Gli Usa risarciscono i Navajo con 554 Mln di dollari per aver sperperato le loro risorse naturali

Un risarcimento di 554 milioni di dollari è stato riconosciuto agli indiani Navajo in Usa poiché il Governo non ha agito nel loro interesse nella gestione delle loro risorse naturali. Alla Nazione Navajo, la più grande tribù indiana del paese, con più di 300.000 membri si sviluppa su 27.000 chilometri quadrati nel New Mexico, Arizona e Utah è stato riconosciuto un risarcimento da 554 milioni di dollari dal governo statunitense perché le loro risorse naturali sono state sfruttate senza tenere conto degli interessi dei nativi americani. L’accordo sarà ufficialmente annunciato il prossimo venerdì nella sede della Navajo Nation a Window Rock in Arizona e i soldi saranno versati nel giro di un paio di mesi. Il governo federale controlla secondo un accordo che risale al 1800 circa 14 milioni di acri di terra su cui sorge la Navajo Nation e da cui ottiene carbone e petrolio, legname e agricoltura. Nel 2006 la tribù ha intentato una causa in cui sostenuto che il governo non era riuscito a condividere i profitti delle risorse naturali con il benessere della Nazione Navajo. Si è iniziato a contabilizzare la cattiva gestione dal 1946 ed è stata stimata in 900 milioni di dollari di danni subiti dai nativi americani.7552611580_f34a964057_z-620x350

Ben Shelly, il presidente della Nazione Navajo, chiamato indennizzo “equo e giusto” e giunto:

dopo un processo lungo e conquistato a fatica. Sono lieto che siamo finalmente giunti a una risoluzione.

I nativi americani utilizzeranno questi soldi per alleviare la povertà di cui hanno sofferto negli ultimi 50 anni investendo in infrastrutture che possano migliorare la loro vita nella Navajo Nation. L’accordo non preclude la tribù di perseguire future rivendicazioni o eventuali reclami separati per la gestione l’acqua e per l’inquinamento da uranio sul suo prenotazione ha precisato il procuratore generale Harrison Tsosie.

Fonte:  NYT

Foto | Jungle Jim3 @ Flickr

Rinnovabili, per il decreto spalma incentivi gli Usa bacchettano Matteo Renzi

Il Wall street Journal tira le orecchie al governo Renzi per il decreto spalma incentivi destinato alle rinnovabili paventando il rischio concreto che capitali privati e esteri scappino via dal Bel Paese. “A quanto pare il governo italiano ha un rapporto difficile con i capitali privati”: è questo l’incipit dell’articolo firmato da Michel Bonte-Friedhmein, ceo di NextEnergy Capital Group pubblicato ieri sul Wall Street Journal. Il titolo è altrettanto esplicito: Renzi piega i mulini a vento. In pratica Bonte-Friedhmein critica pesantemente le misure adottate per il taglio della bolletta energetica spiegando che proprio quelle stesse misure porteranno a una fuga di investitori stranieri spaventati dal decreto spalma-incentivi reso retroattivo. In sostanza, per i titolari di impianti per la produzione di energie rinnovabili oltre i 200 kilowatt e che percepiscono il 60% degli incentivi totali viene previsto che siano versati “spalmati” sui 20-24 anni con una riduzione dell’importo a compensazione dell’allungamento oppure con una riduzione secca dell’8%. Spiega nel suo articolo Bonte-Friedhmein:
La proposta di tagliare retroattivamente i loro ritorni arriva dopo i tanti sforzi dei precedenti governi di sanzionare i proprietari di impianti di energie rinnovabili, attraverso una serie di nuove imposte e tasse che hanno ridotto i rendimenti degli investitori di circa metà dal 2011. Ora il governo Renzi punta al raddoppio.Wind turbines are pictured in the villag

