Se l’uomo se ne va, la natura si riprende ciò che è suo

Quando l’uomo abbandona un territorio e se ne va, la natura si riprende rapidamente ciò che prima occupava. Lo spiega bene Roberta Kwok sulla rivista americana PNAS, Proceedings of the Academy of Science. Lo spiega altrettanto bene, ispirandosi alla Kwok, Pietro Greco su “Micron”.9839-10625

La riconquista. La natura si riprende rapidamente il territorio prima occupato e poi abbandonato dall’uomo. Il primo ad accorgersene negli anni ’80 del secolo scorso e a registrarlo con rigore scientifico fu, probabilmente, Ingo Kowarik, un ecologo urbano dell’Università tecnica di Berlino: le case abbandonate o distrutte e mai ricostruite dopo la Seconda guerra mondiale nella capitale tedesca erano state riconquistate dalla natura selvaggia e metamorfizzate in foresta. Un’oasi urbana nata per caso, con erbe, arbusti, alberi nativi e non che costituivano un ecosistema inedito.
Alle “oasi urbane accidentali” la rivista PNAS, i Proceedings of the Academy of Science degli Stati Uniti, dedica un lungo e interessante articolo firmato da Roberta Kwok. Dove si documenta come di casi simili a Berlino, in giro per il mondo, ce ne sono a decine. Prendete Detroit, per esempio. La città dell’auto che nel 1950 contava 1,8 milioni di abitanti e oggi non supera le 675.000 unità. Uno spopolamento di vasta portata, che ha lasciato senza abitanti interi quartieri e migliaia di abitazioni. Lo chiamano il deserto industriale. Ma sbagliano, perché non è un deserto. Perché le aree abbandonate sono state riconquistate, appunto, da erbe e arbusti e piante che ospitano una quantità incredibile di insetti e uccelli e persino qualche animale più grande. Qualcosa di analogo è stato riscontrato a Baltimora da Christine Brodsky, una ecologa urbana della Pittsburgh State University del Kansas, che nel 2013 ha portato a termine uno studio sugli uccelli che popolano i quartieri disabitati della città del Maryland che ha conosciuto uno spopolamento analogo a quello di Detroit. Ebbene, Christine Brodsky e il suo gruppo di lavoro hanno individuato in città 60 diverse specie di uccelli, alcuni dei quali, come i parula del nord e le capinere, che in genere preferiscono la foresta. Anche la Grande Parigi ha conosciuto il fenomeno dello spopolamento con conseguente abbandono delle abitazioni in alcuni quartieri. Le chiamano wasteland, territori dei rifiuti. Ma un gruppo di scienziati francesi, tra cui Audrey Muratet, un ecologo dell’Agenzia regionale della Biodiversità dell’Ile de France, ha documentato che non si tratta esattamente di deserti. In quei territori abbandonati dai cittadini comuni e frequentati solo da spacciatori e dai loro clienti è ospitato il 58% della biodiversità botanica di Parigi. Ci sono più specie lì che in tutti i parchi e i giardini ben ordinati della capitale francese. D’altra parte anche nelle periferie più degradate di molte città italiane si registra un qualche fenomeno di riconquista se non di conquista ex novo: dai gabbiani ai pappagalli, molti cieli urbani sono frequentati da ospiti volanti sconosciuti fino a qualche tempo fa. Mentre non è raro in alcune zone delle nostre città imbattersi in volpi, cinghiali e in qualche serpentello.  Potremmo continuare con gli esempi. Ci sono, in giro per il mondo, Italia compresa, aree industriali abbandonate, magari ancora con colline di carbone, che si stanno trasformando in vere e proprie paludi, ricche anche di batteri che metabolizzano nitrati. E, a mare, i fosfati. Pare che nel Golfo di California i batteri metabolizzino il 28% dei composti del fosforo, riducendo la fioritura di alghe che a sua volta sottrae ossigeno al mare. Spesso i batteri operano con un’efficienza ancora superiore, che consente loro di superare il tasso di inquinamento. Ne consumano più loro, di inquinanti, di quanto non ne riescano a produrre l’uomo. Insomma, nelle aree dismesse crescono gli spazzini dell’ambiente. Ma lasciamo da parte gli esempi specifici e veniamo ai dati complessivi. Tra il 1950 e il 2000, riporta ancora PNAS, oltre 350 città in tutto il mondo hanno conosciuto un marcato fenomeno di spopolamento. In assoluta controtendenza, perché in questi anni il mondo ha conosciuto un inedito sviluppo urbano e ha visto, per la prima volta nella storia, la popolazione che vive in città superare quella che vive in campagna. Nelle centinaia di città spopolate, sono state abbandonate decine di migliaia di abitazioni e interi quartieri. Non si tratta di fatti marginali. In un recente rapporto si documenta come, ormai, il 17% del territorio urbano degli Stati Uniti – addirittura il 25% in alcune città – sia in condizioni di assoluto abbandono. Un ecologo americano, Christopher Riley, ha provato a fare un po’ di conti. E ha calcolato che i servizi naturali prodotti dalla natura selvaggia che sta riconquistando i territori urbani abbandonati dall’uomo ammontano a 2.931 dollari per ettaro, contro i 1.320 degli ecosistemi urbani ordinati e degli 861 dollari delle aree di campagna. Il report su PNAS tende a sfatare anche un luogo comune, secondo cui l’arrivo di specie aliene (piante o animali che siano) rappresentano di per sé un fattore negativo per gli ecosistemi. Non sempre è così. L’arrivo nelle aree urbane di piante e animali provenienti da altre regioni e persino da altri continenti rappresenta quasi sempre un fattore di equilibrio. D’altra parte si tratta di un ecosistema nuovo e nessuno è, per definizione, un alieno. Viva la riconquista, dunque? Beh, se vediamo il problema da un punto di vista squisitamente ecologico, sì: viva la riconquista. Ma ci sono anche correlati sociali. Nelle aree urbane abbandonate regna il degrado umano e cresce la delinquenza. E, in questo caso, trovare il miglior equilibrio non è affatto semplice.

