TAV in Val di Susa, come prendere una decisione?

Ormai da anni il progetto dell’alta velocità in Val di Susa è al centro di un acceso dibattito che vede favorevoli e contrari sfidarsi puntualmente e duramente per far prevalere la propria posizione sul TAV. Lo scontro oggi è più che mai acceso tra le istituzioni, che proprio in questi giorni discutono dell’analisi costi-benefici sulla Torino-Lione, e sostenuto da un’informazione che spesso alimenta la logica delle fazioni. Come prendere una decisione in un simile contesto? Alberto Guggino espone alcuni concetti che dovrebbero essere alla base di qualsiasi scelta di investimento.
La TAVola periodica degli elementi è lo schema con cui sono ordinati gli elementi chimici sulla base del loro numero atomico. Prendendo questo spunto ho cercato di “atomizzare” gli elementi che devono essere alla base di una buona decisione e vi propongo la mia Tavola periodica degli elementi di base con cui si prende una decisione. Di seguito, quindi, potete trovare alcune considerazioni che vanno oltre le posizioni direttamente collegate al TAV e che ritengo servano per una valutazione a monte (parola decisamente appropriata), siano indipendenti da posizioni pro o contro e vadano al di là degli studi specifici (che naturalmente sono necessari, ma di cui non ho grande competenza diretta).

Il problema, a mio avviso, non è relativo all’alta velocità in generale e deve essere considerato sotto molti aspetti. Provo ad esprimere i concetti alla base di una qualsiasi decisione di investimento che un bravo manager/padre di famiglia/imprenditore/amministratore/politico deve considerare prima di prendere una decisione

1) quando si hanno poche risorse finanziarie la scelta delle priorità è fondamentale e deve considerare da una parte le possibili prospettive future e dall’altra il benessere diffuso che ne può derivare. 

2) Una volta analizzati questi aspetti qualsiasi investimento deve essere messo in relazione con altri possibili investimenti, anche in altri settori, in modo da permettere che le risorse finanziarie disponibili (o a debito) producano il maggior risultato per gli abitanti di un territorio limitato o più vasto. 

3) Quando si effettua un investimento di qualsiasi genere occorre considerare il cosiddetto ROI (return on investment), cioè la redditività del capitale investito che misura il rendimento dell’investimento effettuato a prescindere da come è finanziato. 

4) È importante conoscere se l’investimento è fatto con capitali propri o a debito, nel qual caso è importante definire con chi lo si contrae, a che costo e per quanto tempo. 

5) Occorre analizzare in modo dettagliato i futuri costi di gestione e manutenzione

6) Devono essere messi in relazione il costo investimento (quindi il costo di ammortamento suddiviso negli anni di durata previsti), il costo degli interessi e i costi di gestione/manutenzione, con la previsione delle entrate per comprendere la sostenibilità economica.  

7) Deve essere valutato il costo del servizio/prodotto che verrà offerto in modo da verificare se sarà competitivo rispetto ai servizi/prodotti già esistenti, che sono offerti dal mercato di riferimento.

Fonte: Euronews

8) Siccome parliamo di investimenti dello Stato Italiano, a tutte queste considerazioni bisogna aggiungere il valore sociale dell’opera, che assume una dignità almeno pari a quella del ritorno monetario. 

9) A questo punto occorre verificare la sostenibilità ambientale dell’opera e il consumo attuale e futuro di risorse non rinnovabili per evitare una trasformazione irreversibile di un territorio e dell’ambiente in generale; pertanto i relativi benefici per l’immediato potrebbero risultare estremamente compromettenti per le future generazioni. 

10) È necessario effettuare un accurato benchmark, analizzando realtà ed esperienze analoghe, anche in altri Paesi, in modo da valutare in anticipo problematiche, differenze, punti di analogia e studiare l’impatto sociale, economico e ambientale che queste esperienze hanno portato. 

11) Dopo il benchmark si procede con la cosiddetta ristrutturazione, reingegnerizzando prodotto finale e processi per superare i limiti delle altre esperienze ottenendo un miglioramento incrementale qualitativo. 

12) Dopo aver effettuato questi studi, si parte con l’analisi delle problematiche sollevate da chi è contrario al progetto, questo è un elemento indispensabile in una democrazia e permette, nel caso l’opera venga realizzata, di ridurre i potenziali rischi di insuccesso, considerando gli “oppositori” come essenziali risorse per la costruzione di una società migliore per tutti. 

13) nel caso di un investimento pubblico è interessante capire se ci sono imprenditori e/o finanziatori interessati a partecipare al capitale di rischio. Se tale opera è interessante per un imprenditore, presumibilmente questi parteciperà almeno in parte con capitali propri; occorre diffidare dagli imprenditori o dalle categorie di imprenditori che auspicano la realizzazione di un’opera senza impegnarsi a partecipare al capitale da investire. 

14) Qualsiasi progetto non può prescindere da un’analisi di contesto, ma soprattutto da quello che viene chiamato “Approccio Sistemico” (metodi che risalgono ad Aristotele e Leonardo). È utile analizzare la situazione e le prospettive europee e mondiali, ad esempio valutare se l’opera può essere parte di un progetto più ampio e verificarne la disponibilità e l’impegno di altri Paesi a procedere in tal senso. 

15) Nel caso ci siano finanziamenti a fondo perduto, tutti i punti precedenti non decadono, pertanto tali finanziamenti vanno considerati unicamente come un’opportunità per la riduzione dei costi per gli interessi per il prestito a debito, e nel caso non vengano attivati perché l’opera non si realizza, non devono essere considerati un’occasione persa, perché se l’investimento non rispondesse ai precedenti punti sarebbe solo uno spreco inutile, e le risorse sarebbero così indirizzabili ad altri progetti.  

