Una manciata di gruppi privati possiede la maggior parte della terra in Europa

Dinamiche nascoste che pochi conoscono ma che sono state rivelate dal rapporto “Land concentration, land grabbing and people’s struggles in Europe”, 25 autori che hanno esaminato la situazione di 11 nazioni: una manciata di gruppi privati possiede un’estensione enorme di terre in Europa.landgrabbingterra

La concentrazione della terra in mano a pochi grandi gruppi privati non è solo un problema del Sud del mondo, bensì un’emergenza che coinvolge l’Europa con uguale intensità. E le battaglie (di cui quasi nessuno parla) che i piccoli agricoltori ancora combattono devono essere il segnale di quanto sia necessaria una politica transnazionale in grado di contrastare la concentrazione nelle mani di pochi di un bene che appartiene all’umanità. Il rapporto “Land concentration, land grabbing and people’s struggles in Europe” spiega come quella che ormai si può chiamare “l’elite della terra” sia stata favorita e sostenuta da enormi iniezioni di fondi pubblici, proprio mentre per tutto il resto i fondi pubblici venivano tagliati. Nell’Europa orientale il fenomeno della concentrazione della proprietà si è enormemente accelerato negli ultimi decenni.

La concentrazione della terra nelle mani di pochi

I proprietari terrieri in Europa hanno tratto a questa concentrazione benefici che hanno eguali solo in paesi come Brasile, Colombia e Filippine, nazioni note per l’iniquità nella distribuzione delle terre. In Europa ci sono 12 milioni di aziende agricole; quelle la cui estensione supera i 100 ettari rappresentano solo il 3% del totale ma controllano il 50% della terra coltivata. Il fenomeno è iniziato qualche decennio fa ma si è grandemente accelerato. In Germania, per esempio, nel 1966/1967 i proprietari terrieri erano 1 milione e 246mila, nel 2010 sono diventati 299.100. L’area coperta dalle aziende agricole con meno di 2 ettari è passata da 123.670 ettari nel 1990 a 20.110 ettari nel 2007, mentre le aziende agricole di oltre 50 ettari sono passate da 9,2 milioni di ettari nel 1990 a 12,6 milioni di ettari nel 2007. Nell’Europa orientale la concentrazione della proprietà terriera è aumentata dopo il crollo del muro di Berlino. Molti agricoltori finirono in bancarotta con l’ingresso nell’Unione Europea e il mercato venne invaso da prodotti fortemente sostenuti dai sussidi. Nei primi 6 anni dopo la caduta del muro, gli agricoltori della Germania dell’Est non potevano accedere ai contributi pubblici e le loro terre vengono comprate a prezzi stracciati dagli speculatori. In Italia nel 2011 solo 0,29% delle aziende agricole ha avuto accesso al 18% degli incentivi e lo 0,0001% di queste (cioè 150 aziende) si è accaparrato il 6% dei sussidi: quindi tanti soldi spartiti fra pochissimi proprietari. In Spagna il 75% dei sussidi sono stati assegnati al 16% delle aziende agricoli di maggiori dimensioni. In Ungheria nel 2009 l’8,6% delle aziende agricole ha ottenuto il 72% di tutti i contributi agricoli.

Il landgrabbing strisciante

Soprattutto nell’Europa orientale sono comparsi nuovi soggetti nella corsa all’accaparramento delle terre. Ci sono compagnie cinesi in Bulgaria che si danno alla produzione su larga scala di mais e compagnie mediorientali in Romania che coltivano cereali, ma ci sono anche gruppi privati europei che si prendono la terra anche per scopi non agricoli. Così come avviene nei paesi in via di sviluppo, dall’Etiopia alla Cambogia, anche in Europa tutto ciò segue strade non trasparenti e sempre segrete. Non che i nostri “vicini” vivano situazioni migliori. In Ucraina le 10 maggiori agroaziende possiedono 2,8 milioni di ettari; in Serbia le quattro più grandi società controllano insieme 100.000 ettari. E la terra fa gola per diverse ragioni: produzione di materiali grezzi per l’industria agroalimentare trasnazionale, per l’industria estrattiva, per la grande fregatura delle biomasse, per le enclaves turistiche, eccetera. In Francia ogni anno oltre 60.000 ettari di terreni agricoli vengono perduti per fare spazio a strade, supermercati ed espansione urbana.

I giovani sono ostacolati

Questo è una dinamica senza precedenti. Di fatto la politica dei sussidi non agevola l’ingresso nel settore di persone giovani, anzi pare proprio innalzare ancora di più le barriere. E non dimentichiamo che l’accesso alla terra è condizione basilare con potersi garantire la sovranità alimentare. La cosa positiva è che, malgrado gli ostacoli, l’attenzione dei giovani per la terra sta aumentando e in tanti vogliono tornare a questa dimensione di vita.

Cresce la lotta per la terra

Ci sono comunque moltissimi movimenti, gruppi e anche singoli che nei paesi europei stanno facendo sentire sempre di più la loro voce per contrastare questo fenomeno di concentrazione. Il rapporto fa anche degli esempi, come la comunità di Narbolia in Sardegna che si è battuta per non perdere terre coltivabili dove si voleva impiantare pannelli solari o Notre Dames des Landes che si è battuta contro il progetto dell’aeroporto a Nantes in Francia. Il SOC in Andalusia ha visto i piccoli contadini occupare la terra e coltivarla in modo biologico; il gruppo SoLiLa a Vienna è costituito da giovani che si sono messi insieme per coltivare terreni urbani sottraendoli al destino di ospitare centri commerciali.

Anche l’Europa dunque si sta trasformando in un campo di battaglia per la terra. Ed è ora di aprire gli occhi; occorre sentirsi tutti coinvolti e mobilitati.

Leggete il rapporto, scaricatelo QUI.

Fonte: ilcambiamento.it

Terra, un pianeta a un passo dal punto di non ritorno

Una ricerca pubblicata su Science fa il punto della situazione su quattro aspetti cruciali per la vita sulla Terra.

La Terra è al punto di non ritorno o, meglio, sta per arrivarci o ci è già arrivata in quattro aspetti, oggetto di un monitoraggio di medio-lungo termine, considerati fondamentali per lo “sviluppo delle società umane”.

