Quanto “costa” l’inquinamento? Sei milioni di morti. Ed è solo l’inizio

Il recentissimo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità riassume i dati degli ultimi anni su inquinamento e suo impatto sulla salute e fornisce il dato dei morti prematuri a causa proprio dei contaminanti ai quali siamo espossti: 6 milioni. Eppure si continua a parlare a fare altro…9507-10262

L’inquinamento atmosferico – proveniente sia da sorgenti indoor che da fonti esterne – rappresenta il più grave rischio ambientale per la salute e, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel 2012 (che rappresenta il dato più recente disponibile per l’analisi appena pubblicata) risulta correlato alla morte prematura di oltre 6 milioni di persone. Quindi, proviamo a pensare a quante morti ci sono state e con quale possibile e plausibile trend in aumento dal 2012 ad oggi! Il rapporto dell’Oms si intitola “Evolution of WHO air quality guidelines: past, present and future” e riassume i principali documenti pubblicati a partire dagli anni Cinquanta, la loro evoluzione relativamente ai criteri di valutazione della qualità dell’aria e dell’impatto sulla salute umana, e che hanno portato allo sviluppo di una serie di linee giuda, sia per l’inquinamento dell’aria indoor sia outdoor. Il documento sottolinea l’evoluzione dell’evidence scientifica sugli effetti dell’inquinamento dell’aria sulla salute ed è uno strumento di supporto per i decisori nella definizione di strategie di gestione e controllo della qualità dell’aria. Vengono inoltre presentate le attività in corso e le direzioni future auspicate.

QUI il documento completo “Evolution of WHO air quality guidelines: past, present and future”

QUI il comunicato stampa sul sito dell’Oms.

Tra le vittime più colpite dall’inquinamento atmosferico ci sono senza dubbio i bambini. E a questo proposito è utile e interessante la visione del video messo a disposizione dall’associazione “Cittadini per l’aria” sulla conferenza che si è tenuta lo scorso 26 gennaio a Milano dal titolo “Salute e inquinamento atmosferico. Nuove evidenze sui danni allo sviluppo cognitivo dei bambini”, con presentazione di studi e ricerche, dati certi, nuove evidenze e immagini chiare che fanno luce sulle conseguenze, a livello fisico e mentale, dell’esposizione all’aria inquinata.

QUI per vedere il video della conferenza

Nel dicembre scorso, poi, è stato pubblicato il primo studio di coorte in Europa, svolto dall’Istituto Nazionale dei Tumori con il supporto di strumentazioni satellitari, che mette in relazione la mortalità per il tumore femminile con le concentrazioni di PM 2.5. La ricerca è stata effettuata su una coorte di 2.021 donne con  diagnosi di tumore al seno tra i 50 e i 69 anni, nel periodo compreso tra il 2003 e il 2009, e si è  basata su dati del Registro Tumori. “I risultati dello studio sono altamente rappresentativi in quanto basati su un Registro Tumori di popolazione capace di intercettare tutti i casi di neoplasia presenti su un territorio e su una popolazione di donne numericamente elevata (2021). Inoltre i risultati sono simili a quanto già osservato nello studio californiano e in quello cinese. Il nostro studio indica che il rischio di mortalità per tumore della mammella aumenta con l’esposizione al PM2.5. Anche se da un punto di vista scientifico
serviranno altre ricerche per una migliore definizione del percorso causale in oggetto, questi risultati aprono la strada a interventi rivolti al miglioramento della prognosi delle pazienti con tumore della mammella, basati sulla riduzione dell’esposizione a PM 2.5”. Hanno spiegato dall’Istituto.

Mancano forse le informazioni per rimboccarsi le maniche e cambiare radicalmente paradigma? No.

Fonte: ilcambiamento.it

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Ambiente, vittima infinita

Oggi doveva tenersi il “tavolo istituzionale Taranto” per fare il punto sulle vicende dell’Ilva di Taranto, ma è saltato per le dimissioni di Renzi. Sono tante le cose che avrebbe dovuto spiegare, dalle decisioni che cancellano tante potenziali cause ai 50 milioni annunciati e poi spariti.9435-10173

Intanto un fatto: il processo “Ambiente svenduto” in Corte d’Assise a Taranto per il reato di disastro ambientale dovuto all’Ilva (47 rinviati a giudizio) è stato aggiornato al 17 gennaio. E si deciderà se il processo rimarrà a Taranto oppure se si trasferirà a Potenza, perché la Corte ha riconosciuto fondate le eccezioni sollevate dalla difesa di alcuni imputati, per la quale i magistrati tarantini non possono decidere in quanto anch’essi colpiti dall’inquinamento al pari delle parti civili del processo (!).

Poi una possibilità assolutamente realistica: che Ilva, Riva Forni Elettrici e l’ex Riva Fire escano dal processo con il patteggiamento, della cui opportunità è convinto il procuratore capo di Taranto, Carlo Maria Capristo. Il tutto è accaduto dopo l’accordo, firmato alla vigilia del referendum costituzionale, tra Riva, Ilva, governo e Procure di Milano e Taranto che ha sgombrato il campo da un bel po’ di cause. Così facendo la grande macchina inquinante tarantina risulterà più appetibile per le due cordate industriali che si sono candidate ad acquistarla «e che attendono il responso del ministero dell’Ambiente sui piani ambientali presentati a fine giugno e in seguito integrati e corretti su richiesta degli esperti ministeriali» come spiega Il Sole 24 Ore. Si tratta delle cordate costituite dalla multinazionale Arcelor Mittal con Marcegaglia e da Arvedi con Cassa Depositi Prestiti e Delfin di Leonardo Del Vecchio ai quali si recente si sono uniti anche gli indiani di Jindal. Un bel pool, non c’è che dire. Il patteggiamento fa uscire le società dal processo per quanto attiene la responsabilità amministrativa e ovviamente la cosa ha innescato le proteste dei cittadini che ritengono si tratti di un’escamotage per «dribblare» le oltre mille richieste risarcitorie delle parti civili ammesse. Il cammino di ri-privatizzazione dell’Ilva piace a Federacciai (e figuriamoci!). Ascoltiamolo il presidente, Antonio Gozzi: «La situazione non è mai stata così favorevole come ora». E se lo dice lui c’è da crederci. Resta da capire favorevole per chi (!).

