Obama blocca sondaggi e trivellazioni nella Bristol Bay

Il presidente Usa ha vietato le esplorazioni per gas e petrolio e le trivellazioni in un’area di 52 miglia quadrate al largo dell’Alaska. Martedì 16 dicembre Barack Obama ha vietato le esplorazioni per ricercare gas e petrolio nella Bristol Bay, in Alaska. Niente esplorazioni significa niente estrazioni, una misura che è stata motivata dalla necessità di preservare le industrie del turismo e della pesca in questa zona ancora incontaminata. Con questa decisione il presidente degli Stati Uniti d’America a escluso il progetto di estrazione degli idrocarburi fino a data da definirsi. Un temporaneo blocco del progetto era già stato deciso nel 2010.

Ho preso questa decisione per essere sicuro che una delle regioni più belle d’America e uno dei motori dell’economia, non solamente per l’Alaska, ma per tutta l’America, sia preservata per le generazioni future. Si tratta di qualcosa di troppo prezioso per noi per metterlo a disposizione del miglior offerente,

ha detto Obama in un video. Il divieto proteggerà alcuni milioni di ettari di costa e terreni selvaggi. La Bristol Bay, situata nel sud ovest dell’Alaska, fornisce, da sola, il 40% del pesce non allevato consumato negli Stati Uniti, realizzando un volume d’affari di circa 2 miliardi di dollari (secondo i dati forniti dalla Casa Bianca). Inferiore ma comunque molto interessante è il volume d’affari dell’industria del turismo che si assesta sui 100 milioni di dollari. Nella Bristol Bay si trovano molte specie selvatiche di salmoni, lontre, foche, trichechi, balene, beluga e orche. La baia ha una lunghezza di 400 km e una larghezza di 290 km, ed è la più orientale estensione del mare di Bering.Obama Gives Major Speech On Climate Change And Pollution

Fonte:  Ansa

© Foto Getty Images

Pantelleria, la vite di Zibibbo è patrimonio Unesco: si fermeranno le trivellazioni in mare?

La vite dello Zibibbo che cresce a Pantelleria è stata dichiarata patrimonio immateriale dall’Unesco: cosa accadrà ora con le trivellazioni previste dal governo Renzi nel mare dell’isola siciliana?

Il sindaco di Pantelleria, Salvatore Gabriele, non sta nella pelle e da Parigi dichiara entusiasta:

Siamo sito Unesco, un omaggio alla nostra identità ai nostri Contadini che con grande sacrifici hanno costruito terrazzamenti, coltivato la vite ad alberello,oggi patrimonio immateriale Unesco da cui si produce il passito naturale. Un grazie particolare vorrei rivolgerlo alla delegazione Italiana, all’Unesco, all’ambasciatore Lomonaco, al prof. Petrillo, al ministro dell’agricoltura Martina, al Ministero dell’agricoltura, alla regione siciliana, all’assessorato all’agricoltura,agli assessori, ai dirigenti generali, all’istituto della vite e del vino che si è occupato della promozione; un ringraziamento voglio farlo personalmente dando pubblica evidenza al Prof. Petrillo straordinario interlocutore e negoziatore. A lui va il nostro ringraziamento più grande. In questi anni ha dato continuità istituzionale affinché si portasse a conclusione questo straordinario risultato. A Graziella Pavia, che ha contribuito con la presentazione degli atti per la costruzione del Dossier. Per l’isola tale riconoscimento rappresenta un grande momento di crescita e di apertura. Da oggi, da Parigi il mondo ci guarderà ancora di più. Dobbiamo sentire tutti il peso della responsabilità per lavorare di più è meglio. L’isola ci appartiene.salvatore-gabriele-unesco-660x495-620x350

Nella foto in alto tutta la squadra al completo, che ha preso parte al successo del riconoscimento della vite a alberello da cui si ricava l’uva per il passito di Pantelleria, famoso in tutto il mondo. Ma questo riconoscimento ora mette seriamente in discussione (e per fortuna!) il piano delle trivellazioni introdotte con lo Sblocca Italia voluto dal governo Renzi: come potranno convivere trivelle seppur off shore e una coltivazione così importante sull’isola di Pantelleria che necessita di ambiente incontaminato? Come si potranno tollerare piattaforme petrolifere con i flussi turistici in aumento per via della notorietà ottenuta dal riconoscimento Unesco?vite-pantelleria-620x350

Fonte:  Agorà
Foto | Agorà

Ancora flaring con fiammata di 30 metri in Val d’Agri, ma non sarebbe #tuttaposto

Ancora un episodio di flaring in Val d’Agri al Centro Olio di Viggiano ma le rassicuranti parole dell’Eni non sortiscono l’effetto desiderato.