Chi è Pietro Greco

Pietro Greco, laureato in chimica, è giornalista e scrittore. Collabora con numerose testate ed è tra i conduttori di Radio3Scienza. Collabora anche con numerose università nel settore della comunicazione della scienza e dello sviluppo sostenibile. E’ socio fondatore della Città della Scienza e membro del Consiglio scientifico di Ispra. Collabora con Micron, la rivista di Arpa Umbria.

Fonte: ilcambiamento.it

Annunci

Chi uccide i fiumi toscani?

E’ un vero e proprio allarme fiumi e in questo momento la situazione in Toscana è drammatica. Interventi disastrosi distruggono ecosistemi e mettono a rischio la sicurezza idraulica del territorio. E purtroppo la Toscana non è l’unica Regione dove tali scempi si stanno moltiplicando…fiumitoscana

E’ un vero e proprio allarme fiumi e in questo momento la situazione in Toscana è drammatica. Interventi disastrosi distruggono ecosistemi e mettono a rischio la sicurezza idraulica del territorio. E purtroppo la Toscana non è l’unica Regiove dove tali scempi si stanno moltiplicando… Stiamo provocando con le nostre mani uno dei più gravi danni al sistema idraulico naturale. Il reticolo di torrenti, ruscelli, fiumi che si snodano a meandri nella piatta pianura padana, o che precipitano in forre e gole delle montagne e colline del centro Italia sono oggetto, da oltre cinquant’anni di un attacco feroce fatto di canalizzazioni, briglie, dighe, cementificazioni e addirittura, in molti casi, di interramenti, che significa che il fiume viene fatto passare in canali sotterranei artificiali. All’attacco umano, che si prefigge insensatamente di tenere sotto controllo una delle forze più potenti della natura, ovvero l’acqua, cercando di costringerla in spazi forzati e di impedirne il naturale andamento, si è contrapposta la realtà delle cose. Da quando l’opera di distruzione dei fiumi è cominciata, si sono moltiplicati gli eventi catastrofici, che hanno colpito la popolazione e l’economia di intere zone. E tuttavia si continua ad ignorare questa realtà, a non conoscere e non capire che cosa sono e come funzionano i corsi d’acqua. Si vedono i fiumi come semplici elementi del paesaggio da tenere sotto controllo, e non come ecosistemi dalla struttura complessa, in continuo mutamento e sorretti da un equilibrio dinamico molto fragile. Ma l’ignoranza in tema fluviale è sempre stata funzionale al lucro di persone senza scrupoli, pronte ad arricchirsi a scapito della sicurezza dei territori. Dopo la grande cementificazione d’Italia, che ha portato ai tragici eventi che si ripetono ogni anno con interi paesi costruiti in aree alluvionali, oggi i fiumi subiscono l’enorme pressione del nuovo sistema delle imprese coinvolte nel mercato dell’energia da biomasse. Avete capito bene. Infatti, tra le energie alternative risultano esserci le centrali termoelettriche a biomasse, che a seconda della dimensione hanno bisogno di grandi quantità di materia vegetale per poter funzionare (ed essere economicamente remunerative). Come al solito in Italia, grazie ad amministratori compiacenti e poco lungimiranti, c’è chi riesce a trasformare una opportunità di contrasto al drammatico problema dei cambiamenti climatici in una speculazione inaccettabile: è lecito alimentare una centrale termoelettrica a biomassa, a bilancio CO2 teoricamente neutro, al costo della distruzione diretta di un ecosistema? La cosiddetta “ripulitura” dei corsi d’acqua sta comportando in più parti la distruzione completa di tutta la vegetazione riparia, anche secolare, che le rive dei fiumi, gli argini e le naturali casse di espansione ospitano. Oggi si taglia quella vegetazione che l’evidenza, l’esperienza, le indicazioni in normativa e, se non bastasse, numerosi studi scientifici dimostrano necessaria per la funzionalità ecologica del fiume, oltre ad essere utilissima nello smorzare la furia delle piene, nel depurare le acque dagli inquinanti, nel proteggere le sponde dall’erosione. Macchine potentissime radono al suolo tutto, dai pioppi e dagli ontani di trenta metri di altezza fino ai cespugli, riducendoli poi in trucioli e schegge; smuovono la terra che poi le piogge porteranno via producendo frane e smottamenti. Tutto questo è cronaca di questi giorni anche in provincia di Siena, come ha denunciato il WWF, per una serie di interventi autorizzati dalla Provincia e dal nuovo Consorzio di Bonifica Toscana Sud, che negli ultimi tre anni hanno abbattuto la vegetazione su oltre 50 km di fiumi e torrenti. “Siamo molto preoccupati” – dichiara Tommaso Addabbo, presidente del WWF Siena. “Da un lato c’è lo Stato, che legifera e recepisce direttive comunitarie che imporrebbero il raggiungimento di un “buono stato ecologico” degli ecosistemi d’acqua dolce entro il 2015, come previsto dalla Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE. Dall’altro non solo non si procede in modo deciso a sanare i danni del passato, ma in molti casi si persevera nella distruzione della naturalità, in un quadro amministrativo sconcertante”. “Per la sicurezza del territorio sono necessari interventi pianificati e selettivi, mirati esclusivamente a garantire la stabilità idraulica del sistema, preservando l’integrità delle sponde e la funzionalità ecologica del fiume, come chiesto dalla normativa. Alcuni enti l’hanno finalmente recepito, e stanno modificando, seppur lentamente, i loro progetti in tal senso. Altri enti, come recentemente fatto sul fiume Arbia dal Consorzio di Bonifica Toscana Sud, mettono ancora in atto la distruzione totale”. “Ma il problema non è da addebitarsi ai soli Consorzi di Bonifica. Anche le Province hanno le loro responsabilità con concessioni di taglio rilasciate a privati, praticamente senza alcuna prescrizione, con risultati disastrosi”.

Fonte: ilcambiamento.it

CicloMurgia: turismo su due ruote per valorizzare il territorio

Iniziative, imprese, progetti, cultura. La Puglia è davvero una regione in gran fermento, dal Gargano al Salento e, in particolare, intorno a Bari e Lecce. Tra i motivi di questo diffuso risveglio vi è Bollenti Spiriti 2.0, programma della Regione Puglia che – tramite la sua principale iniziativa, Principi Attivi – ha contribuito in modo significativo all’avvio di molti interessanti progetti. È il caso di CicloMurgia, nato con l’intenzione di valorizzare il patrimonio naturalistico e culturale dell’Alta Murgia attraverso il cicloturismo, promuovendo il turismo su due ruote mediante la gestione di servizi per il cicloturista.