Nemmeno a farlo apposta ed ennesima beffa per le famiglie tarantine, è stato reso pubblico un rapporto di 238 pagine dell’Istituto Superiore di Sanità dove innanzi tutto si legge: «Gli inquinanti genotossici aerodispersi analizzati» presentano per Taranto «un carico non superiore a quello di Roma, almeno relativamente alle aree coperte dalle stazioni di campionamento». Cioè, sdrammatizziamo: vi respirate e vi bevete quello che si respirano e si bevono i romani…

Anche se poi a preoccupare sono i disturbi neurologici nei bambini, oltre che i tumori. “Per quanto riguarda l’esposizione a metalli con proprietà neurotossiche in fluidi e tessuti di soggetti in età evolutiva (6-11 anni), lo studio dell’Iss di biomonitoraggio e tossicità degli inquinanti presenti a Taranto – si legge nel rapporto –  ha permesso di rilevare una situazione di potenziale presenza di disturbi clinici e preclinici del neurosviluppo nell’area di Taranto, non riconosciuti e non adeguatamente sottoposti ad interventi preventivi, terapeutici e riabilitativi”.
Poi una vera e propria acrobazia. Prima si legge che si tratta di un risultato in linea con i dati epidemiologici mondiali sulle patologie del neurosviluppo comprendenti autismo, disturbi dell’apprendimento e del comportamento, che interessano il 10-15 per cento delle nascite. Poi si legge: “Ma i disturbi osservati sono maggiormente evidenti nelle aree in prossimità delle emissioni industriali calcolata in riferimento ai camini di emissione Ilva, nelle cui adiacenze insistono anche una raffineria ed un cementificio”.

Ciliegina sulla torta la mancata approvazione nei giorni scorsi del cosidetto emendamento Taranto: 50 milioni di euro spariti dalla manovra finanziaria. Sarebbero dovuti servire per curare i bambini dell’Ilva. Dagli ultimi dati epidemiologici la mortalità è in aumento. E un bambino su quattro dei quartieri Tamburi e Paolo VI, a ridosso dello stabilimento, viene ricoverati per patologie respiratorie. L’accordo con il governo era stato sancito dal presidente della commissione bilancio, Francesco Boccia, con il viceministro del l’economia Morandi e il sottosegretario Beretta. «Eravamo d’accordo che tra le spese più importanti ci fosse questa. L’impegno era stato sbandierato, soprattutto dal sottosegretario Claudio De Vincenti, e poi dal ministro Lorenzin. Non c’è’ tarantino che non lo sapesse», tuona il pugliese Boccia. «Avevo preparato io stesso l’emendamento. Non mi è stato detto perché non era stato inserito. L’unica risposta che ho avuto è che non era stato autorizzato da Palazzo Chigi».

Un’ultima curiosità, benché tragica.

La Carbonara, Ripiano, Papalia, De Tuglio, Andrisani e Guarino, Catapano, Casile, D’Alò, De Gennaro, Capozza: era la formazione dell’ILVA Football Club. Sono tutti morti di cancro. Lo fanno sapere gli stessi tarantini. Tutti protagonisti di interminabili partite sulla terra battuta del vecchio campo Tamburi, nell’omonimo quartiere di Taranto,a poche decine di metri dall’acciaieria. Vicino, troppo vicino alla fabbrica dei veleni.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Franco Berrino, cibo e tumori: “la prevenzione è la decrescita”

Dal biologico al veganesimo, passando per la meditazione e la decrescita. Una meravigliosa testimonianza di chi ha cambiato l’approccio allo studio sui tumori, concentrandosi sulla loro prevenzione. Vi proponiamo la nostra intervista al dottor Franco Berrino.

Alberto, nuovo agente di cambiamento, ha realizzato il suo sogno: incontrare il dottor Franco Berrino. Di certo molti di voi lo conosceranno già, magari grazie all’intervista fattagli qualche anno fa dalle Iene. Lo abbiamo intervistato, sorseggiando un tè presso una nota pasticceria di Torino.

“La cosa principale che ho fatto nella mia vita è stata lavorare all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, per ben quarant’anni”. Berrino si è concentrato, in particolare, sul capire come “cambiare l’alimentazione al fine di cambiare il nostro ambiente interno, in modo che le eventuali cellule tumorali non si riproducano”. Dopo vari anni di studio è giunto alla conclusione che modificando lo stile di vita è possibile ridurre l’incidenza delle patologie.

Il Codice europeo contro il cancro: pesce, latticini, carni rosse

Il Codice Europeo ha confermato le raccomandazioni del Fondo Mondiale per la ricerca sul cancro e, così come per il pesce, non si trovano al suo interno indicazioni sui latticini. “Io avrei voluto ci fossero”, in quanto negli studi da lui portati avanti negli anni, “si trova una protezione da pesce”. Vi sono delle ottime ricerche che dimostrano che “chi muore di meno è chi ha una dieta prevalentemente vegetale, ma con un po’ di pesce”.

Il pesce è diventato l’unica fonte di omega3 nella nostra alimentazione. “Gli omega3 sono molto importanti, sono grassi molto liquidi. L’olio di pesce è ancora più liquido degli oli vegetali”. Sono anche anti-infiammatori. Altri studi, tuttavia, non hanno trovato nessuna protezione da pesce e quindi non si è data nessuna raccomandazione. “Anche perché il pesce è molto inquinato, abbiamo avvelenato il mare”.

Passiamo così a parlare del ruolo assunto nelle diete occidentali da parte delle carni rosse. Gli chiedo se secondo lui il danno causato dalla loro assunzione sia dovuto anche al modo in cui, solitamente, alleviamo gli animali oggigiorno.

