Contaminava con pesticidi il terreno del vicino, condannato

Con una sentenza importante, il tribunale di Pistoia ha obbligato un agricoltore a contenere le irrorazioni di pesticidi che finivano nel terreno del vicino. Un precedente che può costituire l’ispirazione per tanti che hanno questo grosso problema.pesticidi_atomizzatore

 

Il tribunale di Pistoia con sentenza del 26 agosto 2014 ha ordinato ad un viticoltore di Quarrata, in provincia di Pistoia, di eseguire i trattamenti antiparassitari con modalità che potessero contenere le immissioni di sostanze nocive nella proprietà del vicino (lenta velocità del mezzo di distribuzione, bassa pressione, orientamento dei bocchettoni di irrorazione in direzione opposta al confinante). Per la prima volta il giudice, riconoscendo l’applicabilità dell’articolo 844 del codice civile, ha dichiarato l’intollerabilità delle immissioni di sostanze tossiche nel fondo del vicino ordinando quindi al produttore di trattare il proprio vigneto con accorgimenti che riducano gli impatti derivanti dall’uso di fitosanitari. Tutto è partito da un residente di Quarrata che si è ritenuto danneggiato dalla quantità di diserbanti e/o pesticidi che si depositavano nei suoi terreni, diffondendosi anche all’interno della propria abitazione. Ciò lo aveva portato ad interrompere la coltivazione dell’orto e a tenere chiuse le finestre di casa. Aveva anche fatto analizzare un campione di insalata prelevata dal proprio orto trovando la presenza di rame in concentrazione significativa, mentre rame e pesticidi erano stati rinvenuti in un campione di erba prelevato nella zona di confine. Si è quindi rivolto al tribunale di Pistoia per chiedere di individuare la responsabilità del proprietario del vigneto; il risarcimento dei danni; l’immediata cessazione delle immissioni. Il giudice ha disposto accertamenti tecnici e il consulente ha concluso che risulta impossibile individuare una modalità di irrogazione tale da escludere del tutto il rischio di effetto deriva, però ha indicato una serie di accorgimenti che lo possono ridurre notevolmente. Questi accorgimenti sono gli stessi assunti nella sentenza giudiziaria di Pistoia. Pertanto il consulente ha stabilito che i trattamenti antiparassitari eseguiti dal viticoltore hanno effettivamente provocato l’immissione delle sostanze nella proprietà confinante, ma ha anche dimostrato che diverse modalità di irrorazione dei fitosanitari potevano rendere praticamente irrilevante la loro deriva. Il giudice ha però respinto la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale; ha condannato il produttore vinicolo al pagamento delle spese processuali e di consulenza tecnica d’ufficio e non ha accolto la richiesta del cittadino di vietare l’uso dei fitofarmaci in una zona cuscinetto indicata dal richiedente in almeno 50 metri dal confine. Su questo ultimo punto diverso è stato il pronunciamento del Tar di Trento che, con sentenza del 14 gennaio 2012, aveva di fatto confermato la legittimazione del Comune a stabilire limiti di distanza di nebulizzazione dalle abitazioni, in quel caso fissato in 50 metri.  La sentenza potrebbe e dovrebbe quindi sollecitare una maggiore attenzione delle autorità sull’incremento dell’uso dei diserbanti e sugli effetti negativi che può provocare sulla biodiversità, sugli equilibri ecologici, sulla fauna e flora e sulle acque destinate alla potabilizzazione. Il monitoraggio di ARPAT del 2013 aveva evidenziato un deciso incremento di presenza di residui di fitofarmaci nelle acque superficiali e sotterranee destinate alla produzione di acque potabili. Su questo incremento dei residui di fitofarmaci l’Agenzia ha chiesto attenzione ai gestori dei servizi idrici ed alle ASL inviando la propria relazione a Regione, ASL, Comuni e Gestori dei servizi idrici. Con decreto del 22 gennaio 2014, il Ministro delle politiche agricole, di concerto con il Ministro dell’ambiente ed il Ministro della salute ha adottato il Piano di azione nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari. In Parlamento risultano depositati disegni di legge per limitare l’impiego di sostanze diserbanti chimiche e per regolamentarne l’uso nelle operazioni di manutenzione ordinaria delle strade urbane ed extraurbane e delle aree destinate a verde urbano.  Già l’articolo 19 del decreto legislativo152/2012 aveva stabilito che dall’1 gennaio 2014 gli utilizzatori professionali di prodotti fitosanitari sono obbligati ad applicare i principi generali della difesa integrata che prevede l’applicazione di tecniche di prevenzione e di monitoraggio delle infestazioni e delle infezioni, l’utilizzo di mezzi biologici di controllo dei parassiti, il ricorso a pratiche di coltivazione appropriate e l’uso di prodotti fitosanitari che presentano il minor rischio per la salute umana e per l’ambiente.

