Direttiva Ue sulla plastica monouso: “Ora gli stati membri vadano oltre al plastic free” – Parte 2

La direttiva approvata dal Parlamento europeo sulla plastica monouso getta le basi per grossi cambiamenti nella progettazione, imballaggio e utilizzo dei beni di consumo, introducendo divieti su molti oggetti di plastica usa e getta e concetti come la responsabilità estesa del produttore su molti altri. Riusciranno gli stati membri a recepire correttamente la direttiva e anzi a cogliere l’occasione per andare oltre il plastic free e introdurre misure per il riuso, la riduzione a monte dei rifiuti, il superamento dell’usa e getta? Ne abbiamo parlato con Silvia Ricci, responsabile campagne dell’ACV Associazione Comuni Virtuosi. Qualche settimana fa abbiamo parlato con Silvia Ricci, responsabile campagne dell’ACV Associazione Comuni Virtuosi, dello stato dell’arte nella gestione degli imballaggi in plastica. L’abbiamo ricontattata per entrare più nel dettaglio della direttiva sulle plastiche monouso o Single Use Plastics (SUP) recentemente approvata dal Parlamento europeo. In particolare ci interessa avere un suo parere su quali sono le luci e le ombre del provvedimento europeo e su cosa si potrebbe fare da subito per preparare il terreno per il miglior recepimento possibile. Il tema degli imballaggi e dell’usa e getta in genere è infatti uno dei cavalli di battaglia dell’ACV, oltre che che oggetto di proposte a decisori politici e aziendali, a partire dal lancio della campagna Porta la Sporta che ha informato sul marine litter collegandolo agli  attuali stili di vita già dieci anni fa.

Parliamo della direttiva SUP: qual è la tua valutazione complessiva?  

L’Europa con questa direttiva ha fornito una prima risposta importante che mancava per affrontare un’emergenza mondiale come l’inquinamento da plastica che, soprattutto negli ambienti marini e acquatici in genere ha assunto dimensioni allarmanti. Nonostante il fenomeno fosse già noto almeno dagli anni settanta, come ha evidenziato lo studio “Plastic Industry Awareness of the Ocean Plastics Problem” del CIEL (Center for International Environmental Law), l’atteggiamento negazionista adottato in primis dall’industria della chimica e plastica ha avuto la meglio. Pertanto, decadi dopo, il problema si è ripresentato, amplificato dal boom di produzione plastica che è passato dai dei 35 milioni di tonnellate del 1970 ai 348 milioni di tonnellate del 2017 e ci è stato “servito sul piatto” , nel senso letterale del termine.  

Tuttavia alcune misure presentate nella prima versione del testo sono state edulcorate nell’ultima stesura e cercherò di spiegare perché,  complessivamente, non le ritengo commisurate alla reale gravità del fenomeno. Non dimentichiamoci che l’impatto della plastica sull’ambiente  è destinato ad aumentare visto che anche la produzione plastica aumenta, trainata dall’aumento della popolazione mondiale e da un maggiore benessere nei paesi in via di sviluppo. Molto dipenderà pertanto dal recepimento che i paesi membri dovranno formalizzare all’interno dei propri quadri legislativi. Questa direttiva potrebbe diventare un’importante opportunità per ripensare il modello lineare che caratterizza la gestione degli imballaggi – non solo in plastica – introducendo azioni di prevenzione e riuso che sono indispensabili per alleggerire il carico che i prodotti usa e getta hanno sull’ambiente, riducendo al contempo le emissioni climalteranti che sono associate a tutti i processi produttivi, a prescindere dai materiali.   

Quali sono i punti di forza di questa direttiva ? 

Ritengo sicuramente positivo il divieto di vendita  sul mercato comunitario (ai sensi dell’articolo 5 a partire dal 2021) di quegli articoli usa e getta che sono diventati rifiuti pervasivi sia in contesti urbani che in natura rappresentando circa la metà di tutti i rifiuti marini trovati sulle spiagge europee (per numero). Si tratta di: cotton fioc, posate (coltelli, cucchiai, forchette, bacchette e agitatori), piatti, cannucce, aste per palloncini, contenitori in plastiche oxo-degradabili e in polistirene espanso (EPS) per alimenti e bevande (e relativi coperchi) sia per consumo in loco che da asporto. Inoltre l’istituzione di regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR, ai sensi dell’articolo 8) per alcuni di questi prodotti non ancora coperti da tali schemi è a mio avviso la misura determinante per favorire la prevenzione, l’eco design e la riduzione di prodotti superflui, di cui una parte può essere sostituita con opzioni riutilizzabili. Principalmente perché questi regimi prevedono che siano i produttori a sostenere i costi di raccolta e avvio a riciclo di tali prodotti a fine vita nonché delle attività di pulizia ambientale e di sensibilizzazione verso i cittadini. Parliamo di articoli come, ad esempio, involucri di snack dolci e salati, salviette umidificate, assorbenti e prodotti a base di  tabacco contenenti plastica (entro il gennaio 2023 per la maggior parte degli articoli). Inoltre ritengo importante che la presenza di materie plastiche venga notificata sull’etichetta del prodotto insieme all’informazione sugli impatti ambientali e alle opzioni appropriate di smaltimento.

Infine sono favorevole alla misura che riguarda i criteri di progettazione degli articoli SUP che, all’articolo 6, stabilisce che coperchi e contenitori debbano essere fissati al contenitore in modo da non venire dispersi nell’ambiente. Ma anche finire nello scarto degli impianti di selezione a causa delle ridotte dimensioni aggiungerei. Peccato che l’entrata in vigore sia stata posticipata dal 2021 al 2024. Va detto che i paesi che hanno in vigore il deposito su cauzione offrono già una soluzione alla dispersione dei tappi con tassi di intercettazione di bottiglie (e tappi) che possono andare oltre al 90% dell’immesso. Per quanto riguarda invece prodotti contenenti plastica come i mozziconi di sigaretta e gli attrezzi da pesca l’obbligatorietà di adesione ad un un regime di responsabilità estesa con monitoraggio e raggiungimento di obiettivi nazionali di raccolta avrebbe dovuto arrivare già molto, molto tempo fa. Ma meglio tardi che mai…. 

Quali sono invece le ombre della direttiva? Quali misure avresti voluto vedere incluse sin dalla prima stesura? 

In prima battuta non avere fissare in sede europea delle obiettivi obbligatori di riduzione per contenitori per alimenti e bevande. Avere previsto la possibilità per i paesi dell’UE di adottare restrizioni di mercato per questi manufatti, senza proporre obiettivi, rischia di non stimolare i governi centrali e locali a prendere misure legislative in merito. Ma soprattutto di non incentivare le aziende che utilizzano questi contenitori a dismetterli a favore di alternative più sostenibili già collaudate. Basta guardare impegni annunciati dalle grandi catene del fast food per diminuire l’impatto dei propri contenitori per notare che generalmente si limitano all’eliminazione delle cannucce. Oppure a sostituire la plastica con altri materiali usa e getta che, seppur riciclabili o compostabili, vengono poi gestiti con l’indifferenziato. Solamente la catena di caffetterie inglese Boston Tea Party  ha, coraggiosamente, eliminato lo scorso anno tutti i contenitori monouso e introdotto tazze da asporto riutilizzabili. Il proprietario della catena ha raccontato di essersi chiesto cosa poteva fare per non lasciare alle future generazioni un pianeta di spazzatura e di avere fatto la scelta maggiormente responsabile, nella totale consapevolezza di incorrere in un’importante riduzione del fatturato (che si è poi verificata). Abbiamo fatto un appello a Starbucks in collaborazione con Zero Waste Europe, Greenpeace e WWF Italia  prima che aprisse il primo locale a Milano, coinvolgendo anche la Giunta di Milano che ha dimostrato di apprezzare il gesto, senza che l’appello venisse colto nella sostanza.