16) Sarebbe opportuno inoltre valutare il Life Cycle Assessment o LCA (in italiano la valutazione del ciclo di vita), un metodo che valuta un insieme di interazioni che un prodotto o un servizio ha con l’ambiente e l’impatto ambientale (positivo o negativo) che scaturisce da tali interazioni. Nella sua forma più completa, il Life Cycle Assessment considera l’intero ciclo di vita, includendo quindi le fasi di preproduzione (quindi anche estrazione e lavorazione delle materie prime), produzione, distribuzione, uso (quindi anche riuso e manutenzione), riciclo e smaltimento finale (norme ISO 14040 e ISO 14044).

Dopo tutte queste considerazioni, deve partire un’analisi che valuti se le opportunità offerte dal nuovo investimento non possano essere realizzate utilizzando e adeguando strutture preesistenti, la blue economy recita: lavoriamo prima di tutto su quello che abbiamo. Il metodo giapponese definito kaisen afferma che invece di raggiungere un’innovazione al 100% dopo molto tempo è meglio agire subito e così si ottiene il 60% dei risultati attesi in tempi rapidi e con minori investimenti. La vision della strategia kaizen è quella del rinnovamento a piccoli passi, da farsi giorno dopo giorno, con continuità, in radicale contrapposizione con concetti quali innovazione, rivoluzione e conflittualità di matrice occidentale. La base del rinnovamento è quella di incoraggiare ad apportare ogni giorno piccoli cambiamenti, il cui effetto complessivo diventa un processo di miglioramento dell’intero processo preso in esame, a costi molto ridotti e ad efficacia immediata e continua nel tempo. Fin qui non abbiamo considerato in nessun modo gli aspetti di una visione della società legata a differenti approcci “politici” e “ideali” (non ideologici) o di un “modello di sviluppo del benessere”. Pertanto è necessario comprendere in quale direzione vogliamo o siamo costretti ad andare a causa dei cambiamenti climatici e delle opportunità offerte dalle nuove tecnologie. Cambiano i paradigmi e certe idee di modernità diventano obsolete e superate. Da un punto di vista invece prettamente politico: abbiamo bisogno di spostare noi stessi o le merci sempre più velocemente? Oppure abbiamo bisogno di poter fare esami o interventi per la nostra salute in tempi utili per impedire il progredire di una malattia? Abbiamo bisogno di treni veloci per raggiungere mete, saltuarie per la maggior parte delle persone, o abbiamo bisogno di muoverci in città o dalla campagna alla città tutti i giorni, in maniera decente, con dei servizi sufficienti e decorosi? Sull’economia in generale e sul mondo del lavoro in particolare hanno un impatto maggiore tante piccole opere o una grande opera?  

Naturalmente ancora meglio sarebbe una progettazione partecipata, ma tutto quello che ho espresso è realizzabile, per la progettazione partecipata, ad esempio con gli stakeolder, i tempi devono ancora maturare… ma è auspicabile per stimolare e ottenere i benefici di quella che gli studiosi chiamano “intelligenza collettiva” molto più evoluta dell’intelligenza artificiale di cui tanto si parla.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/02/tav-val-di-susa-come-prendere-decisione/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Treni, in Piemonte scende il numero dei pendolari. Legambiente: “Servono risorse per il servizio regionale. Tav è una falsa priorità”

Legambiente presenta Pendolaria, il Rapporto sullo stato del trasporto ferroviario in Italia “Nel 2019 si rischia un taglio del servizio. Basta parlare di Tav; qual è la strategia di Governo e Regione per i pendolari?”

C’è un’Italia in movimento, che aspetta il treno. Il trasporto ferroviario è un po’ lo specchio del Paese e delle sue contraddizioni, con segnali di straordinaria innovazione e regioni dove, invece, il degrado del servizio costringe centinaia di migliaia di persone a rinunciare a prendere il treno per spostarsi. A raccontare quanto succede sulle ferrovie italiane è il rapporto Pendolaria di Legambiente, che dal 2008 analizza ogni anno la situazione del trasporto ferroviario in Italia, con numeri e storie e il duplice obiettivo di illustrare i risultati di politiche e investimenti e di dare forza alla costruzione di un paese più sostenibile. Il numero dei passeggeri a livello nazionale aumenta, toccando quota 5,59 milioni e segnando un nuovo record rispetto al 2012 (+7,9% in 4 anni). Sono infatti 2 milioni e 874 mila coloro che ogni giorno usufruiscono del servizio ferroviario regionale e 2 milioni e 716 mila quelli che prendono ogni giorno le metropolitane, presenti in 7 città italiane, in larga parte pendolari. E per entrambi i numeri sono in crescita, come per l’alta velocità. Ma il paradosso c’è: diminuiscono i chilometri di linee disponibili e la crescita nasconde differenze rilevanti nell’andamento tra le diverse Regioni e tra i diversi gestori. In alcune parti del Paese la situazione è migliorata, mentre in altre è peggiorata e si è ampliata la differenza nelle condizioni di servizio. Se tra Firenze e Bologna, per esempio, l’offerta di treni non ha paragoni al mondo, con 162 treni che sfrecciano a 300 km/h nei due sensi di marcia ogni giorno, in diverse parti del Piemonte migliaia di persone non prendono più il treno per via dei tagli e del degrado del servizio. Il trasporto ferroviario soffre in particolar modo della riduzione dei finanziamenti statali, con una diminuzione delle risorse stanziate tra il 2009 e il 2018 pari a -20,4%, a cui si potrebbe aggiungere nel 2019 un ulteriore taglio di 300 milioni, per una clausola di salvaguardia nella legge di Bilancio che ha buone probabilità di scattare vista la situazione economica. A quel punto le risorse in meno sarebbero oltre il 6%, rispetto allo scorso anno, con la conseguenza di vedere meno treni nelle Regioni.

