Grazie agli abitanti del borgo nasce un parco naturale per ripopolare la montagna

L’eroe di questa storia è Marco Guerrini, sindaco di Carrega Ligure, borgo montano del comune di Alessandria che, grazie alla tenacia e all’amore per il suo territorio, ha dato vita ad un’azione partecipata con gli abitanti del borgo e con l’intera valle per far divenire il Parco Naturale Alta Val Borbera area protetta, con l’obiettivo di evitare il progressivo spopolamento ed abbandono di questi luoghi. Si tratta della vittoria di un’intera valle che ha scommesso sulla bellezza e potenzialità del proprio territorio e di un senso di appartenenza capace di generare il cambiamento.

Carrega Ligure è un comune montano di confine, localizzato nell’estremità sudorientale del Piemonte, in provincia di Alessandria. Il Comune si trova nell’Alta Val Borbera, in un’area caratterizzata da meraviglie naturali ed un ambiente tanto selvaggio quanto suggestivo: paesaggi incontaminati, panorami mozzafiato, pendii erbosi e boschi di faggio secolari. Un luogo magico e affascinante che accoglie da sempre gli amanti della natura, donando ai loro polmoni aria salubre e pulita e rendendo smog e inquinamento concetti distanti. Si tratta di un paesaggio tipico degli appennini, territorio che i piemontesi poco conoscono ma che racchiude in sé la ricchezza delle quattro regioni che si incontrano proprio in sua corrispondenza: Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte.

Un luogo da favola, si direbbe, eppure come in tutte le favole, per giungere al lieto fine, è necessario superare una sfida: il problema principale che il borgo di Carrega Ligure si trova da anni a fronteggiare è il crescente rischio di abbandono dovuto ad un progressivo spopolamento da parte degli abitanti, dapprima verso l’estero e successivamente verso i maggiori centri urbani ed industriali. E’uno spopolamento in percentuale tra i più consistenti del territorio piemontese, di cui si vedono gli effetti concreti in ciò che rimane nelle frazioni del Comune, ormai quasi completamente abbandonate e disabitate, che lasciano troppo spazio ad una popolazione che nell’intero paese non arriva a sfiorare i 100 abitanti. Si tratta di una storia di abbandono, come le numerose che ormai caratterizzano i centri montani, in particolare quelli appenninici e responsabile di indebolire severamente le attività economiche del luogo quali agricoltura, allevamento e turismo, che in questi contesti hanno da sempre trovato la loro vocazione, compromettendo l’esistenza e la valorizzazione di un luogo ricco di storia e tradizione.

E’ di Marco Guerrini, sindaco di Carrega Ligure, l’iniziativa di rilanciare il borgo di montagna salvaguardandolo dall’ inevitabile spopolamento, con una richiesta forte e chiara: far istituire un parco naturale sul territorio dove il comune è collocato, per rilanciarlo in chiave turistica e salvarlo da un abbandono inevitabile. Ebbene si, si tratta proprio di un comune di montagna a chiedere l’istituzione di un parco naturale che sarà area protetta, rafforzato dalla significativa presenza di siti di interesse comunitario della Rete Natura 2000 e che sarà, allo stesso modo, una prospettiva di un futuro possibile per le valli e di attrazione e sviluppo territoriale. Una possibilità unica nel suo genere per rimettere in luce un’area che ha ancora tanto da offrire, puntando proprio su due tratti caratterizzanti quali ambiente e biodiversità. Per raggiungere lo scopo, il primo passo è stato quello di convincere il Consiglio Comunale a votare unanimamente per la richiesta di istituzione del parco, che ha trovato un ampio consenso, spinta dall’amore verso il proprio territorio.
Il passo successivo è stata la richiesta di un vero e proprio sostegno da parte dei cittadini: coinvolgere attivamente gli abitanti della Val Borbera col fine di far sentire la propria voce fino in Regione, proponendo di approvare al più presto l’istituzione del nuovo Parco naturale come area protetta.

Un parco, un vero e proprio bene comune, la cui iniziativa è stata accolta e condivisa con entusiasmo e passione dagli abitanti, che non hanno fatto attendere una loro risposta: nel 2017 un migliaio di persone hanno sollecitato la Regione inviando mail e messaggi in sostegno della richiesta del Sindaco. Si tratta di residenti del luogo, visitatori, amanti della natura che in questi paesaggi ritrovano ricordi e valori passati. Un coro di voci che, all’unisono rappresenta una ventata di speranza per un progetto condiviso che parte proprio dal basso e che ci parla di un legame indissolubile tra l’uomo e la terra. Proprio in questi giorni, dopo lunghi anni di attesa, il Consiglio regionale ha approvato la nuova legge che istituisce 10mila ettari di nuove aree protette, oltre a quelle già esistenti, per un totale di 200mila ettari, includendo anche il Parco regionale dell’Alta Val Borbera, che sarà affidato all’Ente di gestione delle Aree protette dell’Appennino piemontese.