“È possibile, però il rischio di cancro da carni rosse è legato intrinsecamente alla loro natura”.
Il motivo è dato dalla ricchezza di ferro da un lato e la ricchezza di grassi saturi dall’altro. “Possiamo ribellarci al modo in cui vengono allevati gli animali per questioni etiche ma non tanto perché sia il modo di allevarli che li fa divenire nocivi”.valentis-Butcher-s-Counter

“Io non ho niente contro la carne, ogni tanto la mangio anch’io magari un paio di volte all’anno – prosegue il dottore dal tipico variopinto papillon – il problema è proprio la frequenza con cui noi mangiamo proteine animali; c’è questo mito delle proteine”.

Oggi i nostri bambini sono esageratamente nutriti, mangiano tre/quattro volte le proteine di cui hanno bisogno. A scuola gli si da proteine animali tutti i giorni: carni rosse, carni bianche, il formaggio, l’uovo, il pesce. “L’eccesso di proteine nelle diete è una delle principali cause dell’epidemia di obesità che c’è nella nostra popolazione”. Più proteine si mangiano, più è facile diventare obesi. Diversa è la situazione per la produzione del latte. “Il latte di oggi è molto diverso da quello di una volta”. Una volta le mucche facevano 10 litri di latte quando mangiavano l’erba. “Adesso non si può più dare l’erba alle mucche, farebbero soltanto 10 litri di latte. Bisogna darle molte più proteine affinché riescano a produrre 40/50 litri di latte al giorno. Addirittura negli Stati Uniti ci sono degli allevamenti dove producono 100 litri di latte al giorno”.

Il biologico e il veganesimo

“Fidiamoci del biologico ma non fidiamoci dei supermercati del biologico, perché nei supermercati del biologico si vendono delle porcherie”. Si vende per esempio lo zucchero bianco e a velo biologico. “Che cos’è? Lo zucchero è una sostanza chimica pura. Fa male anche se è biologico”.

Gli chiedo cosa pensa di chi decide di intraprendere la strada del veganesimo. “È un bene da un lato, però bisogna stare attenti; bisogna essere colti per diventare vegani. Vi sono dei vegani che mangiano malissimo: bevande zuccherate, whisky, farine raffinate e così via. Vegano sì, ma con attenzione”.storia1

Franco Berrino

 

L’importanza della salute psichica

“Vi sono sempre più dati che dimostrano quanto la nostra vita mentale e spirituale influenzi il rischio di ammalarsi”. Oggi con le nuove tecniche della biologia molecolare, si è stati in grado di dimostrare che “chi ha una pratica di meditazione modifica l’attività di certi geni”. Si può così spegnere l’attività dei geni che aumenta l’infiammazione.

“E allora dobbiamo tenere bassa l’infiammazione e possiamo farlo con il cibo, ma possiamo farlo anche con la nostra mente”. La meditazione o la preghiera, ad esempio, sono efficaci. Tipicamente molte pratiche di meditazione si basano sul concentrarsi e fare attenzione, mantenendo una consapevolezza del proprio respiro. Rallentando la respirazione, si attiva il nervo vago, così si modica il nostro sistema nervoso autonomo e si abbassa il livello di infiammazione. “Queste pratiche influenzano l’attivazione di quel che c’è scritto nei nostri geni, nel nostro DNA”.

La prevenzione è la decrescita

Le parole del professor Berrino sono chiare, semplici, efficaci ed anche spietate a riguardo. “Più ci ammaliamo, più aumenta il PIL, più aumenta il lavoro dei medici e delle case farmaceutiche”. Stiamo parlando di spese non produttive, considerate non utili per l’umanità. Così “oggi il successo della medicina è legato al fatto che è bene ammalarsi sempre di più”.

“Ammalarsi e non morire, perché questa è la cosa fantastica. La medicina ha avuto dei successi meravigliosi negli ultimi quaranta-cinquant’anni con delle evoluzioni tecnologiche fantastiche, diagnostiche, farmacologiche e terapeutiche. Però si è arrivati al punto che grossomodo il 90% della popolazione anziana, oltre i 65 anni, prende quotidianamente medicine”.

Nel caso del cancro, vi sono dei nuovi farmaci che sono molto efficaci e non riescono a guarire la malattia: la trasformano, la cronicizzano e tengono più a lungo in vita il paziente. “E questa è la gallina dalle uova d’oro! Un qualcosa che costi molto cara e che sia moderatamente efficace. Efficace per mantenere in vita ma non per guarire. Questo è il principio del business dell’industria farmaceutica oggigiorno”.

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Oggi circa il 90% della popolazione anziana, oltre i 65 anni, prende quotidianamente medicine

 

Continua così nel suo discorso, in un crescendo rossiniano in termini di efficacia e spunti di riflessione generati: “Dobbiamo invece renderci conto che possiamo benissimo decrescere; è sufficiente vivere in un modo diverso, mangiare in un modo diverso, fare più esercizio fisico, dare un po’ più spazio alla nostra vita mentale per non sviluppare la pressione alta, per non sviluppare il colesterolo alto, i trigliceridi alti, la glicemia alta”.

Passa così a rispondermi alla domanda sulla decrescita. Sono effettivamente impaziente di sapere qual è la sua opinione a riguardo. “La decrescita nel campo della sanità è la prevenzione. Eccome se possiamo decrescere! Siccome le istituzioni non hanno interesse per promuovere questa decrescita, dobbiamo farlo noi. E’ il piano B, dobbiamo occuparci noi della nostra prevenzione. Tutti noi possiamo fare qualcosa, occorre diffondere la consapevolezza. La consapevolezza che c’è una via alternativa a morire per malattia, possiamo benissimo diventare vecchi e morire sani. Nessuno ci da la garanzia di non ammalarci, però si può ridurre moltissimo il rischio di ammalarsi”.

Ancora una volta trovo dimostrazione che il cambiamento, nelle sue eterogenee sfaccettature, porta con sé una radice comune. Da chi si occupa di alimentazione a chi si occupa di economia, da chi si occupa di agricoltura a chi lavora nella cultura: alla base v’è sempre una stessa linea, una stessa visione comune. Oggi il dottor Franco Berrino è in pensione, e si occupa di diffondere le conoscenze che ha sviluppato nel corso degli anni. Per questo ha fondato l’associazione La grande Via, intesa come l’unione di tre percorsi: la via del cibo, la via del movimento come esercizio fisico e cambiamento delle nostre abitudini, e la via spirituale della meditazione. “Sono tre strade con cui possiamo scrivere sui nostri geni, accendendoli o spegnendoli. Possiamo così scrivere il nostro destino di salute o di malattia”.

