Equinozio d’autunno, un giorno particolare della rivoluzione terrestre

Con il termine equinozio, si vuole indicare la rivoluzione terrestre intorno al sole, quando quest’ultimo si trova allo zenit dell’equatore.Flying kite

L’equinozio è la rivoluzione terrestre intorno al sole, che avviene quando quest’ultimo si trova allo zenit dell’equatore. Tale evento si manifesta due volte l’anno, ed in tale momento, nel periodo diurno, ovvero quello di esposizione solare, e quello notturno, sono uguali e l’asse solare giunge perpendicolarmente all’asse di rotazione della terra. Per questo le stagioni dipendono dall’inclinazione di tale asse. Le differenze tra il periodo estivo e quello invernale, comprese le gradazioni intermedie, dipendono esclusivamente dall’angolo con cui i raggi del sole colpiscono il pianeta terra. Il freddo ad esempio, non è dovuto alla distanza del pianeta dal sole, nel momento in cui nel nostro emisfero è inverno, perché la Terra è posizionata alla minima distanza, mentre le basse temperature, sono la conseguenza di una maggiore inclinazione dei raggi. Uno stesso fascio di raggi solari in tal caso, si trova a scaldare una superficie maggiore di suolo, al contrario di quanto avviene nelle altre stagioni.

Equinozio d’autunno: stagioni inverse

Nel nostro emisfero, ovvero quello boreale, le stagioni sono inverse rispetto all’emisfero australe. Una volte nell’emisfero boreale, quando la luce del sole è al minimo, ossia si avvicina moltissimo alla perpendicolare, nell’emisfero australe accade esattamente il contrario, e di conseguenza sarà inverno. L’equinozio d’autunno che avviene nel mese di settembre, inaugura come ci suggerisce la parola stessa la stagione autunnale, mentre nell’emisfero australe nello stesso momento è primavera. In questo giorno, la lunghezza delle ore di luce con quelle del buio sono approssimativamente le stesse.

Tale equinozio avviene ogni anno il 22 settembre, quando l’asse geometrico tra la Terra ed il Sole sarà allineato, con la nostra stella posizionata sopra l’equatore, dove i raggi del sole cadranno perpendicolari all’asse terrestre, ed il terminatore, ovvero la linea immaginaria che divide la parte illuminata da quella al buio, attraversa esattamente i poli: il Polo Nord ed il Polo Sud. Osservando la latitudine in cui ci troviamo, è possibile notare dunque che il sole sorge quasi ad est, e tramonta quasi esattamente ad ovest.

Equinozio d’autunno: stessa durata del giorno e della notte

Il termine equinozio, deriva dalla lingua latina Equinox, significa “notte uguale”, ma non descrive correttamente il fenomeno astrale. Quando avvengono gli equinozi, la differenza temporale tra il giorno e la notte è meno percepibile rispetto alla differenza temporale che abbiamo durante il solstizio di inverno ad esempio, che è il giorno con meno luce solare, ed il solstizio solare, che invece è il giorno con meno ore di buio. Lo scorso anno ad esempio nell’equinozio d’autunno, il sole è sorto alle 6:44 ed è tramontato alle 6:52, con soli 8 minuti in più rispetto alla notte. A questo fenomeno inoltre, è importante aggiungere anche l’effetto ottico, ovvero la rifrazione atmosferica dei raggi solari, che ci permette di percepire la luce del sole prima dell’alba e dopo il tramonto. Vi è inoltre un evento di cui molto raramente si sente parlare ed è l’Equilux, dove la durata del giorno e della notte è veramente la stessa, e lo scorso anno è avvenuto il 25 settembre.

Equinozio d’autunno: astrologia

Per gli appassionati di astrologia ed astronomia, l’equinozio d’autunno offre diverse conferme. In questa data precisa, ovvero il 22 settembre, il sole entra nel segno della bilancia, un simbolo associato ad equilibrio e razionalità. Moltissimi esperti, vedono in questo evento astronomico, equilibrio tra luce ed ombra, una ricorrenza molto analoga che possiamo ritrovare tra le tante caratteristiche del segno zodiacale. Tra i vari simboli abbiamo anche la luna del raccolto, ovvero la luna piena che si manifesta precedentemente all’equinozio d’autunno e che prende il nome di Harvest Moon, per sua particolare luminosità, che simboleggia il faro che illumina il cammino per i contadini durante la notte. In Cina dove si tiene il Festival della Luna, tale evento è un’occasione per festeggiare. Come sappiamo, moltissime popolazioni dell’antichità amavano festeggiare e celebrare le date degli equinozi e dei solstizi, in particolare le popolazioni Maya. In Messico ad esempio, la piramide Chichen Itza, venne costruita in maniera tale che la luce in occasione dei due equinozi, potesse proiettare l’immagine di un serpente mentre striscia sui gradoni della struttura. Ma l’equinozio non è solo una esclusiva del pianeta Terra. Infatti anche in altri pianeti, ci sono sia i solstizi che gli equinozi, e molto spesso anche in scala più vasta.

Marte che ha ad esempio una inclinazione molto simile al nostro pianeta, ha stagioni analoghe, con la differenza che sul Pianeta Rosso l’inverno ha una durata di 154 giorni. L’inverno più lungo però ce l’ha Urano, con una durata di ben 42 anni.

Equinozio d’autunno: significato spirituale

Come abbiamo citato precedentemente, durante l’equinozio d’autunno il Sole entra in Bilancia, dando così vita ad un nuovo ciclo. La natura è testimone di questo cambiamento, infatti i frutti cadono dagli alberi, lasciano i loro involucri, e d i semi invece selezionati per poi essere consumati o conservati. Successivamente grazie alla mano dell’uomo saranno piantati nella terra, affinché un nuovo ciclo ricominci. Questo duro lavoro di separazione non interessa solamente la terra, le piante ed i suoi frutti, ma anche l’essere umano. Come il frutto cade dall’albero e si separa da esso, ed il seme dal frutto, anche l’anima si separa dal corpo. Il nostro corpo equivale all’involucro, mentre il seme è la nostra anima che viene seminato in alto nel cielo. Una volta arrivato a maturazione il frutto, ovvero l’uomo, non dovrà cadere a terra come fa il seme di una pianta, ma bensì volare in cielo. Proprio in autunno avviene tale separazione, di cui parla Ermete Trismegisto quando cita tali parole: “Tu separerai il sottile dal denso con grande abilità”. Dividere la parte sottile da quella densa, significa separare la parte la parte spirituale di ognuno di noi, da quella materiale. Nel periodo autunnale questo processo avviene per tutta la natura che ci circonda, per prepararsi così ad una nuova vita, ad una nuova rinascita.

