Sulla terra si muore di fame ma noi sprechiamo soldi per andare nello spazio

L’uomo è certamente l’essere vivente più strano e inconcepibile che ci sia sulla faccia della terra. Di sicuro non il più intelligente, dato che sta riuscendo ad autodistruggersi come specie e portando con sé innumerevoli altri esseri viventi nella sua follia suicida: sta provocando le sesta estinzione di massa.

L’uomo è certamente l’essere vivente più strano e inconcepibile che ci sia sulla faccia della terra. Di sicuro non il più intelligente, dato che sta riuscendo ad autodistruggersi come specie e portando con sé innumerevoli altri esseri viventi nella sua follia suicida: sta provocando le sesta estinzione di massa. Ci sono tanti esempi eclatanti che dimostrano che dobbiamo ancora evolverci e parecchio pure. Sulla terra l’80% della popolazione, che non vive nell’attico del restante 20%, è in situazioni molto difficili o drammatiche a seconda dei casi. Miseria, fame e disperazione determinati dal modello di sviluppo del ricco 20% sono la quotidianità di miliardi di persone e i più cinici fra i nostri simili dicono pure che è colpa loro, che sono sottosviluppati, che non si danno da fare. Di fronte a tale situazione (che dovrebbe vederci tutti impegnati fino a che l’ultimo dei nostri simili abbia una vita degna di questo nome, cibo, riparo e serenità), si sprecano soldi, risorse, energia e competenze nelle maniere più assurde e insensate in spregio e sdegno alla gente in condizioni spaventose.

Uno dei modi più eclatanti per sputare sulla povertà e dignità umana è la corsa fra le nazioni per mandare equipaggi nello spazio. Conosciamo pochissimo della nostra terra, degli animali, dei vegetali, dei processi naturali, ma nonostante ciò vogliamo andare nello spazio, senza nessun motivo razionale e intelligente.  Andare nello spazio è estremamente dispendioso, non serve e in più è pericoloso perché lassù non ci sono le condizioni per sopravvivere all’esterno nemmeno un minuto.  La mentalità tipicamente maschile di prevalere e primeggiare la si ha anche nella corsa allo spazio, cioè la corsa al nulla. Gli americani andarono sulla luna esclusivamente per farlo prima dei russi, piantarono una bandiera americana  (in un luogo dove non c’è letteralmente niente, il che già dà la dimensione della follia) e se ne tornarono a casa. Come i cani che fanno la pipì per marcare il territorio, solo che in questo caso la cosa è assai più dispendiosa. Che non servisse a nulla andarci è dimostrato anche dal fatto che sulla luna non c’è mai più andato nessuno. Ma ogni paese che abbia una potenza economica ragguardevole cerca di entrare a fare parte del club dei marcatori del territorio in qualche modo. Adesso l’obiettivo si è anche spostato ed è diventato ancora più impegnativo e costoso. Qualche ricco miliardario ha deciso che bisogna andare su Marte o fare passeggiate ed escursioni spaziali e quindi via ad investimenti stellari per questa spaziale idiozia.  Ma con tutti i  gravi problemi che ci sono nel mondo e negli stessi Stati che concorrono alla corsa nello spazio, possibile non si capisca che tutti quei soldi buttati in questa demenza potrebbero essere usati per risolvere i tanti e drammatici problemi in cui quotidianamente si dibattono le persone a cui dello spazio interessa più o meno che zero? Ma qui entra in gioco un fattore fondamentale che è quello della immaginazione umana purtroppo indirizzata verso direzioni assai discutibili. Lo spazio è l’ignoto e nell’ignoto si può immaginare tutto quello che si vuole e quindi cinematografia, televisione e letteratura ci hanno ricamato molto. E quando c’è di mezzo il condizionamento dei media, del cinema, si accetta che si buttino soldi invece di utilizzarli in maniera sensata. L’immaginazione, la fantasia, il sogno utilizziamoli per fare stare meglio ogni persona e salvaguardare il nostro ambiente. Scegliamo il tutto del pianeta Terra e non il nulla dello spazio. Anche perché se non siamo capaci di preservare il nostro di pianeta e i suoi abitanti con quale senso andiamo a colonizzare altri pianeti? Per rendere una pattumiera pure loro? Meglio di no, meglio rimanere con i piedi ben piantati per terra e la mente rivolta al benessere di tutti. 

Fonte: ilcambiamento.it

La Terra è più verde. Giuseppe Barbiero: “Una notizia storica”

Per la prima volta nella storia dell’umanità gli esseri umani hanno contribuito ad aumentare la superficie verde della Terra. “Segno che malgrado i nostri limiti ed errori siamo una specie resiliente”. Approfondiamo con Giuseppe Barbiero, biologo e ricercatore, i risultati di un recente studio che attesta l’aumento dell’area verde globale del nostro pianeta. Uno studio sui dati dei satelliti Nasa, condotto dalla Boston University e pubblicato nell’ultima edizione di Nature Sustainability, mostra che oggi la Terra è più verde rispetto a 20 anni fa grazie soprattutto a Cina e India che hanno aperto la strada al rinverdimento del pianeta, attraverso programmi di piantumazione di alberi in Cina e tramite l’agricoltura intensiva in entrambi i Paesi. Come interpretare i risultati di questa ricerca? Che nesso c’è tra la maggiore concentrazione di CO2 nell’atmosfera e l’aumento del verde globale? Queste nuove aree verdi hanno anche un ruolo nel rallentare il crollo della biodiversità? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Barbiero, biologo, ricercatore e docente di Ecologia e Biologia Generale all’Università della Valle d’Aosta.

Secondo la Nasa “il mondo è letteralmente un luogo più verde di 20 anni fa” e l’area globale verde è aumentata del 5% in questo secolo. Come commenta questa notizia? 

È una notizia storica. Non era mai successo che globalmente l’umanità contribuisse ad aumentare anziché diminuire il manto verde del pianeta. Tutti i dati paleoecologici che possediamo dimostrano un impatto negativo della nostra specie sugli ecosistemi. Tendenza che è peggiorata nel Neolitico, fino a diventare parossistica con la rivoluzione industriale. Per la prima volta nella storia dell’umanità registriamo un’inversione di tendenza. Il che dimostra che possiamo collaborare con Gaia. Basta volerlo. Nello studio si legge che il contributo della Cina alla tendenza di inverdimento globale deriva in gran parte dai programmi di conservazione ed espansione delle foreste (42%). Un altro 32% per la Cina e l’82% in India derivano invece da colture intensive di prodotti alimentari. L’agricoltura intensiva non ha anche delle implicazioni negative? 

L’agricoltura intensiva è monoculturale quindi, per definizione, riduce la biodiversità. La Cina e l’India sono i due paesi più popolosi al mondo e devono sfamare ogni giorno una popolazione complessivamente di 2700 milioni di persone. Tuttavia, la Cina, con un tasso di fertilità totale di 1,6 figli per donna, è da tempo in transizione demografica. L’India, con un tasso di fertilità di 2,3 figli per donna, è ancora in crescita demografica, ma è molto rallentata ed è ormai prossima al tasso di sostituzione (2 figli per donna). È interessante osservare che, negli ultimi 20 anni, in India e in Cina la superficie dedicata alle coltivazioni è rimasta grosso modo la stessa, coprendo circa 2 milioni di Kmq. Questo è un dato importantissimo. Vuol dire che è migliorata la tecnologia dell’agricoltura che oggi può ‘rinverdire’ aree prima aride o addirittura desertiche.

Malgrado l’aumento dell’area verde globale (aumentata del 5% in questo secolo, un’area equivalente a tutta la Foresta pluviale Amazzonica) gli studiosi hanno lanciato però un monito, invitando a non abbassare la guardia in merito alla deforestazione di Paesi tropicali come Brasile e Indonesia. Gli studiosi hanno spiegato che tale perdita naturale non può essere compensata dalla crescita del verde in altre nazioni, questo a causa della contemporanea riduzione in termini di biodiversità e sostenibilità. Com’è la situazione della biodiversità? Queste nuove aree verdi non hanno un ruolo anche nel rallentarne il crollo? 

