Summit biogas e biometano: ‘Eccellenza italiana modello esportabile di sostenibilità, occupazione e sviluppo’

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Dall’evento Biogas Italy in corso a Roma, la filiera del biogas/biometano in agricoltura può contribuire a ridurre le emissioni in atmosfera­ (-197 mln ton/CO2 evitate al 2050), creando oltre 21mila posti di lavoro e 16 mld di € in gettito all’Erario al 2030, per un totale di 85,8 mld di € di ricadute economiche. La filiera italiana del biogas e del biometano in agricoltura, la seconda per grandezza in Europa e la quarta al mondo, si riunisce oggi a Roma al Nazionale Spazio Eventi – Rome Life Hotel per il secondo e ultimo giorno del summit annuale Biogas Italy. L’evento – patrocinato da Presidenza del Consiglio dei Ministri, MiSE, MiPAAF e MATTM – ha coinvolto i massimi esperti internazionali del settore per fare il punto sul ruolo del comparto del gas rinnovabile da agricoltura nelle pressanti sfide ambientali che attendono il nostro Paese. Le aziende agricole italiane produttrici di biogas sono tra le più avanzate al mondo nel settore. L’eccellenza del “modello italiano” è riconosciuta anche dal gruppo di ricerca internazionale coordinato dal professor Bruce Dale della Michigan University, già consulente del governo USA, e comprendente i professori Jorge Hilbert dell’INTA Argentina, Jeremy Woods dell’Imperial College London, Tom Richard della Penn State University e Kurt Thelen della Michigan State University. Il gruppo del prof. Dale ha decretato la possibilità e l’opportunità di “esportare” il modello italiano del Biogasfattobene® ad altre latitudiniper rispondere già oggi alle necessità pressanti di riduzione delle emissioni, di produzione energetica rinnovabile e di valorizzazione economica delle aziende agricole. Secondo le stime del gruppo di lavoro, l’Argentina potrebbe sostituire completamente le importazioni di gas naturale con biogas prodotto con il metodo Biogasfattobene®; negli USA le potenzialità del Biogasfattobene® potrebbero superare del 20% quelle del gas di origine fossile.

Il biogas non è una bioenergia come le altre – dichiara Piero Gattoni, Presidente del CIB – Consorzio Italiano Biogas – in quanto, se “fatto bene”, non solo produce energia rinnovabile e programmabile, ma diventa anche uno strumento essenziale per decarbonizzare le pratiche agricole correnti, rendendo concreta la prospettiva di un’agricolturacarbon negative. Tutto ciò è perseguibile grazie alla maggiore capacità produttiva del suolo e a pratiche agronomiche che favoriscono lo stoccaggio del carbonio nel terreno”.

Il gas rinnovabile può avere un ruolo fondamentale nel permettere al nostro Paese di raggiungere gli obiettivi imposti dagli Accordi di Parigi e di arrivare al traguardo di un’economia a emissioni zero entro il 2050. Secondo stime CIB, l’Italia sarebbe nelle condizioni di raggiungere una produzione di 10 miliardi di m3 di biometano al 2030, di cui almeno 8 da matrici agricole pari a circa il 15% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale e ai due terzi della potenzialità di stoccaggio della rete nazionale. Uno studio presentato oggi dalla società di consulenza ambientale Althesis parte da questa stima per definire uno scenario al 2050, dove un potenziamento della produzione di biometano potrebbe evitare emissioni di CO2 per 197 mln di tonnellate. Lo sviluppo della filiera consentirebbe, inoltre, già entro il 2030, di creare oltre 21mila posti di lavoro e di generare un gettito tributario di 16 mld di € tra imposte sulle imprese e fiscalità di salari e stipendi. Le ricadute economiche complessive al 2030 si misurerebbero in 85,8 mld di €, di cui 17,7 mld € nell’uso elettrico, 15 mld € nel settore dei trasporti e 53,1 mld € grazie all’immissione nella rete.

Uno studio commissionato da Gas for Climate  consorzio formato dalle principali aziende europee di trasporto di gas (Enagas, Fluxys, Gasunie, GRTgaz, Open Grid Europe, SNAM, TIGF­) e da CIB ed EBA – e presentato oggi da Ecofys, società di consulenza energetica e climatica leader a livello internazionale, riconosce il ruolo fondamentale del gas rinnovabile nel percorso di decarbonizzazione dell’economia europea.