Una delle finalità dei promotori del progetto, come si legge sul sito, “è quella di far riscoprire l’indissolubile legame tra noi e la nostra ‘madre terra’, che è trascurata, dimenticata e spesso violentata dall’azione dell’uomo”. “Siamo convinti che solo attraverso lo stupore della conoscenza, dato dalla ricerca e dall’esplorazione si possa ristabilire una parte di quell’equilibrio, da tempo perso, tra uomo e natura. Per queste ragioni il nostro impegno è rivolto alla realizzazione di esperienze  basate sull’Essenzialità, la Condivisione, l’elogio della Lentezza, il progresso visto come ‘Decrescita’; e supportate dalla pratica sperimentale (laboratori, attività in natura), lo studio scientifico, storico e artistico del territorio”.

ciclomurgia

Grazie allo sviluppo di questo progetto, il parco Nazionale dell’Alta Murgia è oggi dotato di dieci percorsi cicloturistici con un annesso piano di comunicazione e valorizzazione del territorio. Le escursioni in mountain bike sono previste ogni domenica da aprile a ottobre. I percorsi non sono particolarmente ardui o tecnici e proprio per questo sono aperti a tutti. L’idea, infatti, è quella di far conoscere la storia dei luoghi e godere del paesaggio. È per questo che i ritmi sono lenti e le pause frequenti. La costruzione dei percorsi, inoltre, è stata attenta ad integrare tutte quelle aree svantaggiate a causa della mancanza di un’adeguata attività promozionale o della difficile accessibilità dei luoghi. Dopo molti anni di viaggi in bici e tre anni di escursioni nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia, l’associazione Ciclomurgia ha deciso di mettere a disposizione delle strutture turistico ricettive interessate, le proprie competenze in materia di cicloturismo ed accoglienza dei cicloviaggiatori. È nato così “4cycling”  il progetto che aiuta alberghi, agriturismi, e B&B a diventare bike friendly.logo

Dallo scorso anno 4cycling propone “Transmurgiana in mountain bike” , con l’obiettivo di far  scoprire la Puglia da un altro punto di vista, ad un’altra velocità e nei suoi angoli più nascosti. Quest’anno il tour si terrà nei primi tre giorni di maggio, dall’1 al 3, per un totale di 205 km con un livello di difficoltà di percorrenza medio/alto. Tra le altre attività proposte negli anni da Ciclomurgia vi sono anche: il progetto MurgiaScuola, pensato per far vivere ai ragazzi un’esperienza diversa dalla tradizionale gita scolastica e far scoprire, anche tramite laboratori, le bellezze del Parco Nazionale dell’Alta Murgia; il servizio Bicibus, che permette a gruppi di bambini di recarsi a scuola in bici, insieme a due adulti che li accompagnano, e Bla Bla Murgia.3735954_orig-1024x679

Il patrimonio paesaggistico, artistico ed enogastronomico dell’Alta Murgia costituisce un grosso serbatoio di attrattive per il cicloturista. Per questo secondo i promotori di Ciclomurgia occorre sviluppare strategie ed iniziative finalizzate a valorizzare l’esistente in un’ottica di sostenibilità, stimolando l’offerta turistica e creando nuove opportunità di lavoro per i giovani.

Il sito di CicloMurgia 

Visualizza CicloMurgia sulla Mappa dell’Italia che Cambia! 

Fonte : italiachecambia.org

Consumo di suolo, l’Italia perde ancora terreno

4823023873_2492bc2aff_z-360x270

Quasi il 20% della fascia costiera italiana – oltre 500 Km2 – l’equivalente dell’intera costa sarda, è perso ormai irrimediabilmente. È stato impermeabilizzato il 19,4% di suolo compreso tra 0-300 metri di distanza dalla costa e quasi e il 16% compreso tra i 300-1000 metri. Spazzati via anche 34.000 ettari all’interno di aree protette, il 9% delle zone a pericolosità idraulica e il 5% delle rive di fiumi e laghi. Il cemento è davvero andato oltre invadendo persino il 2% delle zone considerate non consumabili (montagne, aree a pendenza elevata, zone umide). A mappare lo stivale della “copertura artificiale”, l’ISPRA che, grazie alla cartografia ad altissima risoluzione, nel suo Rapporto sul Consumo di Suolo 2015 – presentato questa mattina a Milano, nel corso del convegno collaterale all’EXPO2015 “Recuperiamo Terreno” – utilizza nuovi dati, aggiorna i precedenti e completa il quadro nazionale con quelli di regioni, province e comuni, senza trascurare coste, suolo lungo laghi e fiumi e aree a pericolosità idraulica. L’Italia del 2014 perde ancora terreno, anche se più lentamente: le stime portano al 7% la percentuale di suolo direttamente impermeabilizzato (il 158% in più rispetto agli anni ’50) e oltre il 50% il territorio che, anche se non direttamente coinvolto, ne subisce gli impatti devastanti. Rallenta la velocità di consumo, tra il 2008 e il 2013, e viaggia ad una media di 6 – 7 m2 al secondo. Le nuove stime confermano la perdita prevalente di aree agricole coltivate ( 60%), urbane ( 22%) e di terre naturali vegetali e non (19%). Stiamo cementificando anche alcuni tra i terreni più produttivi al mondo, come la Pianura Padana, dove il consumo è salito al 12%.ispra-suolo

