Civitanova Marche, Greenpeace protesta contro le trivelle a 3 km dalla costa

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Non ci si riesce a credere, ma la piattaforma offshore Sarago Mare A è posizionata a soli tre chilometri dalla costa di Civitanova Marche, uno splendido monumento all’atteggiamento che l’Italia ha assunto negli ultimi due decenni nei confronti del proprio comparto turistico. Invece di investire su un settore non delocalizzabile che, in passato, faceva invidia al mondo, si punta alle risorse fossili che concentrano i benefici dell’industria estrattiva. Un gruppo di attivisti di Greenpeace ha inscenato una protesta pacifica, girando un ironico video proprio sotto la struttura gestita dalla Edison. I due protagonisti si sono finti turisti di un possibile futuro prossimo in cui la balneazione si svolgerà all’ombra della piattaforma petrolifera. “Stop trivelle” è lo slogan dello striscione che compare nel video con cui l’associazione ambientalista mette in guardia l’opinione pubblica dai piani del governo di Matteo Renzi, intenzionato a concedere alla compagnie petrolifere i permessi per estrarre petrolio nei nostri mani. Nelle ultime settimane, oltre 43mila persone hanno già firmato la petizione di Greenpeace per chiedere una radicale revisione della strategia energetica basata sull’estrazione di petrolio e gas dai fondali marini. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un attacco inedito e su vasta scala ai nostri mari Con questa protesta vogliamo mostrare in maniera concreta la minaccia che incombe sui litorali italiani. È davvero questo il futuro che vogliamo, fatto di airgun, trivelle e piattaforme? Di petrolio sotto i nostri fondali ce n’è pochissimo: quantità irrisorie per il fabbisogno energetico del Paese, ma occasione di profitto per una manciata di aziende. Dovrebbe essere chiaro a tutti che il gioco non vale la candela, ha spiegato Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. Greenpeace ha inoltre ricordato come il Ministero dell’Ambiente abbia autorizzato, fra il 3 e il 12 giugno, ben undici progetti di prospezione di idrocarburi in mare con la tecnica dell’airgun. L’area concessa alle compagnie petrolifere copre tutto l’Adriatico e una parte significativa dello Ionio. Matteo Renzi ha smesso da tempo di parlare di green economy e il suo Governo, anche nelle scelte compiute nel settore energetico, assomiglia sempre di più alla politica che diceva di voler “rottamare” fino a un paio d’anni fa. E l’industria petrolifera ringrazia.

Fonte: Greenpeace

In 60mila per dire no alle trivelle in Adriatico

Il decreto Sblocca Italia dell’attuale governo ha dato in pasto l’Italia alle trivelle e i risultati non hanno tardato a mostrarsi. Ma sabato ben 60mila persone sono scese in piazza a Lanciano per dire no a uno di questi progetti, Ombrina Mare (presentato dalla Medoilgas Italia, oggi Rockhopper). E domenica assemblea nazionale del movimento “Blocca lo Sblocca Italia”.noombrina_mare

È stato un immenso corteo, con 60.000 persone che hanno fatto sentire la loro voce. E il giorno dopo, domenica, a Pescara, si è riunita l’assemblea nazionale del movimento “Blocca lo Sblocca Italia” che, in attesa di definire tempi e modi dell’eventuale proposta di due referendum e di una nuova manifestazione, ha istituito gruppi di lavoro e ha deciso di puntare sulla formazione degli attivisti per allargare la protesta.

Ma cerchiamo di capire così Ombrina Mare.

«A 6 chilometri dalla Costa dei Trabocchi dovrebbe sorgere la piattaforma petrolifera Ombrina Mare- spiegano dall’associazione Zona 22 di San Vito Chietino, proprio la località dove dovrebbe sorgere l’impianto – Sarà 35×24 metri, alta 43,50 metri sul livello medio marino (come un palazzo di 10 piani), sarà collegata a 4-6 pozzi che dovrebbero essere perforati in un periodo di avvio del progetto della durata di 6-9 mesi. Solo in questa fase verrebbero prodotti 14.258,44 tonnellate di rifiuti, soprattutto fanghi di perforazione. L’esatta composizione dei fanghi è coperta da segreto industriale, ma si tratta sicuramente di sostanze tossiche, talvolta vengono utilizzati anche elementi radioattivi. Oltre ad una torre che raffina petrolio in mezzo al mare ci sarebbe poi una nave, uguale a quella che a seguito di un incidente nel Pacifico ha creato un disastro ambientale di enormi proporzioni. La piattaforma sarà collegata ad una grande nave per diventare una vera e propria raffineria galleggiante, definita Floating Production, Storage and Offloading (FPSO), posizionata con ancoraggi a 10 chilometri di distanza dalla costa».