Pertanto in assenza di provvedimenti, che per ora stanno prendendo alcune città come Berkeley, Amsterdam e Tubinga, che spiegherò a seguire, questo flusso di rifiuti, insieme ai rifiuti derivati dal commercio online, continuerà a crescere così come i costi ambientali ed economici collegati a carico delle comunità. In seconda battuta penso sia stato un errore madornale ritardare di 4 anni il raggiungimento dell’obiettivo di raccolta separata del 90% per le bottiglie di bevande (articolo 9) che, dal 2025 slitta al 2029, anche se è stato fissato un obiettivo intermedio del 77% di intercettazione entro il 2025. Una scadenza più vicina avrebbe spinto i paesi EU ad attivarsi per introdurre al più presto un sistema di deposito per tutti i contenitori di bevande,  seguendo gli esempi di successo dei 10 paesi europei dove il sistema è già rodato e nei quali nessuno vorrebbe più tornare indietro. Come ho raccontato recentemente la Lituania che ha implementato un sistema di deposito in tempi da record, ha raggiunto in meno di un anno oltre il 70% di intercettazione (obiettivo intermedio del 2025), per attestarsi al 92% in due anni, testimonia come la volontà politica possa risolvere dei problemi convertendoli in opportunità economiche. Infine considero  l’obiettivo del 25% di contenuto riciclato per le bottiglie entro il 2025, per passare al 30% al 2030, alquanto modesto, considerato che gli impegni annunciati da alcune multinazionali dell’acqua in bottiglia, ma anche di prodotti per la detergenza, sono molto più ambiziosi.  Lo scorso anno Bar le Duc (United Soft Drinks) è stata la prima marca di acqua minerale ad optare in Olanda per bottiglie realizzate con il 100% di plastica da riciclo. Evian di Danone ha annunciato  che raggiungerà lo stesso obiettivo entro il 2025 e Coca-Cola porterà al 50% la percentuale di contenuto riciclato nelle sue bottiglie al 2030.

Gli Stati membri hanno due anni per recepire la direttiva nella propria legislazione nazionale che cosa temi e ti auguri rispetto a questa fase?  

Come ho anticipato mi auguro che i paesi membri recepiscano questa direttiva in modo ambizioso con misure che si inseriscano come tasselli in un contesto più ampio che è quello della prevenzione dei rifiuti e del consumo di risorse. Perché è qui che si gioca la vera partita,  ogni rifiuto da smaltire è una sconfitta, anche rispetto alla lotta al cambiamento climatico. A maggior ragione se teniamo presente che le previsioni della Banca Mondiale (nel rapporto What a Waste 2.0) stimano al 2050 un aumento del 70% nella produzione dei rifiuti, di cui  quelli da usa e getta ne costituiscono una parte importante. Anche le stime dell’Unep che indicano che avremo bisogno del 40% in più di risorse come energia, acqua, legno e fibre varie andrebbero tenute in mente quando si legifera. Tornando al clima lo Special report 15 (Sr15) dell’IPCC recentemente presentato alle Nazioni Unite avverte che entro i prossimi dodici anni vanno messe in campo misure che abbattano a tempo di record le emissioni di gas ad effetto serra per mantenere il riscaldamento della Terra entro i 1,5 gradi centigradi.   Assodato che per avere qualche chance di centrare questo obiettivo vanno intrapresi urgentemente drastici cambiamenti negli stili di vita, cosa c’è di più scontato che partire con una revisione dei modelli di consumo usa e getta  che, in cambio di comodità fugaci garantiscono una distruzione perenne degli habitat naturali? In linea peraltro con l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile nr.12: Consumo e Produzione Responsabili delle Nazioni Unite. I ritmi massicci di prelievo di risorse operato da oltre 7 miliardi di “cavallette” non rispettano da almeno mezzo secolo quelli che sono i tempi naturali di rigenerazione degli ecosistemi. E anche in Italia non scherziamo, visto che  l’Overshoot day, il giorno dell’anno in cui abbiamo già consumato tutto il nostro budget annuale di risorse naturali cade, secondo il Global Footprint Network, il 24 maggio, con quasi tre mesi di anticipo rispetto alla media globale ( il 1 agosto nel 2018) . Pertanto un recepimento della direttiva SUP non dovrebbe solamente seguire la Gerarchia EU di gestione dei rifiuti nell’individuazione delle azioni prioritarie da convertire in legge, ma anche  tenere conto, per ogni articolo che si voglia bandire, ridurre o sostituire, verso quali alternative si sposterà il consumo. Una volta individuate le possibili opzioni di ripiego ne andrebbero valutati gli impatti (da enti terzi) e andrebbero previste eventuali misure a supporto delle opzioni più sostenibili. Anche per evitare di lasciare questa partita in mano al mercato, che ha interessi che non coincidono sicuramente con la prevenzione del rifiuto. A meno che non si obblighi il produttore/utilizzatore a dovere recuperare a fine vita i propri prodotti assumendosene i costi totali.  Queste valutazioni , che sarebbero da fare con la collaborazione di tutti i portatori di interesse di uno specifico provvedimento, sono necessarie per identificare possibili effetti collaterali o conseguenze non volute che possono annullare i benefici ambientali previsti. La direttiva sui biocarburanti ne è l’esempio più eclatante: è stata introdotta per i presunti effetti positivi sul clima, ma ha avuto effetti disastrosi sulla biodiversità, sulla deforestazione e sul fenomeno conosciuto come cambiamento indiretto di destinazione d’uso del suolo ILUC (indirect land use change).

L’Italia come si sta muovendo? 

Venendo all’Italia non sono ancora arrivati “segnali incoraggianti” rispetto all’approccio che ho delineato. Non ho letto nelle dichiarazioni del Ministro Costa riportate dai media, alcun accenno alla prevenzione di questi rifiuti. Ad esempio per quanto riguarda le stoviglie usa e getta in plastica , anche se pochi media ne hanno fatto accenno, va detto che le misure della direttiva SUP si applicano a tutte le materie plastiche monouso elencate negli allegati, comprese le plastiche biodegradabili e compostabili. In un’intervista concessa recentemente al Corriere il Ministro Costa afferma che stiamo chiedendo una deroga in Europa per le stoviglie in bioplastica compostabile visto che l’Italia è un produttore leader a livello europeo di questo settore. Questa linea si riflette nella misura del credito d’imposta del 36% previsto nella Legge di Bilancio 2019 che viene concesso alle imprese che acquistano “prodotti realizzati con materiali provenienti dalla raccolta differenziata degli imballaggi in plastica, ovvero che acquistano imballaggi biodegradabili e compostabili secondo la normativa UNI EN 13432:2002, o derivati dalla raccolta differenziata della carta e dell’alluminio”. Questa è una misura di cui tra l’altro , non riesco a cogliere l’utilità, se non per la plastica. Ma anche in questo caso, se si vuole  creare un mercato di sbocco per le plastiche da riciclo servirebbe molto di più di quanto previsto da questa misura. Serve un quadro legislativo di promozione di  modelli di economia circolare che consideri tutti i flussi di rifiuti che potrebbero essere evitati creando occupazione verde. Ritengo di basilare importanza porre il tema delle materie prime seconde per cui va sicuramente creato un mercato, ma se non facciamo prima un ragionamento su quali sono i “prodotti indispensabili” e se ci devono essere eccezioni (e perché),  si rischia di proporre gli stessi volumi (insostenibili) di usa e getta in altri materiali, che sono solamente diversamente impattanti. Mi riferisco ovviamente anche ai prodotti a base di cellulosa. In questo ultimo anno il marketing delle aziende, approfittando del sentiment anti-plastica,  si è speso nella promozione dei propri prodotti con claim che sono al limite del greenwashing. Aggettivi come bio-based, compostabile, biodegradabile, plastic-free (che è invece necessario quando evidenzia la presenza, insospettabile, di microplastiche nei prodotti), vengono utilizzati per vendere inducendo il consumatore a pensare che basti optare per questi prodotti per fare “bene all’ambiente” quando invece, molto spesso, si tratta di alternative  che risultano “meno dannose” o “diversamente impattanti”.  

