Uranio impoverito, il Tar dà ragione a soldato ammalatosi in missione

Il Tar Piemonte ha dato ragione a un soldato di 32 anni ammalatosi nel corso di una missione in Iraq. Il Tar Piemonte ha emesso una sentenza molto importante dando ragione a un giovane militare al quale era stata negata la causa di servizio dopo che questi si era ammalato di un grave tumore maligno al pancreas, al ritorno dalle missioni militari all’estero. Che cosa dice la sentenza del Tar piemontese? Innanzitutto che coloro che si ammalano durante le missioni all’estero hanno diritto al riconoscimento della causa di servizio se si ammalano di patologie correlate all’uranio impoverito. Inoltre, se il ministero della Difesa ritiene che non vi sia nesso tra la missione e la malattia è suo l’onere di dimostrarlo scientificamente nel corso della valutazione. Si tratta di una sentenza-chiave che disegna un nuovo scenario per le centinaia di soldati che, in prima istanza, si sono sempre visti respingere le domande di causa di servizio. La storia del soldato trentaduenne assomiglia a quella di tanti altri militari italiani: l’uomo era stato in Iraq per sette mesi, fra l’aprile e il novembre 2006. A Camp Mittica l’uomo partecipava alle attività di bonifica delle aree contaminate da uranio impoverito senza alcuna protezione individuale. Durante le esplosioni si rifugiava per ore in rifugi inadeguati a proteggere i militari dalla polveri. Fra il 20 luglio 2008 e il 18 febbraio 2009 il militare è stato in servizio nella squadra dei disinfettori tra Libano e Israele e, successivamente, come radiofonista a Beirut. Cinque anni dopo quelle missioni gli è stata diagnosticata una grave patologia tumorale, per la quale si trova tutt’oggi in chemioterapia. Come accaduto a molti altri militari, anche a questo soldato è stato negato il riconoscimento della dipendenza dalla causa di servizio. I giudici del Tar hanno imposto al ministero di rivalutare la sua richiesta:

Il parere impugnato che ha escluso il nesso eziologico fra la grave infermità e il servizio non fa alcun cenno a dati recenti e indagini sulla materia. Dati e risultati che hanno portato il legislatore a riconoscere l’esistenza del rischio specifico. Poiché è impossibile stabilire, sulla base delle attuali conoscenze scientifiche, un nesso diretto di causa effetto, è sufficiente la dimostrazione, in termini probabilistico-statistici del collegamento tra l’esposizione all’uranio impoverito e la malattia,

si legge nella sentenza. Sono i numeri, insomma, e la ricorrenza dei tumori fra coloro che hanno operato nella varie missioni all’estero a rendere plausibile quel rapporto di causalità che il ministero della Difesa continua a negare per non dover risarcire le migliaia di militari contaminati negli ultimi venticinque anni.Depleted Uranium Ammunition Site in Kosovo

Fonte:  Repubblica

© Foto Getty Images

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Uranio impoverito: morto un parà di 50 anni

Claudio Capocci, 50 anni, paracadutista in forza al Tuscania di Livorno, è morto a causa di una leucemia fulminante mentre era in missione all’estero

Un’altra morte sospetta fra i soldati italiani all’estero e, ancora una volta, l’ipotesi più accreditata è che la leucemia fulminante che ha ucciso Claudio Capocci sia connessa all’esposizione all’uranio impoverito. Il militare, 50 anni compiuti lo scorso 11 agosto, è morto poche settimane dopo la diagnosi della malattia. Sulla morte del militare c’è la massima riservatezza, ma nella frazione di Ceppato, appartenente al comune di Casciana Terme Lari, la notizia della morte dell’appuntato scelto ha colpito profondamente i suoi conoscenti. Quando gli è stata diagnosticata la malattia, l’uomo si trovava nei pressi di Baghdad, con i colleghi del Tuscania. Dopo la diagnosi, nell’arco di pochi giorni, l’uomo è stato rimpatriato per essere ricoverato a Roma, ma il militare è giunto in condizioni di salute disperate nella Capitale dove è morto alcuni giorni fa. La notizia della scomparsa del parà si è diffusa a funerale avvenuto ed è solo l’ultima di una lunga lista che l’Osservatorio Militare continua a monitorare. Sono centinaia i militari italiani che sono morti o si sono ammalati a causa dell’esposizione all’uranio impoverito o al radon. Nello scorso marzo un altro paracadutista di stanza al “9 Col. Moschin” era morto per un’analoga patologia. All’inizio di ottobre si è spento il maresciallo Oronzo De Vincenzo, 53 anni. In circa quindici anni di attività l’Osservatorio Militare ha documentato ben 311 decessi e circa3600 malattie fra i militari italiani esposti a uranio impoverito e altri materiali radioattivi:

L’unico vero nemico che fino ad ora ha mietuto vittime è invisibile, non si combatte con le armi ma solo, se lo si vorrà, con la consapevolezza e senso di responsabilità delle nostre istituzioni: il cancro. Quel cancro che da tutto il mondo scientifico è considerato conseguenza dell’esposizione a territori bombardati con armi all’uranio impoverito,

si legge ne comunicato emesso lo scorso 11 ottobre, giorno delle esequie di Oronzo De Vincenzo.2973514-586x434

 

Guerra e ambiente: le conseguenze ecologiche dei conflitti

Da Verdun all’Iraq, Footprints of War, documentario di Max M. Mönch, mostra l’impatto ambientale delle armi utilizzate nei conflitti dell’ultimo secolo

Quale impatto ambientale hanno i conflitti armati? Quali sono le conseguenze delle guerre sugli ecosistemi? Footprints of War, documentario di Max M. Mönch presentato nel Concorso Internazionale One Hour di Cinemambiente, cerca di rispondere a questa domanda partendo dal punto di svolta nella storia militare, quello che ha un luogo e una data: Verdun, 21 febbraio 1916. La battaglia di Verdun, durata 10 mesi, fino al 19 dicembre 1916, la storia militare subisce una svolta irreversibile. Se in passato le battaglie si erano concluse per l’esaurimento degli armamenti, a Verdun munizioni e bombe arrivano per mesi a ciclo continuo. Per la prima volta nella storia dell’umanità, si uccide senza nemmeno vedere il nemico, accucciato nelle trincee e, sempre per la prima volta, vengono utilizzate armi chimiche e gas tossici. Per la prima volta una battaglia devasta un territorio condizionando l’ambiente anche per le generazioni successive. Molti terreni sono inutilizzabili. Lo stesso dicasi della Somme dove ben 50 tonnellate di bombe inesplose rimasero seppellite nel terreno dopo la fine del conflitto. L’obiettivo dell’Operazione Alberich è raggiunto: distruggere il territorio rendendolo inutilizzabile, inabitabile. Mönch si sposta Oltreoceano ad Halifax, in Canada, dove tonnellate di armi sono state buttate nell’Oceano Atlantico al termine della Seconda Guerra Mondiale. Non c’è stato conflitto che non abbia lasciato una pesante eredità sull’ambiente, anche su quello marino. Nel Baltico sono state rilasciate armi dopo la Seconda Guerra Mondiale che in questi anni stanno iniziando a rilasciare gli agenti tossici nelle acque del Nord Europa. I danni procurati dall’Armata Rossa sono incalcolabili e impenetrabili. L’unico a creare una breccia nel sistema informativo sovietico è stato Alexander Nikitin, finito sotto processo e incredibilmente assolto dalle accuse di spionaggio. È stato lui a rivelare come i sottomarini russi abbiano sversato per anni tonnellate di rifiuti tossici nucleari nelle acque marine. L’eredità della Guerra Fredda, comunque, si sconta anche sulla terraferma, nel sito di Andreva, considerato il luogo più contaminato al mondo per quanto riguarda i rifiuti tossici nucleari. Oltre a Hiroshima e Nagasaki, circa 2000 bombe atomiche sono state sganciate a scopi sperimentali: a causa di questi esperimenti si stima che 400mila persone si siano ammalate di cancro. Le conseguenze ambientali della guerra aumentano sempre di più. I 70 milioni di litri di agenti chimici rilasciati dagli aerei e dalle flotte dell’esercito statunitense in Vietnam continuano a fare le loro vittime a quarant’anni dalla fine del conflitto: l’Agente Arancio e la diossina utilizzati per deforestare e “stanar” i vietcong hanno distrutto il 15% delle foreste vietnamite. Ora il governo di Hanoi lavora alla bonifica (con l’aiuto del governo americano) e alla riforestazione. L’ultimo capitolo è quello dedicato all’Iraq. Nel conflitto fra Usa e le forse di Saddam 3000 tonnellate di uranio impoverito sono state rilasciate nell’aria e nel suolo iracheni. I costi di bonifica sono elevatissimi e la Us Army ha pagato e paga un costo altissimo sia in termini umani che in termini economici: 13 miliardi di dollari vengono spesi ogni anno per risarcire i militari americani contaminati dall’uranio. Ma, come fa notare l’esperto di ecologia della guerra Gary Machlis, la guerra ha costi elevatissimi anche nella fase preparatoria. L’esercito americano consuma, da solo, una quantità di risorse fossili pari a quelle consumate dall’intera Svezia. Chi prepara e chi è coinvolto in una guerra agisce in deroga a qualsiasi principio valido per la società civile: l’impatto ambientale dei conflitti continua a essere, per tutti gli eserciti del mondo, un effetto collaterale trascurabile e unanimemente condiviso.Immagine26-620x346

