Il Piemonte brucia e con esso la nostra indifferenza

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La Val di Susa e il Piemonte sono in fiamme. “Non sorprendiamoci almeno. Mentre le lacrime dovute al fumo o al dolore rigano i nostri volti non scagliamoci contro il piromane di turno o lo Stato assente”. Agiamo adesso. Spegniamo gli incendi e cambiamo la nostra energia. Sono giorni che il Piemonte brucia. Giorni che vediamo foto, video o vere fiamme illuminare le notti di questo fine ottobre quasi estivo.  Giorni e notti che assistiamo impotenti allo svanire di ettari di terra, boschi, foreste, ecosistemi. Le nubi di fumo raggiungono le città, le fiamme lambiscono i paesi della Val di Susa, i canadair volano impotenti e allora qualcuno si accorge e si lamenta. I piromani, borbotta qualcuno. Il fato ingrato esclama qualcun’altro. E invece, purtroppo, la causa è un’altra, la colpa è la nostra. Nostra che per anni abbiamo contribuito inerti e indifferenti al cambiamento climatico. Nostra che ci scaldiamo e combattiamo quando toccano la salute dei nostri figli, ma nulla facciamo per non cancellare il loro futuro. Nostra che vogliamo la casa in inverno a 24 gradi e in estate a 16. Nostra che usiamo l’auto per andare a comprare il latte. Nostra che votiamo i politici in base alle false promesse sul lavoro e nemmeno gli domandiamo cosa intendono fare per clima e ambiente. E ora, dopo decenni in cui si parla di cambiamento climatico, non piove da mesi. Il Piemonte è un’unica distesa di terra secca in cui per fortuna svettano ancora foreste millenarie. Ma se arrivano le fiamme…

Non soprendiamoci almeno. Mentre le lacrime dovute al fumo o al dolore rigano i nostri volti non scagliamoci contro il piromane di turno o lo Stato assente. Ricordiamoci di quante volte abbiamo ascoltato con insofferenza chi ci invitava a fare attenzione ai nostri consumi. Pensiamo a quante volte alla prima estate fresca abbiamo esclamato “altro che riscaldamento del pianeta”! Senza nemmeno sapere che il cambiamento climatico prevede sbalzi sempre più forti e non un caldo costante.

Luca Mercalli lo ha scritto anni fa. Dobbiamo preparci. Qui non si tratta più di fermare il cambiamento climatico, ma di adattarci al nuovo mondo che abbiamo costruito. Un mondo con siccità e bombe d’acqua, con estati lunghissime o estati assenti. Un mondo diverso ma ancora abitabile se decidiamo ADESSO, una volta per tutte, di fare di questa battaglia la nostra priorità. Vogliamo un futuro per noi, per i nostri figli e per le altre creature che popolano i nostri boschi e le nostre pianure? Allora fermiamo il cambiamento climatico. Informiamoci, cambiamo stile di vita, agiamo, votiamo con coscienza. E, nel frattempo, spegniamo questi incendi.

Per sapere cosa puoi fare concretamente vai alla sezione clima delle visioni 2040. Scopri come puoi cambiare il tuo impatto e cambia gestore di energia elettrica passando ad uno cento per cento rinnovabile!

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/incendi-piemonte-indifferenza/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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No Tav, Qui di Daniele Gaglianone in anteprima al Torino Film Festival

In anteprima al festival torinese, il racconto in soggettiva di 10 uomini e donne che da 25 anni si oppongono al progetto Tav verrà distribuito in sala a partire dal 27 novembre

Verrà presentato al Torino Film Festival per debuttare in sala il 27 novembre Qui di Daniele Gaglianone, documentario sulla lotta dei No Tav in Val Susa. L’attesa è molta perché la storia degli ultimi vent’anni, nel “qui” che dà il titolo al lavoro di Gaglianone, è stata intrecciata in maniera indissolubile al dibattito sulla Grande Opera. Nel corso degli anni molti documentaristi si sono interrogati sulla costruzione della Tav il cui significato è ormai trascendente alla stessa utilità o inutilità dell’opera. Nel comunicato stampa che è giunto in redazione stamane vengono citate le parole di un rappresentante delle forze dell’ordine in una conversazione avuta con il regista nella fase preparatoria del film:

Io sono incazzato con quelli della Val di Susa perché quando andiamo là ci tirano le pietre. Non è più una questione di Tav sì Tav no, ma è una questione di essere contro o meno il sistema. Lo Stato ha deciso e tu ti devi adeguare, punto e basta. Viviamo in un paese di democrazia rappresentativa: se non sei d’accordo, la prossima volta voti per quelli che non vogliono l’opera. (…) Per il tuo documentario incontrerai dei sì Tav, intendo non dei politici, ma persone comuni?

chiede il rappresentante delle forze dell’ordine che aggiunge, dopo la risposta affermativa del regista, come possa essere

a favore della Torino-Lione solo chi non conosce il progetto.QUI_GabriellaTittonel_004-620x348

Il racconto di Qui è la narrazione in soggettiva di dieci attivisti No Tav che da 25 anni si oppongono all’opera che si sono scontrati con la dura realtà di una politica che – con fronte bipartisan – ha messo in stand by la democrazia e ogni forma di dialogo con la cittadinanza, nel nome degli interessi economici e politici. Nonostante decine e decine di studi certifichino l’inutilità dell’opera, la Tav è diventata il terreno di uno scontro ideologico fine a se stesso, quello efficacemente descritto nella succitata conversazione. Ma in Valsusa si è andati ben oltre la semplice contrapposizione ideologica. Negli ultimi dieci anni le forze di polizia e la cittadinanza si sono spesso scontrate in campo aperto e negli ultimi anni oltre un migliaio di procedimenti giudiziari sono stati aperti in un territorio in cui abitano 60mila persone. Naturalmente in nessun altra zona d’Italia la percentuale di persone sottoposte a procedimenti giudiziari è così alta.

Nei ritratti di questo documentario un gruppo di persone si racconta attraverso parole e silenzi. Con vissuti tra loro lontani e con attitudini distanti, si sono ritrovati dalla stessa parte ad abitare la stessa lotta contro la linea ad alta velocità Torino Lione che dovrebbe passare in Valle di Susa, una valle già attraversata da due statali, un’autostrada e una linea ferroviaria dove transitano i TGV, Train à Grande Vitesse. Per alcuni questa nuova linea pare rappresentare la linea Maginot del futuro del paese; per altri è un’opera inutile economicamente, devastante per l’ambiente e per le finanze pubbliche. Nel corso degli anni la politica – quella mediaticamente intesa come politica dei partiti – sembra essere scomparsa intorno al problema, incapace di gestire una situazione lasciandola incancrenire (oppure scientemente convinta di doverla gestire esattamente così). In val di Susa invece non è scomparsa, o è ricomparsa, in questi 25 anni di opposizione al progetto, la politica intesa come incontro fra gente che discute sul proprio presente e sul proprio futuro, fra gente che si ritrova per porre delle domande insieme e insieme a cercare delle risposte. Ma nel frattempo una questione politica, sociale ed economica è stata fatta slittare sul piano inclinato dell’ordine pubblico. E allora, sempre di più, il rapporto tra cittadino e stato si riduce alla sola relazione con un agente in tenuta antisommossa,

spiega in una nota il regista Daniele Gaglianone. Conoscendo il suo cinema, la sua tenace ricerca del vero, pur nella grande eterogeneità del suo percorso filmico, non vediamo l’ora di immergerci nel buio della sala, perché sia fatta luce su una storia che non riguarda un po’ tutti, perché Qui non è soltanto in Valsusa.QUI_GabriellaTittonel-620x348

Fonte: Comunicato Stampa

Foto | Ufficio Stampa

Stati Generali del Lavoro: proposte e prospettive

La cooperativa MAG4 ha partecipato alla tre giorni di incontri, dibattiti e tavoli tematici organizzata da Etinomia in collaborazione con il Movimento NOTAV al fine di gettare le basi per la costruzione di un nuovo modello economico-sociale che possa ribaltare quei paradigmi che sono sempre stati presentati come degli assiomi incontrovertibili.sd

Gli Stati Generali del Lavoro organizzati a Vaie (TO) il 27, 28 e 29 settembre 2013 hanno visto la partecipazione di più di 300 aderenti divisi in 8 tavoli tematici nei quali si sono gettate le basi per un percorso che punta a costruire un nuovo modello economico-sociale che possa ribaltare quei paradigmi che sono sempre stati presentati come degli assiomi incontrovertibili.