L’Arcangelo Michele ad esempio, separa l’anima dal corpo perché essa deve viaggiare e visitare lo spazio ed altri mondi, e non restare per sempre sulla terra. La separazione è una naturale legge della vita, per questo gli esperti di spiritualità sostengono che tutti noi dovremmo imparare a separare il puro dall’impuro, l’utile dall’inutile, il nocivo da ciò che invece è salutare.

Equinozio d’autunno ed esoterismo

L’esoterismo è intimamente legato all’astrologia e alla madre terra, quindi all’universo e ai suoi movimenti, per cui si trovano dei significati molto importanti per chi lo pratica. Da un punto di vista esoterico, l’equinozio d’autunno segna la morte del ciclo vegetale e un risveglio interiore, che deve andare a bilanciare proprio quella morte ben visibile nel regno vegetale. Per l’esoterismo, la forze divine che regolano l’universo bilanciano le polarità, invertendole. Se in estate vi è il trionfo della vita naturale, l’autunno segna il momento della riscoperta introspettiva del sé. L’estate è il trionfo della luce e della visibilità esteriore, mentre con l’autunno inizia il buio esterno che determina invece la riscoperta della luce interiore dell’uomo, quale essere intelligente e introspettivo. L’esoterismo, come la natura, osserva la ciclicità dell’universo, e quindi l’equinozio d’autunno rappresenta la fine di un ciclo e l’inizio di un altro ciclo, nel ripetersi infinito e costante della stessa ciclicità. La solitudine delle stagioni fredde, con la sua mancanza di natura esterna, pone quindi l’inizio all’autocoscienza, all’individualità, in contrapposizione con la divinazione naturale delle belle stagioni, dove il rigoglioso mondo vegetale apre la nuova stagione divina. L’equinozio d’autunno non rappresenta quindi una stagione buia e vuota d’energia, anzi, tutt’altro. L’energia cambia solo polarità, e diventa introspettiva e interiore, per bilanciare la morte esteriore espressa con la morte della natura circostante, le foglie cadute e la secchezza dei rami. L’equinozio d’autunno rappresenta in primo luogo la volontà, il perseguimento e il raggiungimento di nuovi obbiettivi interiori. In esoterismo, collegato direttamente alla pratica alchemica, l’elemento naturale dell’autunno è il ferro, con un grande significato, fin dall’antichità. È infatti con il ferro che si sono costituiti gli imperi, ma soprattutto la moderna civiltà dell’industria. Il ferro è stato scelto perché proprio nel mezzo di agosto c’è la notte di San Lorenzo, la notte delle stelle cadenti, che in realtà sono delle meteore notoriamente fatte con un nucleo di ferro. Il ferro è anche l’elemento di collegamento tra le varie molecole, quello che permette le connessioni tra gli elementi che compongono il corpo umano, e con la notte di San Lorenzo di diffonde nell’atmosfera per cadere sulla terra ed aiutare gli dei.

I simboli esoterici dell’equinozio d’autunno

Per l’esoterismo, l’autunno è la stagione in cui gli spiriti naturali vengono aspirati attraverso le radici delle piante, e tornano nella terra da dove sono nati, sottostando alla legge universale della gravità. Gli spiriti, prima liberi, non possono intervenire in aiuto dell’uomo durante il periodo autunnale, e quindi l’individuo è “costretto” a riscoprirsi e a superare la malinconia. Per questo l’esoterico festeggia l’equinozio d’autunno come una festa della coscienza individuale e inconscia, come una festa di libertà e indipendenza dall’estate, che è condizionante con la sua energia per la nostra anima. Il ferro si ricollega ai simboli esoterici dell’equinozio d’autunno e ai miti dell’antichità. Il ferro aiuta gli dei, forgiando l’arma che essi usano per sconfiggere il drago-Ahrimane, ladro di luce dell’anima umana che intrappola nelle spire. Il precipitare del ferro sulla terra alimenta il sangue del corpo, migliorando le connessioni e aumentando l’energia interna che inizia ad essere irradiata verso l’esterno. Mentre in estate il corpo riceve l’energia dal sole, con l’autunno si inverte il flusso, ed è il corpo umano a fornire l’energia all’esterno. Per questo la mitologia antica di molti paesi racconta di dei solari impegnati nella guerra contro il drago, o spesso riferito anche come serpente, asceso dal profondo della terra, per prendere le anime. La sconfitta del drago è simbolicamente la vittoria della coscienza del sé nell’uomo, dopo il letargo estivo. L’atmosfera piena di ferro precipitato durante l’estate consente agli dei, ogni anno, di sconfiggere il drago, e agli uomini di conservare la propria anima, in un ciclo infinito annuale, che viene festeggiato con l’equinozio d’autunno in tutte le feste pagane. La precipitazione del ferro inoltre, simboleggia il passaggio dell’energia dal cervello al resto del corpo, per rifornirlo e sostenerlo, per creare nuovi obbiettivi. Il ferro scende nei vasi sanguigni e alimenta organi e muscoli, scheletro e spirito. Il ferro che discende dalla testa mette ordine al caos, realizza gli obbiettivi in sospeso, alimenta l’anima e spegne le paure, aumenta la razionalità. Questo simbolismo era molto presente nella mitologia persiana, attraverso la figura dell’Arcangelo Solare. La “volontà di ferro” sintetizza la festa dell’equinozio d’autunno, e la precipitazione di questo minerale porta via l’elemento dell’estate, lo zolfo che ricorda il caldo torrido. Il ferro è anche il simbolo della stagione fredda, appunto perché materiale freddo che combatte lo zolfo, elemento estivo e terrestre, non a caso presente nella profondità del pianeta. L’aria che si rinfresca in autunno alimenta la volontà umana, e il famoso cambio di stagione simboleggia il cambio energetico che passa dalla natura all’individuo, per poi ritornare alla natura l’anno seguente e rinnovare l’eterna lotta con il drago per la salvezza dell’anima.