Ancora, in un solo anno, oltre 100.000 persone hanno perso la possibilità di alimentarsi con prodotti di qualità italiani. Sono le periferie e le aree a bassa densità le zone in cui il consumo è cresciuto più velocemente. Le città continuano ad espandersi disordinatamente (sprawl urbano) esponendole sempre di più al rischio idrogeologico. Esistono province, come Catanzaro, dove oltre il 90% del tessuto urbano è a bassa densità. Nella classifica delle regioni “più consumate”, si confermano al primo posto Lombardia e Veneto (intorno al 10%), mentre alla Liguria vanno le maglie nere della copertura di territorio entro i 300 metri dalla costa (40%), della percentuale di suolo consumato entro i 150 metri dai corpi idrici e quella delle aree a pericolosità idraulica, ormai impermeabilizzate (il 30%). Tra le zone a rischio idraulico è invece l’Emilia Romagna, con oltre 100.000 ettari, a detenere il primato in termini di superfici. Monza e Brianza, ai vertici delle province più cementificate, raggiunge il 35%, mentre i comuni delle province di Napoli, Caserta, Milano e Torino oltrepassano il 50%, raggiungendo anche il 60%. Il record assoluto, con l’85% di suolo sigillato, va al piccolo comune di Casavatore nel napoletano. Fino al 2013, il valore pro-capite ha segnato un progressivo aumento, passando dai 167 m2 del 1950 per ogni italiano, a quasi 350 m 2 nel 2013. Le stime del 2014 mostrano una lieve diminuzione, principalmente dovuta alla crescita demografica, arrivando a un valore pro-capite di 345 m2 . Le strade rimangono una delle principali causa di degrado del suolo, rappresentando nel 2013 circa il 40% del totale del territorio consumato (strade in aree agricole il 22,9%, urbane 10,6%, il 6,5% in aree ad alta valenza ambientale).L’ISPRA ha anche effettuato una prima stima della variazione dello stock di carbonio, dovuta al consumo di suolo. In 5 anni (2008-2013), sono state emesse 5 milioni di tonnellate di carbonio, un rilascio pari allo 0,22% dell’intero stock immagazzinato nel suolo e nella biomassa vegetale nel 2008. Senza considerare gli effetti della dispersione insediativa, che provoca un ulteriore aumento delle emissioni di carbonio (sotto forma di CO2), dovuto all’inevitabile dipendenza dai mezzi di trasporto, in particolare dalle autovetture.

Tutti i numeri dell’ “Italia artificiale” sono disponibili in formato open data all’indirizzo www.consumosuolo.isprambiente.it

Riferimenti: Via Ispra

Tratto da : galileonet.it

Kenya, la crescita urbana minaccia il Parco Nazionale di Nairobi

Il parco nazionale della capitale del Kenya è l’unico al mondo all’interno del territorio di una capitale

Il Parco Nazionale di Nairobi, alla periferia della capitale del Kenya, è l’unica riserva nazionale al mondo a essere attualmente attiva sul territorio di una capitale. Quest’anomalia che non presentava alcun problema al momento della fondazione, nel 1946, sta presentando il conto ora, con uno sviluppo urbano incontrollato che si sta allargando alle terre che una volta erano proprietà dei contadini Masai. Il parco di Nairobi, fondato quasi settant’anni fa dai coloni britannici, accoglie circa 120mila visitatori all’anno e ospita 80 specie di mammiferi fra cui leopardi, leoni, mammiferi, rinoceronti, giraffe, zebre e antilopi in un territorio di 117 kmq al cui orizzonte si stagliano i grattacieli della capitale kenyana. Sono molte le associazioni ambientaliste che tentano di difendere questo territorio che, per colpa dell’urbanizzazione selvaggia, della maleducazione dei turisti e del vento che porta i rifiuti dalla vicina città, deve fare i conti con sacchi di plastica, bottiglie e imballaggi vari.

Si trovano sempre più rifiuti, portati dal vento dalle abitazioni dei dintorni o gettate dai turisti. Da poco ho visto un serpente morire infilato dentro una lattina di soda e incapace di uscirne,

spiega Patricia Heather-Hayes, avvocato in prima fila nella lotta per la preservazione del parco dell’associazione Fonnap. Nel parco sono presenti 39 leoni e 90 rinoceronti, 450 specie di uccelli, 40 di anfibi e 500 di alberi, una biodiversità che si è preservata anche grazie all’osmosi con l’area semi-desertica di Athi-Kapthi, una vasta area semi-desertica di 2200 kmq. Le migrazioni da questo bacino sono ora minacciate dalla crescita urbana e dal progetto di una nuova arteria stradale – la Southern Bypass – e da una linea ferroviaria che potrebbe passare all’interno del Parco. La ferrovia dovrebbe garantire la connessione fra il porto di Mombasa e Nairobi. Fonapp e altre associazioni cercano di contrastare questa ondata sviluppista che rischia di minacciare il parco più vecchio del Kenya, custode delle specie più rappresentative della fauna africana, ad eccezione degli elefanti.Political Stand Off Affects Kenyan Tourism

Fonte: Le Monde

© Foto Getty Images

Forum Salviamo il Paesaggio: tutti uniti contro il consumo del territorio

Secondo una statistica del Sole 24 Ore, le case invendute in Italia sono 540mila e un quarto di esse è appena stato edificato. Eppure, si continua a costruire. Perché? Forse per lo stesso motivo per cui oggi l’82% dei Comuni italiani è a forte rischio idrogeologico, come denuncia il Corpo Forestale dello Stato. O per cui, come rileva uno studio del WWF, nel nostro paese vengono urbanizzati 90 ettari di territorio ogni giorno. Uno scempio a cui ogni cittadino è moralmente chiamato a opporsi. Ma non da solo. Esiste un forum che riunisce più di 1000 sigle, che a loro volta rappresentano centinaia di migliaia di persone che vogliono fermare il suicidio che stiamo commettendo, violentando in maniera efferata il nostro territorio, da molti considerato il più bello del mondo. Il suo nome è Salviamo il Paesaggio.

