolefilm che si è unita a noi in questi giorni.

Fonte:  Catania Today

 

Venezia, nave da crociera sfiora San Marco. Ed è subito polemica

Un colosso da 102mila tonnellate e 272 metri di lunghezza sfiora riva Sette Martiri e nel capoluogo veneto infuria la polemica Teorema-Venezia-Cinemambiente-2013-586x392

Erano le 11 e 15 di questa mattina quando i turisti che hanno preso d’assalto Venezia nell’ultimo week end di luglio hanno visto avvicinarsi la Carnival Sunshine delle Carnival Cruise Lines, una nave da crociera da 102mila tonnellate di stazza, 272 metri di lunghezza, 35 di larghezza d 62 di altezza. Non che sia una novità, ma la novità è stata quanto la nave si sia avvicinata alla riva Sette Martiri. L’assessore all’Ambiente del Comune di Venezia Gianfranco Bettin e alcuni testimoni sostengono che l’imbarcazione si sia avvicinata troppo, per la Capitaneria di Porto e la compagnia Carnival, invece è stato tutto regolare. I primi sostengono che sia passata a 20 metri dalla riva, gli altri dicono che la rotta ha rispettato i limiti transitando a 72 metri. Chi vive a Venezia, ormai, ci ha fatto l’abitudine. In prossimità del Canale della Giudecca tocca mettere la gommina ai quadri perché non saltino fuori dai chiodi quando passano i colossi del mare. Del mare, appunto. Non della laguna. Sul caso della nave da crociera che ha sfiorato San Marco è intervenuto anche il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando che ha sottolineato come l’episodio confermi

la presenza di un alto rischio che stiamo affrontando. Stiamo approntando soluzioni strutturali ma che, come ho sottolineato, nell’ultimo incontro che si è svolto nei giorni scorsi presso il Ministero dei trasporti e delle infrastrutture, si devono incrociare con interventi di riduzione del rischio per il periodo transitorio.

Ma non c’erano i binari? La manovra azzardata o del tutto errata compiuta dalla Carnival Sunshine dimostra quanto siano inconsistenti le strampalate teorie del presidente dell’Autorità Portuale, Paolo Costa, e del presidente della Venezia Terminal Passeggeri, Sandro Trevisanato, sull’impossibilità di un incidente e in particolare della perdita di rotta di una nave da crociera in Bacino San Marco,

ha dichiarato Silvio Testa, il portavoce del Comitato No Grandi Navi-Laguna Bene Comune. Nonostante le polemiche e le proteste, le compagnie di navigazione diabolicamente perseverano. Il disastro del Costa Concordia non ha insegnato niente. Venezia è una meta turistica da proteggere e simili rischi sono inconcepibili se rapportati agli scarsi benefici che può dare ai turisti e alla città il passaggio dei colossi all’interno della città.

Fonte :  Corriere del Veneto

Grandi navi via dalla Laguna: la promessa dei Ministeri a Venezia

Riunione a Roma tra il ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, e il governatore del Veneto, Luca Zaia per trovare il modo di allontanare le grandi navi dal canale di San Marco. “Soluzione definitiva entro la fine di ottobre”. Gli ambientalisti: “Navi fuori dalla laguna senza vie di mezzo”375791

“Entro la fine di ottobre ci sarà, da parte del governo e quindi del ministero dell’Ambiente e delle Infrastrutture, l’assunzione decisiva di una soluzione finale sul passaggio delle grandi navi a Venezia facendo diventare realtà il decreto Passera-Clini che fino a oggi era solo sulla carta”. Lo ha detto il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Maurizio Lupi, al termine di una riunione a Roma con il ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, il sindaco di Venezia,Giorgio Orsoni, e il governatore del Veneto, Luca Zaia. Durante l’incontro sono stati presentati dei progetti di percorso alternativi al passaggio delle grandi navi nella Laguna di Venezia. “Quello che a noi importa come governo – ha aggiunto Lupi – è dare un segnale fortissimo che si vogliono prendere le decisioni e fare le cose e il decreto legge prevede che le grandi navi non passino più dal canale di San Marco“. Oggi, ha spiegato Lupi, “abbiamo individuato un percorso certo che vede nel magistrato delle acque e nell’autorità marittima la possibilità di valutare tutti i progetti alternativi al passaggio delle grandi navi in laguna, sottoposti all’attenzione dei due ministri, entro la metà di settembre. Ci sarà poi la convocazione del comitatone anche per coinvolgere tutta la realtà territoriale di Venezia ed entro la fine di ottobre ci sarà la decisone finale”. In attesa della decisione ultima, il ministro Orlando ha assicurato che sono state già assunte alcune misure di sicurezza a riduzione del rischio. “Si è andati avanti con un percorso che era stato disegnato in modo serio. Ci auguriamo che questo porti alla soluzione migliore nei tempi più rapidi possibili” ha commentato il sindaco di Venezia Orsoni aggiungendo che il ministro Orlando ha espresso l’intenzione, se non si dovesse arrivare a una decisione, di assumere un provvedimento il linea con il decreto Clini-Passera sul divieto di transito delle grandi navi a Venezia.