Un impianto biogas – aggiunge Gattoni –, se connesso sia con la rete gas sia con la rete elettrica, diventa una piccola bioraffineria, flessibile e decentralizzata in grado di produrre biometano, elettricità, calore, fertilizzanti organici. Il greening della rete gas fa diventare la rete stessa un’infrastruttura che raccoglie energia rinnovabile dal territorio, la concentra, la accumula e la trasporta a costi competitivi. L’energia può essere usata dove e quando è più conveniente e nella forma più consona, come elettricità, carburante, combustibile per i fabbisogni di calore dell’industria.

“E’ evidente che il nostro Paese si trova ad avere una risorsa verde d’inestimabile valore – conclude il Presidente CIB Gattoni – per questo chiediamo che venga sostenuta in modo adeguatole nostre aziende hanno bisogno di un quadro normativo chiaro e definito per poter effettuare gli investimenti necessari a introdurre nelle loro attività le tecnologie più performanti e più sostenibili a disposizione sul mercato. Il varo del decreto biometano, ad oggi ancora in fase di valutazione da parte della Commissione UE, potrebbe gettare le basi per una forte crescita del nostro comparto e consentire alle nostre aziende di velocizzare il processo di decarbonizzazione dell’economia nazionale, nel rispetto degli impegni presi con gli Accordi di Parigi”.

PER APPROFONDIRE

Le potenzialità del biometano. Il biometano è il risultato di un processo di upgrading del biogas che a sua volta si ottiene dalla digestione anaerobica di biomasse agro-industriali, quali sottoprodotti agricoli, reflui zootecnici, colture di integrazione, dalla frazione organica dei rifiuti urbani provenienti dalla raccolta differenziata. In Italia sono operativi quasi 2000 impianti di biogas, dei quali l’80% in ambito agricolo, con una potenza elettrica installata di circa 1.400 MW, equivalente a una produzione di biometano pari a 2,8 miliardi di metri cubi l’anno. Potenzialmente il nostro Paese potrebbe produrre entro il 2030 fino a 10 miliardi di m3 di biometano al 2030, di cui almeno 8 da matrici agricole, pari a circa il 15% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale e ai due terzi della potenzialità di stoccaggio della rete nazionale. La filiera del biogas-biometano risulta inoltre il settore a maggiore intensità occupazionale tra le rinnovabili con 6,7 addetti per MW installato e ha già favorito la creazione di oltre 12 mila posti di lavoro stabili e specializzati.

Il quadro normativo. Il biometano è stato disciplinato per la prima volta con l’approvazione del decreto interministeriale 5 dicembre 2013, che ne ha autorizzato l’utilizzo nell’autotrasporto, nella rete nazionale del gas e nella cogenerazione ad alto rendimento. L’immissione nella rete nazionale del gas non è stata, tuttavia, pienamente regolamenta e ora si attende l’approvazione di un nuovo decreto (attualmente in fase di valutazione da parte della Commissione Europea) che dovrebbe prevedere la revisione dell’intervallo temporale per l’accesso agli incentivi; un target annuo minimo di immissione di biometano in rete; un sistema di contabilizzazione che valorizzi maggiormente i benefici ambientali prodotti dalla digestione anaerobica.

Il CIB è un consorzio nazionale che rappresenta tutta la filiera del biogas agricolo, dai produttori di biogas, ai produttori di impianti e servizi per la produzione di biogas e biometano. I suoi obiettivi sono la promozione, la diffusione e il coordinamento delle attività di tutto il settore del biogas in Italia. Il CIB promuove attivamente il modello del Biogasdoneright® o Biogasfattobene® come modello sostenibile e concreto per la produzione di alimenti, foraggi ed energia che nel contempo permette la decarbonizzazione del settore agricolo. Attualmente il CIB conta quasi 800 aziende associate e più di 440 MW di capacità installata. Per ulteriori informazioni: www.consorziobiogas.it

Fonte: ecodallecitta.it

 

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India: il paese in via di sviluppo che inquina di più

Le emissioni di anidride carbonica dell’India sono cresciute dell’8,1% nel 2014, facendone il paese in via di sviluppo più inquinante. L’equivalenza è chiara: ciò che per noi oggi significa progresso-sviluppo, per il nostro pianeta significa inquinamento-morte. Eppure la corsa non si ferma; tutti ambiscono a “occidentalizzarsi” negli sprechi, nella “ricchezza” (per pochi) e nell’elevatissimo impatto ambientale.india_inquinamento

