“Fabbriche dei materiali” per il Lazio? Alla scoperta dei nuovi sistemi di gestione dei rifiuti residui nell’ottica della sostenibilità e flessibilità

Intervista di Eco dalle Città ad Enzo Favoino della Scuola Agraria del Parco di Monza: “Gli impianti di trattamento meccanico biologico del Lazio sono di vecchia concezione, e finalizzati alla produzione di combustibile da rifiuto (ex CDR oggi CSS). Sarebbe invece possibile proporne una riconversione a criteri di maggiore sostenibilità, efficienza e flessibilità”374953

In occasione del dibattito sul futuro dei rifiuti nel Lazio sentiamo spesso parlare di impianti di trattamento meccanico biologico. Coerentemente con quanto richiesto dalla procedura di infrazione dell’Unione Europea, che chiede di attivare prima possibile impianti di pretrattamento del rifiuto residuo, come stabilito dalla Direttiva sulle Discariche 99/31, l’ordinanza del sindaco di Roma dell’aprile scorso ha infatti disposto che i rifiuti della Capitale siano portati temporaneamente presso gli impianti Tmb del Lazio. Ma cosa entra e cosa esce da un impianto di questo tipo? E quale potrebbe essere la strada da prendere per portare il ciclo dei rifiuti di Roma ad una gestione ordinaria e sostenibile? Eco dalle Città lo ha chiesto ad Enzo Favoino della Scuola Agraria del Parco di Monza: «Come prima cosa – ha spiegato Favoino – occorre precisare che gli impianti di trattamento meccanico biologico del Lazio sono di vecchia concezione, e finalizzati alla produzione di combustibile da rifiuto (ex CDR oggi CSS). Sarebbe invece possibile proporne una riconversione a criteri di maggiore sostenibilità, efficienza e flessibilità, come avviene nella nuova generazione di impianti a freddo attivi od in corso di realizzazione in molti territori e conosciuti come “Fabbriche dei materiali”». «Per tradurre operativamente i principi di sostenibilità indicati dalla strategia europea di gestione dei rifiuti – ha continuato Favoino – abbiamo anzitutto bisogno di flessibilità ed adattabilità all’aumento delle raccolte differenziate e delle pratiche di riduzione del rifiuto, come richiesto – ed in buona misura imposto – dalle politiche e strategie europee di gestione dei rifiuti. Bisogna sottolineare ancora una volta che il trattamento del rifiuto residuo è solo una condizione accessoria all’elemento centrale di tali strategie, ossia la massimizzazione del recupero di materia, e deve essere coordinato a tale obiettivo prioritario, consentendone la crescita. Qui interviene il primo problema con gli inceneritori, in quanto sono impianti che devono avere un flusso costante di rifiuti nel corso del tempo. Per quanto riguarda il co-incenerimento, in prima battuta pare più flessibile, ma se andiamo ad analizzare i contratti con gli impianti di destinazione, anche questi richiedono determinate tonnellate per periodi medio-lunghi (ad esempio vent’anni). Inoltre ad oggi (tranne che in un paio di casi) tutte le esperienze di co-incenerimento prevedono una tariffa di conferimento da pagare. E qui sta un primo vantaggio per le “Fabbriche dei Materiali”, poiché finalizzandole al recupero di materia non avrò più una tariffa da pagare ma avrò invece introiti dal collocamento dei materiali sul mercato».
Secondo Favoino «gli impianti di trattamento a freddo finalizzati al recupero di materia oltre a rispondere ai bisogni di flessibilità ed adattabilità (in relazione all’andamento della differenziata) possono inoltre soddisfare le necessità di scalabilità (efficienza anche a dimensioni notevolmente inferiori a quelle tipiche per impianti di incenerimento) e dunque di prossimità a seconda degli scenari e delle peculiarità del territorio locale interessato. Inoltre, tutto considerato, per costruire un inceneritore in Italia ci vogliono 7-8 anni. Per un impianto di trattamento a freddo occorrono tempi considerevolmente più brevi (il che consente di dare una risposta veloce alla necessità di pretrattamento, ancora non rispettata in gran parte del territorio nazionale) o in alcuni casi ce li abbiamo addirittura già, come vecchi impianti di TMB, e basta riconvertirli. E’ il caso del Lazio. Qui abbiamo impianti di vecchia generazioni finalizzati alla produzione di CDR per incenerimento e gassificazione. Questi impianti potrebbero essere riconvertiti al recupero di materia con integrazioni e modifiche tecnologiche di piccola entità, riducendo da subito l’avvio a discarica e migliorando le economie complessive del sistema». Com’è fatta una Fabbrica dei materiali? «Un impianto di recupero di materia dal rifiuto residuo (RUR) – ha spiegato Favoino – è costituito da due sezioni parallele di trattamento: in una viene lavorata la frazione residua (sottovaglio) che contiene ancora componenti fermentescibili. Questa viene resa “inerte” attraverso un processo di “stabilizzazione” (del tutto analogo al compostaggio) in modo da minimizzarne gli impatti relativi alla collocazione a discarica. Nell’altra sezione (che tratta il sopravvallo) viene fatto invece il recupero dei materiali, attraverso una combinazione di varie separazioni sequenziali (ad esempio separatori balistici, magnetici, lettori ottici) analogamente a quanto avviene nelle piattaforme di selezione dei materiali da raccolta differenziata. E’ immediato accorgersi che un impianto di questo tipo, è perfettamente adattabile all’aumentare della raccolta differenziata: si aumenterà la lavorazione del rifiuto differenziato (compostaggio dell’organico e selezione delle frazioni CONAI) e si diminuirà parallelamente il trattamento del residuo, lavorando su diverse linee o diversi turni».  «Il concetto di “fabbrica dei materiali” è stato già adottato od è in corso di adozione da parte di diversi territori, che stanno convertendo a questo concetto vecchi impianti di TMB o realizzando siti dedicati; quest’ultimo è il caso ad esempio della Provincia di Reggio Emilia – ha sottolineato Favoino – che ha deciso, nel rispetto degli indirizzi europei sui rifiuti e dei principi di sostenibilità, di chiudere il vecchio inceneritore per puntare su questa tipologia di impianti in modo da accompagnare programmi di massimizzazione progressiva delle RD. Lo stesso concetto potrebbe essere adottato nel Lazio. In questo modo si potrebbe minimizzare fin da subito il ricorso alla discarica e si eviterebbe la necessità di ricorrere a gassificatori ed inceneritori». Favoino ha anche sottolineato che molti territori (Province, Consorzi) hanno iniziato a programmare nella direzione delle “Fabbriche dei Materiali”, oltre che per le esigenze di sostenibilità, economicità e flessibilità già richiamate, anche per evitare i rischi finanziari connessi alla realizzazione di inceneritori dedicati (che a causa della tendenza all’aumento progressivo delle RD e alla riduzione del RU complessivo, sta determinando crisi da sovracapacità di incenerimento in gran parte d’Europa, ed anche in qualche regione italiana); ma anche come risposta alle preoccupazioni sulle ricadute sanitarie. Su quest’ultimo aspetto, pur non tralasciando il tema delle diossine (le cui emissioni hanno di recente causato la chiusura o la sospensione della attività di diversi inceneritori), pare acquisire una attenzione crescente il tema delle nanopolveri (le polveri ultrafini). Su queste ultime si rileva in effetti un certo ritardo dal punto di vista della valutazione degli effetti e delle relative disposizioni regolamentari, motivo che sta portando molte voci della medicina a richiamare il principio di precauzione.

Fonte: eco dalle città