Nel complesso sono ben tre i provvedimenti che hanno ricadute dirette per l’Alessandrino: oltre all’istituzione del Parco naturale e dell’area contigua dell’Alta Val Borbera presso il Comune di Carrega Ligure, si aggiungono l’ampliamento della Riserva naturale di Castelnuovo Scrivia e l’istituzione delParco del Po piemontese, che vede l’unione delle aree protette del Po alessandrino e del parco del Po vercellese. Una vittoria del territorio, una buona notizia che genera positività in un momento in cui il dibattito per il clima e l’ambiente è acceso più che mai. Ma si tratta soprattutto della vittoria di un’intera valle che ha creduto nella bellezza e potenzialità dei propri borghi e di un senso di appartenenza capace di scommettere su futuro per generare il cambiamento.

Foto copertina
Didascalia: Rovine Castello Malaspina Fieschi Doria
Autore: Paolo De Lorenzi
Licenza: Pagina fb Comune di Carrega Ligure
Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/grazie-abitanti-borgo-nasce-parco-naturale-per-ripopolare-montagna/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Duv’Art, dentro le botteghe degli artigiani di Bologna

Dieci botteghe bolognesi sono le protagoniste di “Duv’Art – Le strade dell’artigianato”, un documentario web dedicato alla produzione artigianale di Bologna, ancora viva tra le sue strade, dal centro alla periferia. Una vera e propria visita guidata virtuale tra giovani creativi aperti alla sperimentazione di nuove tecniche e antichi custodi del lavoro dei padri, che tramandano i segreti del saper fare. Sedetevi, rilassatevi e calmate la mente. State per entrare virtualmente dentro dieci botteghe che sembrano essersi fermate nel tempo. Qui si respira ancora il profumo del legno appena intagliato, si vedono mani che accarezzano delle materie prime per dar vita a creazioni uniche che richiamano arti tramandate attraverso le generazioni, ricordando un tempo dove il “saper fare” era, oltre a una necessità, uno stile di vita e dove i pensieri e la creatività si trasformavano in oggetti di uso quotidiano o per le occasioni speciali.

L’artigiana della bottega PG ceramiche dove potrete ammirare traforati, palloncini e bellissime maioliche in ceramica

Ancora oggi all’interno di queste botteghe le creazioni vengono disegnate e realizzate a mano, grazie alla passione di chi ha scelto di salvare e tramandare la qualità, la creatività e l’autenticità, caratteristiche che spesso non vengono considerate in una società che preferisce oggetti risultanti da una catena di montaggio, che costano il meno possibile e che verranno rimpiazzati da altri identici quando non servirà più. 

Duv’Art – le strade dell’artigianato è un progetto realizzato dall’Associazione Culturale Emiliodoc che attraverso un webdoc multimediale racconta le storie di dieci botteghe del territorio bolognese. Abbiamo incontrato Cecilia, giovanissima portavoce del progetto da cui traspare ancora tutta l’emozione e la meraviglia di aver potuto toccare con mano queste creazioni uniche. “È stato difficilissimo – racconta – fare una selezione degli artigiani presenti nel territorio bolognese”. Alcune botteghe si trovano in zone periferiche, altre godono di maggiore visibilità ma ognuna di loro ha una sua unicità ed è portavoce di mestieri e utensili che meritano di essere riportati alla luce.

Nella Bottega Prata si lavora il ferro battuto trasformandolo in lampadari, letti e tantissime altre creazioni originali

“Abbiamo scelto le botteghe che hanno creato una sinergia tra la tradizione e l’innovazione, generazioni attuali che tramandano le tradizioni imparate in famiglia”, continua Cecilia. “Sentire le loro storie, scoprire a cosa serve quell’utensile appartenuto al nonno e tenerlo in mano, è stata un’emozione indescrivibile”.

