Petrolio nell’Artico, prove di catastrofe ambientale

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Un gruppo di ricerca composto da alcuni scienziati finlandesi sta conducendo uno studio per comprendere gli effetti di un disastro petrolifero nell’Artico, dove insistono numerose trivellazioni offshore. L’intenzione è comprendere a fondo gli effetti di uno sversamernto di greggio intrappolato sotto la superficie della banchisa artica:

“Uno sversamento di greggio in queste regioni rappresenta un problema molto difficile. […] Lastre di ghiaccio spesse mezzo metro se vengono spezzate si mischiano sempre più con il petrolio. Per questo stiamo cercando una procedura per utilizzare nella bonifica anche le eliche del rompighiaccio opportunamente indirizzate”

ha spiegato Rune Hogstrom, direttore delle operazioni di ricerca. Il riscaldamento globale e il progressivo scioglimento dei ghiacci infatti ha incentivato nuove trivellazioni in zona artica e quindi la questione prevenzione è sempre più pressante: quando il greggio viene disperso nel mare viene solitamente aspirato in superficie o bruciato con l’impiego di materiali chimici, ma nell’Artico le squadre di recupero potrebbero essere costrette a fare i conti con un’oscurità totale, violente tempeste e grandi lastroni di ghiaccio alla deriva. Con la melma petrolifera che si mischia con il ghiaccio spezzato dal rompighiaccio.

Fonte: ecoblog.it

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Marea nera in Tunisia: sversamento di petrolio a 120 km da Lampedusa

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Una chiazza di petrolio si è allargata a 120 chilometri da Lampedusa dopo l’incidente avvenuto lo scorso 13 marzo in una piattaforma situata 7 chilometri al largo delle isole Kerkennah, nella regione tunisina di Sfax.

Una squadra dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente della Tunisia è stata inviata sul posto e la Thyna Petroleum Services ha confermato una “leggera perdita di petrolio alla testa del pozzo Cercina 7”.CdhIRHjWAAAc9Qk

I ministeri tunisini della Salute e dell’Ambiente hanno aperto un’inchiesta e, secondo le autorità tunisine il danno sarebbe relativo. La stampa locale – eccezion fatta per alcuni siti Internet – ha ridimensionato la portata dell’incidente e anche in Italia è stato messa la sordina a un incidente che verificatosi a un mese dal referendum – altrettanto trascurato dalla stampa nazionale – del prossimo 17 aprile. In un’intervista al Corriere, il ministro dell’Ambiente Galletti ha dichiarato che “un incidente può sempre capitare”. Ecco, la perdita nel Mediterraneo, a poco più di 100 chilometri dalle coste italiane ne è un esempio.

Anche se in Tunisia si tende a minimizzare per non minare ulteriormente un turismo e un’economia già in difficoltà a causa degli attentati terroristici dell’ultimo anno, le conseguenze per la società civile sono disastrose: tre chilometri di costa nell’arcipelago delle Kerkennah sono coperti da una macchia di petrolio. Si tratta di isole che vivono principalmente grazie alla pesca e per la popolazione si tratta di una catastrofe che è, al contempo, ecologica e sociale.

“Non occorrono incidenti del genere per dimostrare che le attività di ricerca e di estrazione di idrocarburi possono avere un impatto rilevante sull’ecosistema marino ma questi episodi drammatici fanno purtroppo da ulteriore monito sulle possibili conseguenze delle attività delle piattaforme. Anche le attività di routine possono, peraltro, rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose nell’ecosistema marino, come olii, greggio, metalli pesanti o altre sostanze contaminanti, con gravi conseguenze sull’ambiente circostante. Senza considerare che i mari italiani sono mari ‘chiusi’ e un eventuale incidente nei pozzi petroliferi offshore o durante il trasporto di petrolio sarebbe fonte di danni incalcolabili con effetti immediati e a lungo termine su ambiente, qualità della vita e con gravi ripercussioni gravissime sull’economia turistica e della pesca”,

ha commentato la presidente di Legambiente Rossella Muroni.