«La battaglia contro le trivellazioni in mare si fa sempre più dura. E su Ombrina Mare dobbiamo denunciare l’inerzia di tutti coloro che hanno ostacolato la nascita del Parco, a cominciare dagli amministratori locali» ha detto Legambiente alla manifestazione. Infatti, proprio “grazie” a Renzi e allo Sblocca Italia, è ripresa la pressione per realizzare nuovi pozzi e piattaforme. «Nell’anno della Cop21, dove si giocherà la partita del nuovo protocollo per combattere il cambiamento climatico – ha dichiarato da Lanciano il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – questo progetto ha una drammatica valenza simbolica per tutto il paese e non riguarda solo l’Abruzzo. E’ in assoluto contrasto con ogni strategia che voglia lottare contro i cambiamenti climatici. Un ennesimo progetto della vecchia economia novecentesca del petrolio, che mette a rischio tutta l’economia sana della zona ed è in radicale contrasto con la costituzione del Parco della Costa Teatina, che da anni stiamo inseguendo».

Decine di piattaforme sono già attive per l’estrazione di gas e petrolio nel mare Adriatico, Ionio e nel Canale di Sicilia. «Sul versante italiano dell’Adriatico – prosegue Legambiente – le piattaforme già attive per l’estrazione di greggio sono 6 e sono attive, anche, 39 concessioni per l’estrazione di gas, da cui si estrae il 70% del metano prodotto in Italia. L’Adriatico, per le sue caratteristiche di “mare chiuso”, è un ecosistema molto importante e un ambiente estremamente fragile già messo a dura prova, ciononostante le aree interessate da attività di ricerca petrolifera in questa fetta di mare coprono quasi 12.000 chilometri quadrati. Complessivamente, le richieste presentate per le attività di ricerca e prospezione di idrocarburi nei fondali italiani sono 72 e interessano un’area marina pari a circa 32mila chilometri quadrati nel caso della ricerca e 92mila chilometri quadrati nel caso della prospezione».

Le quantità di idrocarburi in gioco, però, inciderebbero ben poco sull’economia e sull’indipendenza energetica dello Stato. Tutto il greggio presente sotto il mare italiano, stimato in circa 10 milioni di tonnellate, sarebbe infatti sufficiente, stando ai consumi attuali, al fabbisogno energetico di sole 8 settimane. La maggior parte del guadagno andrebbe a compagnie private. Gli eventuali e possibili danni ricadrebbero sulla collettività. Ed è dei giorni scorsi il via libera del Consiglio dei ministri al recepimento della direttiva 2013/30/UE sul rafforzamento delle condizioni di sicurezza ambientale delle operazioni in mare nel settore degli idrocarburi. Che parla chiaro: serve un’accurata relazione sui grandi rischi e sugli incidenti che potrebbero verificarsi, la verifica delle garanzie economiche da parte della società richiedente per coprire i costi di un eventuale incidente durante le attività, l’applicazione di tutte le misure necessarie per individuare i responsabili del risarcimento in caso di gravi conseguenze ambientali fin dal rilascio dell’autorizzazione.

«Passaggi che a quanto pare non sono stati considerati dal governo nell’iter autorizzativo di Ombrina Mare» ha commentato Giuseppe Di Marco, presidente di Legambiente Abruzzo, nel sottolineare come un ultimo punto importante della direttiva sull’offshore riguardi la partecipazione del pubblico e come nel processo di autorizzazione vada tenuto conto del parere dei cittadini, amministrazioni e enti dei territori interessati dalle richieste.

«Mancano inoltre all’appello – aggiunge Giuseppe Di Marco – valutazioni sugli effetti che l’attività avrà sul mare e sulle aree protette già oggi presenti sulla costa, tra cui aree SIC che richiedono una valutazione di incidenza ambientale».

Per quanto riguarda Ombrina Mare, gli studi presentati parlano di un greggio di pessima qualità, presente in quantità trascurabile, sufficiente a coprire a fatica lo 0,2% del consumo annuale nazionale e di una quantità di gas sufficiente a coprire appena lo 0,001% del consumo annuale nazionale, con una ricaduta locale (in termini di royalties) equivalente all’importo di mezza tazzina di caffè all’anno per ogni abruzzese.

«Con le trivellazioni, se c’è qualcosa da guadagnare non è certo per il Paese» conclude Legambiente.

Intanto l’assemblea nazionale di “Blocca lo Sblocca Italia” di domenica 24 maggio ha deciso di istituire sei gruppi di lavoro: Comunicazione e Informazione, Mobilitazione, Referendum abrogativo ‘Sblocca Italia’ e revisione costituzionale, Formazione Tecnica, Tecnico-Giuridico, Salute e Ambiente. E si sta valutando un referendum.