“In Piemonte i dati indicano che l’emorragia di pendolari degli anni scorsi non si è ancora arrestata. Per questo ci auguriamo che la riapertura ad inizio anno della linea Saluzzo-Savigliano non resti una notizia positiva ma isolata, e che vengano gettate le basi per la riapertura di tutte le linee tagliate nel 2011 –dichiara Fabio Dovana, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta-. Quella delle grandi opere è una falsa priorità e i numeri lo dimostrano in modo lampante. Il vero deficit da colmare è nelle città e in un servizio ferroviario regionale con troppe carenze. Più che di una sterile e inopportuna campagna pro-Tav il Piemonte ha bisogno di affrancarsi dal ruolo di fanalino di coda tra le regioni del Nord Italia, investendo con forza a favore di un trasporto ferroviario pendolare di qualità”.
In Piemonte nel 2017 sono state in media 166.445 le persone che ogni giorno hanno preso un treno, in diminuzione rispetto al 2016 quando si attestavano a 167.556 mila. Per tornare almeno ai 175.400 viaggiatori del 2011, anno in cui sono state cancellate 14 linee cosiddette “minori”, per Legambiente servono maggiori investimenti. In Piemonte gli stanziamenti per il servizio ferroviario si attestano a 5,51 milioni di euro l’anno, appena lo 0,05% del bilancio regionale. Il paragone con le vicine regioni del Nord Italia non regge: la Lombardia stanzia per il servizio ferroviario 176 milioni di euro, l’Emilia Romagna 37 milioni di euro, il Veneto 16,7 milioni.

L’Italia, insomma, è spaccata a metà, con 9 Regioni e le due Province autonome in cui i passeggeri sono aumentati e 10 in cui sono diminuiti o rimasti invariati. Cresce il numero di persone che prende il treno al nord – come in Lombardia (750 mila), è triplicato dal 2001 in Alto Adige, raddoppiato in Emilia-Romagna, cresciuto di 60 mila in Puglia. Analoghi i successi della metropolitana a Milano (con più passeggeri delle altre 6 città italiane dotate di metro), dei tram a Firenze e a Bergamo. Molto diversa la situazione del Piemonte dove a causa delle linee soppresse i passeggeri sono calati del 4,4% mentre è drammatica in particolare la situazione in Sicilia, dove si è passati da 50.300 a 37.600 viaggiatori (dal 2009 ad oggi) in una Regione con 5 milioni di abitanti e grandi spostamenti pendolari, e in Campania dove si è passati da 413.600 viaggiatori a 308.500 (ma con un trend in risalita negli ultimi anni).
“Sono tanti i segnali positivi dalle città e dalle Regioni –commenta Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente– che mostrano una disponibilità delle persone a usare treni e trasporto pubblico locale, confermata da tutte le indagini. Quest’anno raccontiamo con tante storie proprio come ovunque siano arrivati nuovi treni, sia stato migliorato il servizio e il numero dei passeggeri sia cresciuto in modo esponenziale. Ma sono troppe le Regioni in cui, al contrario, è stato ridotto il numero dei treni, sono diminuiti anche i pendolari che ne usufruiscono e sono stati costretti a usare i mezzi privati. I risultati prodotti dagli investimenti dimostrano che si può davvero migliorare la vita delle persone, riducendo l’inquinamento e le emissioni di gas serra generate dai trasporti, ma occorre avere una chiara idea dei problemi da affrontare, per allargare il cambiamento a ogni parte d’Italia. Se si vuole davvero migliorare la situazione per i pendolari, gli ambiti di intervento sono quattro: aumentare le risorse, coordinare e controllare quanto avviene sulla rete, cambiare le priorità infrastrutturali e fermare il taglio delle cosiddette linee secondarie. Ad oggi –prosegue Zanchini– non si è capito quale idea abbia il governo per il rilancio dell’offerta per i pendolari e per il trasporto pubblico locale. Si fa un gran parlare di Tav, ma il rischio è che come nelle precedenti legislature vadano avanti solo le autostrade, mentre le opere che servono ai pendolari rimangono ferme, rinviate e incompiute”.

Il cambiamento avvenuto negli spostamenti nazionali è rilevante, con numeri comunque inferiori rispetto alle tratte regionali: 40 mila persone circa che prendono ogni giorno gli Intercity e 170 mila l’alta velocità (tra Frecce di Trenitalia e Italo) per spostarsi su collegamenti nazionali. Le persone che prendono il treno ogni giorno aumentano sia sui treni a lunga percorrenza, in particolare con il clamoroso successo dell’alta velocità, sia sui treni regionali e sulle ferrovie metropolitane, purché ci siano. Perché se in questo inizio di secolo sono state costruite nuove linee ad alta velocità per
1.213 chilometri, nel frattempo sono avvenute cancellazioni per 1.120 km è sospensioni in altri 321 km, in territori rimasti ora senza collegamenti ferroviari. Come poche volte in passato, i pendolari sono stati al centro degli annunci del ministro delle Infrastrutture in questo inizio di legislatura. E nel contratto di governo tra i due partiti che compongono la maggioranza l’impegno è scritto con chiarezza. Tuttavia, in questi mesi, anche in conseguenza del crollo del viadotto Morandi a Genova, al centro dell’attenzione politica ci sono state le scelte sulle grandi opere. Nella legge di bilancio ci sono alcune misure positive per interventi nelle città e sulla rete ferroviaria. Inoltre è stato istituito un fondo presso il ministero dell’Economia finalizzato al rilancio degli investimenti delle amministrazioni centrali dello Stato e allo sviluppo del Paese e una quota del fondo è destinata alla realizzazione, allo sviluppo e alla sicurezza di sistemi di trasporto pubblico di massa su sede propria. Purtroppo negativa e in continuità con il passato è la scelta di destinare ingentissime risorse all’autotrasporto anche in questa legge di bilancio. Sono stanziati 1,58 miliardi di euro per le esenzioni dell’accisa all’autotrasporto merci, a cui si sommano 240 milioni di euro per rimborsi vari. Va ricordato poi che nel decreto Genova sono stati previsti 20 milioni di euro per gli autotrasportatori. Secondo Legambiente se il ministro Toninelli vuole davvero rilanciare il trasporto ferroviario pendolare deve aumentare le risorse, perché quelle attuali sono di oltre il 20% inferiori al 2009, e rischiano di ridursi ulteriormente se non si blocca la clausola nella legge di bilancio. Il ministero delle Infrastrutture deve poi esercitare un vero ruolo di coordinamento e controllo sulla rete, per evitare che continuino tagli e disservizi in alcune Regioni. E occorre cambiare le priorità infrastrutturali: mancano 10 miliardi di euro per le 26 incompiute che servono ai pendolari italiani, individuate da Legambiente, mentre sono previste ingenti risorse per autostrade e altre strade. Secondo Legambiente, la sfida per il rilancio del servizio ferroviario in Italia consiste nel puntare sulle città,che sono il cuore della domanda di trasporto nel nostro Paese, sul Sud, dove i ritardi e i problemi sono incredibili, e su un progetto di mobilità sostenibile per la grande area inquinata della Pianura Padana. “Nel rapporto presentiamo proposte concrete che consentirebbero di rilanciare le città e l’economia italiana. Ci auguriamo che il governo del cambiamento scelga di percorrere questa strada” aggiunge Zanchini.

