Legambiente, “basta alle trivellazioni in mare”

“Chiediamo di fermare il progetto Ombrina mare lungo la costa abruzzese e al Parlamento di abrogare l’articolo 35 del decreto sviluppo approvato nel giugno 2012, applicato anche nell’ultimo decreto ‘trivelle’”. È la richiesta avanzata da Legambiente durante l’incontro presso il ministero dell’Ambiente.petrolio_trivellazioni_mare

“È assurdo continuare a pensare che la strategia energetica nazionale del Paese si possa basare sulle fonti fossili”

“Se veramente il ministro Zanonato e il governo vogliono salvaguardare il mare italiano dal petrolio, fermino subito Ombrina mare, la nuova piattaforma che dovrebbe sorgere a sole tre miglia dalla costa abruzzese”. È la richiesta che Legambiente ha avanzato durante l’incontro presso il ministero dell’Ambiente in merito al progetto e a cui hanno partecipato anche altre associazioni ambientaliste e istituzionali locali coordinate dalla provincia di Chieti. In occasione dell’incontro, Legambiente è tornata a ribadire la sua contrarietà al progetto Ombrina, che non porterà nessun vantaggio né alla popolazione né al territorio abruzzese, e per dire il suo no alle trivellazioni petrolifere in mare, anche alla luce dell’ultimo decreto “trivelle” approvato dal ministro dello sviluppo economico. Un provvedimento che conferma il divieto a 12 miglia dalla costa e dalle aree marine protette stabilito dall’articolo 35 della Legge 83/2012 e valido però solo per le nuove richieste. Con questo decreto non solo non si riducono le aree a disposizione delle compagnie petrolifere, ma anzi si ampliano ancora di più. È stata infatti individuata una nuova area, denominata Zona E, al largo del golfo di Oristano che estende anche in quel tratto di mare la possibilità di avviare ricerca ed estrazione di idrocarburi, dopo che nei mesi scorsi il governo aveva già allargato l’area a disposizione delle compagnie petrolifere a sud del canale di Sicilia verso l’isola di Malta. Segnali che evidenziano come la tutela del mare non sia certo il principio ispiratore di questo e dei recenti provvedimenti riguardanti le attività petrolifere nel mare italiano. “Il ministro ha chiuso la stalla quando i buoi sono ormai scappati. La sbandierata riduzione della superficie trivellabile di Zanonato – dichiara Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente – riguarda solo il futuro, dato che ha confermato tutti i procedimenti esistenti anche quelli entro le 12 miglia. Il provvedimento in questione è l’ennesima conseguenza di una strategia energetica nazionale insensata che continua a puntare sulle fonti fossili e su risorse, quali il petrolio presente sotto il mare italiano, che stando ai consumi attuali si esaurirebbero in soli due mesi. Sono altri i provvedimenti per tutelare veramente il mare italiano dalle estrazioni petrolifere, a partire dall’abrogazione dell’articolo 35 del decreto sviluppo, che ha riaperto la strada alle attività anche nelle aree sottocosta e di maggior pregio. Su questo lanciamo nuovamente un appello al Parlamento, anche in seguito all’importante segnale arrivato dall’emendamento presentato dalla senatrice Loredana De Petris per impedire le deroghe che consentono di autorizzare trivellazioni petrolifere anche a ridosso delle coste e senza valutazione d’impatto ambientale”. Oggi le aree interessate dalle attività petrolifere, che non vengono intaccate dal decreto di Zanonato, occupano una superficie marina di circa 24mila kmq, un’area grande come la Sardegna. Il provvedimento salva anche il progetto Ombrina mare. La piattaforma della società inglese Medoilgas sorgerebbe a sole 3 miglia dalla meravigliosa Costa dei Trabocchi della provincia di Chieti, un’area di tale pregio naturalistico tale da essere individuata dal Parlamento italiano nel 2001 come Parco nazionale. Il tutto in una regione che ospita tre Parchi Nazionali, un Parco Regionale, 25 riserve regionali e decine di Siti di Interesse Comunitario (SI C) e Zone di Protezione Speciale (ZPS). “È assurdo continuare a pensare che la strategia energetica nazionale – aggiunge Cogliati Dezza – del Paese si possa basare sulle fonti fossili, che non portano ricchezza, non abbassano di certo la bolletta, e devastano la bellezza dell’Italia. È il momento di fare scelte coraggiose e di definire una vera strategia di sviluppo delle energie rinnovabili. Il futuro energetico del Paese devo guardare alle fonti pulite e all’efficienza energetica, da promuovere, sviluppare e incentivare in tutto il territorio”.