Le emissioni di anidride carbonica dell’India sono cresciute dell’8,1% nel 2014, arrivando a costituire una fetta ingente delle emissioni globali; di fatto è il paese in via di sviluppo più inquinante. A dirlo è l’ultima edizione della Statistical Review of World Energy redatta, niente di meno che, dalla British Petroleum.
Le nazioni che nel 2014 hanno visto crescere le loro emissioni di CO2, ne hanno aggiunte 572 milioni tonnellate nell’atmosfera in soli 12 mesi. L’India ne ha aggiunte 157 milioni di tonnellate, la Cina 85, gli Usa 53: i leader dell’inquinamento globale. L’Europa, pur con tutti i suoi limiti, resistenze e interessi, nel 2014 ha tagliato le proprie emissioni (211 milioni di tonnellate) per una quantità maggiore di quella che l’India ha aggiunto (ovviamente partiva da altri livelli). Ciò che emerge da questi numeri deve far riflettere: l’India insegue il progresso, ma insegue questa idea di progresso: consumo di energia, crescita, emissioni inquinanti. L’India ha portato il suo consumo di energia ad un picco  storico e ha aumentato le sue emissione, portandole ad un altro picco storico. Nel resto del mondo la crescita è in stallo, nel 2014 la media globale è sullo 0,9%, il livello più basso dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso. Ma non potrebbe essere che così. Mentre paesi e continenti tagliano le emissioni e persino la Cina punta sulle rinnovabili (ormai soffocata da carbone e combustibili fossili), l’India invece si affaccia ora a marcia innestata in maniera quanto mai energivora.
Ed è nel consumo di carbone che sta forse la differenza più significativa con il resto del mondo. Mentre la maggior parte degli altri paese sta diminuendo il ricorso al carbone, in India questo indice è cresciuto dell’11% ed è la principale fonte di energia oggi sia in India che in Cina, oltre ad essere la più sporca. E questa resta la realtà malgrado il governo indiano di Modi abbia annunciato di voler realizzare uno dei più ambiziosi progetti al mondo di sfruttamento delle energie rinnovabili. Il carbone oggi resta il cuore della politica energetica indiana, con 455 delle 1199 nuove centrali che sorgeranno nel mondo. Naturalmente, per avere un’idea di ciò che accade in una nazione, occorre valutare più fattori. Se, in termini assoluti e in confronto ad altri paesi occidentali già fortemente industrializzati, il consumo energetico e le emissioni in India appaiono più bassi, è anche vero che questo paese sta aumentando consumi ed emissioni a fortissima velocità e si stima che avrà una crescita tra le più veloci al mondo nei prossimi anni nello stile cinese, cioè fortemente impattante. Negli ultimi cinque anni i dati indicano un rallentamento nella crescita delle emissioni cinesi (dopo un picco nel 2011 a 7,9%) e un’accelerazione nell’aumento per l’India. E l’impatto cumulativo delle ulteriori tonnellate di anidride carbonica porta sempre di più verso un cambiamento climatico irreversibile. E per l’India, con le sue popolose coste, l’agricoltura dipendente dalle piogge e le riserve d’acqua sotto forma di ghiacciai, ciò può rappresentare una tragedia immane. E il resto del mondo, ovviamente, non rimarrà immune.

Si ringrazia Sajai Jose di IndiaSpend

Fonte: ilcambiamento.it

Francesco Gesualdi: dal consumo critico al “lavorare meno, lavorare tutti”

Come mai un mondo così ricco produce tanta povertà? È da questa domanda che ha preso il via l’attività di Francesco Gesualdi e del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, finalizzata ad individuare e indicare le azioni concrete che ognuno di noi può mettere in atto per contrastare i meccanismi che generano ingiustizia e promuovere quindi, partendo dai nostri stili di vita, un cambiamento reale.

