La Terra è più verde di 33 anni fa

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Trentasei milioni di chilometri quadrati di aree verdi in più, questo è, secondo uno studio della rivista Nature Climate Change, l’incremento verificatosi negli ultimi 33 anni a causa dell’innalzamento dei livelli di Co2. Al fine di fronteggiare questo innalzamento le piante avrebbero sviluppato più foglie incrementando le superfici verdi. I ricercatori dell’Università di Southampton, prendendo in esame i resti fossili dei microrganismi che popolavano gli oceani nell’Eocene, hanno scoperto che il drammatico cambiamento climatico avvenuto fra 53 e 34 milioni di anni fa (con una temperatura di 14 gradi superiore a quella attuale) fu dovuto alle alte concentrazioni di anidride carbonica. Riuscendo a capire che cosa è avvenuto in passato i ricercatori sono in grado di prevedere cosa potrebbe avvenire in futuro. L’anidride carbonica causò l’estremo riscaldamento della terra e, successivamente, con la riduzione dei livelli di Co2, avvenne un raffreddamento che portò alla formazione delle calotte polari. “La sensibilità del clima alla CO2, che ha portato al riscaldamento nell’Eocene è simile a quella prevista dall’Ipcc (Intergovernamental Panel on climate change) per il nostro futuro”, ha spiegato Gavin Foster, coautore dello studio. Dopo un picco nel riscaldamento globale potrebbe dunque arrivare una nuova fase di raffreddamento, questo almeno è quello che si “legge” interpretando i resti geologici di milioni di anni fa.

Fonte:  Nature Climate Change Science Daily

 

Come seminare le rose: tutti segreti

Gli appassionati di rose non possono perdersi la lezione di Roberto Cavina noto selezionatore di rose da collezione che ci insegna passo dopo passo a selezionare, seminare le rose e metterle a dimora il tutto partendo dal seme. Una guida unica per veri appassionati!

I passaggi per seminare le rose e mettere a dimora le piantine non sono impossibili, basta un po’ di esperienza  tanta pazienza. Così Roberto Cavina del vivaio Le Rose di Nicola Cavina che di entrambe ne ha da regalare ci guida per mano dentro al suo mondo di selezionatore di rose, facendoci sognare un giorno di trovare anche noi la rosa più bella e profumata mai vista, il tutto partendo da un piccolo seme. Guarda tutto il video Come seminare le rose e scopri i segreti per la miglior selezione delle rose da collezione.

LA SCELTA DELLE CAPSULE

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La scelta dei cinorrodi migliori è fondamentale per aver una buona pianta

Per prima cosa bisogna sapere che questa operazione si fa tra novembre e gennaio, con il freddo. Bisogna scegliere il cinorrodo maturo e una volta presa va nominato, dunque per ogni cinorrodo sapremo i nome della pianta madre e non del padre ( ameno che non l’abbiate inseminato con le vostre mani).

L’APERTURA DEI CINORRODI

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Si aprono le capsule con delle forbici o con un coltello ben affilato3-300x225

Si aprono le capsule e si scelgono i semi più forti

Quindi con un coltello si tagliano i cinorrodi e si estraggono i semi prediligendo quelli più grossi e soprattutto pieni e duri e si mettono da parte. Scegliere i semi migliori assicura maggior opportunità di riuscita. Non tutti i semi attecchiranno, quindi è bene scegliere i più promettenti.

LA TERRA

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La terra deve essere leggera e ben drenata

Si prepara della terra leggera, mista terra e sassolini e torba assicurandosi che infondo al vaso ci siano molti sassi per assicurare un buon terreno drenato. Si bagna molto bene la terra in vaso e si aspetta che l’acqua esca fuori.

LA SEMINA DELLE ROSE TRA DICEMBRE E GENNAIO5-300x225

Sulla terra ben bagnata si poggiano i semi appena pressati e si lasciano stare così

Quindi in ogni vaso si metteranno i semi della stessa varietà ad una distanza di circa 5 centimetri uno dall’altro. Si poggeranno sul terreno facendo una leggera pressione e basta. Il vaso verrà poi chiuso dentro un sacchetto di cellophane trasparente e chiuso con un filo in modo che non entri e non esca nè aria ne l’umidità. Dunque il vaso si tiene in una serra luminosa da dicembre ad aprile senza mai aprire il sacchetto.

IN APRILE SI APRONO I SACCHETTI

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E’ giunto il momento di aprire i sacchetti e di scoprire se qualcosa è nato

Ad aprile si scoprono le nuove piante, si aprono i sacchetti, si fa attenzione a togliere le erbacce e si mettono i vasetti in un luogo luminoso bagnando le nuove nate con la regolarità con la quale bagnereste le rose adulte.