 Legambiente sottolinea come nel bilancio dello Stato già esistano le risorse per realizzare un salto di qualità nel servizio ferroviario. Il problema è di indirizzare le rilevanti risorse presenti in maniera differente rispetto ad oggi, ridisegnando con chiari obiettivi le entrate legate ai trasporti (accise, Iva, tariffe autostradali, ecc.) e le voci di spesa (sussidi all’autotrasporto, servizio ferroviario, infrastrutture). In particolare per rilanciare il trasporto ferroviario servono risorse per: potenziare il servizio ferroviario regionale, e per garantire che il numero di treni sulla rete aumenti servono almeno 500 milioni di euro all’anno da destinare al fondo per il TPL e il trasporto ferroviario regionale per potenziare il servizio al sud con Intercity e Frecce; rilanciare gli investimenti infrastrutturali davvero utili al sud e nelle città, garantendo che almeno 2 miliardi di euro all’anno dei fondi introdotti con le Leggi di Bilancio 2018 e 2019 per gli investimenti dello Stato siano indirizzati a nuove linee di tram e metropolitane nelle città; acquistare nuovi treni per potenziare il servizio regionale e intercity, aggiungendo agli investimenti previsti almeno 600 milioni di euro all’anno per continuare il rinnovo del parco regionale circolante.

Dossier completo:

Fonte: ecodallecitta.it

Pendolari, le linee peggiori: ecco le vere opere incompiute

Ogni giorno dodici milioni di italiani sono costretti a fare i conti con il degrado ed i ritardi che da sempre caratterizzano le linee ferroviarie regionali del nostro Paese dove nulla è cambiato. Così, mentre si continua a discutere di TAV e grandi opere, i pendolari sono puntualmente esasperati da disagi e scarsa qualità dei servizi. Altro che autostrade pedemontane e Tav, le vere incompiute italiane sono 26 opere, bloccate e senza risorse, che aiuterebbero invece a migliorare la vita dei pendolari. Linee di metropolitane e tram e collegamenti ferroviari di cui potrebbero beneficiare oltre 12milioni di persone se si investisse in una cura del ferro nelle città italiane, in particolare al Sud dove i ritardi sono enormi, e su linee dove da anni si promettono miglioramenti per il trasporto delle persone e delle merci. Come ogni anno, all’entrata in vigore dell’orario invernale, Legambiente presenta “Pendolaria”, una prima analisi della situazione del trasporto ferroviario regionale nel nostro Paese. L’obiettivo è di sottolineare l’importanza e l’urgenza di migliorare il trasporto pubblico su ferro, offrendo un’alternativa più competitiva, economica e sostenibile all’automobile. Il dossier si concentra sugli investimenti infrastrutturali su cui nei prossimi anni il nostro Paese ha scelto di impegnarsi; e, purtroppo, le risorse mancano proprio per le opere più urgenti e importanti per i pendolari.

Il secondo punto analizzato da Legambiente riguarda i tagli al servizio ferroviario regionale – da cui si evidenzia che dal 2010 a oggi il numero di treni regionali in circolazione è sceso del 4,7% – accompagnati in quasi tutte le Regioni da un aumento delle tariffe. La terza questione evidenziata è l’età dei treni in circolazione – circa 16 anni – rispetto a cui si può finalmente parlare di buone notizie, ma anche di grandi differenze tra le Regioni, con il Sud che rimane indietro. Per i pendolari, sulle 10 linee peggiori d’Italia nulla è cambiato. Non c’è nessuna buona notizia da trasmettere rispetto alla situazione che vivono coloro che ogni giorno prendono i treni sulle tratte ferroviarie Roma-Lido, Circumvesuviana, Reggio Calabria-Taranto, Verona-Rovigo, Brescia-Casalmaggiore-Parma, Agrigento-Palermo, Settimo Torinese-Pont Canavese, Campobasso-Roma, Genova-Savona-Ventimiglia e Bari-Corato-Barletta. Stesse linee, stessi treni, stessi disagi, a testimoniare la scarsa qualità del servizio che accomuna diverse aree del Paese, che la campagna Pendolaria di Legambiente continua a denunciare.

“Quando si parla di incompiute in Italia – commenta il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini –  ci si concentra sempre sulle grandi opere, senza considerare quelle da realizzare dove, in realtà, si trova larga parte della domanda di trasporto. Nelle aree urbane vive il 42% della popolazione nazionale, ed è qui che sono i maggiori ritardi infrastrutturali rispetto al resto d’Europa, e soprattutto congestione del traffico e inquinamento. Dal 2002 a oggi – prosegue Zanchini – i finanziamenti statali hanno premiato per il 60% gli investimenti in strade e autostrade. Queste priorità vanno cambiate altrimenti sarà impossibile dare una speranza ai pendolari. Per questo chiediamo che le 26 opere prioritarie per i pendolari, oggi ferme e senza risorse sufficienti, diventino la priorità di investimento dei prossimi anni. Va inoltre potenziato il numero di treni in circolazione, in particolare nelle città e al Sud, per dare un’alternativa rispetto all’auto ogni giorno a milioni di persone. Il governo del cambiamento si impegni in questa direzione a partire dalla legge di Bilancio, dove purtroppo non ci sono le novità che i pendolari attendevano”.