Negli ultimi cinque anni, gli investitori hanno versato oltre 50 miliardi di € per le energie rinnovabili in Italia il che ha portato alla costruzione di impianti per la produzione di circa 17 gigawatt di capacità di energia solare e 6 gigawatt di capacità eolica. La produzione di energie rinnovabili in Italia è passata dal 20% nel 2008 al il 34% nel 2012 per il più grande salto tra le grandi economie europee. Come per tutti gli investimenti a lungo termine, un quadro giuridico chiaro è stato fondamentale per attrarre i fondi. Scrive Michel Bonte-Friedhmein:

Ora che il denaro è stato speso e avviato il funzionamento degli impianti, il signor Renzi vuole strappare i contratti e selettivamente spazzare via gli investitori azionari, anche se i costi di rinnovabili sono solo una piccola parte della bolletta energetica in Italia. Volutamente, il governo italiano non prende di mira i servizi inefficienti e costosi forniti dalle grandi compagnie energetiche, come Enel che ha recentemente presentato un piano strategico di investimento di oltre 9 miliardi di € nei mercati emergenti finanziate in gran parte dai ricavi generati dai consumatori italiani.

E per concludere l’analisi aggiunge:

Mr. Renzi puo’ credere che i mercati hanno la memoria corta, e che questo percorso scelto può essere più facile che riformare le inefficienze palesi nel settore energetico italiano o tagliare le tasse orrendamente alte sugli utenti di energia. Forse ha ragione, ma gli auguriamo buona fortuna per attirare investitori stranieri nel futuro. Non bussare alla mia porta.

E non ci sembra un avviso da sottovalutare.

Fonte: ecoblog.it

Il new deal ambientale USA genererà oltre 270000 posti di lavoro entro il 2020

La diffusione dell’efficienza energetica e delle rinnovabili genererà un risparmio di 37 miliardi di dollari in consumi energetici e di 50 miliardi di minori costi ambientali e per la salute

L’amministratrice dell’Environment Protection Agency Gina Mc Carthy (foto) lo ha detto chiaramente lunedì, quando ha presentato le nuove misure per la riduzione della CO2 volute da Barack Obama: non si tratta di scegliere tra un’economia forte e un ambiente sano. Le due opzioni possono infatti andare a braccetto e lo conferma un’interessante analisi delNatural Resources Defense Council, secondo cui gli obiettivi di riduzione delle CO2 genereranno 274000 nuovi posti di lavoro entro il 2020 nel campo delle rinnovabili, del risparmio energetico e della ricerca. Il risparmio nei consumi elettrici domestici sarà pari a 13 miliardi di dollari per le abitazioni e 24 miliardi di dollari per le attività commerciali e industriali. I benefici per l’ambiente e la salute sono stimati in 50 miliardi di dollari. «L’efficenza energetica è il modo più economico, rapido e pulito per tagliare le emissioni di carbonio e genera risparmi e benefici occupazionali per le comunità locali» afferma Sheryl Carter, co-direttrice del NRDC. «L’analisi mostra che gli standard per il carbonio che usano l’efficienza come una strategia chiave  espanderanno i benefici su vasta scala. E’ ciò che dobbiamo fare ora.»

Non è un caso se due terzi degli americani sostengono queste misure per la riduzione delle emissioni: giunti a questo punto non si tratta più di opinioni, ma di non mettersi dalla parte sbagliata della storia.

Gina-McCarthy

Fonte: ecoblog.it

Accordi TTIP, in un documento segreto tra Usa e UE l’apertura a fracking e shale gas in Europa

L’HP ha pubblicato ieri un documento segreto che rientra nel Patto TTIP in cui USA e UE si accordano per liberalizzare lo shale gas e il fracking

Gli accordi TTIP che piacciono tanto all’Italia portano anche shale gas e fracking. Questo è infatti il contenuto del documento riservato e pubblicato ieri da HP dove si evince la pressione a cui è sottoposta l’Unione Europea da parte dell’amministrazione Obama affinché possano essere effettuate nuove trivellazioni alla ricerca di petrolio e gas naturale così. Il documento è in sostanza una prima bozza che prospetta la politica energetica che i negoziatori europei sperano di vedere adottata nell’ambito del TTIP- Transatlantic Trade and Investment Partnership in fase di negoziazione a Arligton in Virginia. Il testo è stato condiviso con funzionari americani nel mese di settembre e l’Ufficio del US Trade Representative ha rifiutato di commentare il documento. Gli Usa vogliono esportare il loro shale gas in Europa e anche petrolio. D’altronde Assoeletterica puntuale lo scorzo mese di marzo dopo il vertice sull’Energia presidente Obama così commentava:

In sostanza, il meta-messaggio di Obama agli europei è togliete la moratoria sullo shale gas. Altro che mulini a vento e raggi del sole, la questione energetica europea si riassume a prendere una posizione netta sul fracking, l’estrazione di gas attraverso la frantumazione delle rocce. Perché come riassume più liricamente, Paolo Scaroni, amministratore dell’Eni, “o siamo disposti come gli americani ad abbracciare lo shale gas, oppure saremo costretti ad abbracciare Putin”. Secondo le stime dell’ente statunitense Energy Information Administration, l’Europa avrebbe riserve per 450 trilioni di piedi cubi pari a circa 80% delle risorse disponibili nel sottosuolo americano. L’Europa però è spaccata e alla guidare di ciascun schieramento ci sono proprio i due paesi che concentrano il massimo delle risorse stimate. La Francia con 137 trilioni di piedi cubi ne ha vietato l’estrazione e la Polonia con 148 trilioni di piedi cubi che conta oltre 50 pozzi. Chi ha colto al balzo l’ammonimento di Obama per rilanciare sulla necessità di guadagnare l’indipendenza energetica per poter manovrare liberamente le leve della politica estera è David Cameron, che incontra notevoli resistenze a casa sua contro lo sviluppo estrattivo di shale gas anche dopo aver tolto la moratoria sul fracking nel dicembre 2012.

La questione non è prosaicamente ambientalisti contro petrolieri, ma essere sicuri che l’estrazione di shale gas non produca più danni che benefici non solo al suo ma anche al clima e le conoscenze che abbiamo ci portano a valutare che l’impatto ambientale è troppo pesante sia per il Pianeta sia per noi che lo abitiamo. Francia e Polonia hanno una struttura del suolo certamente diversa da quella statunitense e in più non sono altrettanto estese. Nel vecchio continente dovremmo affrontare molti più problemi. Ma in sostanza il succo del TTIP è tutto concentrato sulle politiche energetiche anche se poi analizza questioni che riguardano il comparto agroalimentare (l’oro italiano) ad esempio se i caseifici americani possono chiamare alcuni dei loro prodotti “Feta” o “Parmigiano”. Commentano così i francesi di France attac:BELGIUM-EU-US-TRADE

Questo documento non menziona le questioni climatiche o sfide in merito alla scarsità di risorse. Incoraggiare l’espansione del commercio dei combustibili fossili non fa altro che aumentare lo sfruttamento e il consumo sostenibile di idrocarburi e rafforza la nostra dipendenza. Tutto a spese del clima e di una vera transizione energetica e solo per un obsoleto fondamentalismo del libero mercato.

Insomma, leggendo il documento, il punto di vista americano è questo: se si incoraggiano le esportazioni dagli Usa all’Europa di greggio e shale gas allora si stimola anche la trivellazione in casa europea il che però scoraggerebbe lo sviluppo dell’Energia rinnovabile. Gli Stati Uniti hanno vietato le esportazioni di petrolio greggio nel 1975 e sono in atto una serie di restrizioni all’esportazione di gas scisto sia per ragioni di sicurezza economica e nazionale. Ma il presidente può rilasciare licenze speciali per esentare alcune esportazioni di greggio e il ministro dell’Energia Ernest Moniz ha detto questo mese che è intenzionato a valutarne la possibilità. A innescare la spinta a allentare i vincoli sulle esportazioni di gas naturale dagli Stati Uniti verso l’Europa il conflitto tra Russia e Ucraina ma le proposte non sembrano essere in linea con e norme ambientali europee che limitano lo sviluppo nel settore dei combustibili fossili .