Il commento degli ambientalisti: parla Ambiente Venezia

“L’associazione AmbienteVenezia da sempre promuove e sostiene quelle attività di governo del territorio coerenti con gli obiettivi di tutela e salvaguardia dell’integrità fisica dell’ambiente lagunare contrastando ogni scelta, opera, progetti o interventi ritenuti non compatibili e discordanti con tale finalità. Dopo le tragedie dell’isola del Giglio e di Genova le grandi navi crociera a Venezia sono diventate ormai questione di rilevanza nazionale ed internazionale. Le grandi navi crociera per le loro abnormi dimensioni in termini di stazza, dislocamento e pescaggio relazionati alle sezioni dei canali lagunari di percorrenza, sono incompatibili con il delicato equilibrio lagunare. Oggi siamo in presenza di una serie di proposte progettuali con vari gradi di approfondimento che prefigurano un transito alternativo a quello che attualmente il traffico crocieristico di oltre 40.000 tonn. di stazza attraversa il bacino S. Marco ed il canale della Giudecca , transito che dovrebbe essere vietato dal decreto interministeriale Clini-Passera del marzo 2012.  Riteniamo che tutte le ipotesi presentate vadano da subito selezionate rispetto ad un principio dirimente: il percorso è dentro o fuori della laguna: ferma contrarietà verso tutte quelle ipotesi volte a mantenere il transito all’interno della laguna (salvo un contingentato periodo provvisorio in attesa della avvenuta realizzazione del terminal crocieristico fuori della laguna ). Allo stato attuale l’unica proposta meritevole di attenzione e che meglio interpreta l’obiettivo da sempre sostenuto di estromettere il traffico delle grandi navi crociera dalla laguna è quella che configura un nuovo terminal crocieristico nella bocca di porto del Lido.

Fonte: eco dalle città

 

No Grandi Navi a Venezia, Davide contro Golia nel Canale della Giudecca

Dopo le proteste alla Stazione Marittima, alcune decine di piccole imbarcazioni hanno impedito il passaggio dei transatlantici da crociera nel Canale della Giudecca170227022-586x372

La metafora dell’elefante nel negozio di porcellane ha trovato, da qualche tempo, il suo contraltare marittimo nelle navi da crociera nel Canale della Giudecca. Il grosso problema è che quest’ultima non è stata, in tempi recenti, una metafora, ma un’assurda verità. Quella dei mastodonti da crociera i quali – non paghi di quanto avvenuto all’Isola del Giglio – perpetuano il turismo guarda e fuggi che piace tanto ai collezionisti di foto. Chi abita nei paraggi deve incollare i quadri alle pareti con il mastice o la gommina perché le vibrazioni, al passaggio, rischiano di far loro “scavalcare” il chiodo. Del fenomeno avevamo già accennato presentando, la scorsa settimana, Teorema Venezia, il documentario di Andreas Pichler vincitore del Concorso Documentari italiani all’ultima edizione di Cinemambiente.

Ieri il malessere nei confronti di queste navi lunghe oltre trecento metri si è organizzato con una protesta inscenata dal Comitato No Grandi Navi e dai giovani dei Centri sociali che da tempo si oppongono al passaggio della navi da crociera in Laguna. Centinaia di persone hanno fronteggiato lo schieramento delle forze dell’ordine in due manifestazioni: una a terra, davanti alla Stazione Marittima, l’altra in laguna. Nella prima i manifestanti hanno ostacolato le operazioni di imbarco dei turisti e ne è nato qualche tafferuglio con la polizia. Al pomeriggio la manifestazione si è spostata in acqua, dove decine e decine di navi hanno occupato il Canale della Giudecca per ostacolarne il passaggio. Soltanto alle 21, con tre ore di ritardo, i transatlantici dei crocieristi – con la complicità della pioggia che ha diradato le barche dei manifestanti – hanno potuto prendere la via del mare. Alla soddisfazione del comitato No Grandi Navi per l’esito della manifestazione, ha replicato Sandro Trevisanato, presidente di Venezia Terminal Passeggeri Spa che gestisce lo scalo veneziano (entrato nella top ten mondiale dei porti per numero di turisti):