Il web doc racconta le storie di ognuna di loro, si “passeggia” lungo le strade che sono state disegnate rigorosamente a mano, ricostruendo fedelmente ogni dettaglio delle botteghe affacciate sulle strade. Ci si può soffermare in una alla volta, immergendosi nelle sue creazioni raccontate attraverso brevi video che indugiano in modo minuzioso su ogni dettaglio con il sottofondo del suono degli utensili e delle mani che creano. Ad ogni bottega sono dedicati brevi filmati in cui si mostrano le creazioni e dove vengono narrate le origini, dando voce agli artigiani che mostrano con estrema maestria i loro utensili e le loro tecniche, spesso tramandati dai nonni e che sono per loro insostituibili. Dopo la visita virtuale, vi invitiamo poi a visitare personalmente le botteghe perché le loro storie, i profumi, i suoni e le atmosfere meritano di essere assaporate dal vivo.

Dingi, nata come ferramenta, si è trasformata nel progetto Era, dove vengono recuperarti oggetti che non servono più donando loro nuova vita e trasformandoli in opere d’arte. L’artigianato è un’eccellenza tutta italiana che racconta tradizioni, società e cultura ed è oggi patrimonio dell’Unesco. Riportare alla luce antiche tradizioni e vedere mani che creano e voci che raccontano com’è nato quell’oggetto, quel caffè o quel bigliettino di auguri ha un valore inestimabile.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/03/duvart-dentro-botteghe-artigiani-di-bologna/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

C’è un ristorante a New York che assume nonne invece di chef

A Staten Island, New York, il ristorante “Enoteca Maria” dell’italo-americano Jody Scaravella ha dato vita ad un’iniziativa singolare: a cucinare non sono chef professionisti, ma nonne di tutte le nazionalità portatrici della tradizione culinaria del paese di provenienza. L’obiettivo è duplice: proporre piatti tipici di varie parti del mondo e al contempo valorizzare una fascia di persone spesso messa da parte nella società di oggi. La domenica a pranzo dalla nonna, i tortellini fatti in casa (sempre dalla nonna), le ricette (anche quelle) sono della nonna. Saperi culinari che si trasmettono di generazione in generazione, ma che partono sempre dalle nonne, custodi di un sapere antico e popolare, genuino, fatto di esperienza: è questa l’idea che ha mosso Jody Scaravella quando nel 2011 ha deciso di aprire il suo ristorante Enoteca Maria a Staten Island, a New York, e di mettere delle nonne italiane al posto dei cuochi professionisti.4775_198232905550_7694808_n

Non si tratta di una scelta di mero business, ma di un progetto nato dalla personale esperienza del proprietario. Non a caso, nel suo vissuto c’è una figura importante di nonna italiana: «Mi ricordo di lei quando andava al supermercato portandosi il carrello: si fermava al banchetto delle verdure e mordeva una mela o assaggiava una ciliegia, e se era buona comprava, altrimenti la sputava per terra con un’espressione disgustata in viso», scrive Jody sul sito dedicato al ristorante. «Ero colpito del fatto che nessuno mai se ne lamentasse ma dopotutto lì la conoscevano tutti».

La nonna di Jody non era soltanto la protagonista di episodi simpatici al mercato, ma anche la portatrice di una tradizione culinaria forte, quella italiana. Una passione che poi ha trasmesso al nipote e che ha lasciato un segno. Jody Scaravella, infatti, decide di aprire un ristorante valorizzando proprio questi saperi antichi, consapevole che è proprio lì che risiedono i valori della buona cucina. Dunque nel 2011 nasce Enoteca Maria e ai fornelli ci sono delle nonne. Tutte italiane. Col tempo però Enoteca Maria si evolve. Perché non dare la possibilità di sperimentare anche altre culture, altri cibi, altri saperi? L’idea, infatti, è quella di portare nel ristorante non solo nonne italiane, ma nonne di tutto il mondo. Inizialmente se ne fa soltanto un libro, “Nonnas of the World”, in cui ogni nonna che lo desideri può inserire la propria ricetta assieme a tre foto e alla propria biografia. Poi, nel 2015, il libro si trasforma in un esperimento lavorativo e funziona.enoteca-maria-

Oggi, ogni giorno, accanto ad una cuoca italiana, all’Enoteca Maria c’è una nonna che propone un suo menù: può essere cibo del Bangladesh, della Grecia, della Palestina e così via. Il principio guida è sempre lo stesso (quello della tradizione culinaria), ma a questo si aggiunge un altro fattore motivante: valorizzare una fascia di persone che generalmente viene messa da parte nella società di oggi. E così si capovolge quell’assunto per cui una persona, superati i 60 anni e completata la vita lavorativa, sia inutile o debba necessariamente ‘riposarsi’: queste nonne qui sono fondamentali e sono proprio loro a mandare avanti la cucina, con la loro esperienza e con la loro forza. D’altra parte, il vantaggio non è solo di chi gusta i “piatti della tradizione” ma anche di chi li fa: queste nonne si sentono valorizzate e per qualche giorno a settimana hanno la possibilità di lavorare in un ambiente piacevole, “fra sorelle”. Inoltre ogni giorno ci si può iscrivere ad una “cooking class” della nonna di turno, che in un paio di ore spiegherà una ricetta della propria tradizione gastronomica.

