Vestiti nuovi per neonati? Un enorme spreco di soldi, tempo e risorse

Avete mai pensato a quante risorse si sprecano per la produzione di vestiti nuovi per neonati? E quanti soldi e tempo perdono i genitori per l’acquisto di capi destinati ad essere usati pochissime volte e spesso realizzati con materiali che fanno male alla pelle? A partire da queste domande e ispirato dalla nascita di una nipotina, Vincenzo Rusciano ha deciso di creare YouKoala, startup nata con l’idea di ‘far viaggiare’ e scambiare abiti dei bambini da 0 a 12 anni di qualità controllata e certificata. Nell’epoca in cui nascono progetti per il recupero del cibo o per la salvaguardia dell’acqua, non tutti pensano ai vestiti come fonte di spreco ambientale. Ma qualcuno lo ha fatto e per far fronte a questo problema ha creato YouKoala, startup dedicata al riuso di vestiti per neonati.boy-1916204_960_720

Non tutti lo sanno ma per ogni maglietta che viene prodotta se ne vanno 2.700 litri d’acqua e in media il 73% dei vestiti da noi utilizzati va al macero. Che è una cosa molto comune quando si tratta di vestiti per neonati: un mese e la taglia è cambiata. Infatti è proprio la nascita di una nipotina a ispirare Vincenzo Rusciano, CEO di YouKoala, e a fargli aprire gli occhi su un mondo che fino a quel momento non aveva considerato. All’esperienza personale si somma però una consapevolezza ambientale, che è la base fondante di questo progetto: «Io sono un attivista ambientale, mi piace informarmi su tante cose e sono arrivato alla consapevolezza che i vestiti sono la prossima plastica», ci spiega.

«Le case di moda prima facevano due collezioni all’anno, ora ne fanno 5, 6 o addirittura 7. Tutto questo contribuisce a distruggere gli ambienti naturali e spesso si usano anche dei materiali che fanno male alla pelle delle persone». Vincenzo, che ha già avuto esperienze in altre startup, lavora con Livio Pedretti, CTO, e con il supporto fondamentale di Vincenzo Fierro, pediatra ed allergologo. Tutti condividono la necessità di porre un freno allo spreco che c’è dietro la produzione di vestiti e di creare un vestiario che sia di qualità, non dannoso per la salute. La qualità dei capi che YouKoala propone è sempre controllata e certificata: «I capi che proponiamo nei nostri kit sono fatti di cotone organico certificato GOTS, il che significa sia che il cotone è effettivamente di qualità sia che nella sua produzione non è stata utilizzata manodopera infantile».booties-2047596_960_720

Ma come funziona esattamente? C’è un sito a cui ogni genitore può registrarsi per richiedere un kit di vestiti per neonato sottoscrivendo una sorta di abbonamento mensile. Il pacco (fatto di cartone riciclato con chiusura a lacci, in modo da essere riutilizzato più volte) può arrivare ogni tre o sette settimane a casa di chi lo richiede e può contenere 12, 24 o 48 capi. Quando arriva il nuovo pacco, il vecchio viene restituito e i vestiti usati verranno lavati e sterilizzati in una lavanderia esterna in modo da essere riutilizzati senza rischi. In questo modo i vestiti per neonato viaggiano, vengono riutilizzati, mai buttati dopo qualche mese nel cassonetto. Un’operazione che al giorno d’oggi è necessaria perché quella solidarietà fra famiglie e quello scambio continuo tende a perdersi, soprattutto nelle grandi città. Il 70% dei clienti di YouKoala proviene infatti dall’Emilia Romagna in su ed è attratto proprio da questa filosofia di sostenibilità ambientale alla base. «All’inizio c’è molta sorpresa da parte delle persone, perché è una cosa abbastanza differente; ma poi quando ne parli ti dicono che ha senso. E i genitori in particolar modo apprezzano questa nostra ‘magia’ perché si sentono responsabili della salute dei loro bambini e dell’ambiente».

Un apporto fondamentale, nella nascita di YouKoala, è stato dato da alcune mamme. Prima dell’apertura, infatti, Vincenzo e gli altri hanno sondato il terreno attraverso un gruppo Facebook di mamme e non a caso il loro apporto è risultato fondamentale, perché dettato dall’esperienza diretta.shoes-505471_960_720

«È una cosa bellissima, che nasce con delle motivazioni molto forti e che pian piano sta cambiando la mentalità delle persone», ci racconta Vincenzo, che si ritrova spesso a confrontarsi anche con chi la pensa differentemente da lui e chi giudica la startup poco utile. In realtà spesso succede, però, che gente che prima non pensava allo spreco che si verifica per la produzione di vestiti adesso ci pensi: già questa è una conquista. Il prossimo passo è espandersi, pensare ad una moda che salvaguardi l’ambiente e che sia effettivamente di qualità. Ma è ancora un obiettivo lontano. La direzione, comunque, è ben orientata: «Spero che tutto questo permetterà al mondo di diventare un posto sostenibile».

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/11/vestiti-nuovi-neonati-spreco/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Smart working: meno pendolarismo, più presenza in famiglia, più tempo per se stessi

Non spaventi il nome, smart working. Non è nulla di marziano, anzi. È una modalità molto semplice di lavoro che, se diffusa, potrebbe rivoluzionare il modo di vivere di milioni di famiglie e diminuire la mobilizzazione di auto e mezzi, con un ridotto impatto sull’ambiente.