Fonte: HuffingtonPost

© Foto Getty Images

Mais OGM, nei campi Usa un insetto si è evoluto e ora se lo mangia

Il mais OGM negli Stati Uniti non sarebbe così al riparo dalla dendroide del mais che si è evoluta rapidamente e che ora riesce anche a mangiarselo a dispetto della tossina

La questione è molto seria perché la giaculatoria dei produttori OGM in merito alle resistenze inoculate attraverso il batterio vettore agli insetti sembra sia caduta. Almeno a stare allo studio pubblicato su PNAS in cui viene evidenziato come la diabrotica del mais si sia evoluta manifestando una resistenza alle tossine emesse dalla pianta, circostanza che le consente di papparsela. perché abbiamo bisogno del mais OGM con batterio bt? perché altrimenti non potremmo avere tante belle colture intensive cariche di raccolto per produrre mangimi animali da destinare agli allevamenti intensivi, bioplastiche e biocarburanti alla faccia delle naturali e selettive rotazioni, come natura vorrebbe. Il mais in questione produce tossine insetticide derivanti dall’inoculazione del batterio Bacillus thuringiensis (Bt) il che ci hanno detto i produttori di OGM consente di ridurre l’uso di insetticidi convenzionali. Tuttavia, l’evoluzione va verso la resistenza al Bt. Infatti la diabrotica del mais è un parassita del mais ed è controllato con il mais Bt. A partire dal 2009, la diabrotica del mais ha sviluppato la resistenza alla tossina Bt Cry3Bb1 prodotta dal mais OGM tanto da devastare interi raccolti nello Iowa. Gli studiosi hanno trovato che esiste una resistenza incrociata tra mais Cry3Bb1 e mais mCry3A ovvero al mais Bt e che tali colture producono una dose poco elevata di tossina efficace contro i parassiti bersaglio che così hanno potuto sviluppare rapidamente la loro resistenza.

Greenpeace activists stand a protest in

In Italia la diabrotica del mais è giunta a bordo di aerei e camion negli anni 90 nel corso del conflitto nei Balcani e in Serbia. Il mais OGM che invece è stato coltivato in Italia è resistente alla piralide un parassita temuto perché innesca nel raccolto lo sviluppo di due micotossine pericolose per la salute umana: le fumonisine e le aflatossine. Ma mais Bt è ancora capace di allontanare i parassiti, così gli agricoltori torneranno a piantarlo solo che adesso avranno bisogno di usare i pesticidi per proteggere il loro raccolto dalla diabrotica. Come entomologi avevano avvertito del possibile sviluppo della resistenza della dobrotica attraverso l’Environmental Protection Agency nel 2012. Anche i precedenti avvertimenti sono stati da amministratori e agricoltori. Ci sono voluti milioni di dollari per sviluppare i semi Bt, quindi una ingegneria alternativa non è un’opzione attraente. I ricercatori suggeriscono che l’approccio alla biodiversità potrebbe svolgere un ruolo di contrasto alla resistenza al bt sviluppata dalla diabrotica.

Spiega Lance Meinke entomologo alla University of Nebraska:

La rotazione delle colture è lo strumento migliore. In generale, un anno di semi di soia in un campo che è stato coltivato a mais spazza via la popolazione di dobrotica. Gli insetti depongono le uova che si schiudono, ma quando le larve cercano di nutrirsi con piante di soia, non trovano le sostanze nutritive di cui hanno bisogno e muoiono. La rotazione delle colture può sopprimere le popolazioni diabrotica nel tempo , riducendo il rischio generato dalla loro nuova resistenza Bt.

Ma come l’ entomologo Elson Shields della Cornell University ha detto, la diabrotica è solo un sintomo di un problema molto più ampio che riguarda il settore delle sementi OGM e il profitto a breve termine.