Le autorità hanno stabilito dopo il caso Concordia nuovi e più severi limiti: distanze, velocità, eccetera… L’impatto ambientale? L’inquinamento generato dalle navi a Venezia è, per verifiche regionali, sotto la media europea. Le compagnie hanno sottoscritto un accordo con la città che abbatte ulteriormente le emissioni. Atenei, Cnr e Autorità portuale hanno accertato che non c’è alcun danno da movimento ondoso. Resta una questione estetica. Le navi da crociera entrano in Adriatico perché i passeggeri vogliono Venezia. Se gli armatori si stufassero di accoglienze come quella riservata ai loro ospiti ieri, potrebbero escludere Venezia dagli itinerari e scegliere altri porti, come Atene, Cipro.

Come dire che se il Paese vuole puntare sul turismo, escludere aprioristicamente Venezia potrebbe essere un errore madornale. Per Simone Venturini, capogruppo dell’Udc in consiglio comunale:

La ricerca di rotte alternative al transito per San Marco, a più di un anno dal decreto Clini-Passera, deve giungere a conclusione e in tal senso, come forza politica, chiediamo di raddoppiare gli sforzi e concludere gli approfondimenti, anche alla luce dell’incontro convocato a Roma. Tuttavia, la drastica e miope ipotesi di estromettere tout court le grandi navi dalla Laguna di Venezia, ventilata da qualche comitato e da qualche partito, non può essere accettata perché  comporterebbe il tracollo di un comparto strategico dell’economia veneziana. A tal proposito, mettiamo in guardia le istituzioni tutte, Sindaco, Regione e Governo, affinché non ascoltino le sirene di una minoranza rumorosa e variopinta, dimenticandosi di una maggioranza laboriosa e responsabile. Oggi la Città ha bisogno di un dibattito tecnico basato su dati oggettivi, non di suggestioni che rischiano di entusiasmare gli animi e di lasciare macerie.

Il destino di un polo turistico da 58mila visitatori al giorno (21 milioni annui) non può non essere una questione nazionale. E delle questioni nazionali deve occuparsi il Governo, senza se e senza ma.

Fonte: La Nuova di Venezia e Mestre

 

Adattamento al cambiamento climatico: le città europee si organizzano

Legambiente e Università Iuav hanno organizzato a Venezia una due giorni dedicata al tema del cambiamento climatico in ambito urbano, con esperti, docenti universitari ed esperti a vario titolo di climate change. Le interviste video realizzate da Eco dalle Città, i dossier e gli atti integrali del convegno375066

