Nel 2010 in mare 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici

Secondo una ricerca pubblicata su Science la quantità di rifiuti plastici nei mari e negli Oceani potrebbe decuplicare nei prossimi dieci anni

La quantità di rifiuti plastici riversati nelle acque marine e degli oceani è destinata a decuplicare nei prossimi dieci anni e maggiore sarà la densità, più alte saranno le probabilità che queste microparticole plastiche si accumulino nella catena alimentare e nei nostri stomaci. A lanciare l’allarme è l’ultimo numero di Science che ha pubblicato una ricerca coordinata da Jenna Jambeck dell’Università di Athens, Stati Uniti, secondo la quale i 192 Paesi costieri del mondo hanno rilasciato nel 2010 una quantità complessiva di 27 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, di cui 8 milioni di tonnellate hanno finito il loro percorso in mare. Secondo la ricerca la quantità è in aumento e potrebbe essere di 9,1 milioni di tonnellate quest’anno. Maglia nera – come in molte classifiche sull’ambiente – è la Cina che nel 2010 ha fatto finire in mare 2,8 milioni di tonnellate di materie plastiche negli oceani. La seguono l’Indonesia, le Filippine, il Vietnam, lo Sri Lanka. Gli Stati Uniti sono il ventesimo paese al mondo, mentre nessun Paese dell’Unione Europea figura nella top 20. Se i 23 Paesi che la compongono venissero sommati, sarebbero il 18esimo Paese più inquinante del mondo. Secondo Richard Thompson dell’Università di Plymouth

in generale, noi tentiamo di stimare la quantità di detriti nell’ambiente marino considerando il numero di rifiuti fluttuanti sulla superficie degli oceani. Ma siamo in molti a pensare che questo metodo porti a una sottovalutazione del problema.

Qualora i sistemi di gestione dei rifiuti non dovessero migliorare o se le quantità di plastica utilizzate non dovessero diminuire è possibile – secondo lo studio – che nel 2025 vengano disperse in mare, ogni anno, 80 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Un numero destinato a portare all’asfissia la vita della vita marina.

Fonte:  Le Monde

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Rifiuti, “sono 33mila le tonnellate di scarti alimentari prodotte durante le festività”

A rendere noti i numeri dei rifiuti alimentari è Althesys, la società di consulenza ambientale che ha pubblicato il rapporto sui rifiuti e sul riciclo. Marangoni: “La raccolta differenziata è una delle grandi fide del futuro in termini ambientali e economici”381487

I grandi pranzi e le cene di famiglia hanno un valore aggiunto quantificabile. Il giorno di Natale infatti le tavole imbandite degli italiani hanno prodotto circa 33mila tonnellate di rifiuti. Riciclare nel modo corretto questi scarti agroalimentari ha un valore: ben 3 milioni di euro, circa 10 volte la spesa annua del Comune di Roma per l’acquisto di medicinali e materiale sanitario destinato agli anziani (fonte http://www.soldipubblici.gov.it). Il bilancio arriva da Was, il think tank sui rifiuti e sul riciclo di Althesys che ha presentato il report di settore. La raccolta differenziata, spiega l’Amministratore delegato di Althesys Alessandro Marangoni, “rappresenta una delle grandi sfide del futuro, non solo in termini ambientali ma anche sotto il profilo economico”. Basti pensare che tutto il comparto italiano della gestione dei rifiuti e del riciclo fattura oltre 20 miliardi di euro, quanto le energie rinnovabili, più di molti settori manifatturieri tradizionali, come ad esempio il tessile o il vinicolo. Riciclare nel modo corretto i rifiuti della tavola fa guadagnare tutti noi, parallelamente sprecare cibo ha un costo: in Italia il 3% del consumo di energia è legato agli scarti alimentari, con la stessa energia si potrebbe scaldare e dar luce a oltre un milione e mezzo di italiani.

(foto Rinnovabili.it)

Fonte: ecodallecitta.it

Raee, Ecodom: “Nel 2014 sale la raccolta dei rifiuti elettrici ed elettronici”

Nell’anno passato il consorzio ha avviato a riciclo 45.139 tonnellate di ferro, 2.166 tonnellate di alluminio, 1.775 tonnellate di rame e 7.839 tonnellate di plastica, evitando l’immissione in atmosfera di oltre 850.000 tonnellate di anidride carbonica. La Lombardia si conferma anche quest’anno la regione più virtuosa, seguita da Toscana,Veneto, Emilia Romagna e Piemonte; fanalino di coda, il Molise381560

