Piacciono i negozi “Plastic-free”

Ha fatto notizia il supermercato olandese che ha deciso di destinare un intero comparto al “plastic free”, cioè ai prodotti in vendita senza plastica. Ma non è l’unico esempio di un circuito virtuoso, ancora di nicchia ma che convince e sta conquistando i consumatori.9779-10557

Ad Amsterdam il supermercato della catena Ekoplaza (prodotti biologici) ha istituito un comparto dove la plastica non c’è; ciò che si compra ne è privo. La notizia è rimbalzata su tutti i giornali del mondo perché, oggi, pensare a un mondo senza plastica appare per tutti quasi impossibile. Ma così non è. Il market olandese ha deciso di fornire e compostabili o in vetro, metallo e cartone. Anche se nel resto del negozio tutto resta come prima; ma almeno si sperimenta e si verifica se il consumatore gradisce. E gradisce, di questo state certi. Perché sempre più persone sono sensibili su questo fronte e la consapevolezza aumenta in fatto di rifiuti e di impatto ambientale del packaging e dell’uso della plastica. Sian Sutherland, co-fondatore di A Plastic Planet, gruppo di attivisti che sta portando Avanti questa battaglia, ha definito l’iniziativa emblematica ed estremamente importante. “L’isola” plastic-free di Ekoplaza propone 700 prodotti, tra cui carne, salse, cereali, yogurt e cioccolato. Ma non sono solo l’Olanda o Ekoplaza a muoversi. In gennaio il primo ministro inglese Theresa May ha accennato alle “isole plastic-free” nei supermercati in un discorso sull’ambiente e nello stesso mese l’Unione Europea ha reso pubblico il suo programma di rendere riciclabile tutta la plastica utilizzata sul mercato europeo entro il 2030.

Addirittura un paese come il Rwanda ha iniziato una campagna per abbattere l’utilizzo della plastica, rendendo illegale importare, produrre, usare o vendere borse e confezioni di plastica, ad eccezione di prodotti specifici per ospedali e farmaci.

Il giornale Independent ha poi dedicato un ampio articolo al negozio plastic-free di Londra, gestito da Ingrid Caldironi, che vende prodotti sfusi e non a marchio, ma di cui spiega la provenienza, solitamente aziende agricole della zona.

Sempre in Inghilterra, la multinazionale Marks and Spencer ha fatto un primo passo riducendo del 20% la plastica utlizzata per il confezionamento dei prodotti.

Negli Stati Uniti, già dal 2009 i mercati contadini della Bay Area di San Francisco hanno iniziato a eliminare le borse di plastica già nel 2009, cosa che stanno iniziando a fare anche i mercati contadini in Italia. In Italia ci sono i negozi dello sfuso, che si stanno diffondendo un po’ in tutte le regioni, dove si acquistano prodotti senza imballaggio abbattendo quindi anche l’uso delle plastiche. È assolutamente possibile dunque fare un passo come quello di Ekoplaza, che peraltro ha scelto di comunicare la propria scelta con un impatto fortemente comunicativo, accogliendo i clienti con la scritta: “Step into a plastic free world”.

Fonte: ilcambiamento.it

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Cina, cento tonnellate di tofu tossico in vendita

Un altro scandalo alimentare su vasta scala nelle regioni dello Shandong, dell’Henan e dello Jiangxi. La criminalità organizzata cinese ha immesso sui mercati dell’Est del Paese circa 100 tonnellate di tofu tossico. La vicenda, resa nota quest’oggi dai media di Pechino, non è che l’ultimo capitolo della lunga storia di pratiche illegali nell’industria alimentare cinese. Alle partite di tofu sarebbe stato aggiunto l’idrossimetansolfinato di sodio, un agente sbiancante che ha lo scopo di offrire un aspetto più chiaro e appetibile al tofu, modificandone anche la consistenza. L’utilizzo di questa sostanza (nota a livello internazionale come rongalite) è proibito dall’industria alimentare perché la sostanza è considerata cancerogena. Secondo il quotidiano Qilu Eveneing News la banda che ha immesso queste 100 tonnellate di tofu sul mercato è guidata da tre cugini. Secondo i poliziotti che hanno scoperto la fabbrica del tofu adulterato nelle regioni dello Shandong, dell’Henan e dello Jiangxi, l’odore dei locali in cui avveniva la produzione era insostenibile. Non sono attualmente segnalati casi di intossicazione o di malattia, ma l’allerta sanitario in queste province dell’est della Cina è massimo. Come abbiamo spesso raccontato su Ecoblog, le frodi alimentari e i rischi per i consumatori cinesi sono una vera e propria piaga per il settore alimentare cinese. Nello scorso luglio la società Yum Brands, casa madre di KFC e McDonald’s, è stata messa sotto accusa per l’utilizzo di carne oltre la data di scadenza, mentre nella carne venduta come di asino da Wal-Mart sono state trovate tracce di volpe.161688267_feb9e6bb9d_z-586x439