Sei anni fa, nel 2009, alcuni ricercatori si erano interrogati, sulle pagine di Nature, sui limiti planetari della Terra, per capire sino a che punto l’umanità si fosse spinta nel rischiare un’irreversibile alterazione dei propri equilibri. A sei anni di distanza, gli stessi ricercatori hanno pubblicato, sulle pagine di Science, uno studio che verrà presentato nell’imminente Forum economico mondiale che si svolgerà a Davos dal 21 al 24 gennaio. I ricercatori hanno identificato quattro limiti già superati o in via di superamento.

Cambiamenti climatici

Sul fronte climatico gli autori stimano che la concentrazione di diossido di carbonio (CO2) non debba passare un valore compreso fra le 350 parti per milione e le 450 parti per milione. Attualmente ci si trova a una media di 400 parti per milione ovverosia a metà del range limite fissato dagli studiosi che aggiungono anche come in alcune regioni i limiti di sostenibilità siano, in realtà, più bassi, come dimostrano “le canicole e le siccità in Australia”.

Erosione della biodiversità

Perché l’erosione della biodiversità fosse sostenibile occorrerebbe che si perdessero specie a un ritmo di 10 su un milione per ogni anno, ma, attualmente, il tasso d’erosione è largamente superato e viaggia a un ritmo dalle 10 alle 100 volte superiore. E ovviamente ogni scomparsa scatena un effetto domino su specie contigue, con un esito imprevedibile.

Cambiamento d’uso dei suoli

Il terzo fattore è il cambiamento di utilizzo dei suoli: per i cercatori bisognerebbe conservare il 75% delle coperture forestali nelle zone storicamente forestali: ma in alcune regioni si è pericolosamente scesi al 60%. Il cattivo esempio è il Brasile, mentre l’Africa Equatoriale e l’Asia meridionale nonostante disboscamenti su larga scala sono ancora al di sopra della soglia-limite.

Flusso del fosforo

La caccia ai terreni agricoli – uno dei moventi della deforestazione – provoca una perturbazione dei cicli dell’azoto e del fosforo che sono necessari alla fertilità dei suoli agriucoli. Queste perturbazioni sono principalmente causate dall’utilizzo eccessivo di fertilizzanti e dalla cattiva gestione delle deiezioni animali.

Uno dei cambiamenti più consistenti dalla pubblicazione del 2009 concerne la revisione dei limiti planetari legati al flusso del fosforo,

spiega Philippe Hinsinger.

Qualche buona notizia c’è: secondo le stime su scala globale, infatti, l’utilizzo di acqua dolce, l’integrità del buco d’ozono e l’acidificazione degli oceani sono, per il momento, in un margine di sicurezza. Ma molto resta da fare e la priorità è cercare di non superare i limiti di sicurezza fissati nel 2009.earth_2779014b

© Foto Getty Images

Fonte: ecoblog.it

La terra chiama. Ecco come avviare un’azienda agricola

Sempre più giovani decidono di tornare alla terra. La crisi che pesa, le prospettive sempre meno legate a carriere improbabili, la riscoperta di valori e tempi che non siano più “usa e getta”: tutto questo sta portando ad una nuova generazione di gente “con i piedi per terra”. Allora, ecco qualche consiglio per chi volesse raccogliere la sfida.come_avviare_un_azienda_agricola

Ad accompagnarci in questo viaggio è Maria Letizia Gardoni, delegata nazionale Coldiretti Giovani Impresa. E’ a lei che abbiamo chiesto di fornire suggerimenti e consigli per chi voglia oggi pensare il proprio futuro legato alla terra.

Quali i presupposti e quali i primi passi?

«Per far nascere una impresa è prima di tutto prioritario avere un’idea intorno alla quale sviluppare un progetto senza fermarsi alla semplice visione bucolica. E senza accontentarsi delle ipotesi più tradizionali, ma considerando l’ampio spettro di opportunità offerte dal settore che, grazie allo strumento della multifunzionalità, ha esteso le sue competenze dalla produzione alla trasformazione e vendita di prodotti alimentari, dalla manifattura agricola fino all’offerta di servizi alle scuole come le fattorie didattiche, ma anche alle pubbliche amministrazioni per la cura del verde. E’ consigliabile, inoltre, confrontarsi con chi ha già fatto esperienze simili, visitando direttamente le aziende in Italia e in Europa; questo contribuisce a focalizzare l’idea e ad individuare le migliori soluzioni. Dopo aver verificato la tenuta dell’idea e averla trasferita in un progetto concreto con la collaborazione di esperti, vanno individuate le opportunità concrete che ci sono sul mercato in termini di località, aziende e professionalità. Non è raro trovare occasioni di acquisto soprattutto nelle aree interne o di montagna dove l’attività di coltivazione e di allevamento è più difficile, ma si possono cogliere opportunità per il turismo rurale. Inoltre occorre verificare le alternative dell’acquisto, dell’affitto o della semplice gestione aziendale considerato che sono molti gli agricoltori anziani che non hanno intenzione di cedere la propria azienda, ma sarebbero disponibili a collaborazioni. Verificare le eventuali ipotesi di dismissioni di terreni pubblici da parte delle autorità pubbliche. Successivamente, una volta individuato il fabbisogno finanziario complessivo, soprattutto per i giovani sotto i 40 anni di età, occorre appurare l’esistenza di agevolazioni per lo specifico progetto considerato. Le agevolazioni per la maggioranza sono di natura comunitaria e vengono erogate attraverso le regioni con la consulenza dei centri Caa avviati anche dalla Coldiretti. Per l’acquisto della terra alcune banche offrono condizioni specifiche anche grazie ad accordi con il Consorzio fidi Creditagri Italia, promosso dalla Coldiretti per la ricerca delle migliori condizioni di accesso al credito e che ha già garantito circa 300 milioni di euro di investimenti proprio a favore dei giovani agricoltori.  Dal punto di vista burocratico sono tre i passaggi fondamentali: apertura di una Partita Iva presso l’Agenzia delle Entrate, iscrizione al Registro delle imprese, sezione speciale Agricoltura, presso la competente Camera di Commercio e iscrizione e dichiarazione presso l’Inps. Una formazione di base in campo agricolo è importante, ma non decisiva anche perché sono numerosi i corsi di formazione professionale organizzati a livello regionale per acquisire competenze e avere la qualifica di imprenditore agricolo dal punto di vista fiscale».

Quali sono, indicativamente, i costi da affrontare?

