L’Ue bacchetta l’Italia sulla gestione delle aree protette

La malagestione delle aree protette potrebbe costare all’Italia l’ennesima procedura di infrazione da parte della Commissione Europea170916991-586x389

L’Italia rischia l’ennesima procedura di infrazione da parte della Commissione Europea per il mancato rispetto delle aree protette. Per il nostro Paese non sarebbe certo una novità viste le precedenti 93 procedure di infrazione. Insomma l’Italia è uno scrigno di bellezze e di biodiversità, ma, se si escludono alcune operazioni di facciata, ben poco viene fatto per preservare e capitalizzare questo tesoro naturalistico. La questione è stata oggetto di un fitto carteggio iniziato la scorsa estate e giunto a un punto nodale negli scorsi giorni quando la Commissione Europea ha chiesto a Palazzo Chigi una serie di informazioni supplementari. Manca la trasparenza sulle procedure che devono valutare l’incidenza ambientale, c’è assenza di comunicazione fra i livelli amministrativi, le decisioni vengono prese da personale impreparato e inadeguato, le realtà che hanno in carico le riserve naturali non vengono interpellate e il Governo Renzi ha più volte ventilato l’ipotesi di sopprimere il Corpo Forestale che l’Ue vorrebbe rafforzato. Insomma le aree sottoposte a tutela sono 2589 ma, per malagestione e miopia, vengono svendute al miglior offerente, in barba alla gestione e al controllo che spetterebbero agli enti locali. E così viene autorizzata la pesca sportiva nelle aree protette come quella delle ex cave Danesi, si autorizza la costruzione di una centrale a biomasse a ridosso della riserva dell’Alto Merse, si approva l’ampliamento dell’aeroporto di Cagliari, a due passi dall’habitat protetto del pollo sultano e così via.

La lista delle prescrizioni della Commissione Europea all’Italia consta di 21 punti, con tanto di esempi nei quali vengono sottolineati il pressapochismo e l’approssimazione con il quale vengono gestite le aree protette. Nella richiesta di chiarimenti la Commissione evidenzia come l’Italia autorizzi interventi nelle aree protette senza valutazioni sull’impatto, ma non solo, alcuni progetti vengono “approvati nonostante l’accertata incidenza negativa”. Secondo la Commissione Europea c’è “un problema di natura sistematica nell’applicazione” delle direttive ambientali comunitarie. E nella sua reprimenda la Commissione Europea cita anche le forze armate che effettuano esercitazioni in siti Natura 2000 di diverse regioni italiane (Friuli Venezia Giulia, Puglia, Emilia Romagna, Abruzzo, Sardegna, Sicilia). Insomma che cosa ci si può attendere se sono gli organi dello Stato i primi a non rispettare le leggi?

Fonte:  L’Espresso

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Ue, nuove norme su etichetta energetica degli elettrodomestici e apparecchi in stand-by

Con le regole in vigore dal primo gennaio 2015 i cittadini potranno risparmiare e allo stesso tempo inquinare meno, dato che si stima una riduzione di 15 milioni di tonnellate di CO2 nell’atmosfera. Le regole aiuteranno anche la competitività delle aziende europee381556