Fonte:  Le Monde

© Foto Getty Images

Europe for sale: i Governi mettono in vendita boschi e montagne

Andreas Pichler, regista di Teorema Venezia, torna con un altro documentario sullo sfruttamento economico del territorio e dei monumenti.

Di Andreas Pichler avevamo già apprezzato Teorema Venezia, magnifico documentario sulla disneylandizzazione della città lagunare, presentato a Cinemambiente 2013. Ieri sera su Speciale Tg1 è andato in onda un doc che ne è l’ideale prosecuzione, Europe for Sale, un’opera con la quale il regista alto-atesino ha proseguito il suo discorso sulla svendita del paesaggio e del territorio a opera dei Governi. Europe for Sale è il titolo del documentario prodotto da Graffiti Doc in collaborazione con Rai Cinema e ARTE France con il sostegno di Piemonte Doc Film Fund, Programma MEDIA, CNC. Un lavoro che mette a nudo la svendita dei demani e degli edifici pubblici che percorrere tutta l’Europa, dai paesi in recessione a quelli in cui l’economia va a gonfie vele. Su Blogo ci siamo occupati alcuni mesi fa del caso della vendita all’asta di un’isola nella Laguna di Venezia, ma questo caso è tutt’altro che isolato. Lo Stato Italiano che – come mostra Pichler – deve appoggiarsi a Diego Della Valle per il lavori di ristrutturazione del Colosseo, non è solo. C’è il caso dell’Austria, nella quale sono state messe in vendita persino le montagne, ma il più emblematico è il caso dell’Irlanda, nazione le cui foreste residue (nel XII secolo il 70% della superficie nazionale, nel XVIII ridotte all’1%) hanno rischiato di essere vendute per l’esigenza di fare cassa. Soltanto nel giugno 2013 il governo irlandese ha abbandonato i progetti di vendita dei diritti di taglio nei boschi statali. A contribuire alla salvaguardia dei boschi irlandesi sono stati i cittadini che hanno a lungo manifestato e l’associazione People Before Profit che si è battuta contro la svendita portando a conoscenza dell’opinione pubblica il danno che si rischiava di fare all’Isola Verde. Dopo la “prima” di ieri sera su Raiuno, il documentario di Andreas Pichler verrà trasmesso alla televisione svizzera e a quella austriaca, per poi approdare nel circuito dei festival cinematografici.Sochi Winter Olympics - Test Events

© Foto Getty Images

Fonte: ecoblog.it

Ucciso Goccia il delfino mascotte del Golfo degli Aranci, la sua carne venduta al mercato nero

E’ stato trovato ucciso Goccia il cucciolo di delfino mascotte nel Golfo degli Aranci. Catturato dai bracconieri he hanno preso la sua carne, il mosciame, per venderla al mercato nero delle delicatessen alimentari

Il cucciolo di delfino Goccia è stato ucciso da bracconieri che hanno prelevato la sua carne per venderla al mercato nero sotto forma di musciame. La carcassa del delfino è stata trovata da un bagnante a Cala Moresca. Il cucciolo che aveva un’età di 3 mesi viveva nella Riserva naturalistica di Golfo Aranci, nell’Area Marina Protetta tra Tavolara e Coda Cavallo. Una delle volontarie, Patrizia Sale, che segue i tursiopi nel Golfo degli Aranci ora si dice preoccupata per le sorti degli altri componenti del branco. Per Emanuele Deiana, consigliere nazionale dell’ENPA ci troviamo davanti a un fatto gravissimo e inaccettabile:

Un gesto di una violenza così efferata da far gelare il sangue. Mi chiedo chi possa essere stato così disumano da compiere un simile scempio sul corpo del cucciolo di cetaceo e poi gettarlo via, abbandonandolo su una spiaggia, come se si trattasse di un rifiuto e non di un essere senziente a cui è stata tolta la vita.

