World Food Day, con L’Alveare che dice Sì! i consumatori sostengono lo sviluppo rurale: produttori distanti solo 32 km

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Produttori vicini di casa e distanti solo 32 km, prodotti genuini e rispettosi di uomo e natura: in occasione della Giornata Mondiale dell’AlimentazioneWorld Food Day (16 ottobre), L’Alveare che dice Sì!, la startup che unisce tecnologia e agricoltura sostenibile, svela cosa e dove comprano gli italiani che scelgono di sostenere l’agricoltura locale. Sempre più vicina e sempre più genuina: la spesa degli italiani è sostenibile e punta a dare valore e importanza allo sviluppo rurale, sostenendo l’agricoltura locale e i piccoli produttori.
A sottolinearlo, in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione – World Food Day (16 ottobre), è L’Alveare che dice Sì!, la startup che unisce tecnologia e agricoltura sostenibile. L’Alveare che dice Sì!, tramite l’app e il portale www.alvearechedicesi.it, permette infatti a consumatori e produttori locali, presenti nel raggio di 250 km, di unirsi per sostenere il consumo di prodotti freschi, genuini e a Km 0 come frutta, pane, verdura, formaggi, salumi e dolci. Le ordinazioni e il pagamento avvengono comodamente online. Produttori e consumatori si incontrano poi settimanalmente per la distribuzione dei prodotti in un luogo “fisico”, il vero e proprio “Alveare”, come un bar, un ristorante, una sala di un’associazione. I produttori sono i vicini di casa: a Torino distano solo 15 km
In Italia la distanza media tra i produttori e gli Alveari è pari a 32 km, un dato che garantisce la località dei prodotti che vengono consumati dagli utenti del portale. Al primo posto tra le regioni più virtuose c’è il Piemonte, dove la distanza media tra produttore e Alveare è pari a soli 26 km; seguono Emilia Romagna (28 km) e Lombardia (33 km). Si tratta inoltre delle regioni con il più alto numero di produttori aderenti a L’Alveare che dice Sì!. Nel dettaglio, la città con produttori e consumatori più vicini è Torino (15 km), seguita da Ciriè (17 Km) e Nembro (18 km).   “I consumatori si assicurano alimenti che non necessitano di lunghi tragitti per il trasporto e che per questo mantengono intatte le loro proprietà nutritive”, sottolinea Eugenio Sapora, Responsabile Nazionale della Rete de L’Alveare che dice Sì!. “Senza dimenticare che scegliere di acquistare dai produttori vicini permette di sostenere l’economia locale e di limitare le emissioni di CO2 in atmosfera”. L’80% dei produttori sceglie un’agricoltura sostenibile
“Obiettivo de L’Alveare che dice Sì! è dare potere ai produttori e ai consumatori, con lo scopo di reinventare l’alimentazione e la sua produzione”, aggiunge Eugenio Sapora. Per questo, il progetto sostiene in particolar modo i piccoli produttori attenti all’ambiente che rappresentano l’80% della rete de L’Alveare che dice Sì!.

Il paniere dell’Alveare: l’Ortofrutta fa da regina

Frutta e verdura sono i prodotti più venduti tramite la rete de L’Alveare. In particolare, i consumatori acquistano dai produttori locali Ortofrutta (43,17%), Latteria (21,14%), Carne e Salumi (17,23%). Non manca chi si rifornisce dai pasticceri locali per Pane e Dolci (7,35%) o Altri Alimentari (5,86%). Nel paniere dei consumatori ci sono infine anche Bevande (3,24%), Gastronomia (1,21%) e prodotti per la Cura e la Bellezza (0,8%).