Fonte: il cambiamento

Trivellazioni: “decreto Zanonato applicazione di una legge nefasta”

Il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato con il decreto ‘contro le trivelle’ non fa altro che applicare una legge che ha riportato le piattaforme petrolifere sotto le spiagge degli italiani. È quanto sostiene Greenpeace che commenta la firma del decreto di riordino delle zone marine aperte alla ricerca e coltivazione di idrocarburi annunciata dal ministro.petrolio_trivellazioni8

“Il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, sbandierando urbi et orbi un decreto ‘contro le trivelle‘ non fa altro che applicare il nefasto Art. 35 della Legge 83/2012 che ha riportato le piattaforme petrolifere sotto le spiagge degli italiani”, così Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia commenta la firma del decreto di riordino delle zone marine aperte alla ricerca e coltivazione di idrocarburi annunciata dal Ministro. Non solo, con questo decreto il Governo amplia le aree coinvolte dalle esplorazioni offshore, avvicinandosi alle Baleari e confermando la famigerata estensione verso e oltre l’Isola di Malta: un atto che Greenpeace definisce irresponsabile, contestato ovviamente dai maltesi che, non ha caso, hanno ricominciato quest’estate a sequestrare i pescherecci siciliani. Il vero problema, come tutti sanno – compreso il Ministro Zanonato – è che ci sono decine di istanze di ricerca per giacimenti di petrolio presentate negli scorsi anni in aree oggi “vietate”. In Italia il procedimento amministrativo è spezzato in tre fasi, con tre distinti processi di Valutazione di Impatto Ambientale: prospezione sismica, trivellazione esplorativa e trivellazione commerciale. La domanda di cui tutti attendono risposta è se il ministero dello Sviluppo economico (MISE) e il ministero dell’Ambiente considerano o meno un “diritto acquisito” dei petrolieri quello di realizzare oggi nuove trivellazioni a meno di 12 miglia dalla costa, per il fatto di aver ottenuto anni fa (con procedimenti talvolta contestabili) l’autorizzazione alla prospezione sismica o alla trivellazione esplorativa. “Invece di annunciare nuovi decreti basati su vecchie leggi che già in passato hanno creato molti problemi, il Ministro Zanonato farebbe bene a dire chiaro e tondo che tutte le prossime richieste di attività di ricerca e sfruttamento di idrocarburi in mare dovranno conformarsi alla legge in vigore” – continua Giannì. Sul tema Greenpeace ha già scritto al ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, che ha risposto confermando per iscritto che l’effettuazione di tre separati procedimenti di Valutazione di Impatto Ambientale (per la prospezione sismica, le trivellazioni esplorative e per quelle commerciali) deriva dalla “configurazione del procedimento principale, autorizzatorio o concessorio, nel quale la procedura di VIA si inserisce.” Quindi, delle due l’una: o il “procedimento principale” al MISE è costituito da tre fasi distinte e separate (e quindi ogni fase deve rispettare la norma vigente al momento) oppure lo spezzettamento della VIA di un procedimento unico costituisce l’ennesima violazione italiana della Direttiva 85/337/CEE sulla valutazione dell’impatto ambientale. “Greenpeace attende che qualche petroliere si permetta di richiedere una qualunque autorizzazione ad attività in aree non incluse oggi nella “mappa del petrolio” del Ministro Zanonato. Se questo tipo di istanza venisse accolta, chiameremo in tribunale il MISE che ci dovrà spiegare perché la legge non è uguale per tutti” – conclude Giannì.