No, purtroppo non si può sostituire la foresta tropicale pluviale con altri tipi di foreste. Le foreste tropicali pluviali si chiamano così perché le precipitazioni superano i 250 cm/anno. Questa enorme umidità permette di avere un’immensa ricchezza di specie, oltre 500 specie vegetali diverse per kmq. Per questo le foreste tropicali pluviali rappresentano l’habitat di gran parte delle specie viventi che abitano la Terra. Perdere le foreste tropicali pluviali significa perdere gran parte della biodiversità del pianeta, biodiversità non sostituibile e non recuperabile in tempi umani. La deforestazione in atto in Brasile e in Indonesia è perciò molto preoccupante e giustamente gli scienziati lanciano l’allarme. Tanto più che le leadership locali, rispettivamente di Jair Bolsonaro e di Joko Widodo, sembrano del tutto inadeguate ad affrontare la sfida.

Secondo lo studio l’aumento di aree verdi è in gran parte dovuto (circa il 70%) a un aumento della CO2 nell’atmosfera. Questa non sembra proprio una buona notizia, giusto? 

Dipende da come la si guarda. La cattiva notizia è che i sapiens hanno rotto l’equilibrio tra respiratori e fotosintetizzatori aumentando la concentrazione di CO2 atmosferica. Ma questo lo sapevamo già. La buona notizia è che Gaia sta reagendo aumentando l’attività dei fotosintetizzatori. E questo spiega il 70% dell’aumento delle aree verdi.

Cosa sono i cicli di retroazione (positivi e negativi)? Quali sono quelli principali legati al fenomeno del cambiamento climatico?

Gaia è un sistema dinamico capace di tener conto degli esiti della propria attività per poter modificare le sue stesse caratteristiche. Ciò è possibile perché Gaia è dotata di anelli di retroazione negativa, che tendono a smorzare le oscillazioni del sistema. Per esempio, sappiamo che il cambiamento climatico è un effetto del riscaldamento globale, che a sua volta è un effetto dell’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera. In termini tecnici, quindi, l’aumento della CO2 è un effetto di uno squilibrio nel ciclo biogeochimico del carbonio, determinato dall’aumento dell’attività della gilda dei ‘respiratori’. 

L’aumento della CO2 viene mitigato dalla gilda dei ‘fotosintetizzatori’, che funge da anello di retroazione negativa, per restituire l’equilibrio al sistema. Tuttavia, non dobbiamo illuderci. I sistemi di retroazione negativa hanno i loro limiti che non devono essere superati, altrimenti lo stato del sistema si sposta in maniera irreversibile. Inoltre, dobbiamo tener conto che in situazioni perturbate come quella che stiamo vivendo, può sempre attivarsi un anello di retroazione positiva.

Un esempio ben noto è il ciclo del solfuro dimetile (DMS) nell’atmosfera: (1) il riscaldamento globale aumenta la temperatura (T) degli oceani; (2) l’aumento della T degli oceani diminuisce la popolazione del fitoplancton; (3) la riduzione della popolazione del fitoplancton provoca una riduzione nella produzione e nella liberazione nell’atmosfera del DMS; (4) la riduzione del DMS – che ha una funzione aggregante nei confronti delle particelle di vapore acqueo presenti nell’atmosfera – rende più difficile la formazione delle nubi bianche; (5) la diminuzione delle nubi bianche riduce l’albedo del pianeta; (6) la riduzione dell’albedo favorisce un aumento del riscaldamento globale. L’anello si chiude al punto (6) con un ritorno al punto (1), generando però un’amplificazione del fenomeno del riscaldamento globale. Rama Nemani, ricercatore presso il Centro di ricerca Ames della Nasa e coautore dello studio, spiega: “Quando è stato osservato per la prima volta l’aumento di verde della Terra, abbiamo pensato che fosse dovuto a un clima più caldo e umido e alla fertilizzazione dovuta al biossido di carbonio aggiunto nell’atmosfera”. Ma, con i dati dei satelliti Terra e Aqua della Nasa, gli scienziati hanno capito che anche gli esseri umani stanno contribuendo. “Gli esseri umani sono incredibilmente resilienti, questo è ciò che vediamo nei dati satellitari”, ha detto Nemani. Cosa ne pensa? Concorda con il ricercatore? 

Assolutamente d’accordo. Ramakrishna Nemani è uno dei massimi esperti nell’analisi dei dati satellitari. Nell’intervista che lei cita, Nemani aggiunge: “Una volta che le persone si rendono conto che c’è un problema, tendono a risolverlo. Negli anni ’70 e ’80 in India e Cina, la situazione intorno alla perdita della vegetazione non era buona. Negli anni ’90, la gente se ne è accorta e oggi le cose sono migliorate”. Non posso che sottoscrivere: abbiamo molti limiti, ma siamo una specie resiliente, capace di capire gli errori e di correggerli.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/03/terra-piu-verde-giuseppe-barbiero-notizia-storica/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Dall’agricoltura che distrugge la natura a quella del non fare: il grande insegnamento di Fukuoka

Molti grandi maestri hanno indicato strade alternative in diversi campi e uno di questi è senz’altro Masanobu Fukuoka, agricoltore giapponese vissuto dal 1913 al 2008 che ha rivoluzionato l’idea stessa di agricoltura.

L’insegnamento di Masanobu Fukuoka si componeva di quattro principi: nessuna lavorazione del terreno che quindi non deve essere arato, né rivoltato; nessun fertilizzante chimico, né compost preparato; non si estirpano le erbacce né a mano, né con erbicidi; nessuna dipendenza dalla chimica. A una visione così lungimirante e rispettosa della terra si aggiungono: una visione del mondo come un tutto unico, interconnesso e interdipendente, perfettamente organizzato così com’è; rispetto di tutte le creature e garanzia per esse di uguale opportunità di prosperare; tutela della capacità della natura di rigenerarsi, valorizzazione e sostegno della biodiversità; conoscenza e cura della propria casa, sobrietà, riutilizzo e riciclo diffuso evitando la creazione di rifiuti; vita vissuta con spirito di tolleranza, umiltà e gratitudine.

Uno delle convinzioni diffuse che Fukuoka, morto a 95 anni, ha sfatato è quella che fare agricoltura significa la distruzione fisica e psicologica dell’individuo e questa convinzione viene sempre citata quando si vuole denigrare, sminuire o prendere in giro chi dice che un riavvicinamento alla terra è auspicabile. Immediatamente i critici parlano di ritorno alle caverne, dei servi della gleba, della fatica inenarrabile di nonni e bisnonni. Fukuoka spazza via tutte queste teorie utilizzate per spaventare chi vuole trovare strade diverse e vuole spacciare il modello industriale e della crescita come l’unico possibile. Leggendo gli insegnamenti di Fukuoka si rimane sorpresi nell’apprendere quanto poco tempo dedicasse al lavoro agricolo e quanto sia stata longeva e sana la sua vita. Non solo non è morto con la schiena spezzata in due, ma la sua agricoltura era sana per la terra e sana per lui. La sua grande rivoluzione era che la natura ci insegna tutto, più la seguiamo, la osserviamo e più benefici ne traiamo. Più cerchiamo di combatterla, di piegarla, di dominarla e più faremo fatica e avremo problemi. La sua agricoltura a bassa intensità di lavoro ha dimostrato anche di essere produttiva quanto e più di quella tradizionale, fatta con macchinari, energia fossile e largo uso di concimi chimici e pesticidi, che non solo alla lunga producono meno cibo ma che comportano danni a non finire e la distruzione della fertilità del suolo. Di conseguenza si hanno costi enormi che vengono fatti pagare alla collettività e non a chi produce l’inquinamento. Nel libro “L’agricoltura del non fare” scritto da Larry Korn sulla vita di Fukuoka, si racconta come l’agricoltore giapponese, andando negli Stati Uniti, si accorga che le tecniche agricole degli indiani d’America fossero molto vicine a quelli che erano i suoi insegnamenti e le sue idee. Del resto la cultura indigena ha vissuto in armonia con l’ambiente circostante imparando dalla natura e non combattendo contro di essa.