Foto | Footprints of War

Fonte: ecoblog.it

Uranio impoverito, a 15 anni dai bombardamenti Nato in Serbia si muore ancora

Secondo l’ex generale Slobodan Pektovic il problema degli effetti dell’Ui è stato “spinto sotto il tappeto” per non compromettere i rapporti con i paesi occidentali186628524-586x354

A 15 anni dall’intervento Nato nei Balcani, la Serbia si sta organizzando per eliminare gli effetti nocivi dell’uranio impoverito, quell’uranio che nell’ultimo decennio ha moltiplicato i casi di tumori fra adulti e bambini, un disastro che Slobodan Cikaric, presidente della Società dei medici serbi, ha definito peggiore dell’incidente alla centrale nucleare di Fukushima. Per tre lustri non c’è stata, nel paese dell’ex Jugoslavia, la volontà politica di sottoporre alla comunità internazionale il problema degli effetti delle radiazioni nocive, ma ora la Serbia ha in programma una strategia nazionale per eliminare gli effetti delle radiazioni. A dicembre, durante una tavola rotonda organizzata da un’associazione di generali e ammiragli della Serbia, il generale in pensione Slobodan Pektovic ha dichiarato:

La questione dell’uso di munizioni all’uranio impoverito da parte delle forze della Nato in Serbia è stato spinto sotto il tappeto per anni a causa del rapporto con i paesi occidentali. È necessario organizzare con urgenza il monitoraggio , il trattamento dei pazienti e aiutare la popolazione che è stata “spruzzata” con queste munizioni.

Nel territorio del Kosovo, durante la guerra nel 1999, sono stati utilizzati oltre 31mila missili e proiettili e in altri territori dell’ex Jugoslavia più di 5.000 missili con uranio impoverito. Terreni contaminati da uranio impoverito si trovano nei pressi di VranjeBujanovac e Presevo, si tratta di aree sono circondate da pilastri di cemento con cartelli che avvertono la popolazione sul pericolo di contaminazione. Nel 2000 era stato avviato un programma di prevenzione e di monitoraggio dello stato di salute del personale militare venuto a contatto con l’uranio impoverito, ma è stato successivamente annullato. I tumori maligni sono cresciuti del 100% rispetto al periodo precedente il bombardamento della Nato e, secondo gli ex militari serbi, a rallentare le operazioni di messa in sicurezza del territorio ha contribuito lo smembramento dell’esercito da parte della Nato: con la riduzione della consistenza numerica del personale militare e l’abolizione del servizio di leva sono stati creati i presupposti per un controllo della Nato in Serbia. Un atteggiamento che i serbi non accettano, da qui le recriminazioni sull’utilizzo dell’uranio impoverito, il proseguimento della guerra con altri mezzi che nessuno vede e che qualcuno non vuol far vedere.