Vegani, slow food, comunitari: gli Alveari in Italia

Ricreare dei legami sociali attorno al tema dell’alimentazione e rendere accessibile un’alimentazione locale di qualità al più gran numero di persone è la missione dell’Alveare che dice Sì!: ad oggi sono 40.762 utenti iscritti ai centinaia di Alveari dislocati in tutta Italia. Tante realtà e tante esperienze che permettono ai consumatori di scegliere in base alle proprie esigenze, sempre con la sicurezza di avere prodotti rispettosi dell’ambiente e delle persone. A Roma, a due passi da Piazza Vittorio, ha aperto il primo Alveare vegan d’Italia che propone un listino di prodotti completamente cruelty free, dalla frutta ai detersivi naturali. A Milano, è presente il primo Alveare della Terra, in collaborazione con Slow Food Italia e Condotta Slow Food Milano, che raccoglie produttori aderenti alla filosofia “Slow” e che propongono alimenti prodotti con certificazione filiera BIO, tradizionale e artigianale. Sempre nel capoluogo lombardo, è sorto un Alveare all’interno del Cinema Beltrade, diventato un vero e proprio centro aggregativo del quartiere, mentre un altro si è inserito nel Villaggio Barona, una realtà di Housing Sociale che sta contribuendo a restituire ai cittadini parti di città altrimenti lasciate all’abbandono e al degrado ambientale e sociale. A Torino ha da poco inaugurato l’Alveare Campus San Paolo, il primo in un collegio universitario, mentre a Bologna all’interno della velostazione è nato un Alveare che accoglie unicamente produttori biologici.52

Chi è L’Alveare che dice Sì!

L’Alveare che dice sì! è una startup nata nel 2016 e incubata presso Treatabit, il percorso per le startup digitali dell’Incubatore I3P del Politecnico di Torino. Il progetto ha origine in Francia nel 2011 col nome di “La ruche que dit oui”, e da subito ha ottenuto un enorme successo. L’Alveare che dice Sì!, attraverso il portale www.alvearechedicesi.it, permette a produttori locali e cittadini di unirsi per sostenere il consumo di prodotti freschi, genuini e a Km0.
Maggiori informazioni su www.alvearechedicesi.it

Fonte: agenziapressplay.it

PAC, prosegue il processo di riforma della Politica Agricola Comune

È in partenza il confronto fra le tre istituzioni europee che dovranno approvare la Politica Agricola Comune per il periodo 2014-2020. Un breve esame delle proposte sul piatto però, rivela che competitività e crescita economica prevalgono sulla reale volontà di imporre una svolta sostenibile.

Siamo in una fase cruciale del processo di riforma della PAC, la Politica Agricola Comune. Il nuovo piano poliennale 2014-2020 sarebbe dovuto entrare in vigore dal primo gennaio 2014, ma vari contrattempi – il più rilevante dei quali è stata la bocciatura del bilancio da parte del Parlamento Europeo – hanno provocato uno slittamento al primo gennaio 2015. In ogni caso, all’inizio di aprile partirà il confronto fra il Parlamento Europeo, la Commissione e il Consiglio per definire il testo definitivo della nuova PAC. Le associazioni ambientaliste, per voce della loro rappresentate Maria Grazia Mammuccini, hanno già esternato la loro delusione nei confronti dell’ipotesi di riforma. Ma vediamo qualche dettaglio in più del nuovo piano. Partendo da un inquadramento economico generale, va detto che le risorse destinate dall’Unione Europea alle politiche agricole verranno notevolmente ridimensionate: nel Quadro Finanziario Pluriennale 2014-2020 infatti, alla voce 2 “Crescita sostenibile: risorse naturali”, il differenziale rispetto al precedente settennio è di -9,1%, ovvero 38,2 miliardi di euro in meno, ed è l’unico dato negativo del programma. Entrando nel merito di quanto prevede la nuova PAC, possiamo vedere che essa ruota intorno a quattro pilastri principali: i pagamenti diretti agli agricoltori, l’Organizzazione Comune di Mercato unica, lo sviluppo rurale e il Regolamento Orizzontale che disciplina il finanziamento, la gestione e il monitoraggio della PAC stessa. Per quanto riguarda i pagamenti diretti, la linea generale prevede un allineamento nelle quote di ciascun paese membro e ha l’obiettivo di uniformare i pagamenti entro il 2019. L’Italia, che oggi riceve somme superiori rispetto a quelle della media UE, dovrà quindi aspettarsi una diminuzione degli aiuti finanziari. Nello specifico, cambierà anche il modo di ripartire gli aiuti ai coltivatori: dal regime di pagamento unico si passerà a un sistema articolato su quattro voci. Per prima cosa, un pagamento di base, che sarà erogato a tutti gli aventi diritto. Poi un pagamento “verde” – il cosiddetto greening –, che consisterà in un importo addizionale per chi adotterà pratiche ecologiche, vale a dire diversificazione tramite rotazione di almeno tre colture diverse, mantenimento dei prati stabili e permanenti, la riduzione dell’uso di prodotti chimici, la destinazione di una parte dei propri terreni a scopi ecologici, la tutela floro-faunistica e così via. I produttori biologici rientreranno di diritto fra i beneficiari del greening. La terza voce sarà quella dei giovani agricoltori, ovvero gli under 40, ai quali però è riservata una porzione abbastanza esigua del budget destinato ai pagamenti diretti. Infine, si cercherà di sostenere attraverso una misura d’aiuto specifica anche i piccoli agricoltori. Esistono inoltre due parametri aggiuntivi che possono dare accesso ad aiuti economici diretti, cioè l’ubicazione dell’azienda in aree svantaggiate ed eventuali situazioni di mercato particolarmente difficoltose.