Fonte: ilcambiamento.it

Il picco delle trivelle negli USA: inizio della fine per il fracking?

Negli USA le trivelle hanno raggiunto il picco nell’ottobre del 2014 e sono gia’ calate del 18%. E’ l’effetto del basso prezzo del petrolio che sta mettendo fuori mercato il greggio sporco da fracking e le sabbie bituminose. Il prezzo basso del petrolio non rappresenta solo un beneficio per i consumatori, ma sta iniziando a fare scricchiolare l’impero del fracking negli USA, il risultato disastroso che viene paventato nel video qui sopra. Il tight oil non e’ solo dannoso per l’ambiente, ma anche assai piu’ costoso da estrarre: con costi che variano da 46 a 70 dollari al barile per lo shale oil per arrivare fino ai 90 delle tar sands canadesi. Poiche’ il prezzo oscilla attualmente tra i 45 e i 50 dollari, e’ evidente che il fracking sta finendo fuori mercato. I primi segni si vedono gia’ dalla presenza del picco delle trivelle (curva blu grafico in basso): secondo Baker Hughesil loro numero e’ calato quasi del 18%, passando dalle 1600 di ottobre alle 1300 di oggi. Il calo e’ stato ancora piu’ sensibile in North Dakota (-22%) dove e’ collocato il piu’ grande bacino di tight oil del Nordamerica. Per garantire un aumento di produzione del 71% (curva rossa) negli ultimi anni le trivelle attive sono cresciute dell’ 800%. Questo perche’ i pozzi di petrolio e gas non convenzionale si esauriscono molto in fretta per cui bisogna continuare a trivellare per fare crescere la produzione. La bolla del fracking non sarebbe comunque potuta continuare a lungo, ma la decisione dei paesi OPEC di non tagliare la produzione ne ha anticipato la fine. Il prezzo basso del petrolio non sta peraltro danneggiando l’industria delle rinnovabili che continua ad essere in pieno sviluppo. Colpisce invece l’ industria dei combustibili fossili piu’ sporchi, responsabili di danni ambientali ed effetto serra.Picco-trivelle-620x409

Fonte: ecoblog.it

Rinnovabili in Italia producono oltre 100 TWh nel 2014, nonostante trivelle e spalma incentivi

L’energia da acqua sole e vento ha per la prima volta superato il muro dei 100 TWh nello scorso anno, contribuendo a produrre il 38% dell’energia elettrica. L’energia rinnovabile ha finalmente superato il muro dei 100 TWh: secondo gli ultimi dati Terna, nel 2014 la produzione da idroelettrico, geotermico, eolico e fotovoltaico e’ arrivata a 102 TWh, registrando un +6.75% rispetto al 2013. E’ poco piu’ della meta’ della crescita media registrata negli ultimi cinque anni, ma e’ pur sempre un risultato dignitoso a fronte di un governo che ha lavorato sistematicamente contro le rinnovabili, a partire dal famigerato decreto spalma-incentivi. Il risultato migliore viene conseguito dal fotovoltaico con un +10%, nonostante gli scarsi incrementi di potenza installati con l’ultimo conto energia.  Segue l’idroelettrico con +7.4%, mentre le altre produzioni rimangono sostanzialmente costanti. Si conferma invece il netto calo del termoelettrico da fonte fossile, che si e’ fermato a 165 TWh, quasi 90 in meno rispetto alla produzione del 2007, con una conseguente significativa diminuzione delle emissioni di gas serra. Il calo e’ ancora piu’ significativo essendo avvenuto in un anno in cui il prezzo del petrolio e del gas ha subito un forte calo.

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Fonte: ecoblog.it

Primo via libera a trivelle in canale Sicilia | La replica di Greenpeace

Nonostante le decisa opposizione dei territori interessati, il Ministero dello Sviluppo Economico ha autorizzato la prima concessione di coltivazione di idrocarburi nel Canale di Sicilia – per un’area di oltre 145 chilometri quadrati e per una durata di vent’anni – al largo della costa delle province di Caltanissetta, Agrigento e Ragusa381186

Via libera alle trivelle nel Canale di Sicilia. Si tratta della concessione G. C1-.AG, relativa al progetto “Offshore Ibleo” di ENI e EDISON, che prevede ben otto pozzi, di cui due “esplorativi”, una piattaforma e vari gasdotti, i cui lavori dovrebbero iniziare entro un anno. L’area si trova al largo della costa delle province di CaltanisettaAgrigento e Ragusa per un’area di oltre 145 chilometri quadrati e per una durata di 20 anni. Fonti del Mise precisano che lo sviluppo dei giacimenti di gas denominati ‘Argo’ e ‘Cassiopea’ rientra negli accordi sulla raffineria di Gela (NdR: fra gli stabilimenti più inquinanti d’Europa, per l’AEA) che hanno consentito “la salvaguardia di tutti i posti di lavoro e il consolidamento dell’area industriale”. Greenpeace aveva fatto ricorso al Tar del Lazio meno di due mesi fa sul “parere positivo dato dal ministero dell’Ambiente” al progetto.