Fonte: il cambiamento

Trivellazioni, le regioni contro la ricerca di petrolio

Sono al momento cinque i Consigli regionali che, per difendersi da possibili estrazioni nei loro mari, hanno approvato una proposta di legge alle Camere per vietare ricerche di petrolio e gas. Le regioni in questione sono: Veneto, Abruzzo, Molise, Marche e Puglia.piattafoma_mare

Un anno fa, più o meno in questo periodo, vi spiegavamo il nuovo piano energetico del Governo Monti e di come fosse solo una scusa per favorire combustibili fossili e trivellare ancora di più la nostra penisola. 365 giorni sono passati ma l’emergenza ancora non sembra scemare. Sono già 5, infatti, i Consigli regionali che, per difendersi da possibili estrazioni nei loro mari, hanno approvato una proposta di legge alle Camere (come stabilito dall’articolo 121 della Costituzione) per vietare ricerche di petrolio e gas in mare. Le regioni in questione sono: Veneto, Abruzzo, Molise, Marche e Puglia. Quest’ultima, roccaforte di Nichi Vendola da parecchio tempo, è stata la capo fila, avendo approvato già nel luglio 2011 una proposta da sottoporre alle Camere in tal senso. “Ed ora”, sottolinea fiero Onofrio Introna, Presidente del Consiglio regionale pugliese, “anche i Consigli che hanno aderito al nostro invito ad assumere iniziative analoghe hanno adottato un testo netto e inequivocabile”. La proposizione vieta la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi in Adriatico, da applicare “ai procedimenti autorizzatori avviati e non conclusi, fatti salvi, fino all’esaurimento dei relativi giacimenti, i permessi, le autorizzazioni e le concessioni in essere, nei limiti stabiliti dai provvedimenti stessi”. Introna ha poi inviato una lettera al Ministro dell’Ambiente Orlando e ai Presidenti dei Consigli interessati (Eros Brega, per la Conferenza dei Presidenti dei Consigli, Nazario Pagano per l’Abruzzo, Vincenzo Niro per il Molise, Vittoriano Solazzi per le Marche e Clodovaldo Ruffato per il Veneto) per sottolineare l’esigenza di una moratoria dello sfruttamento di greggio e gas, vista come unica difesa dell’ecosistema costiero e delle economie turistiche delle coste. Introna nella nota ha informato il Ministro anche delle iniziative intraprese da tempo dalle Regioni: “la battaglia che non da oggi le Regioni adriatiche stanno conducendo contro la ricerca di petrolio e gas nella piattaforma continentale marina antistante le nostre coste”, chiedendo poi un incontro, utile “a stabilire le giuste sinergie tra Ministero e Regioni per un efficace iter parlamentare della proposta di legge che i cinque Consigli regionali hanno trasmesso alle Camere”. In Sicilia la situazione non è molto diversa. “Dove tutte le navi passano, dove tutti i pescatori pescano, nel cuore più prezioso del Canale di Sicilia, lo Stato Italiano vorrebbe trasformare il tragitto, da libero qual è, ad una corsa ad ostacoli sotto il segno del petrolio – ha detto Marco Costantini, responsabile mare del WWF Italia – Il WWF vuole fermarlo creando una nuova area protetta a Pantelleria, un obiettivo che possiamo raggiungere solo con l’aiuto dei cittadini di Pantelleria e dei tantissimi cittadini italiani e europei che firmeranno la nostra richiesta”. La richiesta a cui si fa riferimento è contenuta nella campagna“Sicilia: il petrolio mi sta stretto”. Il WWF ha chiesto alla commissione tecnica competente del Ministero dell’Ambiente di cancellare i progetti di ricerca di idrocarburi che Eni e Edison hanno presentato nel Canale di Sicilia (che sono attualmente sotto esame alla Commissione Valutazione di impatto Ambientale). I progetti in questione si vanno ad aggiungere a due permessi di ricerca concessi alle suddette aziende in un’area attigua e ad altri sette titoli minerari tra istanze, permessi e concessioni che riguardando sempre il Canale di Sicilia, area molto importante per il turismo, la biodiversità, gli animali (delfini, balenottere, mante mediterranee, aquile di mare, squali, tonni, pesci spada e tartarughe marine). Molto importante il fatto poi che l’area è a rischio sismico a causa di vulcani sottomarini tutt’ora attivi. Anche per questi motivi, il WWF chiede al ministero di Via Cristoforo Colombo di ripensarci. La petizione “Sicilia, il Petrolio mi sta stretto”, promossa anche da change.org, serve a mobilitare le coscienze dei cittadini per scongiurare l’eventualità di uno stravolgimento ambientale notevole, chiedendo di firmare per fermare le trivelle e per istituire un’area protetta a Pantelleria, isola vulcanica del Mediterraneo, unica isola non tutelata nello Stretto di Sicilia e quindi preda di progetti di estrazione petrolifera.