Dal 1° gennaio 2015 un nuovo regolamento europeo sull’efficienza energetica aiuterà i cittadini del vecchio continente ad inquinare meno risparmiando sulla bolletta. In Italia la notizia non ha avuto molto risalto, nonostante si tratti di tre norme che interessano un’ampia gamma di elettrodomestici di uso quotidiano. La prima di queste introduce l’obbligatorietà di mostrare l’etichetta energetica completa dei prodotti anche nelle vendite on line. Fino ad oggi l’unico vincolo per le vendite via internet era quello di indicare la classe di appartenenza del prodotto (ad esempio classe A), ma non quello di indicare anche tutte le altre classi della scala, rendendo difficile il confronto. La seconda riguarda i forni a gas e le cappe: anche questi dovranno avere l’etichetta energetica, mentre fino ad ora solo i forni elettrici ce l’avevano. La terza stabilisce l’obbligo per tutti i costruttori di apparecchi connessi in rete di predisporre uno stand by automatico. Quindi tutti i prodotti come modem, server, ruter, televisori dovranno avere la possibilità di esser messi in stand by e di farlo autonomamente quando il prodotto non è in uso attivo. Questa norma si estende anche ai costruttori di macchine per il caffè con filtro, per intenderci quelle macchine che fanno “il caffè all’americana”.
I benefici introdotti da queste tre norme sono prima di tutto ambientali. La Commissione Europea ha stimato un risparmio per l’ambiente di 15 milioni di tonnellate di CO2. Secondo quanto riporta Qualenergia.it, il consumo elettrico degli apparecchi elettrici connessi alla rete in Europa quando non sono in uso è di circa 90 TWh all’anno, pari al consumo elettrico annuo di 24 milioni di famiglie europee. Considerando tutte le misure esistenti di efficienza sugli stand-by, si stima che il consumo elettrico annuale europeo verrà ridotto di 75 TWh senza influire sulle performance dei prodotti. Questo significa una diminuzione pari a 28 milioni di tonnellate di CO2, l’equivalente delle emissioni di 1,5 milioni di famiglie. Il risparmio sarà anche per i portafogli dei cittadini europei. La stima è di una riduzione media annuale di circa 45 euro a utenza, che fino al 2020, per chi sceglierà prodotti particolarmente efficienti, potrà generare un risparmio complessivo di 465 euro per ogni famiglia. Dal 26 settembre del 2015, la direttiva EcoDesign, questo il nome del nuovo regolamento, entrerà a pieno regime definendo i nuovi criteri sull’efficienza energetica, sulle emissioni e sulla rumorosità degli apparecchi elettrici e a gas, azioni introdotte anche per la difesa e la competitività delle aziende europee.

Fonte: ecodallecitta.it

Discariche illegali: l’Ue multa l’Italia per i rifiuti

La Corte di Giustizia europea multa l’Italia per il mancato rispetto della normativa sulla gestione dei rifiuti e delle discariche: 40 milioni a forfait, 42,8 milioni a semestre fino al rispetto della sentenza del 2007. L’Italia è stata multata dalla Corte di giustizia europea per il mancato rispetto della normativa Ue in materia di gestione dei rifiuti e delle discariche. Il nostro Paese sarà assoggettato a una multa forfettaria di 40 milioni di euro, a cui si aggiungeranno penalità fino a un massimo di 42,8 milioni per ogni semestre che passerà dalla sentenza fino alla messa in regola delle 218 discariche illegali presenti sul nostro territorio. I giudici europei hanno sentenziato che le procedure italiane non garantiscono la salute umana e la protezione dell’ambiente, soprattutto a causa dei mancati controlli sui rifiuti pericolosi e per l’assenza di un sistema che eviti la proliferazione delle discariche abusive. La Corte, già nel 2007, aveva constato l’inadempimento italiano alle direttive sui rifiuti. Oggi arriva la multa, frutto di sette anni di richiamo. “Le operazioni sono state compiute con grande lentezza, tanto che un numero importante di discariche abusive si registra ancora in quasi tutte le regioni italiane”scrivono da Lussemburgo.

La sentenza del 2007

Era il 2007 quando la Corte dichiarò che l’Italia era “venuta meno, in modo generale e persistente, agli obblighi stabiliti dalle direttive sui rifiuti, sui rifiuti pericolosi e sulle discariche”. Sei anni dopo,
la Commissione Ue ha verificato l’inadempienza del nostro Paese alla sentenza. E ha segnalato le 218 discariche situate in 18 regioni, non conformi alla direttiva rifiuti. Non solo: 16 discariche contenevano pure rifiuti pericolosi e, per cinque discariche, l’Italia non aveva dimostrato che fossero state oggetto di riassetto o di chiusura, come richiesto dall’Ue. La Commissione ha quindi denunciato che 198 discariche non erano ancora conformi alla direttiva. L’Italia è stata pertanto condannata a una multa iniziale di 40 milioni di euro e a versare una penalità di 42,8 milioni per ogni semestre, a partire dal 2 dicembre e fino all’esecuzione della sentenza del 2007. Dai 42,8 milioni, ogni volta che una discarica con rifiuti pericolosi sarà messa a norma, verranno detratti 400 mila euro. Saranno detratti 200 mila euro per ogni altra discarica che verrà messa a norma.