Ringraziamo così il dottore per tanti motivi: per averci messo a disposizione il suo tempo e le sue conoscenze, per la voglia che mette nel diffondere e donare al mondo quel che negli anni ha scoperto grazie alla sua determinazione e capacità. Gli siamo grati soprattutto per averci fatto capire quanto e in che modo sia possibile scrivere un’altra storia nei nostri geni, e così nella nostra vita. Cambiare si può, basta solo volerlo.

 

Riprese: Fabio Dipinto di QQ.WeDo 

Agente di Cambiamento: Alberto Paolillo

 

Si ringrazia la pasticceria Dezzuto per lo spazio donatoci al fine di registrare l’intervista 

 

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/04/io-faccio-cosi-115-franco-berrino-cibo-tumori-prevenzione-decrescita/

 

L’erbicida glifosato è probabilmente cancerogeno

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È guerra tra la multinazionale Monsanto e l’Organizzazione mondiale della sanità, dopo l’annuncio dell’inclusione del glifosato, un diserbante di cui la società possedeva il brevetto fino al 2001, tra le sostanze classificate come probabilmente cancerogene. La decisione è arrivata negli scorsi giorni, con la pubblicazione di uno studio dell’International Agency for Research on Cancer (Iarc) (presente per ora anche su Scribd), un panel di esperti che valuta per conto dell’Oms le conoscenze scientifiche disponibili sui rischi che una determinata sostanza possa provocare l’insorgenza di tumori. Il glifosato è un cosiddetto erbicida totale, ovvero un diserbante non selettivo, sviluppato dalla Monsanto, che ne ha detenuto il brevetto fino al 2001. Oggi è commercializzato da diverse aziende, tra cui proprio la Monsanto, che continua a venderlo sotto il nome commerciale di Roundup. Secondo le stime dello Iarc, sarebbe contenuto in almeno 750 prodotti disponibili nel mondo, e la sua presenza nelle zone agricole è riscontrabile non solo nel suolo, ma anche nell’atmosfera, nell’acqua e nel cibo. Le vendite del glifosato (già estremamente alte) sarebbero inoltre in aumento negli ultimi anni grazie al diffuso utilizzo negli Stati Uniti di colture ogm resistenti a questa sostanza, e oggi rappresenta una buona fetta degli utili annuali della Monsanto. L’analisi dello Iarc ha valutato gli studi esistenti sull’associazione tra esposizione al glifosato e l’insorgenza di tumori nell’uomo, e quelli svolti su animali e cellule per verificarne la sicurezza. Le ricerche svolte sull’uomo non avrebbero prodotto risultati che confermino la presenza di rischi apprezzabili, se non in tre studi che avrebbe evidenziato un piccolo aumento di incidenza di linfomi non Hodgkin tra gli agricoltori statunitensi, canadesi e svedesi. Per questo, nello studio dello Iarc, le prove di carcinogenicità sull’uomo (così come quelle sugli animali) vengono definite limitate. Dati più preoccupanti arriverebbero però dagli studi di laboratorio, da cui emergerebbe che il glifosato induce nelle cellule danni alivello genetico e stress ossidativo, entrambi fattori di rischio importanti per lo sviluppo di tumori. Per questo, lo Iarc ha deciso di inserire il glifosato tra le sostanze classificate come 2A, ovvero probabilmente carcinogene. La risposta della Monsanto ovviamente non si è fatta attendere. In una dichiarazione, la società americana ha replicato assicurando che: “Tutti gli utilizzi indicati del glifosato sono sicuri per l’uomo e certificati dal più ampio database mai compilato per gli effetti di un prodotto agricolo sulla salute umana. In effetti, ogni diserbante contenente glifosato presente sul mercato aderisce i rigorosi standard decisi dalle agenzie regolatori e dalle autorità sanitarie per proteggere al salute umana”. A supporto della sicurezza del glifosatoMonsanto cita diversi studi (il più recente svolto in Germania) che non avrebbero evidenziato un collegamento tra la sostanza e lo sviluppo di patologie tumorali, e ricorda come nessuna agenzia regolatoria abbia stabilito la presenza di rischi per la salute. Entrando nel merito della decisione dello Iarc, l’azienda americana ricorda inoltre che la classificazione nel gruppo 2 non comporti la prova di un legame tra la sostanza e i tumori. Di questo gruppo farebbero infatti parte anche il caffè, le verdure sottaceto, l’aloe vera e i cellulari. In questo caso però va sottolineato che l’affermazione di Monstanto non è del tutto corretta, perché le sostanze citate nella risposta fanno parte della classificazione 2B, ovvero sostanze che “potrebbero” essere carcinogene, mentre il glifosato è stato inserito tra le 2A, cioè sostanza “probabilmente” carcinogene.

Fonte:  Wired.it

Credits immagine: Chafer Machinery/Flickr CC

Elettrosmog, dna e tumori: il libro shock

Un libro shock uscito negli Stati Uniti analizza ed espone gli studi che correlano i cellulari e le alterazioni biologiche negli esseri viventi. E l’autore afferma: “E’ il più grande esperimento biologico mai autorizzato finora”.torre_faro