Fonte: il cambiamento

ENI rinuncia a trivellare per il petrolio a Carpignano grazie all’opposizione dei cittadini

Un progetto inutile (petrolio per 2 mesi di consumo italiano) e impattante per la presenza di idrogeno solforato, la vicinanza ai centri abitati e il possibile inquinamento della falda: ENI ha dovuto fare retromarcia e se questo succede a Carpignano può avvenire ovunque nel nostro paese.

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E’ una grande vittoria della società civile: ENI ha rinunciato a proseguire nel progetto di prospezione petrolifera a Carpignano Sesia (NO). La compagnia fossile italiana intendeva trivellare alla ricerca di una giacimento che, a essere ottimisti, in tutta la sua vita utile avrebbe fornito complessivamente 11 Mt di greggio, cioè l’equivalente di due mesi di consumi italiani (1). ENI naturalmente non motiva la rinuncia e afferma di voler presentare un nuovo progetto entro un anno. Si tratta in ogni caso di una sonora sconfitta per il colosso petrolifero con i piedi di argilla, che pensava di procedere senza intoppi con la popolazione locale. Invece nel giro di pochi mesi è sorto a Carpignano il Comitato Difesa del Territorio, che ha svolto uno straordinario lavoro di documentazione e sensibilizzazione che ha portato ad un referendum consultivo in cui i NO hanno prevalso con il 93% dei voti. Il greggio piemontese è inoltre di pessima qualità, noto cioè come petrolio “amaro”, contenente il pericolosissimo idrogeno solforato (un tempo noto come acido solfidrico); si sarebbe dovuto costruire un oleodotto di 40 km per raggiungere il centro oli di Trecate nei pressi del Ticino. Il progetto aveva innumerevoli altre criticità (2). Nel giugno del 2012 anche il Consiglio Comunale di Novara ha approvato una mozione (3) che esprimeva contrarietà al progetto ENI, soprattutto per il rischio di contaminazione della falda acquifera usata da oltre centomila persone. Occorre fermare questi progetti insensati in tutta Italia per usare tutte le risorse possibili nelle rinnovabili. L’ipotetica produzione di Carpignano avrebbe infatti rappresentato solo l’1,4% dell’energia prodotta nel 2012 con eolico e FV. Un ulteriore modesta incremento nelle energie pulite, ci metterebbe al riparo da queste sciagurate energie sporche.

(1) Nel 2012 l’Italia ha consumato 64 Mt di petrolio. Nell’ipotesi piuttosto ottimistica che in provincia di Novara ci siano davvero 11 Mt e che si riescano ad estrarre fino all’ultima goccia, queste riserve garantirebbero (11/64)*365 = 62 giorni di consumi. Se consideriamo anche i consumi di gas (62 Mtep) e carbone (16,2 Mtep), il consumo fossile ammonta a 142Mtep, quindi i pozzi di Carpignano avrebbero garantito al massimo 28 giorni di autonomia. In ogni caso la produzione giornaliera era stimata in 0,15 Mtep/anno, pari a 20 ore di consumi italiani!