Korn prendendo spunto dalle idee sui popoli indigeni di Fukuoka e descrive così questo importante passaggio:

«Lo stile di vita dei nativi, immutato per millenni, non ha esercitato ripercussioni negative sull’ambiente. Quando l’uomo ha cominciato a separarsi dalla natura, abbandonando le fonti tradizionali della conoscenza – la comprensione intuitiva, l’apprendimento diretto dagli altri esseri viventi, gli insegnamenti provenienti dalle generazioni precedenti – ha perso la capacità di comprendere l’unicità del Creato. Ha cominciato così ad affidarsi all’intelletto che però può comprendere solo piccoli pezzi della realtà, uno alla volta. Questo modo frammentario di vedere il mondo si è tradotto infine nella scienza ed è diventato lo standard secondo cui le persone organizzano l’esperienza e decidono cosa fare. Le società tribali erano considerate società dell’abbondanza perché producevano tutto ciò di cui avevano bisogno con il minimo sforzo. La nostra società moderna, invece, ha un appetito insaziabile. Anziché l’economia dell’abbondanza, il nostro sistema, così altamente produttivo, è da considerarsi “l’economia della scarsità” perché non è importante quanto si produce, la certezza è che non sarà mai abbastanza. Il nostro sistema economico istituzionalizza il bisogno di espansione, nel tentativo, assolutamente futile, di autoalimentarsi. Tutto questo viene chiamato “crescita” o “progresso”,  e nella sua applicazione pratica si traduce nell’estrazione delle risorse naturali con la maggiore velocità ed efficienza possibile».

Fukuoka faceva già negli anni Ottanta un’analisi della nostra organizzazione sociale assai veritiera e lucida. Ecco quanto riporta ancora Korn:

«Tutto nel mondo moderno è diventato rumoroso e complicatissimo e la gente vuole tornare a una vita più semplice e tranquilla, come quella che si svolge nella mia fattoria. Quanto più ci si separa dalla natura e ci si allontana dal centro immobile e immutabile della realtà, tanto più si innesca  un effetto centripeto che fa desiderare il ritorno alla natura – il vero centro. Credo che la proposta dell’agricoltura naturale sgorghi proprio da quel centro immobile e immutabile della vita. C’è anche da dire che la diffusa consapevolezza dei guasti causati a lungo termine dall’agricoltura convenzionale sta favorendo il rinnovato interesse  verso i metodi agricoli alternativi. Molte persone stanno apprezzando il mio metodo di coltivazione e cominciano a constatare che ciò che prima ritenevano primitivo o antiquato è forse più all’avanguardia della scienza moderna. La verità è che la natura fa molto meglio senza “l’aiuto” dell’uomo».

In fondo raggiungere la felicità o una vita appagante per Fukuoka non è così difficile come si pensa e non passa attraverso il successo, la carriera o l’arricchimento monetario. Si legge ancora nel libro:

«Il fatto di servire semplicemente la natura vivendo modestamente e avere ciò che è sufficiente per le nostre necessità quotidiane viene ritenuta la via più diretta verso l’auto consapevolezza. Non ci sono meditazioni, yoga, letture richieste o altro. E’ un metodo senza metodo. Man mano che il terreno sempre più torna al suo stato originale, anche la mente dell’agricoltore trova la sua strada per tornare allo stato originale. Si diventa liberi e si riesce semplicemente a godere la vita».

Fonte: ilcambiamento.it

La tecnologia schiava del profitto non ci salverà. Inevitabile il ritorno alla terra

Il mondo attuale, cloroformizzato dalla potenza e meraviglia tecnologica, pensa di eludere limiti e leggi naturali utilizzando la terra come una discarica. Ma è solo un’illusione…

Più la tecnologia avanza e ci fa vedere cose strabilianti, più pensiamo che qualsiasi problema verrà risolto e, se non verrà risolto, potremo sempre andare su Marte. I fanatici di tecnologia e fantascienza, ormai praticamente la stessa cosa, vivono un mondo tutto loro che non ha niente a che vedere con la realtà e il capitombolo che faranno dall’alto dei loro voli pindarici sarà fragoroso. La tecnologia esclusivamente al servizio dell’interesse economico non si cura affatto delle sue conseguenze e, per quanto faccia progressi e sia scintillante, non sta impedendo l’estinzione umana, anzi l’accelera.

Non ha impedito l’estinzione di moltissime specie animali, di habitat naturali ormai persi irrimediabilmente. Non impedisce anzi accelera la produzione in massa di rifiuti intesi come merci ormai sempre più superflue, tanto da essere classificate da subito come rifiuti: verranno gettate velocemente e i mari sono ormai diventati brodaglie di plastica. Non si limitano gli imballaggi, non si limita drasticamente l’uso dei combustibili fossili, non si sta facendo nulla per fermare i cambiamenti climatici e sono stati raggiunti tutti i livelli più critici di emissioni; eppure si fanno progressi continui di tipo tecnologico. Visto che con tutta la tecnologia che abbiamo potremmo agire efficacemente e non lo si fa, vuol dire che non c’è nessun interesse a farlo, poiché la tecnologia deve rimanere solo un mezzo per fare soldi; se poi il mondo brucia, chi se ne frega. Però potremmo riprendere l’evento con le nostre quattordici telecamere installate sull’ultimissimo I-Phone numero 2478. E cosa faranno i fan della super tecnologia quando saranno esaurite tutte le risorse, quanto i terreni saranno devastati, il commercio in ginocchio, le città al buio e senza approvvigionamenti? I politici ovviamente daranno la colpa agli immigrati, agli ambientalisti (new entry nel gruppo dei responsabili di tutto), ai bolscevichi risorti dalle tombe, ai puffi nascosti nei boschi; ma anche dando la colpa a chiunque sia, la situazione e le responsabilità chiare non cambieranno. Politica, finanza ed economia della crescita ci stanno portando dritti verso la catastrofe. Aspettare una presa di coscienza e azioni dall’alto è pura utopia, se Trump, smentito addirittura dalla sua stessa amministrazione, continua a dire che i cambiamenti climatici non esistono. La politica, tranne miracoli che ad oggi non sembrano all’orizzonte, non farà nulla, nemmeno di fronte all’evidenza. Basta vedere le inconcludenti e inutili conferenze sul clima che si succedono fini a se stesse mentre la situazione si aggrava.

L’unica possibilità è agire direttamente e, visto che verrà minacciato l’approvvigionamento alimentare mandando in crisi l’assurdo e fragilissimo sistema che vuole i nostri supermercati pieni di prodotti che arrivano da chissà dove, la prima cosa da fare è ragionare su come ci si sfamerà di fronte al collasso in arrivo. Una soluzione è quella di ritornare progressivamente alla terra e autoprodursi il più possibile. Meglio se fatto in ottica di ecovicinato, cioè di aiuto reciproco fra vicini  all’interno dei territori in cui si vive. In questo modo si potranno alleggerire le gravi mancanze e difficoltà che ci saranno da una società votata allo sfascio. L’Italia è strapiena di posti abbandonati e terre incolte che non aspettano altro che essere ripopolate e fatte rifiorire, non in un’ottica di sfruttamento ma di attenzione all’equilibrio naturale e in ossequio alla cultura dei limiti, l’unica che può dare una rotta perseguibile nel mare di follia che ci circonda. E il ritorno alla terra non significa solo la possibile sopravvivenza ma anche una diversa e più ricca socialità, relazioni non virtuali, supporto, rafforzamento del senso di comunità che è la sola che dà davvero sicurezza agli individui. Ovviamente i “super moderni” penseranno che non si può fare, che è un ritorno al passato e tante altre fesserie simili, ma nessuna delle soluzioni e strade percorse dall’attuale sistema suicida è migliore di quella della ripresa del controllo della propria vita e dei propri mezzi di sostentamento.

La società del consumo, dello spreco, dei rifiuti, dell’inquinamento è arrivata al capolinea e non servirà chiudere occhi, naso e orecchi, perché le conseguenze saranno sempre più gravi e già ora ci investono in tutta la loro drammaticità.  Chi si preparerà per tempo avrà delle possibilità, chi aspetterà nella sua cameretta fantasticando di volare su Marte al momento opportuno, rimarrà prima assai deluso e poi non saprà come fronteggiare la situazione, ostaggio del mondo che gli crollerà addosso.