Guarda il video delle proteste di Greenpeace:

“Autorizzando questo progetto, il Ministero dello Sviluppo Economico ha lanciato un chiaro segnale – scrive l’associazione ambientalista – non intende prendere in alcuna considerazione la volontà del territorio, ma favorire unicamente gli interessi delle grandi compagnie petrolifere. E tutto ciò, nonostante con il nostro ricorso al TAR abbiamo mostrato come la compatibilità ambientale a questo progetto sia stata concessa con valutazioni carenti e inaccettabili. Per questo faremo ricorso anche contro questo nuovo provvedimento.
È necessario che il territorio si mobiliti, per difendere un’area come il Canale di Sicilia, che la comunità internazionale ha identificato come vulnerabile e meritevole di speciale tutela e recenti studi dell’ISPRA hanno identificato come area di inestimabile biodiversità e sede di pericolosi fenomeni di vulcanesimo. Proseguire nell’iter autorizzativo è da irresponsabili. Invitiamo tutti coloro che sono interessati a fermare le trivellazioni a unirsi a noi: non fossilizziamoci! 

Fonte: ecodallecitta.it

 

Trivelle, incenerimento senza limiti, beni comuni svenduti e cemento senza regole: lo Sblocca Italia è legge

L’ex vicepresidente della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena, ha definito il decreto Sblocca Italia «eversivo». Intellettuali, politici e movimenti lo hanno definito «una minaccia per la democrazia». Il decreto è stato convertito in legge la notte del 5 novembre scorso, dopo che il Governo ha posto per due volte la fiducia. Un’imposizione che ha tutto il sapore del “regime di Stato”.italiaapezzi

«Questo provvedimento costruisce un piano complessivo di aggressione ai beni comuni tramite il rilancio delle grandi opere, misure per favorire la dismissione del patrimonio pubblico, l’incenerimento dei rifiuti, nuove perforazioni per la ricerca di idrocarburi e la costruzione di gasdotti, oltre a semplificare e deregolamentare le bonifiche. E rilancia con forza i processi di privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici locali»: sono le parole con cui il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua commenta il decreto convertito in legge. Il Forum si è mobilitato a fianco degli operai che a Bagnoli hanno protestato il 7 novembre scorso contro «un atto che smantella le garanzie per un governo democratico del territorio, promuovendo l’assalto a risorse ambientali e beni comuni». Renzi se l’è data a gambe; doveva essere a Bagnoli quel giorno ma si è ben guardato dall’affrontare la folla, che si è scontrata con le forze dell’ordine con scene cui si sperava di non dover più assistere. Il Forum lancia un suo appello: «La lotta continua sui territori con cittadini, Regioni ed enti locali per evitare la devastazione dei mari italiani, del territorio e la mercificazione dei beni comuni». «Lo Sblocca Italia è solo un ulteriore favore fatto alle lobbies – spiega il Forum – Alle lobby dei rifiuti, incrementando l’incenerimento; a quelle dell’acqua, incentivando le privatizzazioni; a quelle del cemento, deregolamentando il settore; a quelle del petrolio, favorendo nuove trivellazioni come in alta Irpinia, nel Sannio, nei golfi di Napoli e di Salerno». Domenica 9 novembre sono scesi nelle piazze d’Italia anche gli attivisti del Movimento 5 Stelle: «Con questo provvedimento – dicono – si consegneranno le nostre coste ai signori delle trivelle, che potranno senza troppi pensieri scavare la terraferma e i fondali marini per la ricerca di petrolio. Noi diciamo stop alle trivellazioni!