(2) Tra i principali problemi:

·                                 la trivella sarebbe stata a 500 m dalle prime case di Carpignano e ad una simile distanza dal fiume Sesia;

·                                 la trivellazione avrebbe interferito con la falda acquifera che alimenta la città di Novara e i paesi vicini;

·                                 uso di circa 16000 m³ di terra, 3000 m³ di calcestruzzo, 30 t di strutture metalliche, con consumo di 10000 litri di gasolio al giorno;

·                                 170 viaggi di autocarri, di cui 66 trasporti eccezionali;

·                                 produzione di 2900 m³ di fanghi di perforazione, 600 m³ di detriti intrisi di fango e acque reflue di lavaggio dell’impianto in quantità indeterminata

Tutte queste informazioni sono reperibili alla pagina della Regione Piemonte con gli studi di valutazione di impatto ambientale; occorre cercare la voce “Carpignano”.

(3) Ho fatto la mia parte scrivendo la mozione e convincendo la maggioranza della sua importanza; per ironia della sorte non ho potuto votarla perchè quel giorno ero impegnato in Università.

 

Fonte: ecoblog

“No alle trivellazioni”, le associazioni lanciano un appello al Parlamento

Il coordinamento nazionale NO TRIV, che comprende diverse associazioni e comitati sparsi in tutta Italia, ha incontrato una delegazione di parlamentari. Il colloquio era stato chiesto con forza dal comitato dopo l’approvazione della Strategia Energetica Nazionale e ha messo al centro alcune priorità indicate in una lettera appello.petrolio_trivellazioni5

Il coordinamento nazionale NO TRIV, che comprende diverse associazioni e comitati sparsi in tutta Italia, ha incontrato una delegazione di parlamentari. Il 12 giugno scorso, il coordinamento nazionale NO TRIV (che comprende diverse associazioni e comitati sparsi in tutta Italia) ha incontrato nella sala Tatarella di Montecitorio, una delegazione dei parlamentari del Movimento 5 Stelle e di Sel. Per il Pd, era presente solo l’onorevole Maria Stella Bianchi. Il colloquio era stato chiesto con forza dal comitato dopo l’approvazione della Strategia Energetica Nazionale e ha messo al centro alcune priorità indicate in una lettera appello, inviata a tutti i capigruppo di Camera e Senato, con l’invito di inviarla a loro volta a tutti i parlamentari. Diverse le proposte accolte durante il colloquio. In primis, è stata accolta con favore l’idea di presentare il prima possibile un decreto legge che miri a modificare l’articolo 35 del Decreto Sviluppo per ciò che riguarda l’approvazione dei procedimenti di autorizzazione che erano in fase di lavorazione quando fu approvato il Decreto Prestigiacomo (2010) e che porti ad un’abrogazione dell’articolo 16 del Decreto Liberalizzazioni (convertito nella legge n° 27 del 24 marzo 2012), con cui si stabilisce che parte delle entrate finanziarie statali, sia direzionata verso la ricerca e lo sviluppo delle fonti energetiche fossili. Si è arrivato poi ad un accordo sull’avvio di un confronto per lavorare alla revisione della Strategia Energetica Nazionale e alla definizione di una disciplina omogenea delle attività di ricerca, prospezione ed estrazione degli idrocarburi (sia liquidi che gassosi), che sia rispettosa dei paletti posti dall’ordinamento dell’Unione europea e di governo dell’energia che sia internazionale. I soggetti operanti di questo confronto (deputati, senatori e organizzazioni sociali), faranno parte di un vero e proprio gruppo di lavoro. Per adesso solo i parlamentari del Movimento 5 Stelle e di Sinistra Ecologia e Libertà, presenti all’incontro, hanno avviato la sottoscrizione dell’appello/petizione e hanno preso l’impegno di sensibilizzare i propri colleghi a fare lo stesso. Il M5S, nel frattempo, ha organizzato per il 26 giugno prossimo, a Roma, il Convegno “Diamola a bere ai petrolieri”, al quale parteciperà il Coordinamento NO TRIV e in cui si parlerà del problema degli inquinanti.