Per meglio chiarire cosa intendo mantengo l’esempio già citato delle stoviglie monouso: indifferentemente dal materiale in cui siano realizzate, che sia carta o bioplastica,  andrebbe stabilito che un loro uso debba diventare di natura “emergenziale” e cioè in quelle situazioni in cui non possono davvero essere usate alternative riutilizzabili. Questi manufatti dovrebbero essere comunque aggravati da una tassa ambientale, sull’esempio di Tubinga, il cui sindaco spiega che la tassa che verrà introdotta in città (per tutti i tipi di contenitori monouso e in qualunque materiale) è essenziale per rendere meno oneroso l’adesione a sistemi riutilizzabili. Ecco perché credo che i governi centrali in fase di recepimento della direttiva debbano guardare agli esempi di ordinanze come quelle adottate da Berkely, Amsterdam e Tubinga che offrono spunti concreti da adattare alle caratteristiche dei diversi contesti. 

In cosa consistono queste tre esperienze? 

L’ordinanza di Berkeley che è quella “più strutturata”, ha il merito di avere creato un percorso a tappe di creazione del sistema che renderà possibile e agevole, in due anni circa, avere in città cibo e bevande consumate (in loco o da asporto) prevalentemente in contenitori riutilizzabili. Parallelamente al divieto per i contenitori di plastica viene infatti permesso l’utilizzo di contenitori compostabili ma con un sovrapprezzo obbligatorio. Tutto il percorso è stato avviato dalla municipalità con il coinvolgimento attivo di tutti gli stakeholder tra i quali gli esercizi commerciali e i loro rappresentanti e le Ong. L’ordinanza di Tubinga, precedentemente accennata, ha sempre il merito di promuovere il riuso anche se con una modalità “meno laboriosa” e magari più veloce. Tassando tutti i contenitori monouso di qualsiasi materiale l’amministrazione cittadina vuole evitare che l’esternalizzazione dei costi sulle comunità e contribuenti, che favorisce economicamente gli utilizzatori di contenitori monouso, penalizzi la nascita e la diffusione di sistemi di riuso basati sul concetto del “prodotto come servizio”.

E infine l’ordinanza di Amsterdam,  che è altrettanto efficace “da subito” per uno specifico flusso di usa e getta, e pertanto “geniale”. Tutti gli organizzatori di eventi che chiedono da questo mese un permesso di occupazione di suolo pubblico alla città per eventi e manifestazioni varie, sono obbligati a servirsi solamente di bicchieri riutilizzabili. I sistemi che gestiscono contenitori riutilizzabili e funzionano con l’applicazione di una cauzione ( che garantisce la restituzione dei contenitori per la sanificazione e successivi utilizzi), sono già attivi in Olanda da oltre 10 anni fa e ci sono diverse aziende che forniscono questo servizio chiavi in mano. 

Leggi la prima parte dell’intervista

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/direttiva-ue-plastica-monouso-stati-vadano-oltre-plastic-free/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Accordo USA-UE sui dazi: importeremo soia OGM e shale gas dall’America?

Firmato ieri l’accordo tra Donald Trump e Jean-Claude Juncker per mettere fine alla guerra dei dazi, tra le conseguenze c’è la promessa dell’UE di importare più soia dagli USA.http _media.ecoblog.it_e_eb0_accordo-usa-ue-sui-dazi-auto-2

Raggiunto ieri l’accordo tra Stati Uniti e Unione Europea che apre la strada alla pace commerciale tra le due aree economiche, che negli ultimi mesi si erano sfidate a suon di dazi e contro dazi. Dopo l’incontro tra il presidente USA Donald Trump e quello della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, infatti, è stata rilasciata una dichiarazione comune. In tale dichiarazione si legge che USA e UE si impegnano ad abbattere la gran parte delle barriere, sia tariffarie che non tariffarie, al commercio di tutti i prodotti industriali non rientranti nel settore delle automobili e dei componenti per automobili. Nella stessa dichiarazione si legge anche che l’Europa si impegna a comprare più semi di soia e più gas naturale dagli Stati Uniti.

Questa dichiarazione ha suscitato non poche perplessità in Europa, per due motivi. Il primo è che gran parte del gas naturale americano viene estratto con la ben nota tecnica del fracking, che devasta il sottosuolo in cerca del cosiddetto “shale gas“. Il problema, però, è più per gli americani che per gli europei. Diversa è la questione per quanto riguarda il secondo dei prodotti americani, i semi di soia. La perplessità degli europei sta nel fatto che quasi il 100% della soia prodotta negli USA è OGM. Di conseguenza Trump ha detto che la delegazione europea venuta a Washington per trattare la fine della guerra commerciale ha promesso di comprare soia OGM. Prima di gridare allo scandalo, però, è necessario vedere come stanno realmente le cose. Per quanto riguarda la soia ce le spiega Paul Donovan, economista di UBS, società svizzera di servizi finanziari con sede a Basilea e Zurigo:

Juncker wince nell’arte dell’accordo. Trump fa un passo indietro sulle minacce di tassare i consumatori auto americani. La UE è d’accordo a parlare (l’UE ama parlare). Le forze del mercato guidano le importazioni UE di soia, qualunque cosa Trump possa dire su Twitter.

L’Unione Europea, quindi, non può aumentare o ridurre gli acquisti di soia OGM americana.

Un concetto ribadito da Donovan anche sul suo blog: “Il presidente USA ha twittato che i dirigenti UE compreranno più semi di soia. I dirigenti UE non possono farlo. Gli Stati Uniti sono già il più grande esportatore di semi di soia in UE. Non ci sono sussidi, dazi o quote sui semi di soia in UE. I privati contadini decidono se comprare o meno più semi di soia“.

Le importazioni di soia dagli USA alla UE oggi ammontano a 4-6 milioni di tonnellate l’anno, come confermano sia i dati (tabella qui sotto) dell’USSEC (U.S. Soybean Export Council, organo che fa lobby per conto dei produttori americani di semi di soia, riconosciuto dall’Unione Europea) che quelli del Foreign Agricultural Service del Dipartimento dell’Agricoltura del Governo americano.http _media.ecoblog.it_b_bee_importazioni-di-soia-ogm-usa-in-europa-dati-ussec

Ma gli OGM non erano vietati (o comunque molto ristretti) in Unione Europea? Com’è possibile che ogni anno importiamo milioni di tonnellate di semi di soia palesemente OGM dagli Stati Uniti?