Meglio non arrivare a quel punto, meglio agire prima.

Fonte: ilcambiamento.it

Emergenza acqua: ne va della nostra vita

L’acqua ricopre il 70% della superficie terrestre e rappresenta un bene da preservare se vogliamo garantire anche la nostra esistenza sulla Terra: se c’era bisogno dell’ennesima conferma, ecco che arriva dal rapporto “Water is life” dell’Agenzia Europea per l’Ambiente.9943-10734

L’acqua copre oltre il 70% della superficie terrestre, è in acqua che è iniziata la vita sulla Terra, è un bisogno vitale, una risorsa locale e globale e un regolatore del clima. Ma negli ultimi due secoli è divenuta l’approdo degli innumerevoli inquinanti che l’uomo ha rilasciato in natura. Occorre dunque cambiare radicalmente il modo in cui usiamo e trattiamo l’acqua. Ed è proprio questo è il filo conduttore del rapporto “Water is life” dell’Agenzia Europea per l’Ambiente.

Uso dell’acqua in Europa: quantità e qualità, grandi sfide

Gli europei usano miliardi di metri cubi di acqua ogni anno non solo per bere, ma anche per agricoltura, industria, riscaldamento e raffreddamento, turismo e altri servizi. Con migliaia di laghi d’acqua dolce, fiumi e fonti d’acqua sotterranee disponibili, la fornitura di acqua in Europa può sembrare senza limiti. Ma la crescita della popolazione, l’urbanizzazione, l’inquinamento e gli effetti dei cambiamenti climatici, come la siccità persistente, stanno mettendo a dura prova l’approvvigionamento idrico in Europa e la sua qualitàacqua1

La vita nell’acqua è fortemente minacciata

La vita nelle acque dolci d’Europa e nei mari regionali è fortemente minacciata. Il pessimo stato  degli ecosistemi ha un impatto diretto su molti animali e piante che vivono nell’acqua e questo colpisce altre specie e soggetti. Lo stato dei mari europei è compromesso, principalmente a causa della pesca eccessiva e dei cambiamenti climatici, mentre le acque dolci soffrono per acidificazione e habitat alterati. L’inquinamento chimico ha un impatto negativo su sia sui corsi e invasi d’acqua dolce che sull’acqua marino-costiera.acqua2

Un oceano di plastica

La plastica prodotta in serie è stata introdotta intorno alla metà del secolo scorso come un materiale miracoloso: leggero, plasmabile, e resistente. Da allora, la produzione di materie plastiche è aumentata rapidamente e ora la produzione annuale supera i 300 milioni di tonnellate e… non scompare dall’ambiente!

Cambiamenti climatici e acqua: mari più caldi, inondazioni e siccità

Il cambiamento climatico sta aumentando la pressione sui corpi idrici. Dalle inondazioni e dalla siccità, all’acidificazione degli oceani e all’innalzamento del livello del mare, gli impatti dei cambiamenti climatici sull’acqua dovrebbero intensificarsi negli anni a venire. È quanto mai necessario che ogni Stato e Federazione di Stati attui misure pronte, efficaci e drastiche per fermare questo fenomeno.acqua3

L’acqua nelle città

Diamo tutto per scontato nelle nostre case: apriamo i rubinetti, scarichiamo le acque reflue e ci aspettiamo che sarà per sempre così. Ma sbagliamo. Per la maggioranza dei cittadini europei, l’acqua nelle abitazioni è potabile e disponibile 24 ore al giorno, ma l’acqua fa un lungo viaggio per arrivare nelle nostre case e incontra molti ostacoli.

Gestire l’acqua in una città non è una questione che interessa solo i gestori dei sistemi idrici pubblici.

Il cambiamento climatico, lo sviluppo urbano e le modifiche ai bacini fluviali possono portare a più frequenti e dannose inondazioni nelle città, lasciando alle autorità una sfida sempre più grande.

Per scaricare il rapporto integrale QUI

Fonte: ilcambiamento.it

Alla soglia dell’irreversibilità

Esiste una soglia oltre la quale l’instabilità delle temperature della Terra diventerà irreversibile? E se sì, dove si colloca? La stiamo forse raggiungendo? Pietro Greco, chimico e scrittore, ci accompagna nel ragionamento che ciascuno di noi, oggi, è tenuto a fare.9917-10706

Sono quattro le domande che Will Steffen, scienziato del clima in forze allo Stockholm Resilience Centre, dell’Università di Stoccolma, con un nutrito gruppo di suoi collaboratori si pongono e ci pongono con un articolo, Trajectories of the Earth System in the Anthropocene, appena pubblicato su PNAS: c’è una soglia planetaria nella traiettoria del sistema Terra, superata la quale il regime delle temperature diventa altamente instabile e l’instabilità diventa irreversibile? Se sì, dove si colloca questa soglia? Quali conseguenze avrebbe per l’umanità il superamento di questa soglia? Possiamo fare qualcosa per impedire che questa soglia venga superata?

L’analisi che Will Steffen e colleghi propongono è molto articolata e andrebbe studiata nei dettagli. Non fosse altro perché le variabili in gioco sono molte e svariate sono le traiettorie possibili. Il Sistema Terra è un sistema complesso e, in quanto tale, è estremamente sensibile dalle condizioni iniziali. Basta un battito d’ali di una farfalla in Amazzonia, verificò al computer il meteorologo Edward Lorenz, per scatenare un uragano imprevisto in Texas. Ciò vale per il singolo evento meteorologico come per il clima globale. Dunque, ogni previsione contiene in sé un’intrinseca incertezza. Questo non significa, però, che ogni previsione è inutile. Al contrario, è possibile stabilire degli scenari di probabilità.
Ed è quello che, tutto sommato, hanno fatto gli scienziati guidati da Will Steffen. L’analisi parte dal fatto che nell’Olocene (gli ultimi 11.700 anni) la temperatura media del pianeta è oscillata poco intorno ai 15 °C e il clima è stato piuttosto stabile. Ma anche che negli ultimi 1,2 milioni di anni mai la temperatura ha raggiunto, in media, i livelli attuali. È stata più bassa nei periodi glaciali, ma mai più alta nei periodi interglaciali. Il sistema si è trovato, in qualche modo, in una condizione di equilibrio. Bene, dicono Steffen e i suoi colleghi: è molto probabile che la crescita della temperatura nell’Antropocene, ovvero nella recentissima era in cui l’impatto umano sull’ambiente è diventato importante e in molti casi decisivo, possa determinare fenomeni irreversibili capaci di far saltare l’equilibrio. Prendiamo, a esempio, lo scioglimento del permafrost in Siberia o di gran parte dei ghiacci in Antartide: se si verificassero, non si potrebbe tornare indietro. Non in tempi brevi, almeno. L’equilibrio salterebbe e occorrerebbero migliaia di anni se non di più prima che eventualmente sia ricomposto. Dunque alla prima domanda Will Steffen e colleghi rispondono con un netto sì. Esiste un valore soglia, superato il quale il sistema Terra cambierà in maniera irreversibile le sue condizioni attuali (e romperà il ciclo esperito negli ultimi 1,2 milioni di anni). Già, ma dove si trova questo valore soglia? È a questa domanda che Steffen e colleghi danno la risposta più inquietante. Si trova, secondo le loro inferenze, intorno ai 2 °C sopra la temperatura media dell’era pre-industriale. Oggi siamo già a metà strada: la temperatura media del pianeta è di 1 °C superiore a quella dell’era pre-industriale. Dunque siamo a un passo dal valore limite, oltre il quale potremo entrare in una condizione del sistema Terra estremamente calda e inedita negli ultimi milioni di anni. Una condizione irreversibile.
Possiamo evitare di raggiungere la soglia dell’irreversibilità? Le risposte di Steffen e colleghi non sono affatto tranquillizzanti. Se anche riuscissimo a mantenere la crescita della temperatura entro i 2 °C rispetto all’epoca pre-industriale, che è l’obiettivo degli accordi di Parigi, saremmo comunque in una situazione di rischio. Il rischio che scattino, a cascata, i processi irreversibili. Sulle conseguenze esiste una sterminata letteratura. Temperature insopportabili, avanzata dei deserti, scioglimento dei ghiacci, aumento del livello dei mari, bibliche migrazioni. Ma i ricercatori svedesi non chiudono affatto gli scenari. Se siamo drastici e tempestivi, possiamo riuscire a collocare il sistema Terra in una piccola vallata metastabile. Cercare di inchiodarlo in una condizione non molto diversa dall’attuale. Già. Ma occorrono quella determinazione e quella tempestività che, anche dopo Parigi, sembrano latitare. La politica (globale) da sola non ce la fa. Occorre, dunque, che scenda in campo una superpotenza mondiale: l’opinione pubblica. Senza una mobilitazione di noi cittadini del pianeta, le traiettorie del sistema saranno inevitabilmente indirizzate verso scenari indesiderabili. In fondo è quello che ci ha detto un’altra svedese, Greta Thunberg, di soli 15 anni, che con molta lucidità nei giorni scorsi ha iniziato uno sciopero della fame davanti al parlamento a Stoccolma per protestare contro noi adulti, che con la nostra inerzia stiamo rovinando il futuro suo e dei suoi figli.