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Il secondo pilastro, l’Organizzazione Comune dei Mercati (OCM) unica, serve a uniformare dal punto di vista giuridico ed economico il mercato interno, l’intervento sui mercati del pubblico e del privato, gli scambi con i paesi terzi, misure anticrisi straordinarie e le regole della concorrenza. Tuttavia, molti osservatori ritengono che l’OCM riformata non si discosti molto da quella prevista sin dal 2007 col Regolamento 1234. Va però sottolineato l’impegno che si ravvisa nel ridurre i passaggi di filiera e nel rivalutare il ruolo e il potere contrattuale dei produttori. Il terzo pilastro è quello relativo allo sviluppo rurale. Dagli attuali quattro assi si passerà a sei priorità, ovvero trasferimento di conoscenze e innovazione, competitività, organizzazione delle filiera alimentari e gestione dei rischi, tutela degli ecosistemi legati al mondo agricolo, ottimizzazione dell’impiego delle risorse e riduzione delle emissioni, occupazione e sviluppo nelle regioni rurali. Infine il quarto pilastro, il Regolamento Orizzontale, ha lo scopo di monitorare l’applicazione delle misure previste dalla PAC, in particolare quelle relative alla condizionalità, agli interventi sul mercato e ai pagamenti diretti, che ormai si possono considerare una spina nel fianco sia dal punto di vista economico che da quello politico.

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La PAC assorbe infatti una quota davvero consistente del budget europeo: il 42,5% nel piano di spesa 2007-2013, ma negli anni precedenti il dato era anche superiore. L’enorme spesa, che nel periodo 2014-2020 dovrebbe aggirarsi intorno ai 383 miliardi di euro, può essere giustificata se si considera l’agricoltura come un’attività fondamentale per la sopravvivenza di tutti i cittadini europei, quindi un bene, o meglio servizio, comune. Se deve essere così però, non si spiega la grandi enfasi che anche con la nuova riforma viene posta sull’aspetto commerciale – “crescita” è sempre la parola chiave –, mentre il rigore che sarebbe servito nell’imporre pratiche realmente sostenibili non è stato adottato. Per esempio, scorporando il vecchio sistema del pagamento unico degli aiuti diretti, si sarebbe potuto eliminare, attraverso un processo graduale per non creare troppi scompensi, il pagamento di base, utilizzando come primo criterio quello del greening e facendo in modo che l’agricoltura sostenibile e biologica diventasse conveniente non solo dal punto di vista ambientale ma anche da quello economico. D’altronde  pur senza fare ‘di tutta l’erba un fascio, è irrealistico sperare che un’istituzione sopranazionale che in altri settori – tanto per fare un esempio, quello finanziario – sta facendo di tutto per privare i paesi membri di quel briciolo di autorità di cui sono ancora in possesso, in un ambito cruciale per l’autodeterminazione e la sovranità come quello alimentare si muova nella direzione opposta.

Fonte: il cambiamento

Che Cos'è l'Agricoltura Biologica
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