75.900 le tonnellate di RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche, come frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, forni e cappe) trattate, nel corso del 2014, da Ecodom – il principale Consorzio Italiano per il Recupero e il Riciclaggio degli Elettrodomestici. Un’attività che ha consetito il riciclo di ben 45.139 tonnellate di ferro, 2.166 tonnellate di alluminio, 1.775 tonnellate di rame e 7.839 tonnellate di plastica, evitando l’immissione in atmosfera di oltre 850.000 tonnellate di anidride carbonica (CO2). I dati 2014 evidenziano, rispetto all’anno precedente, un sostanziale aumento (pari a circa 6,8 punti percentuali) dei RAEE trattati dal Consorzio, non omogeneo però nei diversi Raggruppamenti: la crescita è stata infatti del +0,3% per il Raggruppamento R1 (che comprende frigoriferi e condizionatori), che ha totalizzato 35.100 tonnellate; del +13,3% per R2 (lavatrici, lavastoviglie, cappe, forni, scalda-acqua), con 40.300 tonnellate; e infine del +2,7% per R4 (come piccoli elettrodomestici, elettronica di consumo, informatica, apparecchi di illuminazione), con 500 tonnellate di RAEE trattate. Straordinario risulta anche quest’anno il beneficio per l’ambiente derivante dal lavoro di Ecodom: oltre alla riduzione della quantità di CO2 immessa in atmosfera, le materie prime seconde (ferro, alluminio, rame e plastica) ottenute dal riciclo delle 75.900 tonnellate di elettrodomestici trattati quest’anno, hanno consentito un risparmio di oltre 78.200.000 kWh di energia elettrica rispetto a quanto necessario per estrarre materiale “vergine”. Anche per quanto riguarda la logistica, Ecodom ha mantenuto nel 2014 risultati eccezionali: su un totale di 35.473 ritiri dalle isole ecologiche effettuati nel corso dell’anno, soltanto in 12 casi non sono stati rispettati i tempi di intervento concordati tra il Centro di Coordinamento RAEE e ANCI, con un livello di servizio superiore al 99,97%. A livello territoriale, anche nel 2014 la Lombardia si conferma essere la regione più virtuosa in base ai RAEE gestiti da Ecodom: sono state 15.821 le tonnellate di apparecchiature trattate, con 15.455.000 kWh di energia risparmiata e 154.400 tonnellate di CO2 non immesse nell’atmosfera. Al secondo posto della speciale graduatoria della regioni virtuose stilata da Ecodom si piazza la Toscana (con 7.798 tonnellate di RAEE gestiti, corrispondenti a 7.495.000 kWh di energia risparmiata e 72.660 tonnellate di CO2 non immesse nell’atmosfera), seguita dal Veneto (con 7.551 tonnellate di RAEE gestiti), dall’Emilia Romagna (con 7.407 tonnellate) e dal Piemonte (con 5.878 tonnellate di rifiuti trattati). «Rispetto al 2013, la quantità dei RAEE che abbiamo gestito quest’anno – dichiara Giorgio Arienti, Direttore Generale di Ecodom – è cresciuta del 6,8%. Complessivamente, Ecodom ha trattato 75.818 tonnellate di RAEE, pari a circa il 32% dei rifiuti elettrici gestiti da tutti i Sistemi Collettivi in Italia. Un risultato molto importante, che ci ha permesso di ottenere un notevole beneficio per l’ambiente, evitando l’immissione in atmosfera di oltre 850.000 tonnellate di CO2, pari alla quantità di anidride carbonica assorbita in un anno da un bosco esteso quanto la provincia di Lecco, e determinando un risparmio energetico di oltre 78.200.000 kWh di energia elettrica, corrispondenti al consumo energetico annuo di oltre 60.000 persone».

Fonte: ecodallecitta.it

Cina, cento tonnellate di tofu tossico in vendita

Un altro scandalo alimentare su vasta scala nelle regioni dello Shandong, dell’Henan e dello Jiangxi. La criminalità organizzata cinese ha immesso sui mercati dell’Est del Paese circa 100 tonnellate di tofu tossico. La vicenda, resa nota quest’oggi dai media di Pechino, non è che l’ultimo capitolo della lunga storia di pratiche illegali nell’industria alimentare cinese. Alle partite di tofu sarebbe stato aggiunto l’idrossimetansolfinato di sodio, un agente sbiancante che ha lo scopo di offrire un aspetto più chiaro e appetibile al tofu, modificandone anche la consistenza. L’utilizzo di questa sostanza (nota a livello internazionale come rongalite) è proibito dall’industria alimentare perché la sostanza è considerata cancerogena. Secondo il quotidiano Qilu Eveneing News la banda che ha immesso queste 100 tonnellate di tofu sul mercato è guidata da tre cugini. Secondo i poliziotti che hanno scoperto la fabbrica del tofu adulterato nelle regioni dello Shandong, dell’Henan e dello Jiangxi, l’odore dei locali in cui avveniva la produzione era insostenibile. Non sono attualmente segnalati casi di intossicazione o di malattia, ma l’allerta sanitario in queste province dell’est della Cina è massimo. Come abbiamo spesso raccontato su Ecoblog, le frodi alimentari e i rischi per i consumatori cinesi sono una vera e propria piaga per il settore alimentare cinese. Nello scorso luglio la società Yum Brands, casa madre di KFC e McDonald’s, è stata messa sotto accusa per l’utilizzo di carne oltre la data di scadenza, mentre nella carne venduta come di asino da Wal-Mart sono state trovate tracce di volpe.161688267_feb9e6bb9d_z-586x439