Chi è Pietro Greco

Pietro Greco, laureato in chimica, è giornalista e scrittore. Collabora con numerose testate ed è tra i conduttori di Radio3Scienza. Collabora anche con numerose università nel settore della comunicazione della scienza e dello sviluppo sostenibile. E’ socio fondatore della Città della Scienza e membro del Consiglio scientifico di Ispra. Collabora con Micron, la rivista di Arpa Umbria.

Fonte: ilcambiamento.it

“La terra è viva e guarisce”: gli ortolani degli chef lanciano un nuovo progetto

Dopo aver cambiato vita e portato in Italia la figura professionale del “culinary gardener”, gli “ortolani degli chef” Lorena Turrini e Davide Rizzi hanno avviato un nuovo progetto chiamato “Organismo Agricolo Vivente Terapeutico” con l’obiettivo di portare vitalità alla terra, all’ambiente e, di conseguenza, all’uomo. Organismo Agricolo Vivente. È questo il nome del nuovo progetto intrapreso da Lorena Turrini e Davide Rizzi, un’artista e un musicista che qualche tempo fa hanno deciso di mettersi in gioco e ripensare la loro vita professionale, scegliendo di dedicarsi alla produzione di cibo sano secondo i principi dell’agricoltura biodinamica e avviando il progetto chiamato “culinary gardener”.

Come “culinary gardener”, Davide e Lorena producono frutta e verdura nel loro orto-giardino biodinamico in Toscana a stretto contatto con gli chef al fine di fornire materie prime ad hoc per i loro piatti. Per chi non conosce questa figura professionale, il culinary gardener è il consulente-produttore personale di uno chef: in pratica, produttore e chef decidono insieme cosa seminare per creare un menù stagionale di verdure e frutti freschi, sani e ricchi di sostanze nutritive e scelgono insieme cosa coltivare per ottenere i sapori e i profumi ricercati dallo chef.LorenaTurrini_DavideRizzi

Davide Rizzi e Lorena Turrini

Originari di Modena, Davide e Lorena si occupano di orticoltura biodinamica dal 2010 e sono culinary gardener presso una società che possiede strutture di pregio in Toscana, nelle quali lavorano due chef stellati. “Dopo sette anni passati tra le dolci colline toscane collaborando con chef stellati”, ci spiegano, “abbiamo deciso di concederci un intenso anno di studio e collaborazione presso un istituto di ricerca di Udine. Abbiamo approfondito il mondo della biodinamica da un punto di vista più antroposofico, sviluppando un modo più ‘sensibile’ di dialogare con la natura, e abbiamo messo a punto un nuovo progetto che diventa completamento del primo: l’”Organismo Agricolo Vivente Terapeutico”, un progetto sostenibile a livello sociale-terapeutico ed economico, nel quale esistono un aspetto terapeutico-passivo e uno terapeutico-attivo”.

L’aspetto terapeutico-passivo dell’”Organismo Agricolo Vivente Terapeutico” è costituito dalla presenza di siepi con alberi di specie diverse, piantumate in base agli studi sulle consociazioni arboree, dove ogni pianta irradia una particolare “forza” che agisce come stimolo o riequilibrio per l’essere umano che si avvicina ad esse. La natura, lo sappiamo, ha capacità curative-terapeutiche ed è una fonte inesauribile di energia e forza vitale per l’uomo e gli animali. È importante la presenza di essenze a portamento verticale perché questa forma costituisce una specie di “antenna” atta a captare e trattenere le forze vitali che arrivano dal cielo. Inoltre, per amplificare queste forze bisogna seguire legge del ciclo chiuso: tutto va riciclato attraverso il compost, perché compostando si amplificano sia le forze vitali sia le naturali “difese immunitarie” dell’Organismo Agricolo rendendolo sano e longevo. Per quanto riguarda, invece, l’aspetto terapeutico-attivo ed economico, oltre all’orto vero e proprio, nell’Organismo Agricolo vengono inserite piante aromatiche (privilegiando le specie autoctone e naturalizzate) utilizzabili anche per produrre olii essenziali, piante a fioritura a scalare per la vendita di fiori recisi, essenze nettarifere per il miele e alberi da frutto, insieme a frutti antichi e autoctoni per realizzare succhi o marmellate.

“Abbiamo già progettato un paio di Organismi Agricoli“, ci raccontano Lorena e Davide, “che hanno due tipologie e due finalità completamente diverse e che sono attualmente in fase di realizzazione. A Novembre 2017 ad Ibiza abbiamo ideato il nostro primo progetto di “Organismo Agricolo Vivente Terapeutico” (presso una struttura) per soggiorni di riequilibrio terapeutico da stress lavorativo. A febbraio 2018 abbiamo iniziato una collaborazione con Coopattiva, storica cooperativa sociale modenese, per il progetto di un ‘Organismo Agricolo’ in ambito sociale a Nonatola (Modena) che estende su tre ettari. Non si tratta solo di un orto, ma di un intero organismo agricolo vivente costituito da frutteto, piccola vigna, piccoli frutti, bosco, siepe terapeutica, serre, punto ristoro. Abbiamo già lavorato con ragazzi in difficoltà psichiche e con bambini e adulti con disagio e conosciamo i benefici che il lavoro nella natura offre a queste persone, al fine di migliorarne le abilità e svilupparne di nuove”.Lorena4

“Viste le nuove richieste che ci sono arrivate sia in ambito sociale, (anche) per persone anziane e per gli orti scolastici, sia da privati ed aziende, abbiamo elaborato una sorta di “progetto base” da poter utilizzare in contesti diversi, personalizzandolo di volta in volta a seconda delle specifiche del luogo e delle esigenze dei fruitori. Il ‘modello’ è uguale per tutti: un ‘Organismo Agricolo Vivente Terapeutico’, del quale cambieranno di volta in volta le forme, gli aspetti terapeutici, che saranno tarati secondo le necessità specifiche, e l’attività economica, che dipenderà dai diversi obiettivi da raggiungere. Ci sarà sempre l’aspetto terapeutico-passivo e il lavoro quotidiano in agricoltura che è l’aspetto terapeutico-attivo”.

“Non abbiamo inventato nulla. La natura esiste da molto prima di noi ed è sempre lei la protagonista. L’orto sociale è già stato fatto e funziona bene: si è visto come il contatto con la natura ed il lavoro nell’orto porti grandi benefici alle persone. Noi abbiamo fatto un piccolo passo in avanti progettando Organismi Agricoli Viventi Terapeutici, non solo orto. Abbiamo studiato molto le forme da inserire che possono già di per sé ‘curare’. L’orto stesso, ad esempio, è a forma di pentagono, cioè la forma che riporta l’uomo all’armonia. Tutto origina dai solidi platonici nei quali si manifestano due forze: forze di disgregazione terrestri e forze di vita celesti. Quando disegniamo un Organismo Agricolo lo pensiamo sempre in analogia con il corpo umano. Ogni ‘organo’ del progetto corrisponde ad un organo del corpo umano. Portando armonia nell’organismo agricolo questa si riflette specularmente nel corpo umano ristabilendo l’equilibrio, quindi la salute fisica e mentale. Di conseguenza, inseriamo in percentuali ben precise il bosco, il frutteto, l’orto, il laghetto, le siepi ed ognuno di essi è direttamente collegato ad un organo del nostro corpo (polmoni, cuore, fegato, ecc.).

