Le tecnologie per aspirare CO2 dall’aria non sono la soluzione contro il cambiamento climatico

388985_1

È categorico il giudizio degli esperti del Consiglio consultivo scientifico delle accademie europee (EASAC), sulle cosiddette “Net”, le tecnologie per le emissioni negative di cui si sente parlare sempre più spesso. “L’unica soluzione è il taglio delle emissioni”

I sistemi e le tecnologie per aspirare l’anidride carbonica dall’aria non funzioneranno sulle enormi scale necessarie a fermare il cambiamento climatico, l’unica soluzione è il taglio delle emissioni. È categorico il giudizio degli esperti del Consiglio consultivo scientifico delle accademie europee (EASAC), sulle cosiddette “Net”, le tecnologie per le emissioni negative di cui si sente parlare sempre più spesso. Dalla semplice piantagione di alberi alla filtrazione di CO2 dall’aria, le tecnologie che per alcuni possono essere la “pallottola d’argento” nell’arrestare il riscaldamento globale, rischiano paradossalmente di provocare enormi danni all’ambiente stesso e sono anche estremamente costose. Praticamente tutti i percorsi tracciati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi richiedono un enorme dispiegamento delle tecnologie NET dopo il 2050, perché i tagli alla CO2 attesi sono troppo lenti per arrivare ad emissioni zero in tempi rapidi. L’IPCC calcola che nella seconda metà del secolo dovranno essere catturate e immagazzinate circa 12 miliardi di tonnellate all’anno di emissioni, circa un terzo di quelle attuali prodotte nel mondo. Il rapporto dell’EASAC, che fornisce consulenza all’Unione europea ed è composto dalle accademie scientifiche nazionali dei 28 Stati membri, avverte che affidarsi alle tecnologie Net, invece che alle riduzioni delle emissioni, potrebbe comportare un grave riscaldamento globale e “gravi implicazioni per le generazioni future”. La prospettiva più high-tech è quella di filtrare la CO2 direttamente dall’aria, ma attualmente nel mondo esiste solo un impianto del genere che intrappola solamente 1.000 tonnellate all’anno. Oltre alle difficoltà tecniche, non esiste anche un’imposta diffusa o significativa sulle emissioni di CO2. “Al momento nessuno lo farà, perché nessuno pagherà”, ha detto il Professor John Shepherd dell’Università di Southampton, tra gli autori del report. Ciononostante, il documento afferma che la ricerca e lo sviluppo sui NET devono continuare perché potrebbero svolgere un ruolo importante e più piccolo nel trattare le emissioni che sono molto difficili da evitare, come quelle del settore aeronautico. Il suo messaggio tuttavia è abbastanza chiaro: non bisogna rimandare la pulizia dell’aria per altri 50 anni, si deve ridimensionare l’uso irrealistico delle emissioni negative nei modelli climatici e aumentare l’ambizione per arrivare ad emissioni zero il più rapidamente possibile.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Tecnologie per la Mobilità Urbana: Italia fanalino di coda

386419_1

Dei 25.000 parcometri presenti in Italia meno della metà è abilitato ai pagamenti elettronici e quindi a norma e da Gennaio 2017 il via alla trasmissione telematica dei corrispettivi