Ondate di calore, eventi meteorologici estremi, periodi siccitosi e nevicate fuori stagione: le prime conseguenze del cambiamento climatico sono ormai una realtà conclamata e coinvolgono soprattutto gli ambienti urbani. Le città, di conseguenza, sono in prima linea nella ricerca di strategie di adattamento al climate change, ovvero di politiche e misure che consentano di affrontare le mutate condizioni e di gestire al meglio eventuali emergenze. Della dimensione dei cambiamenti climatici e della consapevolezza della necessità di doverli affrontare con strumenti di intervento nuovi e specifiche risorse relative alla dimensione urbana si è parlato nei giorni scorsi a Venezia, in occasione della conferenza internazionale “Il clima cambia le città”, organizzata da Legambiente e Università Iuav. Alla presenza di relatori europei e americani, ricercatori e amministratori locali tra cui Corrado Clini, direttore generale del Ministero dell’Ambiente, Marino Zorzato, vicepresidente della Regione Veneto, il Rettore della Iuav Amerigo Restucci, il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza e l’assessore all’Ambiente del Comune di Venezia Gianfranco Bettin, sono state illustrate ricerche e studi che da New York a Stoccarda hanno mostrato i problemi degli impatti dei cambiamenti climatici e le strategie per farne fronte, e studi per comprendere cosa potrebbe succedere nel centro di Roma piuttosto che di Napoli o Milano se, come previsto dall’Ipcc, la temperatura media continuerà a salire nei prossimi anni con conseguente aumento degli effetti climatici estremi.
Studio Legambiente – Osservatorio meteorologico di Milano Duomo
Tra gli studi presentati, quello realizzato in collaborazione con Legambiente dall’Osservatorio meteorologico di Milano Duomo, ha analizzato i cambiamenti e i relativi aumenti delle temperature in nove città italiane (Torino, Milano, Trieste, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo) dal 1961 ad oggi, valutandone anche gli effetti critici da un punto di vista energetico (con maggiori consumi per la climatizzazione) e dal punto di vista della salute, per la maggiore frequenza di picchi di calore nelle ore diurne, temperature calde anche nelle ore serali e disagio termico per l’afa e l’umidità. Un esempio è l’aumento della mortalità avvenuta nella caldissima estate del 2003 (secondo il Ministero della Salute superiore al 50% rispetto ai dati medi in alcune città italiane) e pur non esistendo ulteriori monitoraggi, è evidente che l’aumento della frequenza dei picchi di calore sta determinando in intere zone urbane del nostro Paese condizioni di vita sempre più difficili, in particolare per le persone in età avanzata e per chi soffre di malattie croniche. Uno studio specifico su Milano ha evidenziato anche come dal 1961 ad oggi il numero di giorni con temperature massime diurne superiori ai 35 gradi e minime notturne superiori ai 25 gradi si siano concentrate per oltre l’85% tra il 2001 e il 2012 evidenziando, ancora una volta, la necessità di affrontare il tema dei cambiamenti climatici e del loro impatto sulle città in modo innovativo e urgente.
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L’Italia delle alluvioni
La seconda indagine, elaborata dall’associazione del cigno verde, ha messo in evidenza la vulnerabilità delle città italiane rispetto ad eventi estremi di pioggia avvenuti negli ultimi anni. Le tendenze previste dall’Ipcc come conseguenza dei cambiamenti climatici e cioè l’aumento di fenomeni estremi e violenti quali alluvioni e trombe d’aria, fanno già parte della cronaca quotidiana del nostro Paese. La ricerca di Legambiente ha analizzato, nello specifico, l’alluvione e le esondazioni avvenute a Genova il 4 novembre 2011, il nubifragio di Roma del 20 ottobre 2011, l’esondazione del Seveso a Milano del 18 settembre 2010, la straripamento dei fiumi e le frane a Messina avvenuti l’1 ottobre 2009, tutti eventi accomunati dalla caduta di enormi quantità di acqua in poche ore (a Messina la metà dell’acqua che cade nell’arco di un anno, a Genova 1/3) con conseguenti danni in termini di vite umane e economici rilevantissimi che potranno, nel futuro essere limitati grazie a nuove strategie di adattamento urbano da mettere in campo al più presto, a partire da nuovi e più attenti ragionamenti sulla trasformazione del territorio e degli ecosistemi.
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Le interviste di Eco dalle Città
Intervista di Eco dalle Città a Paola Viganò, docente di Urbanistica presto l’Università Iuav di Venezia, sul tema dell’adattamento al cambiamento climatico in ambiente urbano:

Intervista alla professoressa Viganò sul rischio che la Senna inondi Parigi:

Intervista di Eco dalle Città a Francesco Musco, ricercatore del Dipartimento di Progettazione e pianificazione in ambienti complessi dell’Università Iuav, sulle iniziative urbane in materia di adattamento al cambiamento climatico:

Scarica gli atti della conferenza

Fonte. Eco dalle città

Cambiamenti climatici: conferenza internazionale su clima e città

“Gli impatti del cambio climatico nelle città italiane sono una emergenza e una sfida per riqualificare mettendo in sicurezza il territorio”. Della dimensione dei cambiamenti climatici e della consapevolezza della necessità di doverli affrontare si è parlato oggi a Venezia, nel corso della prima conferenza internazionale sul clima e le città organizzata da Legambiente e Università Iuav.caldo_termometro

Le città sono sempre più calde. La temperatura rilevata nei centri urbani, inoltre, risulta sempre più elevata di quella rilevata in aree meno urbanizzate (gli aeroporti cittadini nello specifico) con differenze fino a 3 gradi dovuti all’effetto isola di calore, ossia all’aumento della temperatura dovuto all’asfalto e al cemento che catturano le radiazioni solari, oltre che dal calore prodotto da impianti energetici e scarichi dei veicoli. Le temperature estive nel corso dello scorso anno in nove città italiane, sono risultate sempre superiori ai valori medi trentennali fino al 1961 confermando l’aumento delle anomalie nelle temperature come già avvenuto nel 2003 e nel 2007. Le precipitazioni piovose risultano maggiormente concentrate e intense del passato con periodi siccitosi di maggiore durata. I dati evidenziano come in Italia stia aumentando la frequenza di fenomeni estremi violenti come trombe d’aria e alluvioni che sempre più spesso fanno registrare danni ingentissimi e vittime perché aggravati da decisioni scellerate di trasformazione del territorio e degli ecosistemi (fiumi intubati, aree urbane completamente impermeabilizzate, edifici realizzati in aree a rischio idrogeologico, inadeguatezza della rete di convogliamento delle acque piovane ecc.). La risposta a impatti di questa dimensione, che in assenza di una inversione nella curva delle emissioni di gas serra rischiano addirittura di accelerare nei prossimi decenni, chiama quindi in causa i governi locali e le politiche. L’Unione Europea ha infatti definito una strategia per l’adattamento ai cambiamenti climatici che tutti i Paesi sono chiamati a seguire e in molte città europee e degli Stati Uniti sono stati definiti nuovi strumenti di pianificazione e intervento che hanno al centro il tema del l’adattamento ai cambiamenti climatici. Capire i rischi e gli impatti legati ai cambiamenti climatici nel territorio, con specifica attenzione alle urbane, è dunque oggi una priorità.cambiamenti__climatici3