Le 26 opere incompiute che secondo Legambiente devono diventare la priorità di intervento nei prossimi anni, nelle città e nei territori italiani, sono linee di metropolitane e tram indispensabili a recuperare i problemi di congestione del traffico a Roma, Torino, Bologna, Palermo, Cagliari. Linee ferroviarie al Sud che versano in uno stato di degrado senza speranza dalla Calabria alla Sicilia, dal Molise alla Sardegna, alla Puglia. E collegamenti ferroviari al Sud come al Nord che risultano fondamentali per le merci (come dal porto di La Spezia al Brennero, o da quello di Ancona a Roma) e per i collegamenti tra tanti centri rimasti in questi anni senza un servizio degno di questo nome (in Piemonte sono state tagliate 14 linee per 480 chilometri). Interventi distribuiti in tutta Italia, che comporterebbero una spesa limitata rispetto alle solite grandi opere, ma che sembrano condannati a non vedere mai la luce, dato che per la loro realizzazione mancano risorse pari a quasi 10,8 miliardi di euro. La ragione? Si continua a investire nelle strade e autostrade. Come dimostrano i dati degli interventi realizzati durante la scorsa legislatura: 3.900 km tra strade provinciali, regionali e nazionali, 217 km di autostrade, 62,6 km di linee ferroviarie ad alta velocità, 58,6 km di metropolitane, 34,5 km di tramvie. Inoltre sono state sospese o cancellate linee ferroviarie per 205 km. Sul fronte dei tagli ai servizi ferroviari regionali va sottolineato quanto avvenuto in particolare nel Sud Italia, dove tra il 2010 e il 2018 si è tagliato del 33,2% il numero di treni in circolazione in Molise, del 15,9% in Calabria, del 15,1% in Campania, del 6,9% in Basilicata e del 5,6% in Sicilia. La Liguria ha invece il record per l’aumento del costo dei biglietti del 49%, seguono Campania e Piemonte con aumenti rispettivi del 48,4% e del 47,3%. L’età media nazionale dei convogli è la buona notizia per i pendolari, secondo un trend iniziato negli scorsi anni con l’immissione di nuovi convogli da parte di Trenitalia, attestandosi sui 15,4 anni, contro i 16,8 anni dell’anno scorso e i 18,6 di tre anni fa. Ma con un miglioramento avvenuto soprattutto al Nord e al Centro, dove è diminuita l’età media e il numero di treni con più di quindici anni di età (quando i treni cominciano ad avere problemi sempre più rilevanti di gestione e manutenzione) per l’immissione di nuovi convogli (come nel Lazio, in Veneto, Lombardia, Toscana ed in Emilia-Romagna) e di dismissione di quelli più vecchi. In Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna si vedranno miglioramenti nei prossimi anni grazie agli investimenti programmati nei Contratti di Servizio con Trenitalia. Nel Lazio si divarica la differenza tra le linee gestite da Trenitalia, dove procede il rinnovo del parco circolante, e quelle gestite da ATAC dove invece i treni sono sempre più vecchi e il degrado riguarda anche le stazioni e il servizio.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/pendolari-linee-peggiori-opere-incompiute/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

India, sui treni il pasto si ordina con un click

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In India ogni giorno 23 milioni di passeggeri viaggiano su 65mila chilometri di ferrovia, uno dei mezzi di trasporto più usati nel Paese soprattutto per coprire lunghe distanze. Milioni di passeggeri spesso affamati, a causa della scarsa presenza di vagoni ristorante e della cattiva qualità del cibo proposto, problemi che da qualche tempo è possibile aggirare con un click. Un nuovo servizio permette di scegliere fra una selezione di ristoranti: si ordina il cibo e dopo qualche click il piatto viene fatto trovare alla stazione desiderata e consegnato di persona.

“Ho appena scaricato l’app, e stavo pensando di ordinare e provare il servizio per la prima volta”, dice un nuovo cliente. Un nuovo mercato in cui stanno entrando ristoranti internazionali e locali che si appoggiano per la distribuzione ad una piattaforma specializzata, TravelKhana, fondata da Pushpinder Singh.

“Ero ad una stazione dove c’era stato un incidente e i treni erano fermi. Per molte ore i passeggeri dei treni sono rimasti senza cibo e acqua”, racconta spiegando come è nata l’idea. A causa dei frequenti problemi di connessione è possibile ordinare il cibo anche via sms. Il prossimo passo sarà installare alcune cucine direttamente nelle stazioni per preparare i pasti.

Fonte:  Askanews

Giovani senza motore: si comincia dagli Stati Uniti?

Un nuovo studio USA fa scalpore: le ultime generazioni americane si stanno allontanando dall’automobile, che scende (per la prima volta) dell’1,5% tra le scelte di mobilità quotidiana. Un cambiamento importante, ma che non deve far perdere di vista i numeri: l’auto rimane un mezzo usato abitualmente dal 90% dei giovanissimi380714