Non stupisce poi che il ristorante sia sempre pieno, tanto che bisogna prenotare – dicono su internet – con giorni di anticipo.nonne-enoteca-maria

La cucina delle nonne è amata in tutto il mondo, indipendentemente da quale sia la cultura di origine. E così è anche in Italia, come emerso da un sondaggio condotto online dalla Polli Cooking Lab nel 2014 sul tema del cibo. Pare che su circa 1.200 italiani tra i 20 e i 55 anni il 49% ha detto di preferire la nonna in cucina, anche rispetto agli chef o ai ristoranti stellati. I motivi? Usa prodotti di qualità (24%) e si affida alle ricette della tradizione (33%), riuscendo a rendere gradevoli anche quei piatti fatti di verdure e legumi generalmente mal sopportati. E se un piccolo ristorante di New York è riuscito a conquistare i gusti della Grande Mela, immaginiamo cosa potrebbero fare le nonne di tutto il mondo, insieme.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/10/ristorante-new-york-assume-nonne/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’importanza dell’Autocostruzione, tra innovazione e tradizione

Collaborare per diffondere e divulgare i principi e le tecniche sostenibili è uno degli obiettivi della Rete Solare per l’Autocostruzione che, grazie a una rete capillare di esperti competenti in diverse regioni di Italia, favorisce la conoscenza e l’apprendimento di tecniche nel campo della bioedilizia e dell’autoproduzione.rete-solare-autocostruzione-innovazione-tradizione

“La rete è una struttura aperta a tutti coloro che sono interessati all’autocostruzione e alla condivisione dei saperi in un’ottica di partecipazione, di relazione e di fiducia”. Con queste parole si presenta la Rete Solare per l’Autocostruzione, Associazione che nasce nell’anno 2006 in Emilia Romagna con lo scopo di diffondere le tecniche legate alla sostenibilità e alla bioedilizia, promuovendone la conoscenza e divulgazione in Italia.  La rete nasce inizialmente con l’obiettivo di favorire la diffusione del solare termico, riponendo in un secondo tempo l’attenzione anche ad altri campi della bioedilizia. La volontà è quella di creare una solida collaborazione tra persone ed organizzazioni presenti sul territorio quali realtà associazionistiche, privati, enti pubblici o scuole. Daniela Re è presidente nonché una delle fondatrici dell’Associazione che in questo progetto crede molto e che, grazie alla preparazione nel campo dell’architettura, all’esperienza nell’ambito dell’efficienza energetica ed alla passione per le energie rinnovabili ed i materiali naturali, opera attivamente per aumentare la consapevolezza verso tali tematiche, contribuendo a renderle alla portata di tutti, proprio come ci racconta nell’intervista.

Di cosa si occupa l’Associazione?

“Obiettivo della rete è lavorare nell’ambito dell’autocostruzione promuovendo in Italia la diffusione e la conoscenza delle energie rinnovabili e dei materiali naturali in bioedilizia. L’Associazione è composta da esperti che conducono corsi e laboratori nelle diverse regioni di Italia in base alla richiesta dei soggetti interessati favorendo forme di condivisione e autoproduzione tramite un approccio prettamente pratico che consente loro di apprendere metodologie e tecniche sostenibili. Si tratta di una rete diffusa nelle varie regioni di Italia quali Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Lazio e prevede la collaborazione e la cooperazione tra diverse realtà dislocate sul territorio”.rete-solare-autocostruzione-innovazione-tradizione-1536821291

Quali sono le attività e le esperienze che proponete?

“Proponiamo corsi di autocostruzione eolica che prevedono la realizzazione ed il collaudo di un aerogeneratore; corsi di solare termico per adulti che includono la costruzione di un vero e proprio impianto solare termico ed inoltre attività per le scuole che sono indirizzate alla produzione di un pannello solare per la produzione di acqua calda a scopo didattico. Promuoviamo corsi su intonaci a base di terra e a base di calce; corsi sulla costruzione di forni in terra cruda; autoproduzione di oggetti in feltro con cui produciamo tappeti o pannelli isolanti; laboratori di recupero e riciclo creativo. Infine, da circa un anno, abbiamo avviato corsi di orticoltura secondo i principi dell’agricoltura sinergica, attraverso la realizzazione di impianti di irrigazione goccia a goccia o la piantumazione di piante”.