Nel 2013 l’Onu ha lanciato un allarme nel documento Millenium Developer Goals Report: nel giro di sei mesi si stimava che il numero di cellulari avrebbe potuto raggiungere quello degli abitanti sulla Terra. Questo non significa ovviamente che tutte le persone del mondo posseggono ad oggi un cellulare: ci sono infatti più di 91 Paesi che detengono una media di più di due cellulari a persona, altri meno. Ma il dato fa riflettere sull’uso spropositato di questo strumento da parte dell’uomo. Molti sono stati gli allarmi lanciati da studiosi e dalle istituzioni sugli effetti dannosi dei campi elettromagnetici, cellulari compresi, sulla salute dell’uomo. L’inquinamento elettromagnetico è, nell’opinione comune, uno dei temi maggiormente sentiti e avvertiti, uno dei temi su cui si ha poca informazione ma che crea, al tempo stesso, ansia e preoccupazione. La sua “intangibilità” e la sua “invisibilità” lo rendono ancor più preoccupante. Un libro, pubblicato negli Stati Uniti, ma non ancora in Italia, aiuta a fare maggiore chiarezza sull’argomento. Scritto da Martin Blank, docente universitario, ha un titolo eloquente, “Overpowered: What science tells us about the dangers of cell phones and other wifi-age devices”. L’autore spiega il problema dei campi elettromagnetici in modo diverso rispetto a quanto fatto finora. Egli afferma che tutti noi stiamo partecipando ad un esperimento non autorizzato, il “più grande esperimento biologico mai autorizzato finora, che si basa sul contatto giornaliero tra le nostre teste e i trasmettitori di onde ad alta frequenza, i cellulari appunto”. I conseguenti effetti negativi sulla salute umana possono richiedere decenni per svilupparsi. “Quindi dovremmo attendere molti anni per conoscere i risultati di questo esperimento globale – afferma l’autore – Ma ciò potrebbe essere troppo tardi per miliardi di persone”. Cosa fare allora? Da decenni oramai infuria un dibattito sulla questione. Un vero e proprio scontro a due facce. Da un lato ci sono coloro che sollecitano l’adozione di un approccio precauzionale al rischio(ed è questa la posizione di Blank), mentre si continuano a studiare gli effetti sulla salute umana all’esposizione dei campi elettromagnetici. Dall’altro lato ci sono coloro che insistono nell’aspettare una risposta definitiva e certa dei risultati prima di intraprendere qualsiasi azione. In questo gruppo ci sono ovviamente le industrie. Per il momento sta vincendo la seconda parte: è appunto sotto gli occhi di tutti il mercato tecnologico dei cellulari, con l’immissione nello stesso di nuovi e più sofisticati prodotti, sempre più appetitosi per l’uomo. L’industria infatti dà segnali tesi a tranquillizzare, mentre scienziati indipendenti e comitati di cittadini avvertono dei rischi. Gli Stati, che cedono all’asta le licenze, oscillano tra queste due posizioni.
Ma i cellulari non sono i soli generatori di campi elettromagnetici. Ci sono i forni a microonde, televisori e computer, l’intera rete elettrica, impianti di allarme di sicurezza, trasmettitori radiotelevisivi, e trasmettitori per la telefonia mobile. “Oggi, all’inizio del 21 secolo, siamo immersi pienamente in un calderone di radiazione elettromagnetica su base continua” – si legge nel libro. E, nonostante la scienza non abbia ancora risposto a tutte le domande poste sugli effetti dannosi o meno dell’elettromagnetismo sulla nostra salute, essa ha dimostrato però una vasta gamma di effetti biologici legati all’esposizione continua ai campi elettromagnetici. L’autore espone sedici studi scientifici che hanno ravvisato mutazioni del dna a cui fa seguito lo sviluppo dei tumori, in particolare quelli cerebrali: si calcola che il rischio è superiore del 240% tra coloro che fanno un uso quotidiano e prolungato del cellulare per 10 anni. Non solo, ma uno studio israeliano ha scoperto che le persone che utilizzano i telefoni cellulari per almeno 22 ore al mese hanno una probabilità del 50% in più di sviluppare tumori alla ghiandola salivare. E gli individui che vivevano per più di 10 anni nel raggio di 400 metri da una torre di trasmissione di telefonia mobile avevano un tasso di cancro tre volte superiore a quelli che vivevano ad una distanza maggiore. Gli studi ci sono. E tanti. A tal punto da spingere l’Organizzazione Mondiale della Sanità a dichiarare ufficialmente che le microonde generate dall’uso dei cellulari,wi-fi, cordless o tablet sono “potenzialmente cancerogene”. E in Italia qual è la situazione? Anche nel Bel Paese il problema è sentito, nonostante la presenza di leggi, non sempre rispettate. A regolare la materia è il Decreto Ministeriale n.381 del 10 settembre 1998, relativo al “Regolamento recante norme per la determinazione dei tetti di radiofrequenza compatibili con la salute umana”. Esso fissa, tra le altre cose, il valore limite di 6 volt/metro dei campi elettromagnetici riguardanti la telefonia cellulare in corrispondenza di zone abitate. E demanda alle regioni e alle province la disciplina dell’installazione degli impianti al fine di garantire i limiti espressi dalla legge. Limiti che purtroppo nella maggior parte dei casi non sempre vengono rispettati. Ed è per questo che assume un’importanza elevata la vigilanza dei cittadini. Secondo il dott. Francesco Imbesi, del Centro Consumatori di Bolzano, sensibile alla materia, i cittadini attivi possono impegnarsi in molti modi per rendere migliori le nostre condizioni di vita, consigliando di porsi alcuni obiettivi: informare i consumatori, soprattutto giovani e bambini, sui rischi legati all’uso del cellulare; vigilare sulla pianificazione dei ripetitori da parte delle amministrazioni pubbliche; vietare l’utilizzo di cellulari nei mezzi pubblici; ridurre i valori di soglia, con l’obiettivo di sostituire i valori definiti unicamente in base agli effetti termici con valori stabiliti in base all’introduzione di principi medici di prevenzione. In conclusione, analizzando con spirito critico gli studi scientifici pubblicati finora e considerando la sistematica sottostima del rischio che caratterizza il protocollo utilizzato, emerge con sufficiente chiarezza l’incremento del rischio di tumori alla testa osservabile dopo lunga latenza o uso prolungato dei telefoni cellulari.