«Tutto dipende dal progetto imprenditoriale che si vuole sviluppare. Lo strumento produttivo principale è la terra ed oggi il suo costo è elevato, soprattutto per i giovani che si affacciano all’impresa agricola come prima esperienza lavorativa, per chi non ha garanzie familiari sufficienti e per chi è uno startupper. Questo è dovuto ad una scarsità di terreno disponibile sul territorio nazionale per via della cementificazione selvaggia, per gli utilizzi impropri per colture no-food, per impianti fotovoltaici o di biogas da rifiuti industriali. Inoltre il costo della terra varia da zona a zona in virtù delle specificità produttive territoriali e della morfologia. Questo però non è un ostacolo insormontabile, sia perché esistono strumenti finanziari che agevolano l’investimento sia perché è erroneo pensare che la sostenibilità economica di un’attività agricola sia direttamente proporzionale alla superficie aziendale. Quello che conta è saper generare il maggior valore aggiunto per ettaro e questo si ottiene puntando sulla diversificazione della produzione, sulla multifunzionalità, sulla vendita diretta, sulle produzioni di eccellenza. Esistono tante realtà positive di giovani imprenditori agricoli che hanno fondato e conducono aziende di tutto rispetto su appena 6mila metri quadri di terra».

Esiste un percorso specifico per chi vuole dedicarsi al biologico?

«Per il settore biologico, tra i regolamenti dell’UE che permettono agli operatori nel campo dell’agricoltura biologica di avere aiuti finanziari c’è il Reg.2328/91 ed è accessibile a tutte le aziende agricole per il miglioramento delle strutture. Esistono anche interventi specifici per aziende in zone svantaggiate e per l’istituzione di associazioni agricole. L’applicazione di tali regolamenti è rimandata alla legislazione dei singoli Paesi e, per quanto riguarda l’Italia, sono le Regioni a stabilirne le modalità. In generale, comunque, gli ultimi orientamenti della PAC sono stati guidati da una maggiore consapevolezza circa la necessità di una sostenibilità ambientale che ha contribuito ad assegnare all’agricoltura biologica un ruolo di primo piano nelle strategie di sviluppo. Ci tengo a ricordare che l’Italia è al primo posto nella classifica europea per numero di operatori biologici nel comparto agricolo: questo è un buon dato che testimonia la nostra continua attenzione per la sicurezza alimentare e per la tutela della biodiversità. Con questo però non voglio screditare l’agricoltura convenzionale che in Italia segue i disciplinari più rigidi e restrittivi a livello mondiale, seguendo delle norme ferree volte a regolare l’utilizzo dei prodotti di sintesi».

Ci sono sostegni europei?

«I sostegni europei rappresentano di certo importanti incentivi per la conduzione quotidiana dell’attività, soprattutto perché vengono vissuti ed interpretati come un’integrazione al reddito; quel reddito agricolo che in alcune situazioni oggi è ancora troppo basso e inappropriato rispetto alla grande valenza economica e sociale che risiede nella figura dell’agricoltore. Detto questo, credo che sia scorretto impostare la propria attività imprenditoriale solo in funzione degli aiuti comunitari, che probabilmente un giorno potranno subire una diminuzione in termini di valore. Così come in altri settori, la capacità imprenditoriale e l’idea progettuale sono le variabili fondamentali per garantire la sostenibilità economica dell’impresa».

Si può far conto su canali alternativi alla grande distribuzione per la vendita dei prodotti?

«I canali di vendita alternativi alla grande distribuzione rappresentano una grande opportunità per recuperare da una parte il valore del prodotto che rimane in mano all’agricoltore e che altrimenti andrebbe smarrito nei lunghi passaggi di mano delle filiere lunghe, dall’altro per garantire qualità e sicurezza al consumatore finale. Un esempio lampante di questo cambio di approccio alla vendita è rappresentato dai mercati di Campagna Amica che presente in quasi 2 mila comuni italiani ha generato 10 mila posti di lavoro coinvolgendo circa 8 mila imprese agricole. Solo nell’ultimo anno, hanno accolto più di 15 milioni di cittadini che sono sempre più consapevoli del ritorno economico e di salute che si guadagna consumando prodotti locali, rigorosamente Made in Italy e che provengono direttamente dai campi coltivati del proprio territorio. E’ per questo che i nuovi canali di vendita rappresentano una fonte di sviluppo per l’economia locale, per l’occupazione, e per una nuova socialità».

 

Fonte: ilcambiamento.it

La terra dei Masai rischia di diventare riserva di caccia per i reali del Dubai

Il Governo della Tanzania pronto a espropriare la terra dei Masai per realizzare una riserva di caccia per i reali del Dubai. Il Governo della Tanzania è accusato da 40mila pastori Masai di non avere mantenuto la promessa di non “svendere” la propria terra per la realizzazione di una riserva di caccia della famiglia reale del Dubai. L’ultima follia dei petrodollari arriva dall’Africa profonda, da un “corridoio della fauna selvatica” di1500 kmq in cui vivono i Masai e in cui, appunto, una società commerciale di caccia e safari con sede negli Emirati Arabi vorrebbe realizzare una sorta di parco di divertimenti riservato ai reali ultramiliardari del Golfo Persico. Domani alcuni rappresentanti del popolo Masai incontreranno il primo ministro Mizengo Pinda, per esprimere la loro rabbia per un’iniziativa che, entro la fine dell’anno, potrebbe derubarli della loro terra. In ballo c’è un’area fondamentale per il pascolo del bestiame che permette la sussistenza di 80mila persone. Il Governo sta offrendo un risarcimento di 1 miliardo di scellini circa 462mila euro, cifra che i Masai hanno seccamente respinto, anche perché un anno fa il Governo tanzaniano aveva detto che non avrebbe permesso un simile “scippo”. Samwel Nangiria, coordinatore dell’associazione locale Ngonett, ha dichiarato di sentirsi tradito e che “un miliardo è molto poco e non si può confrontare con quella terra” nella quale sono sepolte “le loro madri e le loro nonne”. La terra, insomma, come un bene che non si può comprare, almeno nel sistema di valori dei Masai. Il Governo tanzaniano non la pensa allo stesso modo e dopo la messinscena dello scorso anno ha fatto dietrofront. A pagarne le conseguenze sono stati numerosi attivisti uccisi dalla polizia negli ultimi due anni. Lo stesso Nangiria ha subito numerose minacce di morte. Lo scorso anno una campagna contro la riserva di caccia era stata condotta sul sito Avaaz.org con il titolo Stop the Serengeti Sell-off: 1,7 milioni le firme raccolte. Ora a un anno di distanza le promesse del Governo di Pinda sembrano essersi sbiadite e la moneta sonante del Golfo Persico sembra essere in grado di cacciare i Masai dalle loro terre.KENYA-CULTURE-TRADITION-MAASAI