Della dimensione dei cambiamenti climatici e della consapevolezza della necessità di doverli affrontare con strumenti di intervento nuovi e specifiche risorse relative alla dimensione urbana si è parlato oggi a Venezia, nel corso della prima conferenza internazionale sul clima e le città organizzata da Legambiente e Università Iuav dove, alla presenza di relatori europei e americani, ricercatori e amministratori locali tra cui Corrado Clini, direttore generale del Ministero dell’Ambiente, Marino Zorzato, vicepresidente della Regione Veneto, il Rettore della Iuav Amerigo Restucci, il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza e l’assessore all’Ambiente del Comune di Venezia Gianfranco Bettin, sono state illustrate ricerche e studi che da New York a Stoccarda hanno mostrato i problemi degli impatti dei cambiamenti climatici e le strategie per farne fronte, e studi per comprendere cosa potrebbe succedere nel centro di Roma piuttosto che di Napoli o Milano se, come previsto dall’Ipcc, la temperatura media continuerà a salire nei prossimi anni con conseguente aumento degli effetti climatici estremi. “Il tema dell’adattamento ai cambiamenti climatici deve entrare urgentemente nell’agenda politica nazionale e del governo delle città – ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza -. L’impatto devastante di piogge intense, alluvioni, esondazioni ci ricorda la fragilità del nostro Paese e l’impellenza di far diventare la sicurezza e la manutenzione del territorio una priorità di azione del nuovo Governo. Auspichiamo che si arrivi quanto prima alla definizione e approvazione di un Piano nazionale di adattamento al clima, come previsto dall’Unione Europea, con una specifica attenzione alle questioni urbane. È fondamentale, infatti, individuare obiettivi, progetti e risorse per intervenire nelle aree più a rischio e riqualificare anche i quartieri dove invece il pericolo viene dall’effetto “isola di calore”, ossia dall’innalzamento delle temperature legato all’asfalto e al cemento che può avere effetti drammatici su alcune fasce della popolazione durante i picchi di calore”. “L’accelerazione dei processi climatici impone dei cambiamenti nell’approccio a questi problemi – ha dichiarato il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini -, a partire dall’attenzione alle risorse idriche, ma anche nello studio degli impatti di questi cambiamenti sulla popolazione attraverso specifici studi epidemiologici. Per questo, il prossimo passo della collaborazione tra Legambiente e Università IUAV di Venezia, sarà la creazione di un Osservatorio sull’adattamento al clima nelle città italiane e del mediterraneo”. Tra gli studi presentati, quello realizzato in collaborazione con Legambiente dall’Osservatorio meteorologico di Milano Duomo, ha analizzato i cambiamenti e i relativi aumenti delle temperature in nove città italiane (Torino, Milano, Trieste, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo) dal 1961 ad oggi valutandone anche gli effetti critici da un punto di vista energetico (con maggiori consumi per la climatizzazione) e dal punto di vista della salute, per la maggiore frequenza di picchi di calore nelle ore diurne, temperature calde anche nelle ore serali e disagio termico per l’afa e l’umidità.alluvione_genova7