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Smart working, lavoro intelligente, lavoro agile, chiamiamolo come vogliamo, ma una cosa è certa: potrebbe rivoluzionare le dinamiche di milioni di famiglie e porterebbe a una riduzione della mobilità di mezzi di trasporto con conseguente beneficio per l’ambiente. Con questa formula è possibile lavorare al di fuori dell’ufficio, anche da casa. E non è un’idea balzana, bensì una vera e propria opportunità codificata da una legge e contemplata dal Ministero del lavoro. La definizione di smart working è contenuta nella legge n. 81/2017 e pone l’accento sulla flessibilità organizzativa, sulla volontarietà delle parti che sottoscrivono l’accordo individuale e sull’utilizzo di strumentazioni che consentano di lavorare da remoto (come ad esempio: pc portatili, tablet e smartphone). Al momento può essere prevista per alcuni periodi all’interno della settimana ed è il modello di telelavoro che negli ultimi 2 anni ha trovato il maggior gradimento tra i lavoratori e le aziende private più innovative. In sintesi, un lavoratore dipendente può prestare la propria opera, in tutto o in parte, anche al di fuori dalla sede dell’azienda grazie agli strumenti informatici che l’azienda mette a disposizione. Non ha vincoli di orario di lavoro privilegiando il raggiungimento degli obiettivi concordati con il datore di lavoro, garantendo il rispetto del limite massimo di ore lavorative giornaliere e settimanali stabilito dalla legge e dai contratti collettivi. Il lavoratore quindi gestisce il proprio orario mantenendo lo stesso inquadramento contrattuale e con lo stesso trattamento economico e normativo. È un “lavoro agile” perché basato sulla combinazione di flessibilità, autonomia e collaborazione, che si è diffuso principalmente e velocemente tra le grandi aziende perché è risultato essere una modalità lavorativa vincente. Inoltre, una tale formula elimina la necessità degli spostamenti, che oggi avvengono soprattutto in auto e in secondo luogo in treno. Di conseguenza, potrebbe ridursi anche di parecchio l’impatto sull’ambiente, con minore congestione delle strade e minori emissioni inquinanti. Nel 2015, con la legge 124/2015, articolo 14, lo smart working è stato introdotto anche nella Pubblica Amministrazione, in affiancamento al telelavoro previsto dalla legge 191/1998; nel 2017 sono state emanate le linee guida con la Direttiva n. 3/2017 della Presidenza del Consiglio dei Ministri definendo criteri generali e percorsi di valutazione dell’efficacia della nuova modalità di lavoro e nel maggio 2017 è stata varata la legge 81 che, all’articolo 18,  lo regola, in vigore dal 14 giugno. Eppure se ne parla ancora troppo poco e ancora poche aziende scelgono questa modalità, probabilmente per una resistenza che va al di là anche delle questioni oggettive e pratiche.

Fonte: ilcambiamento.it

Settimana corta di 28 ore: i tedeschi lavorano meno e vivono di più, perché il tempo è la vera ricchezza

Se in Germania si avanza la proposta di una settimana lavorativa di 28 ore, perché qui in Italia siamo ancora lontani anni luce da questa prospettiva? Sì, una ragione c’è. Ma non è detto che non si possa cambiare…9753-10531

Abituati a pensare ai tedeschi come lavoratori indefessi che lavorano 20 ore al giorno, ci potrebbe stupire conoscere perché è stato recentemente approvato un accordo nel settore metalmeccanico, ad iniziare dalla regione del Baden Wuerttemberg, per avere la possibilità di lavorare 28 ore a settimana. Ma come è possibile che i tedeschi, campioni di tutto, possano lavorare così poco? Chi conosce i tedeschi e la Germania avrà notato che più che lavorare tanto, sono bene organizzati ed efficienti. E quando si è bene organizzati ed efficienti, un’ora di lavoro vale il doppio o anche di più. Ma questi sono concetti troppo sopraffini e complessi per essere compresi da economisti e manager nostrani, forniti di eccelsi studi e master di ogni tipo. Bastano esempi banali per capirlo: se siamo in un ufficio o in un cantiere dove regna il caos, si perderanno interi giorni all’anno solo per cercare quello che non si trova. Se le riunioni di lavoro sono organizzate come una convention di persone dedite all’uso massiccio di marjuana, difficilmente otterremo risultati efficaci. Se è assolutamente normale dare un orario e poi iniziare la riunione almeno mezz’ora dopo, aspettando gli arrivi delle persone alla spicciolata, è evidente che perderemo complessivamente in un anno molti giorni di lavoro. Quando in Italia si cerca di essere seri, organizzati, precisi, puntuali, soprattutto nel settore pubblico o nel terzo settore, si viene quasi sempre tacciati di eccessiva rigidità, di essere tedeschi appunto. Quindi per non essere “tedeschi”, gli italiani lavorano molto di più e male dei tedeschi.  Lo confermano i dati dell’OCSE del 2017 che ci dicono che i tedeschi lavorano trecentocinquanta ore all’anno meno dei Pulcinella.   L’accordo fatto sulle 28 ore in Germania è stato raggiunto anche per dare la possibilità ai genitori di stare maggiormente con i figli e gli anziani. Incredibile, ci si sta accorgendo che molto più dei soldi è importante il tempo. Cosa ci fai infatti con i soldi se non hai nemmeno il tempo di stare con i tuoi cari, di leggere un libro, di fare una passeggiata, di coltivare una passione? Come lavorerai leggero, felice e concentrato se sai che quello che stai facendo ti sta portando via il tempo per quello che ami di più?

Quando nel 1992 iniziai a lavorare proprio in Germania al Centro per l’energia e l’ambiente di Springe nei pressi di Hannover, c’era la formula lavorativa per la quale si poteva scegliere di lavorare anche solo 25 ore settimanali e ciò era stato pensato proprio per dare la possibilità a chi aveva figli e famiglia di poterla seguire adeguatamente senza dover pagare baby sitter e senza rischiare di vedere poco e male i figli o i propri cari. E nonostante il salario fosse comunque mediamente inferiore a quello che si percepiva esternamente al Centro, le persone, dato che facevano parte di un modo di vivere sobrio e che trovavano la loro soddisfazione non nell’acquisto di merci superflue ma nel fare una attività che gli piaceva e che aveva senso, vivevano tutti dignitosissimamente e senza che gli mancasse nulla.  Per la cronaca, il Centro lavora dal 1981 ed è tutt’ora vivo, vegeto e in piena forma e la formula delle 25 ore lavorative era stata pensata a metà/fine anni ottanta, quindi trenta anni prima del recente accordo in Baden Wuerttemberg, ma meglio tardi che mai….

Ed ecco quello che accadrà sempre di più prossimamente,  le persone credendo sempre meno alle esigenze del falso mondo della pubblicità e degli assurdi status symbol, ritorneranno a prediligere quello che li fa stare bene, la relazione con i figli, con i propri cari, con gli amici, con la natura e lavoreranno il giusto. Rideranno di quando pensavano che fare le rate per comprarsi una auto nuova, sembrava fosse indispensabile e invece era solo una delle tante follie architettate da chi le macchine o ogni tipo di superflua cianfrusaglia ce le voleva assolutamente vendere in cambio della nostra libertà e della nostra felicità.