La cooperativa MAG4 ha partecipato a due tavoli.

Nel tavolo riguardante Ruolo dell’impresa e della cooperazione sono stati discusse e fatte varie proposte tra cui l’adozione, da parte delle imprese, del bilancio dell’Economia del Bene Comune (EBC) che prevede di dare un punteggio (valutato da un ente statale indipendente) sulla base di indicatori di eticità dell’operato aziendale nel suo complesso ad es. tra salario del manager e dell’operaio limitare divario a un fattore minimo, avvalersi solo delle banche etiche per finanziamenti e investimenti, rispetto dell’ambiente.

Nel tavolo riguardante Finanza e politiche monetarie “alternative”sono state formulate diverse proposte tra le quali:

– la creazione di un comitato promotore scientifico nazionale di una rete federata che integri sistemi monetari alternativi o complementari all’euro;

– la creazione in Val Susa di un primo progetto per sperimentare un modello replicabile economico – sociale autofinanziato;

– l’avvio di un progetto pilota di micro-finanza per la raccolta di un fondo di garanzia monetaria collegata all’emissione di moneta complementare;

l’elaborazione di una proposta di legge che favorisca e regoli l’adozione di una moneta complementare pubblica.

Per leggere il riassunto completo dei lavori andare a questa pagina .

Come la stessa Etinomia afferma: “gli spazi occupati dai poteri forti sono quelli che noi lasciamo vuoti”. L’attuale crisi economico-sociale sta creando giorno dopo giorno sempre nuovi spazi vuoti: se questo da una parte può risultare drammatico ci dà di contro la possibilità di riempirli. La MAG4 attraverso il suo lavoro e la sua esperienza è contenta di poter collaborare con quei soggetti che intendono promuovere e intraprendere un percorso che porti alla realizzazione di una società più equa.

Fonte: il cambiamento

Per un lavoro più umano, dignitoso, ecologico: la ricetta dei “terroristi” di Etinomia

Gli Stati generali del Lavoro, la tre giorni di incontri che si è tenuto in  Val di Susa dal 27 al 29 settembre, sono finiti in mezzo al calderone nell’attacco mediatico che la stampa italiana sta portando avanti contro il movimento No Tav. Abbiamo intervistato due delle organizzatrici per farci svelare quali diabolici piani eversivi avessero in mente.etinomia_stati_generali_lavoro

Li hanno accostati ai terroristi, alle Brigate rosse. Li hanno chiamati ‘violenti’, ‘antiprogressisti’. È in atto un attacco mediatico di portata enorme contro il movimento No-Tav e tutto ciò che vi gira attorno. E nel calderone ci finisce un po’ di tutto, indiscriminatamente, compresi gli Stati generali del lavoro, organizzati dal movimento No-Tav assieme ad Etinomia, associazione di imprenditori virtuosi valsusini, attaccati a più riprese da riviste e quotidiani come Panorama ed Il Giornale. Ecco quanto scrive Il Giornale: “Dal 27 al 29 settembre a Vaie, in Valsusa, sono in programma gli Stati generali del lavoro organizzati da Etinomia, associazione poco conciliante. Nell’opuscolo si parla di “grandi opere inutili”, e di “grande mobilitazione contro i lavori”. Inoltre si citano le manifestazioni di massa di ottobre che culmineranno il 19 con una giornata di “sollevazione generale” da siti come www.infoaut.org.” Chiari segnali, secondo il quotidiano, della natura eversiva ed anarco-insurrezionalista dell’evento. Panorama non è da meno e riconduce ad incontri come questo la militarizzazione della zona voluta da Alfano. Ora, il fatto è che il sottoscritto, assieme al direttore del Cambiamento Daniel Tarozzi, è stato invitato a partecipare ai tavoli di discussione degli Stati generali del lavoro. Dunque volevo essere sicuro di non ritrovarmi in un covo di terroristi e brigatisti, magari con qualche talebano e salafita. Chissà, mi sono detto, forse dietro a tutto questo c’è lo stesso Osama Bin Laden, che in realtà non è morto e si è rifugiato in Val di Susa per tramare contro l’Occidente. Dunque quale modo migliore per approfondire la faccenda che contattare gli organizzatori e farci spiegare di cosa si tratta? Così abbiamo parlato con due delle organizzatrici, Giuliana Cupi ed Eleonora Ponte.

