Almacabio: i detergenti ecologici non sono una moda!

Almacabio è un’azienda altoatesina pioniera della detergenza ecobiocompatibile in Italia: è stata la prima a realizzare detersivi e prodotti per l’igiene e la cura della pelle utilizzando materie prime di origine vegetale e completamente biodegradabili. Forte di una costante spinta all’innovazione e alla ricerca, l’azienda si conferma ancora oggi all’avanguardia nel suo settore, con un occhio di riguardo per alcuni elementi legati al bene comune. Per la nostra storia di oggi ci spostiamo in Trentino Alto Adige, dove ha sede una delle aziende pioniere in Italia nella detergenza ecobiocompatibile.

Almacabio crea prodotti per la pulizia della casa e per la cura del corpo, così come linee per il bucato e le stoviglie, con particolare attenzione alla detergenza rivolta sia a persone che soffrono di irritazioni cutanee che a quella per neonati e bambini. Oltre a questi appena descritti, crea anche linee di prodotto per il giardino.

Le materie prime utilizzate per realizzare questi prodotti sono tutte di origine vegetale, nel rispetto di una delle linee guida che da sempre caratterizza l’azienda: quella del rispetto per l’uomo e di conseguenza per l’ambiente, elementi profondamente connessi nella visione aziendale. Almacabio si distingue inoltre per la sua attenzione alla trasparenza nei confronti delle persone, che si traduce nell’impegno per una comunicazione efficace e chiara, soprattutto riguardo il tema della consapevolezza nella produzione e nell’uso dei prodotti. Almacabio idea infatti prodotti altamente concentrati, con un costo ad unità che appare più alto rispetto ai detergenti tradizionali. Però esiste un enorme vantaggio “nascosto”: essendo necessaria una ben minore quantità di detersivo per ogni lavaggio rispetto ai prodotti tradizionali, si finisce per risparmiare, dato che il prodotto altamente concentrato nel tempo dura di più, contribuendo allo stesso tempo al benessere umano e ambientale.10660253_349717815185790_5562056240826814469_n

“Nella fase di test dei nostri prodotti non ci avvaliamo della sperimentazioni sugli animali”, ci racconta Marcella Bondoni, amministratrice di Almacabio. “Cerchiamo di realizzarli con la massima lealtà e sincerità nei confronti della nostra clientela. È molto importante per noi che non si utilizzino prodotti nocivi nella detergenza dei nostri abiti, perché la nostra pelle assorbe questi materiali dannosi. Scegliamo materie prime che siano rapidamente biodegradabili, per noi è l’aspetto più importante”.

Questi aspetti, così come altre linee guida innovative legate al percorso dell’azienda insieme all’Economia del Bene Comune, che approfondiamo qui, fanno di questa azienda un punto di riferimento per la detergenza ecologica in Italia e per la sperimentazione di un nuovo modello economico e aziendale che ponga al primo posto il rispetto per i dipendenti, per i clienti e un’attenzione particolare alla ricerca.

La storia

L’origine di Almacabio si colloca a Ulm, cittadina tedesca, dove negli anni settanta alcuni studenti della locale università decidono di occupare il terreno su cui sarebbe dovuta sorgere una centrale nucleare, vincendo poi la battaglia. Alla lotta parteciparono Alfred, Marga e Carin, studenti appassionati di chimica, design ed economia con in comune il desiderio di lasciare un segno positivo nel mondo. Ideano e realizzano così nel 1974 il primo detersivo ecologico con sapone di Marsiglia in scaglie, ossigeno attivo (percarbonato di sodio) e oli essenziali. Come nome scelgono Almacabio, unendo alle loro iniziali il suffisso bio.

“L’idea di voler produrre detergenti ecologici mi venne quando avevo tre bambini piccoli ed uno dei tre ebbe delle irritazioni sulla pelle”, racconta Bruno Torresan, direttore dell’azienda. “Scoprì che tale irritazione era causata dal detergente per la pelle che utilizzavamo. Fu sempre in quegli anni che venni a conoscenza dell’esperienza dei ragazzi di Ulm, e decisi di investire in questa esperienza”.