Fonte: ilcambiamento.it

Traffico, sono 19 le ore spese in coda nel 2015. Milano si conferma maglia nera

L’Italia è al decimo posto dei paesi più trafficati d’Europa. Ogni anno 19 ore si sprecano in coda e Milano si conferma maglia nera, seguita da Cagliari, Roma e Napoli.

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Il Traffic Scorecard 2015, l’ultimo rapporto stilato da INRIX, il leader globale nelle tecnologie per auto connesse e per l’analisi dei dati sul traffico, rappresenta il punto di riferimento per amministrazioni e città, in Europa e negli Stati Uniti, per la misurazione dei progressi nella mobilità urbana. Il rapporto analizza i livelli di congestione in 96 città europee nel corso del 2015. I livelli di traffico in Italia sono complessivamente in calo per il secondo anno consecutivo: gli automobilisti hanno speso in media 19 ore fermi in coda, un’ora in meno rispetto al 2014. Nonostante questa diminuzione, l’Italia resta al decimo posto nella classifica dei Paesi più congestionati in Europa, al cui vertice si colloca il Belgio, con 44 ore perse nel traffico. Milano si conferma ancora una volta come la città più trafficata in Italia, con una media di 52 ore perse negli ingorghi da parte degli automobilisti in un anno, più del doppio di quanto succede a Cagliari, la seconda città più congestionata in Italia. Il tempo mediamente speso nel traffico a Milano è sceso tuttavia di cinque ore nello scorso anno, la maggior riduzione registrata in tutte le città italiane. Nella classifica delle città europee più congestionate, Milano è scesa dal settimo posto nel 2014 al decimo posto del 2015. Per il secondo anno consecutivo, Londra si è confermata la capitale degli ingorghi a livello europeo. Delle 13 città italiane analizzate sono sei quelle che hanno registrato un declino nei livelli di traffico. Gli automobilisti di Roma hanno speso in media 2 ore in meno in coda rispetto al 2014, un fattore che ha fatto scendere la Capitale dal secondo al quarto posto nella classifica italiana delle città più trafficate. Altre riduzioni sono state registrate a Firenze (-3 ore), Torino (-2), Brescia (-2) e Bologna (-1).1

L’Italia ha mostrato dei segni di recupero economico, con un aumento del PIL dell’1,5% e della fiducia delle imprese. Mentre il tasso di disoccupazione è sceso all’11,9%, in calo rispetto al 12,7% del 2014, la disoccupazione giovanile ha raggiunto il livello record del 44,2%. Nonostante la crescita moderata e l’incremento del 16% del numero di immatricolazioni delle auto nel 2015, il traffico in Italia ha continuato a diminuire, in parte grazie anche alla crescita dell’economia del car sharing. Gli affitti di auto sono cresciuti del 18% nel 2015 in Italia e i veicoli acquistati per finalità di noleggio rappresentano circa il 20% del totale del mercato. Anche gli investimenti nel trasporto pubblico hanno contribuito a ridurre i livelli di traffico. A Milano sono state aperte 10 stazioni della nuova linea della metropolitana M5 Lilla, utilizzata da più di 130.000 passeggeri al giorno[viii]. Roma ha registrato un leggero aumento nel car sharing pubblico e anche il trasporto pubblico ha potuto usufruire di miglioramenti in termini di nuove stazioni e passeggeri serviti. Bologna ha registrato un aumento dell’8,9% degli abbonamenti mensili ai servizi di trasporto pubblico locale,a Torino il numero dei passeggeri della metropolitana è aumentato del 3%, mentre l’incremento dell’utilizzo di mezzi pubblici a Brescia è stato del 5%.

I livelli di traffico in Italia sono in calo per il secondo anno di fila, una riduzione influenzata dalla lenta ripresa economica e dai miglioramenti nei sistemi di trasporto pubblico nelle principali città che hanno provocato una riduzione della necessità di spostamento su strada”, ha dichiarato Bryan Mistele, Presidente e Ceo di Inrix. Le strade più congestionate d’Italia. Il rapporto Traffic Scorecard 2015 di INRIX ha anche identificato le peggiori strade per livelli di traffico in Italia, oltre agli orari peggiori per percorrerle. 12 delle 20 strade più congestionate in Italia si trovano nell’area di Milano. Gli automobilisti che hanno percorso il tratto di 17,24 km della A4 compreso tra l’allacciamento con la A8 e la Tangenziale Nord di Milano hanno perso una media di 38 ore nel traffico. Al di fuori dell’area milanese, il tratto stradale che ha registrato più ingorghi è la A55 a Torino: gli utenti che hanno percorso la distanza di 17,33 km tra l’allacciamento con la A5 e l’interconnessione con la Tangenziale Sud hanno speso una media di 15 ore in coda.2

Confronti tra italia ed europa. Dei 13 Paesi europei analizzati, nel corso del 2015 il 70% ha registrato una riduzione nei livelli di congestione. Un risultato che può essere attribuito alla lentezza dell’economia europea, con una crescita media del PIL trimestrale dello 0,3% nella seconda metà dell’anno, che resta inferiore al picco precedente alla crisi del 2008. Il Belgio si è collocato in cima alla classifica, con una media di 44 ore perse nel traffico da parte degli automobilisti, davanti a Olanda (39 ore), Germania (38 ore) e Lussemburgo (34), seguite dalla Svizzera che passa dalla sesta posizione dell’anno precedente alla quinta del 2015. La situazione del traffico nelle città europee. Londra è in cima nella classifica delle città europee con più ingorghi, gli automobilisti nella capitale britannica restano in coda nel traffico per una media di 101 ore, più di 4 giorni. Il maggior incremento del traffico è stato rilevato a Stoccarda, che ha raggiunto una media di 73 ore perse nel 2015, con un aumento del 14% rispetto al 2014. A Bruxelles, la città con più traffico in Europa nel 2012 e nel 2013 e collocatasi seconda dietro Londra nel 2014, si sono registrati cali significativi: con 70 ore perse nel traffico in seguito a una riduzione di più di 4 ore rispetto al 2014 la città belga è scesa al quinto posto in classifica. Confronto tra città europee e altri centri urbani a livello globale. Londra si colloca in testa alla classifica globale delle città piagate dal traffico, con un totale di 101 ore, seguita da Los Angeles (81 ore), Washington D.C. (75 ore), San Francisco (75), Houston (74), New York (73), Stoccarda (73), Anversa (71), Colonia (71) e Bruxelles (70). Gli automobilisti che percorrono le 10 peggiori strade a livello globale perdono in coda una media di 110 ore all’anno, più di 4 giorni e mezzo. Tra i paesi analizzati dall’Inrix Traffic Scorecard, gli stati uniti sono in cima alla classifica per numero di ore perse nel traffico – con una media vicina alle 50 ore nel 2015 – superando Belgio (44 ore), Olanda (39), Germania (38), Lussemburgo (33), Svizzera (30), Regno Unito (30) e Francia (28). Metodologia. I dati presenti nel rapporto INRIX Traffic Scorecard 2015 sono ottenuti a partire dalle informazioni sulle velocità di percorrenza stradale raccolte da più di un milione di strade e autostrade in 13 Paesi europei e 96 città nel periodo compreso tra gennaio e dicembre 2015. Per accedere al rapporto, in cui è inclusa un’analisi dei tratti stradali più trafficati in Europa e negli Stati Uniti, visitare il seguente link: inrix.com/scorecard.