Cosa ha fatto l’Italia

Intendiamoci, qualcosa l’Italia ha fatto. Secondo il rapporto Ispra di gennaio scorso, le discariche restano il metodo più diffuso di smaltimento dei rifiuti in Italia (40%). Rispetto al 2011,c’è stato un calo dell’11,7%. La peggiore performance va al Centro Italia (56% dei rifiuti in discarica), poi c’è il Sud (51%) e il Nord (22%). Nel 2012, la regione con il maggior numero di impianti era l’Emilia Romagna (18), poi il Piemonte (16). Sempre nel 2012, la regione che aveva smaltito in discarica la minor quantità di rifiuti urbani prodotti era il Friuli Venezia Giulia (7%), seguita da Lombardia (8%) e Veneto (11%). Al Sud, invece, i dati sono ben diversi. Il Molise era addirittura al 105%, con il 60% proveniente dall’Abruzzo, la Calabria all’81%, la Sicilia all’83%. Dal 2003 a oggi, sono state chiuse 288 discariche, di cui 229 al Sud, 43 al Nord e 16 al Centro. Ancora troppo poco per i parametri Ue, che ora chiede all’Italia di pagare un prezzo molto alto.

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Fonte: ecoblog.it

Roma multata dalla UE per la gestione dei rifiuti

Per l’unione europea parte dei rifiuti ancora non viene sottoposta ad un trattamento idoneo sia a Roma che nel Lazio e sotto accusa è in particolare la frazione organica per cui non esiste una rete integrata ed adeguata di impianti di gestione380662

Mercoledì 15 ottobre, la notizia della sentenza della Sesta Sezione della Corte Europea che condanna la capitale per “inadempimento di uno Stato sul piano di gestione, realizzazione di una rete adeguata e integrata di impianti di smaltimento, obbligo di istituire un trattamento dei rifiuti che assicuri il miglior risultato per la salute umana e la protezione dell’ambiente”.  Chiudere Malagrotta quindi non è bastato. Parte dei rifiuti ancora non viene sottoposta ad un trattamento idoneo sia a Roma che nel Lazio e sotto accusa è in particolare la frazione organica per cui non esiste una rete integrata ed adeguata di impianti di gestione. Sulla questione si è espressa anche Legambiente che chiede di guardare al futuro: “È arrivata anche la bocciatura dell’Europa a palesare il pessimo stato in cui versa la gestione dei rifiuti della nostra regione – ha dichiarato Roberto Scacchi Presidente di Legambiente Lazio – e a dimostrare che senza differenziata e impianti per trattare l’organico a Roma e nel Lazio non si va da nessuna parte. Dopo Malagrotta, serve andare oltre“. Nonostante le difficoltà, dei progressi sono stati fatti e il sindaco di Roma, Ignazio Marino, tiene a sottolineare che la chiusura della grande discarica ha segnato comunque una svolta, anche agli occhi della Comunità Europea. “I rilievi mossi dalla Corte europea al nostro Paese per l’inadeguatezza del trattamento dei rifiuti in alcune discariche del Lazio fino al 2012, confermano una volta di più che la nostra decisione di chiudere, dopo ben 50 anni, Malagrotta abbia segnato una vera e propria svolta per il rientro nella legalità del ciclo dei rifiuti e per la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini” ha dichiarato in una nota il sindaco Marino. “Voglio inoltre ricordare che non ricorrendo più alla discarica Malagrotta è stato possibile chiudere la procedura di infrazione e Roma, dunque, oggi può di nuovo accedere ai fondi strutturali europei”.

 

Fonte: ecodallecitta.it

Smaltimento rifiuti, l’Italia rischia maxi-multa UE per le discariche illegali

Discariche abusive e mancata bonifica di quelle chiuse. Per un inadempimento già censurato da una sentenza, che si protrae dal 2007, ora davanti la Corte di Giustizia Europea la Commissione UE chiede per l’Italia una maxi- multa da 60 milioni di euro. Più 158.000 euro per ogni giorno fino all’adempimento completo alla precedente condanna380144

