Il costo ambientale nascosto del biofuel USA

Le minori emissioni di CO2 del bioetanolo sono più che compensate in negativo dalla perdita ed erosione di suoli naturali per nuove colture, dal maggiore inquinamento dei fiumi e dalla crescita della zona morta nel Golfo del MessicoMais-usa-586x424

L’Associated Press ha pubblicato un interessante servizio sul costo ambientale nascosto del bioetanolo da mais negli USA.E’ stato valutato che (anche se probabilmente si tratta di una stima abbastanza ottimistica) prendendo in considerazione l’intero ciclo l’etanolo rispetto al petrolio permette di ridurre i consumi di energia del 57% e le emissioni di CO2 dell’ 34%;  è però altrettanto vero che non si può ignorare il suo impatto ambientale complessivo. Lo sviluppo del bioetanolo ha diffuso tra gli agricoltori una vera e propria “febbre del mais” che ha portato a destinare a biofuel ben il 44% dei terreni coltivati a mais e ad aumentare del 27% in 10 anni la superficie complessiva destinata a questo cereale. Nella ricerca esasperata di nuove terre in cui coltivare il mais sono stati aggrediti oltre  3 milioni di ettari di ambienti naturali. Gli agricoltori hanno usato colline, zone umide, boschi, praterie, zone troppo aride e pesino un campo da golf  per fare crescere pannocchie destinate a coprire appena il 3% dei consumi fossili USA. L’attività agricola su suoli più fragili e storicamente non adatti sta aumentando il rischio di erosione e desertificazione, mentre la mancanza di rotazione delle colture sta impoverendo i suoli. Inoltre l’incremento nell’uso di pesticidi e fertilizzanti, peggiora la contaminazione della  falda acquifera e dei fiumi e allarga la cosiddetta zona morta del golfo del Messico. Poichè l’alcool è più corrosivo della benzina, l’ultimo danno ai cittadini è rappresentato dai possibili danni ai motori, soprattutto quelli più vecchi, che potrebbe arrecare l’E15, cioè una miscela al 15% di etanolo.

Fonte: ecoblog

EcoV, l’auto elettrica che potrebbe rivoluzionare la mobilità urbana negli USA

Leggera, poco veloce e con autonomia ridotta, è pero ideale per i pendolari suburbani e per la consegna di merci dell’ultimo miglioEcoV-auto-elettrica

Per gli standard americani, questa è decisamente un’auto minuscola, ma potrebbe rivoluzionare la mobilità urbana oltreoceano. EcoV è un auto elettrica costruita a Detroit (sembra finalmente finito il tempo della delocalizzazione) e venduta per 12000 $ (poco meno di 9000 €). La sua autonomia tra i 40 e i 70 km la rende perfetta per gli spostamenti casa-ufficio dei pendolari e per le consegne delle merci ai negozi del centro città. L’auto che vedete qui sopra è leggera e funzionale, disponibile a 4 o 6 posti oppure come pick up. Non vincerebbe probabilmente un concorso di design, nè una gara di velocità, visto che percorre al massimo 40 km in un’ora. Tuttavia gli spostamenti in città sono caratterizzati proprio dalle basse velocità, sia per il traffico, sia per i limiti, per cui ogni potenza in più risulterebbe essere comunque una potenza sprecata. La ricarica delle batterie costa solo 50 centesimi, per cui secondo i costruttori potrebbe ripagarsi nell’arco di un anno. Le congestioni da traffico sono responsabili negli USA dell’ emissione di 25 milioni di t di CO2, oltre a tutte le altre sostanze inquinanti. Il passaggio alla mobilità elettrica, che può essere alimentata da fonti rinnovabili a differenza dei motori a combustione interna, potrebbe evitare questo inquinamento inutile. Il passo successivo sarebbe naturalmente quello di ridurre gli ingorghi usando di più il telelavoro e i trasporti pubblici, ma lasciamo che gli americani si abituino a guidare auto più piccole prima di farli salire sull’autobus…