Ancora un episodio di flaring in Val D’agri presso il centro Olio di Viggiano, dove si estrae il petrolio della Basilicata, che ha visto una fiammata improvvisa e violenta alla torcia, che ha bruciato per oltre 30 metri l’altro ieri. L’episodio si è verificato alle 12:30 e la causa secondo quanto riferito da ENI sarebbe stata dovuta a:

Una improvvisa mancanza della fornitura Enel causata da condizioni di forte maltempo.

Le fiamme hanno raggiunto circa i 20-30 metri di altezza il che oltre a essere visibile a occhio nudo ha generato preoccupazione tra gli abitanti della zona. Eni ha poi spiegato:

Sono prontamente intervenute le corrette logiche di sicurezza dell’impianto depressurizzando alcune apparecchiature di processo e convogliando una parte del gas in esse contenuto alla fiaccola. I dati disponibili registrati dalle centraline di monitoraggio della qualità dell’aria nella prima ora interessata dall’evento non mostrano criticità. Sono stati attivati tutti i canali di comunicazione previsti dalle procedure» e sono stati quindi informati «tempestivamente tutti gli enti e le autorità interessate, a partire dai sindaci.

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Amedeo Cicala, sindaco di Viggiano ha scritto al premier Renzi e richiamando le recenti affermazioni in merito alla necessità di trivellazioni:

Se è così importante per l’Italia il petrolio lucano è un Suo dovere trovare il tempo da dedicare alla nostra terra. Si assume lei le responsabilità di un percorso deciso ai piani alti guardando ad un semplice puntino su una cartina geografica senza conoscerne i problemi e senza visitarne i luoghi? In conclusione non è una questione come dice Lei di “comitati” e di “comitatini”, qui è in gioco il futuro della gente della Val d’Agri, cittadini italiani al pari degli altri. Nel caso in cui si scelga un percorso non condiviso, non troverà un “comitatino” ma un intero popolo, quello della Val d’Agri con le Sue istituzioni a spendere tutte le energie necessarie per farsi rispettare, per far rispettare un territorio che troppe volte la storia italiana ha relegato ai confini ed ai margini dello sviluppo economico e sociale.

Del medesimo parere Aldo Berlinguer assessore regionale all’Ambiente circa il comunicato dal tono #tuttaposto di Eni che ha ribadito:

Saranno malfunzionamenti temporanei, saranno pure meccanismi di sicurezza ma io a questa sequela di fiammate al Centro Olio di Viggiano non ci sto. Non possiamo rassegnarci a questo andazzo; valuteremo ogni possibile provvedimento. Secondo Eni va tutto bene e ogni volta ci pervengono comunicazioni rassicuranti. Ma il ripetersi di questi malfunzionamenti non fa stare tranquillo nessuno. Non passerà quindi inosservato questo ennesimo episodio, specie dopo la presa di posizione assunta dalla Regione già a inizio anno. Mi recherò di persona al Centro Olio e faremo le opportune verifiche, assieme a tutti gli enti preposti, sull’accaduto. Mi auguro che Eni voglia garantirci una collaborazione non solo formale. E’ arrivata l’ora di mettere un punto al ripetersi di questi eventi.

Fonte:  Il quotidiano webNuova del SudLa Gazzetta del Mezzogiorno, TRmtv
Foto | Glattorraca

Shale gas e trivellazioni tra gli 8 punti di Romano Prodi per la rinascita industriale

Romano Prodi propone tra gli 8 punti per riavviare l’industria l’uso dello shale gas e le trivellazioni per l’estrazione di petrolio lasciandosi alle spalle la turbofinanza. Ma forse l’industria che propone Prodi già non esiste più. Romano Prodi interviene in merito al rilancio dell’industria proponendo 8 punti che sono totalmente condivisi dal premier Matteo Renzi. Sono proposte, o meglio dire la lista degli interventi, affinché l’Italia si lasci alle spalle le crisi della turbofinanza e riprenda a fare industria pesante, come ha fatto nel trentennio 60-70-80. Ma le proposte di Prodi in merito all’approvvigionamento di energia da shale gas e trivellazioni di petrolio, scimmiottano la politica di Obama anche se l’Italia non è l’America dai vasti e sconfinati territorio e non abbiamo il petrolio migliore del mondo.RUSSIA-POLITICS-PUTIN