Fonte: inran.it

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Food ReLOVution, il film. Cosa mangiamo e cosa si nasconde dietro a ciò che mangiamo

“Food reLOVution” è il nuovo film del regista Thomas Torelli. Il filo logico che percorre questo lavoro è la parola “connessione”. Ed è proprio un pensiero di connessione che manca alla maggior parte di noi. Connessione con il pianeta che ci ospita: con la terra, il mare, l’aria che respiriamo, gli altri esseri umani, gli animali, le piante.9508-10264

E la connessione manca perché troppi sono ormai i passaggi tra noi e ciò che mangiamo. Abbiamo perso i profumi, le forme, il contatto con ciò che mettiamo nel piatto. Non siamo più in grado di capire di cosa ci nutriamo tanto è trattato, trasformato, reso appetibile e “buono” in modo artificiale, spesso irriconoscibile. Food Relovution è un’opera di perfetto equilibrio che riesce a parlare delle verità nascoste dietro il consumo di carne senza sembrare un prodotto da crociata vegana, che riesce a porre la questione della produzione e del consumo del cibo a livello mondiale evidenziandone le mostruosità senza usare la facile leva della sola emotività momentanea e superficiale. Il consumo di carne negli ultimi anni è cresciuto in modo esponenziale ed è andato di pari passo con l’aumento delle malattie cardiovascolari, dell’obesità, del diabete, del cancro. Il consumo di carne, però, non significa solo questo. E’, appunto, connesso anche allo sfruttamento senza limiti e senza sosta delle risorse naturali, all’emissione di gas serra così pericolosi per l’equilibrio ambientale e climatico e a un approccio profondamente disumano nei confronti degli animali.locandina-foodrelovution_a3_print300

Ma non basta ancora: la produzione di carne ha costi elevatissimi anche per un enorme numero di persone costrette a morire di fame. La fame è un fenomeno talmente lontano da noi che pensiamo non ci riguardi affatto e di cui, soprattutto, non percepiamo una responsabilità diretta. Tutto, invece,  è strettamente collegato. Pochissimi di noi riescono a vedere in una bistecca o in un bicchiere di latte, l’allevamento intensivo dal quale proviene: allevamenti neppure degni di questo nome ma vere e proprie industrie il cui scopo non è nutrire ma guadagnare. E’ difficile riuscire a capire che dietro la nostra richiesta sempre maggiore di carne ci debba essere una ricerca continua di terra da disboscare e poi coltivare a cereali per nutrire gli animali che mangiamo. La maggior parte dei cereali coltivati nel mondo non viene, infatti, usata per nutrire le persone ma per quegli animali destinati alle nostre tavole. La fame da una parte, lo spreco di cibo dall’altra (che arriva al 50 per cento, globalmente), l’obesità e la malnutrizione che si presentano spesso insieme nei nostri malati dando origine a degli obesi denutriti, l’enorme aumento delle malattie degenerative e l’aspettativa di vita, per la prima volta in calo in alcuni paesi occidentali sono facce dello stesso fenomeno. Si tratta di un sistema che si regge su un’economia basata sullo sfruttamento senza limiti di altri esseri viventi e sulla distruzione sistematica delle risorse. Un’economia che, nonostante le informazioni false, fuorvianti e ingannevoli che ci arrivano attraverso la  pubblicità che invade ogni spazio della nostra vita, non può che avere i giorni contati. Thomas Torelli fa parlare medici, scienziati ed esperti di fama mondiale: Franco Berrino, Colin e Thomas Campbell, Marilù Mengoni, Vandana Shiva, Frances Moore Lappé, Carlo Petrini, Peter Singer, James Wildman. Attraverso la loro testimonianza e le splendide illustrazioni animate di Michele Bernardi (il tratto e i colori sono perfetti), le bellissime musiche di Giulio del Prato, l’autore accompagna chi guarda senza giudizi di sorta, con l’unico intento di offrire elementi che facciano scattare quella “connessione” nello spettatore. Venire a conoscenza delle conseguenze di ogni nostra, anche minima, scelta alimentare è il punto nodale del film: scoprire cosa si cela dietro il cibo che compriamo ogni giorno può renderci persone finalmente consapevoli, farci pensare con attenzione, responsabilità e amore a ciò che vogliamo essere e diventare. Per noi stessi, per i nostri figli, per il pianeta, per ogni essere vivente. Intervenire criticamente attraverso le nostre scelte quotidiane significa crescere in consapevolezza. E la consapevolezza, si sa, è il primo passo per il cambiamento.

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Fonte: ilcambiamento.it

 

Sigarette e piccoli rifiuti gettati a terra, i soldi delle multe vanno a campagne informative sui danni all’ambiente

Lo stabilisce un decreto attuativo del Collegato Ambientale. La meta’ delle somme va ad un fondo del ministero dell’Ambiente per l’attuazione di campagne di informazione su scala nazionale, l’altra meta’ e’ destinata ai Comuni sempre per finalità di sensibilizzazione.386403_1

I soldi derivanti dalle multe per chi getta a terra o in acqua rifiuti di piccolissime dimensioni, come sigarette ma anche gomme da masticare e scontrini, saranno destinati a campagne di sensibilizzazione sui danni per l’ambiente che derivano da questa pratica. Lo stabilisce un decreto attuativo del Collegato Ambientale, firmato dal ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, che individua l’utilizzo dei proventi delle multe, previste dal provvedimento fino a 300 euro, per chi getta a terra, in acqua, negli scarichi e nelle caditoie prodotti da fumo, gomme, scontrini e fazzoletti.

La meta’ delle somme derivanti dalle sanzioni amministrative – spiega il decreto – e’ riassegnato a un fondo istituito presso il ministero dell’Ambiente per l’attuazione di campagne di informazione su scala nazionale, l’altra meta’ e’ destinata ai Comuni nel cui territorio sono state accertate le violazioni e utilizzata sempre per finalità di sensibilizzazione. Più nello specifico, i Comuni devono versare ogni sei mesi (30 giugno e 31 dicembre di ogni anno), il 50% delle sanzioni così irrogate proprio per alimentare detto fondo. L’altro 50% delle multe lo potranno trattenere. Sempre con i proventi delle multe le amministrazioni locali devono installare nuovi raccoglitori per la raccolta dei mozziconi, gomme da masticare, cartacce, scontrini e altri rifiuti di piccole dimensioni.

“Credo che la cultura ambientale entri prima e meglio in un tessuto sociale – afferma Galletti – quando a una sanzione si accompagna la conoscenza del problema. Una sigaretta che finisce a terra si degrada naturalmente in due anni, mentre in mare ne servono cinque e altrettanti per le gomme da masticare”.

“E’ evidente dunque che un gesto del genere, che ancora spesso capita di vedere, sia una cattiva abitudine da cancellare. Il miglior modo per riuscirci – conclude il ministro – e’ far applicare la legge e insieme far conoscere i rischi”.

La disposizione prevede inoltre che i produttori di articoli da fumo attuino, in collaborazione col ministero o con altri enti, campagne ad hoc per i consumatori, mentre i Comuni possono prevedere specifici eventi e incontri con la cittadinanza su questo tema, con la produzione di materiale informativo.