Allievo di Don Milani, l’attivista e saggista Francesco Gesualdi ha pubblicato vari libri riguardanti il potere delle multinazionali, la crisi dell’occupazione, il debito del cosiddetto ‘Terzo Mondo’ e l’impoverimento a livello globale, la negazione dei diritti umani e la distruzione dell’ecosistema. Ha anche coordinato numerose campagne di pressione nei confronti del potere politico e di multinazionali. Dopo varie esperienze all’estero e soprattutto in Bangladesh, Francesco Gesualdi si è trasferito a Vecchiano, in provincia di Pisa, dove nel 1985 ha fondato il Centro Nuovo Modello di Sviluppo. La sede del Centro è una casa in cui Francesco Gesualdi e altre tre famiglie conducono un’esperienza di vita semi-comunitaria e offrono solidarietà concreta in situazioni di difficoltà. L’attività del Centro è finalizzata a elaborare e diffondere strategie per una distribuzione più equa della ricchezza, per il consumo critico, la liberazione dall’economica del debito e, più in generale, per il raggiungimento di un modello socio-economico sostenibile.  “Noi – racconta Francesco Gesualdi – volevamo capire soprattutto i meccanismi, per cambiare il modello di società. Ci siamo resi conto che se avessimo lavorato sulle cause dell’impoverimento del sud del mondo avremmo lavorato anche sull’ingiustizia che caratterizza il nostro Paese. Via via che approfondivamo gli studi abbiamo compreso che la povertà era funzionale a questo sistema. Ci siamo quindi chiesti ‘cosa possiamo fare? Come possiamo cambiare le cose?’. Capimmo quindi che la chiave risiedeva proprio nei nostri consumi quotidiani. Le responsabilità delle ingiustizie e dello sfruttamento del sud del mondo, infatti, ricadono in gran parte sulle spalle delle imprese. Nel 1990 pubblicammo quindi il primo testo che affrontava questi temi: Lettera ad un consumatore del nord. Mancava ancora un tassello, però, che sviluppammo negli anni seguenti: quello del consumo critico che ci induceva ad orientarci ed orientare verso la scelta di prodotti equo solidali, pur sapendo che avremmo dovuto confrontarci col boicottaggio delle imprese che non seguivano determinati criteri”.IMG_1095

Francesco Gesualdi (Foto di Erica Canepa)

 

“Il coinvolgimento di ognuno di noi con la macchina economica mondiale – continua Francesco Gesualdi – passa, innanzitutto, per i nostri consumi quotidiani”. Capire l’importanza strategica del consumo è stata la scintilla che ha acceso tutto il ragionamento attorno agli stili di vita. “Ad un tratto – si legge sul sito del Centro – è apparso chiaro che la politica non si fa solo nella cabina elettorale o nelle manifestazioni di piazza. La politica si fa ogni momento della vita: al supermercato, in banca, sul posto di lavoro, all’edicola, in cucina, nel tempo libero, quando ci si sposa. Scegliendo cosa leggere, come, cosa e quanto consumare, da chi comprare, come viaggiare, a chi affidare i nostri risparmi, rafforziamo un modello economico sostenibile o di saccheggio, sosteniamo imprese responsabili o vampiresche, contribuiamo a costruire la democrazia o a demolirla, sosteniamo un’economia solidale e dei diritti o un’economia animalesca di sopraffazione reciproca.  In effetti la società è il risultato di regole e di comportamenti e se tutti ci comportassimo in maniera consapevole, responsabile, equa, solidale, sobria, non solo daremmo un altro volto al nostro mondo, ma obbligheremmo il sistema a cambiare anche le sue regole perché nessun potere riesce a sopravvivere di fronte ad una massa che pensa e che fa trionfare la coerenza sopra la codardia, il quieto vivere , le piccole avidità del momento”. Proprio per questo l’attività del Centro si concretizza nella stesura di guide per informare i consumatori sul comportamento delle imprese, nell’organizzazione di campagne, in suggerimenti sugli stili di vita. Portando avanti le loro analisi, Gesualdi e gli altri si sono resi conto che per creare un mondo sostenibile vanno presi in considerazione sia i fattori ambientali che quelli della giustizia e dell’equità.

