Test nucleari: la Polinesia chiede risarcimento milionario alla Francia

La Polinesia Francese è intenzionata a rivendicare un risarcimento milionario da Parigi per la sequela di 193 test nucleari condotti dalla Francia nell’arcipelago delle piccole isole nel Pacifico meridionale.Immagine

La Polinesia Francese è intenzionata a rivendicare un risarcimento milionario da Parigi per la sequela di 193 test nucleari condotti dalla Francia nell’arcipelago delle piccole isole nel Pacifico meridionale, legate politicamente alla Francia. «Non vogliamo andare in tribunale, vogliamo raggiungere un accordo su questo difficile tema alla luce di due aspetti: l’impatto ambientale e le conseguenze per la salute della nostra popolazione», ha spiegato il portavoce dell’assemblea legislativa dei territori d’oltremare francesi, Yves Hauper, raggiunto via e-mail dall’agenzia di stampa Ansa. Gli atolli disabitati di Mururoa e Fangataufa nascondono 3.200 tonnellate di materiale radioattivo di diversi tipi, prodotto dalle esplosioni nucleari realizzate dall’esercito francese tra il 1966 e il 1996. Parte di quel serbatoio di residui inquinanti si trova sul fondo dell’Oceano Pacifico, fino a mille metri di profondità, secondo l’ultimo studio condotto nella regione, nel 1998. L’anno scorso, un documento declassificato del ministero della Difesa francese rivelò che alcune isole furono colpite da una quantità di radioattività molto maggiore del previsto. Tahiti, l’isola più popolata della Polinesia, la cui popolazione triplicò durante gli anni dei test nucleari (da 50mila e più di 150mila) fu esposta a livelli di radioattività 500 volte superiori a quelli massimi consentiti.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Gli atolli delle isole Marshall a rischio di sopravvivenza per i cambiamenti climatici

La Repubblica delle Marshall presenterà la dichiarazione di Majuro al forum delle isole del Pacifico che si apre oggi, chiedendo di intervenire con urgenza per ridurre le emissioni di inquinanti di gas serra.Isole-Marshall-586x494

Gli atolli del Pacifico sono a rischio di sopravvivenza a causa dei cambiamenti climatici: lo ha denunciato Christopher Loeak, presidente delle isole Marshall, 70000 abitanti che vivono su 34 atolli con altezza media di due metri sul livello del mare. La denuncia giunge in occasione dell’ apertura del 44° meeting del Forum delle isole del Pacifico. Le isole potrebbero diventare inabitabili già nei prossimi decenni a causa dell’innalzamento del livello dei mari: ben prima delle inondazioni arriverebbe la salinizzazione della falda. Quest’anno gli atolli hanno già sperimentato una letale combinazione di siccità e inondazioni: il 10% della popolazione è sopravvissuta , che ha portato all’innondazione con un litro d’acqua pro capite al giorno, mentre la violenza delle onde ha distrutto al cune barriere con allagamento della pista dell’aeroporto della capitale, Majuro. In occasione dell’apertura del Forum, verrà presentata oggi la dichiarazione di Majuro: le isole del Pacifico intendono assumere la leadership climatica, chiedendo interventi immediati per la riduzione di inquinamento da gas serra. La dichiarazione verrà presentata al meeting delle Nazioni Unite sul clima , che si terrà in Novembre a Varsavia. L’immagine in alto riporta quattro foto satellitari di atolli delle Marshall. In senso orario dalla prima in alto a sinistra: atolli di  Bikini, Taka, Eniwetak e Pokak. Bikini è stato il triste teatro di 23 test nucleari USA, tra cui in particolare la famigerata operazione Castle Bravo, che ha visto esplodere un ordigno a fusione da 15 Mt. Si tratta della seconda più potente esplosione della storia, dopo la Tsar Bomba. Il primo test nucleare americano a Bikini si svolse il 1° luglio del 1946. Quattro giorni dopo l’ingegnere francese Louis Réard dava il nome dell’atollo al suo nuovo e succinto costume da bagno femminile. Questo slittamento semantico ha messo in pace la coscienza del mondo facendoci dimenticare ciò che è avvenuto su quelle lontane isole.  La minaccia dei cambiamenti climatici potrebbe farle ritornare al centro dell’attenzione mondiale.