La Protezione animali è dunque decisa a intervenire e presenterà una denuncia contro ignoti poiché è evidente che il cucciolo di delfino è stato catturato con il fine di prelevare la sua carne, come spiega ENPA:

le operazioni di sezionamento praticate sul tursiope, al quale sono state asportate le parti commestibili, debbono fare ricondurre il tragico fatto al mercato nero del musciame.

Ricordiamo che il delfino è una specie protetta e dunque non può essere pescato così come stabilito dalla convenzione di Washington, dalla Direttiva 92/43/CEE e dal regolamento CE 338/97 che riprende gli accordi Cites (Convenzione Internazionale sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione) che include pure il divieto di acquisto, offerta di acquisto, e acquisizione in qualunque forma e per fini commerciali dei cetacei. Ma nel mondo accade che al contrario questi mammiferi siano catturati e massacrati in barba alle leggi come accade in Giappone nella baia di Taiji. Precisa Ilaria Ferri direttore scientifico dell’Enpa a proposito del consumo di carne di delfino essiccata che vi può essere un pericolo per la salute umana:

Anche perché gli esemplari presentano un alto rischio di contaminazione da sostanze xenobiotiche e parassiti, altamente pericolosi per la salute umana. La questione, dunque, chiama in causa aspetti di natura non soltanto penale, ma anche sanitaria.youfeed-delfino-ucciso-per-essere-mangiato-in-sardegna

Per questo, l’Enpa rinnova l’appello alle autorità competenti affinché vengano intensificati i controlli tesi a prevenire e reprimere il commercio illegale di carne di delfino, che alimenta un mercato nero molto profittevole per i trafficanti. «Appelli che – conclude Deiana – l’Enpa ha più volte lanciato nei mesi passati ma che ad oggi sembrano essere rimasti inascoltati.» (7 ottobre)

Fonte:  ENPAGEApress
Foto | magazine Excite

Largo ai giovani in agricoltura: da settembre campi demaniali in vendita agli under 40

Terre vive è il decreto per ridare vita ai terreni statali inutilizzati

Il ministro Maurizio Martina è orgoglioso di Terre vive, il decreto che entrerà in vigore da settembre e con cui 5.500 ettari di campi demaniali saranno messi in vendita o in locazione con diritto di prelazioni agli under 40. Terre vive si aggancia a Campo Libero, ovvero il programma di incentivi destinati ai giovani che intendono lavorare in agricoltura. Infatti per gli under 35 sono previsti facilitazioni al credito co mutui a tasso zero e detrazioni sugli affitti dei terreni al 19%. Il passo successivo è proprio la vendita o l’affitto di terre demaniali.

Ha detto il ministro Martina:

È la prima volta in assoluto che terreni pubblici statali vengono coinvolti in un progetto di questa portata per incentivare il ricambio generazionale e l’imprenditorialità giovanile in campo agricolo. Nei prossimi mesi proseguiremo questo lavoro anche con le Regioni e i Comuni, che potranno dare nuova vita al loro patrimonio di terre agricole incolte. Vogliamo rendere di nuovo produttive tante terre, troppo spesso frazionate, che potranno contribuire al rilancio del settore. Il decreto “terrevive” si inserisce nel piano che questo Governo sta portando avanti nell’agroalimentare e si coordina con le azioni di “Campolibero”, approvato la scorsa settimana al Senato, come i mutui a tasso zero per i giovani e soprattutto la detrazione del 19% per affitto di terreni da parte degli under 35.A Farm Oasis Amid Suburban Sprawl

In sostanza a disposizione di chi vorrà occuparsi di agricoltura ci saranno terreni equivalenti a circa 7 mila campi da calcio, tra cui 2480 ettari del Demanio; 2148 ettari del Corpo forestale dello Stato e 882 ettari del CRA (Centro Ricerche in Agricoltura). Nel caso di vendita di terreni con valore superiore ai 100 mila euro il procedimento prevede l’asta pubblica; se il valore è fissato al di sotto dei 100 mila euro allora si attiveranno le procedure negoziate e l’elenco dei terreni disponibile sarà pubblicato sul sito dell’Agenzia del Demanio con aggiudicazione alla migliore offerta. In locazione sarà assegnata una quota minima del 20% a cui si sommeranno i lotti invenduti e con contratti non inferiore a 15 anni, con il vincolo che:

ai terreni alienati o locati non può essere attribuita una destinazione urbanistica diversa da quella agricola prima di 20 anni dalla trascrizione dei relativi contratti nei pubblici registri immobiliari.