Come sono strutturati i corsi e chi sono i destinatari?

“I destinatari sono nel complesso persone curiose ed interessate a conoscere i principi dell’autocostruzione e che vorrebbero applicarne le tecniche nella ristrutturazione della propria abitazione. Altri soggetti sono i tecnici con capacità ed interessi progettuali quali gli idraulici, gli architetti o gli ingegneri ed infine gli artigiani come i restauratori o i decoratori, stimolati ad apprendere nuove tecniche e a specializzarsi in nuovi materiali. I nostri laboratori hanno la caratteristica di essere destinati a tutti in modo che chiunque possa imparare, anche chi si trova alle prime armi. Le attività si svolgono prevalentemente durante i week end e sono pensate per realizzare il manufatto della persona che ci ospita e che ne usufruirà”.

Quali sono i principi su cui si basa la rete?

“I principi sono sicuramente lo sviluppo di tecnologie efficienti, semplici, appropriate ed economiche. Nei progetti che implicano un lavoro sull’esistente quali cascinali, rustici o abitazioni in campagna, cerchiamo di proporre l’utilizzo di materiali tradizionali “come si faceva una volta” e quindi favorendone il valore culturale ed evitando l’impiego di prodotti preconfezionati provenienti dall’industria”.

Quali sono gli ambiti in cui ricevete più richieste di consulenza?

“Le richieste più numerose che l’Associazione riceve riguardano i lavori di autocostruzione con la calce, i forni e le stufe in terra cruda. Negli anni passati abbiamo riscontrato un maggior richiamo nei confronti della tecnologia del solare termico che è andata sempre più consolidandosi. Recentemente abbiamo assistito ad un risveglio di interesse nei confronti dei materiali naturali e tradizionali che sosteniamo proponendo corsi con costi non proibitivi ed accessibili al maggior numero di persone”.rete-solare-autocostruzione-innovazione-tradizione-1536821321

Quali sono le criticità legate alla sensibilizzazione a tali pratiche?

“Riscontro nel complesso un grande interesse da parte delle persone ad approfondire le conoscenze su queste tematiche ma molte di loro si arrendono nell’esecuzione di un progetto a causa della difficoltà nel confrontarsi con gli addetti ai lavori causata dalla scarsa presenza di esperti che facciano formazione e che abbiano buone competenze nel campo della bioedilizia. Nel complesso la sensibilità nei confronti dei materiali tradizionali è cambiata positivamente, il problema è che tali tecniche negli ultimi vent’anni non sono più state trasmesse e praticate poiché sostituite dall’utilizzo massivo del cemento che, per via delle sue caratteristiche di praticità, comodità, resistenza e malleabilità, ha rappresentato la soluzione più conveniente. Un progetto che vorremmo sviluppare è proprio quello di proporre corsi formativi alle scuole edili, agli architetti ed agli addetti ai lavori al fine di diffondere e far scoprire le potenzialità delle tecniche sostenibili”.

Quali progettualità svolgi nel tuo studio a Torino?

“A Torino ho uno studio di architettura dal nome “Ecoprogetto” che, coerentemente coi principi della bioedilizia, è stato ristrutturato con tecniche di rivestimento tradizionali quali legno, calce e vernici naturali coniugando i miei interessi nel campo della sostenibilità con il contesto urbano circostante. Le attività che svolgo sono improntate all’efficienza energetica, alle energie rinnovabili e ai materiali naturali. Mi occupo della formazione di tecnici ed artigiani mostrando loro le pratiche da attuare tramite l’uso di materiali tradizionali e fornisco consulenze energetiche sull’utilizzo del solare termico.  Lo studio nel quale lavoro vuole essere uno spazio aperto a tutti, un luogo nel quale proporre attività, incontri e condivisione di pratiche di autocostruzione. Elemento qualificante è la presenza di un piccolo spazio verde che ho recentemente convertito in orto sinergico e dal quale provengono prodotti a Km0. La sua realizzazione è avvenuta in collaborazione con un gruppo di abitanti del quartiere con i quali abbiamo fondato un comitato dal nome “Oltre la Barriera” che si occupa di facilitare i processi sociali sul territorio in cui viviamo, ovvero Barriera di Milano”.

Cosa rappresenta la realizzazione dei tuoi progetti?