Sono molto pesanti le conclusioni dell’Avvocato Generale della Commissione Europea, la tedesca Juliane Kokott, che ha avuto il compito di depositare le motivazioni di una nuova richiesta di condanna dell’Italia, per la mancata attuazione di una precedente sentenza per l’inadempimento alle direttive UE in materia di rifiuti e discariche. Sentenza risalente al 26 aprile 2007. Davanti alla Corte di Giustizia Europea la Kokott ha chiesto una nuova condanna, ma per inottemperanza alla precedente sentenza, proponendo una salatissima maxi-multa fissa di 60 milioni di euro, più una sanzione giornaliera di 158.200 euro, fino all’ottemperanza alla precedente sentenza – con una possibile graduale riduzione se l’Italia fornirà almeno la prova della chiusura o della bonifica di alcune discariche illegali. La sanzione giornaliera proposta di 158.200 euro al giorno costituisce comunque una specie di “sconto” nei confronti dell’Italia, visto che la multa richiesta inizialmente dall’esecutivo UE era stata di 256.819 euro al giorno.  Anche se le conclusioni dell’Avvocatura non sono vincolanti, di solito la Corte di Giustizia tende ad accoglierle. La causa C-196/13, oggetto delle conclusioni depositate dall’Avvocatura, sancirebbe quindi una doppia inottemperanza alle sentenze europee, se fosse vinta dalla Commissione Europea contro l’Italia. Risale infatti al precedente nostro inadempimento della sentenza del 2007 (C-135/05) relativa ai rifiuti. Allora la Corte di giustizia ci aveva condannati, accertando che le procedure italiane non garantivano la salute dell’uomo e la protezione dell’ambiente, soprattutto per i mancati controlli sui rifiuti pericolosi e l’assenza di un sistema atto ad evitare la proliferazione delle discariche abusive.  In prima battuta la Commissione Europea aveva fatto riferimento circa 400 discariche illegali, ma alla fine ne sono state contestate solo due: Matera/Altamura Sgarrone al confine tra Puglia e Basilicata e un’ex discarica comunale, Reggio Calabria/Malderiti in Calabria. In questo procedimento non rientrano invece le discariche della Campania e di Malagrotta, oggetto separati procedimenti d’infrazione. L’altra violazione della normativa comunitaria che l’Italia dovrà sanare velocemente è la mancata bonifica delle discariche illegali di rifiuti chiuse, contenenti in parte rifiuti pericolosi.
Nonostante i tentativi dell’Italia di giustificare la propria inadempienza “per l’avvenuto cambiamento del quadro normativo UE in materia” e una proroga concessa dall’Europa alla prima condanna, la situazione non si è mai risolta e così la Commissione nel 2013 ha avviato un nuovo procedimento, che ha portato all’ultima maxi-richiesta di condanna di questi giorni.

Il ricorso della Commissione Europea contro l’Italia [0,03 MB]