Fonte: ecodallecitta.it

Fame e terra: basta ipocrisia

Il problema della fame nel mondo è dovuto all’insufficiente produzione alimentare, che non riesce a star dietro alla costante crescita demografica? No: «La fame è causata dal fatto che grandi imperi detengono l’80% dei terreni del mondo e sono tutte monocolture». Ecco chi ha le idee chiare.

agroecologia

«Grandi imperi detengono l’80% dei terreni del mondo e sono tutte monocolture. Questo limita molto la varietà di cibo che possiamo mangiare e rende l’agricoltura sempre più vulnerabile al cambiamento climatico. In più noi mangiamo solo il 30% di questo cibo, la metà dei raccolti alimentano il bestiame e l’industria dei biocarburanti: 89 milioni di ettari di terreno in Africa sono stati comprati per produrli. Perciò abbiamo bisogno di un paradigma nuovo, che si basi su una nuova etica per dare accesso alla terra agli agricoltori di piccola scala e creare un’agricoltura non più dipendente dai carboni fossili». Lo ha affermato Miguel Altieri, docente universitario, durante un convegno sull’agroecologia svoltosi nei giorni scorsi a Torino (in occasione di Terra Madre) al quale sono intervenuti anche Anuradha Mittal, fondatrice dell’Oakland Institute, e Yacouba Sawadogo, agricoltore in Burkina Faso. E la soluzione c’è già, basta metterla in atto: si chiama agroecologia e non va confusa con l’agricoltura biologica o biodinamica. L’agroecologia applica i principi ecologici alla produzione di alimenti, capovolge il sistema dell’agrobusiness, si prende cura delle risorse naturali e valorizza la biodiversità: in pratica ci offre buone pratiche per l’agricoltura. Il valore aggiunto dell’agroecologia è l’aspetto politico, il fatto che si pone l’obiettivo di sfamare i poveri e si basa sulle conoscenze di chi lavora i campi da secoli, di chi con il 20% dei terreni produce l’89% del cibo che mangiamo. Spesso sono tecniche millenarie quelle che permettono di coltivare anche i terreni più difficili: «Mi riferisco per esempio al sistema milpa messicano – ha spiegato Altieri – in cui mais, fagioli, zucca e peperoncino sono coltivati insieme, ottenendo la resa che un sistema industriale otterrebbe con il 50% di terreno in più, ma anche ai giardini galleggianti dello Sri Lanka che resistono agli allagamenti o al sistema Zai africano inventato da Sawadogo». Non a caso Yacouba Sawadogo è chiamato l’uomo che ha fermato il deserto: è lui l’inventore del metodo Zai, che, tramite buche nel terreno, permette di aumentare la fertilità di suoli molto difficili come quelli del Burkina Faso. La sua storia ha inizio negli anni Settanta quando il Burkina Faso è colpito da una grave siccità con conseguente carestia: «Ero un commerciante e guadagnavo bene ma tutti scappavano dalla mia terra e anche le mandrie stavano morendo. Vicino a casa mia c’era una radura e ho pensato: cosa posso farne affinché la gente non fugga? Ho cominciato a piantare alberi e coltivare sementi, soprattutto pensando di recuperare alberi utili dal punto di vista medico in modo che le persone potessero curarsi, dato che non c’era un presidio medico». Voleva che il suo progetto avesse un domani, non fosse una cosa passeggera: oggi questa radura di 25 ettari è ancora verde! «L’individuo muore ma ciò che fa di bene per l’umanità rimane. Ho cominciato da solo maoggi molti aderiscono alla mia visione e sono animati dalla stessa passione: deve esserci unità d’azione e di movimento per la conservazione della terra. Una persona da sola non può vincere questa sfida ma insieme ci si può riuscire», dice Sawadogo. La sua storia purtroppo non ha un lieto fine: anche lui è vittima del land grabbing che colpisce i contadini di tutto il mondo. È stato minacciato e ora la sua radura sarà parcellizzata, così come la casa che ha costruito lui stesso e la tomba di suo padre, tutto diviso in due. Il mondo soffre per questi soprusi, nati dagli interessi personali di chi ha in mano le redini dell’economia: «Il movimento agroecologico si contrappone ai furti della terra occupandola ed eleggendo governi che promuovono una riforma fondiaria che dia la proprietà privata ai contadini – ha aggiunto Altieri – Anche il biologico, l’equosolidale e Slow Food lavorano in questo senso ma lo fanno nelle poche finestre lasciate aperte dal capitalismo, rimanendone comunque soggiogati. Bisogna eliminare il capitalismo creando mercati solidali in cui si fanno accordi diretti fra produttori e consumatori: il capitalismo non funziona, non si può risolvere un problema con la stessa mentalità con cui è stato creato. L’agroecologia trasformerà le cose davvero, senza accettare le briciole del sistema». «Storie come quella di Yacouba accadono in tutto il mondo – ha commentato Mittal – I banchieri e i politici vanno in giro a dire ai contadini cosa devono o non devono fare. Ma c’è resistenza, non significa che l’abbiano vinta o dettino legge e tutti dobbiamo fare la nostra parte. Dobbiamo smettere di pensarci solo come consumatori, sentirci staccati da chi coltiva, dobbiamo essere connessi al sistema del cibo. L’80% del cibo consumato nei paesi in via di sviluppo viene da produttori di piccola scala: crediamo veramente che quelli con il camice bianco nei laboratori potranno nutrire il mondo?».

Fonte: ilcambiamento.it

La Terra è più verde grazie alla CO2

Secondo dati NASA negli ultimi 35 anni le aree verdi sono aumentate. Merito del gas serra. Ma la crescita delle piante verrà limitata da altri fattori. Uno studio su Nature Climate Change

Il pianeta azzurro è più verde. Negli ultimi 35 anni, dicono i dati provenienti dai satelliti dell’agenzia spaziale americana (Nasa), le aree ricoperte da vegetazione sulla Terra si sono inverdite: una crescita delle foglie su alberi e piante corrispondente a un’area pari a due volte quella degli Stati Uniti continentali. Merito dell’aumento dei livelli di CO2, il principale gas serra ma anche elemento fondamentale per la fotosintesi delle piante. Ma attenzione a cantare vittoria troppo presto. Secondo i ricercatori dell’Università di Pechino guidati da Shilong Piao, che hanno pubblicato i risultati delle loro osservazioni su Nature Climate Change, l’effetto “fertilizzante” di questo gas è destinato ad esaurirsi col tempo, perché la crescita delle piante verrà limitata da altri fattori, come la scarsità di acqua o di altri nutrienti. Non solo: gli effetti benefici della CO2 non sarebbero in grado di bilanciare i suoi effetti negativi sul clima del nostro pianeta, come il riscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento dei livelli delle acque, l’acidificazione degli oceani ed altri ancora poco o per nulla conosciuti. Effetti destinati a protrarsi a lungo, se è vero che questo gas ha raggiunto livelli mai visti, almeno negli ultimi 500.000 anni, ed il suo tasso di immissione nell’atmosfera non accenna a diminuire, contribuendo in modo preponderante al riscaldamento globale. Secondo i modelli computazionali impiegati dai ricercatori cinesi, l’aumento di una fetta importante delle aree verdi del pianeta (tra il 25 ed il 50%) è dovuto per il 70% all’innalzamento dei livelli di anidride carbonica, e in misura minore anche a fattori come la maggiore disponibilità di azoto (9%), i cambiamenti climatici (8%) e quelli delle coperture sulle superfici terrestri (4%). Sorprendentemente, solo il 4% delle terre ricoperte da vegetazione hanno sperimentato delle perdite. Ma le buone notizie finiscono qui. Infatti, alcune delle regioni interessate da un grande “rinverdimento” sono quelle più settentrionali, dove temperature più miti aiutano sì le piante a crescere, ma su aree conquistate ai ghiacci artici che si stanno sciogliendo a ritmi sempre più vertiginosi, innalzando i livelli delle acque. Inoltre, anche le modificazioni nella composizione delle foreste possono minacciare i delicati equilibri climatici raggiunti in milioni di anni.