Fonte:  Oca sapiens, Newsweek

Mais, soia e cotone OGM negli USA: le rese non crescono, ma gli erbicidi sì

Negli ultimi 10 anni il mais, la soia e il cotone OGM hanno monopolizzato oltre il 90% della produzione negli USA. Le rese di fatto non sono aumentate, mentre è molto cresciuto l’uso dell’ erbicida glifosato, che fa più danni di quanto si pensasse finora

Il video qui sopra mostra perchè Monsanto è stata votata dai lettori di Natural News come l’azienda più malvagia del 2011. L’argomento OGM in Italia suscita delle vere e proprie guerre di religione tra i (molti) contrari e i (pochi) a favore. E’ opportuno provare a lasciare da parte le passioni e vedere quali sono i dati relativi agli ultimi due anni. Come si può vedere dalla curva rossa nel grafico qui sotto, tra il 2000 e il 2012, gli OGM hanno progressivamente conquistato il mercato del mais, passando dal 20 al 90% della superficie coltivata. Crescita analoghe sono riscontrabili anche nella soia e nel cotone, anche se nel 2000 la loro quota OGM era già più alta(1).Mais-OGM-USA

Occorre notare però che le rese non sono di fatto cresciute secondo le aspettative: con una superficie OGM doppia nel periodo 2007-2012, le rese sono cresciute solo del 4% rispetto al periodo 2000-2006 (2). Si tratta tuttavia di un aumento che non è statisticamente significativo.(3)

Inoltre negli ultimi anni, il mais OGM non si è mostrato particolarmente resistente alla siccità estiva. La situazione è analoga per la soia, mentre per il cotone il trend è leggermente migliore, ma pur sempre basso (6% di aumento tra i due periodi). E’ invece cresciuto in modo significativo, intorno al 30%, l’uso degli erbicidi, su tutte e tre le colture. Come abbiamo scritto alcuni giorni fa, l’erbicida glifosato è responsabile di una grave patologia renale in alcuni paesi poveri come lo Sri Lanka, El Salvador e il Nicaragua, ed è molto più persistente nell’ambiente di quanto si pensasse.

Una recente ricerca francese mostra inoltre che i più comuni pesticidi sono più tossici per le cellule umane dei soli principi attivi dichiarati; anche gli ingredienti inerti contribuiscono ad aumentarne la pericolosità.Uso-erbicidi-OGM

(1) Roughly speaking, esistono due principali categorie di OGM, quelli tolleranti agli erbicidi (HT) che sopravvivono quando i campi sono irrorati di glifosato roundup e quelli naturalmente resistenti agli insetti grazie all’inserimento di un bacillo nel genoma(BT); esistono varietà HT e BT di mais e cotone e solo HT per la soia.

(2) I dati sulle rese  provengono dalla FAO, i dati sulla percentuale di OGM e sui pesticidi dall’USDA. L’USDA tace sul tema delle rese globali riportando solo i risultati di studi parziali che sono tendenzialmente favorevoli agli OGM. Tali studi non riflettono però la totalità della produzione, secondo i numeri che invece riporta FAO.

(3) A voler essere pignoli, il trend temporale della resa è pari a 0,04 t/ha anno con un errore di +/- 0,05 t/ha anno, quindi il coefficiente positivo non è assolutamente significativo; R²=0,04, cioè non c’è correlazione e c’è più o meno il 50% di probabilità che l’aumento sia del tutto casuale.

Fonte: ecoblog

Fattorie verticali negli USA, verdure fresche dalle fabbriche in disuso

L’esperienza delle vertical farms è un buon modo di riutilizzare gli spazi industriali dismessi, ma gli elevati costi energetici probabilmente ne limiteranno la diffusioneFattoria-verticale