In Italia sono presenti circa 25.000 parcometri, di cui quelli abilitati ai pagamenti elettronici e quindi conformi alla Legge di Stabilità 2016 non superano le 12.000 unità. La Legge stabiliva che, entro il primo luglio 2016, tutti i Comuni abilitassero i parcometri installati ad accettare i pagamenti con bancomat e carte di credito/debito.  Molte Amministrazioni si sono, dunque, attivate per adeguarsi alla normativa, ma parecchie ancora o, appellandosi ad una “oggettiva impossibilità tecnica” che, tuttavia, si verifica esclusivamente in poche zone non raggiungibili dalle linee telefoniche su cui viaggiano le transazioni con le carte. Nonostante questa mancanza, i Comuni continuano a sanzionare. Da qui nasce l’incomprensione, che ha coinvolto Comuni, aziende ed utenti finali, sulla legittimità di non pagare la sosta se il parcometro non è dotato di bancomat – carte di credito/debito e la conseguente illegittimità di eventuali sanzioni per il mancato pagamento della sosta. L’opinione pubblica e le prime interpretazioni legali si sono divise in proposito, generando una gran confusione negli utenti. Tuttavia, essendo la problematica assai recente, bisognerà attendere l’esito delle prime sentenze sul punto per poter esprime una corretta interpretazione. A confermare l’importanza dell’adeguamento dei parcometri alle disposizioni di cui alla Legge di Stabilità 2016 ed in particolar modo per quanto ci interessa i commi 900 e 901, si riporta qui di seguito, quanto dichiarato da Gildo Campesato, Direttore Responsabile di CorCom, in apertura del convegno Digital Payment Revolution, tenutosi lo scorso settembre a Roma. “Siamo partiti in ritardo ma cresciamo a ritmi più alti dell’Europa. Nel 2018 è previsto un valore di 246 miliardi di euro per il digital payment: la forchetta con i pagamenti cash si riduce. Ciò non toglie che l’Italia resta il paese del contante, con tassi di utilizzo della moneta digitale inferiore a tutti i paesi Ue tranne la Grecia. È ora di colmare il ritardo perché anche la trasformazione nei pagamenti contribuisce alla trasformazione del Paese (Fonte)”.

Il tema dei pagamenti digitali introduce, inoltre, un’altra importante tematica, che è quella della trasparenza e della tracciabilità dei pagamenti. A partire dal primo gennaio 2017, per adeguarsi al provvedimento dell’Agenzia delle Entrate emanato in attuazione del Decreto Legislativo n. 127 del 5 agosto 2015, tutti i soggetti passivi Iva che erogano prodotti e servizi tramite distributori automatici su richiesta dell’utente, tra cui rientrano anche i parcometri, previo incasso di un corrispettivo, devono garantire la memorizzazione elettronica e il trasferimento telematico all’Agenzia delle Entrate dei corrispettivi giornalieri incassati in qualsiasi forma dalle singole periferiche di pagamento. In pratica tutte le macchinette di distribuzione automatica compresi i parcometri dovranno comunicare ogni giorno l’incasso percepito direttamente all’Agenzia delle Entrate territorialmente competente. Sarà pronta l’Italia ad affrontare i cambiamenti in atto, coordinando Amministrazioni Comunali, fornitori di parcometri e gestori della sosta, con l’obiettivo comune di fornire dei servizi aggiuntivi per il cittadino?

Fonte: ecodallecitta.it

Uffici mobili ed ecosostenibili? La soluzione è in un van

unnamed

Uffici personali su ruote completamente ecosostenibili e dotati delle più avanzate tecnologie per il proprio lavoro: è l’e-NV200 WORKSPACe un vero e proprio ufficio professionale su ruote, dotato di scrivania ribaltabile integrata, computer con touch-screen, accesso wireless a Internet, luci led azionate via smartphone, sistema di ricarica telefono wireless, impianto audio Bluetooth®, mini frigo e macchina per caffè di qualità professionale. E così si è messo mano al van zero emissioni e-NV200 e lo si è rivoluzionato. L’idea è stata sviluppata da Nissan e Studio Hardie, un laboratorio di design che ha sede in Gran Bretagna, in risposta all’esigenza di chi, come piccole imprese e liberi professionisti, necessita di una maggiore mobilità e di un’alternativa più economica ai tradizionali uffici in centro città:

“Date le credenziali ecologiche del mezzo, volevamo sfruttare al massimo lo spazio con soluzioni intelligenti e attente, come l’uso di materiali sostenibili e tecnologie basate su un’alimentazione efficiente. Noi crediamo che il futuro della tecnologia sia un ritorno alle lavorazioni artigianali di qualità. Per questo abbiamo creato un ambiente ben curato, in cui sia piacevole lavorare”

dichiara William Hardie, celebre designer britannico e fondatore di Studio Hardie. L’interno del van è accattivante, 4,2 m³ di volume che garantiscono un ambiente di lavoro luminoso, con uno speciale tetto in vetro panoramico e luci a pavimento a LED che accentuano la sensazione di spazio. Il sistema a LED è personalizzabile con una app specifica per smartphone. All’interno si trovano due sedie con finiture cromate e in pelle, ancorate alla pavimentazione in rovere tramite appositi supporti. Una soluzione che potrebbe portare anche a consistevoli risparmi economici per chi la valuterà positivamente: “Con gli elevati prezzi degli immobili nelle principali città europee e il crescente bisogno di mobilità da parte dei professionisti moderni, le aziende dovranno studiare soluzioni intelligenti per dare forma al luogo di lavoro del futuro. […] Se pensiamo alla tendenza dell’hot-desking e del remote working (lavoro a distanza), è sempre più realistico immaginare un futuro” fatto di uffici mobili, ha detto Gareth Dunsmore, direttore dei veicoli elettrici di Nissan Europe.

Fonte: ecoblog.it

Emilio e il suo ritorno alla terra

Con l’aumento della scolarizzazione, il diffondersi delle tecnologie e dell’elettronica, lo sviluppo industriale, abbiamo assistito sempre di più ad un abbandono dell’agricoltura con un graduale spopolamento delle campagne a favore delle città. Ecco il racconto di un 29enne che invece alla terra è ritornato.

ritornoallaterra

Il contadino viene visto come un mestiere “antico”, il lavoro dei nostri nonni che non andavano a scuola e lavoravano la terra. Oggigiorno invece tutti i ragazzi vengono fatti studiare dai genitori, con la speranza che questo studio porti nel futuro ad una buona posizione sociale. Ma negli ultimi anni assistiamo ad un’inversione di tendenza, complice la “crisi” con la conseguente difficoltà a trovare lavoro nonostante l’elevato grado di istruzione, ma anche per via di quella impalpabile e sgradevole sensazione che il mondo vada troppo veloce e che non ci lasci il tempo di sentirci realmente partecipi della nostra vita e di affondare le nostre radici. E così ci sono sempre più giovani che sentono il bisogno di ritornare alle origini e vivere secondo i ritmi della natura che non coincidono con i ritmi imposti dalla società.

È quello che è successo ad Emilio Goslino, 29 anni, originario di Savona, una laurea triennale in giurisprudenza e una laurea specialistica in direzione dei servizi sociali, professione attuale: contadino. Emilio, dopo la laurea, ha lavorato a Milano come educatore con i Rom e i senza fissa dimora.

La vita cittadina in un capoluogo grande e frenetico come Milano, tanto diverso dalla città di provincia in cui era cresciuto, lo spinsero a trasferirsi nel 2013 in campagna tra le risaie della provincia di Pavia, dove rimase un anno cominciando a sentire il richiamo della terra. Trovava però l’agricoltura del posto troppo meccanizzata, per cui, all’inizio del 2014, decise di fare ritorno nella sua provincia natale e si mise a cercare una casa circondata da un po’ di terreno, trovandola nel paese di nascita del presidente Sandro Pertini, Stella San Giovanni. Durante quell’anno lavorò dapprima come educatore con i pazienti psichiatrici e disabili e poi con i richiedenti asilo del Mali, Pakistan, Costa d’Avorio, Siria, ecc… Nel frattempo, cominciò a dedicarsi alla terra partendo dal recupero del terreno e dallo studio delle basi e interessandosi in particolare alla coltivazione delle patate e ad una varietà di patata chiamata quarantina. Nel gennaio 2015, Emilio ed altri 9 soci fondarono una cooperativa agricola-sociale chiamata “Ortocircuito”, avente come attività principale l’agricoltura, ma con un fine sociale che prevede l’inserimento nel lavoro di persone svantaggiate. Gli obiettivi della cooperativa sono quindi due: la gestione del territorio, recuperando terreni abbandonati e facendoli diventare produttivi, e la lotta alla dispersione lavorativa, facendo riavvicinare le persone al mondo del lavoro attraverso percorsi formativi in campo agricolo.