Fonte:  The Guardian

© Foto Getty Images

L’agricoltura rigenerativa medicina della terra

I combustibili fossili si stanno esaurendo e le emissioni inquinanti condannano uomini e ambiente; impensabile continuare a sostenere l’attuale domanda di energia, qualsiasi riconversione si adotti. Occorre invece approdare a un paradigma totalmente diverso di filosofia e intenzioni umane, partendo dal rapporto con la terra. E’ la riflessione di Chris Rhodes, direttore del Fresh-lands Environmental Actions, membro della Royal Society of Chemistry e portavoce del movimento delle Transition Town inglesi.agricoltura_rigenerativa

La soluzione? Probabilmente è un insieme di soluzioni individuali e ciò significa adottare un paradigma totalmente diverso di filosofia e intenzioni umane. La domanda più pressante è quella che riguarda la capacità di nutrire la popolazione mondiale e la necessità di risolvere i problemi di città o aree che dipendono completamente dall’esterno per cibo ed elettricità. Allora occorre fare in modo che sussistano sistemi circoscritti all’interno dei quali gli elementi individuali della vita si nutrano a vicenda, in una mutualità che porta beneficio e non danno. E’ questo il pensiero di Chris Rhodes, che arriva dritto all’agricoltura cosiddetta rigenerativa e alla permacultura. “In questi metodi – spiega – la maggior parte dell’energia è prodotta in maniera naturale dalla flora e dalla fauna che vivono su e di quei terreni, poiché l’alimento per il suolo viene fornito dalle piante e, in una meravigliosa simbiosi, i batteri di un suolo che vive forniscono nutrimento alle piante”. Com’è possibile dunque una transizione il più possibile indolore da un’agricoltura industriale a una rigenerativa e agrocoecologica? “Per cominciare – spiega Rhodes – occorre decolonizzare e ristrutturare l’agricoltura industriale di oggi spostandosi verso sistemi alimentari tradizionali e locali e ciò richiede un cambiamento del modo di pensare che ostacola e limita la cooperazione e l’abbondanza”. Occorre andare verso raggruppamenti localizzati di piccole comunità, fattorie locali e infrastrutture ferroviarie che le connettano permettendo i movimenti essenziali di beni e persone. E Rhodes salva la comunicazione elettronica e via internet se serve per connettere le piccole comunità tra loro, le nazioni e i continenti, per scambiare idee e conoscenza. Già gli studi degli anni ’70 mostravano come per produrre 1 caloria di cibo occorressero 10 calorie di energia, prospettiva insostenibile. Ciò che è stato fatto finora ha portato a cambiamenti climatici che sempre più hanno ripercussioni negative sull’agricoltura stessa e la strada, secondo Rhodes, è quella appunto di preservare ed espandere i sistemi produttivi tradizionali di alimenti e fibre, riadattando culture e conoscenze perdute, che l’industrializzazione ha soppiantato. E’ la strada maestra per un futuro sostenibile che consenta la sopravvivenza del genere umano e Rhodes non manca di sottolineare come il termine “villaggio globale” sia infingardo, sottintendendo un “supermarket globale” dove le multinazionali piantano le tende. Rhodes sottolinea poi come i sistemi rigenerativi possano includere anche le città, “la cui progettazione va analizzata in termini di meccanismi naturali” che si stabiliscono tra di esse. “Molti non realizzano quanto urgente sia la necessità di un nuovo sviluppo rurale per l’Occidente industrializzato. Nei princìpi di “economia buddhista” di E.F. Schumacher, descritti nel libro “Small is Beautiful – A Study of Economics as if People mattered”, si sottolinea la necessità di deindustrializzazione, per la quale prendere spunto da società semplici che consumano molto meno di noi”. Quindi anziché un villaggio globale, un globo di villaggi che potrà veramente essere la terra dei nostri figli.

Per saperne di più in Italia (l’elenco non vuole essere esaustivo ma solo esemplificativo):

Terra Organica

Deafal

Ecoabitare

 

Fonte: ilcambiamento.it

Terra dei Fuochi: senza don Maurizio Patriciello chi l’avrebbe conosciuta?

Don Maurizio Patriciello incanta la platea di giornalisti di Caserta e provincia e racconta com’è nato il fenomeno mediatico della Terra dei Fuochi e di come la gente continui a morire e soffrire.

Il video in alto è stato girato venerdì pomeriggio 3 ottobre all’ auditorium “Caianiello” di Aversa in occasione del corso di aggiornamento per giornalisti “Emergenze ed eccellenze” dell’Ordine dei Giornalisti della Campania proposto dall’Associazione “Giornalisti Terra di Lavoro” e in collaborazione con la redazione di “Cronache di Napoli e Caserta”. Siamo nel cuore della gloriosa Terra di Lavoro e della Terra dei Fuochi balzata alle cronache due estati fa dopo le rivelazioni (vecchie per i cittadini coinvolti ma nuove per il mainstream) fatte dal pentito Carmine Schiavone ai microfoni di Sky Tg24. Schiavone era un po’ come il ministro per l’Economia all’interno del clan camorristico dei Casalesi e gestiva tutti i traffici illeciti di rifiuti dal nord Italia alla provincia di Caserta. Qualche mese prima, era l’ottobre 2012, don Maurizio Patriciello, parroco al Parco Verde a Caivano, il comune che probabilmente sta immolando più vittime tra i suoi cittadini a causa dell’inquinamento da rifiuti, fu protagonista del richiamo dell’allora Prefetto di Napoli Andrea De Martino poiché ebbe a rivolgersi a Carmela Pagano, Prefetto di Caserta appellandola con “Signora”. I 3 minuti del video con il “cazziatone” divennero virali tant’è che poi la questione rimbalzo sui media nazionali finendo a tarallucci e vino (con De Martino che andò in pensione un mese dopo). E proprio un mese dopo, nel novembre del 2012 don Maurizio Patriciello celebra messa per i morti di inquinamento nella sua terra e diventa così punto di riferimento e interlocutore, nonché firma per Avvenire, su quanto accade nella ex Terra Felix, come la chiamavano i Latini. Da quel momento in poi la questione Terra dei fuochi assunse una dimensione nazionale divenendo poi cronaca dopo le parole di Schiavone. E quindi la considerazione è stata: senza quell’incidente diplomatico tra don Maurizio Patriciello e l’ex prefetto di Napoli, cosa sarebbe oggi la Terra dei Fuochi? Noi ovviamente non lo sapremo mai, ma sappiamo cosa è oggi.