GIUGNO – LUGLIO: E’ TEMPO DI RINVASARE

Tra giugno e luglio le piantine si saranno ingrossate e avranno anche già dato i primi fiori. Quindi estrarre il pane di terra e le piante dal vaso, suddividerle delicatamente e rinvasatele una ad una in un vaso nuovo con terra universale leggera ben drenata da pomice o sassolini. Adesso non serve che aspettare che le nuove nate crescano e diano belle fioriture.

Tutte le info su Le rose di Nicola Cavina: lerosedinicolacavina.it

Fonte: stilenaturale.com

I giovani guardiani della terra

Si sono dati il nome di Earth Guardians, guardiani della terra, e attualmente a guidare il movimento, che si è fatto conoscere nel mondo, è Xiuhtezcatl Roske-Martinez, 15 anni. Impossibile? Invece no.earthguardians

Pare quasi impossibile che alla guida di una ong ci sia un quindicenne, ma è così. Dietro di sé ha una sorta di consiglio di saggi, esperti di vari paesi del mondo e attivisti nel campo della giustizia, dell’ambiente e della democrazia, che supportano questo movimento di giovani che si è dato il nome di Earth Guardians. Il giovane, di origine azteca, è Xiuhtezcatl Roske-Martinez, che coordina una rete composta da giovani adolescenti attiva in 25 paesi del mondo. “Chi mi sostiene? Le speranze di questa generazione e del pianeta sono nelle nostre mani. Non voglio che ci supportiate ma che ci stiate accanto. Non sarà semplice ma è la responsabilità che abbiamo verso chi verrà domani: essere i leader del nostro tempo per lasciare loro un mondo migliore”. Queste parole le ha pronunciate l’estate scorsa alle Nazioni Unite. Xiuhtezcatl descrive se stesso come un artista hip hop, un attivista ambiente, un indigeno. “E ricordiamoci – ha detto all’ONU – che non è il pianeta ad avere bisogno di aiuto, siamo noi”.

“Ci siamo riuniti in questo movimento per diventare coloro di cui si attendeva l’arrivo, vogliamo essere un collettivo di giovani a livello mondiale che si mette alla guida di un percorso alla difesa del pianeta”. Xiuhtezcatl ha lanciato un appello ai leader delle Nazioni Unite affinché agiscano seriamente per fermare i cambiamenti climatici. Il quindicenne vive a Boulder, in Colorado, e le foreste limitrofe sono minacciati dalla scarsità di acqua e tanti altri, come lui, che fanno parte di Earth Guardians vivono situazioni in cui il loro ambiente è messo in pericolo. Durante l’estate 2015 ha partecipato ad una spedizione nell’Artico del National Geographic per studiare lo scioglimento dei ghiacci.

Fonte: ilcambiamento.it

La terra torna ai nativi: la tribù Kashia vince

Dopo 150 anni una grande proprietà terriera di 688 acri è tornata nelle mani dei proprietari originari, i nativi americani. In California il Trust for Public Land ha acquistato la proprietà dalla famiglia che l’aveva comprata nel 1925 e vi ha istituito la Kashia Coastal Reserve.kaisha_terra

La tribù Kashia degli indiani Pomo era stata costretta a vivere in una piccola riserva poverissima d’acqua, mentre ora i nativi potranno tornare a godere delle terre dove i loro antenati cacciavano, pescavano e vivevano. La famiglia di Bill Richardson aveva comprato la proprietà, di 688 acri, nel 1925, che vedeva incluse foreste di abeti rossi e bellissime cascate. Di recente, dopo cinque anni di raccolta fondi, il The Trust for Public Land,  un insieme di gruppi e fondazioni private, ha riacquistato la proprietà e l’ha trasformata nella Kashia Coastal Reserve, restituendone la proprietà alla tribù. L’amministrazione della contea di Sonoma ha contribuito con 2 milioni di dollari, mentre altri 6 milioni sono stati raccolti da gruppi differenti. Verrà anche esteso il sistema di sentieristica sulla costa. La tribù si farà carico di gestire la terra come ambiente aperto e protetto e verrà realizzata una sorta di foresta “dimostrativa”, ossia foresta vera e propria ma che verrà utilizzata per educare e informare la popolazione sulla storia e le pratiche dei nativi americani di quell’area geografica. Gli indiani Pomo hanno immediato uso dell’intera estensione dei terreni e l’ultimo discendente dei Richardson potrà vivere lì i suoi ultimi giorni fino alla morte, verrà seppellito su una collina poco distante.