Fonte. Il cambiamento

Trivellazioni nel Mar Jonio, interrogazione sulla Shell e la mappa in Italia

In Italia le concessioni alle trivellazioni per la ricerca di petrolio e gas sono numerose e toccano tutto lo Stivale anche in aree protette. Ultima in ordine di apparizione la Shell, per cui è stata presentata un interrogazione parlamentare.mappa-idrocarburi-italia1-620x350

In alto la mappa delle autorizzazioni alle trivellazioni concesse in Italia, stilata dal Movimento 5 Stelle della X Commissione (Attività Produttive) della Camera dei Deputati. Ma le trivellazioni non si fermano a quelle sino a oggi autorizzate. La lista delle richieste a ispezionare fondali marini o terrestri è lunga. In merito è stata presentata una interrogazione da Ernesto Magorno deputato Pd e sottoscritta da Stefania Covello a risposta scritta al Ministro dell’Ambiente in merito alle trivellazioni che Shell Italia E & P vorrebbe condurre nel Mar Jonio, come viene scritto nell’interrogazione:

La Shell Italia con altre compagnie petrolifere hanno chiesto e avviato i procedimenti per l’esecuzione delle trivellazioni al largo delle coste del Mar Jonio comprese tra il Golfo di Taranto e quello di Sibari, comprese le relative procedure di V.I.A.;

Il consigliere regionale del Pd Mario Franchino ha intanto reso noto che il 27 giugno sarà con una delegazione di sindaci dello Jonio a Roma per portare al Ministro Orlando le istanze dei calabresi.

Fonte: Rossano web Oggi, Ernesto Magorno

 

Troppi buchi negli USA per poco petrolio in più

A partire dal 2009 la produzione di petrolio negli USA è tornata a crescere e in 4 anni è aumentata del 27%. Per ottenere questo risultato il numero di trivellazioni è però andato alle stelle, segnale che si tratta di piccoli giacimenti che si esauriscono in frettaProduzione-petrolio-USA-e-trivelle-attive-2-586x394

Se è vero, come ho scritto ieri, che gli americani gonfiano le loro statistiche di produzione petrolifera, è anche vero che la produzione di greggio degli USA comunque  è tornata ad aumentare dopo un declino quarantennale, successivo al picco del 1971. Tra il giugno 2009 ed oggi la produzione è aumentata del 27% (curva rossa nel grafico). Hanno allora ragione i tecno-ottimisti che dicono che le innovazioni tecnologiche ci salveranno, perchè è possibile sfruttare giacimenti prima non utilizzabili? No, hanno decisamente torto, se si racconta la storia per intero e si comprende a quale prezzo è stata ottenuta la crescita della produzione. Tra il 2009 e il 2013 il numero di trivelle attive (curva blu) è cresciuto quasi del 700%! Se prima si ottenevano in media 30 kbbl per ogni trivellazione, ora si è scesi a 5. Questa è esattamente la conferma della teoria del picco del petrolio: si consumano prima i giacimenti più grandi, accessibili e di migliore qualità e si passa poco per volta a quelli più piccoli, meno accessibili e di scarso valore. I giacimenti del cosiddetto tight oil sono piccoli e intrappolati tra strati di roccia impermeabile, per cui occorre utilizzare la pratica ambientalmente devastante  del fracking che raccoglie opposizioni crescenti nell’opinione pubblica. Le riserve si esauriscono in fretta per cui occorre continuare a fare nuove trivellazioni ad un ritmo forsennato per mantenere la crescita della produzione. Le trivelle ed il fracking hanno un costo economico ed energetico che alla lunga renderà questa operazione insostenibile. Come si vede dal grafico, sembra che quest’anno si sia già raggiunto il picco delle trivelle.

Fonti: EIA per la produzione e Baker Hughes per il numero di trivelle attive.

 

 

Exxon, Shell e BP vogliono trivellare a 3 km di profondità nel golfo del Messico

Nonostante il disastro della Deepwater Horizon, i big del petrolio vogliono trivellare a grande profondità nel Golfo del Messico, dirottando importanti risorse che potrebbero servire per le fonti rinnovabili.Piattaforma-petrolifera-Shell-Exxon-586x385