Riferimenti: Nasa; Nature CLimate Change doi:10.1038/nclimate3004

Credits immagine copertina:  Boston University/R. Myneni

Articolo prodotto in collaborazione con il Master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza dell’Università di Ferrara

Fonte: galileonet.it

 

Radici nel cielo: la riscoperta della terra tra musica e poesia

Tutto è cominciato con un mese on the road in furgone per incontrare nei loro luoghi contadini biologici, allevatori, artigiani, ricercatori scientifici, medici, professori universitari. È il progetto Radici nel cielo, ricerca e produzione artistica sul senso di appartenenza alla terra e alla comunità, realizzato a partire dagli incontri con chi fa agricoltura biologica.radicinelcielo

Tutto questo è stato ripreso per realizzare una web story che racconta ogni tappa compiuta, un film documentario e uno spettacolo teatrale. A realizzare tutto questo un gruppo di professionistiche ci crede profondamente. Un viaggio di oltre quattromila chilometri, ventisei tappe, più di settanta persone intervistate ma il progetto è molto di più ed è in continua evoluzione. Ce lo racconta Andrea Pierdicca, portavoce del gruppo.

Da dove nasce Radici nel Cielo?

Nel mio percorso di attore di teatro inizialmente ho fatto teatro di prosa. A un certo punto, però, ho iniziato a dedicarmi al teatro di narrazione. Con alcuni compagni di viaggio è iniziata un’amicizia e una collaborazione artistica. Sono uscito dai teatri ufficiali e ho iniziato a occuparmi di teatro civile. Abbiamo portato in giro per l’Italia spettacoli che narravano storie sull’inquinamento ambientale da parte di industrie chimiche, sull’agricoltura convenzionale, l’impiego di sostanze chimiche nelle coltivazioni, la scomparsa graduale della biodiversità, il ruolo in particolare delle api. Durante questo percorso abbiamo realizzato anche video, il primo è stato “Il viaggio del fiume rubato” (2013) e poi “La zappa sui piedi”(2014). Si tratta di fare il teatro fuori dai teatri come facevano gli antichi contastorie che giravano per le città e per i paesi raccontando le storie in modo libero e indipendente per far comprendere alla gente realtà che non conoscevano. Questo andare in giro per l’Italia ha creato negli anni una serie di reti e di conoscenze oltre alla scoperta di territori e realtà rurali. “Il viaggio del fiume rubato” nasce da un primo spettacolo itinerante (Il racconto del fiume rubato: la storia dell’ACNA di Cengio) proprio come video che racconta il teatro fuori dai teatri, poi con il secondo lavoro teatrale (Il cantico delle api) abbiamo iniziato anche ad incontrare e quindi intervistare i contadini. In questo modo è nato “La zappa sui piedi”, un video itinerante di narrazione e musica tra agricoltura, api e pesticidi. Ufficialmente Radici nel cielo è nata nel settembre 2015, quando siamo partiti con il tour per il nuovo film-documentario attraversando l’Italia in furgone e contemporaneamente abbiamo creato il sito wwwradicinelcielo.it. Da questo viaggio è nata una Web Story gia online e ora stiamo lavorando per il nuovo documentario e il nuovo spettacolo teatrale. Anche se il gruppo parte ufficialmente a settembre 2015 in realtà nasce da un cammino di circa 10 anni.

Eravate già una compagnia o hai iniziato da solo?

Ho iniziato da solo come attore di prosa nel 2003 poi è arrivato l’incontro e l’amicizia con Alessandro Hellmann ( autore), Federico Canibus ( tecnico-musicista), e da li cammin facendo, km dopo km, anno dopo anno, si è formato un vero e proprio gruppo di lavoro. All’oggi siamo: Antonio Tancredi (regista), Enzo Monteverde (musicista), Nicolò Vivarelli ( video maker), Valentina Gasperini ( comunicazione web), Andrea Lilli (consulente scientifico), Tina Belluscio (P.M.P.), Cristina Rodocanachi (medico ambientalista), Michele Marinangeli presidente della cooperativa che funge da campo base, ed infine io che coordino il progetto oltre a fare l’attore. Ciascuno di noi ha messo in gioco la propria professionalità e attraverso un intreccio di competenze diverse: teatro, musica, scrittura, video, comunicazione, scienza e altro ancora, pian piano si è formato il gruppo di Radici nel cielo.

Cosa fate?

Teatro civile e videomaking documentaristico. Elaboriamo percorsi di ricerca e spettacolo sull’etica e il senso di appartenenza alla terra e alla comunità umana. Facciamo narrazione orale e comunicazione multimediale accogliendo i saperi e le abilità di professionisti diversi, con un metodo di lavoro aperto alle collaborazioni. La nostra base operativa è la Tenuta di San Cassiano (Fabriano) ma, proprio Radici, i suoi membri vivono sparsi e lavorano uniti, disseminati tra monti appenninici e città.

Quali sono i vostri obiettivi?

La ricerca di umanità. Un gruppo che si spende con passione per realizzare un sentire comune. Si tratta di un percorso totalmente indipendente. Ciascuno di noi si mette in gioco in prima persona anche economicamente. Non abbiamo enti, associazioni, fondazioni o altro alle spalle. Il nostro gruppo per ora si autofinanzia. Amici che credono in questo viaggio indipendente ci sostengono e ora stiamo lavorando per attivare un crowdfunding, ovvero sostegni economici di chi condivide e crede in quello che facciamo. Alla base condividiamo un’idea di appartenenza alla natura e all’umanità. Questa idea, in realtà, ce l’hanno in molti e, se ci si mette insieme e si collabora, allora diventa una realtà. Un nostro obiettivo è ad esempio informare sulla realtà delle produzioni intensive, sull’uso indiscriminato di pesticidi e sulle conseguenze ambientali e sulla salute umana di queste sostanze, dimostrare che esistono realtà agricole alternative e possibili oltre a quelle dannose e contraddittorie appartenenti all’agroindustria. Esiste un altro modo di Essere-Umani.