L’idea delle colture idroponiche era abbastanza comune nella fantascienza del XX secolo, ma ora inizia a diffondersi anche nel mondo reale attraverso l’esperienza delle vertical farms,fattorie verticali urbane, adatte a colonizzare spazi industriali in disuso. Negli USA aprirà a breve la seconda i queste farms in Pennsylvania, seguendo l’esperienza pioneristica di Green Spirit Farms (GSF) di New Buffalo, Michigan. Il progetto di GSF è quello di produrre ortaggi biologici con rack verticali o con l’innovativo sistema Omega Garden (vedi oltre) con colture idroponiche alimentate da energia rinnovabile all’interno di vecchie fabbriche. I prezzi, almeno per gli standard italiani, sono abbastanza alti (paragonabili a quelli della quarta gamma), ma sono probabilmente destinati a scendere se questo approccio dovesse diffondersi. Ma torniamo al sistema Omega Garden, quello nella foto in alto. Le colture sono poste sulla superficie interna di un cilindro rotante che ha nel suo asse la sorgente di luce. In questo modo tutta la radiazione luminosa incide sulle piante; la lenta rotazione permette ai vegetali di assorbire acqua e nutrienti quando si trovano nella parte bassa del cilindro. La rotazione sembra che riduca l’altezza delle piante aumentando i punti di fioritura e quindi la produzione. E’ un buon esempio di ecologia urbana e di riuso degli spazi, ma difficilmente potrà essere la soluzione per sfamare l’umanità, come alcuni sostengono. Se le colture sono infatti al riparo da siccità e alluvioni, esse necessitano di luce artificiale e di acqua che deve essere pompata magari anche fino agli ultimi piani degli edifici. I costi energetici sono comunque elevati visto che si utilizzano lampade da 400 a 1000 W per crescere 80 piante, oltre all’energia per ruotare i cilindri e azionare le pompe.  Le luci devono essere alimentate da impianti fotovoltaici che si dovranno occupare suolo da qualche parte, il suolo che appunto ci si illude di risparmiare con una fattoria verticale.

fonte: ecoblog

Cina, l’inquinamento viaggia verso gli Usa

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Made in China. Lo vediamo scritto praticamente ovunque: dai telefoni, ai televisori, ai capi di abbigliamento. Ma, dal punto di vista ambientale, quanto costa alla Cina, e al pianeta, la produzione di tutti questi beni di consumo? Tanto. La Cina, infatti, è il paese che emette la maggior quantità di inquinanti atmosferici, molti dei quali si diffondono fino a raggiungere le coste dell’America. E non a caso, si potrebbe dire. Infatti, uno studio pubblicato su Pnas mostra come una gran parte delle emissioni cinesi ha origine dalla produzione del paese di beni da destinare all’estero, come Usa ed Europa. Il team di scienziati guidati da Jintai Lin dell’Università di Pechino ha analizzato la quantità di emissioni cinesi legata all’import-export, prendendo in considerazione dati economici e i livelli di diossido di zolfo, ossidi di azoto, monossido di carbone e black carbon, tra il 2000 e il 2009. Solo per il 2006, per esempio, una percentuale compresa tra il 17% e il 36% degliinquinanti cinesi era imputabile alla produzione di beni da destinare all’esportazione, in buona parte verso gli Usa. Ma lo stesso inquinamento, così come i prodotti assemblati fuori dal paese, sembra come tornare al punto di partenza: verso gli Usa, appunto. Come a significare che appaltare alla Cina la produzione di beni di consumo non significa privarsi del tutto anche dei costi ambientali che la stessa produzione comporta, anche per le nazioni che importano dal paese asiatico. Infatti, spiegano gli scienziati, a Los Angeles, almeno un giorno l’anno si superano i livelli di smog ammissibili a causa degli ossidi di azoto e monossido di carbonio rilasciati dalle industrie cinesi impegnate a produrre beni da esportare all’estero. E anche il resto dei giorni, una buona parte (circa un quarto) dei livelli di solfati misurati sulla costa ovest degli Usa è dovuta all’attività delle fabbriche cinesi, i cui inquinanti sono spinti attraverso il Pacifico da venti occidentali. Se da una parte quel che emerge dallo studio è la necessità della Cina di sviluppare strategie efficienti per il controllo della produzione energetica e delle emissioni, dall’altra le politiche ambientali internazionali dovrebbero tener conto anche del peso delle emissioni di un paese mentre si trova impegnato a produrre beni destinati ad un altro, concludono gli autori.