Ma ecco nel dettaglio cosa propone il nostalgico Romano Prodi che al punto 7 spiega:

Un settimo obiettivo riguarda gli orientamenti della politica energetica sia come fonte di investimenti e di occupazione sia come strumento di equilibrio della bilancia commerciale, che vede la nostra voce passiva più pesante nell’acquisto di materie prime e di fonti energetiche. Pochi mesi fa il Governo ha presentato un grande progetto per fare dell’Italia il più importante punto d’arrivo per il rifornimento energetico dell’intera Unione Europea. Subito sono partiti tutti i veti locali possibili e immaginabili, senza che il governo nazionale abbia potuto tenere conto dei nostri impegni e dei nostri interessi, pur essendo universalmente riconosciuto che le leggi italiane di protezione dell’ambiente nel settore energetico si collocano tra le più severe di tutto il pianeta.

Era il 29 luglio 2012 quando Romano Prodi spendeva la sua penna in favore dello shale gas; più recentemente però, siamo al 18 maggio 2014 entra nel merito delle trivellazioni spiegando che il nostro Paese è al primo posto in Europa per riserva di petrolio, esclusi i grandi produttori come Norvegia e UK (quindi competiamo con Francia, Spagna, Germania, Austria, Grecia ecc….fare un po’ voi se è sensato) e rincara la dose scrivendo:

Non intendo prendere in considerazione risorse energetiche che si trovano vicino alla costa e che potrebbero quindi provocare ipotetici danni agli equilibri geologici del territorio. Mi limito ai giacimenti in mare aperto, dove questo pericolo non sussiste. Il caso più clamoroso riguarda tutta la dorsale dell’Adriatico, così promettente da essere oggetto di un grandioso piano di sfruttamento da parte del governo croato, che ha recentemente chiamato a gara le grandi compagnie energetiche internazionali per sfruttare un giacimento che, come ha dichiarato il ministro degli esteri del paese a noi vicino, può fare della Croazia il “gigante energetico d’Europa“.

Le regioni italiane che affacciano sul mare Adriatico, stretto e chiuso, progettano un referendum per impedire le trivellazioni mentre in Sicilia da qualche mese sono state autorizzate le trivellazioni che come evidenzia Greenpeace non sono un affare per l’Italia. Ciò che resta incomprensibile è: come mai di fronte a una bacchettata sonora degli investitori stranieri che hanno puntato sulle rinnovabili in Italia, Prodi ancora tace? Come mai non risponde nel merito non di turbofinanza, ma di finanza reale smentita da un governo che passa per poco credibile all’estero? Prodi intanto abbraccia Putin…

© Foto Getty Images

Fonte: ecoblog.it

Nel Canale di Sicilia si spertusa: Rosario Crocetta autorizza le trivellazioni

Con l’accordo sottoscritto ieri tra la Regione Siciliana, Assomineraria, EniMed Spa, Edison Idrocarburi e Irminio Srl autorizzate le perforazioni off shore e a terra per estrarre petrolio

E’ stato firmato ieri il protocollo d’intesa che autorizza lo sviluppo di giacimenti nel Canale di Sicilia, ossia le trivellazioni off-shore “Ibleo” e “Vega B” (Licata e Pozzallo) e on shore (Ragusa), cioè a terra con il progetto “Irminio”; saranno peraltro potenziati potenziamento della produzione onshore in siti esistenti (5 campi); realizzazione di attività esplorativa. Alla firma erano presenti Rosario Crocetta presidente della Regione Siciliana e Linda Vancheri assessore alle attività produttive con Pietro Cavanna Presidente Settore Idrocarburi Assomineraria; Renato Maroli Amministratore Delegato EniMed SpA; Giovanni Antonio Di Nardo Presidente di Edison Idrocarburi Sicilia Srl; Antonio Pica Amministratore Delegato di Irminio Srl. La nota della Regione Siciliana che vedete in alto mira a sottolineare che l’accordo prevede congrue royalties e rispetto per l’ambiente. L’investimento è pari a 2 miliardi e 400 milioni in 4 anni e l’occupazione è stata stimata intorno alle 7000 unità. Capirete che la Sicilia davanti a questi numeri sia entusiasta, sopratutto per quei settemila nuovi posti di lavoro sbandierati come obiettivo per permette di chiudere due occhi sugli eventuali scempi ambientali e inquinamento che si potrà realizzare. tant’è che nell’accordo viene anche previsto un comitato paritetico che possa spingere quando necessario e possa anche controllare le prescrizioni ambientali e di sicurezza. Ma i posti di lavoro stimati non sembrano proprio essere 7 mila almeno secondo i conti fatti dal direttore delle Campagne di Greenpeace, Alessandro Giannì che spiega:

Solo due posti di lavoro, due tecnici specializzati che l´Edison, o chi per loro, farà arrivare non certo da Pozzallo. Sarà assunto, inoltre, qualche marittimo che servirà per l´indotto, ma scordatevi i «milioni» di posti di lavoro promessi dal sindaco di Pozzallo. Sono solo favole. La Vega B sarà automatizzata, al massimo saranno accontentati due o tre marittimi pozzallesi che lavoreranno nell´indotto.

E nel merito dell’estrazione di petrolio sottolinea ancora Giannì:

Ma quale petrolio! Sarà estratto del bitume, con capacità di recupero, se dovesse succedere un disastro, davvero miserrime. Finiamola col dire che la Vega B estrarrà petrolio e smettiamo di dire che ci sono riserve per molti anni. Si attivino, invece, le istituzioni, adesso, in modo che non ci si venga a dire un giorno «Ma Greenpeace dov´era?». Tirare giù un impianto come le trivelle non è cosa da poco.

Ma Rosario Crocetta Presidente della regione Siciliana è di tutt’altro avviso:

Con questo accordo contribuiamo al rilancio economico della Sicilia, al miglioramento della situazione finanziaria per effetto dell’incremento delle entrate relative alle royalties, alla fiscalità e diamo una risposta di tipo innovativo che rilancia fortemente l’occupazione con un progetto di investimenti ecosostenibili”.

Francamente le trivellazioni di petrolio non rientrano nei progetti di sviluppo ecosostenibili. Va bene tutto ma meglio evitare di spingersi un po’ troppo avanti con la presunta ecologia: o no?

Via | La Sicilia, Corriere di Ragusa
Fonte:  Greenpeace

 

Ecuador: scoperto accordo segreto con banche cinesi per trivellare l’Amazzonia

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Secondo un documento segreto scoperto dal Guardian, il governo dell’Ecuador sarebbe pronto a negoziare un accordo del valore di un miliardo di dollari con una banca cinese, per estrarre petrolio in un parco nazionale situato all’interno della foresta amazzonica. L’accordo manderebbe a monte anni di raccolte fondi e di lotte portate avanti dagli ambientalisti per la tutela della zona e i diritti degli indigeni. L’area interessata, il parco Yasuni, è infatti uno dei posti a maggiore biodiversità del mondo.

Trivellare la foresta amazzonica in cambio di un miliardo di dollari. È questo il presunto accordo che ha lasciato sgomenti tutti i gruppi che in questi anni si sono battuti per i diritti umani e della natura. Una proposta, fatta in totale segreto dalla Cina al governo ecuadoriano, che sarebbe stata smascherata dal Guardian. L’accordo riguarda una particolare area, chiamata Yasuni, che nell’ultimo periodo è stata oggetto di una pionieristica iniziativa, la Yasuni-ITT, pensata proprio per proteggere la foresta. La zona, infatti, è uno dei luoghi più ricchi di biodiversità che ci sono al mondo e sede di popolazioni indigene, alcune delle quali, i Tagaeri e i Taromeane, vivono ancora in quello che viene chiamato “isolamento volontario”.