Ci spieghi meglio questa idea?

L’idea è di stare insieme è di non competere l’uno con l’altro per fare carriera. L’idea è di collaborare e mettersi a disposizione per fare chiarezza, mettere a disposizione le nostre capacità tecniche, artistiche e culturali per informare su qualcosa che riguarda tutti come il rapporto tra l’uomo e la natura. L’idea è quella di unire e non dividere, di chiarire e non confondere. L’idea è mettere in discussione un sistema economico che ha portato non solo alla crisi economica e ambientale ma anche alla crisi e allo smarrimento individuale spirituale e morale, alla mancanza di relazioni e a profonde solitudini, un mondo virtuale che ha grandissime potenzialità ma che ha anche fatto grandi danni senza la libertà critica del pensiero. Abbiamo fatto migliaia di chilometri per andar a parlare con i contadini, con le persone che hanno conservato un contatto con la terra e con la natura, quelli che ancora sanno fare e poi anche con ricercatori e professori universitari, medici, nutrizionisti, per capire e per fare un incontro interdisciplinare con persone che hanno esperienza o una preparazione culturale nel loro campo. Attraverso questi incontri si prova a far chiarezza e a ricostruire i pezzi mancanti per meglio comprendere l’oggi. Abbiamo gli antenati, per esempio. Gli antenati sono quelle persone che hanno già parlato di queste cose in passato ma poi sono stati dimenticati: Lao Tse, Shakespeare, Seneca, Giono, Tolstoi e altri che sono andati in profondità e che hanno parlato di queste cose. Avevano parlato di appartenenza, appartenenza tra terra e cielo ma anche tra essere umano ed essere umano.

Come vi sostenete? Il pubblico paga un biglietto per vedere i vostri spettacoli?

Pratichiamo l’on e l’off come si direbbe oggi in un linguaggio di sintesi. Detto meglio significa che andiamo nei teatri dove la gente paga normalmente un biglietto per vedere i nostri spettacoli e contemporaneamente però, siamo usciti dai teatri e giriamo per campagne, aie, fienili, chiese, sinagoghe, paesi, attraversando tutta l’Italia. Ci rifacciamo, come dicevo, alla tradizione dei contastorie che girano e raccontano ovunque, che scendono dal palco per raccontare tra la gente (una vera e propria ricerca popolare), e alla fine col cappello accolgono una libera offerta dal pubblico presente. Da una parte collaboriamo con le strutture teatrali istituzionali e dall’altra usciamo all’aperto per incontrare le persone che a teatro magari non ci andrebbero. Cosi facendo si riesce meglio a ritrovare la spontaneità e condividere i saperi.

Riuscite a vivere di questo?

Riusciamo a vivere ognuno del nostro lavoro, ad esempio io come attore vivo di collaborazioni con teatri ufficiali, seminari di recitazione, letture recitate, eccetera, e nello stesso tempo metto a disposizione la mia arte e il mio sapere per il progetto collettivo di Radici nel cielo. Così fanno gli altri: Antonio è un regista di teatro che fa spettacoli e collabora con diverse realtà teatrali. E così fanno anche gli altri componenti del gruppo. Ognuno fa il suo percorso professionale in cui include anche questo progetto di viaggio in comune.

Come fare per conoscere le date dei vostri spettacoli in giro per l’Italia?

Sul nostro sito Radicinelcielo.it sono pubblicate tutte le date. Nei prossimi mesi saremo nelle Marche e, poi, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte, Lombardia ecc.. sia con i nostri spettacoli on-the-road come Il cantico delle api e le Letture Recitate in Musica, sia con la proiezione dei video come La zappa sui piedi sia con collaborazioni artistiche ufficiali come quella con gli Yoyo Mundi per lo spettacolo teatrale de La solitudine dell’ape (il 21 giugno saremo al Teatro Franco Parenti di Milano).

Qual è la reazione del pubblico ai vostri spettacoli?

Sia nei teatri convenzionali che nelle campagne o nei paesini (in cui magari la gente che viene ad ascoltarci non va normalmente a teatro) la reazione è sempre la stessa: si passa una o due ore insieme in cui attraverso il teatro si riflette, si collegano i fili, si comprendono cose che magari non si sapevano, oppure si sapevano in maniera confusa. Le persone poi vengono a parlarci alla fine dello spettacolo per condividere le loro esperienze, e la cosa più bella è che si riconoscono in ciò che vedono e ascoltano. Cerchiamo di dare strumenti per comprendere con semplicità ciò che sembra complicato e le persone son contente di questo. E’ un’occasione per dialogare con gli altri, di essere parte attiva della comunità. Nei nostri lavori c’è informazione, cultura, ironia, poesia, racconto, dramma, denuncia, ma soprattutto una ricerca profonda di appartenenza.

Quali sono i vostri prossimi progetti?

Creare nuove collaborazioni, conoscere e diffondere le nuove realtà che incontriamo lungo il percorso, e intanto stiamo montando il film documentario e scrivendo il nuovo spettacolo teatrale. Per il film stiamo cercando una casa di distribuzione mentre per lo spettacolo siamo già in collaborazione con un teatro. In entrambi i lavori cerchiamo di mettere insieme le voci di oggi e le voci del passato cercando di chiarire quali sono i meccanismi che stanno facendo fare corto circuito all”oggi su cose fondamentali e che riguardano tutti come ad esempio ciò che viene coltivato e quindi ciò che mangiamo. Il tema dell’agricoltura contadina (e non dell’agricoltura industriale) e della vita contadina è sempre stato considerato come qualcosa di cui non occuparsi, da tenere ai margini, da denigrare. Mentre invece il contadino è un portatore sano di valori, colui che ha conservato la relazione profonda tra l’uomo e la terra e la custodisce, conosce la natura e la rispetta. E’ necessario ridare valore e dignità alla campagna perché da questa parte la cultura, la salute, l’economia, le relazioni, la comunità, il concetto di appartenenza e, quindi, il benessere delle persone.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Ecovillaggio San Cresci: diventare grandi e ritornare alla terra!

Dall’idea di un’imprenditrice milanese, che ha deciso di cambiare vita, è nato il progetto dell’ecovillaggio San Cresci, nel comune di Borgo San Lorenzo, poco distante da Firenze. L’obiettivo? Creare un nuovo modello di comunità, dove lo stile di vita è sano e di alta qualità, sostenuto dai valori di solidarietà, condivisione, rispetto per l’ambiente e ogni forma di vita.