“La soddisfazione più grande che ricevo durante i corsi è entrare in contatto e condividere esperienze con persone che hanno una volontà e visioni comuni e che in questo modo creano una forte energia positiva.
Ciò che amo di più del mio lavoro è la consapevolezza di aver contribuito ad apportare un miglioramento nel mondo”.

Foto copertina
Didascalia: Rete Solare per l’Autocostruzione
Autore: Pagin Fb Rete Solare per l’Autocostruzione

Fonte: piemonte.checambia.org

Il Serraglio: una filiera di agricoltura locale e biodinamica

Passione per la natura, attenzione alla qualità dei processi produttivi e la ricerca di rapporti più autentici e diretti con i consumatori. L’Azienda Agricola Biodinamica Il Serraglio, una realtà che da 30 anni opera nel settore dell’agricoltura biodinamica proponendo beni alimentari, servizi e attività formative. Arriviamo al Serraglio col leggero affanno tipico di quando giriamo in camper e incastriamo interviste una dopo l’altra. Eravamo – Paolo, Daniel ed io – in giro da un po’ di giorni per la Romagna a girare video e quella mattina avevamo sconfinato in Emilia, provincia di Ferrara. Ci scusiamo per il ritardo ma Angelica ci guarda con aria comprensiva e dice “tanto siamo qui, prendetevela pure comoda” e chiede a sua madre di prepararci un caffè di benvenuto.

 

L’azienda agricola biodinamica Il Serraglio è una realtà storica, attiva fin dal 1983, portata avanti da una famiglia allargata composta da Marco e Renza, marito e moglie, i due figli Angelica e Daniele a cui si aggiungono alcuni lavoratori più o meno occasionali, fra cui Alessandro, il compagno di Angelica. Oltre al cane Yuri, festoso e giocherellone, grande protagonista della nostra intervista. È una di quelle aziende che, come si suol dire, riesce bene a combinare tradizione e innovazione. Questo si nota sia nel connubio in cucina – giacché Il Serraglio è anche un ristorante – fra i sapori tradizionali di Renza e l’innovazione culinaria di Alessandro, che ha studiato da chef, sia nelle tecniche avanzate di agricoltura biodinamica che vengono praticate. Inoltre si tratta di un’azienda a ciclo chiuso, che produce praticamente tutte le materie prima che servono per l’allevamento del bestiame e per il cibo del ristorante.IMGP2698

L’agricoltura biodinamica, per chi non la conoscesse, si basa su una serie di tecniche elaborate da Rudolf Steiner (già, lo stesso dell’educazione steineriana) che nascono dalla sua visione spirituale antroposofica dell’uomo e dell’universo. Esse tengono conto di molti fattori, fra cui l’influenza della luna, le interazioni interne al suolo e si basano su una visione olistica. Finita l’intervista ci invitano a fermarci per pranzo. Ravioli, insalata di zucca, pomodori appena colti: la decisione è presa, restiamo. Gli ingredienti sono genuini ed incredibilmente saporiti e vengono cucinati in una maniera sapiente, per esaltarne il gusto senza camuffarlo con troppi ingredienti. Faremo un po’ tardi anche all’intervista successiva, ma anche questa è la dura vita del giornalista.

Intervista: Daniel Tarozzi
Realizzazione video: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/11/io-faccio-cosi-190-serraglio-filiera-agricoltura-locale-biodinamica/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Allevamenti lager? Colpa della nostra voracità

Gli allevamenti lager? Esistono perché noi vogliamo carne, uova, latte e formaggi ogni giorno, a bassissimo prezzo e in quantità industriali per soddisfare la nostra voracità spaventosa mascherata da cultura, tradizione e gusto da gourmet.9524-10281