L’area si trova di preciso all’estremità orientare dell’Ecuador, a 250 km dalla capitale e si estende per poco meno di 10mila kmq nella foresta pluviale in Amazzonia. Nel 1989 è stata nominata dall’Unesco riserva della biosfera.foresta-amazzonica

Purtroppo, in quella stessa area, nel 2007, furono individuati dei giacimenti petroliferi stimati in 800 milioni di barili. In quell’occasione, il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, lanciò l’iniziativa Yasuni-ITT, incentrata nel tentativo di salvare quel pezzo di foresta fluviale. Correa pretendeva in pratica che i paesi ricchi pagassero almeno la metà di quello che avrebbe generato la vendita del petrolio in dieci anni, cioè 3,6 miliardi di dollari, al fine di preservare quella parte del “polmone verde della terra”.

Ma, ad agosto dell’anno scorso, i fondi raccolti ammontavano solo a 13 milioni di dollari. Così, Correa decise di abbandonare il progetto, promettendo però di trivellare solo l’un per cento del parco. Il documento che il Guardian ha reso pubblico è arrivato quindi come un fulmine a ciel sereno per gli ambientalisti, perché sarebbe la dimostrazione che il governo ecuadoriano, invece, stava già contrattando in segreto con la China Development Bank. Secondo quanto si apprende anche da Il Fatto Quotidiano, che ha riportato la notizia, “l’accordo prevede un primo investimento di quest’ultima (della banca cinese ndr) di “almeno un miliardo di dollari” che andranno direttamente al “ministero delle finanze o a altra entità decisa dal governo ecuadoriano”.

Le ong coinvolte nell’iniziativa Yasuni sembra siano furibonde per la questione, visto che l’accordo sarebbe iniziato mentre ancora il governo cercava di recuperare fondi per salvare la foresta. Il presunto documento (attualmente non disponibile sul Guardian perché “temporaneamente rimosso dal sito in attesa di un’inchiesta”) porterebbe infatti il nome del ministro ecuadoriano in ogni pagina, nominando un accordo preliminare datato 2009. Purtroppo, ad oggi non si hanno altre notizie certe, anche perché il documento non è più visionabile. Ma se ciò si rivelasse corrispondere a verità, sarebbe una notizia terribile. Innanzitutto per la tutela della biodiversità e delle popolazioni locali e in secondo luogo perché, secondo un sondaggio, una grossa fetta (78-90%) degli ecuadoriani è contraria al trivellamento della regione. Sembra comunque che gli attivisti stiano provvedendo alla raccolta di 600mila firme entro il 12 aprile, per promuovere un referendum che blocchi tutto.

Fonte: ambientebio.it

Shell sospenderà le trivellazioni artiche anche nel 2014

La multinazionale ha ridotto i suoi profitti del 71% nell’ultimo trimestre del 2013 ed ora sta riducendo i costi e non intende rischiare un ulteriore fallimento nell’Artico. Iniziano a sentirsi gli effetti del picco di Hubbert?

Buone notizie per tutti quanto hanno a cuore il fragile ecosistema artico: Shell ha annunciato ieri che sospenderà le trivellazioni artiche nel mare di Beaufort e di Chukci a nord dell’Alsaka anche nel 2014. Nel 2013 la compagnia petrolifera era stata infatti costretta a sospendere le operazioni dopo il grave incidente con la piattaforma Kulluk, arenatasi sulle coste di un parco nazionale (video in alto). Quest’anno la pausa di riflessione è imposta dalle cattive acque in cui naviga la multinazionale che ha visto crollare i suoi profitti del 70% nell’ultimo trimestre. Come scrive il Wall Street Journal, «dopo 10 anni di tentativi di fare crescere la produzione con progetti a lungo termine sempre più onerosi, Shell si focalizzerà sulla riduzione dei costi», vendendo attività improduttive e pagando meno i suoi dirigenti.

Che cos’è questa se non una velata ammissione degli effetti del picco del petrolio? Sembra che per le aziende fossili sia l’ora della ritirata, per leccarsi le ferite. Fossero un po’ più saggi diversificherebbero il loro portfolio con le energie rinnovabili, ma sembrano davvero inestricabilmente ancorati al loro core business.

In questi stessi giorni una corte federale USA ha stabilito che il governo USA al tempo dell’amministrazione Bush non aveva adeguatamente considerato i rischi ambientali connessi alle trivellazioni artiche quando aveva concesso i permessi per le prospezioni. A settembre la Shell è stata multata per oltre un milione di dollari per aver violato il Clean Air Act(1).