Fonte:  Legambiente African Manager

Mantova, 5mila metri cubi di liquami nei canali: è disastro ambientale

Le analisi dell’Arpa hanno evidenziato lo sversamento di residui di un allevamento zootecnico di suini nel canale Seriola. Ci vorranno anni perché l’ecosistema ritorni alle condizioni precedenti. L’allarme è scattato martedì 28 ottobre e a poche ore dall’accaduto le guardie forestali del mantovano hanno parlato di “disastro ambientale mai visto” in quella zona: fra Carpenedolo e Gazoldo, nelle acque del canale Seriola sono stati sversati cinquemila metri cubici di liquami che hanno ricoperto con una schiuma maleodorante dodici chilometri di acqua corrente arrivando all’Osone e al vaso Gambino. Flora e fauna sono andate distrutte e ci vorranno anni perché l’ecosistema possa tornare allo stato precedente e le acque possano essere nuovamente ripopolate. I danni non sono limitati alle acque, ma interessano anche i terreni adiacenti al corso d’acqua. Gli agenti della polizia locale sono intervenuti sul posto insieme alle guardie forestali e ai referenti per le questioni ambientali dei diversi comuni interessati. I tecnici dell’Arpa hanno effettuato i prelievi e nel giro di poche ore sono stati resi pubblici i risultati delle analisi: si tratta di liquami provenienti da un allevamento zootecnico di suini. Principale indiziata per il reato di disastro ambientale è un’azienda di Gozzolina di Castiglione, già denunciata in passato per violazioni delle leggi ambientali. In questa azienda sono presenti due vasche contenenti 5mila metri cubici di liquami ciascuna e l’ipotesi è che una delle due sia stata collegata con un tubo al canale permettendo lo sversamento degli escrementi suini. Il canale Seriola nasce a Carpenedolo di Brescia e attraversa numerosi comuni mantovani: Castiglione, Medole, Castel Goffredo, Ceresara, Piubega, Gazoldo. Inoltre il canale è collegati ad altri corsi d’acqua come l’Osone e il vaso Gambino, il che rende estremamente difficoltoso circoscrivere l’area del disastro ambientale.Immagine-620x344

Fonte:  Gazzetta di Mantova

Foto | Youtube

L’ufficiale che rifiutò di inquinare il mare

Un ufficiale di Marina si oppone allo sversamento in mare di liquidi oleosi inquinanti e viene sottoposto a sanzioni e costretto al congedo. Lui ha combattuto nelle aule giudiziarie e oggi racconta la sua storia.inquinamento_mare

Fonte: Il Tirreno. Abbiamo deciso di rilanciare l’articolo comparso sul quotidiano toscano Il Tirreno perchè racconta una storia che dice molto di questa Italia con cui oggi ci ritroviamo a fare i conti. E la riportiamo anche per dare conto dell’esistenza di persone come David Grassi, che speriamo possano essere tantissime e trovare il coraggio di farsi sentire.

LIVORNO. Invece di abbassare la testa e obbedire rispondendo: «Signorsì, signore», ha guardato il superiore negli occhi e ha risposto: «No, signor capitano, questo non lo possiamo fare. E se lo dovesse fare lei, sappia che ho già fatto delle foto e alcuni filmati che invierò a chi di dovere, anche alla stampa se necessario, per denunciare quello che è successo a bordo». L’ordine che l’ufficiale David Grassi, insieme ad altri due colleghi, si è rifiutato di eseguire e che ha cambiato la sua vita per sempre, era quello di sversare in mare migliaia di litri di liquidi oleosi, provenienti dal motore, che si erano accumulati nella sentina; in barba alla tutela dell’ambiente, al rischio inquinamento e al regolamento internazionale che prevede, anche per le navi militari, di svuotare le sostanze inquinanti nel porto più vicino e con l’intervento di una ditta specializzata. Era il 23 febbraio 2002 e l’allora tenente di vascello nato a Oristano ma residente da 4 anni a Livorno, aveva appena compiuto 30 anni, era imbarcato sulla nave da guerra “Maestrale” impegnata nella missione Eduring Freedom nel corno d’Africa. E soprattutto pensava che le battaglie più importanti le avrebbe combattute in mare, non certo nelle aule di un tribunale, tantomeno per riavere indietro la propria dignità dopo essere stato condannato – per quel «No» – a 15 giorni di arresto e a una macchia che ne ha pregiudicato la carriera fino al congedo, avvenuto due anni fa. Invece la guerra civile dell’ufficiale ambientalista è durata 12 anni, un quarto della sua esistenza, e si è conclusa con una (parziale) vittoria: il Tar di Genova, tribunale al quale si era rivolto per far sentire valere le proprie ragioni, giovedì scorso ha cancellato quella sanzione disciplinare ma non gli ha riconosciuto il risarcimento danni che aveva chiesto tramite il avvocato. «In questo lasso di tempo – racconta Grassi che adesso lavora come ingegnere civile e nel tempo libero allena i ragazzi di atletica e basket della Libertas Livorno – ho perso molte cose, sia a livello personale, familiare e professionale. Ma tornando indietro rifarei quello che ho fatto, forse non proprio tutto. Ma certamente non ubbidirei a quell’ordine. Perché? Perché è in certe situazioni che vieni fuori chi sei davvero, da dove vieni, e i valori che ti hanno insegnato i tuoi genitori. E in quel momento non potevo far altro che comportarmi in quel modo senza abbassarmi alle prepotenze ma reagendo con coscienza. Eppure, dico anche che l’affetto e l’attaccamento nei confronti della Marina Militare non sono mai cambiati. Nonostante tutto continuo a credere che le persone nelle quali mi sono imbattuto siano una minoranza e che quel tipo di mentalità sia in via di estinzione».