E’ più che possibile, visto che l’Europa permette l’ingresso di prodotti agricoli geneticamente modificati purché non siano destinati alla semina. In Europa, salvo rarissime eccezioni, è vietato solo seminare OGM e la grandissima parte della soia OGM che importiamo dagli Stati Uniti serve ad alimentare il bestiame allevato in territorio UE. Fino al dicembre scorso, ad esempio, l’Unione Europea ha confermato per altri dieci anni l’autorizzazione alla commercializzazione di sei prodotti agricoli OGM per mangimi e alimenti non destinati alla coltivazione: quattro tipi di soia, un tipo di colza e un tipo di mais. Con l’accordo sui semi di soia (che alla fine non è nulla di nuovo, come abbiamo visto) con l’Europa di Juncker il presidente Trump spera di tenere a bada i coltivatori americani di soia OGM che, recentemente, hanno dovuto subire la decisione della Cina di chiudere alle importazioni di soia americana come ritorsione, ancora una volta, ai dazi imposti da Trump su alcuni prodotti cinesi.

Fonte: ecoblog.it

L’UE investe 98,2 milioni di euro per migliorare la qualità della vita degli europei

Una serie di nuovi progetti integrati LIFE aiuterà otto Stati membri ad applicare la legislazione in materia di ambiente e clima per affrontare sfide quali la carenza idrica, il cambiamento climatico, l’economia circolare e la perdita di biodiversità. I finanziamenti LIFE mobilizzeranno investimenti per altri due miliardi di euro, consentendo agli Stati membri di avvalersi di altri fondi europei, nazionali e privati.heading-newsletter-recupere-recupere

Per gli europei, l’ambiente è una faccenda seria, perché sono consapevoli che da esso dipende la qualità della loro vita. Secondo un recente sondaggio, i cittadini esprimono timori principalmente in merito alle conseguenze del cambiamento climatico, dell’inquinamento atmosferico e dei rifiuti, il cui volume è sempre più ingente. In materia di ambiente e clima, l’Unione europea (UE) si è dotata di normative volte a tutelare la qualità della nostra vita, ma la loro effettiva applicazione può rappresentare una sfida per molti.

“Un euro erogato da LIFE è in grado di mobilizzare 20 euro da altre fonti di finanziamento. Oltre a questo incredibile effetto leva, i progetti integrati LIFE offrono una risposta diretta ai timori dei cittadini europei in merito alla qualità dell’aria e dell’acqua e alle conseguenze del cambiamento climatico.”

Karmenu Vella, commissario europeo per l’Ambiente

È qui che entrano in gioco i progetti integrati, finanziati nell’ambito del programma L IFE per l’ambiente e l’azione per il clima: tali iniziative, infatti, aiutano gli Stati membri ad applicare con efficacia la legislazione dell’UE relativamente a natura, acqua, aria, rifiuti e azione per il clima accrescendo l’impatto dei finanziamenti per piani sviluppati a diversi livelli e assicurandone il successo a lungo termine. Questo nuovo pacchetto di investimenti sostiene progetti in Belgio, Danimarca, Francia, Grecia, Lituania, Malta, Spagna e Svezia.

Conservazione della natura

I progetti correlati alla natura sono cinque, di cui uno danese che si occuperà di creare e collaudare incentivi volti ad aiutare gli agricoltori a gestire i propri terreni in modo più ecologico. L’obiettivo consiste nel rendere economicamente allettanti agli occhi degli agricoltori le attività di pascolo e raccolta di biomassa da aree naturali, grazie allo sviluppo di prodotti specializzati di alto valore, venduti a un prezzo più elevato. I progetti in Grecia, Lituania e Svezia coadiuveranno la realizzazione di una serie di azioni prioritarie a favore della conservazione. Le iniziative previste permetteranno alle autorità competenti di ampliare le proprie capacità di redazione e attuazione sia dei piani per la gestione dei siti che di quelli per le specie, ma saranno al contempo utili per integrare la conservazione della natura in altri settori, come la silvicoltura, l’agricoltura e il turismo. Un progetto francese di ampio respiro mapperà gli habitat marini attorno alla Francia e alla Corsica, garantendo una gestione efficace e trasparente delle aree marine protette a favore di chi dipende dal mare per vivere o ne usufruisce a fini ricreativi.

Una buona gestione dell’acqua

Nell’ambito della direttiva quadro sulle acque, agli Stati membri dell’UE è richiesta la preparazione di piani di gestione dei bacini fluviali che assicurino il buono stato di conservazione dei corpi idrici. A tale proposito, saranno due i nuovi progetti integrati a portare il proprio contributo. Uno è in corso a Malta, dove problematiche quali la carenza idrica, le scarse precipitazioni e l’elevata densità di popolazione rendono impegnativa la gestione delle risorse di acqua dolce. Questo progetto prevede audit idrici, investimenti in misure di trattamento dell’acqua e incentivi per un maggiore riutilizzo. Il bacino del Douro si trova a cavallo del confine fra Portogallo e Spagna. Un nuovo progetto integrato avviato in questa regione, spesso colpita dalla carenza idrica, garantirà una migliore governance delle risorse idriche e una maggiore partecipazione pubblica nella gestione dell’acqua. Poiché si tratta di una zona sensibile per quanto concerne il cambiamento climatico, questo bacino fluviale è a tutti gli effetti un indicatore dei mutamenti che potranno avvenire in futuro in Europa. Pertanto, il progetto può rivelarsi un vero e proprio laboratorio per testare l’adattamento della gestione delle risorse idriche.

I rifiuti sono una ricchezza

Le famiglie della regione francese Provenza-Alpi-Costa azzurra producono rifiuti in quantità significativamente superiore alla media nazionale. Il sostegno all’innovazione nella prevenzione e nella gestione dei rifiuti consentirà di ridurre di molto il conferimento in discarica, in linea con la legislazione dell’UE in materia. Inoltre, servirà a stimolare lo sviluppo dell’economia circolare nella regione.

Efficienza energetica e adattamento ai cambiamenti climatici

In Belgio, gli edifici residenziali sono per lo più vetusti, perciò richiedono il 70 % in più di energia rispetto alla media europea. Oltre a promuovere la collaborazione tra Fiandre e Vallonia, un nuovo progetto integrato aiuterà le due regioni ad adottare politiche di ristrutturazione e riqualificazione per incoraggiare l’efficienza energetica. L’iniziativa prevede la ristrutturazione di più di 8 500 abitazioni in cinque città, ma più in generale intende dare il la alla riqualificazione di tutti gli edifici esistenti in Belgio. Il progetto mira pertanto a offrire un contributo all’obiettivo di riduzione del 75‑80 % delle emissioni di gas a effetto serra e dell’uso di energia entro il 2050. Superando ogni divisione settoriale e coinvolgendo parti interessate chiave, un progetto avviato in Spagna, più precisamente in Navarra, fungerà da esempio per altre regioni che non sono ancora riuscite a mettere in atto la propria strategia in materia di adattamento ai cambiamenti climatici. Tra le azioni previste per aiutare questa regione a conseguire i propri obiettivi climatici entro il 2030 troviamo la realizzazione di indicatori per il monitoraggio del clima e di sistemi per l’allerta preventiva delle alluvioni fluviali e delle emergenze relative al trattamento delle acque reflue.