Fonte:  Le Monde

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Plastica alle Hawaii, raccolte 57 tonnellate di reti da pesca e rifiuti

Un team di 17 subacquei NOAA a bordo della nave a vela Oscar Elton Sette è tornato da una missione durata 33 giorni per rimuovere i detriti marini da Papahānaumokuākea alle Hawaii, patrimonio dell’umanità e una delle più grandi aree protette marine in tutto il mondo.

I subacquei del NOAA, il National Oceanic and Atmospheric Administration, in 33 giorni di missione in acque poco profonde, hanno rimosso dai 10 atolli disabitati del Papahanaumokuakea Marine National Monument circa 57 tonnellate di reti da pesca abbandonate e rifiuti. Sulle coste del Midway Atoll National Wildlife Refuge, il team ha esaminato e rimosso quasi 6 tonnellate e mezzo di rifiuti di plastica raccogliendo tra gli altri 7.436 frammenti di plastica dura, 3.758 tappi di bottiglia, 1.469 bottiglie di plastica e 477 accendini. Ha detto Mark Manuel direttore della Coral Reef Ecosystem Division e responsabile scientifico per la missione:

La quantità di rifiuti marini che troviamo in questo luogo remoto e incontaminato è scioccante. Ogni giorno, abbiamo tirato su le reti da pesca abbandonate e caricando al massimo la nave. Ma altri rifiuti attendono di essere raccolti.

Negli atolli Pearl e Hermes i subacquei hanno incontrato e liberato tre tartarughe marine aggrovigliate nelle reti da pesca abbandonate e hanno impiegato diversi giorni a rimuovere una super rete da pesca di 28 metri che si estendeva per 16 metri di profondità e pesava 11 tonnellate e mezzo. La rete, per essere recuperata, è stata tagliata in 3 pezzi e caricata sulla Oscar Elton Sette ma oramai aveva già distrutto il corallo dell’atollo. Le Northwestern Hawaiian Islands, oltre ad essere un importante sito culturale per i nativi hawaiani, sono il rifugio di più di 7.000 specie marine, tra cui la foca monaca hawaiana a rischio estinzione; 14 milioni di uccelli marini, rare e minacciate di uccelli terrestri, e tartarughe marine verdi. Essi comprendono 5.178 chilometri quadrati del più sano e meno disturbato barriera corallina habitat nelle acque degli Stati Uniti. I sommozzatori hanno lavorato su piccole barche, osservando attentamente le barriere coralline di Maro Reef e degli atolli di Perla, Hermes e Midway. La missione è annuale e nata nel 1996
e da allora sono stati rimossi oltre 904 tonnellate di rifiuti marini, tra cui le reti che sono un pericolo per la foca monaca, tartarughe e uccelli marini che dipendono dalla barriera corallina poco profonda per la sopravvivenza. Le reti inoltre rompono e danneggiano i coralli mentre vanno alla deriva trascinate dalle correnti. Una volta che si sono fermate possono soffocare i coralli e impedirne la crescita.reti-da-pesca-620x350

Ha spiegato Kyle Koyanagi coordinatore regionale per la raccolta dei rifiuti marini del programma del NOAA:

Speriamo di poter trovare un modo per evitare che le reti da pesca abbandonate entrino entrare in questo luogo speciale. Fino a allaora la loro rimozione è l’unico modo per impedire che danneggino fragile ecosistema della barriera corallina.

Purtroppo le reti raccolte non sono riciclate, ad esempio per ottenere filato nylon 6 ma bruciate per creare energia con la Covanta Energy and Schnitzer Steel che servirà a alimentare le case hawaiane. Le Northwestern Hawaiian Islands sono probabilmente l’ultimo paradiso terrestre incontaminato se escludiamo le 52 tonnellate di attrezzi da pesca che si accumulano qui perché portate dalle correnti del Pacifico. Non c’è una stima precisa del genere di rifiuti che giungono su questi atolli ma si ritrovano boe, bottiglie, giocattoli, infradito, casse e altri rifiuti, nonostante le isole siano disabitate. I rifiuti marini sono una minaccia per il nostro ambiente, la sicurezza della navigazione, l’economia e la salute umana. Enormi quantità di materie plastiche derivate dal consumo, metalli, gomma, carta, tessuti, attrezzi da pesca abbandonati, vasi e altri oggetti persi o scartati entrano nell’ambiente marino tutti i giorni. La missione del NOAA è di capire e prevedere i cambiamenti nel contesto della Terra, dalle profondità del mare alla superficie e di conservare e gestire le nostre risorse costiere e marine.