“Il nostro obiettivo e missione”, concludono Lorena e Davide, “è, da sempre, quello di portare vitalità alla terra, all’ambiente e di conseguenza all’uomo favorendo l’aumento del suo sistema immunitario anche con la qualità del cibo e la bellezza delle forme. Lo facciamo con i progetti di culinary gardener e ora anche con gli Organismi Agricoli Viventi Terapeutici. Il primo amore non si scorda mai: continuiamo a collaborare con gli chef, perciò non abbandoniamo il nostro progetto culinary gardener, ma lo arricchiamo e l’idea è quella di poter creare, un giorno, un Organismo Agricolo Vivente Terapeutico anche per gli chef”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/07/terra-viva-guarisce-ortolani-chef-nuovo-progetto/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Elon Musk e la parabola di Wall E. Abbandoneremo la terra sommersa dai rifiuti?

Esattamente dieci anni fa usciva Wall E, film di animazione, in assoluto fra quelli maggiormente premonitori sul futuro della terra. E da allora abbiamo disceso la china a velocità supersonica…1

Quella di Wall E è la storia di un piccolo robot addetto al compattamento dei rifiuti rimasto sulla terra dopo che tutti gli abitanti se ne sono andati dal momento che il pianeta era diventato una discarica, quindi invivibile. Gli umani si erano trasferiti nello spazio, in una gigantesca astronave dove tutto era artificiale e robotizzato e le persone, non facendo più attività fisica, erano diventate esageratamente obese e quindi quasi immobili. Alimentato ad energia solare (e anche questa assonanza è strepitosa poichè sta a significare che anche con le rinnovabili non ci salveremo se continuiamo a consumare come pazzi), Wall E incontra un altro robot, Eva, mandato sulla terra dall’astronave dove sono confinati gli ex terrestri, per cercare forme di vita. Dopo varie vicissitudini, attraverso una pianta scoperta per caso da Wall E, i terrestri decidono di tornare sulla terra poichè quella scoperta è il segno che è possibile abitarla nuovamente. Film bellissimo, dai molteplici significati e strepitoso nella sua tragicità. Ed è incredibile che un film del genere sia stato prodotto da una multinazionale come la Walt Disney, che in fatto di produzione di rifiuti e di sprechi è un campione assoluto; basti anche solo pensare alla produzione di gadget e ai parchi Disneyland. Il film ha avuto grande successo e se addirittura una multinazionale dello spreco e del rifiuto predice tutto in maniera così esatta, vuol dire che la situazione è assai grave. Sono passati appunto dieci anni dall’uscita del film e la situazione è sempre peggiore; la terra e il mare stanno diventando immense discariche, la crescita e il consumo producono montagne di rifiuti e niente e nessuno sembra in grado di fermare tutto ciò. E cosa fanno gli umani? Cercano di andarsene, esattamente come gli umani del film Wall E. Uno dei pionieri di questa fuga è Elon Musk, un imprenditore e inventore super ricco che vuole colonizzare Marte per dare una via di fuga e di possibile sopravvivenza all’umanità quando la terra sarà inabitabile. La cosa paradossale di tutto ciò è che su Marte non si potrà che riprodurre quello che abbiamo sulla Terra, visto che noi siamo fatti per vivere su questo pianeta e in qualsiasi altro moriremmo.

Non sarebbe quindi meglio direttamente salvare la terra che abbiamo, visto che è unica?

Musk nei suoi progetti visionari, alcuni decisamente folli (ma si sa, chi ha i soldi si può permettere qualsiasi follia e comunque ha sempre „ragione“), recentemente ha inviato un razzo nello spazio, mettendo in orbita una automobile di sua produzione. Fantastico; qualsiasi essere di altri pianeti, venendo in contatto con un’automobile, presupporà che sulla Terra non ci sia vita intelligente. Spendere enormi quantità di soldi per mandare nello spazio una delle peggiori invenzioni che abbiamo realizzato è veramente una assurdità assoluta. Con tutta l’arte e la bellezza che abbiamo, noi inviamo una automobile come segno inequivocabile della nostra arretratezza. Farei vedere ogni sera Wall E a Elon Musk che o non lo ha mai visto, o non lo ha visto fino in fondo, perchè alla fine i terrestri decidono di tornare, non vanno su nessun pianeta. Il messaggio del film è chiaro: la super tecnologia, la robotica non possono nulla senza la pianta, cioè la natura e per quanto obesi di consumo, lì si dovrà tornare.  Magari è meglio evitarsi tutta la pergerinazine nello spazio e dirigersi direttamente alla natura: spese poche, sforzi fattibili, grande soddisfazione, bellezza incomparabile, aria pura, cibo e acqua sani.

Abbiamo già il paradiso qui, perchè mai dovremmo andarcene?

I veri viaggi interstellari da fare sono due, uno è verso gli altri e l’altro è verso se stessi.

Nello spazio lasciamoci le stelle da ammirare.

Fonte: ilcambiamento.it

Siamo all’emergenza, sì, ma non è il momento di arrendersi. Anzi…

Dobbiamo prenderne atto: con le nostre azioni dissennate abbiamo fatto impazzire un pianeta, il nostro, la Terra. Ma se siamo nel pieno di un’emergenza mai vista prima, è anche vero che non è il momento di arrendersi, anzi…è il momento di reagire una volta per tutte.9751-10528

Siamo a febbraio, possiamo considerarci ancora all’inizio di un anno, dato che la natura non si è ancora risvegliata, o almeno così dovrebbe essere. Semi e gemme riposano in attesa che la terra si risvegli, noi potremmo intanto provare a fare bilanci e programmi. Un bilancio che riguardi proprio la natura e che non abbiamo trovato sui giornali né ci è stato fornito da radio e televisione. Quelli si limitano a ripeterci che c’è ripresa, c’è crescita. Tutto va bene, madama la marchesa. Il 2017 è stato l’anno più caldo della storia, e a questo ormai ci siamo ottusamente abituati: ogni anno è più caldo di quelli che l’hanno preceduto, il pianeta sta arrostendo e noi con lui. La differenza del 2017 sta nel fatto che le conseguenze di tale riscaldamento si sono palesate come mai prima. Mezza California è bruciata, città e campagne, piante, esseri umani, altri animali, case, vitigni, foreste: deserti carbonizzati e cosparsi di cadaveri. Un disastro immane, una tragedia in tutti i suoi aspetti, una guerra con morti di ogni specie. I media borbottavano, bisbigliavano, tacevano. Ci raccontano tutto degli USA, il vero e il falso, ma di questo disastro di dimensioni apocalittiche non volevano parlarci, gli s’inceppava la lingua. Naturalmente bruciava anche l’Italia, ma da noi bruciavano principalmente i boschi, le foreste, i parchi nazionali e le oasi naturali. Chissà come mai. Sempre notizie occultate, minimizzate. A meno che non si dovesse prenderle a pretesto per perorare la causa delle dighe o quella del taglio dei boschi, così non bruciano. Gli incendi italiani non hanno dato la stura ad articoli, dibattiti, discussioni per capire come e perché e rimediare e prevenire. Niente trasmissioni televisive, non è un problema che li riguardi. Sopratutto, non è un falso problema che possa distogliere i cervelli dai problemi veri. La distruzione dell’ambiente è un problema vero da cui bisogna distogliere i cervelli.

E infatti chi se lo ricorda più?

Chi si ricorda un’estate di fiumi asciutti; che non è un discorso estetico, i corsi d’acqua sono l’habitat di miliardi di creature, dalle libellule agli anfibi, dai pesci agli uccelli acquatici. Tutti esseri viventi che senza acqua perlopiù muoiono.