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Nel video ascolterete le sue considerazioni sullo Stato dell’arte degli interventi dopo l’approvazione del decreto nominato appunto Terra dei Fuochi: il territorio è vasto e i militari che lo presidiano sono pochi. I fuochi continuano a bruciare così come le persone continuano a morire di cancro in tutto il casertano, nolano e aversano. Eppoi, no le colture non sono inquinate, ma le persone sì sono contaminate sopratutto i bambini perché a essere malata è l’aria che respiriamo qui (io abito in provincia di Caserta). L’ISS qualche mese fa, lo scorso luglio, ha pubblicato SENTIERI, lo studio epidemiologico sulle cause di morte nella zone inquinate, ammettendo che nella Terra dei Fuochi si muore prima e più che nella media nazionale per cancro. Don Maurizio Patriciello è arrabbiato e ricorda che il ministro alla Salute, Beatrice Lorenzin non può ripetere il mantra che nella Terra dei Fuochi si muore a causa dello stile di vita. Il che non è una menzogna sia chiaro, se intendiamo come stile di vita errato abitare in una zona densamente inquinata. Veniamo infine al capitolo bonifiche, capitolo appena aperto. Proprio venerdì 3 ottobre c’è stato il primo sopralluogo per le bonifiche con la visita di due funzionari di Campania Ambiente, il commissario straordinario del Comune di Caivano Antonio Contarino, impiegati dell’ufficio ambiente, don Maurizio Patriciello, membri del Coordinamento Comitato Fuochi e le guardie ambientali, nei campi di via Clanio e via Cinquevie (terreno sito fra l’ex villa Moccia e il campo rom).

Il commissario Contarino ha detto:

La Regione ha stanziato 725 mila euro per il Comune di Caivano (già firmata la convenzione), la prima amministrazione a ricevere i finanziamenti, denaro che servirà per intervenire su circa 25 siti.I lavori verranno effettuati dalla società regionale sotto la supervisione dell’ufficio ambiente e del Coordinamento Comitato Fuochi.

Dicevamo che siamo solo all’inizio considerato che le zone inquinate censite sono almeno il doppio e che si estendono su circa 27 Km quadrati, ovvero su tutto il comune di Caivano. Ora si spera che vi sia un accelerazione negli aiuti anche se il problema più grave, ovvero i roghi appiccati ora di notte resta in tutta la sua tragica fenomenologia. Una grande mobilitazione è prevista per il prossimo 25 ottobre a Napoli, proprio per chiedere interventi più consistenti.

Fonte: ecoblog.it

Multe salate per chi getta a terra sigarette e chewing gum

A partire dal 10 luglio 2015 chi butterà a terra mozziconi di sigaretta o gomme da masticare potrà essere sanzionato con multe da 30 a 150 euro. Laddove non arriva l’educazione ecologica ci vuole la legge e visto che in Italia la prima scarseggia, occorre che la politica detti le norme per educare la cittadinanza più refrattaria al rispetto del territorio. Spiagge e marciapiedi, prati e pavimenti potrebbero diventare più puliti grazie a una norma contenuta nel ddl green economy che avrà come obiettivo quello di contrastare l’inquinamento urbano. Chi butterà a terra mozziconi di sigarette o gomme da masticare sarà sanzionabile con multe che potranno variare da 30 a 150 euro. La norma anti-chewing gum e anti-cicche dovrebbe entrare in vigore a partire dal 10 luglio 2015 e nei prossimi nove mesi, prima di questa data, le varie amministrazioni comunali dovranno provvedere a installare nei parchi, nelle strade e nei luoghi di aggregazione gli appositi contenitori, non solo i cestini ma anche i posaceneri. Il ddl contenuto all’interno della legge di Stabilità va a colmare il vuoto legislativo relativo a una forma di inquinamento da sempre sottovalutata. Soltanto nella città di Roma, infatti, vengono gettati a terra, ogni giorno, 18 milioni di mozziconi di sigaretta e 15mila gomme da masticare; soltanto per la rimozione di queste due sporcizie ritenute “leggere” l’amministrazione capitolina spende (secondo i dati forniti dall’Ama) 5,5 milioni di euro. Nel disegno di legge sulla green economy è prevista anche l’incentivazione degli operatori economici che partecipano agli appalti pubblici e sono muniti di registrazione Emas (che certifica la qualità ambientale dell’organizzazione aziendale) o del marchio Ecolabel (che stabilisce la qualità ambientale di beni e servizi).Countdown For Smoking Ban In England

Fonte: ecoblog.it

Ecco come l’agricoltura industriale sta facendo ammalare noi e la terra

I terreni trattati con prodotti chimici, sfiancati dallo sfruttamento intensivo e dall’agricoltura industriale causano un impoverimento del cibo che quindi non fornisce agli esseri umani i nutrienti di cui ha bisogno. E’ la conclusione cui sono giunti numerosi studi di cui si parla anche nel libro appena uscito di Courtney White, “Grass, soil, hope”. Ma la soluzione c’è.agricoltura_intensiva

E’ ancora vero che una mela al giorno toglie il medico di torno? Non più, stando a quanto sostengono gli esperti, a meno che quella mela non arrivi da terreni organici e da alberi coltivati con metodi biologici. Secondo l’esperta australiana Christine Jones, intervistata nel libro appena uscito di Courtney White, Grass, Soil, Hope, le mele hanno perduto l’80% del loro contenuto di vitamina C. E le arance che si mangiavano per tenere lontano il raffreddore? E’ possibile che di vitamina C non contengano più nemmeno le tracce. Uno studio http://www.scientificamerican.com/article/soil-depletion-and-nutrition-loss/ che ha analizzato il contenuto dei vegetali dal 1930 al 1980 ha scoperto che i livelli di ferro sono diminuiti del 22% e il calcio del 19%. In Inghilterra tra il 1940 e il 1990 il contenuto di rame nei vegetali è calato del 76% e il calcio del 46%. Il contenuto di minerali nella carne è, anch’esso, significativamente diminuito. Gli alimenti vanno a costituire i mattoni del nostro corpo e sostengono la nostra salute, ma terreni impoveriti forniscono alimenti impoveriti e alimenti di scarsa qualità nutritiva portano a un decadimento della salute. Anche la nostra salute mentale è legata ai terreni ed è garantita se i terreni sono ricchi di microbi. Cosa è accaduto al terreno? Ha subìto gli attacchi della moderna agricoltura industriale con le sue monocolture, i fertilizzanti, i pesticidi e gli insetticidi.