I recenti articoli di Panorama ed Il Giornale lasciano intendere che gli Stati generali del Lavoro organizzati da Etinomia assieme al movimento No-Tav rappresentino un pericolo per la sicurezza pubblica. Ci spieghi che tipo di evento è e di cosa si parlerà, di modo che le persone possano farsi un’opinione corretta?

Giuliana Cupi: Penso che la definizione più bella, ironica, intelligente e deflagrante degli Stati Generali del Lavoro l’abbia data Eleonora Ponte, che ne è stata la diretta ispiratrice: “Noi a Vaie avremo la bomba atomica!”. Gli SGL saranno un’esplosione di idee e persone innovative, decise a trovare soluzioni ribaltando di 180° l’approccio al lavoro che ormai viene ripetuto dappertutto come uno sterile mantra a base di crisi, crescita, PIL, sacrifici, Europa che ci chiede di chinare la testa e via delirando. Da noi si parlerà di significato di lavoro, necessità – più che opportunità – di lavorare meno e meglio, reddito di cittadinanza, interesse negativo, nuove forme di finanziamento del lavoro, filiere cortissime, sanità e diritto a esistere e lo si farà in 8 tavoli (di cui uno dedicato agli amministratori) aperti ai contributi di tutti. L’accademia e la cattedra saranno molto lontane…

Perché oggi in Italia non si può affermare che il TAV e gran parte delle grandi opere sono inutili, soprattutto in un momento in cui si tagliano i fondi allo stato sociale, senza essere tacciati di violenza o di terrorismo?

Giuliana Cupi: Perché queste “grandi opere inutili e imposte”, per riprendere la definizione che se n’è data al Forum di Stoccarda cui io pure ho partecipato, sono funzionali all’economia dello sfruttamento dell’uomo e della natura, dei capitali concentrati nelle mani di pochi, delle mafie (quelle che tutti conoscono come tali e quelle che hanno aspetto perbene e rassicurante), dei mercati che dettano ormai apertamente legge arrivando a indicare senza troppi giri di parole come debbano essere modificate le Costituzioni troppe permissive in materia di diritti dei lavoratori e come bisogna riallocare le risorse sottratte allo Stato sociale, giudicato e fatto giudicare inutile e improduttivo. Questo è l’anello di congiunzione tra pessima economia e pessima politica che provoca le reazioni di cui parli: ormai il denaro e chi lo manovra è padrone anche politicamente in maniera ben più ardita di un tempo, quindi opporsi ai suoi interessi significa essere eversivi. Purtroppo, nonostante i tanti esempi che abbiamo tutti sotto gli occhi, è ancora troppo poco chiaro quanto terrore e quanta violenza siano seminati proprio da questo genere di potere e non certo da chi vi oppone.

In che situazione è il lavoro oggi in Italia? E quali sono le alternative che Etinomia propone?

Giuliana Cupi: Il disastro è sotto gli occhi di tutti, ma quello che penso sia ancora peggio è, come dicevo prima, che i mezzi di informazione più popolari si guardano bene dall’evidenziarne la vera causa. Quando si piange sull’ennesima perdita di PIL e si invoca la crescita, questa entità ormai quasi metafisica e miracolosa, si omette colpevolmente di dire che questo stato di cose non è una disgrazia che ci è piovuta addosso, ma una ovvia conseguenza di un sistema squilibrato, quello capitalistico, che mostra la corda. La crescita infinita in natura non esiste – con la nefasta eccezione della cellula tumorale, che non per nulla prolifera indisturbata -, ma il sistema in cui siamo è costruito proprio su questo. Ora che non c’è quasi più nulla da costruire e da smerciare e soprattutto non ci son più soldi per comprarlo, esso mostra il suo vero volto di spietata aggressività: la festa è finita, qui il mercato è saturo, bisogna riconvertirsi in lavoratori a basso salario e ancor meno diritti per tappare i buchi della follia finanziaria e per invadere di altra roba gli angoli di mondo dove si comincia a poter spendere, insomma il disegno è farci diventare la Cina dei cinesi… Come ho cercato di spiegare prima, le idee che circoleranno agli Stati Generali del Lavoro sono di segno opposto. Un lavoro umano, che contribuisca cioè alla crescita del singolo e della collettività, che non assorba tutta l’esistenza, che costruisca cose vere e che nutra il territorio in cui nasce e che da questo sia nutrito. Idee ormai rivoluzionarie, appunto: le stesse che hanno ispirato Etinomia fin dall’inizio della sua storia.