Nonostante il gravissimo disastro ambientale della piattaforma BP Deepwater Horizon di tre anni fa le compagnie petrolifere non demordono, visto che proprio in questi giorni hanno svelato la loro intenzione di trivellare a 3 km di profondità. Exxon vuole sfruttare il giacimento Julia e per questo ha comunicato due giorni fa che intende investire oltre 4 miliardi di dollari per iniziare nel 2013 una produzione attesa di circa 34000 barili al giorno. E’ appena il caso di notare che un simile investimento nell’eolico porterebbe ad una produzione equivalente di energia elettrica in tempi minori di tre anni (1). Shell non vuole essere da meno ed il giorno successivo ha annunciato la decisione di voler trivellare nel giacimento Stone, con un’aspettativa di 50000 barili al giorno, un valore più alto di quello di Exxon, nonostante la consistenza del giacimento sia solo un terzo di quello della rivale (e ciò fa nascere qualche dubbio sull’ attendibilità di questi numeri). BP, dopo aver generato una marea nera di milioni di barili di petrolio, devastando l’ecosistema con serie ripercussioni anche sulla salute umana, ora vuole riprovarci con il giacimento Mad Dog, ovvero cane pazzo, un progetto da 10 miliardi di dollari (2). Il progetto al momento è rimandato a causa dei costi crescenti. Come riuscire a spiegare che ogni dollaro speso nel petrolio è un dollaro rubato alle fonti rinnovabili? Che quel dollaro servirà solo ad aggravare il global warming? Nascerà mai un movimento globale su questo tema cruciale?

Come diceva Brecht, non aspettarti nessuna risposta oltre alla tua.

(1) 34 kb equivalgono a 4,65 kt, cioè ad una produzione elettrica di 20 GWh. Con 4 miliardi si possono installare circa 4 GW che con la producibilità media mondiale di 1800 ore/anno, producono la stessa quantità di energia, con la differenza che i tempi di avvio di un progetto eolico sono in genere minori di quelli di una piattaforma petrolifera.

(2) Un investimento due e volte e mezzo quello di Exxon per un giacimento che contiene i due terzi delle risorse. Anche in questo caso i numeri non sembrano molto affidabili.

Fonte: ecoblog

 

Shell sospende le trivellazioni artiche nel mare di Beaufort

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La buona notizia è che Shell ha deciso di sospendere per tutto il 2013 le attività di trivellazione nel mare di Beaufort e nel mare di Chukci, lungo la costa nord dell’Alaska. La decisione giunge in seguito al grave incidente che ha coinvolto la piattaforma di trivellazione Kulluk nel gennaio scorso, arenatasi sulle coste nei pressi del parco nazionale di Kodiak. Anche se Shell non ha rinunciato ai suoi progetti di ricerca del petrolio nell’Artico, questa decisione solleva ulteriori dubbi sul futuro delle trivellazioni ad elevate latitudini, tenuto conto delle enormi difficoltà tecniche e degli elevati costi sostenuti dalla multinazionale, cinque miliardi di dollari per assicurarsi i permessi per due prospezioni. l disastro sfiorato con l’arenarsi della Kulluk è giunto al termine di una stagione 2012 particolarmente negativa per le attività di Shell. Lo scorso settembre, pochi giorni dopo aver ricevuto il permesso di trivellare nel mar di Chukci, la multinazionale dovette rinunciare per evitare la collisione con un enorme iceberg di 20×50 km. Successivamente il sistema di contenimento delle perdite accidentali di petrolio mostro un serio malfunzionamento. L’altra piattaforma usata da Shell, la Noble Discoverer, è sotto indagine da parte della Guardia Costiera per l’insufficienza dei sistemi di sicurezza e di controllo dell’inquinamento. La decisione è stata salutata con favore dai gruppi ambientalisti come unica possibile conclusione di una stagione di fallimenti tecnici e di violazioni delle norme ambientali e di sicurezza. «Shell ha chiaramente dimostrato di non essere preparata a condurre operazioni sicure e responsabile nelle acque ghiacciate dell’artico» ha dichiarato Andrew Hartsig, della ong Ocean Conservancy. Cercare il petrolio nell’artico non è come cercarlo sotto casa: enormi difficoltà tecniche, condizioni operative difficili per le onde,  gli iceberg e le bassissime temperature, rischi per la sicurezza e per l’ambiente fanno sì che ogni barile di petrolio artico in realtà costi assai di più e quindi valga assai meno di un barile di petrolio  del Texas. Anche questo è il peak oil.

Fonte: ecoblog