Pochi mesi dopo venne a sapere che il gestore di un’azienda agricola di Stella stava cercando un dipendente e quindi  prese l’importante decisione di lasciare il suo lavoro da educatore per diventare un contadino a tutti gli effetti!

Di cosa ti sei occupato in questi mesi del tuo nuovo lavoro, Emilio?

«Sono partito con l’entusiasmo a mille e l’esperienza a zero. Le difficoltà iniziali sono state molte, c’erano da tagliare rovi, spostare alberi, rendere la terra adatta per essere coltivata. Nell’azienda attualmente ci sono delle fasce adibite a orto e a frutteto e alcuni animali: polli, conigli e pecore. Io quest’anno sono riuscito con orgoglio a far crescere dei cavoli navoni molto grossi e buoni, cosa che gli altri anni non succedeva. L’esperienza che sto guadagnando sul campo mi ripaga di tutta la fatica che sto facendo per imparare».

Bisogna riconoscere che Emilio ha davvero passione e voglia di fare da vendere, infatti ha anche preso iniziative personali per ampliare le sue conoscenze.

«Spesso frequento un vivaio di alberi da frutto dove baratto manodopera in cambio di insegnamenti utili per il mio lavoro: per esempio i proprietari mi hanno mostrato come si esegue l’innesto a gemma e i trapianti degli alberi ed è stato molto istruttivo ed arricchente. Poi ho visitato un agriturismo in cui è presente un allevamento biologico di capre dal cui latte si prepara la rinomata formaggetta di Stella e lì ho imparato a mungere le capre, sia a mano che con la mungitrice. Da maggio dell’anno scorso, insieme ai miei fratelli, abbiamo deciso di mettere due arnie dietro casa in modo da autoprodurci il miele, e abbiamo in progetto anche la produzione di propoli e cera d’api».

In cosa è cambiata la tua vita con questo nuovo lavoro?

«Ho notato che vivere fuori dalla città ti porta ad essere più responsabilizzato nei confronti dell’ambiente in quanto ti senti partecipe dell’armonia della terra e sei spontaneamente portato a fare delle cose per preservare questa armonia e per migliorare la bellezza del posto. Mi piacciono molto le mie nuove abitudini, il contatto con la natura, osservare il ciclo della vita dei vegetali che da semi diventano piante e poi danno i frutti. Trovo che sia molto appagante essere artefici della propria alimentazione e non dover dipendere dal supermercato. Sono contento della mia scelta perché penso che i sogni non vadano tenuti nel cassetto a tormentarci di rimpianti per tutta la vita, ma vadano invece affrontati con il coraggio e la voglia di mettersi in gioco!».

Ci sono invece lati di questa vita che ancora non ti soddisfano?

«In effetti ciò che più mi dispiace è vedere che i paesi non offrono grandi iniziative e intrattenimenti per i giovani, specie nelle sere d’inverno, e questo li porta ad allontanarsi verso le città, per cui i paesi e le campagne in generale sono destinati a morire… Io invece voglio far parte di un movimento per rendere il paese vivo e per questo motivo ho organizzato qui a Stella un corso di teatro dove io stesso ho un ruolo attivo nell’insegnamento».

Hai ancora qualche sogno nel cassetto da tirare fuori nel futuro?

«Sì, mi piacerebbe molto fare un’esperienza di cohousing perché credo molto nella collaborazione tra le persone, principio questo che andrebbe applicato anche in campo agricolo di modo da dividere tra più persone il lavoro, le fatiche e le frustrazioni aumentando così la produttività e le soddisfazioni. Sono sicuro che un domani attuerò anche questo progetto!».

 

Fonte: ilcambiamento.it