Non è da tutti prendere tutti i risparmi di una vita e metterli nella realizzazione di un sogno di alti valori, rivoluzionario e controcorrente; come non è da tutti, dopo una vita di successo imprenditoriale ed economico, rendersi conto che si è solo una pedina di uno scenario fatto apposta per distruggerti. Forse ci si arriva quando si ha quella sensazione di poter avere materialmente di più, ma qualsiasi roba verghiana tu possa accumulare non ti appaga lasciandoti affamato dentro.Tenuta-strada-e-villa

Nel Mugello, 35 chilometri fuori Firenze, presso Borgo San Lorenzo, si sviluppa il progetto San Cresci

Allora benvivere diventa la parola d’ordine. Appassionata da sempre di filosofia antroposofica steineriana, l’imprenditrice milanese Roberta Zivoli decide di vendere tutto e fondare il più grande eco-villaggio d’Italia con la missione principale di mettere al centro l’uomo. È mentre guarda Obama che parla di sostenibilità in televisione che ha un’illuminazione, e pensa: «Ma guarda questi americani che vengono a parlarci di sostenibilità quando qui da noi è dal 1800 che siamo ecosostenibili».

«Ho capito tante cose», dice Roberta, «ho lavorato tutta la vita venti ore al giorno per avere la casa al mare, in montagna e poter frequentare certi ambienti e non mi sono accorta che qui in città siamo topi. Beviamo diossina, respiriamo polveri sottili cardiotossiche e mangiamo roba coltivata male e piena di chimica. Quando ho compreso che noi che viviamo nelle città facciamo il gioco di qualcuno che ci vuole distruggere sono stata male. Sono andata da mio marito e gli ho detto: “Ho capito cosa faremo da grandi”».

E Bruno Dei, il compagno di una vita insieme, non poté che darle ragione e seguirla anche in questa nuova avventura. Partecipano a un bando d’asta dell’università di Firenze e si aggiudicano la tenuta San Cresci, un territorio incontaminato di 657 ettari nel comune di Borgo San Lorenzo a 30 chilometri a nord della capitale toscana, con boschi, terreni coltivabili, una ventina di sorgenti d’acqua potabile e una vena termale di acqua sulfurea, una villa medicea con la sua fattoria e otto case coloniche.

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Il Centro San Cresci è il progetto pilota, ma già in cantiere c’è in programma di recuperare altri borghi abbandonati nei dintorni

Diventerà il futuro Centro San Cresci, un modello di comunità con circa quattrocento residenti dove lo stile di vita è sano e di alta qualità, come dovrebbe essere in ogni angolo del mondo: sostenuto da solidarietà e alti valori, rispetto per l’ambiente e ogni forma di vita, condivisione, riciclo, riuso, energie rinnovabili, agricoltura biologica, senza sprechi né inquinamento. Il progetto San Cresci prevede una rivisitazione evolutiva di ogni fase del ciclo della vita dalla nascita al distacco dal corpo. Ci sarà una casa della nascita naturale per non vivere più il parto come una malattia; una casa della salute naturale dove si applicheranno tutte le forme più avanzate di medicina non convenzionale; un albergo termale; una scuola all’avanguardia e, a conclusione di una vita attiva, una casa della migliore età dove gli anziani potranno essere amati e rispettati come archivi storici di cultura e saggezza e non come suppellettili inutili da rottamare in una RSA. Ogni neonato riceverà in eredità un ettaro di terreno per diritto di nascita, perché possa essere d’incentivo a ritornare alla cultura dell’agricoltura e della terra, e a questo proposito Roberta lancia un allettante invito: «Venite a ben vivere in un mondo rurale. La campagna chiama, se no ci portano via la vita. Ci autodistruggiamo senza accorgercene alimentando quel mostro che sono le città». Il progetto non è per niente utopistico: ad oggi la maggior parte delle abitazioni sono state assegnate e le famiglie residenti arrivano da tutta Italia: Milano, Piacenza, Napoli, Vasto, Firenze, Roma.

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«Siamo i ripopolatori di San Cresci», scoppietta orgogliosa Roberta, «la mia missione è di lasciare alle generazioni future una possibilità di vita sana. Non lasciamo in eredità ai nipoti né appartamenti né conti in banca. Non vogliamo essere corresponsabili della loro autodistruzione. C’è il libero arbitrio e loro possono fare quello che vogliono ma noi offriamo loro un’alternativa di valori più alti».

Hanno pensato a tutto: all’acqua, alle terme, all’energia, che verrà autoprodotta con pannelli solari e biomassa prodotta dai boschi. La villa La Quiete sarà il centro culturale di accoglienza per i visitatori esterni con un ristorante che servirà menù vegetariano, vegano e tradizionale del Mugello e sarà rifornito da colture autoprodotte e frutti dell’orto cresciuti in permacultura e con tecniche biodinamiche. La cappelletta diverrà un centro conferenze per la diffusione di saperi all’avanguardia, e il resto lo offre già la natura: i tre tigli secolari della villa regalano ombra profumata in un’aria che è davvero un piacere respirare, la vista è impagabile e inconfondibilmente toscana, col suo susseguirsi di morbidi seni su cui un gigante pagherebbe per riposarsi; e il succo di fiori di sambuco autoctono, con cui mi danno il benvenuto i volontari Filippo e Andrea, assegnati a catalogare tutte le erbe spontanee, è un’ambrosia dai poteri straordinari che risveglia sensi sopiti da un tempo ormai perso dalla nostra memoria. Ti fermi al ciglio della strada e tutto ciò che vedi intorno fa parte del podere San Cresci. Questo riserva un raro privilegio ai San Cresciani che potranno dire con orgoglio: “Tutto ciò che vedi un giorno sarà tuo!”, ma solo se saprai difenderlo come Roberta e il suo team stanno dimostrando oggi. Il Centro San Cresci è il progetto pilota, ma già in cantiere c’è in programma di recuperare altri borghi abbandonati nei dintorni per dare la possibilità a chi vive in città di tornare in campagna per un buon vivere, perché Grandi, in tutti i sensi, e secondo la filosofia di Roberta, lo si possa diventare tutti. Il progetto San Cresci è finanziato dalla Fondazione Europea Cammino Futuro Onlus www.fecf.eu , alla quale è possibile devolvere il proprio 5 per mille, senza che costi nulla e investendo sul futuro.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/05/ecovillaggio-san-cresci-diventare-grandi-ritornare-terra/

La Terra è più verde di 33 anni fa

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Trentasei milioni di chilometri quadrati di aree verdi in più, questo è, secondo uno studio della rivista Nature Climate Change, l’incremento verificatosi negli ultimi 33 anni a causa dell’innalzamento dei livelli di Co2. Al fine di fronteggiare questo innalzamento le piante avrebbero sviluppato più foglie incrementando le superfici verdi. I ricercatori dell’Università di Southampton, prendendo in esame i resti fossili dei microrganismi che popolavano gli oceani nell’Eocene, hanno scoperto che il drammatico cambiamento climatico avvenuto fra 53 e 34 milioni di anni fa (con una temperatura di 14 gradi superiore a quella attuale) fu dovuto alle alte concentrazioni di anidride carbonica. Riuscendo a capire che cosa è avvenuto in passato i ricercatori sono in grado di prevedere cosa potrebbe avvenire in futuro. L’anidride carbonica causò l’estremo riscaldamento della terra e, successivamente, con la riduzione dei livelli di Co2, avvenne un raffreddamento che portò alla formazione delle calotte polari. “La sensibilità del clima alla CO2, che ha portato al riscaldamento nell’Eocene è simile a quella prevista dall’Ipcc (Intergovernamental Panel on climate change) per il nostro futuro”, ha spiegato Gavin Foster, coautore dello studio. Dopo un picco nel riscaldamento globale potrebbe dunque arrivare una nuova fase di raffreddamento, questo almeno è quello che si “legge” interpretando i resti geologici di milioni di anni fa.