Fonte: ecodallecitta.it

Lavorare meno, riprendersi il tempo: la Vita 2.0 di Gianni Davico

Lavorare meno, riprendersi il tempo libero, avvicinarsi alla felicità. A quarant’anni Gianni Davico ha realizzato il suo sogno più grande: la liberazione del tempo. Lo abbiamo incontrato e ci ha raccontato la sua Vita 2.0.

“Quello che mi è successo, più o meno quando sono arrivato ai quarant’anni, è che ho visto la fine del mio tempo”. Per raccontare la storia di una persona, spesso una frase aiuta a sintetizzare un universo fatto di scelte, riflessioni e cambiamenti. E queste prime righe ci aiutano al meglio ad introdurre la storia che vogliamo raccontarvi: quella di Gianni Davico

Gianni si definisce così: papà, golfista, imprenditore e blogger. Con una particolare propensione iniziale per l’imprenditoria: “Io ho cominciato a fare il mestiere di traduttore nel 1996. All’inizio avevo un sogno imprenditoriale di creare un’azienda con diverse persone in un ufficio”. E questo sogno Gianni lo stava realizzando: aveva comprato un ufficio a Torino con diverse stanze che ospitavano il lavoro di traduzione di sei persone. Poi sono arrivati i quarant’anni: “lì ho visto la fine del mio tempo. Fino ad allora il tempo mi sembrava infinito, poi mi sono reso conto che non era così”. Complice anche la crisi economica, intorno alla fine del 2007, Gianni Davico ha deciso così di lasciare l’ufficio che aveva a Torino, spostandolo in casa propria, continuando a fare il lavoro che ama: quando riceve un ordine, cerca il traduttore più adatto per quel lavoro, pagandolo. Il rapporto è sempre molto stretto, ma non va al di là del singolo lavoro, e non ci sono ulteriori doveri reciproci da rispettare. Spostando l’ufficio in casa, sono diminuite sia le spese che il fatturato ma, a conti fatti, il guadagno rimanente è simile e permette a Gianni di mantenere la sua famiglia.013-1024x768

In realtà questo cambiamento ha contribuito a realizzare il suo sogno più grande: la liberazione del tempo. “Lavorare di meno mi permette di avere lo stesso tenore di vita, prima ero sempre impegnato, lavoravo di più per avere gli stessi guadagni. C’era qualcosa che non funzionava. Io oggi gestisco il mio tempo di lavoro e il pomeriggio faccio altre cose, ho recuperato il tempo della mia vita. Oggi fare un pranzo con la mia famiglia è diventato normale, prima era un evento. Ho più tempo per le mie figlie, sembrano cose piccole ma per me hanno assunto sempre più un significato profondo”.

Da un punto di vista materiale, la società di Gianni (Tesi e Testi, ndr) continua ad esistere, ma è il suo approccio al lavoro ad essere completamente cambiato: da fattore totalizzante, è diventato un fattore importante insieme alle altre attività che ama fare. Lo scrivere ne è un esempio: da questo suo sentire la fine del tempo, Davico ne ha ricavato un libro, “La Vita 2.0. Progetta il tuo tempo, esprimiti, prospera, lascia il tuo segno nel mondo e sii felice” , un tentativo di mettere su carta la sua esperienza.IMG_0857-1024x768

“Premetto che sono solo delle indicazioni, non hanno la pretesa di essere universali. In questo campo è molto facile essere scambiati per guru e questo non è il mio obiettivo. Però, ogni tanto, incontro qualcuno che lo ha letto, che lo ha apprezzato e che lo ha messo in pratica e questo mi rende appagato, sembra che funzioni”.

Oppure il golf, un hobby che non è solo tale: “Non è mai stata un’attività tanto per farla. Pur divertendomi molto, è stata seria sin dall’inizio. Il golf è per me lo strumento dove unire pratica e disciplina, dove cerco di superare i miei limiti. Anche qui mi sono posto degli obiettivi di crescita che sto cercando di rispettare, non voglio diventare un giocatore professionista nel vero senso del termine ma voglio raggiungere l’obiettivo di giocare come un professionista”.

Così come abbiamo iniziato, concludiamo con una battuta finale che sintetizza bene le scelte di Gianni Davico: “La mia esperienza non è né migliore né peggiore di quella di nessun altro. Questo mestiere della vita non è che lo puoi insegnare a qualcun’altro, siamo tutti degli eterni allievi. Io stesso faccio errori marchiani, ma detto questo mi sembra che certe scelte possano essere utili. Dal lavorare la metà rispetto a prima, guadagnandone in affetti e in altre attività. Sono punti che possono ispirare processi importanti, anche al di là del lavoro”.

 

Visualizza la scheda di Gianni Davico sulla Mappa dell’Italia che Cambia! 

 

Il blog di Gianni Davico

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/01/io-faccio-cosi-103-lavorare-meno-riprendersi-tempo-gianni-davico/

Perché la vita accelera quando invecchiamo?