Fonte: ilcambiamento.it

Aguas de Oro: il coraggio di Maxima che difende la sua terra

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Si chiama Maxima Acuña Chaupe la piccola grande donna protagonista di Aguas de Oro, il documentario diretto da Simona Carnino che viene presentato nella sezione cortometraggi di Cinemambiente. La storia che arriva dalle Ande ha un valore universale e ci ricorda battaglie, molto vicine a noi, in cui le comunità si oppongono alla distruzione dell’ambiente nel nome del mero interesse economico. Maxima vive a 400 metri di altitudine, nelle Ande peruviane dove è in atto un progetto di espansione di Yanacocha, la miniera d’oro più grande dell’America Latina, proprietà della società statunitense Newmont, della peruviana Buenaventura e della Banca Mondiale. La multinazionale ha tentato di espropriarle la terra che appartiene alla sua famiglia prima con la forza, poi denunciandola per usurpazione della proprietà della società mineraria. La giustizia peruviana, però, ha dato ragione alla contadina che ha vinto la battaglia, ma non la guerra. Una volta sconfitta dalla legge, la Yanacocha ha intrapreso contro Maxima una vera e propria guerra psicologica, costruendo una rete metallica a poche centinaia di metri dalla sua casa e ponendo dei vigilantes a sorvegliare sulla sua attività. Se il progetto andasse in porto, molte lagune dalle quali dipendono l’alimentazione, l’agricoltura e l’allevamento locali verrebbero seccate. Inoltre, nell’attività estrattiva si farebbe utilizzo di cianuro inquinando le falde acquifere, con una ricaduta pericolosissima per tutte le comunità a valle della zona di Conga interessata al progetto di ampliamento di Yanacocha. “Non mi demoralizzeranno e non mi umilieranno” dice Maxima che continua a resistere, insegnandoci, dalla sua casa di montagna, quale sia il vero “oro” per il quale occorre battersi.

Fonte: ecoblog.it

Acqua, l’oro blu da cui dipende il futuro della Terra

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È uno degli elementi imprescindibili per la nostra esistenza eppure nei luoghi più fortunati del pianeta l’acqua viene data erroneamente per scontata. L’acqua potabile che ora è una costante nelle nostre vite non lo è sempre stata nella storia e non lo è nelle zone più aride della Terra. Per comprendere quanto l’accesso all’acqua potabile sia importante, Giulia Bruno e Lida Perin hanno deciso di intervistare alcuni abitanti di Berlino: è nato così Capital, documentario il cui titolo gioca sull’ambivalenza di una parola che indica sia una centralità geografica, sia l’importanza “capitale” di questo elemento. Arno Steguweit racconta il suo ruolo di idro-sommelier, la sua capacità di guidare i propri clienti nella scelta dell’acqua migliore per la propria dieta e i propri gusti. Per poter approfondire la conoscenza dell’acqua, Steguweit acquista tutte le acque presenti nei luoghi in cui viaggia. L’idro-sommelier sostiene che l’Europa dispone di risorse idriche per altri 1000 anni, ma che nell’immediato futuro l’umanità dovrà fare fronte alle migrazioni conseguenti alle carenze idriche: nei prossimi vent’anni, infatti, 50 Paesi non avranno più la possibilità di accedere all’acqua potabile.

Se Steguweit sostiene le ragioni dell’acqua in bottiglia, il suo connazionale Samuel Höller, membro di un’associazione ambientalista berlinese, promuove l’uso dell’acqua del rubinetto: “Le analisi ci dicono che l’acqua del rubinetto è uguale a quella in bottiglia. Inoltre, da un’indagine condotta su 600 persone, è emerso che nel 70-80% dei casi l’acqua del rubinetto viene percepita come identica quando non migliore di quella imbottigliata”. Nel documentario viene intervistata Rachele Raffaela Cutolo, un’esercente di un negozio di articoli religiosi e acque sante che illustra il rapporto devozionale di alcuni fedeli con le acque provenienti da Lourdes o Fatima. Il film si sposta, infine, fra gli abitanti di una baraccopoli nata nel cuore della capitale tedesca dove non esiste allacciamento alla rete idrica e l’acqua è un bene prezioso. Un documentario breve e incisivo che mostra i paradossi della società contemporanea dove, a pochi chilometri di distanza, convivono un ristorante che propone un menu delle acque e uno slum in cui non c’è alcuna possibilità di avere ad acqua potabile e non contaminata.

Foto | Cinemambiente

Fonte: ecoblog.it

Una grande marcia in Nicaragua per salvare la terra

Francisca Ramirez, coordinatrice del Consejo Nacional para la Defensa de la Tierra, el Lago y la Soberanía, annuncia: “A settembre terremo una grande manifestazione nella capitale nicaraguense a difesa dei contadini e della terra”, minacciati dalla costruzione del canale del Nicaraguacanale_nicaragua