Un recente studio americano, pubblicato ad ottobre 2014 da PossU.S. Pirg Education Fund e Frontier Group sta facendo discutere negli Stati Unitiper la prima volta l’automobile perde punti tra le ultime generazioni. Non solo in senso metaforico (l’auto non è più un mito per la maggior parte dei ragazzi nati attorno al 2000, i cosiddetti Millennials – più o meno dai 16 ai 24 anni – a differenza di quanto accaduto finora per tutte le generazioni del dopoguerra), ma anche a livello percentuale nel modal share. Ossia, tra i mezzi di trasporto usati quotidianamente, l’automobile ha subito la prima inversione di tendenza da decenni: – 1,5%.  La riduzione è limitata alla generazione 16-24, ma proprio per questo è rilevante: non si tratta di un calo generalizzato, motivato dalla crisi economica e dei consumi, ma di una vera e propria scelta generazionale. La generazione più giovane oltretutto, un elemento quanto mai promettente per il futuro.
A conferma dell’inversione di tendenza, crescono, rispetto alle scelte delle generazioni precedenti, anche l’abitudine ad usare la bicicletta, a muoversi a piedi e – con un’impennata notevole e significativa per le scelte di politica urbana- i mezzi di trasporto pubblici(Fig 1) I dati sono confortanti anche quando, invece del confronto tra le ultimissime generazioni, prendiamo in considerazione il decennio 2001 – 2009 (Fig. 2): l’America completamente auto-centrica a cui eravamo abituati sta cambiando faccia: rispetto al 2001, i giovani di età compresa tra i 16 e i 23 anni hanno aumentato i propri spostamenti in bicicletta del27%, a piedi del 16%, sui mezzi del 4% – proporzioni curiosamente invertite rispetto al confronto tra Millennials e generazione precedente – mentre quelli in automobile sono calati del 15%.
Ottime notizie, che non devono però far perdere di vista la realtà dei numeri. Nonostante l’inversione di tendenza in atto, anche per la generazione più giovane l’automobile resta il mezzo più diffuso. Il calo dell’1,5% si innesta comunque su una percentuale altissima: l’automobile è un mezzo di trasporto usato abitualmente (NB: da quotidianamente ad almeno una volta a settimana) dal 90% dei giovanissimi. I mezzi pubblici vengono usati abitualmente dal 20% di loro (era appena l’8% per la generazione prima), la bicicletta dal 19%, e i piedi – per spostamenti che prevedano di camminare per diversi isolati – da circa il 47%.

Leggi il rapporto: Millennials in Motion: Changing Travel Habits of Young Americans and the Implications for Public Policy

Fonte: ecodallecitta.it

Bari, dalla stazione all’aeroporto in 14 minuti. In treno come nelle grandi città europee

Non è una metropolitana e nemmeno una tratta dedicata (punto -punto) come a Roma e Milano. Il nuovo collegamento ferroviario è un “passante” e collega l’aeroporto con le stazioni di Barletta e di Bari. Nel futuro, si potrà arrivare in aeroporto direttamente da Foggia e da Brindisi375707

Il passante ferroviario collegherà l’aeroporto di Bari alla stazione centrale e grazie al sistema di interoperabilità della rete connetterà il Karol Wojtyla al Nord e al Sud della Puglia. Il giornalista Paolo Ruscitto ha realizzato nel dicembre scorso per Controradio un’intervista all’ing. Massimo Nitti direttore generale della Ferrovie del Nord Barese. Nell’intervista si prevedeva che entro l’estate del 2013 ci sarebbe stata la consegna dei lavori. Rispettati dunque i programmi. L’ing. Nitti spiega che le stazioni di Fiumicino (Roma) e di Malpensa (Milano) sono stazioni di testa, cioè stazioni terminali. Il nord (Foggia) e il sud della Puglia (Brindisi e Lecce), invece quando saranno terminati i lavori di interoperabilità, saranno direttamente collegati all’aeroporto senza operare nessun interscambio anche con l’utilizzo dei Treni veloci di Trenitalia. Questo dunque è solo il primo passo. In questo primo step il collegamento con frequenze di 40 minuti avverrà da Barletta e da Bari con le Ferrovie del nord est barese. Oggi presso la stazione delle Ferrovie del Nord Barese (piazza Moro), il presidente della regione Nichi Vendola, il sindaco Michele Emiliano e il consigliere per i Trasporti Antonio Decaro, hanno presentato la nuova linea ferroviaria che collega la stazione centrale con l’aeroporto di Bari Karol Wojtyla. Inaugurata anche la fermata di viale Europa (vicino alla cittadella della Finanza). Chi vorrà acquistare i biglietti potrà farlo anche attraverso il sito di Aeroporti di Puglia (www.aeroportidipuglia.it). Quella della biglietteria ferroviaria è infatti una nuova sezione del servizio Pugliavola biglietteria online di Aeroporti di Puglia, grazie al quale gli utenti possono effettuare gli acquisti di biglietti aerei, del servizio Pugliairbus, oltre a quelli della nuova tratta ferroviaria. Gli utenti interessati potranno – previa iscrizione – accedere ad un’area riservata del sito dove procedere all’acquisto di tutte le tipologie di biglietto. Ad iscrizione effettuata riceveranno una email di conferma della registrazione e un Sms sul proprio cellulare con la relativa password di accesso. Per quanto riguarda l’acquisto di biglietti per i collegamenti di Ferrotramviaria Spa in partenza o in arrivo dall’aeroporto di Bari, si ricorda che il biglietto emesso sarà valido per una corsa semplice nella data indicata. Il sistema consente l’acquisto di biglietti per singola tratta sino ad un numero massimo di 6 passeggeri. I biglietti emessi sono consegnati in modalità elettronica ed inviati anche via email.

Fonte: eco dalle città

Treno a levitazione magnetica: in Giappone si testa un siluro da 500 km/h

Dopo decenni di studi sta per essere testato un treno che annulla l’attrito con i binari e raggiunge velocità altissime in grado di coprire in 40 minuti il tragitto fra Tokyo e Nagoya113147204-586x378