Fonte:  NOAA
Foto |NOAA @ facebook

Ama: a Roma avviate a recupero 100.000 tonnellate di materiali in più rispetto al 2013

100.000 tonnellate in più verso le piattaforme di riciclaggio, rifiuti indifferenziati scesi e buoni auspici con la partenza del nuovo modello di raccolta differenziata in altri 3 municipi: ecco i risultati di Ama e Roma Capitale, certificati dal CONAI380850

Dal 1° gennaio al 5 ottobre 2014, rispetto allo stesso periodo del 2013, nella città di Roma sono state indirizzate verso piattaforme di riciclaggio 100.000 tonnellate in più di materiali riciclabili. I rifiuti indifferenziati sono scesi, infatti, dalle 931.660 tonnellate del periodo equivalente del 2013 alle 833.511 tonnellate raccolte nel 2014.
I risultati, certificati e validati dalle piattaforme CONAI e dagli impianti di compostaggio che hanno ricevuto le risorse riciclabili, sono stati comunicati da Ama e Roma Capitale che puntano a portare Roma al primo posto tra le capitali europee per quantità di rifiuti correttamente differenziati e avviati a recupero. Le 100.000 tonnellate di rifiuti differenziati avviati al riciclo sono costituite da Rifiuti Urbani Biodegradabili (RUB) per il 36% e da rifiuti da imballaggi in vetro, plastica, cartone, carta, alluminio, legno e metalli per il 64%. I Rub, vista l’impossibilità di disporre di impianti di compostaggio nella regione Lazio, devono essere obbligatoriamente trasferiti in strutture fuori regione, con conseguente azzeramento delle economie realizzate con la cessione al CONAI dei rifiuti da imballaggi riciclabili. Per questo Ama intende accelerare le strategie industriali volte alla costruzione di impianti che rendano Roma finalmente autosufficiente. Ama sottolinea che da gennaio ad ottobre 2014 si sono distinti, in questo percorso virtuoso, i Municipi IX (59,9% di differenziata) e VI (56,7%), mentre la media dei Municipi dove è già consolidato il nuovo modello di raccolta mirata è stata del 50,2%. Questo trend positivo verrà rafforzato, secondo Ama, dal passaggio al nuovo modello organizzativo, che sta avvenendo in questi giorni, nei Municipi X (prima fermo al 23% di raccolta differenziata), VIII (ancora al 31,2%) e XIV (ora al 32,8%). Questa nuova estensione consentirà alla città di rispettare gli impegni assunti con il “Patto per Roma”. La necessità di raggiungere questi obiettivi di raccolta differenziata ha reso necessari i trasferimenti di 668 dipendenti che, entro breve, saranno pienamente operativi. Per limitare al minimo il verificarsi di situazioni di disagio sul territorio, di cui Ama si scusa con l’utenza, l’azienda sta già adottando tutte le misure opportune in un contesto compatibile con le esigenze di contenimento della spesa e di divieto di nuove assunzioni.

Fonte: ecodallecitta.it

30 tonnellate di cibo recuperate a Londra in tre anni, l’attività di Best Before Project diretta da due “torinesi”

Davide ed Elvira e il team Best Before Project si impegnano nel combattere spreco e povertà alimentare nella capitale britannica. Attività a 360°: dal recupero di cibo scaduto, alla sua ridistribuzione e, per finire, all’organizzazione di campagne ed eventi di sensibilizzazione e informazione380322

di Albana Muco

89 milioni di tonnellate di cibo, ovvero 180 kg pro capite, sprecate ogni anno nei paesi dell’Unione Europea. Questi numeri, e altri ancora, si trovano nell’ultimo rapporto sullo spreco alimentare del Servizio Ricerca del Parlamento europeo. Dopo la pubblicazione di tale documento, il Parlamento stesso ha chiesto che il 2014 venisse proclamato “Anno europeo contro gli sprechi alimentari”. Tra le numerose realtà, piccole e grandi, che si dedicano a contrastare il fenomeno, troviamo in prima linea anche l’organizzazione no-profit Best Before Project, attiva a Londra dal 2011. Intervistiamo Elvira Del Valle Cenizo e Davide Biasco, in passato cittadini “torinesi” e ora “londinesi”, per capire meglio le attività di Best Before Project e l’impatto dello spreco alimentare nel mondo.