Il decreto Sblocca Italia in realtà è uno Sfascia Italiache non farà altro che affondare il paese, in questo caso, in un mare di petrolio. Il governo di Matteo Renzi ha deciso di tendere una mano alle compagnie petrolifere. A tutti i progetti di prospezione, ricerca ed estrazione di idrocarburi in terraferma ed in mare, si vuole attribuire carattere di interesse strategico e di pubblica utilità, finanche a considerarli urgenti e indifferibili. Si cancella così, con un colpo di mano, la competenza autorizzativa che la nostra Costituzione riserva alle Regioni». Un’analisi puntuale del provvedimento la si trova nell’e-book di Altreconomia, che potete scaricare cliccando qui: “Rottama Italia”. Emerge chiaramente come il decreto incentivi e finanzi la realizzazione di infrastrutture pesanti (autostradali ma anche energetiche), porti all’estremo la deregulation in materia edilizia, fomenti la privatizzazione dei beni demaniali, scommetta sui combustibili fossili, affossi i meccanismi di controllo istituiti dallo Stato nell’interesse pubblico. Massimo Bray, già ministro dei Beni culturali del governo Letta e oggi parlamentare del Pd, afferma: «Siamo di fronte all’ennesimo intervento emergenziale, derogatorio ed eterogeneo con cui si bypassa il dibattito parlamentare». E parla di una «erosione delle competenze parlamentari», e di un governo come «dominus incontrastato della produzione normativa». Nel suo intervento nell’e-book Salvatore Settis, archeologo e già direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, spiega in che modo lo Sblocca-Italia introduca un meccanismo radicale, «sperimentandolo (per cominciare) con la costruzione di nuove linee ferroviarie: l’Ad delle Ferrovie è Commissario straordinario unico e ogni eventuale dissenso di una Soprintendenza può essere espresso solo aggiungendo ‘specifiche indicazioni necessarie ai fini dell’assenso’», affermando «così implicitamente che qualsiasi progetto, pur con qualche aggiustamento, deve sempre e comunque passare». Alle Regioni, inoltre, è negata la possibilità di effettuare le procedure di Valutazione d’impatto ambientale (Via)per le «istanze di ricerca, permessi di ricerca e concessioni di coltivazione [di idrocarburi]», la cui competenza passa al ministero dell’Ambiente. «L’obiettivo è snellire il tempo delle autorizzazioni ed evitare impedimenti dai territori» scrive Pietro Dommarco, richiamando anche l’incostituzionalità delle “pacchetto energetico” dello Sblocca-Italia, che estromette gli enti locali dai processi decisionali. Dice Tomaso Montanari, storico dell’arte dell’Università di Napoli e curatore del volume: «Vogliamo un Paese che sappia distinguere tra cemento e futuro. E scelga il futuro». Mai come ora, dunque, è l’ora della mobilitazione; i cittadini possono organizzarsi, protestare, fare sentire a loro voce, la loro presenza, la loro indignazione. E’ il momento di schierarsi.

Fonte: ilcambiamento.it

Piove governo ladro

Se non ci fosse da piangere, ci si potrebbe anche fare una risata alla battuta ormai trita ma sempre attuale: piove governo ladro. Piove, non c’è dubbio alcuno: alla prima pioggia autunnale mezza nazione affoga, le scuole vengono chiuse in diverse regioni…piove_governo_ladro

Il resoconto è un bollettino di guerra urbana: Carrara sott’acqua, acqua alta a Venezia, Roma in allerta con scuole chiuse, Liguria in regime di terrore con le ferite ancora aperte dell’alluvione di qualche settimana fa, fiumi dovunque ai livelli limiti o già esondati, eccetera eccetera. Ma il governo ladro cos’ha a che fare con tutto ciò? «L’Italia sprofonda, manca la gestione del territorio» dicevano i geologi nel dicembre 2013 quando le alluvioni devastarono Abruzzo, Sardegna, Marche e Basilicata. Le Regioni avevano stimato in 40 miliardi le risorse necessarie per mettere in sicurezza i territori, il governo aveva stanziato 180 milioni…non è un refuso, è proprio così. E l’attuale decreto Sblocca Italia ha stanziato altri fondi insufficienti (il ministro parla di poco più di 2 miliardi che verranno sbloccati [sbloccati badate bene, non destinati ex novo: vuol dire che c’erano già ma non sono stati spesi per quello a cui dovevano servire], c’è chi annuncia cifre superiori, ma sempre lontanissime da quanto servirebbe), prevedendo tra l’altro che i lavori urgenti siano svolti senza gara pubblica; ciò permetterebbe da una parte di accelerare i cantieri e dall’altra presta evidentemente il fianco al rischio di infiltrazioni mafiose (che già peraltro sono massicciamente presenti anche con le gare pubbliche) e al rischio che la gestione dell’emergenza e della messa in sicurezza si costruisca sopra un sistema di deroghe ed eccezioni da schizofrenia. A Genova dovrebbero andare 100 milioni, peccato che solo la scorsa alluvione abbia generato danni per 300 milioni. In “compenso”, nello Sblocca Italia sono inserite anche tutte le norme che daranno il via libera al moltiplicarsi degli inceneritori e delle trivelle e alla privatizzazione dell’acqua. Come dire…se volete i soldi per i lavori delle emergenze, dovete cuccarvi anche tutto il resto! A un prezzo per nulla vantaggioso, dal momento che l’attuale governo annuncia tagli di tasse ma di fatto le aumenta. Ha fatto i conti Giacomo Zucco, blogger de Il Fatto Quotidiano: «Guardando l’insieme della slide (di Renzi, nda) e considerando come valide tutte le ipotesi più ingenuamente ottimistiche, abbiamo: 17,5 miliardi di tagli di tasse e 19,4 miliardi di aumenti di tasse, attuali o future (come minimo 2 miliardi di tasse in più);15 miliardi di tagli di spesa e 18,5 miliardi di aumenti di spesa(come minimo 3,5 miliardi di spesa in più)».