Fonte: ecodallecitta.it

Troppo arsenico nelle acque del Lazio: l’Ue “boccia” l’Italia

Le deroghe concesse dalla Commissione Europea erano vincolate a richieste che sono state disattese e che hanno portato all’apertura di una procedura di infrazione. C’è troppo arsenico nelle acque italiane, ina maniera specifica in quelle del Lazio. La Commissione Ue ha aperto una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per la contaminazione dell’acqua da arsenico e fluoro, una situazione che continua a non essere risolta nonostante la concessione di tre deroghe di tre anni ciascuna. I valori limite previsti dalla direttiva Ue sulle acque potabili non vengono rispettati in 37 zone. L’Italia, come tutti i Paesi dell’Unione europea, ha l’obbligo di controllare e testare. La Commissione Ue ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per la contaminazione dell’acqua da arsenico e fluoro, in particolare nel Lazio, ancora irrisolto nonostante la concessione di tre deroghe di tre anni ciascuna. I valori limite previsti dalla direttiva Ue sull’acqua potabile non sono ancora rispettati in 37 zone. L’Italia, come tutti i Paesi Ue, ha l’obbligo di controllare l’acqua destinata al consumo umano, in base a 48 parametri microbiologici e chimici e indicatori. Nel caso vengano riscontrati nell’acqua livelli elevati di arsenico o di altri inquinanti, gli Stati membri possono derogare per un periodo limitato di tempo ai valori limite fissati dalla direttiva, purché ciò non presenti un potenziale pericolo per la salute umana e l’approvvigionamento delle acque destinate al consumo umano nella zona interessata non possa essere mantenuto in nessun altro modo. Negli ultimi anni l’emergenza arsenico in Lazio ha creato notevoli disagi, con i casi limite di comuni che hanno dovuto fare ricorso alle autobotti. L’Italia ha già usufruito del numero massimo di deroghe consentito dalla normativa Ue. Bruxelles aveva richiesto che fosse assicurato l’approvvigionamento di acqua salubre destinata al consumo da parte dei neonati e dei bambini fino all’età di tre anni. Inoltre, deroghe erano subordinate poi al fatto che l’Italia fornisse agli utenti informazioni adeguate su come ridurre i rischi associati al consumo dell’acqua potabile in questione e in particolare dei rischi associati al consumo di acqua da parte dei bambini. Infine, l’Italia avrebbe dovuto attuare un piano di azioni correttive e informare la Commissione in merito ai progressi compiuti. A un anno dalla scadenza della terza deroga la direttiva continua a essere violata e in 37 zone di approvvigionamento di acqua del Lazio i valori limite di arsenico e fluoro non sono rispettati. E in conseguenza di questo fatto, come vi avevamo preannunciato alcuni giorni fa su Ecoblog, Bruxelles ha fatto partire la procedura di infrazione con l’invio di una lettera di costituzione in mora.rubinetto

Fonte:  Ansa

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Acqua all’arsenico, l’Ue verso la procedura d’infrazione

I Radicali Roma presentano un’esposto all’Unione Europea in merito alla presenza di arsenico nelle acque in molte zone del Lazio

Acqua all’arsenico.

Un tema caldissimo, nonostante sia costantemente tenuto sotto silenzio, per molti abitanti della Regione Lazio, alcuni dei quali si sono ritrovati diversi mesi fa con la potabilità revocata persino nelle abitazioni private, dopo che per anni si è innalzato il livello di arsenico previsto a norma di legge. Un problema che, tra promesse della giunta regionale precedente e di quella attuale, tra le continue proroghe al rientro nella legalità per i comuni fuorilegge, le accuse reciproche tra istituzioni e le recenti decisioni del sindaco di Roma Marino, che ha revocato la potabilità per le acque dagli acquedotti ARSIAL (provenienti dal viterbese). Persino l’OMS ha dichiarato il rischio per la salute pubblica ma nonostante questo l’ultima deroga, per alcuni comuni, è scaduta il 31/12/2012 e prevedeva un valore massimo di Arsenico pari a 20 µg/l. Insomma, il problema arsenico nelle acque potabili è una delle tante problematiche gravi che la Regione Lazio si porta dietro da diversi anni, senza che nessuno abbia mai realmente tentato di risolvere il problema. Per questo motivo l’associazione Radicali Roma ha presentato unadenuncia alla Commissione europea, chiedendo di intervenire:

“Nonostante siano passati ormai sedici anni dall’approvazione della Direttiva europea, in alcuni comuni del Viterbese si denunciano gravi ritardi nella realizzazione di impianti di potabilizzazione, tanto è vero che in diversi territori si registrano valori di arsenico molto più elevati dei limiti sopracitati. Ma non è stata solo la provincia viterbese ad aver subito notevoli ritardi negli interventi, tant’è che il Sindaco di Roma, Ignazio Marino, il 21 febbraio del 2014, ha emanato l’ordinanza n. 36 avente per oggetto: «divieto di utilizzo dell’acqua proveniente dagli acquedotti rurali ARSIAL (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione in Agricoltura) per il consumo umano con particolare riferimento all’emergenza arsenico nelle more che siano collegati alla rete ACEA ATO2 S.p.A.». Tale ordinanza è conseguente all’effettuazione di apposite analisi da parte della ASL Roma C che hanno evidenziato che gli acquedotti di cui trattasi presentano acqua con caratteristiche chimiche e batteriologiche non adatte al consumo umano a causa del superamento dei valori di parametro prescritti di cui al D.Lgs 31/2001. […] Questi sono solo alcuni dei motivi che, oggi, ci hanno spinto a presentare una dettagliata denuncia alla Commissione europea per i superamenti dei valori limite di 10 µg/l per l’arsenico.”