Fonte:  In Serbia

Uranio impoverito: a Rimini un pool a difesa dei militari

Davide Ercolani, sostituto procuratore del tribunale riminese, ha creato un pool a difesa dei soldati ammalatisi per l’esposizione all’uranio impoverito

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Davide Ercolani, sostituto procuratore da Rimini, ha aperto un’inchiesta partendo dalle denunce dei militari ammalatisi a causa dell’uranio impoverito o da familiari di soldati defunti come Giovanni Mancuso, in missione a Nassirya e morto nel 2010 a causa di un tumore al cervello. Gli indumenti di Mancuso stanno per essere inviati in Australiaper esami per i quali occorre una strumentazione specifica. Oltre che sulle cartelle cliniche del militare, la procura riminese può contare sugli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta che ha approfondito i legami fra l’esposizione all’uranio impoverito e lo sviluppo di forme tumorali. Il capo d’accusa è di omicidio colposo, così come previsto dall’art. 589 del codice penale comune e omessa esecuzione di un incarico, riconducibile all’articolo 117 del codice penale militare di pace. Ma potrebbe non essere soltanto colpa dell’uranio impoverito visto che la Commissione d’inchiesta chiama in causa anche la somministrazione ai militari di vaccini senza esami ed anamnesi preliminari. Per quanto riguarda l’uranio Ercolani si sta muovendo in due direzioni: 1) la dimostrazione dei rapporti di causa-effetto fra esposizione e malattia, 2) l’identificazione dei militari in posizioni di tutela e garanzia che pur essendo a conoscenza della nocività dell’amianto non provvidero ad attrezzare i militari con protezioni adeguate. Inoltre, va segnalato che al Tribunale di Milano, un militare ammalatosi di tumore alla tiroide dopo aver partecipato a una missione nei Balcani ha vinto una causa e avrà diritto a un equo indennizzo da parte del Ministero della Difesa. Il Tribunale ha riconosciuto la “piena responsabilità dell’amministrazione”. Recentemente è giunta la richiesta di esecuzione della sentenza e la liquidazione di quanto dovuto: 350mila euro. All’ex militare, impegnato in Kosovo, nel 2002, nella missione Joint Guardian, non fu fornita alcuna protezione in un periodo in cui gli alti comandi erano ampiamente informati dell’utilizzo di armamenti con uranio impoverito da parte delle truppe Nato.

Fonte:  Il Ponte | Il Fatto Quotidiano

Uranio impoverito in Siria: ecco cosa si rischia

Secondo il presidente dell’Anavafaf, Falco Accame, in un eventuale attacco americano potrebbero venire scaricate sulla Siria 84 tonnellate di uranio impoverito671356-543x350

L’Asia è sempre stato il “laboratorio” nel quale gli Stati Uniti hanno collaudato i nuovi armamenti. Le bombe nucleari di Hiroshima e Nagasaki nell’atto conclusivo della Seconda Guerra Mondiale, l’agente arancio, il napalm e altri agenti chimici in Vietnam poi, le armi con uranio impoverito in Kuwait e, successivamente, in Afghanistan e in Iraq. L’uranio ha lasciato un’eredità pesantissima, ma nonostante da oltre vent’anni i suoi effetti deleteri siano di dominio pubblico, il suo utilizzo continua a essere circondato da una cortina di fumo anche in virtù dei forti interessi economici che dalla sua commercializzazione vengono mossi. Ora che all’orizzonte si profila un nuovo conflitto nell’area mediorientale si torna a parlare del possibile impiego di armi con uranio impoverito. Secondo Falco Accame, presidente dell’Anavafaf (Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti) ed ex presidente della Commissione Difesa della Camera, in caso di attacco da parte delle forze armate statunitensi potrebbero piovere sulla Siria fino a 84 tonnellate di uranio impoverito:

Ognuno dei 280 missili Tomahawk, che dovrebbero essere utilizzati, contiene infatti 300 Kg di uranio impoverito negli impennaggi. Inestimabili i danni alla popolazione per i prossimi decenni. Cosa si aspetta a mettere al bando questo tipo di armi?