Fonte: il cambiamento

Lancia i rifiuti dall’auto, era un assessore di Nocera Inferiore: multa da 500 euro

Un assessore di Nocera Inferiore, la cui identità non è stata resa nota, è stato multato con 500 euro per aver sversato rifiuti in una zona interdetta ma sorvegliata. Ma si difende spiegando che è stata la persona che gli stava accantodivieto-rifiuti-620x350

La storia è questa: multa da 500 euro a un assessore di Nocera Inferiore poiché le telecamere di sorveglianza hanno registrato lo sversamento di rifiuti in una zona interdetta. In pratica è stata segnalata la targa dell’auto da cui è stato lanciato un sacchetto in Zona S.Mauro a Nocera Inferiore. Il fatto è avvenuto a giugno, ma qualche giorno fa l’assessore ha inviato una lettera ai vigili urbani in cui contesta appunto il reato, come rivela Il Mattino, spiegando che sebbene l’automobile fosse la sua non è stato lui il responsabile del gesto bensì la persona che gli sedeva accanto. La zona è costantemente monitorata dai vigili urbani e dalle telecamere e dove esiste un divieto permanente di deposito dei rifiuti. Secondo un’altra versione, invece, riferita da Agro24 le telecamere avrebbero proprio immortalato l’assessore nell’atto di sversare rifiuti:

Il noto assessore e stato colto in flagranza di reato mente scendeva dall’auto per sversare rifiuti in orario e luogo non consentiti. Ad “incastrarlo” le telecamere installate nei punti nevralgici degli sversamenti e tanto pubblicizzate dalla stessa amministrazione di cui fa parte. Zone di passaggio, di confine, di periferia, sono i luoghi ambiti dai fuori legge della raccolta differenziata.

Ora resta da capire se i vigili urbani accoglieranno la richiesta di revisione del reato.

Fonte:ecoblog

 

Gela, perdita di petrolio da una raffineria Eni

Dalla notte del 4 giugno si sta verificando uno sversamento di idrocarburi in mare dalla raffineria Eni di Gela (Cl)459-0-schermata 2013-06-04 a 18.34.35

Un gruppo di ambientalisti ha ripreso e denunciato lo sversamento di petrolio in mare dalla raffineria dell’Eni a Gela (Cl), che da questa notte inonda le acque marine di veleno nero: la macchia di petrolio, piuttosto consistente, continua ad espandersi. Sul posto sono presenti, da questa mattina, i Vigili del Fuoco, i Carabinieri ed una squadra della Capitaneria di Porto; tutta l’area è pervasa, secondo alcune testimonianze, da un nauseabondo e fortissimo odore. La consistente macchia oleosa sarebbe fuoriuscita da una tubazione dell’impianto Topping della raffineria Eni, riversandosi nel canale di scarico dell’acqua marina usata per il raffreddamento di alcune apparecchiature della fabbrica, e raggiungendo infine la foce del fiume Gela. Ancora poco chiara la natura di questa perdita; il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta ha così commentato la notizia sulla sua pagina Facebook:

L’ennesimo episodio di sversamento a mare di petrolio proveniente dalla raffineria di Gela, all’indomani di una giunta di governo che proprio a Gela ha stabilito di potenziare nelle aree industriali siciliane le strutture di prevenzione sanitaria e cura sulle malattie tipiche dell’industrializzazione, obbliga il governo della Regione ad elevare il livello di soglia dei controlli da effettuare in quei siti. Ritengo che in questi siti bisogna organizzare in loco task force specifiche composte da Arpa, Genio civile, Asp e uffici ambientali delle province, per esercitare un’azione continua e costante di controllo. Da tempo, per Gela, sono state concesse le autorizzazioni ambientali, regionali e nazionali, necessarie per rafforzare la sicurezza degli impianti. L’Eni ha sempre assicurato che tali investimenti sarebbero stati realizzati al più presto possibile, mentre non si riesce ad avere un crono programma preciso. I gruppi industriali petroliferi dovrebbero cominciare a dirci con chiarezza cosa intendono fare rispetto a impianti che hanno bisogno di tanti investimenti e manutenzioni straordinarie, per renderli compatibili con il rispetto dell’ambiente e la sicurezza e la salute dei cittadini.
Convocherò immediatamente l’Eni, l’Asp, l’Arpa, l’assessorato alla Salute e al Territorio e Ambiente per giovedì prossimo, per approfondire le ragioni di questo ennesimo incidente ambientale, su quali investimenti immediati intende promuovere la raffineria per risolvere la situazione in maniera definitiva.

Il greggio infatti rischia di inquinare il mare e la spiaggia a est della città: la cittadinanza si è riversata sul posto ad osservare gli interventi delle autorità. La Procura di Gela ha già aperto un fascicolo.

 

Fonte: ecoblog