Avete anche voi la sensazione che la vita acceleri mano a mano che si invecchia? Se sì, non siete i soli. Ma ci sarà poi una ragione? Il dottor Dharma Singh Khalsa, presidente e direttore scientifico dell’Alzheimer’s Research and Prevention Foundation di Tucson, in Arizona (e autore del libro “Il cervello giovane”), prova a fare luce su ciò che tanti vorrebbero capire.

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La prima teoria per spiegare questo fenomeno, secondo Dharma Singh Khalsa, è legata al fenomeno chiamato “telescopio”, «cioè la sottostima del tempo, come quando si guarda dentro un telescopio e si vedono gli oggetti più vicini di quanto in realtà siano. Il nostro cervello reagisce pensando agli eventi anche lontani come se fossero accaduti il giorno prima». La seconda ragione per la quale il tempo sembra correre più veloce quando invecchiamo è chiamata “effetto della reminiscenza”: gli eventi a maggior carica emotiva vengono ricordati in maniera più vivida e con maggiori dettagli di tutto il resto. Mano a mano che il tempo passa, solitamente la vita imbocca una sua routine, ci sono eventi che spiccano e il tempo sembra scorrere più veloce. «Ma nessuno di questi due fenomeni basta a spiegare quanto sentiamo accadere – spiega Dharma Singh Khalsa – né ci spiega come si possa fare per “rallentare” il tempo o la percezione di esso. Ed ecco che arriviamo alla terza ragione, quella forse che più astutamente spiega perchè sentiamo il tempo volare. Questa terza teoria vede l’invecchiamento dell’orologio del nostro cervello. Si chiama nucleo soprachiasmatico, si trova in una ghiandola chiamata ipotalamo localizzata dietro la fronte. L’ipotalamo è anche noto come “il cervello del cervello” e controlla il rilascio di un buon numero di importanti ormoni anti-invecchiamento. Manda segnali a tutti i 30 trilioni di cellule dicendo loro se tutto va bene oppure se siete stressati. Lo stress induce l’invecchiamento del corpo e dei geni. Tali segnali influenzano la lunghezza dei vostri telomeri alle estremità dei vostri cromosomi. I telomeri sono una sorta di cappucci di protezione del DNA e sono estremamente sensibili allo stress». Con lo stress si accorciano e si danneggiano, mentre la riduzione dello stress ne aumenta la dimensione e allunga la vita. Quindi quanto l’orologio interno rallenta, il mondo esterno pare correre più veloce. E questo può farci invecchiare in maniera accelerata. Ma, come spiega Dharma Singh Khalsa, «ci sono tre modi con i quali si può modificare la percezione del tempo, rallentare l’invecchiamenti e allungare i telomeri».

E sono:

Rallentare

Nel nostro mondo iper-caffeinico, iper-connesso e super intenso, possiamo investire un po’ di tempo a rilassarci. Fermiamoci e respiriamo profondamente nel corso delle nostre impegnatissime giornate.

Meditare di più

Gli studi condotti dall’Alzheimer’s Research and Prevention Foundation rivelano che si può agire sui propri telomeri positivamente meditando anche solo 12 minuti al giorno. La Fondazione di Khalsa propone una tecnica chiamata Kirtan Kriya (KK).

Più attenzione e consapevolezza

Basta fare una passeggiata nella natura e osservare ciò che c’è intorno: gli animali, il cielo, gli alberi e le nuvole. E’ bene gustarsi il cibo e sentirsi pienamente vivi. Provare gratitudine aiuta a vivere una vita più piena di significati, che ci permette di avere momenti che ricorderemo con grande carica emotiva. La finalità è la pace della mente, un raro privilegio in questo mondo dai ritmi così febbrili.

Fonte: ilcambiamento.it

«La chiave della felicità? Riappropriarci del nostro tempo per vivere la nostra famiglia»

Fabio Fiani e sua moglie Maria, vivevano a Genova ed entrambi lavoravano dal 1988 nella loro azienda; dopo alcuni anni dalla nascita dei due figli, hanno deciso di dire basta a città e lavoro e hanno riunito la loro famiglia. Li abbiamo intervistati nella loro casa circondata dal bosco nell’entroterra di Varazze; ci hanno raccontato la loro storia.varazze_casa_felicita

«Decisi a creare una famiglia solida – spiegano Maria e Fabio Fiani – abbiamo fondato poco prima del matrimonio un’azienda nella quale lavorare insieme e condividere successi e difficoltà, certi che questo avrebbe rafforzato l’unione nella vita e nel lavoro». I due lavoravano 6 giorni alla settimana con un orario medio di 12 ore giornaliere, arrivando anche a 16 ore durante eventi e fiere. Grazie al loro impegno e alla loro serietà la ditta procedeva a gonfie vele e il lavoro aumentava esponenzialmente dando loro molte soddisfazioni. «Dieci anni dopo -prosegue Maria- è arrivata la nostra prima figlia a coronamento di un matrimonio felice e sempre più solido. Questo ci ha portato a buttarci a capofitto nel lavoro con l’obiettivo di creare un mondo rosa alla nostra principessa. Ma il lavoro ha trascinato Fabio in un vortice che lo ha allontanato sempre più da noi, i momenti passati insieme erano proprio pochi e spesso condivisi via telefono con l’azienda». Nel 2003 nacque il loro secondogenito e questo fece aumentare il senso di responsabilità in Fabio portandolo a lavorare maggiormente: l’azienda decollò conquistando una grande fetta del mercato genovese.

Ma cosa ne fu della vita familiare?