Francisca Ramirez sta combattendo, insieme a intere cittadine e villaggi, contro la costruzione del canale del Nicaragua, un percorso navigabile tra il Mar dei Caraibi (Oceano Atlantico) e l’Oceano Pacifico approvato nel 2013 dal governo nicaraguense del presidente Daniel Ortega che ha dato una concessione cinquantennale (rinnovabile per altri 50 anni) al gruppo di Hong Kong guidato dal miliardarioWang Jing. Già a giugno 2013 30mila dimostranti hanno raggiunto la città di  Juigalpa per esprimere la loro opposizione al progetto. La Ramirez annuncia una grande marcia nella capitale a settembre che riprenda il successo della manifestazione tenutasi nel 2013. La cosiddetta legge 840 è stata redatta e approvata nel giro di una settimana, senza alcun emendamento e dà mano libera al gruppo HKND, di proprietà del miliardario Wang Jing.  Mónica López Baltodano, giovane avvocatessa nicaraguense, fa parte di un gruppo di 183 persone che ha presentato ricorso alla Corte Suprema del paese elencando 31 eccezioni di incostituzionalità nel passaggio di questa legge. Il progetto, spiegano gli oppositori, travolge e devasta terre, acqua, aree marittime e risorse naturali senza nemmeno compensazioni ambientali o economiche. Nemesia Mejia, uno dei cittadini di Punta Gorda, spiega come oltre 200mila persone dipendano, per esempio, dal Lago Nicaragua per l’acqua che verrà contaminata con la realizzazione del canale. Poi il tema dele coste: “La legge 840 calpesta tutti i diritti nei nicaraguensi a vantaggio del gruppo industriale asiatico, danneggia il nostro ambiente, l’economia e la nostra sovranità”. Il riferimento è al fatto che il gruppo HKND non potrà essere punito secondo la legge nicaraguense per eventuali violazioni e non si assume alcuna responsabilità per le ripercussioni sociali e ambientali. La costruzione del canale è iniziata nel dicembre 2014, costerà 50 milioni di dollari.  Nella primavera scorsa un gruppo di scienziati internazionali ha criticato aspramente il progetto. Oltre 250mila contadini perdono le loro terre e l’ambiente non si riprenderà più, dicono gli attivisti che accusano il governo di presidiare militarmente la zona per intimidire ogni protesta.

Fonte: ilcambiamento.it

Scegliamo la nostra terra per vivere in maniera naturale e sostenibile

Stefania e Silverio a 25anni decidono di cambiare vita: “Volevamo finire gli studi e andare a lavorare all’estero, poi un ritorno alle origini ci ha cambiato la vita e oggi dedichiamo ogni secondo del nostro tempo alla nostra terra, all’agricoltura naturale e alla condivisione di antichi e nuovi saperi”.cover_cali

“Sveglia alle 5.00 per essere in campagna alle 5.30”. Ci sono cose che senti solo nelle storie dei nonni. E invece, in questo caso, a raccontarle sono Stefania e Silverio due ragazzi di venticinque anni che hanno scelto di vivere di terra e di sogni. Stefania Cannone e Silverio Liso, pugliesi, classe 1990, laureati in Tutele e benessere animale lei e Bioteconologie lui, entrambi all’Università di Teramo, oggi agrotecnici. “Un percorso simbiotico di scelte fatte insieme” lo definiscono loro, uniti da dieci anni di amore, amicizia e tanta passione. “Abbiamo un amore viscerale per la terra e per la nostra terra” racconta Stefania. “Non mi piaceva studiare ma l’agricoltura ce l’ho nel sangue” gli fa eco Silverio, che aggiunge: “Mai avrei pensato di trovare però una donna con la quale condividere il sogno di una vita in campagna”. E invece la donna non solo l’ha trovata ma è anche più appassionata di lui. “Stefania non pensa ad altro – continua Silverio – da quando abbiamo lasciato Teramo per tornare ad Andria la nostra vita ruota attorno a questo pezzo di terra”.

Un pezzo di terra comprato con pochi soldi e quasi per caso: “Era un’occasione. Ma non avevamo ancora un progetto concreto… ” dice Silverio. “Dopo la laurea pensavamo di andare all’estero – prosegue Stefania – Ogni volta che tornavamo al nostro paese però vedevamo le cose peggiorare, tanti nostri coetanei se ne erano andati e in tanti si erano rassegnati. Allora ci siamo detti: perché non provare a migliorare le cose qui?”. “Abbiamo fatto le valigie e siamo tornati a casa – continua Silverio – Gli esami che ho dato stando a Teramo in tre anni, li ho fatti da pendolare in un anno, vivendo ad Andria e lavorando”.