hanno recentemente dichiarato Massimiliano Iervolino, membro della Direzione nazionale di Radicali italiani, e Paolo Izzo, segretario dell’associazione Radicali Roma, motivando l’esposto in sede europea. La denuncia, presentata in sede europea l’11 giugno scorso, è stata accolta dalla Commissione europea, che il 25 giugno ha avviato un’indagine che porterà probabilmente ad una procedura d’infrazione. Procedura che andrebbe ad aggiungersi, ricordano i Radicali Roma, alle 117 già in essere; non certamente edificante, come posizione, anche perchè la Regione Lazio si trova da tempo centro di vari procedimenti aperti in sede europea, alcuni finiti davanti la Corte di Giustizia europea. Ci riferiamo in particolare agli impianti di trattamento rifiuti di Roma, alle discariche del Lazio dove sarebbero finiti rifiuti non trattati, gli scarichi di acque reflue in zone sensibili, le 218 discariche illegali di rifiuti tra le quali 32 dislocate nel Lazio. Una regione, il Lazio, che a livello ambientale è completamente fuori norma: dai veleni nella Valle del Sacco all’acqua all’arsenico nel viterbese passando dai rifiuti di Roma all’eternit di Latina, non esiste provincia nella quale non vi siano situazioni di illegalità ambientale e di pericolo per la salute pubblica. Questo nonostante i bei proclami della giunta Zingaretti, che a livello ambientale non si è discostata molto dalla scia della giunta Polverini, certamente non eccellente sotto il profilo della tutela della legalità e dell’ambiente.

“A dispetto di questo pericolo imminente – dovuto finanche a nuove indagini o a recenti procedure aperte da Bruxelles – quasi tutti fanno finta di niente. La Regione Lazio, intanto, sui temi legati all’ambiente, continua a essere parte in causa nelle accuse che l’Europa indirizza all’Italia. Fino a quando?”

spiegano in un comunicato i radicali Iervolino e Izzo.arsenico-586x350

Fonte: ecoblog.it

Accordi TTIP, in un documento segreto tra Usa e UE l’apertura a fracking e shale gas in Europa

L’HP ha pubblicato ieri un documento segreto che rientra nel Patto TTIP in cui USA e UE si accordano per liberalizzare lo shale gas e il fracking

Gli accordi TTIP che piacciono tanto all’Italia portano anche shale gas e fracking. Questo è infatti il contenuto del documento riservato e pubblicato ieri da HP dove si evince la pressione a cui è sottoposta l’Unione Europea da parte dell’amministrazione Obama affinché possano essere effettuate nuove trivellazioni alla ricerca di petrolio e gas naturale così. Il documento è in sostanza una prima bozza che prospetta la politica energetica che i negoziatori europei sperano di vedere adottata nell’ambito del TTIP- Transatlantic Trade and Investment Partnership in fase di negoziazione a Arligton in Virginia. Il testo è stato condiviso con funzionari americani nel mese di settembre e l’Ufficio del US Trade Representative ha rifiutato di commentare il documento. Gli Usa vogliono esportare il loro shale gas in Europa e anche petrolio. D’altronde Assoeletterica puntuale lo scorzo mese di marzo dopo il vertice sull’Energia presidente Obama così commentava:

In sostanza, il meta-messaggio di Obama agli europei è togliete la moratoria sullo shale gas. Altro che mulini a vento e raggi del sole, la questione energetica europea si riassume a prendere una posizione netta sul fracking, l’estrazione di gas attraverso la frantumazione delle rocce. Perché come riassume più liricamente, Paolo Scaroni, amministratore dell’Eni, “o siamo disposti come gli americani ad abbracciare lo shale gas, oppure saremo costretti ad abbracciare Putin”. Secondo le stime dell’ente statunitense Energy Information Administration, l’Europa avrebbe riserve per 450 trilioni di piedi cubi pari a circa 80% delle risorse disponibili nel sottosuolo americano. L’Europa però è spaccata e alla guidare di ciascun schieramento ci sono proprio i due paesi che concentrano il massimo delle risorse stimate. La Francia con 137 trilioni di piedi cubi ne ha vietato l’estrazione e la Polonia con 148 trilioni di piedi cubi che conta oltre 50 pozzi. Chi ha colto al balzo l’ammonimento di Obama per rilanciare sulla necessità di guadagnare l’indipendenza energetica per poter manovrare liberamente le leve della politica estera è David Cameron, che incontra notevoli resistenze a casa sua contro lo sviluppo estrattivo di shale gas anche dopo aver tolto la moratoria sul fracking nel dicembre 2012.