Piove, governo ladro!

Fonte: ilcambiamento.it

L’appello di 22 scienziati a Matteo Renzi: stop alle trivelle dello Sblocca Italia

Da Bologna 22 scienziati chiedono al Premier di rivedere la politica energetica del governo contenuta nel decreto Sblocca Italia

Non solo le opposizioni ma ora anche la scienza prova a spiegare al Premier Matteo Renzi perché le scelte adottate in materia energetica nel decreto Sblocca Italia rappresentino un grave ostacolo allo sviluppo economico del nostro Paese. In una lettera firmata da 22 scienziati è contenuto l’appello accorato a ritirare le disposizioni per le trivellazioni off shore nei mari italiani. L’appello può essere sottoscritto da altri docenti e scienziati ma anche da semplici cittadini. In sostanza il comitato promotore composto dai 22 scienziati: Vincenzo Balzani (coordinatore), Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, Università di Bologna; Nicola Armaroli Istituto ISOF-CNR; Alberto Bellini Dipartimento di Ingegneria dell’Energia Elettrica e dell’Informazione “Guglielmo Marconi”, Università di Bologna; Giacomo Bergamini, Dipartimento di Chimica “G. Ciamician” Università di Bologna; Enrico Bonatti, ISMAR-CNR; Alessandra Bonoli, Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica, dell’Ambiente e dei Materiali, Università di Bologna; Carlo Cacciamani, Servizio IdroMeteoClima, ARPA; Romano Camassi, INGV; Sergio Castellari, Divisione servizi climatici, CMCC e INGV; Daniela Cavalcoli, Dipartimento di Fisica ed Astronomia, Università di Bologna; Marco Cervino, ISAC-CNR; Maria Cristina Facchini, ISAC-CNR; Sandro Fuzzi, ISAC-CNR; Luigi Guerra, Dipartimento di Scienze dell’Educazione «Giovanni Maria Bertin», Università di Bologna; Giulio Marchesini Reggiani, Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Università di Bologna; Vittorio Marletto, Servizio IdroMeteoClima, ARPA; Enrico Sangiorgi, Dipartimento di Ingegneria dell’Energia Elettrica e dell’Informazione “Guglielmo Marconi”, Università di Bologna; Leonardo Setti, Dipartimento di Chimica Industriale, Università di Bologna; Micol Todesco, INGV; Margherita Venturi, Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, Università di Bologna; Stefano Zamagni, Scuola di Economia, Management e Statistica, Università di Bologna e Gabriele Zanini, UTVALAMB-ENEA scrive al Premier Renzi:

In particolare, il recente decreto Sblocca Italia agli articoli 36-38 facilita e addirittura incoraggia le attività di estrazione delle residue, marginali riserve di petrolio e gas in aree densamente popolate come l’Emilia-Romagna, in zone dove sono presenti città di inestimabile importanza storica, culturale ed artistica come Venezia e Ravenna, lungo tutta la costa del mare Adriatico dal Veneto al Gargano, le regioni del centro-sud e gran parte della SiciliaITALY-GOVERNMENT-RENZI

E suggeriscono al Premier Renzi la strategia da seguire:

L’Italia non ha carbone, ha pochissimo petrolio e gas, non ha uranio, ma ha tanto sole e le tecnologie solari altro non sono che industria manifatturiera, un settore dove il nostro Paese è sempre stato all’avanguardia. Sviluppando le energie rinnovabili e le tecnologie ad esse collegate il nostro Paese ha un’occasione straordinaria per trarre vantaggi in termini economici (sviluppo occupazionale) e ambientali dalla transizione energetica in atto.