L’entusiasmo è sorprendente e i risultati ottenuti pure, perché l’azienda agricola Calì non è solo un’azienda agricola, anzi. E’ un laboratorio di idee, un luogo in cui si piantano amore e passione e se ne condividono i frutti. Certo, la strada non è sempre semplice… “oggi siamo inquadrati come aspiranti imprenditori agricoli, un passo necessario per poter aprire un’azienda agricola. La burocrazia è la parte più complicata e costosa… confronto a queste pratiche zappare o svegliarsi alle cinque sono cose da nulla!” sorride Silverio. “I miei genitori ancora non si rassegnano – continua Stefania – sognano per noi il posto statale, l’impiego fisso… non hanno capito che questa ormai è la nostra vita”

Una vita che in brevissimo tempo si è parecchio riempita. “Abbiamo tre ettari di terreno, quindici galline, un pavone, una faraona e due cani che hanno abbandonato sul nostro terreno l’anno scorso – ricorda Silverio – Stavamo per partire per il campeggio ma abbiamo deciso di rinunciare alla vacanza per far loro i vaccini. Così abbiamo passato l’estate lì, a fare campeggio in campagna!”. “Il terreno è diviso tra uliveto, orto e vigneto – prosegue orgogliosa Stefania – facciamo vino, olio, ci dedichiamo all’autoproduzione e vendiamo i nostri prodotti tramite un Gas, un Gruppo di Acquisto Solidale fondato da noi… facciamo le consegne in bicicletta per essere sostenibili dall’inizio alla fine!”. Lo scopo è infatti proprio quello di promuovere uno stile di vita più sostenibile, un’agricoltura naturale e un modo di mangiare sano… ma non parlategli di biologico! “Naturale – spiega Silverio – significa totalmente priva di trattamenti, il biologico è un’altra cosa…” “Naturale, genuino, salutare ma a costi accessibili e concorrenziali – sottolinea Stefania – Perché non deve essere una cosa per pochi…”.  “Vorremmo organizzare corsi di Orticoltura Naturale, Ortoterapia, Fitoalimurgia, Formazione settoriale… Magari un giorno aprire un Agrinido e creare una masseria eco-didattica per ospitare animali e persone, piccoli e grandi” afferma Stefania, una mente in fermento e tantissimi progetti per promuovere le loro idee. “Con Legambiente di Andria, per esempio, abbiamo progettato e realizzato un orto urbano insieme ai cittadini e agli immigrati… per fortuna hanno aderito tanti immigrati perché in molti nostri compaesani non sapevano tenere neanche una zappa in mano!” sorride Stefania mentre racconta quest’avventura che ha segnato molto entrambi. “Sono persone che vogliamo aiutare, meritano una mano – continua Silverio – Per questo, insieme al progetto SfruttaZaro, vorremmo creare uno spazio  all’interno del nostro terreno da dedicare agli immigrati… per permettergli di lavorare e vivere in modo dignitoso”.
“E intanto facciamo anche consulenze – prosegue Silverio – Vogliamo condividere la nostra esperienza e le nostre conoscenze. Ci sono tantissimi ragazzi che come noi vorrebbero intraprendere questa strada ma non sanno come muoversi. Noi proviamo ad aiutarli”. “A tutti comunque diciamo di venirci a trovare – sottolinea Stefania – venite! Anche nel week end ci troverete sempre in azienda”. E pure per chi non è comodo ad Andria c’è una soluzione: “Abbiamo aperto una sorta di Bed and Breakfast per dare la possibilità a chi sta pensando di tornare ad una vita più naturale di mettersi alla prova e a chi non ha mai avuto la fortuna di sporcarsi le mani, di farlo” E chissà che non riescano a contagiare anche qualche ospite. Perché alla fine, quando si scopre la Pugliosità, come la chiama Stefania, poi è difficile tornare indietro. “Questo modo di vivere, genuino e a contatto con la natura, ti da gioia, ti riempie il cuore. Non è solo un lavoro. Noi qui siamo felici e questo traspare a chi ci incontra” spiega Stefania. “Certo, forse non uno stile di vita che si confà alla nostra età – continua Silverio, che oltre a tutto questo aiuta anche il padre lavorando come fabbro, per arrotondare le entrate – Per i nostri coetanei, per esempio, è normale uscire dopo le dieci, noi invece a quell’ora siamo già a letto! Ma a noi va bene così. Non ci manca nulla, anzi! Pensiamo al tempo sprecato. Potevamo finire prima l’Università. Potevamo iniziare prima! Se tornassi indietro farei le cose più velocemente”. Ma quest’anno ci andate in vacanza? “Assolutamente no! – ride Stefania – Tra pochi giorni inizieremo a costruire la serra e quindi dobbiamo necessariamente stare qui. Però abbiamo montato una piscina per rinfrescarci dopo il lavoro e va benissimo così. Perché, alla fine, le vacanze non sono altro che uno stato mentale”.