La questione non è prosaicamente ambientalisti contro petrolieri, ma essere sicuri che l’estrazione di shale gas non produca più danni che benefici non solo al suo ma anche al clima e le conoscenze che abbiamo ci portano a valutare che l’impatto ambientale è troppo pesante sia per il Pianeta sia per noi che lo abitiamo. Francia e Polonia hanno una struttura del suolo certamente diversa da quella statunitense e in più non sono altrettanto estese. Nel vecchio continente dovremmo affrontare molti più problemi. Ma in sostanza il succo del TTIP è tutto concentrato sulle politiche energetiche anche se poi analizza questioni che riguardano il comparto agroalimentare (l’oro italiano) ad esempio se i caseifici americani possono chiamare alcuni dei loro prodotti “Feta” o “Parmigiano”. Commentano così i francesi di France attac:BELGIUM-EU-US-TRADE

Questo documento non menziona le questioni climatiche o sfide in merito alla scarsità di risorse. Incoraggiare l’espansione del commercio dei combustibili fossili non fa altro che aumentare lo sfruttamento e il consumo sostenibile di idrocarburi e rafforza la nostra dipendenza. Tutto a spese del clima e di una vera transizione energetica e solo per un obsoleto fondamentalismo del libero mercato.

Insomma, leggendo il documento, il punto di vista americano è questo: se si incoraggiano le esportazioni dagli Usa all’Europa di greggio e shale gas allora si stimola anche la trivellazione in casa europea il che però scoraggerebbe lo sviluppo dell’Energia rinnovabile. Gli Stati Uniti hanno vietato le esportazioni di petrolio greggio nel 1975 e sono in atto una serie di restrizioni all’esportazione di gas scisto sia per ragioni di sicurezza economica e nazionale. Ma il presidente può rilasciare licenze speciali per esentare alcune esportazioni di greggio e il ministro dell’Energia Ernest Moniz ha detto questo mese che è intenzionato a valutarne la possibilità. A innescare la spinta a allentare i vincoli sulle esportazioni di gas naturale dagli Stati Uniti verso l’Europa il conflitto tra Russia e Ucraina ma le proposte non sembrano essere in linea con e norme ambientali europee che limitano lo sviluppo nel settore dei combustibili fossili .

Fonte: HuffingtonPost

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Pacchetto clima 2030, UE ancora divisa sui target