Già cosa si aspetta a mettere al bando queste armi. Una risoluzione dell’Onu datata 1978 aveva proposta di bandirle. E chi fu a proporla? Proprio gli Stati Uniti d’America che successivamente non firmarono i protocolli e usarono questo materiale altamente contaminante nei conflitti degli anni Novanta e del primo decennio del nuovo millennio.

Fonte:  Ansa

 

Uranio impoverito, il business segreto della regina Elisabetta

La Casa Reale britannica, incurante dell’impatto ambientale, avrebbe investito nell’uranio circa 4 miliardi di sterline. Una rivelazione shock sull’intreccio fra Buckingham Palace e società produttrici di armi 174296391-586x393

La notizia, se confermata, è destinata a fare parecchio rumore. Secondo il gruppo pacifista Stop the War Coalition, la regina Elisabetta II, una delle donne più ricche e potenti del pianeta, avrebbe fatto affari con l’uranio impoverito, portando ingenti guadagni nelle casse di Buckingham Palace. Nel video, pubblicato su Youtube, gli attivisti raccontano di come, in sessant’anni, il capitale della Casa Reale Britannica sia cresciuto da 300 milioni di sterline a 17 miliardi di sterline. Come? Con investimenti nell’industria petrolifera nazionale (BP) e nelle aziende che producono armi che utilizzano l’uranio impoverito, come la Rio Tinto Zinc. Il video cita l’esperto Jay M. Gould che nel 1996 pubblico The Enemy Within, libro nel quale rivelava come la casa reale britannica, ma soprattutto la regina in prima persona, avesse investito una cifra di circa 4 miliardi di sterline nell’uranio attraverso la Rio Tinto Zinc, la compagnia mineraria fondata nel 1950 (con il nome Rio Tinto Mines) daRonald Walter Rowland, per volontà della casa reale britannica. Nel video si sostiene che la Regina e gli altri reali abbiano investito nell’uranio impoverito, senza farsi troppi scrupoli sulle conseguenze sanitarie e ambientali delle loro speculazioni. Le armi all’uranio impoverito sono state utilizzate dai militari degli Stati Uniti durante la prima Guerra del Golfocontro l’Iraq, nel 1991. Da allora sono diventate di uso comune in numerosi conflitti, fra cui quelli in Afghanistan, nei Balcani e, nuovamente, in Iraq. Secondo il Ministero della Difesa degli Stati Uniti solamente in quel conflitto furono utilizzate fra le 315 e le 350 tonnellate di uranio impoverito in bombe, granate e proiettili. Secondo Doug Rocchi, che fu responsabile del Pentagono per i progetti sull’uranio impoverito, la decontaminazione dell’ambiente dove è stato utilizzato uranio impoverito è impossibile. A ventidue anni dal primo conflitto ea quasi dieci anni dalla “guerra preventiva”, in Iraq continua a crescere il numero di malformazioni, leucemie e patologie genetiche attribuibili all’utilizzo di uranio impoverito. I problemi del Medio Oriente, però, sono distanti dagli affari della casa reale, quegli affari che nascondono parecchie zone d’ombra che la stampa mainstream bada bene a tenere sotto silenzio, interessandosi piuttosto ai cappellini delle principesse e al nome del Royal Baby.