In Italia il braccio di ferro della Tav riempie le pagine di giornale da un paio di decenni, con maggiore e minore intensità. Il dibattito fra i Sì e i No Tav resta acceso, nonostante l’opera sia economicamente irrealizzabile e, per giunta,logisticamente inutile in un’ottica di lungo termine. E mentre qui continua il dibattito sul treno da 300 km/h, in Giappone stanno per iniziare i test di un treno che renderà di colpo un ferrovecchio ogni nostra “freccia”. Le ferrovie del Sol Levante hanno annunciato l’inizio dei test per un nuovo treno a levitazione magnetica che sarà in grado di raggiungere la velocità di 500 km/h. Già nel 1996 fu costruito nella prefettura di Yamamashi una linea sperimentale di 18,4 km, sulla quale un prototipo aveva raggiunto la velocità di 587 km/h. Ora la linea verrà estesa fino a 45,8km e a settembre inizieranno i test per i treni destinati all’utilizzo commerciale. Il Giappone è sempre stato all’avanguardia nei treni ad alta velocità, basti pensare che i primi modelli entrarono in funzione nel 1964 per unire Tokyo e Osaka (a tutt’oggi l’unica linea di alta velocità, insieme alla Parigi-Lione, con un bilancio in attivo). Attualmente i treni ad alata velocità consentono di compiere il tragitto fra Tokyo e Nagoya in 90 minuti, con i treni a levitazione magnetica si impiegherebbero 40 minuti. Il progetto dovrebbe entrare in funzione nel 2027 per poi estendere il raddoppio della linea fino a Osaka entro il 2045. Rimanendo sollevati grazie alla forza di elettromagneti, i treni devono vincere solamente la resistenza all’aria e non l’attrito con le rotaie. Oltre ai guadagni in termini di velocità i treni riducono notevolmente l’inquinamento acustico. Nonostante i treni a levitazione magnetica vengano studiati sin dagli anni Settanta, esistono, attualmente, soltanto due linee di questo genere, una a Shangai, in Cina, l’altra ad Aichi, in Giappone. Il costo dei binari è notevolmente superiore, ma le spese vengono controbilanciate dalla minore necessità di manutenzione, visto che non vi è l’assenza dell’attrito che solitamente deteriora i binari.

Fonte: Sole 24 Ore

Magnalonga a Roma per un città a prova di bici

Il 18 maggio arriva a Roma la 5° edizione della Magnalonga: tra bici, prodotti tipici locali e assaggi biologici, la città rilancia il tema dell’intermobilità urbana e di una mobilità più sostenibile374941

La città si può vivere anche in bicicletta: con questa convinzione parte il 18 maggio a Roma la 5° edizione della Magnalonga, l’evento promosso dal circolo Legambiente Mondi Possibili e l’associazione sociale Tavola Rotonda in collaborazione con Fiab Roma NaturAmici. Nata nel 2009 con l’obiettivo di promuovere la mobilità dolce lungo le vie e i parchi romani, la Magnalonga è diventata negli anni un appuntamento sempre più atteso e partecipato. La particolarità dell’iniziativa è il connubio tra la passeggiata cittadina su due ruote e la possibilità, lungo il tragitto, di assaporare prodotti tipici locali e provenienti da agricoltura biologica. Il percorso di 25-30 km all’interno della città è infatti diviso in 5 tappe durante le quali, sostando in aree prestabilite, vengono offerte degustazioni messe a disposizione da produttori e da associazioni che danno il proprio supporto. E per raggiungere la tappa e il punto di raccolta successivo, basta montare in bici e pedalare con altri centinaia di ciclisti tra le caotiche vie di Roma. L’ultima tappa coincide con la festa durante la quale i ciclisti urbani potranno riposarsi e festeggiare con giochi e musica. Tra i temi al centro di questa edizione ci sarà l’intermodalità urbana, ovvero la possibilità di integrare la bicicletta ai mezzi pubblici, quali treni o autobus, ma anche mezzi di bike e car sharing, l’unica vera alternativa per una città più sostenibile.
Per informazioni sul percorso e per iscriversi in lista di attesa visitate il sito www.magnalonga.net

Fonte: eco dalle città

Ripensare la mobilità di persone e merci

Perché ripensare la mobilità? La mobilità risponde a logiche di servizio o di profitto? Ce ne parla Gaetano La Legname, imprenditore nel settore del trasporto e logistica e coordinatore del progetto Fai meno strada.strada_macchine_notte

Perché ripensare la mobilità? La mobilità è una logica di servizio o di profitto? Ripensare la mobilità, è un pensiero ardito, può sembrare anche minaccioso per chi ha interessi pre-costituiti, ma perché ripensare la mobilità? E soprattutto, come? In periodo pre-elettorale, tutti i partiti ed i movimenti hanno elaborato scenari e programmazioni di lungo periodo più o meno complessi. Hanno chiesto il voto, pensando, qualcuno sinceramente, di poter offrire delle soluzioni alle esigenze di mobilità di cittadini e merci. In realtà la questione è molto complessa, molto di più di quello che può sembrare a persone poco esperte del settore. Continuando a farci domande, la mobilità è una logica di servizio o di profitto? È entrambe le cose? O nessuna delle due? Gli amministratori pubblici attuali non devono avere le idee molto chiare, basta pensare infatti che per il trasporto pubblico locale, che dovrebbe essere inserito in una logica di servizio si sta privatizzando a tutto spiano. Mentre per il trasporto di merci che è liberalizzato totalmente da diverso tempo, specialmente nella city logistics, la consegna urbana delle merci, si sta cercando di controllarla attraverso le istituzioni pubbliche. Non ci si capisce più nulla. Però una cosa è chiara. La mobilità produce sia costi che benefici esterni.gaet_lalegname

Gaetano La Legname, imprenditore nel settore del trasporto e logistica e coordinatore del progetto Fai meno strada. Facendo degli esempi i costi esterni sono tutti i costi che ricadono sulla collettività come ad esempio l’inquinamento e la congestione, per citarne solo 2; mentre i benefici esterni sono la possibilità di realizzare delle economie attraverso il valore aggiunto generato dal lavoro dei cittadini nei centri urbani e dalla possibilità di poter trovare i prodotti ed i servizi al posto giusto, al momento giusto, nella quantità giusta e al giusto prezzo per ogni singolo cittadino. Dobbiamo precisare che i costi sono sempre a carico della collettività, senza addentrarci troppo in nozioni tecniche, diamo per buono questo assunto; mente i benefici sono a disposizione di tutti eccetto per il valore aggiunto che è del privato. È il concetto classico della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti. Le perdite significano indebitamento, il debito produce altro debito e nel lungo periodo si ha il crash del sistema. Il fatto che, con la spending review non ci siano più soldi per il trasporto pubblico locale, è solo l’effetto dell’indebitamento del lungo periodo. Fino a qualche anno fa, prima dell’avvento dei treni ad alta velocità, avete mai visto qualcuno insistere tanto per aprire un proprio trasporto ferroviario? No! Perché i treni, ma in generale il trasporto pubblico locale, inserito in un contesto di libero mercato, sono attività in perdita per via della complessità dell’infrastruttura. È fisiologico, non si può fare molto. Facciamo un esempio: qualche tempo fa tornando dal Piemonte prendo l’ultimo treno regionale per Milano a tarda sera. Sul treno ci saranno state si o no 30 persone, in circa 9 vetture, treno vuoto; con il costo del biglietto di ognuno non si coprivano nemmeno le spese del capotreno. Chi paga queste spese? Sempre noi, attraverso il gettito fiscale, infatti il trasporto pubblico locale si dice sussidiato; cioè a Milano (e in altre città italiane) il costo del biglietto di 1,5 Euro lo paga il cittadino, la differenza di altri 3 Euro li paga l’amministrazione pubblica al gestore locale, che li prende dai noi attraverso la tassazione.binario3