Sono anni di grande sperimentazione nel mondo della detergenza ecologica ma il modello, frutto di una visione di evoluzione e ricerca continua, ha successo. Tant’è che nel 1982 Torresan porta il marchio Almacabio in Italia: “da allora è nato un percorso che ci vede continuamente impegnati a trovare soluzioni sempre più efficaci e coerenti nell’ottica delle detergenza ecologica”.10357254_314591605365078_2421564716333680446_n

L’attualità e la ricerca

Nel corso di questo trentennio l’azienda è cresciuta tantissimo: oggi distribuisce i suoi prodotti su tutto il territorio nazionale, europeo e negli ultimi anni si è inserita nel mercato asiatico, in paesi come Taiwan, Corea del Sud e in Cina: “Dai nostri dati e per la nostra esperienza, anche in questi luoghi apparentemente indietro su certe tematiche la consapevolezza della detergenza ecologica è in forte espansione”.

Almacabio è diventata un tale punto di riferimento che, nel corso degli anni, secondo Torresan “sono aumentate le realtà che cercano continuamente di imitare e riprodurre i nostri prodotti. È un aspetto che, analizzato da una particolare angolazione, ci rende orgogliosi e fieri del nostro lavoro”.

Per raggiungere questo risultato è stato ed è fondamentale il ruolo della ricerca interna: Almacabio fin dalla sua nascita investe nella ricerca di nuove materie prime con le quale realizzare nuovi prodotti, e come ci spiega Marcella Bondoni, “se possibile cerchiamo di ricavarle a chilometri zero, valorizzando i materiali che ci circondano. Nella realizzazione dei nostri prodotti seguiamo un disciplinare ben preciso, chiamato Bio C. E. Q., dove tra le linee guida è prevista la categorica esclusione dell’utilizzo di conservanti e profumazioni dannose per la pelle e per l’organismo”.8970_167226270101613_373674273_n

Il disciplinare viene usato per certificare tutti i prodotti di Almacabio e affronta gli aspetti etici, tossicologici, ambientali, chimici e formulativi di ogni ingrediente utilizzato e propone una valutazione oggettiva della stabilità chimica e fisica dei prodotti finiti, oltre al divieto di utilizzare ingredienti di derivazione animale.

“Abbiamo capito che il mercato sta cambiando notevolmente – conclude Bruno Torresan – e che sempre più aziende stanno capendo che tra i pochi valori che durano davvero nel tempo hanno grande importanza la sincerità verso il cliente, la qualità del prodotto, la maniera in cui lo si produce. Il mercato sta cambiando appunto perché premia sempre di più le aziende che curano gli aspetti che non hanno a che fare con il profitto fine a se stesso, ma con un modello di impresa attenta al bene comune e al rispetto del Pianeta”.

Vi rimandiamo a questo link per un approfondimento sulla collaborazione tra Almacabio e la Federazione dell’Economia del Bene Comune, dove affronteremo le azioni messe in pratica dall’azienda in seguito alla stipula del Bilancio del Bene Comune.

Intervista: Daniel Tarozzi

Riprese e montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/03/io-faccio-cosi-203-almacabio-detergenti-ecologici-non-sono-moda/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

In Trentino-Alto Adige apre un parco tecnologico da 120 milioni

Il NOI Techpark di Bolzano ospiterà 60 tra imprese e startup, oltre 20 laboratori e 6 istituti di ricerca. L’ispirazione arriva dalla natura, da sempre «innovatrice». Inaugurato nella serata di venerdì 20 ottobre, il NOI Techpark di Bolzano è la nuova casa dell’innovazione, ponte fra il Nord ed il Sud d’Europa. Alla cerimonia di inaugurazione ha partecipato Maria Elena Boschi, Sottosegretarii alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.KompatscherBoschi