fonte: University of California Irvine

Il gelo negli USA dovuto alle fluttuazioni del vortice polare: la colpa è sempre del global warming

Il global warming causa un indebolimento del polar vortex, con formazione di meandri di aria fredda che si insinua nelle zone temperate; è ciò che accade nel nord est degli USA, con temperature calate decine di gradi sotto lo zero.Temperature-USA

Questo inizio 2014 verrà ricordato per le temperature estremamente basse registrate nel nord est degli USA: -12 a Chicago, -23 a Minneapolis fino al record di -56 °C a Duluth, Minnesota. Come al solito, la causa va ricercata nel global warming, per quanto la cosa possa apparire paradossale a prima vista. Il freddo estremo è infatti dovuto ad uno spostamento verso sud dei meandri della corrente a getto polare (nota anche come onda di Rossby), come si può vedere dal grafico in alto generato dal sito di previsioni ECMWF (1). E’ da notare che si sono registrate zone di freddo intenso fino a latitudini di 40 °C. A grandi linee questo significa che la minore copertura di neve sulla terra e di ghiaccio sul mare determina un maggiore assorbimento di energia nelle zone artiche con conseguente maggiore evaporazione e alterazione dei gradienti di temperatura e pressione del vortice polare, causandone un indebolimento. Crescono così i meandri del vortice verso sud e verso nord, con l’effetto di avere temporaneamente zone fredde nelle temperate e zone calde in quelle artiche, come si vede nello schema qui sotto. La situazione europea è al momento diversa, perchè ci troviamo in un “meandro caldo”, ma non possiamo escludere che la morsa del gelo non arrivi prima o poi anche qui.Meandri-corrente-a-getto

(1) Le aree colorate mostrano le isoterme (in °C) alla quota a cui corrisponde una prezzione di 850 hPa (circa 1400-1500 m). Le linee nere sono curve di livello del geopotenziale a 500 hPa; rappresentano cioè l’altezza di una colonna d’aria che genera sulla superficie una pressione di 500 hPa. Tanto per complicare le cose, i valori non sono espressi in metri, ma in decametri. Dove il geopotenziale è pari a 5700 m, l’aria è più calda e secca delle zone dove è solo 5100 m.

Fonte: ecoblog

Con 5 GW gli USA sono primi nelle nuove installazioni di fotovoltaico del 2013

Per la prima volta supereranno le installazioni della Germania e della Cina. Tra il 2011 e il 2013 i costi di un impianto sono calati da 4 a 3 $/W.Fotovoltaico-USA

Gli USA si stanno finalmente avviando ad un serio sviluppo del fotovoltaico: alla fine del 2013 verranno installati circa  5 GW, portando il totale a 12,3 GW. Per la prima volta, la crescita americana del 2013 supererà quella della Germania (3,6 GW), della Cina (4,3 GW), dell’Italia(1,1 GW) e sarà seconda solo al Giappone che nel post Fukushima potrebbe arrivare a installare impianti per 7 GW. L’America resterà comunque terza nella classifica della potenza complessiva (più o meno a pari merito con Giappone e CIna), dal momento che la Germania è saldamente al primo posto con 36 GW, seguita dall’Italia con 17 GW. Gli Stati più attivi nel campo del solare sono la California e l’Arizona, mentre sono ancora poco sfruttate le potenzialità di altri stati con ampia insolazione e territorio desertico come il Nevada, il New Mexico e il Texas. La rivoluzione energetica americana non avverrà senza lotta e senza fatica. La lobby di estrema destra American Legislative Exchange Council sta spingendo per ridurre gli incentivi alla vendita di energia in rete dei privati che penalizzerebbe i cittadini che hanno installato pannelli sulle proprie abitazioni. Anche se la lobby ha perso molta della sua influenza rispetto al passato, potrebbe ancora ottenere successo in alcuni degli stati del sud. Secondo David Crane, amministratore di una azienda fotovoltaica, la riduzione degli incentivi non fermerà la corsa del solare, ma spingerà i cittadini a soluzioni stand alone, staccate dalla rete.

Fonte: ecoblog