«Il termine biodiversità evoca una ricca varietà di piante in equilibrio con tante varietà di animali, insetti e vita selvatica, tutti che coesistono in un ambiente in equilibrio – spiegano Hannah Bewsey e Katherine Paul dell’Organic Consumers Association – Ma c’è anche un intero mondo di biodiversità che vive al di sotto della superficie terrestre ed è essenziale per far crescere alimenti ricchi di nutrienti. Il suolo terrestre è una miscela dinamica di particelle rocciose, acqua, gas e microrganismi. Una tazza di terra contiene più microrganismi di quante persone ci siano sul pianeta. Questi microbi vanno a costituire il “tessuto alimentare del suolo”, una catena complessa che inizia con I residui organici di piante e animali e che coinvolge batteri, funghi, nematodi e vermi; decompongono la materia organica, stabilizzano il suolo e aiutano la conversione dei nutrienti da una forma chimica ad un’altra. La ricchezza nella diversità dei microbi in un terreno ha effetti su molte proprietà, come l’umidità, la struttura, la densità e la composizione nutritiva. Quando i microbi vanno perduti, si riducono anche le proprietà del suolo che permettono di stabilizzare le piante, di convertire le sostanze nutritive e di svolgere tutte le altre funzioni vitali.  Il contenuto di microbi del suolo, cioè la sua biodiversità, è praticamente sinonimo di salute e fertilità. Come scrive Daphne Millier, medico, scrittrice e docente, “i terreni che contano su un’ampia biodiversità sono più predisposti a produrre cibi ad alta densità nutritiva”. Purtroppo l’azione umana ha avuto un impatto assai negativo sulla salute dei suoli; siamo infatti responsabili della degradazione di oltre il 40% dei terreni agricoli nel mondo. Abbiamo destabilizzato l’ecosistema dei terreni attraverso un utilizzo diffuso di sostanze chimiche che distruggono praticamente tutto ad eccezione delle piante stesse (molte di queste sono state addirittura modificate geneticamente per resistere a erbicidi e pesticidi). Siamo arrivati ad avere grano, soia, alfa-alfa e altri cereali in apparenza salubri ma in verità carenti di sostanze nutritive a causa della pessima qualità del suolo su cui vengono coltivati. E usiamo sostanze chimiche di routine anche se si sa che appena lo 0,1% dei pesticidi in realtà interagisce con il target cui è destinato, tutto il resto contamina soltanto piante e suolo».

«L’azoto è uno dei tre nutrienti essenziali per il suolo – proseguono Bewsey e Paul – gli altri due sono potassio e fosforo. Ma perché l’azoto possa nutrire le piante, deve essere convertito da ammonio a nitrato. I microbi del terreno, sensibili al ciclo dell’azoto, fanno questa conversione alimentandosi di materia vegetale decomposta, digerendo l’azoto che vi è contenuto ed eliminando ioni di azoto. Cosa accade quando nel suolo non ci sono questi microbi? Gli agricoltori spesso ricorrono a fertilizzanti contenenti azoto, ma l’uso eccessivo porta ad averne una quantità eccessiva che va oltre la capacità di conversione dei microbi stessi, quindi troppo azoto uccide le piante. Stando ai dati della Union of Concerned Scientists, gli allevamenti con centinaia di animali stipati in piccoli spazi e alimentati con cereali anzichè foraggio è ubo dei fanni più grossi che l’uomo abbia inflitto al suolo poiché porta alle monocolture intensive su larga scala che richiedono moltissime sostanze chimiche. La perdita di biodiversità del suolo è anche correlata all’aumento di asma e allergie nelle società occidentali. Il sistema immunitario umano si sviluppa grazie agli stimoli ambientali cui è esposto; quando carne e vegetali mancano di determinati batteri e microbi, i bambini non riescono a formulare risposte immunitarie precoci e quindi possono sviluppare allergie. La soluzione sta nel convertire allevamenti e aziende agricole industriali in allevamenti con sistemi naturali e fattorie biologiche. Secondo uno studio danese è possibile raddoppiare la biodiversità del suolo sostituendo l’agricoltura biologica ai metodi agricoli convenzionali».

Ma perchè accontentarsi di contenere il danno? Esiste quella che viene chiamata agricoltura rigenerativa, strumento essenziale per far regredire i danni causati dalle pratiche industriali. E non c’è tempo da perdere. Bisogna andare i quella direzione prima che sia veramente troppo tardi.

Fonte: ilcambiamento.it

La forza di un filo di paglia

Il Gruppo Editoriale Macro realizzerà i suoi nuovi uffici in bioedilizia, dando vita al più grande edificio in balle di paglia mai costruito in Italia. Francesco Rosso, Nicola Foschi, Luigi Foschi.jkXMOEksPIQ_4jvcBVROgDl72eJkfbmt4t8yenImKBVvK0kTmF0xjctABnaLJIm9