Oltre 20 laboratori, 6 istituti di ricerca di respiro internazionale (Fraunhofer Institute Italia, Eurac Research, Unibz- Università di Bolzano, Centro di sperimentazione agroforestale Laimburg, Eco Research, Agenzia CasaClima), 40 startup e 20 aziende – fra le quali Huawei, Maccaferri, Grandi Salumifici Italiani, Leitner – a formare il cuore già pulsante del NOI Techpark, all’interno dell’area di 12 ettari, per un investimento di 124 milioni di euro da parte della Provincia Autonoma di Bolzano. Un’ex fabbrica di alluminio che, a 80 anni dall’apertura datata 1934, diventa ora un polo di innovazione. «NOI Techpark, con i suoi laboratori e le sue imprese sarà la piattaforma di interscambio tra le best practice imprenditoriali, di innovazione, di ricerca scientifica applicata dell’intero Paese con il Nord Europa» – afferma Arno Kompatscher, presidente della Provincia Autonoma di Bolzano, finanziatrice dell’opera. Sono 4 i settori di eccellenza sui quali incentrerà i propri sforzi NOI Techpark: Green, Food, Ict&Automation, Tecnologie Alpine. Progettato da Claudio Lucchin & Architetti Associati e dallo studio italiano del gruppo Chapman Taylor, Nature of Innovation nasce infatti dal recupero del complesso industriale dell’Alumix di Bolzano, storico stabilimento costruito nel 1937. «Qui passato e futuro si incontrano», spiega Ulrich Stofner direttore del Dipartimento provinciale economia, innovazione ed Europa. L’entrata di NOI Techpark è un edificio chiamato Black Monolith, il monolite nero.NOI_night

La copertura di questo edificio è rivestita con pannelli fotovoltaici scuri e lastre in schiuma d’alluminio scura. «Questo complesso – ricorda Stofner – al momento della sua apertura, nel 1937, era il più grande stabilimento per la produzione di alluminio in Italia. Si tratta di un esempio fantastico di architettura razionalista, ovviamente sotto tutela, che nel NOI Techpark viene integrato con la modernità rappresentata da questo monolite orizzontale, ricoperto proprio di alluminio, simbolo della conoscenza umana, che richiama 2001, Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Una metafora che prosegue con la leggera inclinatura della struttura che serve a ricordare l’essere umano che si alza in posizione eretta man mano che procede nella sua evoluzione. Di fronte all’entrata svetta la torre piezometrica trasformata in opera d’arte contemporanea». Di notte un’illuminazione da set cinematografico esalterà la monumentalità del luogo, segnalando l’incessante lavoro che si svolge all’interno. Si tratta di un quartiere che vivrà in simbiosi con la città: ristoranti; un teatro a gradoni per appuntamenti serali; un centro eventi composto da quattro sale.

Fonte: http://www.ninjamarketing.it/2017/10/23/trentino-noi-techpark-bolzano/

 

 

Acqua potabile: limiti più restringenti per l’arsenico.

 

A rischio 91 comuni del Lazio, 8 in Lombardia, 10 in Trentino-Alto Adige e 19 in Toscana. L’acqua dei rubinetti di 800 mila italiani contiene arsenico oltre la soglia di 10 microgrammi per litro. Ma chi ha bevuto quell’acqua fino adesso corre dei rischi oppure è solo una convinzione amministrativa? La risposta del prof. Vitali (La Sapienza) e Zampetti (Legambiente)