Fonte:  Stop The War Coalition

 

Salto di Quirra, dopo l’uranio impoverito è allarme per torio e trizio

È in corso di svolgimento al Tribunale di Lanusei il processo sui veleni di Salto di Quirra, il poligono interforze nel quale , per decenni, sono state testate indiscriminatamente armi estremamente nocive per l’ambiente circostante75946437-586x385

 

Un super perito è stato incaricato di effettuare un’inchiesta per verificare se vi sia, nei terreni e nelle falde acquifere della zona di Salto di Quirra, presenza di uranio impoverito, torio e cadmio. Falco Accame, presidente della Anavafaf, l’associazione familiari delle vittime militari, sostiene che oltre ai suddetti metalli

dovrebbe essere anche considerato il trizio, largamente utilizzato nella strumentazione dei missili. Infatti, certamente, per quanto riguarda il torio usato nella strumentazione dei missili Milan, non esiste il problema della ricerca della sua pericolosità, da accertarsi mediante carotaggio nel terreno. Infatti la pericolosità del missile esiste indipendentemente da quello che potranno dirci le analisi eseguite sul terreno.

Accame aggiunge, poi, con amara ironia che

se il campionamento verrà effettuato sulla base di quanto a suo tempo venne stabilito per Salto di Quirra (3 secchielli di terra per 13 mila ettari di territorio e 50 mila di mare) i risultati, insomma, ancor prima di iniziare, preannunciano qualche incertezza.

La pericolosità del torio utilizzato nei missili Milan è nota sin dal 2000, tanto che i progettisti francesi del missile – di cui in Italia furono prodotte 30mila unità – decisero di ritirarli dall’impiego. Cosa che l’Italia ha fatto in ritardo, continuando ad avvelenare l’ambiente.

Un problema che non riguarda soltanto Salto di Quirra,

ma molti altri poligoni in Italia (a partire, per la stessa Sardegna, da quello di Teulada), nonché l’impiego in operazioni all’estero.

Fonte: Unione Sarda

 

Uranio impoverito: un appello per salvare il maresciallo Diana

Il sindaco di Villamassargia lancia un appello a favore dell’ex militare ammalato di tumore affinché venga accellerato l’iter burocratico finalizzato alla concessione dei rimborsi dovuti2973514-586x434

Il sindaco di Villamassargia (Ci) si muove in prima persona per richiamare l’attenzione sul caso del maresciallo in congedo Marco Diana, uno delle migliaia di militari italiani ammalatisi dopo essere venuti in contatto con l’uranio impoverito durante le varie “missioni di pace” degli ultimi vent’anni. È Franco Porcu, sindaco di Villamassargia, con una lettera ai parlamentari sardi, al governatore Ugo Cappellacci e alla presidente del Consiglio regionale Claudia Lombardo a sollecitare che vengano “erogati i rimborsi dovuti” al militare che combatte contro una grave forma di tumore connessa all’esposizione all’uranio impoverito.

All’ex maresciallo vengono negate le medicine di sostentamento e mantenimento del benessere momentaneo. Vengono fornite dalla Asl solo le medicine di attenuazione del male della patologia senza un minimo di assistenza. Le medicine per lo stato di benessere, rafforzamento del fisico rispetto all’indebolimento che produce la cura principale vengono acquistate interamente dal maresciallo come pure le spese per il badante,

spiega il sindaco che aggiunge anche come

il protocollo d’intesa firmato dal ministero della Difesa prevede ogni rimborso alla Asl o ministero della Sanità secondo i dettami del piano terapeutico ordinato dall’Istituto di oncologia medica europeo di Milano. Il rimbalzo di responsabilità comporta una perdita di tempo con un’accelerazione dell’avanzamento del male.

Una corsa contro il tempo quella di Marco Diana che lo scorso gennaio ha presentato richiesta di rimborso al ministero della Difesa, ricevendo, a marzo, la comunicazione della presa in carico della sua pratica. A giugno, però, è arrivata un’altra comunicazione in cui è stata richiesta una nuova visita medica per poter aggiornare le sue condizioni di salute. Nelle scorse settimane, l’ex maresciallo ha lanciato un appello su Facebook e ha messo in vendita la propria abitazione per poter raccogliere il denaro sufficiente per le cure:

Non ho i soldi per curarmi ho messo in vendita la mia casa, basta andare su Subito.it per vederlo. Sinceramente non so più quanto potrò andare avanti.