I treni sono attività in perdita per via della complessità dell’infrastruttura. Il cittadino non vuole che vengano soppressi i treni, anche se viaggiano vuoti, perché giustamente ribadisce il proprio diritto di mobilità. Però questo ha un costo e i cittadini non vogliono e non possono sostenerlo. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Secondo chi scrive il gestore, che comunque viene ripagato dei propri costi e incassa una valore aggiunto adeguato, ci marcia su questa situazione. Non a caso adesso che sono stati realizzati tagli consistenti, molte aziende si trovano in difficoltà tanto da fermare i propri mezzi. E allora qual è la soluzione? È difficile dirlo, a mio modesto parere è bisogna trovare l’equilibrio tra logica di profitto e di servizio. Tra i costi e i benefici esterni. E questo passa anche dai comportamenti virtuosi e dalla consapevolezza dei cittadini che non possono più far finta di nulla. È tutto qui? Non proprio, internet e la green-economy ci possono dare una grande mano, ma questo ve lo racconto nel prossimo articolo.

Fonte : il cambiamento

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Trasporti in Regione Piemonte, a rischio il 50% delle corse

L’Assessore regionale Bonino: “O il governo stanzia i fondi che mancano all’appello per finanziare il trasporto pubblico oppure l’alternativa sarà lo smantellamento della rete. Impossibili, a questo punto, razionalizzazioni ed efficientamenti: ci sarà solo da tagliare”

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Seicentotre milioni di euro: è il fabbisogno stimato per il trasporto pubblico locale del Piemonte, contro un Fondo nazionale che ne ha assegnati 485. un taglio che per l’Assessore regionale ai trasporti, appena riconfermata, Barbara Bonino “non è sostenibile per la Regione, che non è in grado di stanziare ulteriori risorse”. Che la salute del trasporto pubblico locale in Piemonte non fosse buona non è una novità: dodici linee ferroviarie tagliate in un anno (i cosiddetti rami secchi) non sono bastate a risanare i conti, e i tagli sono piovuti a cascata su Provincia Comune, che tra riorganizzazioni delle linee e ricorsi al Tar cercano faticosamente di mantenere in piedi la rete. (Vedi Tpl, la Provincia di Torino spalma i tagli su quattro anni e contiene quelli del 2012 al 5% e Torino, cala dal 12 settembre la frequenza delle corse GTT). Ma ora potrebbero non bastare: il debito accumulato nell’ultimo biennio è salito a 340 milioni di euro. “O il Governo stanzia i fondi che mancano all’appello per finanziare il trasporto pubblico – ha dichiarato l’Assessore durante il consiglio regionale straordinario convocato per discutere l’emergenza – oppure l’alternativa sarà lo smantellamento della rete. Impossibili, a questo punto, razionalizzazioni ed efficientamenti: ci sarà solo da tagliare”.
E parecchio. Si parla del 50% delle corse sulle linee degli autobus e del 34% per il trasporto ferroviario, probabilmente già a giugno. Per l’Assessore l’unica soluzione è che la Regione faccia sistema e intervenga presso il prossimo Governo perché incrementi i fondi a disposizione. “Fondi a cui si dovrà comunque accompagnare una nuova riorganizzazione del servizio. Il Piemonte ha già attuato politiche innovative e di efficientamento, attivando l’Sfm, il sistema ferroviario metropolitano, elaborando una programmazione integrata ferro-gomma, attuando la bigliettazione elettronica con il Bip e investendo risorse ingenti per rinnovare il parco autobus. Lo stato delle finanze regionali ci impedisce di contrarre nuovi mutui”. I pendolari si attrezzeranno con mezzi privati…Pesanti anche le ricadute ambientali: “I pendolari dovranno attrezzarsi con mezzi propri – sottolinea il Gruppo Consiliare del PD in Regione – Una situazione evidentemente ingiusta e insostenibile. La Giunta Cota è totalmente indifferente al trasporto pubblico, tanto che Cota ha dichiarato pubblicamente che non è compito della Regione garantire il diritto di mobilità dei cittadini. Questi tagli comporteranno il fallimento di tutte le imprese piemontesi di Tpl ed una valanga di licenziamenti di autoferrotranvieri”.
La Rete per la #MobilitàNuova sabato 4 maggio a Milano “Governo e opposizione uniti lamentano di non vedere soluzione -osserva Beppe Piras della Rete Mobilità Nuova– chiudendo gli occhi di fronte ad un’enorme ovvietà: la politica nazionale sui trasporti sta paralizzando la nazione. Come ricordato dalle associazioni ambientaliste all’incontro con Pierluigi Bersani, il Primo programma delle infrastrutture strategiche, costituisce (con le sue 390 opere in elenco per 375 miliardi di euro) un’ipoteca per il futuro economico-finanziario e ambientale del Paese. “Sabato 4 maggio -annuncia Piras- manifesteremo a Milano per testimoniare la necessità del cambiamento e imporre ai decisori politici una rivoluzione della mobilità che parta dal riequilibrio delle risorse pubbliche destinate al settore dei trasporti; contro quelle opere pubbliche stradali, autostradali e ferroviarie inutili e dannose per il Paese”.

Fonte: eco dalle città