Fonte:  Avvenire

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Calabria, il comune di Serra San Bruno vende alberi monumentali per fare cassa

Nel bando di gara è previsto l’abbattimento di oltre 2000 alberi

Per un paese come Serra San Bruno, posto nel Parco Naturale Regionale delle Serre, gli alberi sono una specie di riserva aurea. E ora spinto dalla crisi, il sindaco Bruno Rosi ha deciso di sacrificare alcuni degli alberi monumentali del territorio terrese per dare una boccata di ossigeno alle asfittiche casse comunali. Il prossimo 25 marzo – in seguito a una delibera comunale – avrà luogo l’asta pubblica con il sistema delle offerte segrete per la vendita di materiale legnoso ottenuti dal taglio di tre lotti del bosco Archiforo situato nel Parco naturale regionale delle Serre e indicato come “sito di importanza comunitaria – zona di riserva generale orientata”. Com’era prevedibile la pubblicazione della delibera ha scatenato la protesta degli ambientalisti: nel bando di gara si parla dell’abbattimento di 2063 piante di cui 1090 esemplari appartenenti all’abete bianco. Gli alberi diventeranno legna per l’industria e contribuiranno a rimpolpare le casse comunali. Fra gli alberi di Serra San Bruno destinati all’abbattimento era sembrato, in un primo tempo, vi fosse anche un abete bianco alto più di 55 metri e con un tronco di 5 metri e mezzo di circonferenza. Per capire cosa si sarebbe rischiato di perdere basti pensare che in una ricerca di alcuni anni fa, l’Avez di Prinzipe di Lavarone alto 50 metri e largo 4,8 – dunque più piccolo dell’esemplare calabrese – era stato definito come l’albero monumentale più grande d’Europa. Il sindaco Bruno Rosi ha smentito all’Ansa l’abbattimento di alberi di grandi dimensioni: l’unica pianta monumentale per cui è previsto il taglio è un albero che presenta già una “carie” nella parte inferiore. Il taglio del bosco, purtroppo, non è una novità in quest’area dove negli ultimi 13 mesi sono stati abbattuti 9291 alberi. L’allarme è arrivato in Parlamento: l’ex sindaco Bruno Censore, attualmente parlamentare nelle file del Pd, ha presentato insieme a Ermete Realacci un’interrogazione al ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti, affinché blocchi la procedura. Fra due settimane l’asta pubblica: la politica riuscirà a intervenire prima che vengano accese le motoseghe?Christmas Trees Are Prepared For Customers

Fonte:  Stretto web

Biciclette elettriche: in Italia vendute 50mila e-bike nel 2013, è boom

Nel 2013, in Europa, sono stati venduti 854mila esemplari

I produttori italiani di biciclette elettriche hanno insistito per anni, lavorando sull’abbassamento del peso e dei costi, sull’allungamento della vita delle batterie e sul design sempre più “pulito” e nel 2013 il mercato ha finalmente dato loro ragione con50mila esemplari venduti in Italia. È un dato (finalmente) importante per un mercato, quello delle biciclette a pedalata assistita, che è stato promettente per troppo tempo, senza mai divenire remunerativo. Se si guarda a un orizzonte più vasto si può parlare di vero e proprio boom visto che in tutta Europa – complice la crisi – ne sono stai venduti 854mila esemplari. In Italia le 50mila biciclette vendute rappresentano un incremento del 10% rispetto al 2012. Nella Penisola esiste un grande squilibrio fra le varie regioni con il Triveneto (Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia) che fa da vero e proprio traino con una media di bici elettriche ogni 100 abitanti (4,6) molto simile a quella tedesca (4,8). Su scala mondiale domina, incontrastata e irraggiungibile, la Cina che, secondo stime recenti, nel 2018 possiederà il 90% del parco e-bike mondiale con 42 milioni di esemplari in giro per le metropoli del Paese più abitato del Pianeta. Le ragioni del boom? Il miglioramento dell’estetica e una maggiore essenzialità della silhouette le hanno sicuramente rese più appetibili alle signore, mentre l’alleggerimento (dai 35 chili di dieci anni fa ai 20 di oggi) ha contribuito ad allargare il bacino di possibili acquirenti in senso generale. Fra i marchi leader vis sono ItalwinAtala e Bottecchia, questi ultimi due, fra l’altro, sono marchi che vantano una grande tradizione anche nelle biciclette tradizionali. E nel mondo delle biciclette elettriche si attende con ansia l’uscita (prevista per inizio aprile) della ST2 della Stromer con navigatore satellitare, centralina personalizzata e gestione tramite smartphone. Un vero e proprio gioiellino delle due ruote.