«La nostra sfida più grande è riuscire a parlare una lingua che sia comprensibile per il mondo accademico e per quello politico, ma soprattutto per i cittadini», spiega Alessandro Mortarino, coordinatore nazionale del Forum Salviamo il Paesaggio. «La nostra forza sono gli oltre 150 comitati locali che, riuniti sotto un simbolo, una progettualità e una struttura di portata nazionale, operano quotidianamente sul territorio per portare questi argomenti all’attenzione di tutti». Ma quali sono gli argomenti in discussione? Dalla cementificazione al dissesto idrogeologico, dalle grandi opere agli inceneritori, il Forum si occupa di tutto ciò che in questo momento sta minacciando la salubrità e la vita stessa della terra su cui poggiamo i nostri piedi. «In termini operativi, portiamo avanti numerose iniziative, come il “censimento del cemento”, il supporto ai comitati locali e l’attività conferenziera e divulgativa. Il prossimo grande traguardo è la stesura di una proposta di legge di iniziativa popolare contro il consumo del territorio». Per quanto l’obiettivo sia ambizioso, non ci si muove su un terreno inesplorato. Riccardo Picciafuoco, architetto paesaggista e coordinatore del tavolo tecnico “Paesaggio Marche”, racconta ciò che è successo nella sua Regione: «A un certo punto abbiamo capito che le istituzioni non stavano ponendo rimedio alla situazione marchigiana, diventata ormai emergenziale. Non si preoccupavano del consumo di suolo sproporzionato rispetto al fabbisogno delle comunità, né tantomeno della scarsa partecipazione dei cittadini alle scelte. Così, dopo tre anni di lavoro sul testo e sei mesi di raccolta firme nelle piazze, abbiamo presentato una legge di iniziativa popolare sul governo del territorio». Dal punto di vista del consenso è stato un enorme successo: a fronte della soglia minima di 5000 firme necessarie per la presentazione, il Forum Paesaggio Marche ne ha raccolte quasi 9000. Una cittadinanza attiva dunque, che adesso si aspetta una risposta pronta e responsabile da parte del mondo politico, che svolge un ruolo determinante. «Il problema principale – spiega Riccardo – è che i Comuni si basano sulla tassazione delle aree edificabili e delle rendite per far quadrare i propri bilanci. Quindi, da una parte gli oneri di urbanizzazione sulle aree edificabili e dall’altra l’IMU sulle aree edificate. Bisogna trovare un’alternativa a questa dipendenza».

marche

Eppure, con coraggio e metodo, c’è chi ha dimostrato che anche nel quadro finanziario e normativo attuale è possibile mettere in pratica una politica virtuosa. Ne sa qualcosa Domenico Finiguerra che, mentre era sindaco di Cassinetta di Lugagnano, in provincia di Milano, è riuscito a “snellire” il piano regolatore comunale fino ad approvarne uno a crescita zero. «Quando c’è la volontà politica, nulla è impossibile», sottolinea Domenico. «A livello nazionale si sono definiti gli schieramenti con il varo del decreto Sblocca-Italia, che contiene la più grave offensiva contro i beni comuni, il territorio e l’ambiente che il nostro paese abbia mai conosciuto. Trivellazioni, attacco al demanio, inceneritori, il paesaggio come merce di scambio. È sorto uno spartiacque che delineerà due schieramenti: chi starà dalla parte dei poteri forti, del partito del cemento, di chi vuole saccheggiare i nostri beni non riproducibili, e chi vi si opporrà». L’ex sindaco Finiguerra, ora consigliere comunale ad Abbiategrasso, propone anche una riflessione più ampia sul consumo di suolo e sul land grabbing, accaparramento di territorio da parte di chi non ha a cuore gli interessi di chi lo abita: «L’attenzione da parte degli Stati o delle grandi multinazionali straniere verso la nostra terra ha due funzioni: una economico-finanziaria e speculativa e un’altra legata al mantenimento della sovranità alimentare. Nel 2050 la popolazione mondiale arriverà a dieci miliardi di persone e il grande problema sarà garantire cibo per tutti. Questo innescherà altre dinamiche, che riguardano anche la ripartizione delle risorse». La terra è dunque una risorsa primaria, a cui l’uomo è legato in maniera simbiotica. Per questo motivo, ricoprendo il pianeta di cemento egli sta firmando la propria condanna.finiguerra

Attenzione però a non commettere un errore grave, ma purtroppo estremamente comune, ovvero pensare che le “grandi questioni” non ci tocchino da vicino, che siano di competenza delle alte sfere. «La maggior parte delle persone non si rende conto della bellezza del posto in cui vive. Solo alcuni lo fanno e sono i più attivi nel difendere il proprio territorio. La consapevolezza anche di una sola persona però, spesso può cambiare le cose. Fare la propria parte, per quanto piccola essa possa essere, è fondamentale». Anche Virginia Scarsi, coordinatrice della redazione di Salviamo il Paesaggio, si è messa in gioco in prima persona: «Lavoro nell’ambito della comunicazione e il desiderio di lavorare per questo movimento mi è venuto quando mi sono trovata a dover ritoccare sempre più spesso foto dei paesaggi, cancellando capannoni, tralicci e altre deturpazioni dovute alla cementificazione. Ho cominciato a sentirmi frustrata e a voler fare qualcosa di concreto per cambiare la situazione». L’obiettivo è quello di raccogliere sotto lo stesso cappello soggetti che da tempo operano in questo campo – comitati, collettivi, associazioni ambientaliste e così via. «Il problema infatti – spiega Virginia – è la grande frammentazione: in Italia siamo ancora divisi fra guelfi e ghibellini, ognuno agisce per conto proprio, combatte le sue piccole battaglie. Noi abbiamo pensato di creare un soggetto che unificasse tutte queste sigle per pesare di più a livello nazionale. L’esistenza del Forum ha già sortito buoni effetti, grazie anche ai canali della comunicazione. Quando un comitato locale ha un problema, noi lo rilanciamo a livello nazionale e la sua visibilità viene amplificata, così come il suo potere contrattuale e la sua credibilità».

 

Salviamo_il_Paesaggio_2

Una struttura ben articolata e funzionale, che però necessita della presa di coscienza di ciascuno di noi. Dobbiamo abbandonare la logica “nimby” e pensare al territorio del nostro Paese come a un immenso bene comune, il più grande e il più prezioso che abbiamo. E non dobbiamo avere paura di difenderlo, con la consapevolezza che ci sarà sempre qualcuno che ci supporterà, ma mai nessuno che lo farà al posto nostro.

 

Il sito di Salviamo il paesaggio.