«Era rimasta laggiù, quasi irraggiungibile -dice Fabio- i momenti nei quali godere del sorriso e del gioco dei miei bimbi erano rarissimi, ma nonostante la gioia, quegli attimi sembravano di troppo perché mi distoglievano dall’azienda». Maria nel frattempo si divideva tra lavoro e figli, allungando le proprie giornate fino alle due di notte e comunicando con suo marito via e-mail, perché non c’era più il tempo di parlare guardandosi negli occhi come facevano una volta. Intanto i figli crescevano e gli amici si allontanavano… Nel 2005 i due vennero per caso a conoscenza della vendita di un rudere nell’entroterra varazzino e a Fabio brillarono subito gli occhi nel vederlo: fu l’occasione per Maria di farsi promettere che, una volta ristrutturato, vi ci sarebbero trasferiti lasciando l’azienda, o almeno, avrebbero drasticamente ridotto il loro impegno al suo interno. Dopo sei mesi quel rudere ingoiato dalla selva divenne il loro. Ci vollero però ancora sei anni prima che fosse abitabile, sei anni di vero incubo per entrambi: Fabio lavorava più di prima, alla ricerca di risorse capaci di garantire stabilità economica alla famiglia anche dopo il trasferimento. Il raggio d’azione si era allargato in Romagna, Toscana e Lazio e lui era spesso in trasferta. Maria racconta: «Gli anni tra il 2006 e il 2011 sono stati i più intensi: al lavoro di base si sono aggiunti i lunghi periodi di assenza di Fabio, la progettazione e i lavori per la costruzione della nuova casa e gli interventi chirurgici di una certa importanza subiti dal nostro piccolo, ben quattro tra il 2007 e il 2011. Io avevo tutto sulle mie spalle, per cui in quel periodo ho trascurato la mia principessa che, fortunatamente, è comunque cresciuta gestendo con successo studio, sport e amici, e molto spesso si è trovata anche a dover badare al fratellino in convalescenza dimostrando molta maturità». Con il progredire dei lavori i bimbi crescono e aggiungono il loro tocco personale al progetto, finché a fine estate 2011 finalmente la ditta viene ceduta e la famiglia al completo si trasferisce nella nuova abitazione. «I primi due anni della nuova vita mi sono occupato sostanzialmente di instaurare un rapporto con i miei figli, cosa non avevo mai potuto, purtroppo, coltivare prima – spiega Fabio –  in particolare ho scoperto che la mia primogenita è in tutto e per tutto simile a me, per cui prendiamo parte ad un sacco di attività insieme e ci divertiamo molto, abbiamo una bellissima sintonia. Ho trovato  un grande piacere nel fare le piccole cose quotidiane con la mia famiglia, accompagnare i bambini a scuola alla mattina, passare di nuovo del tempo insieme a mia moglie, fare lunghe passeggiate alla scoperta del territorio».

Insomma, questa è stata la scelta giusta? Non vi manca niente della vita precedente?

«Abbiamo lasciato tutto alle nostre spalle e abbiamo guardato avanti più forti e uniti che mai: nessun rimpianto, nessun ripensamento, siamo tutti insieme, possiamo condividere le nostre esistenze, le nostre emozioni; abbiamo iniziato a conoscere i nostri figli e loro a conoscere noi, pulsiamo all’unisono, come una famiglia deve fare, come la società impedisce che sia. Nessuno di noi tornerebbe indietro e, onestamente, visto il risultato, siamo felici di aver avuto la forza di superare i momenti duri e frustranti che ci hanno portato qui.  Abbiamo scoperto la gioia di avere amici sinceri, percepiamo di far parte di una collettività senza esserne gli automi, possiamo godere della semplicità delle cose e dei rapporti interpersonali. Ci siamo impossessati della nostra vita, curiamo l’orto, alleviamo animali da cortile, cuciniamo, siamo diventati  membri attivi della nostra città. seguiamo i ragazzi nelle loro attività e conosciamo i loro amici, condividiamo con loro tempo e spazi e ciò è impagabile». Questo è il messaggio che i quattro, insieme, consegnano con la loro testimonianza, e la felicità che si vede stampata sui loro volti ne è la prova tangibile. Ancora una curiosità: progetti per il futuro? E Fabio risponde istantaneamente: «Vivere».

Fonte: ilcambiamento.it

Vivere basso, pensare alto: è tempo di scelte

Solitamente nella società attuale chi ha privilegi li vuole mantenere, chi ha sicurezze le vuole per sempre, chi ha il posto di lavoro sicuro lo benedice. Eppure ultimamente, sempre più spesso, c’è chi invece questi aspetti inizia a metterli in discussione e ad intraprendere percorsi diversi. E’ quello che ha fatto Andrea Strozzi, ex manager che ha lasciato un lavoro ben pagato per scegliere la dimensione dell’essere e del diventare anziché quella dell’avere. Andrea si racconta nel suo libro, “Vivere basso, pensare alto…o sarà crisi vera”.viverebassopensarealto

Sono sempre di più coloro che iniziano a mettere in discussione modelli considerati sacri dalla società, dai parenti, dagli amici, perfino dai mariti e dalle mogli, preoccupati che qualcosa di irreparabile, scandaloso possa accadere se qualcuno improvvisamente imbocca un’altra strada. Come se sprecare la propria vita non fosse già di per sé qualcosa di scandaloso. A volte mi sento obiettare negli incontri in giro per l’Italia, quando parlo di Simone Perotti o di persone che pur avendo grandi sicurezze le hanno volontariamente abbandonate, che per loro è stato facile cambiare, lasciare tutto, perché avevano i soldi, erano benestanti, eccetera, come se poi il resto degli italiani vivesse in grotte o facesse la fame. Non credo che sia così facile cambiare per chi ha forti sicurezze materiali, anzi normalmente chi ha tanto da perdere si tiene ben stretto quello che ha, privilegi, soldi, carriera, onori, rispetto a chi ha poco o nulla da perdere. Quindi per cambiare non c’entrano il censo, i soldi, le stellette ma si tratta di scegliere di vivere e non di sopravvivere, di pensare anche a figli e nipoti, a chi verrà dopo di noi senza fare il tragico calcolo per il quale l’importante è fare sempre e solo i propri interessi, come se il resto non ci riguardasse, come se gli altri fossero ininfluenti. Ma i nodi vengono al pettine materialmente e spiritualmente. Il sistema attuale, che prometteva mari e monti, fa acqua da tutte le parti. La gente è sempre meno convinta che un sistema dove vige la legge del più forte, dove se fai il furbo e freghi gli altri sei un eroe e magari vai anche dritto in parlamento, possa essere una vera strada da percorrere. Queste logiche ci stanno portando in vicoli ciechi, ci fanno fare vite senza senso dove tutto il bello dell’esistenza si perde in una controproducente guerra di tutti contro tutti. Ma c’è chi abbandona queste dinamiche, c’è chi lascia le sicurezze per percorrere strade meno battute ma più avventurose, chi preferisce pensare alto e vivere basso come diceva profeticamente il grande Thoreau. Ed è facendo queste scelte che ci si apre al nuovo, alla scoperta che non siamo nati per fare le comparse della nostra vita. Dobbiamo e possiamo esserne i protagonisti e per esserlo bisogna scegliere, bisogna cambiare. E si può farlo sia da single che con cinque figli, sia da disoccupati che da direttori d’azienda. Andrea Strozzi nel suo libro ci illustra i perché della sua scelta, del suo percorso, delle sue idee e del suo futuro. Ha smesso di stare chiuso in un grigio ufficio a fare cose che non gli interessavano più, deleterie per gli altri e il mondo, trattandosi di una banca di quelle che non hanno altro obiettivo che il tornaconto di chi le gestisce. Ha rifiutato il sogno di tanti italiani, il mitico posto in banca, i privilegi, i soldi, le sicurezze, la carriera, i bonus, per invece costruirsi un suo sogno fatto di cose autentiche e semplici che danno sicurezza all’anima più che al portafoglio. Andrea sa bene che se ci si dà da fare, se si crede in quello che si fa, se si collabora con gli altri invece di pensare solo a se stessi come la società insegna, di sicuro di fame non si muore. E’ così fiducioso e speranzoso nelle capacità umane, che dopo essersi licenziato dalla banca ha deciso assieme alla moglie di avere un figlio. Senza lavoro tradizionale, senza “sicurezze”, la sua potrebbe essere una scelta di padre snaturato e invece la libertà e la prospettiva che si è dato sono il migliore regalo e il miglior gesto di attenzione che potesse fare verso chi arriverà. Nel libro Andrea ci dà importanti indicazioni per come felicemente vivere basso e pensare alto, così in alto che da lì si riesce a Pensare anche come le Montagne.