Chi si ricorda i raccolti distrutti, disseccati dalla siccità e dal calore; chi si ricorda le vacche senza erba (e gli erbivori selvatici?), il fieno introvabile, le api senza miele (e quelle selvatiche?) Forse se lo ricordano i contadini, i pastori, gli apicultori ma chissà se almeno loro sono in grado di “collegare”, se, dopo aver fatto il bilancio, fanno anche il programma dei buoni propositi. Oppure continuano a spargere pesticidi e diserbanti, a comperare trattori sempre più grandi per spargere più velocemente veleni e sventrare sempre più profondamente la terra?

Dopo l’estate africana, con i suoi fuochi distruttivi dalla California alla Sicilia, con la siccità devastante, con i camion cisterna che andavano e venivano senza interruzione  per portare acqua ai paesi dell’Italia centrale (presa da quali invasi?), cosa ci ha riservato l’inverno?

Nella parte orientale degli Stati Uniti ci sono state temperature siberiane, meno trenta gradi. In Florida, per la prima volta dall’ultima glaciazione, sono ghiacciate le paludi, habitat di milioni di creature che nel ghiaccio non sopravvivono. E i nostri media? Ci facevano vedere gli alligatori intrappolati nel ghiaccio come una cosa curiosa, uno strano fenomeno.

Quanto al nostro inverno, quassù in cima a una collina in Toscana dove abito da trent’anni, nel mio piccolo ho potuto notare altre anomalie. Per la prima volta in trent’anni tutti i tipi di rose hanno continuato a fiorire; per la prima volta in trent’anni sedano e prezzemolo nell’orto hanno continuato a vegetare; per la prima volta abbiamo mangiato insalatina di campo tutto l’inverno, con il mestolino fiorito e le piantine di papavero che crescevano, i bombi che ronzavano sui fiori del rosmarino e su quelli delle rape. Tutte cose che, benché nell’immediato potessero sembrare positive, appaiono foriere di disastri futuri. Ci sono poi, ma ormai stanno diventando un’orrenda consuetudine ignorata dai più, terribili tempeste di vento ed acqua, a volte veri e propri tifoni che abbattono foreste e scoperchiano case, e che nel nord Europa sono ormai una delle caratteristiche dell’inverno. Ma colpiscono anche l’Italia, hanno abbattuto milioni di alberi nell’Appennino e devastato più di una volta le coste tirreniche. Mettiamo tutto questo nel bilancio e forse ci renderemo conto di aver bisogno di un adeguato programma per il futuro. Di fronte a questa dissipazione, a questo spreco di vite di ogni specie, un programma di risparmio. Cominciando col programmare qualche spesa. Come, non dovremmo consumare di meno? Proprio il meno possibile, perché non ci sono altre soluzioni, non ci sono scorciatoie per salvare un pianeta che sta diventando un’immensa pattumiera in tutti i suoi elementi, terra, acqua, aria. Ma possiamo programmare qualche piccola spesa che riduca i consumi e gli sprechi. Per esempio, potremmo regalare una borraccia di metallo a quella nostra amica a cui piace tanto fare escursioni e che, ad ogni escursione, si compera una bottiglia di acqua minerale da portarsi dietro. E possiamo regalarle anche un’informazione: il cloro si può eliminare dall’acqua del rubinetto semplicemente mettendola per qualche ora in un recipiente largo e scoperto, prima di consumarla. Il cloro è un gas e pian piano s’invola, continuerà a far danni al pianeta ma non a noi direttamente che, non consumando acqua confezionata in bottiglie di plastica, di danni ne faremo molto meno. Potremmo regalare una dozzina di fazzoletti di stoffa ad ogni compleanno di amici e parenti che usano i fazzoletti di carta, consumando energia, prodotti chimici e piante per soffiarsi il naso. Una bella scatola di matite colorate ai nostri bambini e a quelli di parenti e amici, che per disegnare usano pennarelli di plastica imbottiti di sostanze tossiche. Un certo numero di portatovaglioli ognuno diverso dall’altro con relativi tovaglioli di stoffa per coloro che usano tovaglioli di carta e sprecano energia e materie prime e creano rifiuti ogni volta che si puliscono la bocca. Una semplice Moka per tornare a fare il caffè senza le cialde; un bicchierino di metallo da portarsi appresso sul luogo di lavoro o a scuola per non consumare bicchieri di plastica; un barattolo d’orzo o di cicoria bio e italiani per diminuire il consumo di caffè coltivato dagli schiavi dove prima c’erano foreste o campi di contadini e trasportato per sei, otto, diecimila chilometri…Andate avanti voi, certamente ne troverete di cose da mettere in programma. Consumare di meno e consumare diversamente e responsabilmente, purtroppo, è alla portata di quasi tutti noi. “Purtroppo”, perché vuol dire che quasi tutti consumiamo di più e peggio di quel che potremmo e dovremmo. Bisognerebbe parlare di come usiamo i mezzi di trasporto, di come ci scaldiamo e vestiamo e calziamo, di come e dove trascorriamo le vacanze, di quanto e come viaggiamo. Però i prodotti usa e getta, del tutto inutili e consumati in quantità incommensurabili, gridano vendetta al cielo e alla terra di fronte al degrado ambientale in cui ci troviamo immersi. So che oggi molti pensano che consumare meno, fare un gesto di più (lavare i piatti,   temperare una matita, tritare con la mezzaluna) sia un sacrificio, una rinuncia. E già queste parole suonano offensive al giorno d’oggi. Un tabù, la rinuncia; un’eresia il “sacrificio” di impegnarsi mentalmente e materialmente per fare scelte responsabili, cambiare abitudini, essere “diversi”, darsi da fare per far crescere tale diversità fino a che non diventi comune. Erano i nostri genitori (o nonni) che parlavano tanto di sacrifici. E li facevano, in funzione di un’avvenire migliore per i loro figli. Tante piccole e grandi rinunce, magari solo per poter mandare i bambini in campagna durante le vacanze scolastiche, a respirare aria buona. Tanto lavoro e tanto risparmiare per aiutare i giovani a mettere su casa quando si sposavano; non per i pranzi da centocinquanta persone nel resort di lusso ma perché potessero arredare un appartamentino in affitto. Queste erano, certo, sempre soluzioni individuali ma molti di loro hanno fatto anche il “sacrificio” di lottare per il bene collettivo. Sono stati militanti politici e sindacali, impegnavano le serate e i giorni liberi dal lavoro in riunioni, assemblee, manifestazioni, volantinaggi; “sacrificavano” le possibilità di carriera in fabbrica, in azienda; rischiavano il posto di lavoro e, qualche volta, le botte della polizia.

Oggi il “sacrificio” è la prima cosa da evitare. A parole.

Perché poi, di fatto, in quest’epoca noi consumatori occidentali siamo popoli di Abrami che marciano, tenendo i propri Isacchi per mano, verso gli altari su cui li sacrificheranno. Però possiamo cambiare ruolo, ognuno di noi lo può: possiamo diventare l’Angelo che ferma quel braccio. Ma certamente l’Angelo lo fece con gesto deciso e voce sonora, non con timidi, esistanti sussurri e compromessi continui. Con passione, con slancio e con costanza possiamo fermare l’osceno sacrificio dell’avvenire dei nostri figli, del futuro del pianeta; possiamo acquistare e seminare intorno a noi comprensione, coerenza e responsabilità. Anche cominciando dal regalo di una borraccia.

Perché il 2018 ci dia speranza e coraggio, non sconforto e rassegnazione.