Fonte: ecoblog

La gentilezza gratuita non ha età

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La gentilezza non ha età: non è mai troppo tardi per fare un gesto disinteressato, come ha dimostrato una coppia non più giovanissima, residente a Grandville, cittadina del Michigan (USA). Un sabato pomeriggio, Riley e Hermi Combs (nella foto sotto) sono usciti di casa e si sono piazzati al centro di un incrocio molto trafficato della loro città ed hanno cominciato a fermare gli automobilisti di passaggio non per chiedere loro soldi, ma – al contrario – per regalarli. La simpatica coppia ha stazionato al semaforo tra Byron Center Avenue e la 44th Street ed ha elargito 100 banconote da 1 dollaro l’una a 100 automobilisti, dapprima sbalorditi e poi divertiti.Combs3-150x150

E i due coniugi hanno fatto tutto questo tenendo in mano un cartello con la scritta: “NO, NON sono un senzatetto e NON ho fame.Posso darti 1 dollaro?“. La nipote della coppia ha dichiarato alla stampa che i nonni avevano maturato l’idea del semaforo già da qualche settimana e che la nonna si è divertita da matti a metterla in pratica. Mentre Ami, la figlia di Riley e Hermi, ha spiegato che questa non era affatto la prima volta che i suoi genitori distribuivano regali o denaro a perfetti sconosciuti. “Hanno comprato anche biglietti dell’autobus che valevano un mese e li hanno distribuiti in modo del tutto causale”, ha detto Ami. “Sono molto attivi nella nostra comunità. Sono persone davvero fantastiche”.

Fonte: buonenotizie.it

Usa, è boom per i veicoli elettrici: il 2013 è da record

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Secondo un nuovo rapporto della Union of Concerned Scientists (Ucs), entro la fine di agosto negli Usa sono stati venduti 59.000 veicoli elettrici, più che durante tutto il 2012. Il vicedirettore dell’Ucs per la ricerca sui veicoli puliti, Don Anair (nella foto a sinistra), sottolinea che “Questa è una buona notizia per un settore della tecnologia che è destinato a svolgere un ruolo importante nella futura riduzione del consumo di petrolio degli Stati Uniti“. Negli ultimi 3 anni, gli americani hanno acquistato più di 140.000 veicoli elettrici (EV), che hanno fatto risparmiare 40 milioni di litri di carburante all’anno. Nel 2012 le vendite di EV in California sono più che raddoppiate. Sebbene città costiere del West e dell’East continuino ad essere gli hotspots delle vendite di auto elettriche (5 aree metropolitane rappresentano poco più della metà del mercato Usa) gli Ev vanno forte anche in città come Denver, St. Louis e Dallas. Insomma, negli Usa la strada per le auto elettriche è diventata molto più ampia e scorrevole e lo sarà ancora di più con l’accordo firmato da 8 Stati, che da soli rappresentano un quarto del mercato dei nuovi veicoli, per mettere3,3 milioni di veicoli a emissioni zero sulle strade americane entro il 2025. Il protocollo d’intesa sottoscritto dai governatori di California, Connecticut, Maryland, Massachusetts, New York, Oregon, Rhode Island e Vermont aumenterà il coordinamento tra gli Stati, svilupperà azioni specifiche statali per sostenere un mercato di successo e in crescita che rappresenta “La soluzione chiave per affrontare i cambiamenti climatici e il taglio previsto della metà dell’utilizzo di petrolio della nostra nazione nei prossimi 20 anni – spiega Anair – L’accordo sosterrà le politiche per i veicoli a emissioni zero in quegli Stati attraverso una serie di azioni“. Alcuni dei punti salienti dell’accordo li riassume un comunicato stampa del Rhode Island: armonizzare i codici di costruzione per rendere più facile la costruzione di nuove stazioni di ricarica dei veicoli elettrici;  dare l’esempio includendo veicoli a emissioni zero nelle nostre flotte pubbliche; valutare e stabilire, se è il caso,incentivi finanziari ed altro per promuovere i veicoli ad emissioni zero; prendere in considerazione se istituire tariffe elettriche preferenziali per i sistemi di ricarica a casa; sviluppare standard comuni per i segnali stradali e per le reti di ricarica. Entro i prossimi 6 mesi gli 8 Stati elaboreranno un piano d’azione che includerà molte di queste ed altre strategie. Anair è convinto che “Ridurre gli ostacoli ai proprietari di un veicolo elettrico, attraverso iniziative come quelle sopra descritte,  aiuterà a mantenere il mercato dei veicoli elettrici in crescita. La California ha guidato la carica, per così dire, quando si è trattato di coordinare gli sforzi per sostenere il lancio dei veicoli alimentati ad elettricità ed idrogeno attraverso il coordinamento tra le agenzie, gli incentivi al consumo e le infrastrutture di supporto, di infrastrutture, compreso l’evoluzione del suo piano d’azione l’anno scorso. Insieme agli incentivi ai proprietari dei veicoli, come ad esempio l’accesso all’HOV (high-occupancy vehicle) e sconti sull’acquisto, questi sforzi hanno portato la California in testa nell’adozione dei veicoli elettrici, con questo Stato che rappresenta attualmente circa il 29% delle vendite. L’impegno da parte di altri 7 membri di adottare misure simili è una grande notizia per ampliare l’accesso dei consumatori ai veicoli elettrici e per  la riduzione delle barriere alla partecipazione in tutto il Paese”.