Dal 2014, anno della loro introduzione, sono stati avviati 25 progetti integrati da autorità competenti di 14 Stati membri, con azioni svolte in 18 paesi. Questi progetti stanno mobilizzando oltre 5 miliardi di euro in finanziamenti complementari stanziati da altri fondi europei, nazionali e privati affinché vengano attuate politiche in materia di ambiente e clima.

Per saperne di più

http://ec.europa.eu/environment/life/

fonte: https://ec.europa.eu/environment/efe/themes/funding-and-life/eu-invests-eur-982-million-improve-citizens-quality-life_it

 

La UE benedice la fusione Bayer-Monsanto e spunta una riunione segreta…

Quando si dice la coincidenza… La Commissione Europea dà il suo ok alla fusione “farmaceutico-agrochimico-biotech” tra Bayer e Monsanto e intanto la Campagna Stop Ceta scopre un documento riservato proprio della UE che fissa una riunione segreta per il 26 e 27 marzo proprio per discutere di glifosato, pesticidi e alimenti.2

È arrivato il via libera della Commissione europea alla fusione tra Bayer e Monsanto che permette e avalla la nascita di un colosso farmaceutico-agrochimico-biotecnologico che avrà il controllo fino al 30% delle quote di mercato di semi e pestici nel mondo. Per portare a casa l’ok dall’Antitrust comunitario, Bayer ha dovuto “fare uno sforzo” per risolvere alcuni problemi di concorrenza e ha ceduto a Basf parti di attività industriali. Basf è un altro grande gruppo chimico tedesco, cosa che permetterà alla Germania di mantenere il primato nel settore. La “società delle aspirine” si è impegnata anche a cedere a Basf quasi la totalità delle sue attività globali di semi e tratti (la caratteristica geneticamente modificate dei semi), compresa la divisione di ricerca e sviluppo finora impegnata a creare un prodotto concorrente al glifosfato di Monsanto, il pesticida più usato in tutto il mondo per controllare le erbe infestanti. Infine, Bayer si è impegnata a concedere una licenza per l’intero prodotto agricolo digitale globale.

E, guarda caso, l’Unione Europea ha fissato per il 26 e 27 marzo un incontro a porte chiuse e riservato proprio su glifosato, pesticidi e alimenti, di cui si è venuti a conoscenza solo grazie alla Campagna Stop Ceta che ha scoperto un documento riservato che vi faceva riferimento.

«Negare o autorizzare l’utilizzo di alcuni fungicidi, rimettere in discussione i veti nazionali sul glifosato, armonizzare le regole che consentono di importare o esportare alimenti tra Canada e Unione Europea. E il tutto senza il controllo dei Parlamenti, diretta espressione delle cittadine e dei cittadini europei. Accadrà tra pochi giorni, il 26 e il 27 marzo a Ottawa, quando si terrà la prima riunione del Comitato congiunto sulle misure sanitarie e fitosanitarie creato dal CETA, l’accordo di libero scambio concluso tra Unione Europea e Canada e in via di ratifica nei Parlamenti degli Stati membri, Italia compresa. Un comitato composto da rappresentanti della Commissione Europea, del Governo canadese, delle imprese e degli enti regolatori, senza alcuna traccia di organismi eletti»: è la denuncia della Campagna Stop TTIP/Stop Ceta, piattaforma che coordina più di 200 organizzazioni nazionali e 50 comitati locali.

La campagna StopTTIP/StopCETA ha pubblicato il documento ad accesso ristretto  (“Limided”), che era trapelato dagli uffici della DG Sante della Commissione UE, che reca l’agenda del meeting a porte chiuse in programma lunedì e martedì prossimo. E lancia due richieste urgenti:

– la prima ai parlamentari europei più impegnati, perché convochino la Commissione UE in audizione chiedendo spiegazioni sui contenuti di questo incontro e la piena trasparenza degli argomenti trattati;
– la seconda ai neoeletti parlamentari italiani, che prenderanno posto nelle Camere rinnovate il 23 di marzo. Molti di loro hanno firmato il decalogo “#NoCETA – #Nontratto”, per la costituzione di un gruppo interparlamentare Stop CETA. Ora esercitino il diritto al controllo in nome e per conto degli italiani, chiedendo conto al Governo ancora in carica e al Ministero dell’Agricoltura di quali indicazioni, richieste ed eventuali veti si è fatto interprete davanti alla Commissione Europea.

«La fusione Bayer-Monsanto, ultima di una serie di mega-acquisizioni nel settore agrochimico, chiama in causa il confronto sugli organismi geneticamente modificati nonché la questione glifosato, rispetto alla quale tutto si è fatto tranne che chiarezza. Anche a causa dello strapotere di Monsanto sulla ricerca scientifica» commenta Gaetano Pascale presidente di Slow Food.
«Oltre a consegnare più di un quarto del mercato mondiale di sementi e pesticidi nelle mani di un’unica multinazionale – prosegue Pascale – la fusione Bayer-Monsanto pone interrogativi preoccupanti sulla quantità di dati che il neonato colosso si troverà a maneggiare.  In assenza di un quadro giuridico preciso, l’operazione consentirà all’azienda di accumulare, controllare e monetizzare enormi quantità di dati, anche a discapito dell’innovazione di settore e dei concorrenti».

Ma non ci si deve arrendere.

«Laddove le comunità sono unite e perseguono modelli alternativi di vita e lavoro, per i Terminator la vita è più dura e le loro fandonie fanno fatica ad essere bevute – scriveva già nel settembre 2016 Paolo Ermani, una delle anime de Il Cambiamento e presidente dell’associazione Paea – Bisogna quindi creare orti comunitari, piantare alberi, proteggere varietà antiche, salvaguardare e scambiare sementi come fanno già da anni alcune importanti organizzazioni.  Costruendo una fitta rete di comunità che si riappropriano della basi dell’esistenza, del controllo diretto di ciò che mangiano, dell’energia che gli serve, le persone saranno sempre meno ricattabili e sempre più forti. Sembra una strada lunga e difficile ma è invece quella più breve, fattibile e dai risultati più concreti e duraturi. Certo, bisogna rimboccarsi le maniche e fare, smettendo di lamentarsi o inveire contro questo o quel politico seduti sulla propria poltrona di fronte all’ultimo modello di televisore ultrapiatto di mille pollici e centomila canali. E se lavorate per i Terminator, iniziate a pensare di scollocarvi, l’intero pianeta e i vostri figli e nipoti ve ne saranno grati; e come primo atto per festeggiare il vostro licenziamento, piantate alberi e fatevi un orto biologico».