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Fonte: ecoblog

Frutta venduta sul marciapiede e “inquinata”, intervista al Carabiniere che ha effettuato il sequestro

Eco dalle Città ha raggiunto al telefono il comandante dei Carabinieri che hanno sequestrato la frutta al commerciante di Pomigliano d’Arco, condannato dalla Cassazione per aver esposto la sua merce allo smog. Il maresciallo riferisce di ulteriori sequestri ad altri generi alimentari378169

«Siamo stati noi a sequestrare le cassette di frutta esposte sul marciapiede dal commerciante di Pomigliano condannato dalla Cassazione». Lo racconta, al telefono di Eco dalle Città, il maresciallo Michele Mendrino, comandante dei Carabinieri di Pomigliano d’Arco, precisando che «il sequestro è avvenuto sia per l’occupazione indebita di suolo pubblico che per l’esposizione agli agenti atmosferici della frutta in vendita».
La norma cui fa riferimento il maresciallo è la legge numero 283 del 30 aprile 1962, che, in realtà, non vieta espressamente la vendita di merce esposta agli “agenti atmosferici”, ma parla più genericamente dimerce “in cattivo stato di conservazione” o “insudiciata” (articolo 5, commi b e d). Nell’interpretazione del supremo giudice, contestata da Coldiretti, la scelta del commerciante di esporre la frutta sul marciapiede violava proprio queste disposizioni. Eppure, secondo i ricercatori dell’Università Tecnica di Berlino, un lavaggio accurato è in grado di eliminare la gran parte degli inquinanti venuti a contatto con la frutta attraverso l’aria.

«La Cassazione ci ha dato ragione, perché la presenza di polveri e altri inquinanti prodotti dal traffico veicolare costituisce per il giudice una violazione dell’articolo 5 della legge 283/1962 – commenta Mendrino – Anche se si tratta di una norma vecchia, è ancora in vigore, e noi l’abbiamo fatta rispettare».

Il comandante dei Carabinieri di Pomigliano, dunque, non ha dubbi. Esporre generi alimentari sul marciapiede costituisce una violazione della normativa in materia di igiene alimentare. Tanto che ha disposto ulteriori sequestri più di recente. «Pochi giorni fa abbiamo sequestrato del pane da venditori che lo esponevano per strada – ci racconta – servirebbe un intervento più radicale, ma non è affatto semplice». Commercianti avvisati.

Fonte: ecodallecittà

Ecuador, foresta amazzonica in vendita. È per il debito con la Cina?

L’Ecuador vuole cedere 3 milioni di ettari di foresta pluviale – circa un decimo del territorio nazionale – alle compagnie petrolifere. Le più interessate sembrano quelle cinesi, e in molti ricollegano l’affare al debito contratto dal governo di Quito con Pechino. Ma nell’area in questione abitano sette diverse popolazioni indigene che potrebbero vedere distrutto il loro ambiente.proteste_ecuador