Fonte: Greenreport.it

Dopo 17 anni fa la cosa giusta e rimedia ai suoi errori

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per rimediare ai propri errori e lo dimostra la storia di un uomo tormentato dal senso di colpa per aver derubato la sua scuola quando aveva solo 12 anni: e così, dopo 17 anni, ha deciso di inviare alla scuola una lettera di scuse e una busta piena di soldi. E’ successo in California, a Nevada City, dove James Berardi – preside della Grizzly Hill Elementary School – si è visto recapitare una lettera scritta a mano, firmata e accompagnata da 300 dollari. Nella lettera, il mittente spiegava che 17 anni fa, quando frequentava la scuola ed aveva solo 12 anni, aveva rubato dei soldi che dovevano essere destinati ad una gita scolastica o alla festa di fine anno. “Ho fatto irruzione a scuola”, ha scritto l’autore della lettera, di cui non è stato reso noto il nome, “poco prima della fine dell’anno scolastico. Ho rubato il denaro di alcune classi (che lo avevano messo da parte per una gita o per la festa di fine anno) e, dall’ufficio del preside, ho rubato alcuni oggetti che erano stati confiscati. Ho rotto qualche serratura e i telai di alcune finestre. Non so esattamente quant’è costato riparare i danni, né quanti soldi avevo rubato. Secondo i miei calcoli, dovrebbero essere 300 dollari. Ho allegato alla lettera questa cifra per rimediare a ciò che ho fatto, per cercare di risarcire i danni e riparare ai miei errori”. La bella missiva, infine, si chiudeva con questa frase: “Se, a scuola, lavora ancora qualcuno che si ricorda di questo episodio e ritiene che 300 dollari non siano sufficienti a coprire i danni, non esitate a contattarmi”. Il preside Berardi ha subito contattato l’ex allievo per ringraziarlo del bellissimo gesto e per comunicargli che i soldi inviati erano più che sufficienti. Ed ha commentato, visibilmente commosso: “Mi auguro che questo gesto gli abbia dato la serenità che stava cercando. Forse l’ha fatto per liberarsi da un grosso peso o dal senso di colpa”. Secondo gli insegnanti della Grizzly Hill School la lettera vale molto più del denaro che conteneva, perché ha dato agli studenti un’importante lezione di vita. “Questa persona ha fatto una cosa sbagliata”, ha sottolineato Willow De Franco, “E forse si è sentita così male e così in colpa per aver fatto scelte sbagliate, che alla fine ha deciso di rimediare al suo errore”.