Fonte:  Nature Climate Change Science Daily

 

Come seminare le rose: tutti segreti

Gli appassionati di rose non possono perdersi la lezione di Roberto Cavina noto selezionatore di rose da collezione che ci insegna passo dopo passo a selezionare, seminare le rose e metterle a dimora il tutto partendo dal seme. Una guida unica per veri appassionati!

I passaggi per seminare le rose e mettere a dimora le piantine non sono impossibili, basta un po’ di esperienza  tanta pazienza. Così Roberto Cavina del vivaio Le Rose di Nicola Cavina che di entrambe ne ha da regalare ci guida per mano dentro al suo mondo di selezionatore di rose, facendoci sognare un giorno di trovare anche noi la rosa più bella e profumata mai vista, il tutto partendo da un piccolo seme. Guarda tutto il video Come seminare le rose e scopri i segreti per la miglior selezione delle rose da collezione.

LA SCELTA DELLE CAPSULE

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La scelta dei cinorrodi migliori è fondamentale per aver una buona pianta

Per prima cosa bisogna sapere che questa operazione si fa tra novembre e gennaio, con il freddo. Bisogna scegliere il cinorrodo maturo e una volta presa va nominato, dunque per ogni cinorrodo sapremo i nome della pianta madre e non del padre ( ameno che non l’abbiate inseminato con le vostre mani).

L’APERTURA DEI CINORRODI

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Si aprono le capsule con delle forbici o con un coltello ben affilato3-300x225

Si aprono le capsule e si scelgono i semi più forti

Quindi con un coltello si tagliano i cinorrodi e si estraggono i semi prediligendo quelli più grossi e soprattutto pieni e duri e si mettono da parte. Scegliere i semi migliori assicura maggior opportunità di riuscita. Non tutti i semi attecchiranno, quindi è bene scegliere i più promettenti.

LA TERRA

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La terra deve essere leggera e ben drenata

Si prepara della terra leggera, mista terra e sassolini e torba assicurandosi che infondo al vaso ci siano molti sassi per assicurare un buon terreno drenato. Si bagna molto bene la terra in vaso e si aspetta che l’acqua esca fuori.

LA SEMINA DELLE ROSE TRA DICEMBRE E GENNAIO5-300x225

Sulla terra ben bagnata si poggiano i semi appena pressati e si lasciano stare così

Quindi in ogni vaso si metteranno i semi della stessa varietà ad una distanza di circa 5 centimetri uno dall’altro. Si poggeranno sul terreno facendo una leggera pressione e basta. Il vaso verrà poi chiuso dentro un sacchetto di cellophane trasparente e chiuso con un filo in modo che non entri e non esca nè aria ne l’umidità. Dunque il vaso si tiene in una serra luminosa da dicembre ad aprile senza mai aprire il sacchetto.

IN APRILE SI APRONO I SACCHETTI

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E’ giunto il momento di aprire i sacchetti e di scoprire se qualcosa è nato

Ad aprile si scoprono le nuove piante, si aprono i sacchetti, si fa attenzione a togliere le erbacce e si mettono i vasetti in un luogo luminoso bagnando le nuove nate con la regolarità con la quale bagnereste le rose adulte.

GIUGNO – LUGLIO: E’ TEMPO DI RINVASARE

Tra giugno e luglio le piantine si saranno ingrossate e avranno anche già dato i primi fiori. Quindi estrarre il pane di terra e le piante dal vaso, suddividerle delicatamente e rinvasatele una ad una in un vaso nuovo con terra universale leggera ben drenata da pomice o sassolini. Adesso non serve che aspettare che le nuove nate crescano e diano belle fioriture.

Tutte le info su Le rose di Nicola Cavina: lerosedinicolacavina.it

Fonte: stilenaturale.com

I giovani guardiani della terra

Si sono dati il nome di Earth Guardians, guardiani della terra, e attualmente a guidare il movimento, che si è fatto conoscere nel mondo, è Xiuhtezcatl Roske-Martinez, 15 anni. Impossibile? Invece no.earthguardians

Pare quasi impossibile che alla guida di una ong ci sia un quindicenne, ma è così. Dietro di sé ha una sorta di consiglio di saggi, esperti di vari paesi del mondo e attivisti nel campo della giustizia, dell’ambiente e della democrazia, che supportano questo movimento di giovani che si è dato il nome di Earth Guardians. Il giovane, di origine azteca, è Xiuhtezcatl Roske-Martinez, che coordina una rete composta da giovani adolescenti attiva in 25 paesi del mondo. “Chi mi sostiene? Le speranze di questa generazione e del pianeta sono nelle nostre mani. Non voglio che ci supportiate ma che ci stiate accanto. Non sarà semplice ma è la responsabilità che abbiamo verso chi verrà domani: essere i leader del nostro tempo per lasciare loro un mondo migliore”. Queste parole le ha pronunciate l’estate scorsa alle Nazioni Unite. Xiuhtezcatl descrive se stesso come un artista hip hop, un attivista ambiente, un indigeno. “E ricordiamoci – ha detto all’ONU – che non è il pianeta ad avere bisogno di aiuto, siamo noi”.

“Ci siamo riuniti in questo movimento per diventare coloro di cui si attendeva l’arrivo, vogliamo essere un collettivo di giovani a livello mondiale che si mette alla guida di un percorso alla difesa del pianeta”. Xiuhtezcatl ha lanciato un appello ai leader delle Nazioni Unite affinché agiscano seriamente per fermare i cambiamenti climatici. Il quindicenne vive a Boulder, in Colorado, e le foreste limitrofe sono minacciati dalla scarsità di acqua e tanti altri, come lui, che fanno parte di Earth Guardians vivono situazioni in cui il loro ambiente è messo in pericolo. Durante l’estate 2015 ha partecipato ad una spedizione nell’Artico del National Geographic per studiare lo scioglimento dei ghiacci.

Fonte: ilcambiamento.it