Un esempio è l’aumento della mortalità avvenuta nella caldissima estate del 2003 (secondo il Ministero della Salute superiore al 50% rispetto ai dati medi in alcune città italiane) e pur non esistendo ulteriori monitoraggi, è evidente che l’aumento della frequenza dei picchi di calore sta determinando in intere zone urbane del nostro Paese condizioni di vita sempre più difficili, in particolare per le persone in età avanzata e per chi soffre di malattie croniche. Uno studio specifico su Milano ha evidenziato anche come dal 1961 ad oggi il numero di giorni con temperature massime diurne superiori ai 35 gradi e minime notturne superiori ai 25 gradi si siano concentrate per oltre l’85% tra il 2001 e il 2012 evidenziando, ancora una volta, la necessità di affrontare il tema dei cambiamenti climatici e del loro impatto sulle città in modo innovativo e urgente. La seconda indagine, elaborata dall’associazione del cigno verde, ha messo in evidenza la vulnerabilità delle città italiane rispetto ad eventi estremi di pioggia avvenuti negli ultimi anni. Le tendenze previste dall’Ipcc come conseguenza dei cambiamenti climatici e cioè l’aumento di fenomeni estremi e violenti quali alluvioni e trombe d’aria, fanno già parte della cronaca quotidiana del nostro Paese. La ricerca di Legambiente ha analizzato, nello specifico, l’alluvione e le esondazioni avvenute a Genova il 4 novembre 2011, il nubifragio di Roma del 20 ottobre 2011, l’esondazione del Seveso a Milano del 18 settembre 2010, la straripamento dei fiumi e le frane a Messina avvenuti l’1 ottobre 2009, tutti eventi accomunati dalla caduta di enormi quantità di acqua in poche ore (a Messina la metà dell’acqua che cade nell’arco di un anno, a Genova 1/3) con conseguenti danni in termini di vite umane e economici rilevantissimi che potranno, nel futuro essere limitati grazie a nuove strategie di adattamento urbano da mettere in campo al più presto, a partire da nuovi e più attenti ragionamenti sulla trasformazione del territorio e degli ecosistemi.

Fonte: il cambiamento

Ecomafie in Veneto: come cambia il business dei rifiuti a Venezia e dintorni

La nuova ecomafia veneta guarda alla Cina ed esporta nelle regioni del Nord , togliendo quote di mercato a Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta81525281-586x381

Gianfranco Bettin, già candidato del centrosinistra per il governatorato del Veneto e ora assessore del comune di Venezia, ha spiegato come una delle priorità delle politiche ambientali del capoluogo debba essere quella di tenere Porto Marghera lontana dagli interessi delle ecomafie. I dati contenuti in un rapporto Dia del 2011 che avevano evidenziato infiltrazioni mafiose, a Venezia e a Porto Marghera, nel business del traffico clandestino dei rifiuti sono confermati dal primo dossier redatto dall’Osservatorio Ambiente legalità del Comune di Venezia, il primo, in Italia, a dotarsi di una struttura di questo tipo. In Veneto il traffico illegale di rifiuti è un business da 149 milioni di euro, su un totale di due miliardi di euro movimentati dall’attività criminale. Secondo il centro ricerche sulla criminalità dell’Università Cattolica di Milano, il Veneto è la prima regione in Italia nella classifica delle ecomafie e il 44% del business è gestito da organizzazioni criminali locali. Esistono presidi di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra ma quasi la metà del giro d’affari è in mano alla criminalità locale. Le ecomafie diventano più raffinate, cambiano metodi, falsificano documenti, fatture, dati e codici. Le attività illecite generano ricavi che vengono reinvestiti in attività legali. I rifiuti veneti compiono, a ritroso, l’antica Via della Seta, tornando in Cina. Tra il 2010 e il 2012 il 53-55% dei rifiuti in esportazione dal Porto di Venezia ha preso la via della Cina e il maggior numero di irregolarità riguardano questo Paese. I rifiuti illegali non prendono più la via della Campania, ma restano al Nord, nelle vicine Emilia e Lombardia. E poi c’è un dato che fa riflettere: fra il 2007 e il 2011, in quattro anni, c’è stato solamente un incendio l’anno, fra il 2012 e l’inizio del 2013 ben sei. Difficilmente sono auto-combustioni accidentali, molto più probabile che siano messaggi, criminosi segnali di fumo.

Fonte:  La Nuova di Venezia e Mestre

 

Progetto VENTO: la ciclovia ottiene l’ok ufficiale del Comune di Torino

La Giunta Comunale ha infatti approvato, nella sua riunione odierna, lo schema del protocollo di intesa per la realizzazione della “Ciclovia VENTO, Venezia – Milano – Torino lungo il fiume Po” assumendosi l’impegno politico di sostenere l’iniziativa374725