 

Fonte : italiachecambia.org

 

Let’s Clean Up Europe, iscrizioni aperte dal 9 marzo

Dopo il successo della prima edizione, torna la campagna europea contro il littering e l’abbandono dei rifiuti in programma dall’8 al 10 maggio. Chiunque potrà proporre ed organizzare azioni di raccolta e pulizia straordinaria del territorio che coinvolgano direttamente ed attivamente i cittadini381977

Dopo il successo della prima edizione, torna Let’s Clean Up Europe, la campagna europea contro il littering e l’abbandono dei rifiuti (www.ewwr.eu/lets-clean-up-europe). Quest’anno le azioni si concentreranno dall’8 al 10 maggio, con la possibilità di organizzare attività per tutto il periododal 3 al 17 per garantire la massima partecipazione possibile. L’Italia è uno dei paesi europei che aderiscono all’iniziativa, grazie al coordinamento del Ministero dell’Ambiente e al Comitato Promotore italiano che organizza la Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti da ormai 6 anni e di cui fanno parte lo stesso Ministero dell’Ambiente, Federambiente, Città metropolitana di Roma Capitale, Città Metropolitana di Torino, ANCI, Legambiente, AICA (Associazione Internazionale per la Comunicazione Ambientale) che si occupa della segreteria organizzativa e l’UNESCO come invitato permanente.
La campagna si basa su una call-to-action: chiunque potrà proporre ed organizzare, sull’intero territorio nazionale, azioni di raccolta e pulizia straordinaria del territorio che coinvolgano direttamente ed attivamente i cittadini.
Per aderire, dal 9 marzo sarà sufficiente andare sul sito del Ministero dell’Ambiente e dei partner del progetto e compilare on-line il modulo di partecipazione. Possono aderire istituzioni ed enti locali, associazioni di volontariato, scuole, gruppi di cittadini, imprese e ogni altra tipologia di enti. Ai gruppi aderenti sarà richiesto di contabilizzare ove possibile la quantità di rifiuti raccolti – suddivisi per tipologia – e il numero di partecipanti compilando in un secondo momento una scheda di monitoraggio che consentirà di raccogliere dati confrontabili tra i vari Stati aderenti. Gli organizzatori invieranno a tutti i gruppi aderenti una bandiera con il logo della manifestazione e chiederanno ai partecipanti di inviare immagini o video dei volontari in azione anche attraverso i social network (Let’s Clean Up Europe è su Twitter e Facebook, hashtag #cleanupeurope). In attesa dell’apertura delle iscrizioni, non rimane quindi che iniziare a pensare alla propria azione per la seconda edizione di Let’s Clean Up Europe!

Fonte: ecodallecitta.it

 

Dissesto idrogeologico: 7 miliardi in 7 anni per la manutenzione del territorio

Il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti promette lo stanziamento di 7 miliardi di euro nei prossimi sette anni.

Allunga i tempi di una promessa e a mantenerla dovrà essere, molto probabilmente, qualcun altro. La tecnica molto attuale e, soprattutto, molto renziana è quello di rimandare e dilazionare nel tempo le urgenze e di rendere urgenti le grandi opere che urgenti e necessarie non lo sono. Un paradosso avallato dai Governi bipartisan dell’ultimo decennio, se non nelle azioni quantomeno nelle intenzioni. A erogare l’ultima promessa del Governo Renzi è Gian Luca Galletti, titolare del dicastero dell’Ambiente che ha annunciato lo stop ai condoni edilizi, veri e propri “tentati omicidi alla tutela del territorio” e un piano da 7 miliardi di euro in sette anni per le opere necessarie alla messa in sicurezza del territorio. Il dissesto idrogeologico materia per sua natura politica è sempre stata relegata nei recinti dell’associazionismo e dell’ambientalismo, come se le istanze di chi voleva tutelare il paesaggio fossero mere speculazioni di animi contemplativi. Eppure adesso la frittata viene abilmente rigirata dalla politica principale (se non unica) responsabile dei disastri degli ultimi giorni: sono necessari gli Stati generali del dissesto idrogeologico, una pianificazione della sicurezza che, secondo il capo della struttura #ItaliasicuraErasmo D’Angelis, andrebbe pianificata 365 giorni l’anno e dovrebbe far sì che “tutti si assumano le responsabilità, cittadini compresi”. Secondo il sottosegretario Delrio il piano è affidabile, integrato ed efficiente e consentirà di non piangere più vittime. Stop all’abusivismo e pugno di ferro contro chi inquina e non tutela il territorio. In tutto il piano prevede 9 miliardi di euro: ai 5 dei fondi di sviluppo e coesione si sommano i 2 del co-finanziamento delle regioni e dei fondi europei a disposizione delle regioni stesse. Poi ci sono i 2 recuperati dai fondi a disposizione per le opere di messa in sicurezza e non spesi fino a oggi. Entro la fine del 2014 verranno aperti 654 cantieri e altri 659 apriranno nei primi mesi del 2015, per una spesa, rispettivamente, di 807 e 659 milioni. Il tutto in un contesto di emergenza quotidiana frutto di un attendismo che continuerà a mietere vittime anche nel caso il sistema dovesse mettersi in moto con efficienza.img_41985-586x439

Fonte:  La Stampa

© Foto Getty Images

Ispra, Consumo di suolo, non lo frena nemmeno la crisi: in 3 anni divorata un’area grande come 5 città

Nonostante la crisi, è ancora record: non accenna a diminuire la superficie di territorio consumato: ricoperti, negli ultimi 3 anni altri 720 km2, pari alla somma dei comuni di Milano, Firenze, Bologna, Napoli e Palermo. La velocità del consumo è di 8m al secondo | Il nuovo rapporto ISPRA378640