Fonte: ilcambiamento.it

Aria, terra, acqua: piano piano ci “mangiamo” il paese

Diffusi i dati del tredicesimo Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano in Italia. Ne esce la fotografia di un paese super-antropizzato, che si sposta e produce con modalità inquinanti e che non crede affatto nel verde pubblico e nel risparmio di suolo.9717-10491

Pm10 ancora oltre la norma in molte città italiane: al 10 dicembre 2017, il valore limite giornaliero è stato oltrepassato in 34 aree urbane, gran parte di queste localizzate nel bacino padano. Torino è la città con il numero maggiore di superamenti giornalieri (103). Situazione ancora più critica per l’ozono: nella stagione estiva, sempre 2017, ben 84 aree urbane vanno oltre l’obiettivo a lungo termine. Nel 2016 il limite annuale per l’NO2 (biossido di azoto) è stato superato in 21 aree urbane, mentre va meglio per il PM 2,5 (25 μg/m³): solo 7 città superano il limite annuale. Questi i dati relativi all’aria, aggiornati al 10 dicembre 2017 e contenuti nella XIII edizione del Rapporto sulla Qualità dell’Ambiente Urbano, presentato nei giorni scorsi a Roma. Il report, che porta la firma del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), raccoglie i dati relativi a 119 aree urbane attraverso dieci aree tematiche: Fattori Sociali ed Economici, Suolo e territorio, Infrastrutture verdi, Acque, Qualità dell’aria, Rifiuti, Attività Industriali, Trasporti e mobilità, Esposizione all’Inquinamento Elettromagnetico ed acustico, Azioni e strumenti per la sostenibilità locale, descrive la qualità delle vita e dell’ambiente nelle città italiane. Ne esce la fotografia di un paese “sdraiato” su una mobilità inquinante e con una situazione idrogeologica compromessa, con poco verde pubblico, molti impianti chimici e consumo di suolo che avanza.

Incidenti

Nel 2016, più incidenti, ma meno vittime sulle strade: rispetto al 2015, nei 119 comuni, nonostante l’aumento degli
incidenti (+0,5%) e dei feriti +(0,3%), il numero dei morti scende del 9,7%, a fronte di una diminuzione nazionale che
supera il 4%. Il numero più alto di incidenti ogni 1.000 autovetture circolanti si rileva a Genova (oltre 15 incidenti ogni 1.000 autovetture circolanti), seguita da Firenze (13,4) e Bergamo (13). In linea generale e nel lungo periodo (2007-2016), calano gli incidenti stradali nei 119 comuni passando da 112.648 a 81.967 (-27,2%).

Frane

Su 119 comuni analizzati dal rapporto, 85 risultano caratterizzati da frane, mentre 34 ricadono prevalentemente in aree
di pianura. Complessivamente sono state censite 23.729 frane con una densità media sul territorio dei 119 comuni di
1,12 frane per km2 (sia frane attive che non) . Alcuni comuni ne hanno più di 9 per km2 (Lecco, La Spezia, Lucca, Cosenza e Sondrio), mentre 14 presentano una densità compresa tra 3 e 9 frane (Pistoia, Torino, Vibo Valentia, Livorno, Ancona, Genova, Bologna, Bolzano, Fermo, Perugia, Catanzaro, Pesaro, Campobasso e Massa).
Dal 1999 al 2016, nei comuni in esame sono in atto 384 interventi urgenti per la difesa del suolo già finanziati, per un
ammontare complessivo delle risorse stanziate di circa 1 miliardo e 476 milioni di euro.

Consumo di suolo

Le più alte percentuali di suolo consumato rispetto alla superficie territoriale si raggiungono, al 2016, a Torino 65,7%,  Napoli 62,5%, Milano 57,3% e Pescara 51,1%. Tra il 2012 e il 2016 e’ la città di Roma, con oltre 13 milioni di euro  all’anno a sostenere i costi massimi più alti in termini di perdita di servizi ecosistemici, seguita da Milano con oltre 4 milioni di euro all’anno.

Coste e acque balneabili

Il 90,4% delle acque di balneazione è classificato come eccellente e solo 1,8% come scarso. Su 82 Province, 50 detengono solo acque eccellenti, buone o sufficienti e, in particolare, 26 hanno tutte acque eccellenti. La presenza della microalga potenzialmente tossica, Ostreopsis ovata, durante la stagione 2016, è stata riscontrata almeno una volta in 32 Province  campione su 41, anche con episodi di fioriture, mentre il valore limite di abbondanza delle 10.000 cell/l è stato superato  almeno una volta in 17 Province. In un caso è stato emesso il divieto di balneazione (Ancona) come misura di gestione a tutela della salute del bagnante.

Verde pubblico

Le percentuali di verde pubblico sulla superficie comunale restano piuttosto scarse, con valori inferiori al 5% in 96 delle 119 città analizzate, compresi i 3 nuovi comuni inclusi per la prima volta nel campione di quest’anno, nei quali il  verde pubblico non incide più del 2% sul territorio. Solo in 11 aree urbane, prevalentemente  del Nord, la percentuale di verde pubblico raggiunge valori superiori al 10%; i più alti si riscontrano nei comuni dell’arco alpino, in particolare a Sondrio (33%) e a Trento (29,7%). La scarsa presenza di verde si riflette ovviamente sulla disponibilità pro capite, compresa fra i 10 e i 30 m2/ab nella metà dei comuni (compresa Guidonia Montecelio). A Giugli ano in Campania,  invece, si registra il valore minimo (2,2 m2/ab). In linea generale, le aree urbane “più verdi” sono quelle con una significativa presenza di aree protette: Messina, Venezia, Cagliari e L’Aquila.

Terreni agricoli

Diminuiscono le aree agricole, altro importante tassello dell’infrastruttura verde comunale: il trend della superficie agricola utilizzata negli ultimi 30 anni è negativo in ben 100 dei 119 comuni indagati, con valori percentuali compresi tra il -1,4% di Viterbo e il -83,7% di Cagliari.

Autorizzazioni Integrate Ambientali

Le installazioni AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) statali e regionali presenti nei 119 comuni, ammontano a 938 (comprese quelle non operative ma con autorizzazione vigente) e sono situate in particolare nelle città di Forlì, Cesena, Ravenna, Modena, Prato, Brescia, Venezia, Verona e Torino. In particolare, sono 46 le installazioni AIA statali concentrate soprattutto a Venezia (7), Ravenna (7 di cui 6 operative), Brindisi (5), Taranto (4), Ferrara e Mantova (3). In particolare, la presenza maggiore di centrali termiche si rileva a Venezia (4), di impianti chimici a Ravenna (4 di cui 3 operativi). L’unica acciaieria integrata sul territorio nazionale è nel comune di Taranto. Le installazioni AIA regionali sono invece 892 e vedono la città di Forlì con il maggior numero di impianti (pari a 58 di cui 44 operativi) seguita da Ravenna (50 di cui 46 operativi), Prato (47) e Cesena (45 di cui 36 operativi).

Le auto

Ancora alto il numero delle auto euro 0: anche se in calo rispetto al 2015 di quasi 640 mila vetture, il numero delle
auto da euro 0 ad euro 2 rimane ancora troppo alto, quasi 10 milioni, sugli oltre 37 totali. Nel 2016, è Napoli a presentare la quota più alta (28,3%) di auto intestate a privati appartenenti alla classe euro 0, contro una media nazionale del 10,1%. Varia poco invece, la composizione del parco per tipo di alimentazione rispetto all’anno precedente: Trieste, Como e Varese a continuano a detenere la quota più alta di auto alimentate a benzina, intorno al 70%, contro circa il 26-28% di autovetture a gasolio, mentre ad Isernia, Andria e Sanluri, circolano essenzialmente vetture a gasolio ( dal 50 al 54% circa). Dal 2012 al 2016 il parco auto alimentato a GPL a livello nazionale segna un + 18,8%, con Parma e Lanusei che raggiungono le variazioni positive più alte, superiori al 40%, contro Villacidro e Sanluri che riportano, invece, contrazioni rispettivamente del 16 e 15%. Alle Marche, in particolare a Macerata, Fermo e Ancona, soprattutto grazie alla presenza di numerosi distributori in una limitata estensione territoriale, spetta il primato delle auto a metano circolanti (dal 13 al 18% circa).

Morti per mancata attività fisica

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, un’insufficiente attività fisica è associata in Europa a circa 1 milione di morti l’anno. Spostarsi regolarmente a piedi e in bicicletta per 150 minuti a settimana con attività fisica di intensità
moderata, riduce per gli adulti tutte le cause di mortalità di circa il 10%. Da questo presupposto è nato il focus del
rapporto “Città a piedi”, quest’anno dedicato, appunto, alla mobilità pedonale. Diversi i temi trattati tra cui il legame
tra mobilità attiva e lavoro agile: i risultati dell’esperienza “Giornata del lavoro agile”, istituita dal Comune di Milano, mostrano nel 2016 un risparmio nei tempi di spostamento di 106 minuti a persona.

Fonte: ilcambiamento.it