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Il Centro Nuovo Modello di sviluppo (Foto di Erica Canepa)

 

“Oggi – spiega Francesco Gesualdi – si stanno scontrando due poteri: da un lato la finanza, che vuole che la gente non spenda e non si indebiti per arricchire i soliti noti. Dall’altra il vecchio capitalismo che vuole che i consumi aumentino sempre e non si preoccupa delle conseguenze che questi possono avere sul sud del mondo o sul Pianeta. Ecco perché bisogna costruire un Nuovo Modello di Sviluppo (1) che superi queste due logiche perverse. Sta a noi dunque dimostrare che si può creare un sistema sobrio che però garantisca la piena partecipazione lavorativa”. Francesco Gesualdi sostiene infatti che cambiare stili di vita è necessario, ma non sufficiente: bisogna ripensare il concetto di ‘lavoro’. “Due secoli di capitalismo ci hanno convinto che l’unica strada per la sopravvivenza passi per la vendita del proprio tempo. Oggi si identifica il termine lavoro con quello di ‘lavoro salariato’, ma non deve essere necessariamente così. Il fai da te, l’autoproduzione del cibo o del vestiario, il saper fare non sono monetizzabili, ma ci liberano dalla dipendenza dal danaro. Sono attività che richiedono lavoro e soddisfano bisogni primari. Se aumentiamo questo tipo di attività, possiamo ridurre il lavoro salariato. Il famoso ‘lavorare meno lavorare tutti’. In questo momento storico ci sono migliaia di persone disoccupate e migliaia di persone che devono soddisfare i loro bisogni primari. Dobbiamo far incontrare queste due necessità. Invece che chiedere denaro, potremmo chiedere tempo e competenze. Queste sono la vera ricchezza dell’essere umano”. “Cambiare si può – afferma Francesco Gesualdi – e il cambiamento deve essere prima di tutto culturale”.

 

  1. Intervistato da Daniel Tarozzi Francesco Gesualdi ha ammesso che oggi non avrebbe utilizzato il termine “sviluppo” perché questo è fin troppo legato a quello della crescita del Pil assunta come unico indicatore di benessere

 

Il sito del Centro Nuovo Modello di Sviluppo

 

Fonte: italiachecambia.org

Aumentano gli “etici a prescindere”…e meno male

Un italiano su tre si impegna quotidianamente adottando comportamenti di responsabilità individuale e sociale, equità e solidarietà: in un anno è cresciuto dal 27% al 29% in Italia il numero di persone che fanno del vivere responsabile uno stile di vita.etica_consumi

Sono i cosiddetti “Etici a prescindere”: una delle cinque categorie socio demografiche in cui vengono classificati gli italiani secondo l’Osservatorio Altromercato del Vivere Responsabile, l’indagine condotta da Altromercato – la maggiore organizzazione di Commercio Equo e Solidale in Italia. L’Osservatorio Altromercato fotografa nel 2014 una popolazione consapevole dei problemi (78 su scala 0-100) con una solida base di valori condivisi (80 su scala 0-100) e disponibile ad assumere comportamenti socialmente responsabili: oltre 6 italiani su 10 si dimostrano infatti sensibili a diversi livelli su temi quali equità, giustizia sociale, tutela dell’ambiente e disponibili per diversi fattori a cambiare il proprio stile di vita; 7 su 10 ritengono che questo sia un compito anche di istituzioni e aziende e non solo individuale. Tra le buone pratiche del vivere responsabile si conferma il Commercio Equo e Solidale, identificato dalla maggior parte degli intervistati con valori di tutela dei diritti di donne e bambini (24%), difesa dell’ambiente (23%), trasparenza e responsabilità (17%). Ben 8 italiani su 10 sono favorevoli al Solidale Italiano, cioè all’applicazione dei principi del Commercio Equo e Solidale alla realtà socioeconomica del nostro Paese. Questo soprattutto grazie a fattori quali la vicinanza dei produttori e l’italianità dei prodotti. Altromercato lancia inoltre il Manifesto del Solidale Italiano – i principi del Commercio Equo e Solidale per sostenere i piccoli produttori del nostro Paese e valorizzare i prodotti agroalimentari e artigianali italiani – in collaborazione con AIAB (Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica), Gruppo Cooperativo CGM e Slow Food Italia.