Andrea Strozzi sostiene Il Cambiamento: ascolta il suo videomessaggio

Fonte: ilcambiamento.it

Sostenibilità ambientale a SANA 2013: la cosmesi biologica e la chimica verde

Anche l’industria cosmetica ha l’obbligo di ridurre l’impatto ambientale. Per farlo è necessario un impegno a tutti i livelli della filiera. E sostenibile non significa necessariamente biologicoimage2-e1379109211615

Quando si parla di sostenibilità nessun settore produttivo deve sentirsi escluso, nemmeno quello della cosmesi. A sottolinearlo sono gli esperti che si sono incontrati a SANA 2013, il salone internazionale del biologico e del naturale di Bologna, ricordando che se è vero che dal secondo dopoguerra la produzione di cosmetici si è sempre più orientata verso l’utilizzo di processi chimici, oggi la tendenza del settore è quella di riappropriarsi dei concetti di naturalità, biologico e, appunto, sostenibilità. Siamo passati dal concetto di compatibilità ambientale a quello di sostenibilità ambientale, ha spiegato Fabrizio Piva, Amministratore delegato di CCPB srl, organismo di certificazione e controllo dei prodotti agroalimentari e “no food” del settore biologico ed eco-compatibile. Mentre la prima cristallizza la realtà in un dato momento, la seconda introduce il fattore tempo. Sostenibile significa sostenibile per il futuro. È cambiato il concetto di salvaguardia delle risorse ambientali, che preoccupa per le generazioni future. Al momento però, lamenta Piva, nel settore della cosmesi biologica manca uno standard univoco. Contrariamente a quanto accade per l’agroalimentare bio, per i cosmetici non esiste una normativa che regolamenti le produzioni che si definiscono biologiche, né a livello nazionale, né a livello europeo. Standard significa regole, comportamenti, specifiche di prodotto, significa saper capire quali sono i punti di riferimento, significa identificazione del prodotto e rintracciabilità, significa standard di processo. Non si può limitare alla lettura dell’etichetta. E’ una lista positiva degli ingredienti e degli additivi ammessi. Ci devono essere regole chiare e univoche per l’etichettatura del prodotto. In mancanza di una regolamentazione unica, auspicata da Piva, che si occupi di tutte le sfaccettature del biologico – dall’agroalimentare alla cosmesi, passando anche per altri settori, come il tessile – realtà come quella di CCPB hanno elaborato degli standard che, in sostanza, prendono spunto da quello dell’agroalimentare biologico: il 95% degli ingredienti naturali deve essere naturale e di questi il 95% deve essere bio; i conservanti devono essere quei 5-6 ammessi che, fondamentalmente, sono naturali; è ammesso il 5% massimo di sostanze di sintesi come i conservanti; non sono ammessi né radiazioni ionizzanti né ogm; sono consentiti solo alcuni processi chimici (specificati in un apposito elenco); sono ammessi i processi fisici o microbiologici; possono essere aggiunti solo profumi e aromi naturali; possono essere utilizzati anche alcuni ingredienti animali, a meno che abbiano comportato una sofferenza per l’animale; infine, sono previste limitazioni anche per gli imballaggi utilizzati.

La sostenibilità della chimica verde

Un cosmetico sostenibile non deve però essere necessariamente naturale al 100%: anche i processi chimici “verdi” fanno parte della cosmesi biologica. Un cosmetico sostenibile non è necessariamente naturale, bio o organico, ha sottolineato Vincenzo Paolo Maria Rinaldi, presidente del Mapic, il Gruppo materie prime per l’industria cosmetica e additivi per l’industria cosmetica e farmaceutica di Federchimica. In questo caso ad entrare in gioco è la “chimica verde”, quella a ridotto impatto ambientale, caratterizzata da prodotti più simili alle risorse naturali. La cosmetica impatta già a livello di produzione chimica degli ingredienti. Esistono già dei casi in cui si usano reazioni chimiche che non lasciano scarti, magari anche con risparmio energetico, o con riduzione degli inquinanti. Oppure si possono produrre in laboratorio delle cellule, nei bioreattori, anziché coltivare piante, con una riduzione dello spazio e dell’energia necessari. Prevenendo, poi, come verranno smaltiti gli scarti e i rifiuti già in fase di progettazione si può fare un altro passo verso la sostenibilità.  Lo strumento adeguato per raggiungere la sostenibilità, ha spiegato Rinaldi, è il life cycle assessment: definire i limiti entro i quali è possibile agire, analizzare gli inventari (le tabelle di consumo dell’energia, dell’acqua, dei materiali e così via), valutare l’impatto, fare analisi di miglioramento. La sostenibilità è di filiera. Tutti devono fare la loro parte, ad esempio anche nel confezionamento. E anche il consumatore può e deve fare la sua parte. Il vero protagonista del cambiamento e il singolo.