Quali sono i principi guida della vostra associazione?

Eleonora Ponte: Etinomia è nata da un gruppo di piccoli e medi imprenditori della val di Susa che si sono trovati a discutere, nelle lunghe notti di presidio prima dell’installazione del cantiere militare a Chiomonte, del sistema di sviluppo e produzione capitalistico occidentale, così come lo abbiamo conosciuto finora, che dimostra drammaticamente di essere alle corde. Le grandi opere come il TAV ne sono l’emblema. Queste persone si sono quindi fermate a riflettere e discutere di come si possa cambiare rotta, di come l’economia possa e debba diventare etica (il nome Etinomia deriva da ETIca coniugata con ecoNOMIA). L’associazione si è subito data un manifesto etico in cui prima di tutto gli attori della vita economica del territorio si impegnano a sviluppare la loro attività facendo sì che la ricaduta economica prevalente sia sul territorio stesso, al fine di sottrarre le ricchezze alla grande finanza internazionale su cui non si ha alcun controllo, e l’attività produttiva sia rispettosa dell’ambiente e della vita delle persone.

Da tempo abbiamo l’impressione che esistano due Italie, una vecchia decrepita, aggrappata al potere, che cerca di mantenere con ogni mezzo lo status quo, e un’altra invece che sta cambiando, che è da anni all’avanguardia su tematiche come i beni comuni, il rispetto dell’ambiente, l’etica nel lavoro; e che la prima cerchi di combattere e soffocare con ogni mezzo la seconda. Cosa ne pensi?

Giuliana Cupi: Che è tragicamente vero e che chiunque sia consapevole di questa guerra in atto abbia il dovere verso se stesso e verso la comunità di spiegarlo a tutti, nello sforzo di illuminare altre coscienze e di sabotare questo processo: eventi come gli Stati Generali del Lavoro succedono proprio per questo. Purtroppo l’Italia numero 1 può contare su un formidabile apparato propagandistico e non mi riferisco solo alle arcinote proprietà berlusconiane, ma proprio a quei canali televisivi, radiofonici e giornalistici che dovrebbero rappresentare il Paese colto, moderno, all’avanguardia e che sono invece i massimi portatori delle idee profondamente reazionarie di cui sopra. La mia esperienza personale di cittadina e di informatrice (tramite il sito www.fabionews.info, N.d.R.) mi porta a dire che la speranza, non solo per l’Italia numero 2, ma per tutti, anche per quelli che ancora non se ne son resi conto, consiste nello smettere di essere soggetti passivi: non “subìre” l’informazione, la politica e l’economia, ma crearne di nuove, anche in minima parte, anche nel piccolo centro o quartiere in cui si vive, organizzare serate per spiegare temi importanti, appassionarsi a problemi locali, comprare in un GAS o farsi un orto. Cose piccole, ma che alla fine incidono e che – altro punto fondamentale – costringono positivamente a uscire di casa, a incontrare gente, a fare comunità. L’atomizzazione fa il gioco di chi ci vuole spaventati e soli, la solidarietà e l’essere inseriti in diverse reti ci fanno sentire protetti nei grandi cambiamenti che ci attendono. Anche di questo si parlerà agli SGL.

In definitiva, cosa rispondete a chi vi accusa velatamente di violenza e di essere un pericolo per l’ordine pubblico?

Giuliana Cupi: Di partecipare in prima persona, senza paura e senza preconcetti. Posso scommettere che chi lo farà ne uscirà almeno un po’ cambiato e desideroso di proseguire sulla nuova strada.