Fonte: buonenotizie.it

Uno stile di vita a sprechi zero. Dagli Usa la Storia di Bea Johnson

Un chilo di spazzatura all’anno contro i 450 chili che in media produce una famiglia americana. Giovane francese trapiantata negli Stati Uniti, Bea Johnson ha deciso di adottare uno stile di vita a “spreco zero” partendo, in primo luogo, dal rifiuto del superfluo.usa

Sprecare fa parte dello stile di vita di chi vive nella società moderna industrializzata. Sprechi alimentari, sprechi di consumi energetici, sprechi di materie prime, sprechi di risorse naturali sono il frutto di comportamenti e modi di vivere ormai talmente consolidati, specialmente nel mondo occidentale sviluppato, che diviene quasi impossibile pensare e credere che si possa agire e vivere diversamente. Ma di fronte ai dati sugli sprechi, soprattutto quelli recentissimi sugli sprechi alimentari e in un contesto di crisi planetaria senza precedenti, quale quella attuale, occorre seriamente chiedersi come potere contribuire individualmente, senza demandare ad altri, nell’ideazione e nella costruzione di nuovi stili di vita collettivi più consapevoli, più coscienziosi, meno onerosi e meno dannosi per la nostra esistenza e per la salute del pianeta. Occorre educare e sensibilizzare il cittadino-consumatore ad una differente maniera di stare e convivere nella società ma sembra altresì necessario mediatizzare maggiormente le numerose esperienze positive già esistenti che possono nel concreto divenire modello e speranza ai fine di tracciare un solco-separatore tra il falso benessere di cui ci siamo decorati e un reale ben vivere sociale. Ma lo spreco zero è realistico? Probabilmente neppure i più fervidi sostenitori della decrescita felice, quelli del ricorso al riuso, al riciclo e alla riduzione dei consumi credono in una società a “spreco zero”. Si tratta effettivamente di un obiettivo, di un target difficilmente raggiungibile per grandi collettività, forse un’utopia nell’epoca moderna, per lo meno nel mondo cosiddetto civilizzato. Se su larga scala lo spreco zero sembra un obiettivo chimerico, a livello individuale esistono delle eccezioni sorprendenti che lasciano speranza e segnano un cammino. Così proprio dalla società che ha la nomea di essere consumistica per eccellenza, quella statunitense, arriva l’affascinante storia di Bea Johnson. Bea, giovane francese trapiantata negli States, ha deciso di adottare lo stile di vita “spreco zero” e così che la sua famiglia con due bambini riesce a produrre solamente un chilo di spazzatura all’anno mentre in media una famiglia americana ne produce circa 450 chili. Bea, eco-blogger e autrice del libro Zero Waste Home, è prodiga di consigli ed entusiasta per quello stile di vita che conduce da ormai oltre un lustro e che trova i suoi pilastri e motori in primis nel rifiuto (delle cose inutili) e poi nel ridurre, nel riuso e nel riciclo.

Spinta inizialmente dalla causa ambientalista, Bea ha pian pianino apprezzato i vantaggi che offre lo “Zero Waste Lifestyle” e che principalmente scaturiscono dalla semplicità e dalla qualità di quel modo di vivere. Come sostenuto in una recente intervista, quella scelta di vita si traduce nel beneficiare di grande disponibilità di tempo libero per lei e per tutta la famiglia ma anche, cosa non meno importante, nel rilevante risparmio finanziario legato alla riduzione dei consumi e a quelle best practice quotidiane che permettono inutili spese e evitano aggravi di uscite monetarie. La famiglia Johnson conserva il cibo in barattoli di vetro, utilizza buste in tessuto per fare la spesa, rifiuta il packaging per quei prodotti inevitabili che acquista nei negozi, auto-produce prodotti di cosmesi e d’igiene, vive del necessario chiedendosi e valutando giornalmente cosa sia realmente e strettamente utile da ciò che è puramente voglia. Inevitabilmente lo stile di vita dei Johnson ha un impatto su quello del vicinato, degli amici, dei compagni di scuola dei figli, dei negozianti che vengono “educati” ad accettare lo stile di shopping di Bea e famiglia.