Fonte: ilcambiamento.it

Qualità dell’aria, l’UE bacchetta l’Italia sul PM10

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Ancora una volta l’inquinamento atmosferico e ancora una volta il PM10: la Commissione Europea ha (nuovamente) bacchettato l’Italia affinché adotti misure efficaci ed appropriate contro l’emissione di polveri sottili al fine di garantire una buona qualità dell’aria e salvaguardare la salute pubblica. Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente ogni anno l’inquinamento da polveri sottili provoca in Italia più di 66.000 morti premature, rendendo il nostro lo Stato membro dell’UE più colpito in termini di mortalità connessa al particolato: il PM10 in Italia è immesso in atmosfera sopratutto nelle attività connesse al consumo di energia elettrica e al riscaldamento, ai trasporti, all’industria e all’agricoltura. Le polveri sottili, note anche come “PM10”, sono presenti nelle emissioni connesse al consumo di energia e al riscaldamento, ai trasporti, all’industria e all’agricoltura. Il PM10 può provocare asma, problemi cardiovascolari e cancro ai polmoni, causando un numero di morti premature superiore al numero annuale di decessi per incidenti stradali. Già nel dicembre 2012 la Corte di Giustizia UE aveva ritenuto l’Italia responsabile della violazione della legislazione UE pertinente per gli anni 2006 e 2007: in caso di superamento dei valori limite gli Stati membri sono tenuti ad adottare e attuare piani per la qualità dell’aria che stabiliscano misure atte a porvi rimedio nel più breve tempo possibile ma le misure legislative e amministrative finora adottate dall’Italia non sono bastate a risolvere il problema. Un problema che non è solo italiano ma che attiene anche a paesi come la Francia e la Gran Bretagna, dove il problema inquinamento è tanto grave quanto in Italia. La Commissione ha attivato la procedura d’infrazione per 16 Stati membri: Belgio, Bulgaria, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Polonia, Portogallo, Repubblica ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria. Nonostante l’obbligo per gli Stati membri di garantire una qualità dell’aria soddisfacente per i loro cittadini, sono ancora molte le zone in cui le concentrazioni di PM10 continuano a rappresentare un problema. L’attuale normativa europea sulle emissioni in atmosfera stabilisce valori limite per l’esposizione riguardanti sia la concentrazione annua (40 μg/m3), che quella giornaliera (50 μg/m3), da non superare più di 35 volte per anno civile. Oggi più che le normative anti-inquinamento però sono i nuovi mercati a rappresentare una salvezza per la qualità dell’aria nel vecchio continente: elettrico, ibrido, carburanti alternativi sono sempre più gettonati dai consumatori europei, che vedono nelle nuove tecnologie una possibilità sopratutto di risparmio di spesa sui carburanti.

Sarà il mercato o sarà il legislatore (o forse noi stessi) a salvare i nostri polmoni?

Fonte: ecoblog.it

UE deve fare di più per salvaguardare le acque di superficie

i legislatori dell’UE dovrebbero fare di più per proteggere le fonti delle acque superficiali dalla contaminazione. Questo è fondamentale per garantire una fornitura di acqua potabile pulita e sicura per noi ora e in futuro, scrivere Arjen Frentz e Anders Finnson.

Arjen Frentz è presidente del Comitato EUREAU sull’acqua potabile e Anders Finnson è presidente del Gruppo di lavoro congiunto EUREAU sulla direttiva quadro sulle acque.8542851496_4c737e10c0_o

Gli operatori idrici sforzano di fornire questa protezione tanto necessaria, ma abbiamo urgente bisogno robusta normativa UE per preservare le fonti d’acqua e garantire l’effettiva attuazione della direttiva quadro sulle acque. Vogliamo azione preventiva immediata invece di trattamenti costosi per evitare l’ulteriore deterioramento delle fonti d’acqua. L’acqua è un diritto umano fondamentale ed è essenziale per la vita e la dignità. operatori acqua sono responsabili per la fornitura di acqua sicura, sana e pulita, garantendo la qualità dell’acqua nei rubinetti e nei fiumi. Il nostro lavoro è supportato dalla direttiva quadro sulle acque, che stabilisce un quadro giuridico per proteggere e ripristinare l’acqua pulita in Europa. Questa legislazione vitale europea sarà riesaminato nel 2019, che dà i legislatori l’occasione perfetta per salvaguardare il nostro approvvigionamento di acqua potabile. Pari al 40% d’acqua dolce estratta per l’acqua potabile nell’Unione europea, le acque di superficie è al centro della questione della tutela delle acque. Inoltre, le acque di superficie è più esposta alla degradazione di acque sotterranee. In Europa, il suolo agisce come filtro e sotterranee richiede poco o nessun trattamento. Acqua di superficie d’altra parte, è più esposta agli agenti inquinanti delle famiglie, l’industria e l’agricoltura, il che significa che di solito ha a sottoporsi a un trattamento più intensivo. Come il trattamento dell’acqua potabile dipende dalla qualità dell’acqua, il metodo più affidabile e conveniente di fornire acqua sicura e pulita è quello di mantenere gli inquinanti di acque superficiali. Noi insistiamo sull’importanza di protezione preventiva piuttosto che di trattamento. Il ‘principio di precauzione’ dovrebbe prevalere in termini di prevenzione della contaminazione delle acque di superficie. Fine del trattamento tubi negli impianti di trattamento delle acque reflue non è sostenibile e deve essere l’ultima opzione. Pertanto, un approccio controllo del codice sorgente è il mezzo migliore per tenere inquinanti fuori del ciclo dell’acqua e garantire il sistema è sostenibile per le generazioni future. Grazie alle misure già messe in atto dalla direttiva quadro sulle acque, la qualità delle risorse europee dei bacini idrografici e l’acqua è notevolmente migliorata. Ma le debolezze sono stati identificati e la Commissione devono fare i miglioramenti indispensabili e integrali per proteggere fonti di acqua potabile. Pertanto, i partiti che influenzano la qualità dell’acqua dovrebbero sopportare il costo relativo. L’UE ha urgente bisogno di attuare la precauzione, chi inquina paga e l’utente paga principi. La legislazione in materia di acque deve essere collegato con le altre politiche, quali la legislazione PAC e le sostanze chimiche pure. Questi due settori costituiscono la principale fonte di inquinamento delle acque. Un approccio trasversale è essenziale per garantire un ambiente sicuro e ciclo dell’acqua. Mantenere inquinanti fuori del ciclo dell’acqua è una sfida. Ulteriori dura azione dell’UE può essere presa in approvazione, l’uso e lo smaltimento di sostanze, con l’obiettivo di mantenere sostanze pericolose dal ciclo dell’acqua alla fonte e / o la loro sostituzione con sostanze non pericolose alternative, ad esempio, le sostanze degradabili. Impatti pericolosi potenziali di sostanze nocive e persistenti sulla qualità dell’acqua potabile dovrebbero essere presi in considerazione come criterio nelle prove effettuate per l’approvazione, l’autorizzazione e la registrazione delle sostanze chimiche. Nell’interesse della sostenibilità, forti strategie dell’UE per la protezione dei corpi idrici dovrebbero includere:

  • migliorando l’UE di approvazione, l’autorizzazione e la registrazione delle sostanze chimiche con l’aggiunta di criteri di acqua potabile adeguata connessi;
  • il monitoraggio di inquinamento e individuare le vie attraverso le quali gli inquinanti entrano nei corpi idrici;
  • misure per impedire l’uso di particolari sostanze;
  • misure per ridurre l’inquinamento alla fonte.