Fonte: il cambiamento.it

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Rapporto Sentieri, le aree dove l’inquinamento continua a far male

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Si chiamano Sin (Siti di interesse nazionale per le bonifiche) e sono i luoghi dove l’inquinamento industriale l’ha fatta da padrone negli anni passati. Aree colpite da rilascio di inquinanti chimici e smaltimento incontrollato di rifiuti, che contaminano suoli e falde acquifere. In Italia se ne contano 57 di questi siti bisognosi di risanamento ambientale. Siti dove ci si ammala (e muore) di più rispetto al resto del paese, come dimostra anche l’aggiornamento del rapporto Sentieri (Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento), appena rilasciato. Lo studio Sentieri dal 2010 rilascia i dati sullo stato di salute degli abitanti della aree dei Sin. Le prime informazioni diffuse parlavano chiaro: dal 1995 al 2002 l’inquinamento ha causato la morte precoce di circa 10mila persone. I successivi aggiornamenti, riferiti soprattutto al caso Ilva di Taranto, mostravano ancora una correlazione tra inquinamento e aumento della mortalità (poi rimesso in discussione).  I dati rilasciati ora propongono un’estensione di questi per 18 dei Sin, con un allargamento dello studio di mortalità aggiornato al 2010, l’analisi dell’incidenza oncologica relativa al 1996-2005 e quella relativa alle ospedalizzazioni per gli anni 2005-2010. E i risultati questi sono: “un eccesso di morti, ricoveri e tumori in tutti i 18 Sin considerati, con un aumento dei tumori da amianto”, come spiega, sottolineando il rischio per la popolazione e l’esigenza di interventi di bonifica, il direttore del Dipartimento Ambiente-Prevenzione Loredana Musmeci dell’Istituto superiore di sanità, che coordina lo studio. Per quel che riguarda l’amianto, per esempio, si osservano aumenti del mesotelioma della pleura e del tumore maligno della pleura, per i Sin di Biancavilla, Priolo, in aree portuali come Trieste, Taranto, Venezia e Porto Torres e con industrie a vocazione chimica (Cogoleto-Stoppani, Laguna di Grado e Marano, Priolo, Venezia) e siderurgica (Taranto, Terni, Trieste). Eccezion fatta per il caso dell’amianto, i dati collezionati dal nuovo aggiornamento di Sentieri sono diversi da sito a sito, e suddivisi per schede nel rapporto (qui il dettaglio per ciascuna delle aree analizzate). Così, per esempio a Porto Torres, si evidenziano eccessi (sia per mortalità che per incidenza oncologica) per tutti i tumori (ad eccezione di quello della cute) e le malattie dell’apparato respiratorio rispetto alla media regionale. Eccessi di incidenza oncologica per tutti i tumori, tranne quello della pelle, anche a Priolo, mentre a Bolzano sono i melanomi della cute quelli in eccesso. Infine segnaliamo che a Taranto la mortalità per tutte le cause, compresi tumori, malattie dell’apparato cardiocircolatorio, respiratorio e digerente è in eccesso rispetto alla media regionale, così come l’incidenza di tutti i tumori maligni.

fonte: Wired.it

Nelle aree inquinate si muore di cancro: SENTIERI pubblicato sotto silenzio

Lo studio a integrazione di SENTIERI è stato pubblicato nel silenzio totale dei media, ma i risultati sono sconcertanti: morti per cancro in aumento nelle aree densamente inquinate

L’integrazione allo studio SENTIERI a cura del ISS Istituto Superiore di Sanità è stato pubblicato da poche ore e senza i grandi titoli a cui il mainstream ci ha abituati nel caso di notizie a volte meno clamorose. Il perché probabilmente è intuibile dopo aver letto la prefazione:

Elemento di novità delle analisi qui presentate è l’utilizzo dell’incidenza oncologica e dei ricoverati, esiti informativi anche per patologie ad alta sopravvivenza come il tumore della tiroide, per il quale in alcuni SIN (Brescia-Caffaro, Laghi di Mantova, Milazzo, Sassuolo-Scandiano, Taranto) sono presenti incrementi in entrambi i generi in ambedue le basi di dati. Sempre grazie alle analisi dell’incidenza oncologica e dei ricoverati, a Brescia-Caffaro sono stati osservati eccessi per le sedi tumorali che la valutazione della IARC del 2013 associa certamente (melanoma) o probabilmente (tumore della mammella e per i linfomi non-Hodgkin) con i PCB (policlorobifenili), principale contaminante nel sito.ITALY-ENVIRONMENT-CRIME-WASTE-DEMO

Il Progetto SENTIERI (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) viene presentato con i primi risultati pubblicati nel 2010 e nel 2011 e analizza la correlazione tra qinquinamento ambientale e mortalità delle persone che abitano nei SIN, i Siti di interesse nazionale per le bonifiche, ovvero delle aree densamente inquinate. Il supplemento pubblicato ieri fornisce dati più completi in merito a 18 SIN su 44 (L’ex ministro Clini ne ha declassati alcuni NdR). I dati riguardano dunque quelle aree servite dalla rete AIRTUM dei Registri dei tumori attiva a macchie di leopardo, e prende in considerazione l’incidenza oncologia dal 1996 al 2007 per 17 SIN e una prima parziale analisi dei dati relitivi alle ospedalizzazioni dal 2005 al 2010. In sostanza nelle aree densamente inquinate l’incidenza dei tumori è più elevata rispetto alla media regionale:

per esempio, nel SIN Fidenza per il tumore dello stomaco (eccesso di incidenza in entrambi i generi) nel SIN Laguna di Grado e Marano per il tumore dello stomaco (eccessi di mortalità, incidenza e ricoverati tra le donne); nei SIN di Brescia-Caffaro, Milazzo, Terni Papigno con eccessi di ricoverati per le malattie respiratorie in entrambi i generi;; nel SIN di Brescia-Caffaro con eccessi di incidenza (uomini) e di ricoverati (uomini e donne) per linfomi non-Hodgkin, per melanoma (incidenza e ricoveri, entrambi i generi) e tumore della mammella (incidenza e ricoveri, donne).I risultati relativi a singole patologie con agente eziologico pressoché unico, per esempio le fibre asbestiformi, sono di agevole commento. Il mesotelioma della pleura e il tumore maligno della pleura, suo proxy, mostrano incrementi nei SIN di Biancavilla, dove è presente la fibra asbestiforme fluoro-edenite, e Priolo, dove l’asbesto è presente insieme ad altri contaminanti ambientali. Si osservano aumenti anche nei SIN con aree portuali (es: Trieste, Taranto, Venezia e Porto Torres) e con attività industriali a prevalente vocazione chimica (Cogoleto Stoppani, Laguna di Grado e Marano, Priolo, Venezia) e siderurgica (Taranto, Terni, Trieste).Altri risultati di interesse riguardano le patologie del sistema urinario (insufficienze renali nei SIN Basso bacino del fiume Chienti, Taranto, Milazzo, Priolo) e le malattie neurologiche (nei SIN di Trento Nord, Laguna di Grado e Marano, Basso bacino del fiume Chienti). I risultati sopra commentati, sulla base di tre esiti differenti sono, nel loro insieme, coerenti con le precedenti analisi della sola mortalità per il periodo 1995-2002.

SENTIERI così è diventato l’oggetto del question time di ieri che i deputati pentastellati hanno rivolto a Beatrice Lorenzin ministro della Salute:

Ci risiamo. Il governo nasconde le carte nel cassetto per non parlare prima delle elezioni degli argomenti scottanti, anche se questi argomenti riguardano la salute di milioni di persone E i dati sulla mortalità di decine di Sin (SITI INTERESSE NAZIONALE) vengono ignorati. Tale volontà omissiva da parte del Governo è esemplificata dal Progetto Sentieri, studio sulla condizione di salute dei cittadini che vivono nelle aree più inquinate d’Italia, commissionato dal ministero della Salute e pronto da mesi, ma tenuto nascosto. Di fronte alla sordità del dicastero guidato da Lorenzin i tecnici che lo hanno realizzato hanno preso direttamente l’iniziativa, pubblicandolo sulla rivista di epidemiologia e prevenzione. Si tratta di un documento scottante che rileva eccessi anche del 90% della mortalità nelle aree Sin. Ma lo studio “dimentica” 39 Sin: dalla Valle del Sacco a Massa Carrara, da Pioltello a Napoli est sono siti studiato nella prima versione di Sentieri ma spariti da quest’ultimo documento. Altro macigno evidenziato dallo studio è quello che riguarda è quello relativo i bambini: un milione vive nei Sin, con una mortalità – si legge nel Sentieri – del 5% superiore rispetto a quella di altre zone d’Italia. Di fronte a questa emergenza sarebbe stato necessario avviare uno studio, come richiesto dagli epidemiologi, dal costo di poche decine di migliaia di euro. la risposta del ministero è stata una porta sbattuta in faccia. Noi vogliamo sapere – hanno detto al ministro i deputati pentastellati – se il ministero intenda davvero continuare a indagare in queste zone dimenticate dai decreti, con particolare riferimento alla popolazione pediatrica e, soprattutto se il governo intenda, una volta preso atto dell’ecatombe in corso, accelerare le bonifiche dei Sin, anche per non aumentare l’esborso per la spesa sanitaria che già ammonta a oltre 110 miliardi di euro l’anno.

Il ministro Lorenzin ha risposto che erano in atto ulteriori ricerche in relazione al progetto SENTIERI KIDS che studia la mortalità per cancro nei bambini che vivono ai aree inquinate.  Ma i pentastellati fanno sapere:

Il ministro della Salute rispondendo al question time in aula del M5S ha detto che è in corso un monitoraggio dello stato di salute dei bambini che vivono nei Sin. “Non crediamo che le cose stiano così e lo diciamo perchè noi ci atteniamo a quanto gli stessi medici dell’Iss hanno scritto nel rapporto epidemiologico: «Il progetto SENTIERI KIDS non ha finora ricevuto finanziamenti ad hoc e le diverse attività descritte sono in fase di realizzazione». Uno studio che arranca senza fondi e senza disponibilità del Ministero, quindi. Che d’altro canto non ha neppure pubblicizzato lo stesso Sentieri. Un quadro ben diverso da quello descritto in Aula dal ministro Lorenzin».

Fonte: ecoblog.it

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Uranio letale nella miniera di Rössing

I minatori che lavorano a Rössing stanno morendo a causa di tumori e di malattie connesse al loro lavoro nell’industria estrattiva

Da 38 anni, nella miniera di Rössing, in Namibia, nei pressi di Swakopmund, si estrae una buona parte dell’uranio che alimenta le bombe e il nucleare civile. La miniera del deserto del Namib è di proprietà della Rio Tinto ed attualmente fornisce il 7% dell’uranio utilizzato in ambiti militari e civili. Un recente studio condotto su ex lavoratori e sugli attuali dipendenti ha dimostrato come tutti siano a conoscenza del fatto che le infezioni polmonari e altre malattie sconosciute con le quali molti si trovano a dover fare i conti sono connesse al lavoro nella miniera namibiana. Il tributo di morti pagato agli anni di lavoro a Rössing è altissimo. Nonostante le condizioni di lavoro siano notevolmente migliorate le malattie connesse al lavoro a contatto con l’uranio continuano a mietere vittime. Un tecnico di laboratorio che ha lavorato per 24 anni nella miniera di Rio Tinto ha dichiarato di avere le prove di essere stato irradiato. I portavoce di Rössing si difendono affermando che la salute e la sicurezza dei lavoratori sono“la priorità assoluta” e che vengono messe in atto tutte le politiche igieniche atte a evitare l’esposizione alle radiazioni e qualsiasi tipo di rischio per la salute. Ma il report pubblicato dal team di lavoro composto dai ricercatori di Earthlife Namibia e dal Labour Resource and Research Institute afferma il contrario:

La maggior parte dei lavoratori ha dichiarato di non essere informata sulle proprie condizioni si salute e non sa di essere esposta o no alle radiazioni. I lavoratori più anziani sono a conoscenza di minatori che stanno morendo di cancro o di altre malattie. Molti di loro sono in pensione, altri sono deceduti da tempo.