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Dal 1 gennaio è scattato in 40 comuni della Provincia di Roma, Viterbo e Latina il divieto di poter utilizzare come potabile l’acqua dei rubinetti. Ma le zone sottoposte a rischio ordinanza sindacale in particolare per l’arsenico secondo i dati dell’Unione Europea, sono concentrate anche in Toscana, in Lombardia e in Trentino Alto Adige. Nel 2009 secondo l’Ue erano a rischio in Italia circa 1 milione di residenti. Per la trasmissione “Fuori Tg” di Rai Tre sono calate a 800.000. Per Legambiente invece il rischio arsenico è più contenuto e coinvolge solo i comuni della regione Lazio.
La questione dell’arsenico (As) che esce dai rubinetti delle nostre case fu trattata per la prima volta in Europa, dall’OMS all’incirca vent’anni fa. Il suo limite di concentrazione è stato stabilito per la prima volta dalla Direttiva 80/778/EC in 50 microgrammi per ogni litro d’acqua (microgrammi/litro). Ridotto a 10 microgrammi/litro dalla direttiva corrente 98/83/CE (Drinking Water Directive, DWD) recepita in Italia nel 2001 con la legge n. 31. Di deroga in deroga, il divieto però non è mai entrato in vigore, almeno fino al 2013. Infatti quest’anno l’Unione Europea non ha accettato nessuna proposta di deroga, così dal primo gennaio sono scattate le ordinanze dei sindaci delle province di Roma e Viterbo e Latina che, secondo le indicazioni dell’Istituto superiore di Sanità, vietano di bere l’acqua del rubinetto, di usarla per cucinare, lavarsi i denti e fare la doccia a persone con patologie cutanee. Ma chi ha bevuto quell’acqua fino adesso corre dei rischi oppure è solo una convinzione amministrativa? A questa domanda ha risposto durante la trasmissione“Fuori Tg” del 4 marzo 2013 di Rai Tre, il Prof. Vitali docente di Igiene dell’Università “La Sapienza” di Roma. Vitali ha dichiarato che innanzitutto la presenza dell’arsenico nelle acque è un fenomeno naturale. “L’arsenico si trova nel sottosuolo – ha spiegato –soprattutto nei luoghi di origine vulcanica. L’acqua come solvente scioglie l’arsenico dalle rocce e se lo trascina. D’altra parte la sua presenza è un grave fattore di rischio: è una sostanza considerata pericolosa soprattutto nella forma inorganica” cioè se sciolta nell’acqua. Ma come si sviluppa il cancro nella popolazione? “La pericolosità dell’arsenico – ha spiegato Vitali – si è scoperta lentamente nel tempo. I primi casi studio si sono avuti all’estero dove la concentrazione dell’arsenico nell’acqua superava i 500-1000 microgrammi/litro. In queste zone la statistica aveva messo in evidenza un picco di tumori legato alla presenza dell’arsenico nell’acqua potabile. Nel 2004 l’Agenzia Internazionale sul Cancro, anche grazie agli studi riportati nella monografia “L’Arsenico nell’acqua potabile”, ha classificato l’arsenico come cancerogeno di primo livello, cioè sicuramente cancerogeno per l’uomo”.
Ma il nuovo limite entrato in vigore nel 2013, ha chiesto la giornalista Rai Margherita De Medici, tutela il diritto alla salute o il principio di precauzione? Secondo il professore Vitali con un livello di 10 microgrammi/litro “si è nella sfera del principio di precauzione perchè il rischio tumore, legato ad una sostanza cancerogena, dipende dalla quantità della sostanza che si assume e dalla durata nel tempo dell’esposizione. Al di sotto dei 10 microgrammi si ritiene che il rischio di insorgenza tumore nella popolazione sia estremamente raro da poter essere considerato vicino allo zero. Il rischio diventa concreto se la concentrazione è maggiore sopra il livello 50 μg/litro. Di deroga in deroga per nove anni (dal 2004-2006, dal 2006-2009, e dal 2009 al 2012). A seguito del recepimento della dir 98/83/CE, l’Italia, tra tutti gli Stati Membri, nel 2004 ha emanato il maggior numero di deroghe, soprattutto in relazione a parametri di origine naturale e geologica: la situazione al tempo della prima deroga riguardava 10 parametri di rischio e coinvolgeva 13 regioni. Il periodo 2003-2009, grazie agli interventi di investimenti nel settore delle acque potabili , ha visto una sostanziale diminuzione dei casi di deroghe. Nell’ottobre del 2010 la richiesta per la terza deroga si riferisce ad Arsenico, Boro e Fluoro e coinvolge 5 Regioni (in particolare Lombardia, Toscana, Lazio, Campania, Umbria) e 2 Province Autonome (PA Trento, PA Bolzano). La popolazione interessata dalla deroga era pari a 1.020.173 e il valore fissato per deroga Arsenico 50 μg/litro. Nel 2013 il limite di concentrazione dell’arsenico è stato portato a 10 microgrammi/litro. “Le deroghe, inizialmente previste solo come misura transitoria, sono diventate purtroppo un espediente per non fare i necessari interventi di potabilizzazione , ha affermato Giorgio Zampetti, responsabile scientifico Legambiente . Dopo dieci anni dall’entrata in vigore della legge e a due dalla bocciatura dell’Unione Europea, in quasi tutte le regioni il problema è stato risolto, l’unica inadempiente è il Lazio. Un ritardo del tutto ingiustificato e dal 1 gennaio le centinaia di migliaia di cittadini che abitano nei territori coinvolti, non possono utilizzare l’acqua del rubinetto. Al momento la Regione stessa prevede altri due anni per gli interventi, inutile dire però che i tempi devono essere molto più rapidi per garantire un’acqua buona e di qualità che esca dai rubinetto di casa”.

 

 DECISIONE DELLA COMMISSIONE del 28.10.2010 [0,31 MB]

sulla deroga richiesta dall’Italia ai sensi della direttiva 98/83/CE del Consiglio concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano

Fonte: eco dalle città