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Gas Andria: https://www.facebook.com/pages/GAS-Andria/466395943514090?fref=ts

Fonte: ilcambiamento.it

Cereali: ne esistono 10mila varietà, ma 8 specie monopolizzano il mercato

All’Expo 2015 si parla di alternative ai prodotti cerealicoli che monopolizzano il mercatoImmagine

Nel mondo esistono circa 10mila specie di cereali, ma il mercato ha imposto una progressiva omologazione concentrando la produzione su otto varietà di cereali. Essendo alla base della dieta della maggioranza della popolazione mondiale, in virtù dell’elevata capacità nutrizionale a fronte di costi moderati, i cereali e i tuberi restano alla base della dieta della maggioranza della popolazione mondiale. A Expo 2015 il tema viene affrontato nell’ambito della riflessione sul nutrimento da offrire al pianeta: dall’individuazione di tecniche e strategie condivise in grado di supportare una maggiore richiesta dipendono gli equilibri di una Terra sempre più popolosa. Rinunciare alla biodiversità e al patrimonio cerealicolo mondiale può essere un grande errore e un pericolo per il sostentamento globale, ecco perché Expo 2015 ha accolto le esperienze provenienti da Bolivia, Congo, Haiti, Mozambico, Togo e Zimbabwe per fare il punto della situazione sui cereali alternativi a grano, riso e mais che rappresentano, insieme da altri cinque cereali, la quasi totalità delle coltivazioni.

Il mercato mondiale dei cereali si basa su otto varietà, mentre esistono diecimila specie, molte delle quali hanno le qualità per resistere ai cambiamenti climatici, e altri che possono avere quelle qualità che noi non utilizziamo più,

spiega Filippo Ciantia, responsabile dei Cluster e delle Best Practices per Expo 2015.

Esemplificativo delle possibili alternative ai cereali “classici” è la quinoa che Antolin Ayaviri, ambasciatore della Bolivia in Italia, chiama il “grano d’oro”, in omaggio alle sue qualità nutrizionali:

La quinoa, per esempio, è nutriente come la carne, le uova e il pesce, ma soprattutto è senza glutine. Questo vuol dire che si tratta di un alimento veramente meraviglioso che può essere consumato da tutti senza nessun problema. E se il mondo occidentale potrà diversificare la propria alimentazione affidandosi a cereali come la quinoa, allo stesso tempo i Paesi in via di sviluppo potranno mutuare da quelli sviluppati le tecnologie per evitare che una raffinazione sempre più spinta delle farine crei diabete e ipertensione a causa dell’alto tasso glicemico dei cereali trattati con le metodologie tradizionali.

A picture taken on September 28, 2012 shows corn in cobs in a field in Godewaersvelde, northern France.  AFP PHOTO PHILIPPE HUGUEN        (Photo credit should read PHILIPPE HUGUEN/AFP/GettyImages)

Fonte:  Aska

© Foto Getty Images

Tornare alla terra: si può vivere coltivando in modo naturale?

Complice la crisi economica, negli ultimi anni si è assistito ad un ‘ritorno alla terra’ da parte di molti giovani che hanno deciso di dedicarsi all’attività agricola. Roberta Perrone durante la stesura della sua tesi di laurea sull’ecologia e il sociale (nella quale approfondisce in particolare il tema della meccanizzazione in agricoltura e gli effetti sulle sementi) ha intervistato tra gli altri Antonio Cangialosi, agrumicoltore siciliano di ventotto anni che ha deciso di trasformare un hobby in un vero e proprio lavoro. Con lui ha parlato di agricoltura industriale e alternative naturali, tutela del suolo, OGM e dei problemi derivanti dall’uso dei pesticidi.

Ciao Antonio, raccontaci prima di tutto chi sei e di cosa ti occupi?

Mi chiamo Antonio Cangialosi, ho ventotto anni e sono un agrumicoltore. Insieme a mio fratello gestisco un agrumeto di tre ettari e un uliveto altrettanto grande. L’azienda si trova in Sicilia a circa trenta chilometri da Palermo. Burocraticamente è nata 5 anni fa, ma in realtà calpestiamo quel suolo da sempre. Quella terra è un dono che ci è stato ereditato. Sin da piccoli alternavamo piacevoli ore di lavoro in campagna con impegni di studio. Ci siamo ritrovati grandi e col desiderio maturato negli anni di fare del nostro hobby un vero e proprio lavoro.

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Nel 2010 abbiamo cercato di mettere in piedi un’attività agricola di collina a conduzione familiare. Principalmente siamo io e mio fratello che ci lavoriamo, ma in alcuni momenti anche mio padre, parenti e amici. Loro ci danno una mano soprattutto nella fase della raccolta. Questa attività è nata pezzo dopo pezzo attraverso piccoli tentativi, esperimenti, grazie soprattutto alla curiosità di provare a capire come si può vivere coltivando la terra. Non nego che la prima fase ha riservato alcune difficoltà (passare dai libri alla terra, inghippi burocratici, difficoltà nell’avvicinare la gente al buon cibo). In questo momento, nonostante i problemi siano sempre presenti, possiamo dire che stiamo riuscendo nei nostri intenti ed è pure divertente. E’ un lavoro duro. Si torna a casa stanchi e si dedicano altre ore alla vendita a km0 nel nostro piccolo punto vendita in paese. Altre ore vengono destinate alla comunicazione (e-mail, social, pubblicità, etc). Altre vengono impiegate per la sistemazione dei pacchi da spedire, dando così la possibilità a chiunque di acquistare prodotti genuini – dall’albero alla tavola. Quindi il lavoro c’è ed è anche tanto, ma cerco di ridurre il più possibile il livello di alienazione. E posso dire che è una cosa che mi appaga. È un processo in continuo divenire.