Non accenna a diminuire, anche nel 2012, la superficie di territorio consumato: ricoperti, negli ultimi 3 anni, altri 720 km2, 0,3 punti percentuali in più rispetto al 2009, un’area pari alla somma dei comuni di Milano,
FirenzeBolognaNapoli Palermo. In termini assoluti, si è passati da poco più di 21.000 km2 del 2009 ai quasi 22.000 km2 del 2012, mentre in percentuale è ormai perso irreversibilmente il 7,3% del nostro territorio.
Nonostante la crisi, è ancora record. A dimostrarlo, anche la velocità con cui si perde terreno che, contrariamente alle aspettative, non rallenta e continua procedere al ritmo di 8m al secondo. Ma non è solo colpa dell’edilizia. In
Italia si consuma suolo anche per costruire infrastrutture, che insieme agli edifici ricoprono quasi l’80% del territorio artificiale (strade asfaltate e ferrovie 28% – strade sterrate e infrastrutture di trasporto secondarie 19%), seguite dalla presenza di edifici (30%) e di parcheggi, piazzali e aree di cantiere (14%).
Forti gli impatti sui cambiamenti climatici: la cementificazione galoppante ha comportato dal 2009 al 2012, l’immissione in atmosfera di 21 milioni di tonnellate di CO2 – valore pari all’introduzione nella rete viaria di 4 milioni di utilitarie in più(l’11% dei veicoli circolanti nel 2012) con una percorrenza di 15.000 km/anno – per un costo complessivo stimato intorno ai 130 milioni di euro.  A segnalare l’avanzata del cemento a discapito delle aree naturali e agricole è l’ISPRA che, per la prima volta con un Report, ricostruisce l’andamento – dal 1956 al 2012 – del consumo di suolo in Italia. L’indagine, la più significativa collezione di dati a livello nazionale, analizza i valori relativi alla quota di superficie “consumata”, fornendo un quadro completo del fenomeno. Il Report rappresenta un valido strumento per l’individuazione di strategie utili a contrastare le minacce dovute alle attività antropiche. è solo attraverso la conoscenza dell’intero sistema e dei processi che lo governano che sarà possibile porre le basi per interventi concreti sulle cause del suo deterioramento ed alterazione. Il Rapporto dell’ISPRA non si configura soltanto come raccolta di dati e informazioni validate, rese interoperabili e condivise, ma sarà un tassello fondamentale, con il contributo di tutti gli altri soggetti istituzionalmente preposti, per fornire una visione complessiva dei processi fisici, chimici e biologici che governano il suolo e l’ambiente nella sua totalità, a supporto di chi dovrà decidere e operare scelte in questi settori. A livello regionale, Lombardia e Veneto, con oltre il 10%, mantengono il “primato nazionale” della copertura artificiale, mentre Emilia Romagna, Lazio, Campania, Puglia e Sicilia si collocano tutte tra l’8 e il 10%. I comuni più cementificati d’Italia rimangonoNapoli (62,1%), Milano (61,7%), Torino (54,8%), Pescara (53,4%), Monza (48,6%),Bergamo (46,4) e Brescia (44,5).  La trasformazione del suolo agricolo in cemento non produce impatti solo sui cambiamenti climatici, ma anche sull’acqua e sulla capacità di produzione agricola. In questi 3 anni, tenendo presente che un suolo pienamente funzionante immagazzina acqua fino a 3.750 tonnellate per ettaro – circa 400 mm di precipitazioni – per via della conseguente impermeabilizzazione abbiamo perso una capacità di ritenzione pari a 270 milioni di tonnellate d’acqua che, non potendo infiltrarsi nel terreno, deve essere gestita. In base ad uno studio del Central Europe Programme, secondo il quale 1 ettaro di suolo consumato comporta una spesa di 6.500 euro (solo per la parte
relativa al mantenimento e la pulizia di canali e fognature), il costo della gestione dell’acqua non infiltrata in Italia dal 2009 al 2012, è stato stimato intorno ai 500 milioni di Euro. Ancora, il consumo di suolo produce forti impatti anche sull’agricoltura e quindi sull’alimentazione: solo per fare un esempio, se i 70 ettari di suolo perso ogni giorno fossero coltivati esclusivamente a cereali, nel periodo 2009-2012 avremmo impedito la produzione di 450.000 tonnellate di cereali, con un costo di 90 milioni di Euro ed un ulteriore aumento della dipendenza italiana dalle importazioni.
Disponibile anche una App per segnalare nuove perdite di terreno. I ricercatori hanno messo a punto un’applicazione per individuare nuove zone consumate. Attraverso uno smarthphone, basta inserire coordinate e foto per vederle subito on line sulla mappa dell’ISPRA (www.consumosuolo.isprambiente.it).  “Difendere il suolo dalle aggressioni indiscriminate – spiega il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti – significa tutelare non solo una risorsa economica strategica, ma anche proteggere il Paese dalla minaccia del dissesto idrogeologico che, proprio a causa dell’uso dissennato del territorio, spesso ha conseguenze gravissime, soprattutto in termini di perdita di vite umane. Per questo il Rapporto dell’ISPRA – continua – assume particolare rilievo; è la dimostrazione che in Italia esiste un sistema pubblico in grado di assicurare elevati standard di qualità nel monitoraggio dell’ambiente e di rendere disponibile una base informativa utile alla valutazione del fenomeno”.

Fonte: ecodallecittà.it

Da Mastrapasqua alle alluvioni. C’è un’Italia che non vuole cambiare

Scandali, corruzione, distruzione del territorio: le cronache continuano a metterci sotto gli occhi un’Italia che non vuole cambiare. Ma i grandi media dimenticano che c’è anche un’Italia, forte, capillare e radicata, che sta già cambiando: l’economia solidale, i Gas, le comunità di base, l’associazionismo e l’ambientalismo sono il nostro presente e la nostra speranza.italia