 

Fonte: ecoblog

Stress test nucleari: “disattesa la lezione di Fukushima”

La lezione di Fukushima non è stata appresa e molti degli impianti restano profondamente insicuri. A lanciare l’allarme è un nuovo rapporto di Greenpeace sugli “stress test” ai quali sono state sottoposte le centrali nucleari europee.

nucleare3_

Un nuovo rapporto di Greenpeace sugli “stress test” ai quali sono state sottoposte le centrali nucleari europee lancia un allarme: la lezione di Fukushima non è stata appresa e molti degli impianti restano profondamente insicuri. Questo anche perché molti problemi dipendono da limiti intrinseci dei progetti, difficili, se non impossibili, da risolvere. A giungere a tali conclusioni è il rapporto “Updated review of EU nuclear stress-tests”, opera del fisico Oda Becker, già coautore dell’analisi indipendente dei risultati degli “stress test” commissionata da Greenpeace nel 2012. Dopo il disastro di Fukushima, nel 2011, gli Stati Membri dell’Unione Europea hanno progettato una serie di “stress test” per rassicurare i cittadini europei in merito ai pericoli che potevano derivare dalla presenza nell’UE di 132 reattori nucleari (più altre 5 in Svizzera). Doveva essere un esercizio trasparente, per condurre a piani d’azione nazionali in grado di fronteggiare le possibili criticità emerse dagli stress test. Ma proprio l’analisi di tali piani porta a risultati sconfortanti: a dispetto di investimenti anche ingenti, infatti, numerosi aspetti importanti e ben noti non sono stati affrontati; alcune delle questioni che pure sono state affrontate, poi, saranno risolte tra anni, lasciando nel frattempo i cittadini europei esposti al rischio. Il rapporto di Greenpeace si focalizza in particolare sui problemi di alcune centrali nucleari estremamente problematiche, in Belgio, Francia, Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia. Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito. Queste centrali sono una fonte di rischio non solo per i cittadini del Paese che le ospita, ma anche per quelli degli Stati confinanti. In particolare, non si sta tenendo conto dell’invecchiamento degli impianti e tutto ciò rischia di cancellare le migliorie che saranno effettuate. Tra le centrali menzionate nel rapporto di Greenpeace ce ne sono due, Krsko in Slovenia e Muleberg in Svizzera, che minacciano anche gli italiani per ragioni comuni: i terreni sismici sui quali sono costruite e il pericolo di inondazioni. Nel caso di Muleberg, in particolare, il disegno strutturale è limitato, l’età avanzata, il sistema di raffreddamento in caso di emergenza non è adeguato, e la prevenzione per la produzione di idrogeno (gas esplosivo) insufficiente: un impianto da chiudere senza ulteriori discussioni. L’Italia è pericolosamente coinvolta in un’altra delle centrali “a rischio”, quella di Mochovche, in Slovacchia, che minaccia anche Austria, Ungheria e Repubblica Ceca. Si tratta infatti di un impianto di proprietà dell’italiana Enel, esposto a rischio di terremoti fino a quando, nel corso del decennio, non saranno realizzate adeguate protezioni. L’eventuale installazione di sistemi di ventilazione filtrati sarà oggetto di analisi, anche se la loro necessaria presenza è una delle lezioni più importanti di Fukushima. La Slovacchia inoltre rifiuta di analizzare cosa potrebbe succedere se il “guscio” del reattore si rompesse e molte delle misure dedotte dagli stress test verranno implementate solo nei prossimi anni. Greenpeace ha dimostrato che esistono valide alternative al nucleare che aiutano anche nella lotta contro il cambiamento climatico, oltre che nel raggiungimento di altri obiettivi come l’indipendenza energetica e la sicurezza degli approvvigionamenti di energia. “Una progressiva eliminazione del nucleare combinata con misure di efficienza energetica e sviluppo di fonti rinnovabili è l’opzione più sicura – conclude Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia – Gli impianti più vecchi e rischiosi devono essere chiusi immediatamente”.

Fonte: il cambiamento