IL CONSORZIO ALTROMERCATO

Fondato nel 1988 è la principale organizzazione di fair trade in Italia: un Consorzio composto da 117 Soci, Cooperative e Organizzazioni non-profit che promuovono e diffondono il Commercio Equo e Solidale attraverso la gestione di circa 300 “Botteghe Altromercato”, diffuse su tutto il territorio italiano. Altromercato instaura rapporti commerciali diretti con circa 150 organizzazioni di produttori, formate da centinaia di migliaia di artigiani e contadini in 50 paesi, nel Sud e nel Nord del mondo. Garantisce ai produttori continuità nelle relazioni, prezzo giusto e pagamento anticipato; sostiene condizioni di lavoro eque e sicure; promuove uno sviluppo rispettoso dell’ambiente; costruisce filiere trasparenti e tracciabili dal produttore al consumatore; sostiene progetti sociali; diffonde la cultura del vivere responsabile.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Piemonte, 1,5 mln di euro per lo sviluppo della filiera bosco energia

Valtra

 

La Regione Piemonte con un proprio decreto dirigenziale dello scorso 6 febbraio 2014, ha stanziato con apposito bando circa 1,5 milioni di euro a favore dell’utilizzo energetico delle biomasse forestali, in una prospettiva di sviluppo di una filiera integrata. La nuova iniziativa piemontese rientra nel Programma PAR FSC 2007-2013, e finanzierà a fondo perduto fino al 50% della spesa (con un tetto massimo di 200mila euro) gli interventi e progetti finalizzati alla realizzazione di una serie di investimenti.

Ecco gli interventi finanziabili da bando:

  • impianti per la produzione di energia termica o per la cogenerazione di energia termica ed elettrica che utilizzano biomasse forestali;
  • piattaforme per conferimento, lavorazione e commercializzazione delle biomasse forestali;
  • piani di approvvigionamento, piani forestali aziendali e interventi di miglioramento boschivo;
  • definizione degli accordi (contratti, soggetti giuridici) organizzativi e commerciali per la realizzazione di filiere corte (protocolli pluriennali d’acquisto);
  • definizione degli accordi per pervenire alla gestione forestale associata che sia unitaria per gli aspetti tecnici ed economici, professionale e multifunzionale;
  • acquisto o locazione di terreni per un importo non superiore al 10% delle spese ammesse a contributo.

Potranno aver accesso al bando di finanziamento i Comuni montani, i proprietari forestali pubblici e/o privati, le imprese forestali e le ESCo. La dotazione finanziaria del bando ammonta complessivamente a € 1.434.822,61. Il termine ultimo per la presentazione delle domande di contributo è il 10 aprile 2014.

Fonte: EnergyManager.net

 Regione Piemonte. Bando per lo sviluppo della filiera bosco energia. (1.74 MB)

10.Un’impostazione europea sulla sostenibilità

Attraverso una serie di misure legislative, i responsabili politici dell’UE mirano a rendere l’Europa più efficiente sotto il profilo delle risorse. Ma come può l’Europa trovare un equilibrio tra economia e natura? Nell’ambito della conferenza Rio+20, qual è il significato della parola sostenibilità per l’UE e le aree in via di sviluppo? Presentiamo un punto di vista. Intervista con Gerben-Jan Gerbrandy Gerben-Jan Gerbrandy è stato un membro del Parlamento europeo nel gruppo dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa dal 2009. Proviene dal partito liberale olandese «Democrats 66».29

Qual è la sfida maggiore a cui è sottoposto l’ambiente? Come possiamo affrontarla?

«La sfida maggiore è costituita dall’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali. Il consumo umano va ben oltre i limiti naturali del nostro pianeta. Il nostro modo di vivere, più nello specifico il nostro modo di gestire l’economia, semplicemente non è sostenibile. La popolazione mondiale raggiungerà i nove miliardi entro qualche decennio e avrà bisogno del 70% di cibo in più. Di conseguenza, una seconda sfida riguarda i modi per nutrire questa crescente popolazione, dal momento che già stiamo già affrontando il problema della scarsità di numerose risorse. Per affrontare queste sfide, è necessario modificare le basi della nostra economia. Ad esempio, le nostre economie non pongono un valore economico su un’ampia serie di benefici che riceviamo gratuitamente. Il valore di una foresta è preso in considerazione quando la si trasforma in legname, ma non quando viene mantenuta intatta. Il valore delle risorse naturali dovrebbe, in qualche modo, essere riflesso nell’economia.»

Possiamo veramente cambiare le basi della nostra economia?