Fonte: il cambiamento

“Fate qualcosa”, appello delle Donne in Movimento della Val di Susa

“Conosciamo direttamente sulla nostra pelle la violenza, per questo la rifiutiamo, per questo deve fermarsi lo stupro della nostra valle, e deve finire l’autoritarismo militare su un intero territorio”. Preoccupate per l’accanimento di media e magistratura nei confronti dei No Tav, le Donne in Movimento della Val di Susa lanciano un appello.no_tav_donne

La rete di persone che in questi lunghissimi anni è stata tessuta in Italia e anche all’estero si fa viva con telefonate, e-mail, sms per chiedere che si faccia qualcosa (con urgenza), che ci si materializzi per cercare di arginare la valanga di fango che scientificamente orchestrata tenta di sommergerci. (Fate qualcosa). Ma come, ancora? Pensavamo di aver fatto e detto/di tutto. Cos’altro ci dobbiamo ancora inventare? Strano come questa domanda rappresenti bene il quotidiano femminile (domanda storica). Sempre pronte ad interrogarci a inizio come a fine giornata: Ho dimenticato qualcosa? È tutto a posto? Ho fatto tutto? (come sempre e sempre di più delegate a coprire le mancanze dello stato sociale). Questa volta in ballo c’è la difesa di un grande movimento popolare, di più, c’è una storia di oltre vent’anni dove ogni giorno è stato vissuto con intensità. Migliaia di persone quotidianamente hanno contribuito a renderla concreta mettendoci la faccia, portando idee, rendendosi disponibili, finanziandola. Una lotta, un’esperienza di territorio che molti non esitano a definire unica e che è partita e ha messo le sue basi non su un preconcetto ideologico ma studiando i progetti, i flussi di merci, l’impatto ambientale, i costi, verificando sul campo i dati in possesso. Negli anni è cresciuta anche la consapevolezza di avere fra le mani, di veder crescere qualche cosa che va oltre la semplice opposizione ad una grande opera inutile e devastante. Un modello di presa di coscienza collettiva che difficilmente può retrocedere, anzi, si allarga assumendo in sé tutti i temi più attuali: dal lavoro, ai servizi, alla sanità ecc. Partecipando e interrogandosi sempre. Come ora. Ci si interroga sui fatti accaduti, sul significato che tutto questo assume, è un clima pesante, opprimente e sentiamo soprattutto ingiusto. È tale la violenza del linguaggio usato, la sproporzione dei racconti sui fatti realmente accaduti che vengono a mancare le parole per spiegare ai nostri figli increduli (e smarriti). Vediamo e sentiamo raccontare da giornali e Tv una storia che non ci appartiene. Non siamo un problema di ordine pubblico, siamo una risorsa per questo Paese, siamo una risorsa perché in tutti questi anni il movimento è diventato una comunità critica, consapevole, che sa scegliere. È questo che fa paura? Rivendichiamo il diritto alla partecipazione e alla gestione della cosa pubblica nel rispetto del bene comune e della volontà della popolazione. Fate qualcosa, ci chiedono da tutte le parti. Possiamo per esempio fare due conti (siamo abituate a far quadrare bilanci), e dunque siamo consapevoli dello spreco enorme di denaro pubblico sia per l’opera e sia per la badanza armata all’opera. È evidente che le dichiarazioni dei ministri che si dicono pronti a sborsare laute ricompense facciano venire l’acquolina in bocca a molti: imprenditori avvezzi a trafficare con fatture false, giri strani, fallimenti e nuove società a scatole cinesi. A chi ha sperato di guadagnare dalle olimpiadi costruendo mega hotel (che neppure in riviera potrebbero trovare clientele tali da soddisfare centinaia di posti letto), ed ora non ha gli occhi per piangere fa tanto comodo buttare la croce addosso ai notav e invocare lo stato di crisi sperando nelle compensazioni. Chiediamo alle donne (e però non solo alle donne), di prendere parola su quello che sta succedendo. Conosciamo direttamente sulla nostra pelle la violenza, per questo la rifiutiamo, per questo deve fermarsi lo stupro della nostra valle, e deve finire l’autoritarismo militare su un intero territorio. Fate qualcosa. Ci verrebbe da ribaltare la domanda e dire noi a voi: fate qualcosa. Aiutateci ad impedire lo stato di polizia permanente in cui ci vogliono far vivere. Fate qualcosa per denunciare questa campagna di stampa (che non si pone domande, non fa distinzioni, non esamina fatti e cose decisamente incongruenti che pure sono sotto gli occhi di tutti). Fate qualcosa perché la storia di un movimento popolare come il nostro non venga liquidata manu militari fra le carte di una procura. Stiamo resistendo perché vogliamo andare avanti, vogliamo vivere in pace nella nostra valle, vogliamo raccogliere i frutti di oltre vent’anni di crescita collettiva su tutte le questioni a noi care: il futuro delle prossime generazioni, le risorse del nostro territorio, intervenendo per risparmiarlo, risanarlo, non per rapinarlo; mettendo a disposizione le nostre capacità come alternativa al consumo dissennato e per un uso responsabile e consapevole delle risorse. Vogliamo riappropriarci del nostro tempo per partecipare alla gestione e alla cura della nostra comunità. Liberarci dal Tav.