Nel 2013 è nata nel Gruppo Macro l’esigenza di avere nuovi uffici per poter sviluppare la propria attività. Una sempre maggiore sensibilità e attenzione alla salute naturale della persona e alle tematiche legate all’ecologia ha fatto si che la casa editrice abbia registrato nel 2013 una forte crescita e che le prospettive per il 2014 siano ancora superiori, in controtendenza con il mercato dell’editoria tradizionale. Avendo in proprietà un terreno commerciale edificabile a fianco dell’attuale magazzino, il Gruppo Macro ha deciso di utilizzare questo lotto per costruire nuovi uffici e una sala convegni, ideata con lo scopo di coinvolgere la cittadinanza con iniziative legate alle proprie pubblicazioni. La casa editrice promuove da sempre i temi della salvaguardia dell’ambiente, del rispetto delle risorse, del risparmio energetico, e a novembre 2013 ha pubblicato il bellissimo libro Le case in Paglia di Athena Swentzell. Per essere al cento per cento coerente con le proprie pubblicazioni, Macro realizzerà i nuovi 560 mq fra uffici e sala convegni con materiali ecologici e ad altissimo risparmio energetico, dando vita al più grande edificio in balle di paglia mai costruito in Italia. Come saranno i nuovi uffici L’idea progettuale è quella di ampliare il capannone esistente con uno nuovo, interamente destinato a uffici e sala conferenza. L’obiettivo è quello di sperimentare un nuovo modo di abitare e lavorare all’interno della città: oggi non si tratta di proporsi diversi, ma semplicemente più attenti. Punto fondamentale di questo progetto sono i materiali utilizzati, la paglia e la terra, eco-compatibili e a km zero, sicuramente quelli giusti per realizzare l’edificio green che, sia il committente sia lo studio, si erano immaginati. Il progetto prevede una struttura portante in legno, come chiede l’attuale normativa sismica, tamponatura esterna con balle di paglia, finitura a intonaco naturale (argilla e calce) e copertura a tetto verde. Altro aspetto molto importante di questo progetto è l’autocostruzione; una volta realizzate le fondazioni e la struttura portante in legno da una impresa costruttrice specializzata, la realizzazione dei muri in balle di paglia, gli intonaci e la copertura verranno realizzati da persone comuni, per lo più volontari, rese capaci di costruire. È una tecnica semplice, leggera e aperta a tutti, stimola la cooperazione, la personalizzazione e la creatività del “fai da te”: chi partecipa diventa orgoglioso di quel particolare pezzo di città alla cui nascita ha contribuito con l’impegno a formarsi e con il lavoro delle proprie mani. Perché una costruzione in paglia? Una casa di paglia è la miglior alternativa alle tradizionali tecniche da costruzione, anche se, nella cultura occidentale, i materiali naturali vengono visti con molto scetticismo, per questo è doveroso ricordare che l’industria del cemento produce grosse quantità di gas dannosi per l’atmosfera, responsabili dell’effetto serra. Un edificio in balle di paglia è composto da una struttura portante in legno, priva di piastre di acciaio e viti (si utilizzano solo incastri legno-legno) e da una finitura di intonaco naturale, preferibilmente terra cruda (argilla) interna e calce esterna, tutti materiali che, a differenza dei tradizionali, non

“Riproducendo quanto fa la Natura,

realizzeremo, nella nostra corte esterna,

un giardino autosufficiente, produttivo ed

estremamente bello”

emettono sostanze nocive, creando i presupposti per un microclima interno ottimale. Le balle di paglia hanno un ottimo potere isolante: grazie a una bassa trasmittanza è facile raggiungere standard energetici elevati, consentendo così un forte risparmio in termini di riscaldamento invernale e raffrescamento estivo. Una costruzione di questo tipo risparmia il 75% di energia rispetto a un edificio con le stesse caratteristiche realizzato in maniera tradizionale. Una parete di questo tipo risulta altamente traspirante: essa regola in maniera naturale l’umidità interna dell’edificio, facilitando il passaggio del vapore dall’interno all’esterno, mantenendo un ambiente sano, ed evitando il problema della condensa e delle muffe. Gli edifici in legno e paglia hanno un ottimo comportamento alle azioni sismiche: essendo più leggeri rispetto a un edificio in cemento, la sollecitazione che ricevono è minore; inoltre il materiale più flessibile consente l’assorbimento delle vibrazioni, evitando le rotture. Contrariamente a quanto si possa pensare, la paglia ha una buona resistenza al fuoco: essendo pressata contiene una bassa percentuale di ossigeno e quindi risulta poco infiammabile. A livello acustico ha un ottimo potere fonoassorbente e viene già utilizzata come isolante in svariati campi (per esempio nelle barriere acustiche autostradali). Ecosostenibilità del materiale, rapidità nell’esecuzione e bassi costi di realizzazione fanno sì che, anche in Italia, ci sia un crescente numero di persone interessate alla costruzione di edifici in paglia.

Un prato sul tetto

La copertura dell’edificio sarà a verde, del tipo estensivo, non solo per una ragione estetica, ma soprattutto per i vantaggi economici, costruttivi e ambientali che comporta. L’acqua accumulata e trattenuta dalla copertura viene in parte assorbita dalla vegetazione esistente, e in parte evapora, contribuendo ad abbassare i picchi di temperatura dell’ambiente circostante, portando concreti vantaggi a livello locale. In presenza di una copertura a verde raramente le temperature massime estive superano i 25°C, contro gli oltre 80°C di una copertura tradizionale, ciò significa una protezione ulteriore contro gli sbalzi termici che determina l’aumento della vita media degli strati di impermeabilizzazione sottostanti. Queste coperture rappresentano un fattore di isolamento termico aggiuntivo sulle coperture: diminuiscono la dispersione termica verso l’esterno in inverno, e limitano,

“Il progetto prevede una struttura portante in legno, come chiede l’attuale normativa sismica, tamponatura esterna con balle di paglia, finitura a intonaco naturale (argilla e calce) e copertura a tetto verde

Come verrà finanziato il progetto”

come già accennato, il riscaldamento della copertura in estate.

Argilla e terra cruda: l’intonaco lo faremo così!

Cosa offre di speciale un intonaco in argilla? Sicuramente la salubrità dell’ambiente! L’argilla ha il potere di assorbire e trattenere i batteri presenti nell’aria, ostacola la formazione di polvere e la dispersione di odori, per questi motivi risulta essere un valido strumento di prevenzione per allergie e raffreddori. Un intonaco in argilla contribuisce a mantenere l’umidità costante, accumulando quella in eccesso per poi cederla nuovamente. È un materiale che richiede bassissimi consumi energetici per la produzione, viene usata principalmente per superfici interne in spessore che varia da 2 a 5 centimetri.