I piani d’azione con misure concrete dovrebbero essere stabiliti dagli Stati membri al fine di prevenire l’ulteriore deterioramento delle risorse idriche e per rimediare l’inquinamento delle acque di superficie esistente, limitando minacce future. Il futuro della qualità delle acque dipenderà anche dalla capacità della Commissione europea di coordinare meglio le politiche europee, come la direttiva sull’acqua potabile o la direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane. Industria e agricoltura hanno una responsabilità importante nel prevenire la contaminazione delle acque e hanno bisogno di una legislazione di protezione già in atto per essere eseguita. gli operatori d’acqua hanno la salute dei cittadini europei e la cura dell’ambiente nelle loro mani. Tale missione richiede uno strumento di gestione efficace. Noi tutti – collettivamente – dobbiamo lavorare per produrre una riforma che va al di là ‘fit-for-purpose’. la sostenibilità del sistema e la fiducia dei consumatori dipenderanno da un forte quadro sulle acque revisione direttiva.

Fonte: euractiv.com

 

Il glifosato uccide il mondo lentamente: ma all’UE va bene

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Glifosato: UE pronta ad autorizzarne l’uso per altri 15 anni. Intanto, questa sostanza, giudicata potenzialmente cancerogena è ovunque: nella birra, nelle verdure e persino negli assorbenti.

Non solo birre tedesche, il glifosato è ovunque: nei cavolfiori, nelle lenticchie, nei fichi, nei pompelmi, nelle acque, persino negli assorbenti. Questo diserbante, il più diffuso al mondo, anche in Italia, è stato dichiarato “probabile cancerogeno” dallo IARC (anche se a novembre dell’anno scorso, l’EFSA ne ha invece decretato la non cancerogenicità),  e ora c’è il rischio che l’UE ne autorizzi l’uso per altri 15 anni. Il 31 dicembre scorso, infatti,l’autorizzazione per l’utilizzo di questo erbicida nell’Unione Europea è scaduta. Tra la fine di questa settimana e l’inizio della prossima, dunque, la Commissione europea sarà chiamata a decidere se proporne il rinnovo per altri 15 anni.

La proposta sarà votata dalla commissione permanente del Paff (comitato per le piante, gli animali, gli alimenti e i mangimi) e, secondo indiscrezioni, tutti gli Stati membri, ad eccezione della Svezia, sarebbero a favore. In Italia 32 associazioni tra cui Fai, Wwf, Legambiente, Greenpeace, hanno firmato un appello per chiedere al governo italiano di assumere posizione contraria in merito e chiedere il bando della produzione, commercializzazione ed uso di questo pesticida in Europa, oltre che “rimuovere il prodotto da tutti i disciplinari di produzione che lo contengono e di escludere le aziende che ne fanno uso da qualsiasi premio nell’ambito dei Programmi regionali per lo sviluppo rurale (Psr)“.

Come dicevamo all’inizio, il glifosato è praticamente ovunque. Risale a pochi giorni fa la notizia secondo cui diversi marchi di birre tedesche conterrebbero tracce di diserbante. I livelli registrati oscillano fra 0,46 e 29,74 microgrammi per litro, nei casi più estremi quasi 300 volte superiori a 0,1 microgrammi, che è il limite consentito dalla legge per l’acqua potabile. Non esiste un limite per la birra.

Ma non è solo lì che si insidia questa sostanza.

I ricercatori della Boston University e Abraxis LLC hanno trovato tracce significative del pesticida nel 62% dei mieli convenzionali e nel 45% dei mieli biologici. Inevitabile, secondo gli scienziati, dato che il prodotto è talmente diffuso che anche le api che bottinano su terreni biologici non possono evitarla durante i loro voli.

Tant’è che il 22 febbraio scorso, anche l’Unapi, l’Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani,ha firmato la lettera delle associazioni che invita il governo italiano a dire basta al glifosato.

Nemmeno i prodotti per l’igiene femminile sono al sicuro.

Nei mesi scorsi, dopo l’allarme dato dall’Argentina, anche la Francia e il Canada hanno lamentato la presenza di questa sostanza in assorbenti, tamponi e salvaslip.

60 Million Consumers, l’associazione francese per la difesa dei diritti dei consumatori, ha pubblicato un rapporto dedicato proprio ai prodotti per l’igiene femminile. All’interno del documento, si evidenzia come, su 11 campioni analizzati, la sostanza sia stata individuata in 5 prodotti, tra cui anche salvaslip biologici a marchio Organyc. L’azienda ha infatti deciso il ritiro in via precauzionale di oltre 3mila confezioni distribuite in Francia e in Canada. Tracce di glifosato sembra siano state trovate anche in alcuni prodotti a marchio OB, Tampax e Nett. La possibile giustificazione della presenza di questa sostanza è il fatto che il glifosato  è ampiamente utilizzato in agricoltura, anche nella produzione di cotone. Stupisce però che sia stato trovato anche in prodotti che dovrebbero contenere cotone biologico. Non dimentichiamo che il glifosato è il componente principale di almeno l’80% degli erbicidi in commercio nel nostro Paese. Secondo le associazioni che hanno firmato l’appello al governo contro il diserbante, “senza un divieto ufficiale i programmi regionali per l’agricoltura considereranno come sostenibile e incentiveranno l’uso di un prodotto potenzialmente cancerogeno per l’uomo e che «studi del Mit del 2013-2014» sospettano di essere alla base anche dell’insorgenza di un disturbo come la celiachia“.

Secondo Beppe Croce, responsabile agricoltura di Legambiente: “Per intendersi, un’altra sostanza definita probabilmente cancerogena è il ddt, che è stato vietato da anni. La resistenza europea a bandire il glifosato viene solo dagli enormi interessi economici in gioco“.

Coloro che difendono l’uso di questo diserbante fanno però riferimento a due pareri ufficiali, entrambi emessi l’anno scorso: quello dell’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio (Bfr), secondo il quale il glifosato «non è cancerogeno», e quello dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (l’Efsa, con sede a Parma), che lo ha definito «probabilmente non cancerogeno». Entrambi pareri che vanno contro lo studio dello IARC.

E’ possibile sottoscrivere la petizione per bloccare questo scempio a questo link!

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Fonte: ambientebio.it

Ue, acqua potabile: Nuove regole per la tutela della salute

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Ieri, è stata diramata una nota dalla Commissione Europea che annuncia la prossima adozione di nuove regole sul potenziamento delle operazioni di controllo idrico a livello comunitario. Inoltre, le disposizioni hanno l’obiettivo di rendere migliore l’accesso all’acqua potabile. La Commissione, almeno in linea teorica, si è anche impegnata a continuare un dialogo costruttivo con le parti interessate, al fine di migliorare la direttiva vigente e di implementare la trasparenza nel settore idrico. Il Commissario Ue per l’Ambiente, Karmenu Vella, ha dichiarato sul tema da Bruxelles: “Un’acqua potabile sicura e di qualità elevata è essenziale per la salute e il benessere pubblici, pertanto, è necessario garantire standard elevati in tutta l’Unione. Questo nuovo sistema di monitoraggio e controllo consente di ridurre le analisi inutili e concentrarsi sui controlli che contano davvero“.

L’emendamento approvato ieri intende fornire maggiore flessibilità agli Stati dell’Unione sulle modalità con cui controllare gli standard dell’acqua (in oltre 100.000 zone di approvvigionamento in Europa). Una flessibilità che dovrebbe essere garantita dal principio di “analisi dei rischi e punti critici di controllo” (HACCP), già utilizzato nell’ambito legislazione sull’igiene alimentare. I governi europei, dunque, avranno facoltà di scegliere i parametri con cui compiere il monitoraggio, in base ad una valutazione del rischio. Potranno poi anche estendere l’elenco delle sostanze da tenere sotto controllo in caso di problemi di salute pubblica. Gli Stati Ue hanno da oggi due anni per recepire le disposizioni della nuova normativa. La nuova legislazione, secondo quanto riportato dal comunicato, nasce come risposta concreta a Right2Water, “iniziativa dei cittadini europei” (la prima a mai essere giunta in porto). Ricordiamo che questo gruppo di comitati e organizzazioni si batte per una normativa che sancisca il diritto umano universale all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari.