Come siete entrati a far parte di BBP?

Davide: Prima di trasferirci da Torino a Londra, un’amica ci ha parlato dell’organizzazione e delle attività contro lo spreco alimentare. Ci ha invitati a partecipare a uno dei meeting che si tenevano periodicamente. Era uno di quegli incontri in cui si parlava delle decisioni dell’organizzazione, si presentavano le attività ai nuovi volontari e collaboratori. La mission dell’organizzazione ci ha subito appassionato.

Elvira: Inizialmente abbiamo dato il nostro contributo come volontari, poi ci siamo iscritti. Da circa 11 mesi, praticamente da quando è stato scelto il nuovo consiglio d’amministrazione, io sono diventata tesoriere e Davide direttore. 
Di cosa si occupa BBP?

Elvira: L’attività dell’organizzazione è cominciata con il recupero di cibo scaduto, che veniva depositato nei nostri magazzini e infine ridistribuito o consegnato a enti e organizzazioni di beneficienza. Attualmente ci dedichiamo molto di più alle campagne ed eventi di sensibilizzazione e informazione. Mettiamo in secondo piano la raccolta, poiché desideriamo strutturarci meglio. Quando abbiamo cominciato tutti facevano tutto, non c’era una netta divisione dei compiti. Inoltre, le persone coinvolte non dedicavano moltissimo tempo alle attività dell’organizzazione. Col passare del tempo, abbiamo cercato di gestire meglio le attività e i compiti, per avere un’organizzazione più sostenibile ed efficiente. Le persone hanno diversi impegni, considerando anche il fatto che si vive a Londra. Se manca la forza lavoro il progetto stesso rischia di collassare.

Davide: In passato eravamo più concentrati sul recupero e sulla ridistribuzione, come ha detto Elvira; raccoglievamo e recuperavamo il cibo conservato dai negozi di piccoli e grandi commercianti che non volevano venderlo, perché ormai scaduto. “Collaboriamo” con qualche decina di piccoli negozianti e una dozzina di distributori all’ingrosso. Produttori o operatori del settore alimentare ci contattano, via mail o telefonicamente, grazie anche alla nostra rete di contatti ed associazioni anti food waste. Posso dire che nello spreco alimentare è coinvolta tutta la catena di distribuzione, comprese le industrie manifatturiere. Oltre alla scadenza, ci sono anche altre problematiche che fanno sì che il cibo venga buttato: scatole ammaccate, etichettatura con qualche mancanza, oppure prodotti con proporzioni o dosi di ingredienti eccessivi o inferiori rispetto a quanto definito in una determinata ricetta. Prodotti mangiabilissimi che vengono buttati senza battere ciglio. Noi recuperiamo questi prodotti, dopo averli depositato nei nostri magazzini in giro per la città, li ridistribuiamo. Siamo riusciti a muovere e a salvare svariate tonnellate di cibo. In tre anni 30 tonnellate, mediamente un furgone al mese. Non è un lavoro semplice, considerando il tempo impiegato per tutti questi movimenti, aprire e chiudere i magazzini quando necessario, prendere il furgone e andare a recuperare il cibo. Le distanze a volte sono un problema. Se si ha la fortuna di avere a che fare con un grande distributore, c’è più possibilità che il cibo venga portato direttamente nella nostra sede. Diciamo che i nostri “fornitori” si trovano nell’arco di 30 km.
Di recente, invece, ci stiamo focalizzando soprattutto sugli eventi informativi ed educativi. Ci siamo resi conto che salvavamo solamente un volume di cibo che possiamo definire una goccia nell’oceano dello spreco alimentare e abbiamo compreso ancora di più il grande valore della formazione-informazione. Ci siamo proposti, quindi, di cambiare approccio, perché abbiamo compreso che l’educazione ha un maggiore impatto sulla lotta contro lo spreco alimentare. Informiamo ed educhiamo attraverso newsletter, social network, partecipando a vari eventi in giro per la città, nelle scuole. Diciamo che siamo diventati più consapevoli del ruolo attivo che deve avere la cittadinanza nei confronti della lotta allo spreco alimentare. Ci rivolgiamo a tutti, cittadini, rivenditori, a chi si occupa delle grandi catene di distribuzione, perché le leggi sono a nostro favore. Ad esempio, la legge europea Defra permette che i prodotti “best before date”, dicitura di scadenza presente nell’etichetta che in italiano equivale a “consumarsi preferibilmente entro il”, siano vendibili. Noi di BBP diciamo “vendibili, ma con una diminuzione del prezzo”. Ovviamente si tratta di un cibo di qualità inferiore a quello fresco, però è perfettamente sano e non causa nessun problema.