Uno stile di vita, per molti estremo, ma realizzabile, al quale è comunque possibile tendere che modifica i nostri limiti intellettuali, culturali e visivi, quelli di animali da consumo, consentendo di porci in un’altra prospettiva, quella di cittadini consapevoli, attivi e partecipi di differenti modi di intendere il nostro esistere. Chissà se coniugare l’estremismo del nostro modus vivendi con quello, almeno apparente, dello “spreco zero” non possa infine permettere di fondere positivamente l’idea di economia moderna sviluppatasi nei secoli e che ci ha reso esclusivamente consumatori, con quella dell’ecologia e del rispetto a 360° che, forse, racchiude in se il concetto di vera qualità del vivere nell’era moderna.

Fonte: il cambiamento

USA, 300 fuoriuscite di petrolio negli ultimi due anni in North Dakota mai rese pubbliche fino ad ora

Il boom del thight oil da fracking ha moltiplicato le trivellazioni e gli oleodotti, che hanno superato i 28000 km, aumentando le probabilità di incidente e contaminazione dell’ambienteDakota-oil-1-586x390

Trecento fuoriuscite di petrolio in meno di due anni nelle campagne del North Dakota: è il lato oscuro del boom petrolifero del tight oil da fracking. La Associated Press ha documentato circa 750 incidenti, finora sconosciuti al pubblico, avvenuti nella filiera del tight oil dal gennaio del 2012, tra cui 300 perdite dagli oleodotti. Questi dati preoccupanti sono venuti alla luce in seguito ad un incidente piuttosto grave che ha causato la fuoriuscita di oltre 20000 barili di greggio all’inizio del mese. Il tight oil è estratto dalla roccia compatta (e non porosa come nel caso del petrolio convenzionale), mediante la contestata tecnica del fracking. I giacimenti sono piccoli, per cui si deve trivellare molto di più, e si devono anche posare molti più km di oleodotti. In North Dakota ci sono oltre 28000 km di oleodotti, oltre il triplo della distanza Roma-Pechino e pari a circa 16 volte il perimetro dello stato americano, un tempo territorio Sioux: è come se ci fossero 150 metri di oleodotto su ogni singolo km² di territorio. Le perdite di petrolio non sono quindi casuali, ma imputabili all’incredibile lunghezza della rete e alla sua crescita tumultuosa (+14% lo scorso anno): la conseguenza inevitabile è una minore qualità delle installazioni e una più scarsa manutenzione. La stessa cosa accade con il gas: le perdite in North Dakota sono pari al 30%, in genere sotto forma di flaring, al punto da illuminare la notte più di una metropoli. Il Dakota Resource Council è un organizzazione ambientalista con una forte base sociale di agricoltori e allevatori molto preoccupati per l’impatto negativo del breve boom dell’olio sul benessere a lungo termine del territorio. Riusciranno a fermare, o almeno a rallentare la devastazione?