Gli scienziati ricordano a Matteo Renzi che la vera fonte di energia risiede nel risparmio energetico purché sia adottato come strategia nazionale e non solo come iniziativa del singolo cittadino. Nella riqualificazione energetica degli edifici, nella riduzione dei limiti di velocità sulle autostrade, nel sostegno dell’uso delle biciclette e dei mezzi di trasporto pubblici si trovano inaspettate risorse energetiche da rivalutare e condividere, piuttosto che nelle trivellazioni alla ricerca di idrocarburi che rappresentano oramai i combustibili da archiviare e dismettere.

Fonte:  SpeziaPolis

© Foto Getty Images

Renzi sdogana trivelle e inceneritori

Un futuro per l’Italia pieno di trivelle e di inceneritori, dove bruciare rifiuti è più conveniente che fare la raccolta differenziata e dilaniare territorio per cercare idrocarburi viene definito strategico. Un “affarone” che questo premier sta confezionando pezzo per pezzo dileggiando chi critica e obietta e preparandosi a farsi largo “a prescindere”.inceneritore_renzi

Mercato libero non più solo per i rifiuti speciali (quelli già girano da sud a nord e viceversa facendo girare tanti soldi e non sempre puliti), ma anche per i rifiuti solidi urbani che verranno bruciati non solo negli inceneritori già esistenti ma anche in nuovi impianti che sarà sempre più conveniente costruire ma che poi, per far tornare i conti, dovranno continuare a bruciare senza sosta e sempre di più. L’impegno per la raccolta differenziata è solo a parole, ma siccome sarà meno conveniente dell’incenerimento, sfidiamo anche il più allocco o il più in malafede a pensare o raccontare che sarà la priorità. E gli inceneritori saranno gestiti da società partecipate con l’aiuto dello Stato; così i cittadini pagheranno gli inceneritori prima con le tasse e anche dopo con le bollette. Il decreto sblocca Italia, messo a punto dal ministro Gian Luca Galletti, prevedrebbe una “rete nazionale integrata e adeguata di impianti di incenerimento e coincenerimento di rifiuti”, dando di fatto il via libera alla circolazione dell’immondizia da una regione all’altra senza più bisogno di procedure particolari; tra gli obiettivi ci sarebbe anche quello della costruzione di nuovi impianti “di termotrattamento”, definiti “infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale”. Finora a far sentire a voce alta la sua protesta sono stati movimenti e cittadini della Lombardia, che, come le altre del Nord e Centro, sarà penalizzata da queste norme. E non solo: la Regione Lombardia, denunciando come svolta autoritaria il decreto stesso, ha deciso di ricorrere alla Corte Costituzionale contro di esso. Intanto molto ci cova anche per le trivellazioni, insomma, come sostengono le associazioni ambientaliste, Renzi sembra proprio inseguire «il miraggio di un Texas nostrano», considerando «strategiche tutte le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, diminuendo l’efficacia delle valutazioni ambientali, emarginando le Regioni e forzando sulle norme che avevano dichiarato dal 2002 off limits l’Alto Adriatico, per il rischio di subsidenza». La denuncia arriva da WWF, Legambiente e Greenpeace che chiedono ai membri della Commissione Ambiente della Camera dei deputati di decidere per l’abrogazione dell’articolo 38 del decreto legge Sblocca Italia n. 133/2014. «L’Italia stenta a definire una roadmap per la decarbonizzazione. Punto di riferimento delle politiche governative è ancora la SEN – Strategia Energetica Nazionale – mai sottoposta a Valutazione Ambientale Strategica, nella quale viene presentata una stima di 15 miliardi di euro di investimento (un punto di PIL!) e di 25 mila nuovi posti di lavoro legati al rilancio delle estrazioni degli idrocarburi in Italia» dicono le associazioni. «Ma è da tempo noto che il nostro petrolio è poco e di scarsa qualità. Secondo le valutazioni dello stesso ministero dello Sviluppo economico ci sarebbero nei nostri fondali marini circa 10 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe, che stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 8 settimane. Non solo: anche attingendo al petrolio presente nel sottosuolo, concentrato soprattutto in Basilicata, il totale delle riserve certe nel nostro Paese verrebbe consumato in appena 13 mesi». Gli ambientalisti sottolineano come «l’accelerazione indiscriminata impressa dal Governo metta a rischio la Basilicata che è interessata in terra ferma da 18 istanze di permessi di ricerca, 11 permessi di ricerca e 20 concessioni di coltivazione di idrocarburi per circa i 3/4 del territorio. E non è esonerato dalla corsa all’oro nero neanche il mare italiano. In totale le aree richieste o già interessate dalle attività di ricerca di petrolio si estendono per circa 29.209,6 kmq di aree marine, 5000 chilometri quadrati in più rispetto allo scorso anno. Attività che vanno a mettere a rischio il bacino del Mediterraneo dove si concentra più del 25% di tutto il traffico petrolifero marittimo mondiale provocando un inquinamento da idrocarburi che non ha paragoni al mondo». Ci sono 7 buoni motivi per chiedere l’abrogazione dell’articolo 38 del decreto legge 133/2014, perché le disposizioni in esso contenute:

1) consentono di applicare le procedure semplificate e accelerate sulle infrastrutture strategiche ad una intera categoria di interventi senza individuare alcuna priorità;

2) trasferiscono d’autorità le VIA sulle attività a terra dalle Regioni al Ministero dell’Ambiente;

3) compiono una forzatura rispetto alle competenze concorrenti tra Stato e Regioni cui al vigente Titolo V della Costituzione;

4)  prevedono una concessione unica per ricerca e coltivazione in contrasto con la distinzione tra le autorizzazioni per prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi del diritto comunitario;

5) applicano impropriamente e erroneamente la Valutazione Ambientale Strategica e la Valutazione di Impatto Ambientale;

6) trasformano forzosamente gli studi del Ministero dell’Ambiente sul rischio subsidenza in Alto Adriatico legato alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in “progetti sperimentali di coltivazione”;

7) costituiscono una distorsione rispetto alla tutela estesa dell’ambiente e della biodiversità rispetto a quanto disposto dalla Direttiva Offshore 2013/13/UE e dalla nuova Direttiva 2014/52/UE sulla Valutazione di Impatto Ambientale.

Fonte: ilcambiamento.it

Green Italia Verdi Europei: “Basta trivelle, il futuro è nelle rinnovabili”

Con un sacco di 30 chili di carbone e con un pannello solare organico, gli attivisti della lista Green Italia Verdi Europei, guidati dai candidati alle elezioni europee Angelo Bonelli e Roberto Della Seta, hanno manifestato di fronte all’hotel Majestic di Roma, in concomitanza con la conferenza stampa di chiusura del G7 dell’energia.rinnovabili_energie

«Questo è il carbone che per molti di quelli oggi riuniti alle nostre spalle è pulito, questo è un carbone che in realtà uccide e provoca migliaia di morti l’anno- ha spiegato Bonelli – noi invece vogliamo guardare al futuro, a differenza di questi signori che guardano al passato, alla preistoria». Il futuro «sta nelle rinnovabili, nell’efficienza energetica, nell’avviare processi di modernizzazione del nostro paese – ha aggiunto- e per liberare il pianeta dalla dipendenza dal petrolio che è causa di conflitti e guerre inaccetabili, oltre che profitti fatti ai danni dei cittadini di a partire dagli italiani». Quello che «riteniamo scandaloso- ha concluso Bonelli- è che il ministro dello sviluppo economico Federica Guidi voglia continuare a lavorare per trivellare il nostro paese calpestando la possibilità di un rilancio delle rinnovabili, cosa necessaria nel nostro paese». Per Della Seta «le rinnovabili sono l’unica prospettiva realistica per fermare i cambiamenti climatici, ma per l’Italia sono anche di più: sono la via per acquistare l’indipendenza energetica». Noi, aggiunge, «non abbiamo petrolio, carbone, gas, abbiamo una quantità di sole straordinariamente grande e disponibile. Bisogna sviluppare la ricerca, l’industria del solare, perchè questa è la strada che può rendere l’Italia indipendente da Putin, dai paesi arabi, libera di usare l’energia per i propri interessi».
Il governo italiano «non deve guardare al problema della sicurezza energetica in termini di maggiore produzione, ma cercando di migliorare e diminuire i consumi. La soluzione per la nostra sicurezza energetica di altri paesi è puntare decisamente sull’efficienza energetica, insieme alle energie rinnovabili– ha dichiarato la copresidente dei Verdi Europei e candidata per Green Italia Verdi Europei, Monica Frassoni- solo cambiando l’attuale modello energetico, ci garantirà nuovi posti di lavoro e una reale sicurezza energetica». Con un risparmio minimo del 30% del proprio consumo energetico, ha aggiunto Frassoni, «l’intera Unione Europea vedrebbe un aumento minimo del’1% del Pil e si creerebbero circa un milione e mezzo di posti di lavoro all’anno. Questi numeri devono bastare affinchè il governo Renzi, nel semestre di presidenza italiana Ue, porti avanti una politica energetica europea con obiettivi vincolanti entro il 2030 del 55% per la riduzione di co2, del 45% per le rinnovabili e del 40% per l’efficienza energetica».

Fonte: il cambiamento.it

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