Da quante persone è composto il vostro gruppo?

Davide: Il nostro team non è molto grande, 7 persone lavorano e partecipano attivamente, altre 4 aiutano sporadicamente. Non bisogna dimenticare, però, le persone facenti parte di altre associazioni con le quali collaboriamo quando organizziamo eventi comuni, oppure quando c’è la necessità di trasportare o spostare il cibo recuperato.
Potete spiegarci la differenza tra “best before date”, ovvero “consumarsi preferibilmente entro il” e “used by”, ovvero “consumarsi entro il”? È chiara la somiglianza tra la prima dicitura e il nome della vostra organizzazione. 

Elvira: Sì, il nostro nome Best Before Project rispecchia proprio quella dicitura. Entrambe le formule che hai nominato, indicanti la scadenza, sono le uniche legali. Ne esistono anche delle altre che non hanno valore legale, ma influenzano moltissimo il consumatore. “Consumarsi preferibilmente entro il” ha a che fare con la qualità di un prodotto. Se si consuma dopo la data di scadenza riportata e se conservato correttamente, il cibo subisce un lento decadimento qualitativo, ma è perfettamente commestibile. Basarsi solamente sulla scadenza significa sprecare e buttar via inutilmente non solo i prodotti alimentari, ma anche i materiali in cui sono conservati. Non è possibile riciclare i contenitori alimentari, poiché tutto finisce in discarica. Diciamo che sprechiamo contemporaneamente, cibo, materiali utili, energia, soldi e causiamo anche danni all’ambiente. Le etichette hanno un ruolo fondamentale e le persone devono saperle comprendere. Nel caso in cui ci sia la dicitura “consumarsi entro il”, se il cibo viene consumato può diventare nocivo per la nostra salute. Va rispettata, perciò, la data indicata. Vorrei aggiungere, inoltre, che è molto importante assaggiare il cibo, usare i nostri sensi, non fermarci solamente al “consumarsi preferibilmente entro il”.

Quali sono gli ultimi eventi che avete organizzato?

Elvira: Abbiamo organizzato un picnic vicino ad Harrow, utilizzando ovviamente il cibo dei nostri magazzini, con l’obiettivo di sensibilizzare i residenti di quella zona. A giugno abbiamo organizzato un brunch in un ristorante vicino al quartiere Shepherd Bush, per partecipare si doveva pagare un prezzo simbolico. Siamo stati presenti in eventi organizzati da altre associazioni che si occupano di food waste, noi forniamo il cibo e loro informano sulle nostre attività. Inoltre, nel quartiere di Lambeth l’amministrazione locale distribuisce i nostri volantini informativi. Stiamo instaurando un buon rapporto con le suddivisioni amministrative della città, questo è un ottimo traguardo e speriamo di poter procedere sempre meglio.

Quali sono i vostri obiettivi futuri?

Davide: Per quanto riguarda gli obiettivi a breve termine, vogliamo trovare dei nuovi volontari, persone che possano svolgere determinati compiti. Attualmente ci manca qualcuno/a che si occupi del profilo di Facebook, a differenza di quello di Twitter, non è molto dinamico; poi una persona che gestisca il profilo Google plus, una per il sito e una per la newsletter. Inoltre, siamo cercando soprattutto di assumere un fundraiser che lavori a tempo pieno per l’associazione. Questo ci permetterebbe di trovare più fondi, gestire meglio la comunicazione, la ridistribuzione. Altro obiettivo, registrarsi come organizzazione di beneficienza, charity, perché abbiamo abbastanza soldi per poterlo fare. Questo cambiamento ci permetterebbe di internazionalizzarci e accedere alle sovvenzioni a disposizione delle associazioni di volontariato. Il nostro obiettivo a lungo termine è, innanzitutto, quello di offrire più scelta ai consumatori riducendo lo spreco alimentare e, qualora fosse possibile, riempire container e spedirli dove il cibo scarseggia, dove la povertà alimentare regna.

Elvira: I soldi purtroppo servono, e questa è una cosa che purtroppo non viene compresa, soprattutto in Italia. Ciò che viene guadagnato viene reinvestito nell’organizzazione stessa per raggiungere gli scopi prefissati. Un’organizzazione è un’azienda in tutto e per tutto, ha un bilancio che non deve essere negativo. In Inghilterra questa cosa è ben compresa da tutti; a differenza degli italiani, gli inglesi sanno molto bene che per fare una determinata cosa servono i soldi. Diversamente da altre organizzazioni o associazioni, che si trovano nell’Inghilterra del nord, noi non vendiamo il cibo recuperato e quindi esso non è una fonte di guadagno che ci permette di realizzare le nostre attività. Proprio per questo motivo cerchiamo di raccogliere fondi. Non siamo contro chi lo vende, ma vogliamo mantenere la nostra linea: non vendere, ma educare le persone a consumarlo e a comprarlo.