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Niente accordo in vista al prossimo vertice Ue sui target del pacchetto clima-energia proposti dalla Commissione europea per il 2030. I 28 Stati membri per ora marciano divisi: l’Italia e altri 12 Paesi sono schierati a favore di una rapida adozione del taglio vincolante a livello nazionale del 40% di CO2 rispetto al 1990 e di un target Ue di almeno il 27% di energia da rinnovabili, mentre un blocco dell’Est guidato dalla Polonia vuole rimandare la decisione a dopo il summit Onu di Parigi del 2015, cioè quello da cui dovrebbe nascere un nuovo accordo salva-clima. Il neoministro dell’ambiente italiano, Gian Luca Galletti (nella foto a sinistra), risulta fra i firmatari della dichiarazione del gruppo dei ministri europei “per la crescita verde” insieme ai colleghi di Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia, Estonia e Slovenia. “Sollecitiamo il Consiglio Ue di marzo ad un accordo sugli elementi chiave” del pacchetto per il 2030, scrivono i tredici Paesi. Sul fronte opposto e in posizione più “attendista” invece è il gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), che preferisce aspettare gli impegni assunti a livello globale nel 2015 e che insieme a Bulgaria e Romania chiede una valutazione d’impatto dei costi della strategia al 2030 per ciascun Paese dell’Ue. L’Italia dal canto suo ritiene necessaria una valutazione nazionale per definire gli strumenti necessari a raggiungere i target del 2030 e “assicurare che le azioni intraprese siano le piu’ efficaci ed efficienti in termini di costi, sostenibilita’, sicurezza degli approvvigionamenti, crescita e innovazione” ha detto il ministro dell’ambiente a Bruxelles, ricordando anche il possibile ruolo dei biocarburanti di seconda generazione nel settore trasporti, un comparto per ora assente dalla strategia europea. L’intesa al vertice Ue sui target per il 2030 in sostanza appare lontana, serve un sì di tutti i leader dei 28. A dirlo chiaro e tondo la Polonia, all’ultimo Consiglio energia: “Non c’è dubbio che qualsiasi decisione sul quadro delle politiche per il 2030 debba essere unanime“. A confermarlo è la bozza delle conclusioni del vertice, in cui i 28 definiscono la proposta sul tavolo “una buona base di discussione“, ma non si sbilanciano sui target e rimandano il tema al successivo vertice di giugno. “Una politica europea climatica ed energetica coerente – si legge nella bozza – deve assicurare prezzi energetici convenienti, competitività industriale, sicurezza delle forniture e raggiungimento degli obiettivi ambientali e climatici“. Con l’obiettivo di arrivare “quanto prima” ad un accordo sui target di riduzione delle emissioni di CO2, rinnovabili ed efficienza energetica per il 2030, i leader dei 28 chiedono quindi di “approfondire la comprensione delle implicazioni per i singoli Stati membri“, sviluppare misure per evitare il ‘carbon leakage’, garantire la competitività delle industrie energivore europee e rivedere la direttiva UE sull’efficienza energetica.

Fonte: Ansa.it

Le Regioni all’UE: sostenere efficienza e rinnovabili su scala locale

Il Comitato delle Regioni Ue chiede maggiori strumenti economici a sostegno delle iniziative locali in materia di fonti rinnovabili ed efficienza energetica376054

Migliorare il quadro normativo, rafforzare gli strumenti economici e creare un sistema più coerente di sostegno per potenziare l’efficienza energetica e la produzione di energia sostenibile a livello locale. Sono queste le richieste emerse oggi alla conclusione della Conferenza ‘Un’Europa efficiente’, organizzato a Vilnius dal Comitato delle Regioni Ue. ”E’ indispensabile – sottolinea Ugo Cappellacci, governatore della Sardegna e Presidente della Commissione Ambiente, cambio climatico ed energia del Comitato delle regioni – ribadire il ruolo dei governi regionali e locali a cui poi spettano le azioni concrete per raggiungere gli obiettivi di contenimento dei consumo e di produzione di energia sostenibile” fissati dalla Ue per il 2020. ”Per raggiungere questi obiettivi – continua Cappellacci – è fondamentale dare il massimo sostegno alle numerose iniziative per l’efficienza energetica avviate e quelle da avviare a livello locale e regionale”. Proprio sul fronte delle risorse, reso ancor più difficile dalla crisi, la vicepresidente del Comitato delle Regioni Mercedes Bresso riconosce che per le ”regioni italiane si tratta di una grossa sfida” ma in cui non mancano ”le opportunità: i fondi Ue che dovranno servire anche a migliorare la gestione delle risorse energetiche”. Bresso ha inoltre sottolineato l’importanza di ”aumentare la cultura ambientale dei nostri amministratori, che spesso considerano la politica ambientale un dire ‘no’ a tutto”. Durante la Conferenza, anche occasione di scambio di buone pratiche, Cappellacci ha illustrato il programma Sardegna CO2.zero, forte di ”decine e decine di comuni che hanno partecipato al bando ‘Smart City – Comuni in classe A’, per l’efficientamento energetico, dell’assistenza per lo sviluppo del Piano energia sostenibile e quindi della sua realizzazione con i fondi Jessica”, dotato di 35 milioni di euro. Quindi il governatore ha sottolineato il ”progetto straordinario di riconversione della chimica a Porto Torres, che punta a divenire leader in Europa per la chimica verde”.  Le conclusioni raccolte a Vilnius confluiranno in un documento sulla revisione della Strategia Europa 2020 che il Comitato delle Regioni metterà a punto nel suo prossimo incontro di Atene nel marzo 2014. (ANSA)

Fonte: eco dalle città