Fonte: ilcambiamento.it

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Tribunale penale internazionale per la Chevron: crimini contro l’umanità

Le comunità indigene dell’Amazzonia ecuadoriana hanno portato la Chevron davanti al Tribunale penale internazionale accusando la multinazionale di crimini contro l’umanità perché si rifiuta di bonificare la devastazione provocata nella foresta.chevron_ecuador

I rifiuti ripetuti della Chevron di bonificare ed eliminare la contaminazione tossica della foresta amazzonica ecuadoriana costituiscono un attacco alla popolazione civile e, come tale, questo crimine deve essere oggetto di inchiesta da parte del Tribunale penale internazionale: lo sostengono le comunità indigene impattate dalla devastazione e dall’inquinamento provocato dalla società petrolifera americana. «Nel contesto della legge sui crimini internazionali, la decisione presa dal Ceo di Chevron, John Watson, ha deliberatamente mantenuto e alimentato l’inquinamento ambientale che minaccia la vita delle persone della regione orientale dell’Ecuador» afferma la requisitoria inoltrata al Tribunale internazionale dal procuratore capo Fatou Bensouda nei giorni scorsi in rappresentanza d circa 80 comunità per complessive decine di migliaia di persone. Nel 2011 questi villaggi avevano già ottenuto una vittoria davanti alla corte dell’Ecuador contro la Texaco (acquisita dalla Chevron nel 2001) per l’inquinamento tossico provocato nel lago Agrio in una regione del nordest tra il 1964 e il 1992, contaminazione che aveva provocato emergenze di salute pubblica e devastazione ambientale, oltre a un aumento dell’incidenza di cancro e difetti alla nascita nei bambini dei residenti. L’anno scorso, il Tribunale nazionale ecuadoriano ha confermato il verdetto ma ha dimezzato la multa portandola da 18 miliardi di dollari a 9,5. La Chevron si è ripetutamente rifiutata di pagare quei 9,5 miliardi e ha anche provveduto a smobilitare diverse sedi in Ecuador per sottrarsi alle rivendicazioni di pagamento. I reclamanti definiscono questa condotta «attacchi collaterali multipli contro la sentenza e gli avvocati che rappresentano i villaggi colpiti». Dopo anni di battaglie legali, le comunità intossicate non hanno avuto ancora nessun risarcimento. «Le condizioni di salute oggi delle comunità agricole e indigene delle zone orientali sono pesanti» sostiene il procuratore. «I danni, che sono stati documentati e confermati da innumerevoli ispezioni, hanno conseguenze gravi, l’acqua è contaminata, aumentano i casi di cancro, si riducono gruppi etnici, certi villaggi vengono abbandonati oltre a molto altro che viene qui descritto» aggiunge il procuratore nella sua requisitoria. La richiesta è quella di ritenere questi danni sistematici come crimini contro l’umanità. «È sconcertante vedere che malgrado siano stati utilizzati tutti gli strumenti giuridici possibili, per la Chevron, società petrolifera americana dai profitti miliardari, ci sia ancora sostanziale impunità; tutto ciò sebbene siano evidenti i crimini commessi contro popolazioni vulnerabili» ha detto Pablo Fajardo, avvocato portavoce delle comunità impattate.

Per saperne di più sulla campagna: Chevron Toxico

Fonte: ilcambiamento.it

Centrale idroelettrica a Maratea, residenti sul piede di guerra

I cittadini di Maratea (Pz) chiedono al presidente Pittella di sospendere l’autorizzazione all’impianto sino alla decisione del Tribunale superiore delle acque pubbliche

L’annosa questione della centrale idroelettrica a Fiumicello di Maratea (Pz), piccola frazione marittima del comune ribattezzato anche “La Perla del Tirreno” per le bellezze naturalistiche, tali da aver convinto l’ex sindaco Francesco Sisinni, attuale Direttore Generale del Ministero dei Beni Culturali, a farsi promotore di un’iniziativa volta a riconoscere il territorio di Maratea come patrimonio mondiale dell’Umanità, continua a tenere banco nel piccolo comune lucano. La cittadinanza, riunitasi in un’assemblea pubblica a Villa Tarantini venerdì 7 febbraio (era presente anche il sindaco della cittadina), mostra non pochi segnali di preoccupazione per quest’opera, dai più tacciata come “ecomostro”, che andrebbe ad insistere su uno dei territori meglio conservati della costa tirrenica.