Nei primi anni la miniera di Rössing attirava un forte flusso migratorio e i lavoratori erano sottoposti a condizioni di schiavitù: lavoravano e vivevano all’interno della miniera esposti a polveri e radiazioni 24 ore al giorno, tanto che la miniera (al 69% proprietà della Rio Tinto collegata alla Corona britannica e al 15% del governo iraniano) divenne un punto di riferimento sia per le proteste anti-apartheid che per quelle contro il nucleare.

Le aziende estrattive dell’uranio generalmente negano che i lavoratori si ammalino a causa dell’esposizione a radiazioni, dando la colpa delle cattive condizioni di salute a stili di vita non salutari come le abitudini alimentari, il fumo e l’alcool,

si legge nello studio. Secondo Richard Solly, coordinatore dell’associazione London Mining Network:

Rio Tinto è enorme. La sua storia di attacchi ai diritti dei lavoratori e la distruzione dell’ambiente hanno avuto un impatto particolarmente dannoso in tutto il mondo.

Fonte:  The Guardian

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Uranio impoverito, a 15 anni dai bombardamenti Nato in Serbia si muore ancora

Secondo l’ex generale Slobodan Pektovic il problema degli effetti dell’Ui è stato “spinto sotto il tappeto” per non compromettere i rapporti con i paesi occidentali186628524-586x354

A 15 anni dall’intervento Nato nei Balcani, la Serbia si sta organizzando per eliminare gli effetti nocivi dell’uranio impoverito, quell’uranio che nell’ultimo decennio ha moltiplicato i casi di tumori fra adulti e bambini, un disastro che Slobodan Cikaric, presidente della Società dei medici serbi, ha definito peggiore dell’incidente alla centrale nucleare di Fukushima. Per tre lustri non c’è stata, nel paese dell’ex Jugoslavia, la volontà politica di sottoporre alla comunità internazionale il problema degli effetti delle radiazioni nocive, ma ora la Serbia ha in programma una strategia nazionale per eliminare gli effetti delle radiazioni. A dicembre, durante una tavola rotonda organizzata da un’associazione di generali e ammiragli della Serbia, il generale in pensione Slobodan Pektovic ha dichiarato:

La questione dell’uso di munizioni all’uranio impoverito da parte delle forze della Nato in Serbia è stato spinto sotto il tappeto per anni a causa del rapporto con i paesi occidentali. È necessario organizzare con urgenza il monitoraggio , il trattamento dei pazienti e aiutare la popolazione che è stata “spruzzata” con queste munizioni.

Nel territorio del Kosovo, durante la guerra nel 1999, sono stati utilizzati oltre 31mila missili e proiettili e in altri territori dell’ex Jugoslavia più di 5.000 missili con uranio impoverito. Terreni contaminati da uranio impoverito si trovano nei pressi di VranjeBujanovac e Presevo, si tratta di aree sono circondate da pilastri di cemento con cartelli che avvertono la popolazione sul pericolo di contaminazione. Nel 2000 era stato avviato un programma di prevenzione e di monitoraggio dello stato di salute del personale militare venuto a contatto con l’uranio impoverito, ma è stato successivamente annullato. I tumori maligni sono cresciuti del 100% rispetto al periodo precedente il bombardamento della Nato e, secondo gli ex militari serbi, a rallentare le operazioni di messa in sicurezza del territorio ha contribuito lo smembramento dell’esercito da parte della Nato: con la riduzione della consistenza numerica del personale militare e l’abolizione del servizio di leva sono stati creati i presupposti per un controllo della Nato in Serbia. Un atteggiamento che i serbi non accettano, da qui le recriminazioni sull’utilizzo dell’uranio impoverito, il proseguimento della guerra con altri mezzi che nessuno vede e che qualcuno non vuol far vedere.

Fonte:  In Serbia

Canada, maggiore esposizione agli inquinanti e rischio di leucemia per chi vive sottovento agli impianti di sabbie bituminose

Le concentrazioni di noti inquinanti cancerogeni da 10 a 100 volte i valori di riferimento, con un aumento del rischio di cancro del 25%.Inquinanti-sottovento-Canada-sabbie-bituminose

Lo studio delle università della California e del Michigano appena pubblicato su Atmospheric Environment non lascia adito a dubbi: in Alberta il trattamento delle sabbie bituminose causa un aumento delle leucemie nelle zone sottovento. Il grafico in alto mostra la concentrazione di alcune sostanze inquinanti in tre aree residenziali situati sottovento rispetto ai venti prevalenti nel cosiddetto Industrial Heartland (Ind. 1,2, e 3) in un’area rurale lontana dagli impianti petrolchimici (Bkgd. 1) ed un’altra più vicina (Bkgc. 2). Le differenze nel livello di inquinanti sono molto più elevate,  rispetto a quanto potrebbe sembrare a prima vista perchè il grafico è logaritmico (1)da dieci a cento volte in più rispetto ai valori di riferimento. Lo studio ha esaminato anche l’impatto sulla salute dei canadesi, trovando una maggiore incidenza di leucemie e linfomi tra la popolazione più esposta (grafico in basso). Chi vive nei pressi degli stabilimenti petroliferi ha un 25% di probabilità in più di ammalarsi e tale rischio è aumentato negli anni con il crescere della produzione industriale. Il dato è molto significativo, tenuto conto che le registrazioni relative ai tumori non sono sempre molto precise e non hanno molte informazioni correlate (storia lavorativa, durata della residenza in zona). La conclusione dei ricercatori, pur nel linguaggi o misurato di un articolo scientifico, è netta: “suggeriamo che una riduzione immediata delle emissioni di noti cancerogeni come il benzene e l’1,3-butadiene sia prudente e giustificata”.Incidenza-cancro-Alberta

(1) Si tratta di un cosiddetto box-whisker plot (grafico “a scatole e baffi”). Le scatole rappresentano la metà della popolazione di valori, la linea orizzontale è la mediana e i baffi denotano il valore minimo e massimo. Quando il minimo o il massimo sono molto scostati rispetto al resto della popolazione sono indicati come punti singoli (outliers). L’unità di misura è parti per trilione (10^12) in volume (pptv).

Fonte: ecoblog