Il fallimento della Shell sta avendo un effetto domino sulle altre multinazionali: il vice presidente della russa Lukoil, ha affermato che le trivellazioni artiche sono tropo rischiose per gli investimenti, la francese Total sostiene che non cercherà greggio nell’Artico perché un incidente sarebbe un disastro, mentre la norvegese  Statoil intende dismettere i suoi tentativi polari. La stessa cosa ha affermato ConocoPhillips.

In questo momento di incertezza e di debolezza delle lobby fossili è quanto mai fondamentale che la comunità internazionale faccia sentire la sua voce perchè l’Artico divenga un’area protetta dagli appetiti di militari e petrolieri, come da tempo chiede Greenpeace.

(1) Un milione di dollari è tanto per i comuni mortali, ma per i profitti annui della multinazionale (anche se in declino sono pur sempre 16 miliardi di dollari) è più o meno come per noi offrire un caffè…

Fonte: ecoblog

L’Italia produce il 20% dell’energia fotovoltaica del mondo, ma interessa a qualcuno?

Importa a qualcuno che siamo la seconda potenza fotovoltaica del pianeta? Questo dovrebbe attrarre investimenti, ricerca e innovazione, ma prima dobbiamo rottamare la politica fossile di ENI ed ENELProduzione-fotovoltaico-mondo

L’Italia è la seconda produttrice mondiale di energia da fotovoltaico e con una produzione di18,5 TWh nel 2012 ha raggiunto il 20% della produzione del pianeta. Interessa ancora a qualcuno in Italia la nostra posizione da primato nell’energia solare? Qualcuno ha pensato a un solar pride? Nessuno è fiero di essere (forse ancora per poco) la seconda potenza fotovoltaica del pianeta? Una simile posizione di vantaggio dovrebbe attirare investimenti, ricerca e innovazione, magari a partire dalle più grandi aziende energetiche del paese. Invece ENI ed ENEL difendono il medioevo delle trivellazioni e del carbone e influenzano una stampa prezzolata che intona il piagnisteo del peso degli incentivi ogni volta che si parla di rinnovabili. Secondo uno studio di AGICI-Finanza di impresa, nei prossimi vent’anni le energie rinnovabili porteranno maggiori introiti o minori spese per 228 miliardi a fronte di una spesa di 152 miliardi in incentivi. Un buon investimento. Perchè non lo dice nessuno? Nel 2013 la produzione FV italiana supererà i 21 TWh, ma la la nostra quota sul totale mondiale probabilmente non salirà ulteriormente, visto che nel 2013 è stato installato solo poco più di un GW di nuova potenza FV, rispetto ai 9,4 del 2011 e ai 3,5 del 2012. In questo stesso anno il Giappone è arrivato a quota 7 GW, gli USA a 5, la Cina a 4,3 di nuovi impianti. Del nostro ottimo piazzamento nel campo delle rinnovabili non resterà nemmeno il ricordo, se non sapremo rottamare la politica fossile di ENI ed ENEL.

Fonte: ecoblog

USA, 300 fuoriuscite di petrolio negli ultimi due anni in North Dakota mai rese pubbliche fino ad ora

Il boom del thight oil da fracking ha moltiplicato le trivellazioni e gli oleodotti, che hanno superato i 28000 km, aumentando le probabilità di incidente e contaminazione dell’ambienteDakota-oil-1-586x390

Trecento fuoriuscite di petrolio in meno di due anni nelle campagne del North Dakota: è il lato oscuro del boom petrolifero del tight oil da fracking. La Associated Press ha documentato circa 750 incidenti, finora sconosciuti al pubblico, avvenuti nella filiera del tight oil dal gennaio del 2012, tra cui 300 perdite dagli oleodotti. Questi dati preoccupanti sono venuti alla luce in seguito ad un incidente piuttosto grave che ha causato la fuoriuscita di oltre 20000 barili di greggio all’inizio del mese. Il tight oil è estratto dalla roccia compatta (e non porosa come nel caso del petrolio convenzionale), mediante la contestata tecnica del fracking. I giacimenti sono piccoli, per cui si deve trivellare molto di più, e si devono anche posare molti più km di oleodotti. In North Dakota ci sono oltre 28000 km di oleodotti, oltre il triplo della distanza Roma-Pechino e pari a circa 16 volte il perimetro dello stato americano, un tempo territorio Sioux: è come se ci fossero 150 metri di oleodotto su ogni singolo km² di territorio. Le perdite di petrolio non sono quindi casuali, ma imputabili all’incredibile lunghezza della rete e alla sua crescita tumultuosa (+14% lo scorso anno): la conseguenza inevitabile è una minore qualità delle installazioni e una più scarsa manutenzione. La stessa cosa accade con il gas: le perdite in North Dakota sono pari al 30%, in genere sotto forma di flaring, al punto da illuminare la notte più di una metropoli. Il Dakota Resource Council è un organizzazione ambientalista con una forte base sociale di agricoltori e allevatori molto preoccupati per l’impatto negativo del breve boom dell’olio sul benessere a lungo termine del territorio. Riusciranno a fermare, o almeno a rallentare la devastazione?