Non esiste persona che di fronte alle immagini sconcertanti di violenza e incuria nei confronti degli animali da allevamento, dica che sia giusto o rimanga indifferente  alle denunce che ormai iniziano a diffondersi con sempre maggiore frequenza sui social, sui giornali, su internet e in tv. Le reazioni di chi sostiene la tesi di una sana alimentazione onnivora sono di seria e onesta distanza dai quei produttori così brutti e cattivi che non si fanno scrupoli di tenere esseri viventi (esattamente come noi) in strutture che hanno tutte le caratteristiche e le dinamiche di veri e propri  campi di sterminio organizzati. Nessuno è d’accordo. Ma, si sa, quelli sono casi particolari. Non è davvero così che avviene la produzione di carne. Non è così che si produce il latte o la nostra tradizionale e irrinunciabile mozzarella di bufala. Non è perpetrando ogni giorno e ogni notte della loro tristissima e breve vita maltrattamenti e torture ad esseri senzienti, pensanti e sofferenti (esattamente come noi) che si producono stragi di cuccioli per procurare piacere, diletto, divertimento sottoforma di “gusto”, “tradizione”, “cucina mediterranea” e altre espressioni che coprono come pesantissimi sipari le verità scomode, distanti e vergognose che non vogliamo vedere, che neghiamo, che allontaniamo il più delle volte consapevoli. Non c’è video di approfondimento, non c’è intervista o articolo che salvi questi modelli di produzione di esseri viventi destinati alla nostra tavola. Certo che sono condannabili, chi vuole essere così cattivo da dirsi favorevole, chi vuole apparire così poco sensibile, empatico o indifferente? Persino gli chef stellati, perfino i nutrizionisti  carnivori di tradizione e scelta “scientifica” si dissociano da codesto sistema che per un pugno di dollari è capace di costruire un’intera filosofia del mangiare sano su una tradizione fatta di violenza sempre meno sostenibile. Non c’è azienda che non si veda pronta a correre la gara del naturale e del rispettoso del benessere animale quand’anche la sua tradizione dice ben altro. Fioriscono pubblicità presentate al pubblico incipriate e confezionate a dovere col nastro brillante della mucca munta a mano o il filtro romantico quanto disonesto dei vitellini con la loro mamma. Ci vuole così poco a comprarci, così poco a farci convincere non perché quelle aziende e il sistema tutto abbiano chissà quali mezzi o siano geni criminali con l’unico obiettivo del guadagno. Ci vuole poco e ci vorrebbe ancora meno perché noi non vogliamo rinunciare al piacere. E’ il piacere quello che ci muove. E’ in nome del piacere che possiamo chiudere gli occhi davanti a ogni efferatezza che sappiamo molto bene esistere e compiersi nei confronti di milioni di animali ogni anno, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. E’ il piacere che ci spinge a liquidare sotto forma di “estremismo” le opinioni diverse dalle nostre. E’ il piacere che, ancora, ci muove a prendere le distanze da queste realtà, sapendo bene che gli allevamenti intensivi non sono realtà isolate ma la vera e tristissima norma quotidiana. E allora gli allevamenti lager esistono perché noi, noi e nessun altro, vogliamo carne, uova, latte e formaggi ogni giorno, a bassissimo prezzo e in quantità industriali per soddisfare la nostra voracità spaventosa mascherata da cultura, tradizione e gusto da gourmet. Noi siamo i responsabili di tutto questo ogni giorno quando facciamo la spesa, quando redigiamo i nostri menu, quando chiudiamo gli occhi pensando che tutto sia giusto perché così è sempre stato. Ogni smorfia di disgusto, ogni parola di distanza in proposito deve essere rivolta a noi e solo ed esclusivamente a noi. Siamo i mandanti, i primi respnsabili, i primi che possono cambiare direzione. Dissociarsi non è più sufficiente. Diventare consapevoli e fermarci a riflettere su ciò che acquistiamo e scegliamo è l’unica, vera e indispensabile strada. Per noi e per gli altri animali (esattamente come noi), se vogliamo continuare a dirci umani.

Fonte: ilcambiamento.it

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Food Innovation Program, quando tecnologia e tradizione si incontrano

Dal gelato espresso alle serre smart, dal kit per i funghi domestici al cibo per astronauti al Maker Faire di Romamultimedia-161018142009

Dal gelato espresso ai funghi coltivabili fai da te, usando fondi di caffè, al cibo per astronauti o, ancora, serre automatizzate domestiche controllabili via internet: non si contano le iniziative presentate dal Food Innovation Program al Maker Faire di Roma, un master nato dalla collaborazione dell’università di Modena e Reggio Emilia con il prestigioso Institute For the Future di Palo Alto. “Siamo all’interno dell’Officucina, che è un po’ il punto di incontro per i maker ed è la casa di Food Innovation Program, dove cucina tradizionale e attrezzature di un fablab si incontrano. Da qui nascono progetti di pura contaminazione, fra il mondo dei maker e il mondo della tradizione”,

ha spiegato la fondatrice Sandra Roversi.