Perché è importante tornare alla terra?

Noto che dalle nostre parti, da alcuni anni, c’è per fortuna una piccola realtà di giovani che vorrebbe impegnarsi in questo settore e che sembra voglia espandersi sempre più. Si sta riscoprendo il valore della terra. Di certo è una realtà che stenta a decollare, ma comunque è già importante che si stia facendo spazio nel sociale. Il ritorno alla terra non è da sottovalutare, anzi. L’attività agricola può rappresentare un modello alternativo. La terra è una risorsa importante perchè è lei che ricuce i rapporti tra territorio e comunità, le relazioni, le conoscenze, il recupero di saperi, le tradizioni. Oggi la gente inizia a pensare che la strada sia in progetti come il nostro. Ciò ci inorgoglisce.

Perché occuparsi della difesa del suolo è divenuta oggi una priorità?

Oggi le policolture tradizionali sono minacciate dalle monocolture industriali. Le colture intensive avvengono a ritmi spaventosi. La negatività delle colture intensive sta principalmente nel trarre profitto ad ogni costo. Non a caso, pur di lucrare, le grandi aziende tendono a sfruttare al massimo il suolo, i mezzi, il personale e tutto ciò di cui necessita una coltivazione intensiva. Le conseguenze sono: cattive paghe, usi sproporzionati di carburante, uso massivo di pesticidi, anticrittogamici, fitofarmaci, insetticidi. Purtroppo è la chimica che fa il gioco, col suo malefico ausilio si può annualmente ottenere una produzione standard. Ma sopperire le mancanze con la chimica porterà la natura a depauperarsi.

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Riproponendo questi metodi anno dopo anno il suolo, le piante e i prodotti stessi verranno denaturati. Perderanno le loro fisiologiche proprietà. ISDE Italia ha reso pubblica la sua posizione (vedi Position Paper) sui rischi ambientali e sanitari generati dall’uso di pesticidi. Nel documento vengono presentate numerose informazioni che evidenziano le criticità delle pratiche agroindustriali dannose per la salute dell’uomo, degli animali e degli ecosistemi. Mi riferisco alla contaminazione chimica del suolo, dell’acqua, dell’aria e degli alimenti. E’ un documento che a mio avviso dovrebbero leggere tutti. Essendo stato scout non posso dimenticare le parole di Baden-Powell: “Lascia il mondo un po’ migliore di come l’hai trovato”. La difesa del suolo è una priorità perchè se tratti bene la terra lei ricambierà nel migliore dei modi. Coltivare con metodi biologici, prendersi cura della salute del terreno è un po’ come difendere l’equilibrio del cosmo.

Come fate quindi a difendere i vostri raccolti da possibili attacchi?

Gli agrumi sono dei frutti resistenti. La buccia, spessa e grezza, consente di proteggere al meglio il frutto dagli attacchi. Di conseguenza il produttore, se vuole, non è costretto a far uso della chimica. Capita però che l’agrumeto venga infestato dalla presenza di un numero massiccio di afidi e cocciniglie, insetti visibili anche ad occhio nudo che si raggruppano solitamente sulla pagina inferiore delle giovani foglie. Succhiano la linfa delle piante provocandone un generale deperimento. Per affrontare questo problema utilizziamo l’olio extra vergine d’oliva (metodo naturale). L’olio, distribuito nelle foglie, riesce a soffocare gli insetti sopprimendoli. Per altri casi utilizziamo anche rame e zolfo (fungicidi naturali che, se utilizzati in giuste dosi, sono consentiti in agricoltura biologica).

Quale potrebbe essere a tuo avviso un sistema di produzione e di distribuzione ideale?