Brutta mano per Rafael Correa. Il presidente-eroe che nel 2008 annullò il debito estero illegittimo dell’Ecuador verso le banche statunitensi sembra aver scordato di colpo i rischi che si corrono nel finanziarsi con i prestiti delle nazioni straniere. Così ora si trova a dover svendere una enorme fetta della propria nazione alla Cina, mettendo a rischio la sopravvivenza di varie popolazioni indigene. Almeno questo è ciò che sta avvenendo secondo una delle ipotesi più accreditate. Di certo c’è che il governo di Quito ha messo all’asta 3 milioni di ettari di foresta amazzonica per favorire gli investimenti delle compagnie petrolifere straniere e che tra i clienti più interessati ci sono la China Petrochemical e la China National Offshore Oil. Il 25 marzo un gruppo di politici ecuadoriani ha incontrato alcuni rappresentanti delle compagnie cinesi in un hotel Hilton nel centro di Pechino, per offrire contratti di usufrutto dell’area. In precedenza si erano tenuti altri incontri a Quito, Houston e Parigi. Tre milioni di ettari sono oltre un decimo del territorio dell’intero paese. In essi vivono sette diverse popolazioni indigene che potrebbero vedere la propria terra venduta al miglior offerente, per essere in seguito spianata, trivellata, inquinata, devastata dall’estrazione del petrolio. Per loro il “buen vivir” è a rischio. Il diritto a vivere in un ambiente sano, gli sforzi per utilizzare energie pulite, il diritto alla salute, all’acqua, alla natura sono concetti ampiamente riconosciuti dalla costituzione ecuadoriana approvata nel 2008 – su forte pressione dello stesso Correa – compresi sotto al concetto-cappello del “ben vivere” (“buen vivir”, o “sumak kawsay” in Quechua) ma rischiano di passare in secondo piano di fronte agli interessi economici nazionali. Il buon vivere, vero e proprio pilastro della costituzione – concetto della tradizione sudamericana che consiste nel promuove la vita ed il bilanciamento fra esseri umani ed altri esseri viventi, al fine di una coesistenza armoniosa con la natura – non esisterà più. Le proteste non si sono fatte attendere. “Chiediamo che le compagnie petrolifere pubbliche e private di tutto il mondo non partecipino al processo di gara che viola sistematicamente i diritti dei sette popolazioni indigene, imponendo progetti petroliferi nei loro territori ancestrali,” hanno scritto in una lettera aperta alcuni rappresentanti delle popolazioni indigene ecuadoriane. Dal canto suo, il governo ecuadoriano ha risposto accusando a sua volta. In un’intervista, il segretario agli idrocarburi, Andrés Donoso Fabara, ha accusato i leader indigeni di rappresentare scorrettamente le proprie comunità per raggiungere obiettivi politici. “Questi ragazzi hanno un programma politico, non stanno pensando allo sviluppo o alla lotta contro la povertà”, ha detto, aggiungendo che il governo aveva deciso di non aprire determinate aree del territorio perché mancava il sostegno delle comunità locali. “Siamo autorizzati dalla legge, se volessimo, ad entrare con la forza e fare le nostre attività, anche se sono contro di loro”, ha detto. “Ma non è la nostra politica.” Nel parlare di “programma politico” Fabara allude forse all’appoggio che le popolazioni indigene hanno ottenuto da alcune associazioni umanitarie con base in Usa. In effetti è possibile che gli Stati Uniti cerchino di utilizzare il classico stratagemma della lotta per i diritti umani al fine di ostacolare una serie di accordi fra Ecuador e Cina che potrebbero contribuire a cambiare gli equilibri geopolitici del Sud America. Recentemente la Cina ha dimostrato più di un semplice interesse. Proprio ieri, 2 maggio, il nuovo ambasciatore cinese a Quito ha affermato che si aspetta che la collaborazione fra i due paesi verrà ampliata all’ambito culturale, militare, educativo e scientifico. Geopolitica a parte, resta gravissima l’iniziativa del governo ecuadoriano. Fra gli accusatori dell’esecutivo c’è poi chi è sicuro che l’intera operazione sia legata al debito contratto dall’Ecuador con la Cina. Un debito che ammonta a 7,2 miliardi di dollari, circa il 13 per cento del pil del paese. Adam Zuckerman, attivista ambientale e per i diritti umani di Amazon watch ha dichiarato al Guardian: “La mia percezione è che questo sia essenzialmente un problema di debito; gli ecuadoriani sono così dipendenti dai cinese per finanziare il loro sviluppo che sono disposti a compromessi in altri settori, come quelli sociale e ambientale”. Così, barattata in cambio di qualche miliardo di dollari, un’altra ampia zona del polmone verde del mondo rischia di essere compromessa per sempre, sottraendo ricchezza all’ecosistema e alla biodiversità del pianeta.

Fonte: il cambiamento