«Ci stiamo lavorando. Ritengo che presto riusciremo a trovare dei modi per inserire il valore completo delle risorse naturali all’interno dell’economia. Ma, fatto ancora più importante, vi sono tre elementi chiave che stanno costringendo l’industria a diventare più efficiente dal punto di vista delle risorse. Il primo è la scarsità delle risorse. Di fatto, siamo in presenza di ciò che chiamo la «rivoluzione industriale verde». La scarsità delle risorse costringe le imprese a impostare processi per il recupero e il riutilizzo delle risorse o a cercare altri modi per utilizzare le risorse in modo efficiente.  La spinta al consumo costituisce un altro elemento. Guardiamo le pubblicità. I grandi produttori di automobili non parlano più di velocità, ma di prestazioni ambientali. Inoltre, le persone sono notevolmente più consapevoli dell’immagine dell’impresa per cui lavorano. Il terzo elemento è la legislazione. Abbiamo costantemente bisogno di migliorare la legislazione in materia ambientale poiché  non tutto può essere conseguito tramite le pressioni del mercato, la scarsità delle risorse e la spinta dei consumatori.»30

Qual è il fattore più importante che determina le scelte del consumatore?

«Senza dubbio il prezzo. Per ampi segmenti della società, scegliere in base a ragioni diverse dal prezzo costituisce un lusso. È tuttavia possibile scegliere di consumare prodotti alimentari di stagione e locali, oppure prodotti freschi, che spesso sono perfino più economici. Per queste persone, e per la società nel suo complesso, ciò comporta evidenti benefici per la salute. La scelta di un’opzione più sostenibile dipende dall’infrastruttura nonché dalla consapevolezza della gente del loro impatto sull’ambiente. Se non è presente alcuna infrastruttura per il trasporto pubblico, non possiamo aspettarci che la gente smetta di recarsi al lavoro in auto. Oppure, nel caso della legislazione, se non siamo in grado di spiegare il valore di certe norme o leggi, sarà quasi impossibile applicarle. Abbiamo bisogno di coinvolgere e convincere le persone. Ciò richiede spesso la traduzione delle nozioni scientifiche nella lingua di tutti i giorni, a beneficio non solo dei cittadini, ma anche dei responsabili politici.»

Cosa può rendere un «successo» la conferenza Rio+20?

«Abbiamo bisogno di risultati concreti, come un accordo relativo a un nuovo quadro istituzionale od obiettivi specifici sull’economia verde. Ma, anche in assenza di risultati concreti, la conferenza può avere una grande influenza. Sono un convinto sostenitore della creazione di un tribunale internazionale per i crimini ambientali o di un quadro istituzionale che eviti il ripetersi di situazioni di stallo come quelle che abbiamo sperimentato nelle recenti tornate di negoziati sull’ambiente. Indipendentemente dai progressi compiuti nella creazione di tali istituzioni, solamente il fatto che stiamo discutendo e provando a trovare soluzioni congiunte costituisce un enorme passo in avanti. Fino a poco tempo fa, i negoziati globali sull’ambiente dividevano il mondo in due parti: i paesi sviluppati e i paesi in via di sviluppo. Ritengo che ci stiamo allontanando da tale approccio bipolare. A causa della maggiore dipendenza economica dalle risorse naturali, molti dei paesi in via di sviluppo saranno tra i primi a subire le conseguenze della scarsità delle risorse. Se la conferenza di Rio riuscirà a convincere molti di essi ad adattarsi a pratiche più sostenibili, la considererò un grande successo.»

In tale contesto, l’Europa può aiutare il mondo in via di sviluppo?

«Il concetto di economia verde non è importante solamente per i paesi sviluppati. Esso può di fatto prevedere una prospettiva più lunga. Al momento, molti dei paesi in via di sviluppo stanno vendendo le proprie risorse naturali a prezzi molto bassi. Le prospettive a breve termine sono allettanti, ma potrebbero anche significare che i paesi stanno svendendo il loro benessere e la loro crescita futuri. Tuttavia, ritengo che la situazione stia cambiando. I governi si stanno preoccupando maggiormente delle implicazioni a lungo termine delle esportazioni delle risorse. In numerosi paesi in via di sviluppo l’industria ha iniziato a investire anche nella sostenibilità. Così come le loro controparti nei paesi sviluppati, anch’essi affrontano la scarsità  delle risorse. Ciò costituisce un incentivo finanziario molto forte per le imprese di tutto il mondo. Personalmente, ritengo che potremmo contribuire aprendo i nostri mercati agricoli e permettendo a questi paesi di generare più valore aggiunto. Attualmente, le imprese straniere arrivano ed estraggono le risorse e vi è solo un minimo input economico da parte della popolazione locale. L’agricoltura in generale è fondamentale. Se guardiamo alle sfide future connesse alla produzione alimentare globale, è evidente che abbiamo bisogno di più cibo e per fare ciò occorre aumentare l’efficienza produttiva nei paesi in via di sviluppo. Una maggiore produzione agricola nei paesi in via di sviluppo ridurrebbe inoltre le loro importazioni alimentari.»