Presentato agli amministratori e ai cittadini torinesi lo scorso settembre al Cecchi Point (Guarda il video) “Vento”, il progetto di una pista ciclabile lunga 679 km per andare in sella a una bicicletta da Torino a Venezia, lungo la Val Padana, riceve il sostegno ufficiale della Città di Torino. La Giunta Comunale ha infatti approvato, nella sua riunione odierna, lo schema del protocollo di intesa per la realizzazione della “Ciclovia VENTO, Venezia – Milano – Torino lungo il fiume Po” assumendosi l’impegno politico di sostenere l’iniziativa. “L’idea di collegare Torino con Venezia con un lungo nastro riservato alle biciclette è un sogno che può diventare realtà – commenta l’assessore all’Ambiente Enzo Lavolta -. La bicicletta – spiega – sta diventando uno strumento di trasporto sempre più diffuso e Torino, che in questo senso non parte da zero con i suoi 175 chilometri di percorsi ciclabili e il progetto della “Corona verde” – con il quale connettere attraverso un sistema di piste ciclabili, ciclostrade, greenways, strade rurali, aree attrezzate e percorsi pedonali le risorse naturalistiche dei parchi metropolitani e il sistema storico-culturale delle Residenze reali (Reggia di Venaria Reale, Villa della Regina, Castello di Moncalieri, Castello di Rivoli, Palazzina di Caccia di Stupinigi, Castello del Valentino) – si sta attrezzando per diventare una città dei ciclisti. La scelta della nostra città come capolinea del progetto VenTo può essere una straordinaria opportunità, un volano economico importante per il turismo e la nostra green economy”. A lanciare l’ idea di “Vento”, lo scorso anno, era stato il dipartimento di infrastrutture e progettazione del Politecnico di Milano che, attraverso un pool di propri ricercatori, ha monitorato l’esistente (tratti di ciclabile, argini sterrati ecc.) e percorso tutti i quasi 700 chilometri lungo il Po ricavandone un tracciato, i progetti delle opere da realizzare e definendo costi e ricadute. Secondo gli ideatori del progetto con un costo di 80 milioni di euro per realizzarlo, “Vento” creerebbe un indotto di oltre 100 milioni di euro l’anno. Un’opera ciclabile paragonabile alle piste europee più famose: la via del Danubio, da Passau a Vienna o quella dell’Elba in Germania: piste ciclabili sicure, attrezzatissime, costantemente curate e abbellite, adatte alle famiglie come agli appassionati.

Fonte: eco dalle città

Adattamento al cambiamento climatico, Musco: «Nelle amministrazioni italiane mancano le competenze necessarie»

Il 23 e 24 maggio, a Venezia, una conferenza sul tema delle misure urbane di adattamento al cambiamento climatico. Intervista di Eco dalle Città a Francesco Musco, ricercatore del Dipartimento di Progettazione e pianificazione in ambienti complessi dell’Università Iuav

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Mettere a confronto l’Italia con l’Unione europea e gli Stati Uniti sul ruolo che hanno le reti di città e di urbanisti sui temi dell’adattamento al cambiamento climatico. È il principale obiettivo della conferenza “Il clima cambia le città”, in programma a Venezia, a Palazz Badoer, il 23 e 24 maggio prossimi. L’iniziativa, promossa da Legambiente e Università Iuav di Venezia in collaborazione con il Coordinamento Agende 21 locali e l’Istituto nazionale di urbanistica, vedrà la partecipazione di rappresentanti dell’Ordine degli urbanisti americano e dell’Istituto britannico di urbanistica. Ma qual è la situazione delle città italiane sul versante dell’adattamento al cambiamento climatico? Eco dalle Città ne ha parlato con Francesco Musco, ricercatore del Dipartimento di Progettazione e pianificazione in ambienti complessi dell’Università Iuav.

Quali sono le principali misure di adattamento al cambiamento climatico che possono essere attuate in ambito urbano?
Molto dipende da dove si trova una certa città: servono interventi diversi con impatti diversi a seconda che si tratti, ad esempio, di una località costiera o di una città dell’interno, di una grande area metropolitana o di un piccolo centro vicino all’arco alpino. In ciascuno dei diversi ambiti bisogna identificare le maggiori criticità e capire dove si può intervenire. La cosa importante è che se finora gli interventi venivano concepiti solo in un’ottica ingegneristica, adesso questo approccio non basta più. Occorre intervenire anche attraverso la progettazione urbanistica, l’intero sistema di gestione delle città deve diventare più resiliente.

Può fare qualche esempio concreto?

Una delle conseguenze più evidenti dei cambiamenti climatici è l’acutizzazione dei fenomeni atmosferici. In Italia, ad esempio, non è cambiata la quantità di precipitazioni su scala annuale, ma la loro distribuzione: di conseguenza, in alcune città l’intero sistema di raccolta delle acque dovrebbe essere cambiato. Nelle aree costiere, invece, bisogna attrezzarsi a gestire il rischio di mareggiate diversamente rispetto a quanto si è fatto finora, mentre le città dell’entroterra devono fare i conti con il surriscaldamento estivo, il cosiddetto fenomeno dell’isola di calore urbana.
In che modo le città possono adattarsi alle ondate di calore?