La centrale idroelettrica di Fiumicello verrebbe costruita a monte di questa frequentatissima spiaggia:

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Lo scontro è, nella sostanza, piuttosto complesso, figlio del solito conflitto d’attribuzione di poteri (o meglio, di responsabilità) tra vari enti, istituzioni, uffici tecnici: dall’assemblea di venerdì della cittadinanza infatti è stata fatta una precisa richiesta al presidente neo-eletto Pittella: sospendere l’autorizzazione regionale rilasciata a suo tempo, almeno in attesa che il Tribunale delle Acque si pronunci sui ricorsi presentati dai comitati dei cittadini e dal Comune, che il Tar regionale ha “passato” per competenza a Roma. La richiesta di sospensione in autotutela verrà presentata dall’amministrazione comunale al Presidente della Regione: il pomo della discordia sono i lavori, ufficialmente di restauro dell’impianto già esistente (oggi semi-nascosto dalla boscaglia) ma che in realtà (si vede nel video che vi abbiamo proposto in alto) nasconderebbe ben altro. Un impianto ex-novo, come appurato anche nel corso di un sopralluogo effettuato dai tecnici del Ministero dei Beni Culturali e dall’Ufficio Urbanistico della Regione Basilicata, che in perfetto“Lucanian Style” (quello che impone culturalmente a chi fa il silenzio assoluto su ciò che fa) è avvolto da nebbie di assurdo mistero: un mistero che si infittisce sulle competenze, sull’utilità dell’opera e sull’opera stessa. Un impianto del quale si parla da diverso tempo ma che ha visto una netta accelerata nell’ultimo anno e mezzo e che vedrà la posa della prima pietra per ottobre 2014: come spiegato dal progettista, ing. Masella, il senso dell’opera è quello di divenire un punto ecologico sul mare, operando un abbattimento delle emissioni di Co2 e delle acque reflue e manutenendo con maggior efficacia gli argini del torrente Fiumicello, dal quale ci si vorrebbe approvvigionare. Tuttavia, secondo molti esperti, i salti di quota che il torrente fa nel territorio marateota (soli 4km, impedirebbero lo sviluppo di quei 310kWh di potenza che il progetto prevede di produrre: molto più semplice sfruttare i salti di quota più a monte, evitando così il rischio di costruire lungo l’arenile (o poco più sopra). La caratteristica del territorio marateoto infatti rende tutto vicino e lontano allo stesso tempo: la roccia che scende a picco sul mare, impreziosendone la costa con decine di calette ognuna diversa dall’altra, e per questo ognuna a suo modo incantevole, avvicina enormemente le opere dell’uomo all’acqua del golfo di Policastro.maratea011

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Il Comitato anticentrale ha formalizzato un ricorso al Consiglio di Stato, dopo essersi appellati senza successo al Tar, che ha rigettato la richiesta perché non di sua competenza, inviando gli incartamenti al Tribunale delle acque della Repubblica, a Roma. Tuttavia quest’organo, vetusto come il rudere della vecchia centrale, sul progetto potrebbe semplicemente esprimere un parere, senza quindi risultare in alcun modo vincolante. La società titolare del progetto, Srl Real Estate di Lauria (Pz) ha già provveduto con i primi espropri e tenta in ogni modo di rassicurare la popolazione, preoccupata non solo per l’ambiente incontaminato ma anche per l’impatto che tale opera potrebbe avere sull’economia turistica del territorio (che, fondamentalmente, vive di vacanzieri e villeggianti); i progettisti insistono sul restauro dell’impianto già esistente, senza tuttavia spiegare come il vecchio tracciato sia stato sostanzialmente abbandonato nel progetto, che ne ha individuato uno nuovo (che costeggia la spiaggia di Fiumicello di Maratea).

Fonte: ecoblog