Fonte: ecoblog

Crimini in tempo di pace. La questione animale e l’ideologia del dominio

“Crimini in tempo di pace – La questione animale e l’ideologia del dominio” (Elèuthera 2013) è un testo antispecista che mostra come questo movimento filosofico abbia raggiunto, pur se ‘giovane’, una elevata maturità teorica. Al centro del libro scritto a quattro mani da Massimo Filippi e Filippo Trasatti la “questione animale” e l’“ideologia del dominio”.crimini_tempo_pace

L’opera di Lorenzo Lotto l’Annunciazione, tela dipinta tra il 1534 e il 1535, mette in scena Dio con le sembianze di un uomo maschio, adulto, bianco e di ceto elevato, che irrompe dal cielo, avvolto in una specie di nuvola, nella camera di una Maria stupita e impaurita (non potrebbe essere altrimenti), accompagnato dall’arcangelo Gabriele, un altro uomo come lui, ma più giovane e meno etereo dell’Onnipotente. Insieme ai tre “umani” un gatto, o una gatta, terrorizzato dalla scena. L’animale, infatti, non ha, nel dipinto, un ruolo prettamente simbolico, allegorico, ma bensì egli (o ella) è un vero e proprio testimone, un gatto reale che si trova nel bel mezzo di un “contratto”, spettatore del patto sancito tra l’uomo e Dio che conferirà agli umani l’immortalità, “[…] l’annunciazione della nascita dell’uomo-Dio, l’annunciazione di un Dio antropomorfizzato, l’annunciazione della nascita de “l’Animale” come irriducibile differenza da “l’Umano” a partire dal quale quest’ultimo potrà dare corso alle sue “magnifiche sorti e progressive”. “Questo soggetto quadrupede comprende di trovarsi, in quell’istante, in un “momento chiave della storia della domesticazione – nel pieno fiorire dell’Umanesimo e alle soglie della rivoluzione tecno-scientifica moderna – che inasprirà a dismisura l’oppressione degli animali fino a prevederne l’assoggettamento totale e l’eliminazione su scala industriale”. Questo gatto è dunque “il testimone di quella che Giorgio Gaben ha definito la ‘macchina antropologica’ e del passaggio dalla sua variante premoderna a quella moderna. […] Questa produce letteralmente tali singolari collettivi, comprimendo la complessa variabilità della vita: gli uomini, le donne, i bambini e gli anziani, i feti e gli oltrecomatosi, gli umani vivi e quelli morti, gli appartenenti ad etnie e culture ‘umane’ da una parte e tutti i non-umani dall’altra, dalle pulci allo scimpanzé, e l’innumerevole schiera di individui e gruppi umani che agli animali sono equiparati, dall’altra”. Attraverso veri e propri gironi danteschi e rocamboleschi mondi umani-zza(n)ti, “Crimini in tempo di pace – La questione animale e l’ideologia del dominio” (Elèuthera 2013), scritto a quattro mani da Massimo Filippi e Filippo Trasatti, è un testo antispecista che mostra come questo movimento filosofico abbia raggiunto, pur se “giovane”, una elevata maturità teorica.maiali__gabbia1

Seppur il libro non è sugli animali, ma bensì per gli animali, il titolo ci suggerisce esplicitamente il suo contenuto, la “questione animale” e “l’ideologia del dominio”, ovvero attraverso il pensiero di eminenti filosofi dal calibro di Michel Foucault, Jacques Derrida, i filosofi della Scuola di Francoforte, tanto per citarne alcuni, viene messo in risalto come la cosiddetta “questione animale” sia parte di un tutt’uno più grande, di un dispositivo meccanico, un girone infernale tra diversi altri che, coi loro ascensori con cui comunicano l’un l’altro, includono ed escludono in-discriminatamente individui umani e animali, un continuo processo di umanizzazione e disumanizzazione degli esseri, un meccanismo che coinvolge in modo euristico bipedi e quadrupedi tutti potenziale carne da macello, affinché possa farsi, e darsi, l’Umano. In questo meccanismo di inclusione-esclusione, pervaso dal dominio sull’altro attraverso la radicazione della biopolitica, che gli autori descrivono anche in termini di zoopolitica per evidenziare l’importanza della negazione simbolica e materiale dell’animalità per determinare e favorire l’esistenza de “l’Umano”, siamo tutti virtuali vittime e carnefici in-consapevoli sotto il controllo perpetuo dell’occhio del biopotere, del panopticon antropologico. “Che sia eliminata nel lager o nei mattatoi, disciplinata nei corpi-macchina o regolata nei corpi-specie, è zoè dove maggiore è la presa della forza normativa dei nuovi regimi di governo della vita”. Passeggiando così per l’Union Stock Yards di Chicago, il primo immenso mattatoio industriale nato nel 1865 in America, che reifica i corpi degli animali quanto quelli degli umani entrambi parti indifferenziati dell’ingranaggio che smantella i corpi, e dunque incontrando Laika, la cagnetta lanciata nello spazio destinata a morte certa, e poi gli ibridi darwiniani, muovendoci dunque per le opere surreali di Franz Kafka, i mondi paralleli di Jacob von Uexküll, quelli fiabeschi di Lewis Carroll e molti altri ancora, Angelo – questo il nome del gatto protagonista dell’annunciazione di Lotto – ci porta in giro fino negli abissi dell’inferno, dove ad attenderci vi è il Grande Macellaio pronto ad infierire sui corpi sostituibili degli esseri viventi e a nutrirsi di carne viva. Alla fine di questo “fantastico” percorso, tra scimmie parlanti e vacche spaziali, blatte ed elefanti, Angelo ci invita, come Deluze e il Gatto del Cheshire di Alice, ad abbandonare la nostra identità, a guardare il mondo con occhi nuovi, per poi, alla fine di questa avventura,“con la coda sollevata e uno sguardo che non tradisce più paura”, si allontana lentamente portandosi verso il centro del dipinto “per aggiungersi all’abbraccio corale, per confondersi anch’egli o anch’ella con gli altri. Questo gatto ci ha accompagnati attraverso mattatoi e allevamenti, laboratori e zoo, navicelle spaziali e ascensori per l’inferno, campi di battaglia e campi di sterminio, mostrandoci con sofferenza che l’inferno non è qualcosa che ci attende, ma è questa vita qui”.

Fonte: il cambiamento