Fonte: ecoblog

La storia di Yash: vedere il mondo in modo positivo

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Yash Gupta, 17enne di origine indiana residente a Irvine (California), è un ragazzo molto speciale: già da qualche anno ha fondato un’associazione che raccoglie occhiali da vista usati – che altrimenti finirebbero nella spazzatura – per donarli ai bambini che ne hanno bisogno ma che non possono permetterseli. Yash, che porta gli occhiali da vista da quando aveva 5 anni, sa molto bene cosa significa non vedere perfettamente e si ricorda ancora di quando era alle elementari ed aveva rotto gli occhiali da vista. Yash ha dovuto aspettare una settimana per averne un paio nuovo e questa esperienza lo ha segnato profondamente. “ Non riuscivo a vedere niente”, ha raccontato, “In classe non vedevo nulla, così mi distraevo molto facilmente. E non riuscivo nemmeno a fare i compiti”. E’ stato in quel momento che si è reso conto di quanto fosse importante possedere un paio di occhiali da vista. Tutti i bambini che non possono permettersi un paio di occhiali, specialmente nei paesi a basso reddito, soffrono di uno svantaggio enorme, perché se non riescono a vedere bene, non possono beneficiare dell’istruzione che ricevono. “Per loro diventa impossibile riuscire ad esprimere al meglio le loro potenzialità. Io ho avuto questo problema per una settimana, ma questi bambini ce l’hanno da tutta la vita”. Ecco perché 3 anni fa, quando aveva solo 14 anni, Yash ha avuto l’idea di recuperare gli occhiali da vista che la gente non utilizza più, per donarli a chi ne ha bisogno. Spesso i vecchi occhiali vengono dimenticati nei cassetti o gettati nella spazzatura, quando ci sono tanti bambini che non vedono bene ma che non possono comperarli. “Io, a casa, ho trovato da 10 a 15 paia di occhiali solo aprendo i cassetti in modo del tutto casuale”, ha detto. Resosi conto che quegli occhiali potevano fare la differenza nella vita di almeno 10 bambini, Yash con il supporto del padre, ha fondato una associazione che raccoglie gli occhiali da vista usati per darli ai bambini meno fortunati di lui.  Come primo passo, ha contattato tutti gli optometristi di Irvine, che hanno accettato di esporre nei loro negozi un contenitore nel quale i loro clienti, dopo aver comprato un nuovo paio di occhiali, potevano donare quelli usati.Yash6-150x150

“Quel primo esperimento è stato davvero incoraggiante”, ha dichiarato Yash. “Alcuni (optometristi) avevano già molte paia di vecchi occhiali, che avevano accumulato nel tempo e dei quali non sapevano che fare” . la sua associazione no profit si chiama “Sight Lerning” e raccoglie occhiali usati presso gli optometristi californiani per darli ad organizzazioni internazionali. Dal 2011 ad oggi Yash ha raccolto e regalato circa 9.500 paia di occhiali, per un valore di quasi 500.000 dollari, soprattutto ai bambini di Haiti, Honduras, India e Messico. Per il suo altruismo Yash ha partecipato ad un evento alla Casa Bianca lo scorso mese di luglio ed è stato nominato CNN Nero 2013. Aiutare gli altri è molto importante per Yash, la cui famiglia è emigrata dall’India verso gli Stati Uniti quando aveva solo 1 anno di età. “ E’ stata dura riuscire ad integrarci per questo sono molto solidale con tutte le persone che vivono momenti di difficoltà. In questo momento stiamo collaborando con organizzazioni che hanno attività internazionali. Ma in futuro, mi piacerebbe portare questo servizio anche in tutte le città degli Stati Uniti” ha spiegato Yash. “Nel Mondo”, ha concluso, “ ci sono 300 milioni di persone che non possono permettersi un paio di occhiali da vista, ma ne hanno bisogno. Gran parte di loro (circa un terzo, n.d.a.) sono studenti e credo che non sia giusto che non riescano ad avere un’istruzione adeguata solo per questo motivo. E’ entusiasmante vedere l’espressione meravigliata dei bambini che indossano gli occhiali per la prima volta, vedere la gioia e felicità sui loro volti”

Fonte: buonenotizie.it

Il salmone OGM in commercio in Usa? Parte la campagna per il boicottaggio

Le principali catene alimentari statunitensi rifiuteranno di venderlo175696554-586x396