Fonte: il cambiamento

Alternative in movimento, in Val di Susa gli Stati Generali del Lavoro

Dal 27 al 29 settembre a Vaie, in Valle di Susa, si terranno gli Stati Generali del Lavoro, una grande assemblea organizzata da Etinomia e Movimento No-TAV durante la quale otto tavoli tematici si riuniranno per formulare nuove idee di lavoro.lavori8

“Si deve lavorare meno ore per tutti i lavori, ma soprattutto si deve lavorare meno per vivere meglio, questo è più importante e più sovversivo”

Serge Latouche

Dal 27 al 29 settembre a Vaie, in Valle di Susa, si terranno gli Stati Generali del Lavoro, una grande assemblea organizzata da Etinomia e Movimento No-TAV durante la quale otto tavoli tematici si riuniranno per formulare nuove idee di lavoro, concetto che mai come in questi ultimi anni di crisi generalizzata sta mostrando la corda. Io sarò la referente del tavolo n. 3, che si intitola “Significato di lavoro e reddito di cittadinanza” e i cui propositi sono sintetizzati qui:

“Il significato che siamo abituati ad attribuire alla parola ‘lavoro’ è meramente quello di ‘attività tramite la quale si percepisce reddito monetario’. Chiusi in questa gabbia semantica non riusciamo neppure a intravedere quanto sia restrittiva, addirittura punitiva, ostinata com’è nel negare dignità di occupazione profittevole per il singolo e per la comunità a qualsiasi altro nostro agire: adempiere ai nostri obblighi familiari, procurarci cibo sano che ci mantenga in salute, informarci adeguatamente, viaggiare, imparare cose nuove, in una parola diventare giorno per giorno persone e cittadini migliori e non solo ripetitori di gesti destinati a produrre ulteriori cose, materiali o no, il cui eccesso è ormai fin troppo evidente.stati_generali_lavoro7

La crisi, quella che ci attanaglia tutti, è in questa accezione soprattutto crisi di senso, che sempre più persone avvertono e cercano di contrastare, inventandosi strade e soluzioni. Per farlo bisogna certo ripensare anche all’idea di consumo, di spesa e di reddito, ma anche avere la possibilità di superare il ricatto della dipendenza dall’impiego pressoché totale del nostro tempo solo per avere, come si suol dire, di che vivere. In quest’ottica la richiesta di un reddito di cittadinanza che sancisca il diritto a esistere diventa pressante, necessaria, imprescindibile. Questo gruppo vuole discutere e sintetizzare i temi esposti per contribuire alla formulazione della proposta di cambiamento concreto che è lo scopo degli Stati Generali del Lavoro”.

Sono invitati a partecipare agli Stati Generali del Lavoro tutti coloro che condividono queste idee.

Per iscriversi basta andare qui, ma vi sarò grata se me ne darete comunicazione via mail così che sappia la consistenza del gruppo che via via si forma.

Ulteriori informazioni sono sul sito di Etinomia e sulla pagina Facebook dell’ evento.

Fonte: il cambiamento