Ci sono i funghi espresso, con un kit per coltivarli in casa utilizzando il caffè come substrato, ci sono i pasti per astronauti, le serre connesse a Internet, un progetto che riduce i nitrati nelle lattughe e il gelato espresso.
Fra i padiglioni anche Tim West, chef, imprenditore social e cofondatore del Food Hackaton che aprirà i battenti a fine mese a San Francisco: “La vera sfida sull’alimentazione dei bambini è sui genitori perché spesso per il bene dei loro bimbi fanno cose che non hanno voglia di fare per sé. La domanda è come incoraggiarli a fare cose buone anche per loro stessi, perché ovviamente i bambini li prendono a modello”.

fonte: ecoblog.it

Roberto Burdese e Slow Food: tradizione e innovazione per un cambiamento reale

Incontro Roberto Burdese i primi giorni del mio grande viaggio in camper. Siamo in Piemonte, per la precisione a Bra, e i miei occhi non sono stati ancora colmati dalle centinaia di volti e paesaggi che avrei poi incrociato nel resto d’Italia.

Roberto, Presidente storico di Slow Food, mi riceve nel suo ufficio e subito cominciamo a discutere di agricoltura, economia, beni comuni, acqua pubblica, cambiamenti climatici, difesa dei territori, ruolo di Slow Food e sue trasformazioni in questi decenni. Contrariamente a quanto spesso si pensa, Slow Food dopo la sua fondazione si è presto allontanata dalla pura gastronomia portando avanti un percorso evolutivo che l’ha condotta ad interrogarsi su tutto ciò che gira intorno al cibo: agricoltura, energia, disuguaglianze sociali, acqua pubblica, biocarburanti, dissesto idrogeologico, valorizzazione delle tradizioni locali, tutela del paesaggio, rinascita delle comunità. A Bra è sorta anche l’Università degli Studi di scienze gastronomiche – che approfondiremo in una prossima puntata – e in giro per il Paese sono nate diverse “condotte”: gruppi di cittadini che si attivano per valorizzare cibi e tradizioni locali e che in molti casi mettono in atto o favoriscono lo sviluppo dei cosiddetti “presidi”, coltivazioni o lavorazioni di cibi che nel tempo sono andati scomparendo (legumi di tutti i tipi, antichi mestieri, eccellenze legate ai vini, solo per citare alcuni esempi).bandiera-Slow-Food

Intorno ad un presidio, però, si sviluppa una logica sistemica che caratterizza il nuovo corso di Slow Food. Accanto alla valorizzazione della biodiversità alimentare e alla ricerca del gusto e del piacere, infatti, si sviluppano azioni tese a valorizzare tutto ciò che ruota intorno a quel cibo, a quella coltivazione, a quel luogo.

«Dobbiamo imparare a lavorare insieme – mi spiega Roberto –. Gli “altri” sono uniti perché fanno soldi, profitto. Noi, che perseguiamo i beni comuni, spesso finiamo per distinguerci su tutto, ma questa cosa deve finire». Entriamo nel merito delle politiche di Slow Food, delle sue grandi battaglie. «Viviamo in una società sommersa di cibo. Questo ne ha comportato la svalutazione. Per questo le comunità del sud del mondo sono spesso “più avanti”. È fondamentale ridurre il nostro impatto e allo stesso tempo dobbiamo adattare la nostra agricoltura ai cambiamenti climatici, cambiando anche il modo di coltivare. La chiave è semplice: tornare a produrre il cibo per gli esseri umani. Oggi in pianura padana, così come accade in molte altre parti del mondo, si produce cibo per produrre energia elettrica che viene venduta a prezzi di grandissimo favore grazie ai generosi incentivi dei Conti energia! I biogas. Se non invertiamo la rotta, rischiamo di affamare ulteriormente le popolazioni del cosiddetto terzo mondo. Lo stesso discorso si può fare per la produzione di cibo destinato al consumo degli animali “da carne”. Se vogliamo un futuro sostenibile – continua Roberto – dobbiamo diminuire il consumo di carne e incentivare le produzioni agricole locali, il cosiddetto “km 0”: il cibo prodotto in una certa zona dovrebbe essere riservato, in primis, a chi abita quella zona; poi si esportano le eccedenze.burdese

Bisognerebbe quindi andare verso un regime di “sovranità alimentare” dei popoli fondato sulle reali esigenze delle persone e possibilmente bisognerebbe tornare a mangiare cibi di stagione, variando di più la dieta». Gli chiedo cosa si aspetta dal futuro e quale sia la ricetta che lui propone.

«Tradizione e innovazione devono imparare ad andare insieme. Spesso le persone si dividono: o si è attaccati al passato o lo si rinnega. Dobbiamo invece imparare dal passato e innovare il presente. Per un cambiamento reale, dobbiamo imparare ad assumerci la responsabilità su un doppio livello, individuale e sociale. La chiave è non scoraggiarsi e provare. Provando si sbaglia, ma sbagliando si impara».

 

fonte: italiachecambia.org/