Sembra prossima alla conclusione la telenovela che ha per protagonista il salmone OGM AquAdvantage, il pesce geneticamente modificato – e soprannominato “FrankenFish” – che la società canadese AquaBounty sta cercando da anni di introdurre sul mercato americano. Dopo tre anni di test e di rinvii, la Food and Drug Administration americana sembra pronta a dare il via libera alla commercializzazione del salmone. Già lo scorso dicembre era arrivato un primo parere positivo dalla FDA, che aveva dichiarato come AquAdvantage non causasse problemi alla salute e non avesse un “impatto significativo sulla qualità dell’ambiente umano degli Stati Uniti”. Non era però arrivato il via libera, che ora però sembra imminente, entro la fine dell’anno. È così partita una campagna di sensibilizzazione rivolta stavolta non ai consumatori ma ai negozi e alle catene alimentari statunitensi, per invitare a boicottare la vendita del salmone geneticamente modificato. Ne ha parlato gli scorsi giorni anche il Washington Post, sottolineando come la campagna abbia già ottenuto adesioni importanti. Alcune delle più importanti catene alimentari Usa, come Whole Food, Trader Joe’s e Target, hanno già fatto sapere negli scorsi mesi di non voler vendere AquAdvantage: a queste adesioni se ne sono aggiunte altre nelle ultime settimane, come quella di Safeway, la seconda catena alimentare del paese, che attraverso un portavoce ha detto di non avere “alcuna intenzione di vendere il salmone OGM”. Gli organizzatori della campagna intendono così disinnescare il possibile effetto valanga che potrebbe nascere se la FDA approvasse la commercializzazione del “FrankenFish”, aprendo quindi la strada a esperimenti simili. In salmone OGM della AquaBounty è un salmone atlantico in cui è stato inserito un ormone del salmone Chinook e un gene di un pesce oceanico simile all’anguilla che in pratica garantisce la crescita nella metà del tempo. Gli oppositori sostengono che non ci sono ancora abbastanza elementi che provino che il salmone OGM sia sicuro e non causi problemi alla salute.

Fonte: ecoblog

Nel 2013 gli USA primi produttori di gas e petrolio, ma a quale prezzo?

L’entusiasmo dei commentatori andrebbe raffreddato, perché il sorpasso è avvenuto solo perchè la Russia ha diminuito la sua produzione e perchè l’aumento americano è dovuto all’estrazione di petrolio e gas non convenzionali che hanno un grave impatto ambientaleProduzione-USA-Arabia-Russia-2012

Nel 2013 gli USA potrebbero raggiungere il discutibile primato di maggiore produttore fossile del pianeta, superando la produzione di petrolio e gas di  Russia  e Arabia Saudita (1). L’annuncio, dato dall’EIA qualche giorno fa, ha naturalmente scatenato gli entusiasmi di tutti i media di lingua inglese. Lo scopo di un simile annuncio è soprattutto di tipo geopolitico; l’America (come viene chiamata oltreoceano), manda a dire che è sulla strada dell’autosufficienza energetica. Da tempo l’EIA preparava un simile annuncio, al punto da gonfiare le cifre della produzione sommando i volumi di tutti i combustibili liquidi senza considerare l’effettivo output energetico (2). Facendo questa correzione la produzione effettiva USA cala di circa il 4%, ma resta comunque al primo posto. Ci sono tuttavia una serie di “ma” che dovrebbero smorzare l’entusiasmo dei fossiliferi:

(A) Gli USA consumano ogni giorno circa 30 milioni di barili equivalenti di petrolio e gas, per ci sono ben lontani dall’autosufficienza;

(B) La produzione vera e propria di greggio USA è aumentata (vedi sotto perché), ma rimane significativamente più bassa di Russia e Arabia. Tutto il sistema dei trasporti funziona soprattutto a gasolio e non potrebbe cambiare così in fretta.

(C) Come si vede confrontando la produzione 2013 con quella del 2012 (grafico qui sotto), il sorpasso della Russia è avvenuto perché quest’ultima ha diminuito la sua produzione di circa un milione di barili al giorno, soprattutto a causa di una contrazione della produzione di gas, sembra a causa della riduzione della domanda europea che rivolta ad altri mercati.

(D) La crescita USA è dovuta all’estrazione di petrolio e gas non convenzionali, ottenuti con la tecnica del fracking, che ha altissimi costi ambientali, con pozzi che si esauriscono in fretta. IN altri termini, è probabile che la supremazia USA non durerà a lungo.Produzione-USA-Arabia-Russia-2013-586x498

(1) In realtà, se dovessimo considerare anche il carbone, il primato spetterebbe alla Cina con una produzione fossile totale di 42 Mbbleq/giorno.

(2) A parità di volume il GPL ha un potere energetico che è solo il 70% del petrolio, per cui 1 barile equivalente è pari a 0,7 barili di GPL

Fonte: ecoblog