È necessario rivedere l’intera progettazione urbana. Il verde pubblico, ad esempio, non deve essere più considerato solo per il suo valore estetico, ma per il suo effetto di calmierazione sulle ondate di calore. Più in generale, quello dell’isola di calore non rappresenta solo un problema di natura tecnologica, da affrontare semplicemente con la scelta di materiali riflettenti, colori chiari e pavimentazioni che non si surriscaldano, ma anche una questione di tecnica urbanistica. È l’intera organizzazione delle città che deve essere rivista in modo da renderle più resilienti, ad esempio con una ottimale distribuzione degli spazi, con la scelta di alberature opportune e posizionate in un certo modo, etc. Proprio queste nuove misure di tecnica urbanistica sono oggetto di una sperimentazione in alcuni quartieri di Padova e Modena, che insieme ad altre città europee partecipano a un progetto Ue dedicato proprio al tema dell’adattamento.
Al di là di questi esempi virtuosi, qual è la situazione italiana sul fronte dell’adattamento al cambiamento climatico?
Nel nostro Paese la situazione è molto frammentaria: siamo indietro, rispetto ad altri Paesi europei, per quanto riguarda la Strategia nazionale di adattamento, ma siamo in difficoltà anche nel cosiddetto downscaling, il passaggio dalla strategia generale all’applicazione pratica su scala locale. Uno dei problemi principali che devono affrontare le città italiane è la necessità di inserire nella pubblica amministrazione competenze specifiche che adesso mancano. Oltre alla formazione, inoltre, occorre promuovere un lavoro congiunto tra diverse discipline (come da oltre dieci anni cerca di fare il Coordinamento delle Agende 21 locali), un’abitudine non tanto radicata in Italia. Tra l’altro, a differenza di quanto accade in altri Paesi, da noi non sono gli organismi istituzionali, come l’Ordine degli architetti, ad occuparsi di questi temi, che invece restano appannaggio di altri soggetti non governativi, come le università, l’Istituto nazionale di urbanistica o Legambiente. Il ministero dell’Ambiente se ne occupa sul piano istituzionale, ma solo, ovviamente, a livello nazionale, senza poter intervenire sulle singole città. Tra le note positive, invece, si segnalano alcune città aderenti al Patto dei Sindaci che, come Padova, hanno cominciato a inserire nei loro Seap (Piani d’azione per l’energia sostenibile) anche delle misure di adattamento accanto agli interventi di mitigazione.

Qualche modello straniero da seguire?

I Paesi Bassi, tanto per fare un esempio, si sono dotati di un grande Piano di adattamento ai cambiamenti climatici che mette insieme diverse discipline che prima non si parlavano. In particolare, gli olandesi hanno saputo coniugare la competenza che hanno sempre avuto nella gestione idraulica con nuove soluzioni di pianificazione: gestione integrata delle acque, reti sempre funzionanti, localizzazione dei nuovi insediamenti nelle aree più sicure. Da questo punto di vista, ha fatto un ottimo lavoro anche la città di New York: il recente Piano del clima cozzava con la previsione di nuovi insediamenti nell’isola di Manhattan, per cui è stata modificata la destinazione d’uso prevista per alcune aree cittadine dal piano urbanistico, una situazione molto diversa da quello che accade spesso in Italia, dove non si esita a costruire in zone ad alto rischio idrogeologico o vulcanico. In generale, tante altre città, molte delle quali europee, si stanno dotando di piani tarati sulle loro specifiche esigenze. Madrid, ad esempio, sta lavorando sulla carenza idrica, mentre a Stoccarda si stanno concentrando molto sul surriscaldamento estivo. Nonostante in Germania il problema sia molto meno grave che da noi.

Fonte: eco dalle città

Torino–Venezia in canoa

Dove: Corso Moncalieri 18, Torino1730

Oltre 600 km, 14 giorni di navigazione sul grande fiume italiano per promuovere lo sport all’aria aperta, il turismo ecocompatibile e per un ‘check-up’ al Po visto dall’acqua. I protagonisti? Un gruppo di soci del Circolo Amici del Fiume di Torino.

Conferenza stampa presentazione

Go(ndo)letta Verde
Da Torino a Venezia. Maggio 2013

29 aprile 2013 – ore 11.30
Corso Moncalieri, 18 – Torino

Il “Grande Fiume” è sinonimo di attività sportiva e di avventura per chi ama gli sport all’aria aperta, la natura e il viaggio lento. Questi i capisaldi del progetto ‘Go(ndo)letta Verde” che in 14 giorni condurrà un gruppo di soci ed atleti del Circolo Amici del Fiume alla ri/scoperta del Po.
Per informazioni:

il Movimento Lento 
seminari@movimentolento.it
Cell 328 2021780

Amici del Fiume
segreteria@amicidelfiume.it
Da lun a ven ore 16-20, 011/6604121

Fonte. Eco dalle città