Mi piace pensare che un giorno si potrà tornare ad una produzione e ad una distribuzione locale, il famoso km0. E mi piace pensare che un giorno le produzioni industriali cesseranno di esistere. Una piccola azienda non ti obbliga ai ritmi frenetici di cui necessita una mega azienda. Si sa, le grandi aziende sono spesso strozzate dai costi e da un’organizzazione troppo macchinosa, con tempi e ritmi rigidissimi dettati dalle dure leggi di mercato, per non parlare dell’uso sproporzionato di concimi chimici e gli effetti sulla biodiversità. Invece, tante piccole aziende possono agire nel rispetto della terra e dell’uomo: giuste ore di lavoro, adeguate tecniche di potatura, di concimazione, di irrigazione e di raccolta.planta

Sarebbe bello vedere un giorno il contadino entrare nuovamente in città attraverso i mercati di vendita diretta, mettendo così in evidenza la trasparenza del prezzo, il valore del lavoro e la qualità del prodotto. Quella della vendita diretta (negli spacci, nei mercatini, attraverso i GAS) non è solo un’alternativa critica alla grande distribuzione, ma resta prima di tutto un modo diverso per creare e difendere le relazioni tra persone. Bisogna ripensare l’agricoltura e il nostro rapporto con il cibo. Le dinamiche commerciali odierne obbligano, in un certo senso, ad attivare anche dei metodi di distribuzione ad ampio raggio. Noi ad esempio diamo l’opportunità al consumatore di acquistare i nostri prodotti da ogni parte d’Italia e farseli recapitare a casa in breve tempo. Unici aspetti positivi di questo sistema di distribuzione: a. diamo la possibilità a chiunque di mangiare prodotti sani e sicuri; b. eliminiamo i vari passaggi degli intermediari, i quali non fanno altro che far lievitare i prezzi e la tempistica tra raccolta e consumazione.

È possibile secondo te un’agricoltura differente che preservi l’agricoltura tradizionale, l’uso delle sementi antiche e che rispetti i ritmi naturali considerando l’aumento della popolazione e, di conseguenza, l’aumento della richiesta di cibo?

Ecco. Per quanto riguarda la questione dei semi posso parlarti della mia esperienza. Parte dell’azienda è destinata ad un piccolo orto per il fabbisogno familiare. Grazie alla passione per la campagna di mio nonno e di mio padre, oggi, io e mio fratello, disponiamo di sementi antiche di varietà non più esistenti in commercio: pomodoro, zucchina siciliana, fava, cetriolo, cipolla, aglio. Ho ereditato una grande ricchezza. Purtroppo alcuni semi di altri ortaggi sono andati persi nel tempo. Ciò ci obbliga ad acquistare sementi o piantine direttamente dai vivaisti che, però, commercializzano semi ibridi.  Qui si apre un capitolo immenso sull’origine dei semi, le modifiche apportate, le certificazioni, i brevetti, le multinazionali. Argomenti che non possono essere riassunti o trattati superficialmente. Aggiungo solo che oggi i circuiti di scambio delle sementi hanno a mio avviso un’importanza fondamentale, perchè offrono l’opportunità di scambiare varietà di semi poco conosciute. I semi sono un patrimonio dell’umanità. Difendere i semi significa difendere la biodiversità, ecco perchè dobbiamo conservarli con cura e scambiarli. La libertà di scambiare le sementi antiche, cosa oggi minacciata dalla Comunità Europea, è un diritto naturale. La terra ci offre doni che dobbiamo condividere con gli altri.GMO-Corn

Ci era stato detto che gli OGM avrebbero salvato il mondo dalla fame facendo aumentare i raccolti, diminuendo l’uso dei pesticidi, mettendo in circolo piante in grado di resistere alle condizioni climatiche, e invece? Cosa ne pensi dell’inquinamento genetico che ne deriva?

Le promesse fatte sono inganni. Solo e semplicemente inganni. Interessi di multinazionali impavide pronte a tutto pur di lucrare. Quella degli OGM è una macchina formidabile e in continua espansione che promette di nutrire il pianeta mentre nella realtà riproduce una struttura di spreco e di ingiustizia. Si sa, le multinazionali sono divenute così potenti da condizionare persino le scelte istituzionali, a discapito di piccoli e medi agricoltori, dei consumatori e persino dell’ambiente. L’uomo è riuscito a brevettare il bene comune più prezioso, il seme. E’ riuscito a modificarne la genetica, a renderlo proprio al fine di commercializzarlo, mettendo a rischio la fertilità del suolo, della falde idriche, dell’atmosfera e della salute umana. Non si può pensare di modificare la terra all’infinito, scavare montagne in eterno, cementificare tutto. Sulla terra non si può lucrare per sempre. Tutto questo un giorno si rivolterà contro.

Io cosa posso fare, come posso contribuire per tutelare il futuro del suolo e per limitare il più possibile il collasso ambientale che si è già innescato?

Bisogna credere nella buona agricoltura e cercare di avvicinare quanta più gente possibile al rispetto dell’ambiente. Siete voi consumatori ad avere potere decisionale. Bisognerebbe ridurre o ancor meglio eliminare la cultura dell’usa e getta e del consumo senza qualità e consapevolezza. Quella del consumismo è una logica che si è imposta nel tempo e che ha influenzato negativamente la salute dei consumatori. Ricordiamo sempre che noi siamo quel che mangiamo.

Fonte : italiachecambia.org