Fonte: ecoblog

Trivellazioni nel Parco Yasunì: addio al piano per salvare gli ecosistemi dell’Ecuador

L’Ecuador voleva lasciare intatte le sue riserve sotterranee di greggio, in modo da preservare aree protette come il Parco Yasuní, la zona più ricca di biodiversità dell’intero pianeta. Ma dopo avere raccolto in un solo anno 300 milioni di dollari dalla comunità internazionale, cifra richiesta al mondo da Rafael Correa per compensare i mancati introiti petroliferi, il tutto si è bloccato. Il lavoro del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), incaricato di iniziare con il finanziamento di energie verdi, la riforestazione e i progetti per le comunità locali in alternativa alle trivellazioni, infatti, rimarrà solo un bel sogno infranto. La denuncia arriva da Survival, preoccupata per gli effetti di questa scelta sulle tribù incontattate di quelle terre.parco_yasuni

L’iniziativa Yasuni Ishpingo Tambococha Tiputini (ITT) era nata nel 2007 e proponeva di fermare le trivellazioni petrolifere all’interno del parco a condizione che i sostenitori internazionali raccogliessero una somma di denaro pari a metà del valore stimato delle riserve di petrolio dell’area. Una scelta dovuta al fatto che, in soli quattro decenni, l’industria petrolifera aveva portato a livelli di inquinamento e degrado sociale tali da convincere il Paese del Buen Vivir a cambiare rotta, tutelando in particolare la IITT, una delle aree naturalistiche più importanti del pianeta. Situata all’interno del Parque Nacional Yasuní, è un paradiso per insetti, uccelli, mammiferi e anfibi, che in un solo ettaro ospita fino a 655 specie di alberi, lo stesso numero di quelle in Usa e Canada messi insieme. Un gioiello di biodiversità, sotto cui però si nasconde un altro tesoro: 850 milioni di barili di oro nero, il 20% delle riserve nazionali. Dopo avere provato a compensare le mancate entrate chiedendo il contributo della comunità internazionale (3 miliardi e 600 milioni di dollari), da raccogliere nell’arco di 13 anni, lo Stato sudamericano ha cambiato idea: ora nonostante l’opposizione della nazione, il Presidente dell’Ecuador Rafael Correa ha cancellato il progetto ideato per proteggere dalle trivellazioni petrolifere il Parco Nazionale Yasunì. “Il mondo ci ha abbandonato”, ha dichiarato il Presidente Correa. Ma il problema, ora, oltre a quello di un ambiente che verrà consacrato alle trivellazioni petrolifere è che nel Parco Yasuni abitano diversi popoli indigeni, tra cui le tribù incontattate dei Tagaeri e dei Taromenane. “Le tribù non hanno difese immunitarie verso le malattie portate dall’esterno e qualsiasi contatto potrebbe essere fatale. Molte tribù della regione sono già state decimate a seguito del contatto con gli operai petroliferi”, afferma John Wright di Survival International: “Si pensa, inoltre, che il conflitto tra gli Indiani Waorani locali e le tribù incontattate sia dovuto alla crescente pressione esercitata dai taglialegna e dalle compagnie petrolifere che già operano nell’area”. Nelle scorse settimane, centinaia di manifestanti si sono riversati nelle strade della capitale dell’Ecuador per protestare contro la decisione di Correa. Il loro timore è legato in realtà ad una certezza: le compagnie petrolifere metteranno in pericolo le vite delle tribù incontattate, e devasteranno la preziosa biodiversità del parco come hanno già fatto altrove. Ma sappiamo già come andrà a finire: il mondo si dimenticherà ed abbandonerà presto anche loro.

Fonte: il cambiamento