 

Fonte: ecoblog.it

Economia circolare: consultazione pubblica della UE

Per economia circolare si dovrebbe intendere un’economia virtuosa, senza sprechi, senza squilibri, senza sfruttamento eccessivo, con una corretta e coerente redistribuzione di ricchezze, risorse e opportunità. E’ veramente questo che la Commissione europea cerca? Di sicuro c’è che è stata avviata una consultazione pubblica in merito.economia_circolare

La Commissione Europea ha avviato una consultazione pubblica per raccogliere pareri sulla strategia da adottare per impostare in modo nuovo e ambizioso la transizione verso l’economia circolare. I contributi dei portatori d’interesse serviranno per preparare il nuovo piano d’azione, che dovrà essere presentato entro la fine del 2015. C’è tempo fino al 20 agosto 2015 per presentare idee e proposte. Di primo acchito verrebbe da chiedersi: cosa c’è sotto? Legittimo. L’Unione Europea fino ad ora non ha dato prova di privilegiare economie circolari dalle caratteristiche virtuose, anzi. Si legge che alcuni esponenti della Commissione hanno dichiarato: «Lo sviluppo economico dell’Europa deve avvenire all’insegna della sostenibilità. Non vi sono alternative: dobbiamo utilizzare le risorse in maniera più intelligente, progettare i prodotti in modo da poterli riutilizzare e riciclare e fissare obiettivi ambiziosi per ridurre e riciclare i rifiuti». Incredibile, ma vero. C’è arrivata anche l’Unione Europea. O da qualche parte sta nascosto un tranello?

«Oggi chiediamo ai cittadini di tutta Europa di darci spunti su come formulare politiche che stimolino lo sviluppo di un’economia verde competitiva in Europa e tutelino l’ambiente per le generazioni future» aggiungono i commissari. E qui ci starebbe il primo appunto: chissà cosa intendono per “competitiva”? «La transizione verso un’economia circolare più sostenibile può creare opportunità per tutti e offrire all’Europa un nuovo vantaggio competitivo. Vogliamo presentare un piano d’azione globale che incentivi sia i consumatori sia le imprese ad utilizzare le risorse in modo più efficiente. Per questo abbiamo bisogno del contributo di quanti operano nei diversi punti della catena del valore». Altra frase che si potrebbe equivocare. Arrivati a questo punto, occorre ridurre drasticamente i consumi di risorse se si vuole sperare di garantire una vita al pianeta e a chi lo abita; qui non si tratta più di “utilizzare le risorse in modo più efficiente” ma di cercare di smettere di utilizzare tutto ciò che non è rinnovabile e utilizzare ciò che lo è con parsimonia e non certo all’attuale livello.

«Le strategie che porteranno l’Europa a sviluppare un’economia circolare competitiva non dovranno limitarsi solo ai rifiuti, ma contemplare l’intero ciclo di vita dei prodotti, tenendo conto della situazione di ciascuno Stato membro­ – continuano i commissari UE – oltre ad azioni sul fronte dei rifiuti dovranno quindi prevedere interventi in materia di progettazione intelligente dei prodotti, riutilizzo e riparazione dei prodotti, consumo sostenibile, livelli di riciclaggio, uso intelligente delle materie prime, rafforzamento dei mercati delle materie prime secondarie e misure settoriali specifiche». Quando si parla di rifiuti e di materie prime secondarie, non può non venire alla mente che oggi la UE vuole spingere i rifiuti come “risorsa” da bruciare negli inceneritori chiamandoli “materie prime secondarie”. Sarà questo che intendono i commissari? Speriamo di no; bisogna andare verso i “rifiuti zero”!!! Speriamo che lo abbiano chiaro.

«La transizione verso un’economia più circolare è in grado di promuovere la competitività e l’innovazione- aggiungono – stimolando il nascere di nuovi modelli imprenditoriali e l’adozione di nuove tecnologie, nonché favorendo la modernizzazione delle politiche sociali, con conseguenti effetti positivi nel lungo termine per l’economia europea nel suo insieme, che diverrà più sostenibile e più competitiva. Vogliamo creare condizioni propizie all’aumento dei posti di lavoro, senza usare né sprecare quantità di risorse come facciamo oggi, in modo da ridurre la pressione sulle materie prime e sull’ambiente: l’Europa sarà così più forte e più equa. I cittadini, le autorità pubbliche, le imprese e tutti gli altri soggetti governativi e non governativi interessati sono invitati a rispondere alle domande riguardanti i vari segmenti del ciclo economico e il loro ruolo nella transizione verso un’economia circolare. Un’altra consultazione pubblica sulle distorsioni del mercato dei rifiuti è già in corso ed è aperta a tutti i portatori d’interesse».

Ebbene, la sfida è aperta. Ed è bene che tutti coloro che hanno buone idee, veramente sostenibili, le espongano e ne sottolineino la fattibilità e l’urgenza. Vediamo a chi darà veramente ascolto la UE, alla fine.

Fonte: ilcambiamento.it

Acqua, Ue pensa a provvedimenti per il risparmio idrico

Bruxelles sta ragionando a misure per ottimizzare l’efficienza di docce e rubinetti474956735

L’acqua diventa un bene sempre più prezioso e l’Unione Europea sta pensando a manovre anti-spreco che puntano su docce e rubinetti efficienti. Dopo quanto fatto con televisori e frigoriferi, l’idea è di spingere i consumatori a un acquisto più consapevole. Rubinetti e docce taglia-consumi idrici riducono molto i costi dell’acqua e del riscaldamento e si ripagano velocemente tramite bollette più magre, spiega Jack Hunter dello European Environmental Bureau, l’associazione che riunisce 140 organizzazioni ambientaliste europee, fra cui Legambiente. Rompigetto e riduttori di flusso hanno dimostrato di avere grandi potenzialità di risparmio. Secondo le stime un riduttore di flusso fa risparmiare 42 euro per ogni rubinetto in 10 anni e si ripaga in un anno o, al massimo, in un anno e mezzo. Con i miscelatori termostatici per le docce il risparmio può arrivare persino a 330 euro in dieci anni, con una copertura dei costi nel giro di un anno. Secondo le stime le misure per il risparmio idrico dovrebbero portare benefici per un totale di 1,2 miliardi di euro l’anno considerando che la media di consumo pro-capite di acqua in Europa oscilla fra i 100 e i 200 litri al giorno (10-15% per bere e cucinare, 25-30% per i servizi igienici, 30% per lavatrici e lavastoviglie, 30% per l’igiene personale). Il confronto con gli altri Paesi europei evidenzia differenze molto marcate: 152 metri cubi il consumo medio in Italia, 126 metri cubi in Spagna, 113 in Gran Bretagna e 62 in Germania. Senza dimenticare l’anacronismo delle nostre “reti colabrodo” che disperdono circa un terzo dell’acqua presente nelle condutture.

Fonte:  Ansa