Fonte: ecodallecitta.it

Adunata degli alpini: “220 tonnellate di raccolta differenziata per un risparmio di 36 mila euro “

Gea e Conai pubblicano i dati sulla raccolta rifiuti nell’87 Adunata degli Alpini dello scorso maggio. “Raggiunto il 64,4% di raccolta differenziata, ovvero 220 tonnellate di rifiuti in meno da smaltire che ha fatto risparmiare alla collettività 36.000 euro e creato un indotto economico legato alla sola corretta gestione di rifiuti di 185.500 euro”379706

Quattrocento 80 mila presenze e quasi 400 tonnellate di rifiuti raccolti, di cui il 64,4% in modo differenziato, ovvero 220 tonnellate di rifiuti in meno da smaltire. Questo in sintesi l’impatto ambientale dell’87ª Adunata Nazionale degli Alpini svoltasi lo scorso maggio a Pordenone, che per la prima volta è stata organizzata in modo sostenibile allestendo con GEA Pordenone, Conai e i consorzi di filiera (Rilegno, Cial, Comieco, Corepla, Coreve e Ricrea) una raccolta straordinaria dei rifiuti “on the go”. Il tutto monitorato da uno strumento speciale, un“contatore ambientale” che nelle tre giornate ha valutato i benefici ambientali ed economici generati. Secondo Gea la corretta gestione dei rifiuti durante l’adunata “ha fatto risparmiare alla collettività 36.000 euro e creato un indotto economico legato alla sola corretta gestione di rifiuti di 185.500 euro”. Per la raccolta è stato fondamentale il contributo degli “Angeli del Riciclo”, cento giovani appositamente selezionati e formati che hanno fatto attività di sensibilizzazione sull’importanza della raccolta differenziata e affiancato gli operatori di GEA nelle operazioni stesse di svuotamento dei contenitori e di supporto alla cittadinanza. Un’operazione che ha avuto un costo complessivo, tra formazione e lavoro sul campo, di 17 mila euro.
Ecco il comunicato di Gea Pordenone sui dati in dettaglio:

Pubblichiamo la infografica che descrive in modo sintetico ed efficace tutti i benefici derivati – direttamente in termini di risparmio e indirettamente in termini di riciclo – dall’aver attuato una adunata ecologica e sostenibile. Si tratta, come avevamo anticipato del “contatore ambientale” di valutazione degli impatti ambientali evitati grazie alle “buone pratiche” messe in atto durante la 87^ Adunata Nazionale degli Alpini a Pordenone, anche in virtù della collaborazione con i consorzi di filiera Co.re.pla. Comieco Rilegno Cial Ricrea e Co.re.ve.
Dalla infografica 1 (prima foto al fondo dell’articolo), si evince che abbiamo raggiunto il64,4% di raccolta differenziata il che ha comportato 220 tonnellate di rifiuti in meno da smaltire equivalenti a 268,6 tonnellate di anidride carbonica emessa (pari a 2 giorni di fermo traffico in una cittadina media).  I benefici derivati sono pari a 15.870 metricubi di acqua e a 256,5 Megawattora di consumo di energia risparmiati. Sono stati inoltre prodotte 166,9 tonnellate di materie prime Seconde e risparmiate 149,8 tonnellate di materie prime Vergini. Nello specifico (seconda foto), con le bottiglie in PET si potranno realizzare 17.500 felpe in pile, con l’acciaio 2.400 chiavi inglesi, con l’alluminio 42 biciclette, con il resto della plastica 355 panchine, dal vetro nasceranno 140.000 nuove bottiglie, con la carte 491.000 scatole da scarpe, con i tappi di sughero 3 metri cubi di granulare per isolamento e infine dal legno potranno nascere 12 nuovi letti matrimoniali! Abbiamo raggiunto questi obiettivi (foto 3) attraverso una campagna di sensibilizzazione che ha raggiunto 480.000 alpini, attivato 12 stakeholder fra istituzioni e associazioni di categoria, messo in campo 100 angeli del riciclo. Abbiamo così fatto risparmiare alla collettività 36.000 euro grazie al mancato invio a smaltimento dei rifiuti prodotti e creato un indotto economico legato alla sola corretta gestione di rifiuti di 185.500 euro.