Il 21 ottobre 2012, più di un anno fa, la trasmissione televisiva Report, con la puntata “Dirigenti di classe” denunciava i venticinque incarichi del Presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua. Venticinque incarichi: presidente dell’Inps; commissario del SuperInps; vicepresidente di Equitalia; Direttore generale dell’Ospedale Israelitico di Roma; Amministratore Unico della Litorale Spa; e poi altri venti, tra consigli di amministrazione, collegi sindacali e presidenze. Un anno e tre mesi dopo, ovvero venerdì scorso, 31 gennaio, il Governo presentava alle Camere un disegno di legge, con procedura di urgenza, in base al quale il presidente di un ente pubblico nazionale non deve avere altre cariche in conflitto di interessi. E così, il primo febbraio il presidente dell’Inps prendeva la decisione di dimettersi. Ma non certo a causa (o per merito?) di Report. Nè tantomeno delle varie trasmissioni politiche, da Servizio Pubblico a Virus, da La Gabbia a Piazza Pulita. Passando per Ballarò. Ma per l’operato della magistratura, che ha iscritto nel registro degli indagati Mastrapasqua per abuso d’ufficio e falso, in qualità di direttore generale dell’Ospedale Israelitico di Roma; si sono finalmente accesi i riflettori su questo scandalo. Sempre venerdì 31 gennaio l’Italia è stata colpita da una forte perturbazione atmosferica che ha portato alle ennesime inondazioni da Nord a Sud. “Maltempo, migliaia di evacuati. Paura a Roma. Treno deraglia a Viterbo”, scrive Il Corriere della Sera; “Bomba d’acqua sul centro nord. Massima allerta in sei regioni”, titola La Repubblica; “Nubifragi, allagamenti, frane e paesi isolati. Mezza Italia bloccata, l’Arno fa paura”, pubblica La Stampa. Ennesime inondazioni. Ennesimi allarmi. Ennesime presenze di esperti e tecnici in televisione, pronti a spiegare agli italiani il perché di queste catastrofi.  Due solo esempi (per ragioni di spazio), Mastrapasqua e alluvioni. Ma punte di un iceberg di dimensioni esagerate. Sembra di vivere nel Truman Show. Un giorno uguale all’altro. In un Paese completamente immobile. Mastrapasqua (e quanti altri a partire dalla moglie…) ha venticinque incarichi? Bene. Se ne parla su tutti i media, si organizzano trasmissioni televisive, si grida allo scandalo, in un’Italia che fa fatica ad arrivare a fine mese, ma il giorno dopo tutti sembrano dimenticare, come fossero completamente ovattati, in un’Italia automa e intimamente corrotta. Il clima sta cambiando? Andremo incontro sempre più frequentemente a piogge torrenziali? Fa niente. In Italia è meglio curare che prevenire. Con l’unica differenza che la cura ahimè non esiste. Disboschiamo, cementifichiamo, violentiamo la natura. Poi ne mettiamo una toppa. Con le conseguenze devastanti che abbiamo tutti i giorni davanti agli occhi. Storie già vissute. Filmati già visti. Articoli già letti. Danni e disastri continui. Senza che niente cambi. Mentre la vita del Paese scorre liscia, come l’olio. In uno spaventoso lassismo. C’è un’Italia che non vuole cambiare. Ed è quella fatta dalle istituzioni, tutte. E, dispiace scriverlo, anche da milioni di italiani. Che rimangono fermi a guardare, lamentandosi e dichiarandosi impotenti di fronte a questi scenari. Ad uno spettatore esterno che osserva questo spettacolo deprimente verrebbe da pensare che noi italiani siamo un popolo di masochisti. Ci piace soffrire. Non arrivare a fine mese. Vedere la gente morire per lo straripamento di un fiumiciattolo. O per i veleni di una fabbrica. Un popolo dalle mille qualità e dai milioni di difetti. Ma, fortunatamente, come scriviamo ormai da anni sul nostro giornale, c’è anche un’Italia, piccola ma forte, che non sta ferma, che non aspetta la manna dal cielo. Che si mette all’opera e cerca di cambiare. E non è poi così difficile. A volte basta solamente copiare. Copiare chi è già cambiato. E chi ha già cambiato modo di vivere e di affrontare la vita quotidiana. E questo consiglio noi lo rivolgiamo non solo al popolo, ma anche ad imprenditori e politici. Ad Hannover, in Germania, l’assessore all’ambiente e all’economia (che strano connubio che sarebbe questo in Italia…) è tra i fondatori del Centro per l’Energia e l’Ambiente che dal 1981 pratica la vera politica dell’ambientalismo, le cui soluzioni sono diventate pratici esempi ripresi dalla legislazione nazionale. Sempre in Germania la ditta Solvis è leader nella produzione di pannelli solari. Quel che stupisce è che consuma l’80% in meno rispetto ad industrie simili. Due soli esempi per spiegare che si possono realmente abbattere i consumi, in un periodo di crisi economica dove sprecare meno è fonte di guadagno, senza però produrre inquinamento. E poi ci sono le persone, quelle normali, che hanno deciso di non sottostare più ai ricatti di questa classe politica. Chi andando via dal nostro Paese (sempre di più), chi invece mettendosi all’opera per cambiarlo. Pensiamo ai GAS, Gruppi di Acquisto Solidale, che si stanno sempre più diffondendo in Italia con ottimi risultati. O al cohousing. Come lo Urban Village, nato nel  2009 nel quartiere Bovisa di Milano. O semplicemente a chi ha ricominciato daccapo, cambiando vita. In meglio.  Come le 26 testimonianze raccolte da Giuseppe Canale e Massimo Ceriani nel libro “Contadini per scelta”, 332 pagine che raccontano le storie di chi ha deciso di dedicarsi all’agricoltura in un modo nuovo. «Quando sono su, a mille metri di altezza, lavoro – afferma Tiziana De Vincenzi, allevatrice di bovini nella Val Di Vara a Varese Ligure (La Spezia) – Arrivo alla sera stanca morta, non ne posso più, mi sdraio a letto e sono contenta. È assurdo ma è così, nessuno mi costringe ad alzarmi alle sei di mattina, ma quando vado su in azienda sto bene, nessuno mi rompe». Un mondo radicalmente diverso da quello della produzione agricola industriale, dove al centro c’è il contadino con la sua manualità, le sue idee, la sua cultura. Questa Italia sa che Mastrapasqua uscirà dalla porta per entrare dalla finestra (a proposito, resterà titolare degli altri 24 incarichi?). Sa che domani un’altra regione italiana soffrirà la piena di un fiume. Ma questa Italia, consapevole del proprio malessere, si muove e non rimane ferma a guardare. Il cambiamento non verrà certo dall’alto, da questa classe politica totalmente incompetente e indifferente alla situazione sociale e idrogeologica del Paese. Il cambiamento verrà da noi. Da questa Italia, piccola ma forte.

Fonte: il cambiamento