Come cittadino europeo, cosa significa per Lei «vivere in modo sostenibile»?

«Significa una serie di piccole cose, come indossare un maglione invece di alzare il riscaldamento, utilizzare i trasporti pubblici invece dell’automobile ed evitare di viaggiare in aereo se possibile. Significa anche portare i miei figli, ma anche gli altri, a conoscenza del concetto di sostenibilità e dell’impatto delle loro scelte quotidiane. Non posso affermare che per me è sempre possibile evitare di viaggiare in aereo, data la mia posizione. Ma questo è il motivo per cui dobbiamo rendere il viaggio in aereo più sostenibile insieme ai nostri modelli di consumo non sostenibili. Questa è la sfida dell’economia verde.»

Fonte: EEA (agenzia europea ambiente)

 

Ultima chiamata ovvero le ragioni non dette della crisi globale

The last call – Ultima chiamata vuole andare alle radici dell’attuale crisi globale ripercorrendo la straordinaria storia della ricerca nata intorno al rapporto “I limiti dello sviluppo”. E’ un progetto crowdfunded che ha bisogno anche del tuo aiutoMeadows-limits-to-growth-586x309 (1)

[Nell’immagine: Donella Meadows, Dennis Meadows e un diagramma di flusso originale usato per costruire il modello di Limits to growth.]

Ultima chiamata – le ragioni non dette della crisi globale è un progetto cinematografico straordinario di Enrico Cerasuolo che vuole rendere giustizia ad alcuni protagonisti dimenticati del movimento ambientalista: Aurelio Peccei, Jay Forrester, Donella Meadows, Dennis Meadows e Jorgen Randers , ovvero gli ispiratori ed autori del celebre rapporto su I limiti dello sviluppo uscito nel 1972. Se non avete mai letto questi nomi significa che la macchina della disinformazione dell’establishment economico finanziario ha compiuto molto bene il suo lavoro…Con l’aiuto dei primi supercomputer e della giovane dinamica dei sistemi, per la prima volta nella storia fu allora possibile simulare scenari futuri per le società umane prendendo in considerazione l’evoluzione congiunta di un gran numero di variabili, tra cui popolazione, risorse, produzione agricola, inquinamento. Il rapporto afferma con forza che la crescita ha dei limiti ben precisi , o dal lato del consumo di risorse o dal lato dell’eccesso di inquinamento; non tenerne conto significa correre verso il baratro a occhi chiusi.(1)

Le conclusioni del rapporto non sono piaciute a petrolieri e banchieri che hanno fatto di tutto per screditarlo e farlo scivolare nell’oblio; ma per fortuna in giro per il pianeta ci sono abbastanza persone che non se ne sono dimenticate. Nel video qui sotto il regista Cerasuolo e il produttore Arvat spiegano le ragioni della loro scelta; potrete poi vedere delle straordinarie immagini di repertorio degli anni ‘70 dove un giovane Dennis Meadows spiega che i limiti alla crescita mostreranno i loro effetti già nella vita dei nostri figli ( i figli del ‘72…) e un già maturo Jay Forrester (2) che afferma: questa crescita è sul punto di finire, deve finire e finirà. Ultima chiamata è un progetto crowdfunded e ha bisogno anche del tuo sostegno. Pensaci.

(1) “Limiti ben precisi” significa che i limiti esistono, anche se non possiamo sapere con assoluta precisione a quanto ammontano le risorse fossili realmente estraibili oppure quale livello di CO2 in atmosfera segnerà il punto di non ritorno. E’ come dire che stiamo giocando bendati nei pressi della scogliera: non sappiamo esattamente se si trova a un metro o a due metri dai nostri piedi, ma sarebbe bene rallentare il ritmo delle danze…

(2) Jay Forrester, classe 1918 e ancora in buona salute è stato uno dei primi ingegneri di computer e fondatore della Dinamica dei Sistemi; nato in una fattoria senza elettricità, negli anni trenta costruì uno dei primi generatori eolici per poter illuminare la sua casa.

Fonte: ecoblog