Fonte: Unione Sarda

 

Uranio impoverito: dai Balcani a Israele un dramma da nascondere

Israele usa uranio impoverito a Damasco, incurante delle conseguenze. Che sono sotto gli occhi di tutti: in Italia, nei Balcani e sui principali teatri di guerra dell’ultimo ventennio29734502-586x409

Secondo fonti governative siriane citate da Russia Today, sabato 5 maggio, durante un raid contro un centro di ricerca militare a nord di Damasco, l’esercito di Israele avrebbe utilizzato proiettili con uranio impoverito. Durante un’esplosione i testimoni avrebbero notato un fungo di fuoco color oro che dimostrerebbe l’utilizzo d’uranio impoverito. Dopo la Guerra del Golfo, i conflitti in Somalia, in IraqAfghanistan e nei Balcani l’uranio impoverito, la scoria che diventa risorsa e, dunque, il costo che diventa guadagno resta sulla scena, provocando disastri ambientali e portando con sé morte e malattie che si trasmettono di padre in figlio. In Italia queste storie hanno il silenziatore, specialmente sui media mainstream. Noi di Ecoblog cerchiamo di monitorare la situazione, di capire cosa accade nei poligoni di Torre Veneri e di Salto di Quirra e in quali accidentati percorsi siano costretti a muoversi i nostri militari ammalatisi nelle cosiddette “missioni di pace”. La rivista epidemiologica Mutagenesis, edita dall’Università di Oxford, ha pubblicato una ricerca condotta da Marco Peluso, Armelle Munnia, Marcello Ceppi, Roger W. Giese, Dolores Catelan, Franca Rusconi, Roger W.L. Godschalk e Annibale Biggeri su 75 bambini di Sarroch, in Sardegna. I risultati hanno evidenziato come la prossimità al polo industriale ma soprattutto al poligono interforze di Teulada dove sono state utilizzate senza controllo armi all’uranio impoverito provochi “incrementi significativi di danni e di alterazioni del Dna rispetto al campione di confronto estratto dalle aree di campagna”. I risultati, purtroppo, sono simili a quelli ottenuti nelle indagini condotte in prossimità della centrale termica di Taichung e a Pancevo, dove si trova il più grande polo petrolchimico della Serbia. L’utilizzo dell’uranio impoverito nelle guerre combattute in Bosnia,ErzegovinaKosovo Metohija è un’altra situazione “silenziata” dai media. Neoplasie maligne, tumori alla tiroide, tumori alle gonadi e linfomi di Hodgkin si sono moltiplicati nell’area balcanica e veicolati dal liquido seminale sono stati tramandati di generazione in generazione. Il caso di Nicolina Petkovic – nata senza i bulbi oculari da genitori “contaminati” durante i bombardamenti di Metohija – non è, purtroppo, isolato. Solamente in territorio serbo sono stati scaricati (secondo l’Associazione della Serbia per la lotta ai tumori) circa 15 milioni di tonnellate d’uranio impoverito, materiale che è cancerogeno anche in piccole quantità e causa di mutazioni genetiche. Nell’ultimo decennio l’aumento delle morti per effetti di queste malattie è stato del 180%. I tempi di latenza prima che la malattia esploda vanno dai sette anni e mezzo della leucemia ai quindici dei carcinomi al seno, all’utero e ai polmoni. E le mutazioni non interessano solo l’uomo ma anche animali come volpi, lupi, cani e gatti presenti nelle aree bombardate. Un’eredità pesantissima che presenta il conto a quindici, venti anni di distanza. Israele ipoteca il futuro della Siria, con l’inspiegabile follia di chi sa benissimo che basterà un refolo di vento per portare quella stessa morte a casa sua.

Fonte: Rinascita