Raffreddare con l’aria del sottosuolo

Sulla base dei presupposti precedentemente elencati, ci troviamo di fronte a un involucro dalle alte prestazioni termiche, ciò si tramuta in un utilizzo quasi esclusivo della bioclimatica per raffrescare e riscaldare l’edificio. Fin dall’antichità l’uomo ha utilizzato cavità sotterranee, le “camere dello scirocco” siciliane ad esempio, per il raffrescamento delle abitazioni. Si tratta di ambienti ipogei posti in comunicazione con i vani superiori dell’edificio tramite apposite aperture,nei quali la temperatura si mantiene costante tutto l’anno; la differenza di temperatura tra la parte superiore scaldata dal sole e quella inferiore, comporta uno scambio di flussi aerei, determinando una significativa ventilazione interna. Nel nostro caso specifico, mantenendo l’idea, andremo a utilizzare un pozzo esterno all’edificio, nel quale convogliare l’aria esterna e, attraverso una rete di tubi sotterranei posti a una profondità di 1,50 mt, immetterla all’interno per creare un costante ricambio di aria naturale e ossigenata agli ambienti. Questo sistema consentirà in estate un naturale raffrescamento mediante l’immissione di aria di ventilazione raffreddata dallo scambio termico con le masse presenti nel sottosuolo, e sarà l’unico sistema di raffrescamento estivo.

Riscaldare con il sole

Il riscaldamento invernale, invece, viene affidato in gran parte al sole: le ampie vetrate dell’edificio sono poste prevalentemente a Sud, in modo tale da consentire in inverno il riscaldamento del pavimento, il quale accumulerà calore cedendolo per tutta la giornata. In estate le vetrate saranno opportunamente schermate per evitare il riscaldamento della

struttura. In aiuto a questo sistema, potendo sfruttare l’energia elettrica prodotta dall’impianto fotovoltaico esistente, verrà predisposto un impianto con pompa di calore collegata a ventilconvettori, che producono aria calda d’inverno e fresca d’estate.

Prato inglese? No, foresta commestibile

La sistemazione esterna della corte sarà caratterizzata da due elementi molto importanti: l’utilizzo di piante stagionali autoctone, che creano ombra d’estate e lasciano filtrare il sole nel periodo invernale; e di piante che producono frutti. Quello che si vuole creare è la cosidetta “foresta commestibile”: alberi, arbusti, cespugli, rampicanti, piante erbacee e funghi, che producano frutti dimenticati e frutti antichi. Tutti potranno accedere alla produzione del giardino e godere dei prodotti della terra utilizzabili in cucina, in erboristeria o come alimento per i nostri animali. Riproducendo quanto fa la Natura, realizzeremo un giardino autosufficiente, produttivo ed estremamente bello. Nella corte interna, creata fra l’edificio esistente e l’ampliamento, verrà realizzato un piccolo stagno, un bacino per raccogliere e filtrare l’acqua piovana, poi utilizzata per l’irrigazione dello stesso giardino. Il tutto pensato per creare un microclima ottimale, valorizzando al massimo gli spazi in cui viviamo e lavoriamo.

I progettisti

Lo Studio Foschi è composto dai fratelli Luigi e Nicola, geometra e architetto appassionati di costruzioni in legno, grazie a un’infanzia vissuta fra le creazioni del padre falegname. Presente da oltre 15 anni nel settore dell’edilizia, lo studio è specializzato nella progettazione e realizzazione di edifici ad alta efficienza energetica. Nicola è architetto e Luigi, geometra e designer d’interni, è esperto certificato CasaClima J. (Bolzano). Entrambi appassionati di bioedilizia e architettura bioclimatica, propongono ai loro attenti clienti soluzioni innovative per abitare in modo sostenibile e in armonia con la natura. Ricevono su appuntamento a Cesena (FC).

Per informazioni: studiofoschi.eco@gmail.com  

Fonte: viviconsapevole.it

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Super tempesta solare: arriverà avvertono gli scienziati

La copertina del numero di agosto di Physics World in stampa, è dedicata alle conseguenze sulla Terra di un “super-tempesta solare”

Le conseguenza di una super tempesta solare sono analizzate nel numero di Physics World di prossima uscita. Il team di scienziati autori dello studio e appartenenti alla task force internazionale SolarMax che studia proprio i fenomeni solari, analizza i fenomeni derivanti da una possibile super tempesta solare come violenti disturbi al campo magnetico della Terra il che porterebbe a danni alle linee elettriche, satelliti e disturbi nelle telecomunicazioni. Una super tempesta solare si è verificata già nel 1859 e conosciuta come Carrington Event, chiamata così in onore dell’astronomo inglese che individuò il brillamento solare che l’aveva preceduta. la super tempesta solare ebbe una potenza di circa 1.022 kJ di energia – l’equivalente di 10 miliardi di bombe di Hiroshima che esplodono nello stesso tempo – e scagliò circa un trilione di chilogrammi di particelle cariche verso la Terra a una velocità fino a 3000 km / s. Il mondo a metà del 19 ° secolo era poco evoluto tecnologicamente e le conseguenze furono relative. Ma se una tempesta di forza simile si verificasse oggi, l’impatto potrebbe essere devastante per il nostro stile di vita.

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Lo scenario è stato descritto da Ashley Dale dell’Università di Bristol, che l’anno scorso ha partecipato a una riunione di esperti spaziali per esaminare e riferire in merito alle possibili conseguenze di una super-tempesta solare sulla Terra. Come sottolinea Dale, senza creare allarmi, si deve però considerare che tempeste solari simili al Carrington Even sono possibili in un ciclo di 150 anni il che significa che siamo già con 5 anni di ritardo. Scrive Dale:

Senza energia avremo problemi a alimentare le auto presso le stazioni di servizio, o a ritirare soldi al bancomat o a pagare on line. I sistemi idrici e fognari sarebbero colpiti, il che potrebbe avere conseguenze su vaste aree urbanizzate.

le tempeste solari sono causate da violente eruzioni sulla superficie del Sole e sono accompagnate da espulsioni di massa coronale (CME). Le CME sono gli eventi più potenti del nostro sistema solare e coinvolgono enormi bolle di plasma espulsi dalla superficie del Sole nello spazio. CME sono spesso precedute da un flare solare – un massiccio rilascio di energia sotto forma di raggi gamma, raggi X, protoni ed elettroni. Dunque gli scienziati invitano alla prevenzione e suggeriscono soluzioni ai governi tra cui una rete di 16 satelliti in orbita intorno al sole. Questa rete potrebbe dare in giro di qualche settimana il preavviso di dove, quando e con quale magnitudo le tempeste solari avranno luogo, fornendo il tempo sufficiente per spegnere le linee elettriche vulnerabili, ri-orientarei satelliti e cominciare con i programmi di recupero nazionali.

Fonte: Physic WorldIOP

Foto | Nasa