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Fonte: ecodallecittà.it

 

Rifiuti tecnologici RAEE, ReMedia ne ha raccolti 42 mila tonnellate nel 2013

I rifiuti elettronici sono probabilmente tra gli scarti più inquinanti e ReMedia il consorzio italiano nel 2013 ne ha raccolti 42 mila tonnellate ovvero +2,9% rispetto al 2012

ReMedia nel 2013 ha gestito 42 mila tonnellate di RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) o rifiuti tecnologici, ossia il + 2,9% rispetto al 2012. Il risultato è davvero interessante e dimostra come la macchina della raccolta e dell’avvio al riciclo possa funzionare se tutti accettano di collaborare. Infatti il consorzio ReMedia che gestisce i RAEE, Pile e Accumulatori (PA), Impianti Fotovoltaici (FV) a fine vita ha avviato al riciclo 34.835 tonnellate di rifiuti tecnologici domestici, 2.542 tonnellate di rifiuti RAEE professionali e 4.260 tonnellate di pile e accumulatori portatili.

Davanti a queste cifre viene subito da pensare: ma quanta elettronica gettiamo via in Italia? E’ presto detto: ci sbarazziamo di Tv e monitor innanzitutto e la raccolta per il 2013 è stata pari a 17.923 tonnellate; seguono elettronica di consumo, informatica e piccoli elettrodomestici pari a 7.208 tonnellate; gettiamo via apparecchiature per il freddo e per il clima pari a 7.093 tonnellate mentre i grandi bianchi ossia lavatrici, frigoriferi e lavastoviglie sono pari a 2.586 tonnellate; discorso a parte lo meritano le lampadine e lampade e nel 2013 ne sono state raccolte 25 tonnellate facendo registrare un + 25% rispetto al 2012. Le regioni che conferiscono maggiormente rifiuti elettronici sono la Lombardia ( 7.303 tonnellate), l’Emilia Romagna (3.581 tonnellate) e il Veneto (3.108 tonnellate) e le città più riciclone sono Milano ( 2.857 tonnellate), Roma (2.078 tonnellate) e Napoli (1.225 tonnellate). In effetti non è proprio giusto gettare via tanta elettronica ma purtroppo la produzione è stretta nella morsa dell’obsolescenza programmata, ossia di un ciclo vita degli oggetti di elettronica programmato per finire entro un determinato range di tempo.

Spiega Danilo Bonato, Direttore Generale di ReMedia

L’incremento dei volumi di raccolta di rifiuti tecnologici è una delle grandi sfide ambientali che l’Italia deve affrontare nei prossimi anni. Una volta recepita la nuova Direttiva europea sui RAEE, dovremo aumentare ancora di più l’impegno per arrivare a raccogliere e smaltire l’85% di RAEE generati entro il 2019. Non dobbiamo dimenticare che i rifiuti tecnologici hanno un valore economico e ambientale: avviarli a un corretto riciclo significa recuperare materie prime, metalli preziosi e terre rare da reintrodurre nel ciclo produttivo, risparmiare energia ed evitare emissioni di CO2.

Fonte: ecoblog

Sicurezza alimentare: sequestrate 30 tonnellate di cibi scaduti

Nel forlivese i Nas hanno scoperto alimenti in condizioni igienico-sanitarie precarie per un totale di 250mila euro1626776061-586x390

Trenta tonnellate di prodotti alimentari di origine animale e vegetale, scaduti, avariati e mal confezionati sono stati sequestrati in provincia di Forlì da un nucleo di carabinieri dei Nas. I militari hanno ispezionato un’azienda che si occupa della lavorazione e della commercializzazione all’ingrosso degli alimenti, sequestrando alimenti per un valore complessivo di 250mila euro. Molti prodotti, provenienti dall’estero, erano privi di etichettatura, tracciabilità, scaduti oppure in condizioni igieniche non conformi. Fra gli alimenti sequestrati vi sono funghi porcini e mirtilli congelati dalla Romania, contenuti in imballaggi anonimi e privi di etichettatura), carne di cervo dalla Spagna e cosce di rana dal Vietnam, rinvenute in fase di lavorazione e confezionamento in condizioni igieniche non idonee. Anche nei locali di lavorazione e stoccaggio sono state riscontrate condizioni igienico-sanitarie precarie: la merce era accatastata su vecchi bancali in legno, privi di barriere per evitare la presenza di animali infestanti. Al legale rappresentante dell’azienda forlivese, segnalato all’autorità sanitaria, sono state contestate violazioni amministrative per 6500 euro. Nei mesi estivi sono state parecchi gli interventi dei Nas nell’ambito della sicurezza alimentare. Lo scorso 12 agosto i Nas hanno reso noti i dati delle 3400 ispezioni condotte in bar, gelaterie, ristoranti e stabilimenti balneari: sono state ben 1700 le violazioni delle normative igienico-sanitarie e 540 le tonnellate di alimenti sequestrate.

Fonte:Resto del Carlino